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Lui chiamare me fratello

“laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello…”
Utilizzo Twitter in maniera poco social: praticamente non ho interazioni. Ogni tanto pubblico qualcosa, la maggior parte delle volte lo uso come strumento di scoperta. Come in questo caso… Grazie a un articolo di Maria Elena Murdaca su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ho scoperto il libro Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin, la storia di due orfani russi che si ritrovano coinvolti nelle tragiche vicende del 1944 conseguenti alla deportazione forzata dei ceceni ad opera di Stalin.

“… è un romanzo di recupero della memoria, ambientato all’epoca di una delle pagine più nere della storia dell’Unione Sovietica: le deportazioni staliniane durante la Seconda guerra mondiale. Gli spostamenti obbligati di intere popolazioni, ancora oggi, rimangono un evento poco conosciuto dal grande pubblico. L’opera, ricca di spunti autobiografici, racconta l’esodo di massa dal punto di vista di una categoria particolare di deportati: i russi. Le varie etnie caucasiche tramandano l’epopea di generazione in generazione, alimentandone il ricordo: ogni nazionalità ha il proprio giorno della memoria (il 23 febbraio per i ceceni, l’8 marzo per i balkari).
Diversamente, il trasferimento forzato, o quantomeno fortemente incentivato, dei russi non è rimasto impresso nella memoria nazionale collettiva, né gode della considerazione di tragedia. Ciò non cambia il fatto che lo fu. A essere trasferiti nel Caucaso, per modificarne la composizione etnica, dopo lo sradicamento delle popolazioni autoctone, furono gli indifesi. Sfilano, nella narrazione, orfani, vedove, mutilati, invalidi, persone sole, ognuna di loro con una storia di miseria e solitudine, come l’educatrice Regina Petrovna:
“Le mogli degli aviatori rientrati a casa dovevano andare dalle famiglie di quelli che non erano tornati. Era la regola. La cosa più terribile era entrare in una casa, dove ancora non sapevano niente, e far finta di esserci capitate per caso. […] E le mogli degli altri piloti vennero da me […] I tedeschi si avvicinavano: il nostro villaggio di aviatori fu trasferito. Non avevo nessun motivo per seguire gli altri. Ero vedova e per di più con la responsabilità dei due piccoli… Sono andata all’orfanotrofio, dove i miei bambini sarebbero stati insieme a quelli degli altri, e io me la sarei cavata più facilmente. Si faceva la fame! Poi ho deciso di venire quaggiù… pensando che sarebbe stato un po’ più semplice”
O, ancora, Demjan, un altro diseredato:
“Si ricordava del giorno in cui, ricoverato in un ospedale militare nei dintorni di Bijsk, una città della regione dell’Altaj, era andato al fiume con l’intenzione di annegarsi: aveva ricevuto una lettera dove gli comunicavano che sua moglie e i suoi figli erano stati bruciati vivi dai nazisti nella loro isba… E lui era storpio e ormai non serviva più a nessuno […] Ad un tratto la dottoressa disse che nel Caucaso c’erano terre fertili e disabitate. Aspettavano gente che le lavorasse. Perché non provare!…”
Attraverso le rocambolesche avventure dei gemelli Saška e Kol’ka Kuz’min, due scavezzacollo russi spediti in Caucaso alla colonia, Pristavkin rielabora e ripropone la propria esperienza.
“Naturalmente i Kuz’min non sapevano che gli organi regionali avevano avuto la bella idea di decongestionare gli orfanotrofi dei dintorni di Mosca – nella primavera del ’44 ce n’era un centinaio sparso per la regione. A questi ragazzi andavano aggiunti i besprizornye, che vivevano alla bell’e meglio dove capitava.”
I Kuz’min, Saška e Kol’ka, pur essendo identici, indistinguibili e inseparabili, non conoscono il significato del termine “famiglia”, che a loro risulta sempre ostile. In compenso, tutto il loro notevole ingegno è teso al procacciamento di generi alimentari allo scopo di non morire di inedia, tanto a Tomilino, nei dintorni di Mosca, quanto nel fertile e ricco Caucaso. Per questo motivo le loro trovate e la loro inventiva non suscitano il riso: la morte per fame incombe ad ogni momento su di loro, e per il lettore è impossibile dimenticarsene.
Con l’intento di recuperare un tassello, Pristavkin sottolinea vigorosamente come la sofferenza e le prevaricazioni subite da russi e ceceni siano parallele e di eguale intensità. Il “gemellaggio” fra russi e ceceni, entrambi vittime del medesimo tiranno, è incarnato dal personaggio di Alchuzur, giovane ceceno, orfano a causa dei soldati russi, che subentra a Saška, a sua volta vittima della crudele rappresaglia cecena, fino ad assumerne la funzione di “gemello” e persino il nome, al fianco del superstite Kol’ka.
“Nel nostro dormitorio c’erano anche due fratelli, i Kuz’min, che noi chiamavamo i gemelli Kuz’min. E benchè non si somigliassero affatto: uno era un vero russo, biondo col naso all’insù, l’altro era scuro e aveva i capelli neri, corti, gli occhi neri e spiccicava soltanto qualche parola in russo… ma i gemelli Kuz’min affermavano, anche se nessuno glielo chiedeva, di essere fratelli di sangue!”
Lo struggente sodalizio fra Kol’ka e Alchuzur-Saška, in uno scenario desolato e dolente, è il mezzo che assicura a entrambi la sopravvivenza, in una realtà di guerra, in cui essere bambini e innocenti non offre alcuna garanzia, e russi e ceceni possono essere egualmente crudeli.
“- Giù! – gridò forte l’uomo. O sparo!
Puntò nuovamente il fucile su Kol’ka e Kol’ka si distese a faccia in giù. Rimase immobile e sentiva urlare l’uomo e Alchuzur. Ma Alchuzur gridava forte nella sua lingua e l’uomo rispondeva in russo, sicuramente perché voleva che anche Kol’ka sentisse. Perché gli fosse chiaro che adesso l’avrebbe ucciso. […]- Ma tochna cumna!- gridava Alchuzur. -Non ucciderlo! Lui salvato me da soldati… Lui chiamare me fratello…”

