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Paradiso e miseria

oro

“Vidi un uomo che giaceva al suolo con la testa quasi sepolta nella sabbia mentre le formiche correvano tutte intorno a lui. Era una vittima della malattia del sonno che i compagni avevano abbandonato là, probabilmente qualche giorno prima, perché non potevano più fargli proseguire il viaggio. Benché respirasse ancora, non v’era più speranza. Intanto che mi occupavo di lui potevo vedere attraverso la porta della capanna le acque azzurre della baia incorniciate dagli alberi verdi, una scena di una bellezza quasi magica, che appariva ancora più incantevole inondata com’era dalla luce dorata del sole al tramonto. Vedere un tale paradiso e allo stesso tempo una miseria così spietata e senza speranza era opprimente”.
Albert Schweitzer, Dove comincia la foresta vergine, 1921

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Le 12 tesi di Spong. 11

Pubblico l’undicesima tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

dio giudiceLa speranza della vita dopo la morte deve essere per sempre separata dalla moralità del premio e del castigo, la quale non è altro che un sistema di controllo della condotta umana. Pertanto, la Chiesa deve abbandonare la sua dipendenza dalla colpa come motivazione del comportamento.
Nella liturgia cristiana, si percepisce frequentemente Dio come colui che tutto vede, come il giudice che tutto sa, come qualcuno che è pronto a emettere una sentenza in base alla nostra condotta. (…). Difficilmente si può credere in un Dio simile quando assumiamo la consapevolezza delle dimensioni dell’universo. Dove abiterebbe questo Dio che tutto vede? (…).
Esistono anche altri problemi rispetto a questa interpretazione di Dio (…). Nel XIX secolo, gli esseri umani hanno cominciato ad accettare l’esistenza di un profondo condizionamento sociale della condotta. (…). Nel XX secolo, il mondo occidentale ha scoperto quanto profonda sia l’interdipendenza psicologica umana. (…). Considerare la vita solo in base alla condotta e ai nudi fatti è sancire un mondo radicalmente ingiusto. Se è questo quello che Dio fa, allora è un Dio radicalmente ingiusto. (…).
Nel 2009 ho scritto un libro sul perché credo nella vita dopo la morte. È stato pubblicato con il titolo Eternal Life: A New Vision (“Vita eterna: una nuova visione”). La direzione da seguire per raggiungere tale nuova visione era espressa nel sottotitolo: “Al di là della religione, al di là del teismo, al di là del cielo e dell’inferno”. Credo che la vita eterna debba restare per sempre separata dai concetti di premio e castigo, o di cielo e inferno. (…). So di molti adulti talmente spaventati dal ritratto presentato dalla Chiesa di un Dio giudice disposto a punire il malvagio da condurre la propria esistenza sotto la spinta non dell’amore, ma della paura. Il comportamento giusto motivato dalla paura può essere mai realmente giusto? (…). Se il Vangelo di Giovanni dice la verità, come credo che sia, la promessa che ci fa Gesù non consiste nel renderci religiosi, morali o credenti autentici; (…) consiste, secondo le parole scritte da Giovanni, nel dirci di essere venuto «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».”

