Pubblicato in: Letteratura, musica, opinioni, sfoghi, Storia

Tra il cielo di Yuri e la nostra terra

Con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas”… Sono parole che mi sono tornate alla mente stamattina mentre ascoltavo le notizie di cronaca che rimbalzavano tra l’attacco chimico in Siria e la risposta statunitense. Quelle parole sono tratte, guarda il caso, da una canzone, intensa ed emozionante, che celebra uno dei grandi eroi russi, Yuri Gagarin. L’ha composta, ormai quarant’anni fa (1977), Claudio Baglioni, ispirato da un testo di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Tra l’altro era aprile anche il giorno in cui Gagarin spiccò il suo volo. Leggo il testo e mi chiedo: è necessario allontanarsi dalla terra, dai suoi eventi, dagli uomini che ne sono gli autori, per cogliere la bellezza? E’ necessario immergersi in quello squarcio nel cielo per vedere le lentiggini di Dio? Non è possibile sposare l’eternità anche qui, magari coi piedi piantati nella terra e il volto alzato a quel volo nell’infinito?

Quell’aprile s’incendiò, al cielo mi donai, Gagarin, figlio dell’umanità. E la terra restò giù, più piccola che mai, io la guardai – non me lo perdonò. E l’azzurro si squarciò e stelle trovai, lentiggini di Dio, col mio viso sull’oblò io forse sognai e ancora adesso io volo. E lasciavo casa mia, la vodka ed i lillà e il lago che bagnò il bambino Yuri, con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas. Come un falco m’innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità, anche l’ombra mi rubò e solo restai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.
Sotto un timbro nero ormai io vi sorrido ma il mio sorriso se n’è andato via, io, vestito da robot per primo volai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, e ancora adesso io, e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, musica, Scienze e tecnologia, Storia

La terra da quassù

image_gallery.jpgHo bisogno di volo, di distacco, di sogno. Capita giusto…

Era oggi. Ma era il 1961. Yuri Gagarin effettuava il primo volo nello spazio da parte di un uomo. Le sue parole da lassù: “la terra è azzurra, i colori sono straordinari. Dal blu il cielo passa al blu scuro, al violetto, al viola, al nero. Uscendo dall’ombra la terra sembra circondata da un anello di colore arancio, il sole è dieci volte più brillante. Non posso distinguere le costellazioni, passano troppo velocemente davanti al mio oblò. Così mi sembra il cielo: diamanti che brillano in un velluto nero”.

Canta Claudio Baglioni: “Quell’aprile si incendiò, al cielo mi donai, Gagarin figlio dell’umanità e la terra restò giù più piccola che mai. Io la guardai non me lo perdonò e l’azzurro si squarciò, le stelle trovai lentiggini di Dio col mio viso sull’oblò. Io forse sognai e ancora adesso io volo… come un falco mi innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità… nell’infinito io volo”

Canta Cisco: “Luci e colori galleggiano intorno a un mare sospeso nel vuoto, ali moderne veloci che brillano nei voli antichi sognati da Icaro. Dentro una capsula pressurizzata gesti compressi e rarefazione oltre ogni limite mai sfiorato, dentro ogni sogno mai realizzato. La Terra da qua su è meravigliosa senza più frontiere, senza più confini. Ho superato l’umana ragione in una incredula contemplazione, alla bellezza occorre distanza, allo splendore la lontananza. In quei momenti non ho più pensato, mi sono perso nell’infinito, dimenticando la mia presenza ho misurato l’onnipotenza. La Terra da qua su è meravigliosa senza più frontiere, senza più confini.”