Pubblicato in: musica

Il mondo degli Emo


Diogene Magazine è una rivista di filosofia del quotidiano. Da lì ho tratto questo articolo di Alessandro Peroni pubblicato sul numero di marzo 2008, che ne dite?

 

Gli Emo: chi sono e perché (non) è giusto disprezzarli

Una ricerca sulla nuova ineffabile moda giovanile: fenomeno superficiale o ultima frontiera del nichilismo? 1918953827.jpg

Nel corso delle mie ricerche sul mondo goth (cfr. Diogene, n. 9), mi sono imbattuto in un nuovo termine: “emo”. I Goth (o Dark) ci tengono infatti a rimarcare la loro differenza dai cosiddetti Emo Kids, una corrente della subcultura giovanile con la quale i Goth sono talora confusi. Dal punto di vista dello stile e dell’abbigliamento, l’elemento comune tra le due tendenze è senz’altro il colore nero, ma questo, naturalmente, non basta a fare di un Emo un Goth o viceversa. Peraltro, è da immaginare che neppure gli Emo vogliano essere scambiati per Goth. Addirittura, nella maggior parte dei casi, gli Emo negano di essere Emo! Ma cerchiamo di definire un fenomeno che sembra sfuggire a ogni determinazione.

Il Corriere della Sera nel luglio scorso ha pubblicato un articolo che si occupava della moda emo. Questa, per la precisione, era stata individuata e descritta poco tempo prima dal Times, che aveva dedicato a essa ben due pagine. Come sempre, è stata la stampa inglese a identificare e “canonizzare” una nuova moda giovanile: ricordiamo, ad esempio, che uno stile tipicamente americano come il grunge degli anni Novanta fu in realtà “scoperto” dai giornali inglesi. Anche nel caso dell’emo, la componente musicale risulta essere fondamentale: il termine “emo” deriva, infatti, da emotional hardcore (o emocore), un filone musicale del post-punk nato nella città di Washington alla metà degli anni Ottanta (così come, pochi anni dopo, Seattle fu la patria del citato grunge). Il termine fu coniato dagli iniziatori del genere (ad esempio Rites of Spring ed Embrace) per indicare una svolta “ideologica” ed estetica dell’hardcore originario: il nuovo stile voleva, infatti, in primo luogo “emozionare” l’ascoltatore. Al di là del termine, sono scarsi i legami tra la scena musicale

di Washington D.C. della metà degli anni ’80 e la moda attuale. Ideologicamente, rimane però la ricerca di una musica che riesca a “emozionare”. Gli Emo, quindi, non mancano di propri punti di riferimento nel mondo della musica (30 Seconds To Mars, My Chemical Romance, per citare i più noti), ma, al contrario di altre sottoculture, non risulta che coltivino il mito di grandi artisti del passato. Se Rocker, Punk o Goth non possono trascendere i 30 (o anche 40) anni di storia dei rispettivi movimenti, gli Emo sembrano assolutamente (e desolatamente) immersi nella loro contemporaneità.

Come in tutti i movimenti giovanili, alla musica si associa invariabilmente un look. Nel caso degli Emo, le scarpe sono generalmente le classiche Converse All Star, calzature che hanno fatto la storia del rock (erano quelle dei Ramones, degli AC/DC e di molti altri), ma gli Emo non disdegnano neppure le Vans e altri capi dell’abbigliamento tipici degli Skater (ovvero, coloro che utilizzano lo skateboard: più che un gioco, uno stile di vita). Le caratteristiche estetiche principali degli Emo, comunque, sono il tipico ciuffo asimmetrico che copre un occhio (i capelli sono generalmente tenuti lisci e scuri) e il trucco nero sugli occhi. Gli accessori più diffusi sono vari oggetti metallici pendenti a forma di teschio o cuore spezzato. Poiché gli Emo sono un fenomeno essenzialmente adolescenziale, i luoghi in cui li si può sicuramente incontrare sono le scuole, dove la loro presenza è sommamente discreta. È infatti una loro caratteristica quella di tenersi in disparte con aria depressa. L’Emo non è alla ricerca di un’autoaffermazione, né desidera rendere manifesta una rabbia generazionale: piuttosto esprime silenziosamente la propria estraneità alle tensioni dell’esistenza. Con lo sguardo triste, egli ci comunica tutta la sua profonda disperazione.