Scene oniriche e di fantasia intridono tutta la narrazione, che ha un tono malinconico e nostalgico: mentre la nostalgia del ceceno Alchuzur ha per oggetto la famiglia e il villaggio, distrutti dalla guerra, quella di Saška e Kol’ka è universale, per una condizione umana da paradiso perduto in cui tutti gli uomini sono fratelli:
“- Ho fatto amicizia con Alchuzur – avrebbe detto Kol’ka.- Anche lui è nostro fratello!
– Penso che tutti gli uomini siano fratelli – avrebbe risposto Saška, e loro sarebbero andati lontano lontano, laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello”

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Non è ancora primavera

Seguo da un po’ di tempo gli scritti di Matteo Tacconi su twitter. Da Europa prendo un suo articolo sulle proteste svoltesi in Bosnia in questi giorni, dal quale emerge chiara l’dea che bisogna stare attenti prima di attribuire comodi slogan a tali manifestazioni.
bosnia“Dopo quattro giorni di tensioni, non senza qualche finestra di violenza, la Bosnia in queste ore è tornata alla calma. Ma questo non significa né che sia tutto finito, né che non si debba riflettere su quanto accaduto. D’altronde – come annotato da Andrea Rossini su Osservatorio Balcani e Caucaso, in un articolo ripreso anche dal Manifesto – in settimana ha preso corpo il più importante movimento di protesta mai registrato dalla fine della guerra civile che, tra il 1992 e il 1995, dilaniò il paese.
Tutto è iniziato mercoledì, a Tuzla, centro urbano dall’antica vocazione industriale, oggi in fase di declino. C’è stato un corteo, a cui hanno preso parte circa diecimila persone, così si riporta, organizzato dai lavoratori di alcune aziende locali che hanno recentemente dichiarato il fallimento. I dimostranti hanno accusato le istituzioni locali di passività e immobilismo, davanti a questi casi. Non solo. S’è riavvolto il nastro degli ultimi e ci si è ricordati che la politica ha dato il via libera a processi di privatizzazione opachi e controversi, molto spesso anche in funzione dell’arricchimento personale.
Rabbia e frustrazione hanno preso il sopravvento, portando i dimostranti a recarsi davanti alla sede del governo del cantone di Tuzla, su cui è stato scagliato di tutto: dai sassi alle uova. La polizia, schierata in difesa dell’edificio, ha risposto caricando. Ci sono stati dei feriti.
L’intervento degli agenti non ha fatto che peggiorare le cose. Giovedì la gente è scesa in piazza, ancora più imbufalita, non solo a Tuzla, ma in molte altre città del paese: Brcko, Sanski Most, Bihac, Zenica, Mostar e via dicendo. In tutti i casi i manifestanti hanno preso di mira i palazzi cantonali. Venerdì alcuni sono stati addirittura dati alle fiamme. Quello di Sarajevo (ha preso fuoco anche la sede della presidenza), quello di Zenica e quello di Tuzla, il cui inquilino ha rassegnato le dimissioni.
Inevitabilmente, come ogni volta che in Bosnia succede qualcosa, qualcuno ha subito cercato una chiave di lettura etnica, attingendo a qualche memoria di guerra.
Approccio, questo, fuori misura. Di confronti etnici e vecchi conti in sospeso, neanche l’ombra. Le rivolte sono scoppiate in città dove la popolazione è in larga misura bosgnacca (musulmana). L’unica eccezione è stata Mostar, dove i croati sono in lieve maggioranza. Ma in ogni caso il sisma non è andato oltre i confini della Federacija Bosne i Hercegovine, l’entità croato-musulmana del paese. In quella serba (Republika Srpska) non s’è rilevato nulla di particolare. Nel capoluogo, Banja Luka, c’è stato un piccolo presidio di solidarietà nei confronti dei dimostranti di Sarajevo, Tuzla e delle altre città. Così riferiscono le cronache.
Con ogni probabilità il fattore che più di ogni altro ha contribuito a queste proteste è stato il pessimo stato dell’economia. La Bosnia vive una fase di stagnazione (grafico). Il Pil è sceso considerevolmente quando è scoppiata la crisi globale, poi c’è stata una ripresina (0,7% nel 2010 e 1,3% nel 2011), seguita dalla recessione del 2012 (-0,7% ) e dallo 0,5% di quest’anno. Ma non è l’unico problema. La disoccupazione ufficiale si attesta sul 25%, ma da molti è ritenuta più alta, con tassi che lambirebbero il 60% tra i giovani. Tutto questo si aggrava se analizzato in un contesto più ampio, di mancate opportunità e stallo a livello di riforme. Questa, d’altronde, è la Bosnia.