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Gemme n° 179

«Outside the street’s on fire in a real death waltz,
Between what’s flesh and what’s fantasy
And the poets down here don’t write nothing at all
They just stand back and let it all be
And in the quick of a knife, they reach for their moment
And try to make an honest stand
But they wind up wounded, not even dead.
Tonight in Jungleland.»
Bruce Springsteen, 1975
La giungla d’asfalto non ha pietà.
Quella di Bruce è una canzone di quasi quarant’anni fa, ma a mio parere il suo significato è oggi valido più che mai.
La vita non è mai facile, per nessuno. Ognuno ha i suoi piccoli grandi drammi e tragedie da affrontare; indubbiamente viviamo in un inferno. Tuttavia, la capacità che ognuno dovrebbe sviluppare è proprio quella di individuare e dare spazio a chi e cosa, in mezzo all’inferno, non sono inferno. Questa bellissima lezione di vita mi è stata data da tre donne fondamentali nella mia vita: mia mamma, mia nonna e Regina.
Donne, persone, molto diverse tra loro, ma accomunate da una forza e da un coraggio non da poco nell’affrontare una vita non sempre così gentile con loro.
Mia mamma ha gli occhi dolci e verdi. Ha lottato tutta la vita e continua tutt’ora a lottare contro una realtà dura. Mi dice sempre di non prendere esempio da lei, perché si definisce spesso debole; continuo a non ascoltarla e a stimarla sconfinatamente.
Gli occhi di mia nonna invece sono come il ghiaccio: sembrano freddi e indomiti. Un marito difficile, una situazione difficile, una malattia difficile non sono riusciti a fermarla: a 77 anni suonati è ancora allegra e cinguettante come una quattordicenne.
Quando Regi viveva a San Cristòbal aveva tutto: una carriera, una famiglia e una casa in montagna. Nel 2003 si ritrovò qui in Italia, un Paese ostile, con una famiglia sulle spalle e spese infinite da pagare. Regina ha dovuto cominciare da zero, lavando pavimenti e facendo ripetizioni di spagnolo a poco prezzo, ma non per questo è una persona meno intelligente. Con la sua forza e il suo coraggio mi ha insegnato che la qualità della persona non dipende dai suoi soldi o dal suo lavoro, ma dal suo cuore.
Queste tre persone sono dei veri riferimenti per me. Spesso mi capita di ritrovarmi rinchiusa in una realtà che non mi appartiene e molti sono i momenti di sconforto. Poi però guardo gli occhi di queste donne, che hanno combattuto, che hanno sofferto, ma che infine hanno vinto; allora decido di andare avanti.”
Sento di aver ben poco da dire dopo queste parole di B. (classe terza). Faccio un’unica cosa: vado tre anni più indietro di lei per dedicare una canzone di Aretha Franklin cantata da Carole King alle sue tre donne.

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Ho veduto solo una volta

Una poesia di Jaroslav Seifert che ho trovato su Interno Poesia.

Ho veduto solo una voltaseifert

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

da Vestita di luce (Einaudi, 1986), trad. it. S. Corduas

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Gemme n° 50

“Con la mia gemma desidero affrontare un tema serio in modo leggero”. Così B. (classe quarta) ha voluto presentare la sua gemma, un’intervista a Jim Carrey al David Letterman Show (fino al min. 4,30).

“Anche io penso che il paradiso sia qua, ma credo che vada cercato e costruito, attraverso il modo in cui si affrontano le cose. Si possono creare situazioni in cui c’è il paradiso. In estate ho avuto un brutto litigio con una carissima amica, e in conseguenza di quello ci siamo staccate a lungo. Tre settimane fa, ho deciso di vivere il mio paradiso, sono andata da lei e l’ho solo abbracciata: abbiamo iniziato a tremare e a ridere, era come se fossimo in paradiso. Non serve aspettare per arrivare in paradiso”.
Mi sono venuti in mente la sequenza finale di Una settimana da Dio e un racconto:

“Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. “Monaco”, gli disse “insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!”.
Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: “Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto.”
Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco.
“Questo è l’inferno”, mormorò il monaco.
Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace.
“E questo è il paradiso”, mormorò il monaco.”
(Bruno Ferrero, L’importante è la rosa)

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Una chiave da sola non significa niente

A inizio della quarta trattiamo l’argomento della morte e dell’aldilà e in quinta affrontiamownUuRT22G1hf_s4.jpg in questi giorni il problema del male: entrambi i temi sono toccati in questa intervista apparsa su Avvenire. Fabrice Hadjadj è un giovane pensatore francese (42 anni), da poco tempo direttore dell’Istituto Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, già vincitore del prestigioso Grand Prix Catholique de Littérature con Farcela con la morte (Cittadella); torna da oggi in libreria con Il Paradiso alla porta. Saggio su una gioia scomoda (Lindau, pp. 480, euro 29). L’erudizione dell’autore (che spazia da Kafka a Dante, da Yves Bonnefoy a Marcel Proust, fino a Dante e all’amato Nietzsche) si sposa con la passione dell’intellettuale che fa della propria fede cattolica (scoperta in età adulta: si fece battezzare a Solesmes) una feritoia per pensare il reale in maniera ancora più spregiudicata, e non un muro che impedisce l’avanzare del ragionamento. L’intervista è di Lorenzo Fazzini.

«Il paradiso è un orizzonte di fecondità traboccante, e non un sogno sterilizzatore. Perché la nostra vita sarebbe sonnolenta senza questo accidenti di bisogno di Eden». È quanto scrive nel suo libro. Come far sì che il paradiso non «sterilizzi» le aspirazioni umane?