Gli Emo sembrano dunque rappresentare l’ultima frontiera nel campo del nichilismo giovanile. Non “credono” in nulla, neppure nella loro stessa subcultura: come nota Michele Kirsch nel suo “tentativo di inchiesta” sul Times, un Emo non dichiara mai di essere tale, non mostra orgoglio di appartenere a un “movimento”, e neanche è in grado di spiegare cosa significhi “emo”. Semplicemente si lascia vivere con il pensiero costantemente rivolto alla morte, eventualmente per suicidio. Un atto che, comunque, il bravo Emo non commette in quanto, di per sé, troppo determinato: piuttosto, si lamenta per non avere la forza di suicidarsi! Lo spazio dove la cultura emo si esprime con maggiore evidenza è, ovviamente, Internet, in particolare nelle pagine personali di MySpace, dove chiunque può scrivere liberamente i propri interventi.

Su Internet si trovano, infatti, i post degli Emo e i disegni emo, questi ultimi spesso cupamente autoironici. Ricordiamo, ad esempio, la divertente vignetta di un Emo Kid che, per corteggiare una ragazza, letteralmente le “dà il suo cuore”, nel senso che se lo strappa dal petto e lo porge all’amata ancora sanguinante. Se gli Emo manifestano (più coi fatti che con le parole) il loro desiderio di isolarsi dal mondo, il mondo non sembra disposto a concedere loro questo lusso: se si compie una ricerca su Internet, infatti, non è raro imbattersi in siti che degli Emo si fanno beffe. Nel mondo reale, poi, gli Emo Boys sono generalmente fatti oggetto di scherno e di scherzi pesanti da parte dei compagni di scuola: il loro rifiuto di assumere gli atteggiamenti da macho tipici degli adolescenti è, infatti, percepito come segno di una debolezza che deve essere punita. Della persecuzione di cui è fatto oggetto, l’Emo, coerentemente, sembra godere, traendone conferma della propria “diversità” e dell’incapacità degli “altri” di comprendere la sua profonda sensibilità.

Secondo il giornalista del Times, tuttavia, gli Emo Boys riscuotono un grande successo tra le coetanee (e non solo tra le Emo Girls). Gli Emo sono infatti considerati sensibili, fedeli, gentili e affidabili, l’esatto contrario del classico maschio adolescente. Nonostante la sua assoluta impalpabilità, il “fenomeno emo” mi sembra comunque degno di una certa attenzione in virtù di alcune sostanziali singolarità: nonostante l’inevitabile esibizione di simboli identificativi (scarpe, pettinature, abiti, accessori), forse per la prima volta ci imbattiamo infatti in una subcultura giovanile che non si basa sull’orgogliosa appartenenza a un movimento. Come si è detto, l’Emo, con i suoi atteggiamenti distaccati e con il rifiuto stesso di un’etichetta, compie un atto di supremo nichilismo. Se, come sosteneva Nietzsche, negare è già di per sé una manifestazione di volontà, gli Emo, nel loro radicale antivitalismo, vanno oltre: ritengono che negare sia un atto superfluo e trascinano la loro esistenza nell’accettazione della sua superfluità.

Un pensiero riguardo “Il mondo degli Emo

  1. Salve prof sono Francesco, 4DL.
    Riguardo agli emo: utilizzano le scarpe dei rocker o degli skater, si vestono di nero come i dark, quindi nn hanno un loro stile ma semplicemente scopiazzano dagli altri.

    ” un Emo non dichiara mai di essere tale, non mostra orgoglio di appartenere a un movimento ”

    Xké allora vengono inseriti in questo movimento ke nemmeno loro vogliono avere o dichiarare di appartenere? Sono gli altri quindi i NON-emo ke definiscono altre persone emo… e la cosa nn ha senso, xk ognuno di noi è l’unico ke sa veramente cosa pensiamo e dato ke un presunto emo nn dichiarerà mai di essere tale nessuna saprà mai se è emo oppure no…

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