Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Gemme, Letteratura, sfoghi, Società

Gemme n° 43

“Devo mostrare un video, ma lo commento dopo” ha esordito V. (classe quinta). Eccolo:

“Il video parla da sé: ci lamentiamo spesso ma c’è chi non ha l’essenziale e sorride comunque. A volte si conoscono alcuni paesi solo per la guerra e la povertà, ma vi sono anche sorrisi e balli. Questo video lo sento molto vicino e penso che si potrebbe fare molto di più. Mi fa sorridere pensare che spesso non vogliamo andare a scuola e ci lamentiamo, mentre qui è il desiderio più grande di questi ragazzini. E penso anche al fatto che io non so che fare il prossimo anno mentre loro hanno le idee chiare e, soprattutto, hanno un sogno.”
Mi è venuto in mente Eugenio, che è andato a fare un viaggio in Uganda, ha conosciuto i maestri della scuola del villaggio di Kisenyi, ed è tornato in Italia con l’idea fissa fississima di aiutarli. L’ha fatto e lo sta facendo.
L’avevo già scritta sul blog, ma ci sta bene: “Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza ” plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.” (Sylvia Plath, 25 Febbraio 1956)

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura

Gemme n° 3

Oggi non riporto la gemma portata da C. (classe terza) per un semplice motivo: ha “regalato” ai compagni una foto del suo battesimo. “Ho portato questa foto perché è un momento in cui sono sia con mamma che con papà. Si sono separati quando avevo quattro anni e questo è uno dei pochi ricordi che ho della nostra vitamacchinina insieme”. Sono anche io una persona che fa molta fatica a recuperare i ricordi dell’infanzia. Talvolta emergono dal passato in modo inatteso, magari grazie a un oggetto, un suono, una voce, un profumo, una foto…
Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato. Il Ricordo unisce ciò che la vita separa. E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo.” (Anton Vanligt)

Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia, Società

Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Filosofia e teologia, Letteratura, opinioni

Titubanze

Lignano maggio 09 078 fb

E’ uno scatto di 5 anni fa, 31 maggio 2009, Lignano. Ero in pausa studio, mi stavo preparando a un esame per addetto antincendio. Ho preso la macchina fotografica e sono andato in spiaggia: fresco, nuvoloso, ventilato. Mi sono seduto su un lettino già aperto e ho atteso. Questo bimbo ha cominciato a correre avanti e indietro e ho scattato. Il risultato è una foto che mi incuriosisce.
C’è il mare che mi dà senso di infinito, benché sappia che da qualche parte c’è un limite, il filo di una costa che lo respinge. Ci sono le nuvole scure all’orizzonte, promessa di un temporale, tempo bello per me che li amo nella loro imprevedibilità e nella loro incostanza, così diversi da un cielo terso (che non disprezzo). Ci sono i limiti a ricordare la prudenza, ma anche la voglia di oltrepassarli quando si possiedono gli strumenti per poterlo fare. C’è il bimbo che si tiene i pantaloni, quasi con la paura che l’acqua bassa possa bagnarli; un piede è nelle onde, l’altro è sulla battigia, il corpo è volto allo spazio aperto, non lo sguardo che è basso. Sembra titubante, come se avesse voglia di andare ma ci fosse qualcosa a trattenerlo. Sarà che oggi ho finito di leggere “La luna e i falò”.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Su piume leggere

Prendo da un sito che si occupa di poesia queste parole del perugino Sandro Penna, a commento di questo scatto di qualche anno fa che ho “rivisitato” stanotte.

Il mio fanciullo ha le piume leggere.

Ha la voce sì viva e gentile.

Ha negli occhi le mie primavere perdute.

In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.

Così l’amore insegna cose vere.

Perdonino gli dèi se non conviene

il sentenziare su piume leggere.