«Marx pretendeva di sbarazzarsi del paradiso celeste, per tornare all’idea di un paradiso terrestre, dove però l’oppio viene immesso nelle vene delle persone in dosi mortali. Lo diceva già Paul Claudel: “Quando l’uomo tenta di realizzare il paradiso in terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno”. Perché avviene ciò? Perché si pretende di agire da un’ideologia del bene totale, realizzabile con le nostre mani. La speranza dei paradiso celeste impedisce questa follia totalitaria».

La fede nel paradiso però non ci ha risparmiato Auschwitz o i gulag…

«Però essa ci ricorda che noi non abbiamo l’ultima parola e che il viso di qualunque altro nostro prossimo è chiamato a risplendere di una gloria divina. Da ciò consegue che, se noi agiamo per il bene, questo non avviene secondo una proiezione ideale o un piano quinquennale, ma perché riconosciamo il primato dei volti sulle idee e perché crediamo che sul più antipatico tra i volti di chi incontriamo si posa uno sguardo di infinita tenerezza. Di conseguenza, a noi tocca un rapporto personale, concreto e attento con chiunque si fa a noi incontro».

«Nietzsche è salvato». Lei ha un passato nietzschiano e anche oggi considera il filosofo de «La gaia scienza» un interlocutore fondamentale. In che senso Nietzsche si è “guadagnato” la salvezza?

«Certamente non pretendo di sondare il mistero delle anime né anticipare il giudizio di Dio. Se dico che Nietzsche è salvo, lo faccio come fece Dante, che decideva di mettere certe persone in paradiso e altre all’inferno. Vedrei bene Nietzsche nel cielo di Marte. Ma questo augurio ha un fondamento ragionevole. Nietzsche voleva combattere contro il nichilismo e il fondo del suo impegno era di tipo “eucaristico”».

Perché tira in ballo l’eucaristia?

«Mi spiego meglio. Se Nietzsche criticava il cristianesimo (ma anche il platonismo, la metafisica e il buddismo …), lo faceva perché pensava che tutti questi sistemi, senza distinzioni, rifiutano quel che ci è chiesto qui e ora. A suo dire essi inventavano un al di là di apparenze, un “dietro-mondo”, con lo scopo di disprezzare e calunniare questo mondo. Nietzsche voleva che si dicesse “sì” al mondo e che ci si mettesse dentro una sorta di azione di grazie davanti a tutto quel che ci veniva presentato. Ancor oggi egli propone un’obiezione eccellente a quanti propongono un paradiso di evasione, di fuga davanti al nostro stupore e alla nostra responsabilità sulla Terra. Ci permette di ritrovare il verso senso del paradiso cristiano, che non è un “altrove”, ma un “in mezzo a voi”, come disse Gesù, il quale ci comandava di stupirci davanti a un fiore di campo e all’incontro dei più poveri e piccoli tra noi».

Pur trattando del paradiso, il suo saggio parla anche dell’inferno come «luogo della tolleranza divina». Con esso, lei scrive, «Dio si inchina dinanzi a chi rifiuta liberamente e volontariamente la sua grazia, tollera per sempre questa dissidenza, perché se può rapire un’anima, non vuole sequestrarla». Oggi però dai pulpiti si sente parlare poco di quelli che i nostri padri chiamavano i «novissimi»…

«Se non si parla dei novissimi non si parla di noi stessi. Aristotele sosteneva che la causa finale è la causa delle cause. È la finalità che dice il perché ultimo di un essere. Faccio un esempio: se si trova per caso una chiave, essa non significa niente da sola. Sono la porta e la serratura che essa apre che ci dicono la natura vera di quella chiave. Possiamo dunque affermare che la meditazione sulle cose ultime ci illumina sulla natura dell’uomo. Ad esempio: per avvicinare con verità il corpo umano, bisogna conoscerne la vocazione ultima, ovvero riflettere sul corpo glorioso».

Perché si tace sui «novissimi»?

«A mio giudizio per due ragioni: vogliamo far apparire la Chiesa come una forza alleata del progresso. E quindi rischiamo di ridurla a una super-assistente sociale, un’esperta psicologa o una grande moralizzatrice. Secondo: la predicazione sui fini ultimi è indebolita da un immaginario datato, evasivo e che non risponde più alla sensibilità moderna: non ha saputo rinnovarsi né attraversare la critica nietzschiana, ben più forte di quella marxista».