Molto dipende dal sistema istituzionale partorito dalla pace di Dayton, mediata dagli americani. Fu concepito allo scopo di tamponare l’emergenza, ma ha creato un carrozzone burocratico impressionante, con moltiplicazione di cariche, pesi e contrappesi, tutti pensati sulla base di principi etnici, che hanno reso il fluire della vita politica lento, pieno di strozzature. Ma anche la classe dirigente bosniaca ha le sue responsabilità (facile d’altronde scaricare tutto sugli “internazionali”). I serbi si sono trincerati nella loro entità, fregandosene della Bosnia in quanto tale. I bosgnacchi e i croati hanno più o meno fatto lo stesso nei loro cantoni. Tutti però hanno messo le mani nella marmellata, favorendo la sovrapposizione tra affari e politica, con benefici agli uni e all’altra. Corruzione, criminalità organizzata, assenza di trasparenza, privatizzazioni à la carte: la Bosnia è diventato un grosso pantano. In pochi si arricchiscono, in molti stentano.
La bomba sociale, già preannunciata da una recente ondata di scioperi, poteva tranquillamente scoppiare. Ed è scoppiata.
C’è chi ha subito evocato il concetto di “primavera bosniaca”, vedendo nelle rivolte una scossa della società civile, il possibile grimaldello che porta al possibile scardinamento del sistema.
Se mai primavera dovrà essere, sarà confinata a una delle due parti del corpaccione bosniaco. L’entità serba, che pure nel 2012 aveva visto diverse proteste contro le tendenze cleptomani del suo uomo forte, Milorad Dodik, è rimasta sostanzialmente ferma a guardare. Può darsi che cambi orientamento, ma al momento questa è la fotografia. E la domanda è: fino a che punto può dirsi primavera una rivolta che coinvolge solo uno dei due emisferi del paese, quando uno dei grossi problemi della Bosnia è proprio la cortina interna tra le due entità?
In ogni caso, prima di guardare in avanti e confidare in una nuova stagione, è il caso di volgersi indietro. Negli ultimi anni ogni volta che è scoccata una scintilla ci si è aggrappati alla speranza che questa stessa scintilla potesse trasformare la Bosnia, salvo poi restare delusi. È stato così anche recentemente, con la bebolucija, una protesta esplosa contro una paralisi legislativa che ha fortemente discriminato i nuovi nati. Una protesta, rarità in Bosnia, potenzialmente multietnica. Tempo poche settimane e la cosa è scemata. Insomma: anche stavolta, fino a prova contraria, è lecito nutrire qualche ragionevole dubbio sull’esito delle rivolte contro la casta. Perché di questo, fondamentalmente, si tratta.
Qualche altro dubbio viene se si considera che, come tra gli altri ha scritto anche Stefano Giantin, collaboratore del Piccolo di Trieste di base a Belgrado, negli assalti alle sedi dei governi dei cantoni a schierarsi in prima linea sono stati spesso dei giovani disoccupati, in apparenza abbastanza manovrabili. Oltre a questo, ha scritto sempre Giantin, sui social network, era stato anticipato nei giorni addietro l’arrivo della tempesta. Suona un po’ sospetta, infine, la rapida diffusione a macchia d’olio della protesta e l’assalto contemporaneo ai palazzi del potere, in quella che è sembrata una sorta di riedizione in salsa bosniaca della tattica seguita dai dimostranti ucraini, protagonisti di occupazioni di edifici governativi sia nella capitale Kiev che in periferia.
Insomma, c’è qualche elemento che indurrebbe a credere che dietro queste proteste possa esserci una regia. Ma, se davvero c’è stata, chi l’ha coordinata? C’è uno scopo elettorale, legato al voto generale di ottobre? C’è la volontà di mettere all’angolo i partiti tradizionali? C’è, in ultima analisi, una guerra di potere, al momento catacombale, ma destinata a deflagrare, in corso in Bosnia? Se la risposta a queste ultime tre domanda è sì, allora i bosniaci saranno stati ancora una volta ingannati.”