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Pubblicato in: Etica, Storia

Le domestiche bambine del Marocco

Nella giornata che celebra i diritti dell’infanzia pubblico questo articolo che parla delle domestiche bambine. Il pezzo si conclude con le richieste fatte da Human Rights Watch al governo marocchino. Mi permetto di aggiungere una domanda: nell’articolo si scrive che spesso quello di queste bambine è l’unica fonte di sostentamento della loro famiglia. Cosa succede ai famigliari? Si potrebbe ipotizzare che lo stesso lavoro venga svolto da un altro membro della stessa famiglia? L’articolo di Monica Ricci Sargentini compare qui.

“Lavorano dalle sei di mattina a mezzanotte, sette giorni su sette, per una paga misera,images.jpg tra gli 11 e i 61 dollari al mese che vengono versati direttamente ai genitori. Sono le domestiche bambine che a migliaia vengono mandate ogni anno a lavorare nelle case della media borghesia marocchina. Una situazione veramente vergognosa per un Paese che cerca di dare di sé una immagine moderna e proiettata verso l’Occidente. Le piccole, spesso di appena 8 anni, vengono da zone rurali e spesso il loro misero stipendio è la sola fonte di sostentamento delle loro famiglie. L’arrivo in città il più delle volte è traumatico, molte raccontano anche di aver subito molestie e violenze sessuali da parte dei padri e dei figli della famiglia ospitante. La loro vita si svolge solo all’interno delle mura domestiche ad eccezione di quando escono per qualche commissione. Ma ribellarsi e denunciare è impossibile. Parliamo di bambine semianalfabete (la metà ha smesso di andare a scuola, un terzo non c’è mai andato) che non sanno dove e a chi chiedere aiuto.

Da tempo si discute della necessità di una legge che regoli il lavoro domestico e il governo ha promesso di metterla in agenda entro il 2013. Troppo poco per Human Rights Watch (HRW) che il 15 novembre ha pubblicato un rapporto dal titolo La servitù solitaria: “Il governo – ha spiegato Jo Becker di HRW – dice che il lavoro minorile è diminuito e la scolarizzazione aumentata. E’ vero ma c’è la necessità di proteggere queste lavoratrici con azioni mirate. Il lavoro al di sotto dei 15 anni dovrebbe essere proibito. Queste ragazzine vengono sfruttare, abusate e costrette a lavorare per moltissime ore per un salario bassissimo. Nessuno sa quante siano veramente”. L’ultimo dato risale al 2001 in cui si stimava che ci fossero tra 66mila e 86mila domestiche bambine, di cui 13,500 solo a Casablanca. Oggi quella cifra, assicura HRW, si è sicuramente ridotta ma il fenomeno è ancora diffuso. Il governo ha promesso dei nuovi dati presto. In ogni caso, dicono oggi le autorità marocchine, il lavoro minorile è sceso drasticamente da 517mila persone nel 1999 a 123mila nel 2011. Agli ispettori, però, è proibito andare nelle case private per questo è più difficile quantificare il fenomeno. “Il lavoro domestico – ha aggiunto ancora Becker – è un problema serio perché queste ragazzine sono invisibili, lavorano all’interno delle abitazioni e quindi sono più vulnerabili all’abuso fisico e per loro è ancora più difficile cercare aiuto”.

Un anno fa fece clamore la morte di Khadija una domestica di soli 11 anni uccisa dalla figlia della padrona di casa perché le aveva rovinato la camicetta lavandola. La ragazzina veniva da Tagadirt, un piccolo villaggio a sud-est di Marrakesh, aveva cominciato a lavorare a nove anni per 50 dollari al mese. La donna che l’ha uccisa aveva 31 anni. Ma anche quest’episodio, seppure agghiacciante e commovente insieme, sembra essere stato dimenticato. Anche perché il fenomeno è così diffuso che spesso chi deve far rispettare le leggi (giudici, poliziotti, ministri) ha in casa una domestica bambina.

  • Human Rights Watch ha chiesto al governo marocchino e al re Mohammed VI di varare le seguenti misure:
  • Stabilire che l’età minima per il lavoro è 15 anni e prevedere multe salate per i datori di lavoro e per i reclutatori
  • Aumentare l’informazione sul lavoro domestico con una campagna stampa in cui si spiega alle ragazze come chiedere aiuto chiamando un numero verde
  • Identificare i lavoratori bambini e rimuoverli immediatamente da quella situazione
  • Perseguire penalmente chi commette violenza e abusi nei confronti dei lavoratori domestici”
Pubblicato in: Etica

Che si sposino!

Nella mia lingua c’è un detto: “Al è pies al tapon da buse”. Insomma a danno si aggiunge danno. E’ quello che ho pensato leggendo questo articolo di Edoardo Vigna.

indiantrain.jpg«Il miglior modo per evitare lo stupro delle ragazze? Facciamole sposare presto». E per presto, Sube Singh, potente rappresentante del Khap Panchayats, uno dei consigli politici locali dello Stato indiano dell’Haryana, intende prima dei 15 anni. La Giornata delle Bambine dichiarata dall’Onu è appena passata, con i suoi buoni propositi, ma le prevaricazioni nei confronti delle giovanissime continuano imperterrite. Come la violenza che ha spinto nell’abisso una povera 16enne dell’Haryana, appunto. Violata – da 5 uomini, fra cui un poliziotto – e poi incapace di reggere la vergogna, al punto di suicidarsi. «Che si sposino», ha detto sprezzante il leader del Khap, di fatto fra i veri padroni dei villaggi. Solo che, quando si superano certi limiti, anche le leadership possono vacillare. “15 stupri, 30 giorni, Zero sensibilità” ha titolato un programma tv seguitissimo, sottolineando l’insopportabile sequenza di violenze carnali subite dalle donne dell’Haryana nell’ultimo mese e l’insufficienza dell’azione di governo. «Gli stupratori dovranno subire le pene più severe. Agiremo contro di loro»: così ha voluto dichiarare con forza Sonia Gandhi, la donna più potente dell’India, capo del Partito del Congresso (formazione che guida la maggioranza, alle prese in questi giorni con un delicato rimpasto di governo), andando a trovare i genitori dell’ultima vittima. Il fatto è che non solo l’India è in cima alle classifiche per i matrimoni di bimbe, con una quota del 40%, ma l’escalation di violenza sulle donne è inarrestabile: dal 2006 al 2011 si è passati da 19.300 aggressioni (denunciate) a 24.600 l’anno. E nell’Haryana in 5 anni si è saliti da 608 a 733. La dichiarazione del leader locale ha portato reazioni forti. «Così, con un sopruso si legittimano le nozze delle minorenni», ha sottolineato Indira Jaising, avvocato alla Corte Suprema e attivista. «Alla fine porta a concludere che anche le nozze giustificano lo stupro. Ma se già un’adulta fa fatica a difendersi, all’interno di un matrimonio, dalla violenza del marito, come potrebbero farlo delle bambine?».

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L’inferno in terra

Quello che posto è un articolo di Ettore Mo, scritto per Sette. E’ un pezzo duro e crudo che parla di prostituzione infantile, di ricatti, di donne colpite dall’acido…

infanzia,india,prostituzione“”L’India è uno dei quattro Paesi più pericolosi del mondo per le donne”. Questa è la conclusione cui è giunto un team di scienziati ed esperti al termine di un’ampia e meticolosa inchiesta sulle condizioni socio-economiche del Paese. Affermazione che non manca di sorprendere, se si tiene conto che le tre più alte cariche dello Stato (presidente, primo ministro e speaker della Camera) fino a poco tempo fa erano in mani femminili, mentre è una donna il capo dell’opposizione. Ma esiste veramente un “campo” dove il fatto di essere donne e, come tale, esercitare la professione “più vecchia del mondo” comporta paure, rischi e pericoli che qui appaiono ancor più gravi che altrove: per cui non esiterei a includere il Bangladesh tra i quattro Paesi che costituiscono una perenne minaccia per il gentil sesso. E per conoscerlo meglio ho fatto un pellegrinaggio dal quartiere a luci rosse di Faridpur ai luoghi d’incontro della città di Daulatdia fino a quell’incantevole eremo che è l’isola di Bania Shanta, interamente popolata da prostitute. Non è quindi fuori luogo sostenere che il mercato del sesso è una delle fonti più cospicue dell’economia nazionale.

Tanto intensa è l’attività dei bordelli di Faridpur che, un giorno, il flusso dell’acqua nelle fogne cittadine è stato bloccato da una massiccia staccionata di preservativi. Ogni giorno a Daulatdia – il casino numero uno del Paese e uno dei più grandi del mondo – 1.600 “sex workers” – ovvero operaie del sesso – “smaltiscono” 3.000 clienti. La pressione esercitata sulle autorità di Dhaka per far chiudere i postriboli è finita nel nulla. Così come è fallito anche l’ultimo tentativo quando 10mila persone, istigate dagli integralisti islamici, si sono ammassate attorno al più grande bordello di Maridpur, che è anche il più longevo, coi suoi 150 anni, e dà lavoro a 500 ragazze. Per molte delle quali, il “mestiere” è una tradizione di famiglia, trasmesso in illo tempore dall’antenato alla bisnonna, quindi alla nonna e alla madre e giù giù sulle stesse ataviche lenzuola, fino alle nipoti e nipotine. Oggi, una mamma vende la propria figlia ai trafficanti del sesso (se il dato risponde a verità) per circa 20mila taka – circa 250 dollari – e questi provvedono a rivenderla, col dovuto compenso, al lupanare che ha bisogno di “carne fresca”, da dove non uscirà mai più. Chi rimane incinta – ciò che avviene spesso – spera di dare alla luce una bambina : che le resterà accanto fino all’ultimo giorno della sua vita e potrà così continuare la tradizione di famiglia. Non sembra esserci alternativa alla prostituzione, in Bangladesh: dove una bambina di neanche undici anni confessa di essere stata violentata da uno zio grosso e malvagio; o dove – da come riportano le cronache – le giovani e “maritalmente inappagate” signore dei postriboli, nascondono i piccoli sotto il letto affinché non sentano le urla e i gemiti del connubio con lo spasimante o col cliente di turno, che alla fine lascerà sul cuscino un bel mucchietto di taka. Nonostante le veementi proteste del clero e degli integralisti islamici, non sarebbero meno di 100mila le donne che nel Bangladesh offrono sesso a pagamento: che in media possono contare su una ventina di clienti per settimana. In pieno sviluppo l’industria dei preservativi, che avrebbe ridotto al minimo gli “incidenti sul lavoro” delle ragazze, il cui ingresso nelle “case chiuse” non sarebbe consentito prima dei 14 anni, anche se una legge del 1982 lo posticipa ai diciotto.

Ma quello dei 300 bambini che vivono tuttora nei bordelli accanto alle loro mamme, completamente ignari delle ragioni che li hanno costretti a trascorrere la propria infanzia in uno spazio tanto limitato e triste, è il dramma che più intenerisce e allo stesso tempo ti sconvolge: anche perché molti di loro sono vittime non solo della vicenda della prostituzione ma anche della guerra scatenata da mariti, amanti e fidanzati respinti che hanno deturpato per sempre il volto delle loro donne, alterandone orribilmente i lineamenti con spruzzate di acido solforico. Un gioco diabolico e crudele che produce un’infinità di mostri. Si raccontano storie incredibili: come quella di Durjoy, un bimbo di appena un mese nutrito con acido nel biberon e costretto a respirare attraverso un buco che gli era stato aperto in gola. Ma nessuno – ha ammesso la madre, Etie Rani – è stato assicurato alla giustizia e punito per un simile reato, per cui è prevista, dal 2002, la condanna a morte, anche se ogni anno vengono segnalati non meno di cinquecento attacchi contro minori. Il ricorso all’acido è un fenomeno in continua espansione fra i criminali del Bangladesh che cercano le loro vittime soprattutto fra i bambini e le donne. E non di rado i delitti vengono commessi fra le pareti domestiche: come è accaduto a una donna di 21 anni, Hawa Akther, sposata, cui il marito – Rafiqui Islam – ha tranciato di netto le dita della mano destra perché s’era iscritta a un corso di studi senza il suo permesso ed era evidentemente geloso del suo successo scolastico. Aveva preparato e compiuto con calma e precisione la sua operazione punitiva: legata e imbavagliata la moglie, si è servito di una scure da macellaio e ha buttato nel bidone della spazzatura quanto restava delle dita recise sotto le nocche, in modo che non potesse mai più dilettarsi con la scrittura. L’accusa che siano talvolta le donne stesse a provocare gli attacchi con un comportamento frivolo e disinibito come insegnano certi manuali sull’arte della seduzione, francamente non regge. «La nostra faccia è il nostro destino», commenta Monira Rahman, dello Asf (Acid Survivors Foundation) in funzione dal 2004. «Quando la si cambia, anche il nostro destino cambia. Le donne e le ragazze sono spesso così cheap (di poco valore) che gli uomini hanno la sensazione di poterle manipolare e distruggere come vogliono». Nei 17 bordelli del Bangladesh, tutti legalmente autorizzati a svolgere la propria attività, le ragazze più giovani, generalmente mingherline, prendono una pillola per dare maggiore consistenza e rotondità al proprio fisico, la stessa pillola che si dà alle mucche, appunto “cow pill”, pillola delle vacche, o meglio ancora, per rispettare il linguaggio scientifico, Oradexon. La sensazione che ho avuto, credo condivisa dal fotografo Luigi Baldelli, in questo esotico (ma non in senso estetico) pellegrinaggio tra bordelli urbani e rurali, è di una umanità sofferente e quieta, rassegnata al proprio destino. Il primo bordello in cui approdiamo è in realtà un villaggio molto esteso, di case basse a un solo piano con tetti di lamiera arroventati dal sole e lacere tende invece della porta e senza neanche una finestruola che faccia entrare un po’ di luce. Alcune abitazioni hanno i piedi in acqua, e lungo il selciato vedi donne che lavano energicamente i propri indumenti mentre altre indugiano in chiacchiere sui pontili e sulle barche.

Dalla capitale Dhaka sono sufficienti cinque ore di macchina per raggiungere Shatkira, città del Meridione che qualcuno ha definito «museo delle sfigurate poiché nelle sue strade passeggiano non poche donne sul cui volto l’acido degli integralisti fanatici ha lasciato tracce. Alcune sono rimaste completamente cieche, altre totalmente sorde ed è molto difficile», commenta amaramente il Dr. Samanta Lal Sen, primario del Dhaka Medical College Hospital, «che si riesca a restituire la fisionomia originale a una donna o a un uomo i cui volti abbiano subito oltraggi e alterazioni davvero spaventose». È comunque molto amara la constatazione di Amiruzzaman, funzionario di ActionAid, la grande organizzazione non governativa, quando affronta il problema della condizione delle donne nel Bangladesh, «ritenute fra le più disperate del mondo», e aggiunge che gran parte della responsabilità «debba essere attribuita all’immobilismo di un governo e di istituzioni che non hanno alcuna intenzione di ridimensionare il ruolo del maschio, che qui non ha una moglie ma una schiava, come sono schiave le sue figlie e come lo saranno le sue nipoti». Sarebbe tuttavia scorretto ignorare che ci sia stato qualche non lieve cambiamento: solo qualche anno fa sembrava impossibile che in queste remote regioni asiatiche la donna potesse accedere all’università o che il suo salario fosse equiparato a quello del marito fino all’ultimo centesimo. Tuttavia ancora sopravvive il maschio che taglia le dita alla moglie perché non gli ha chiesto il permesso di frequentare l’università.