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Comprendere l’incomprensibile

Che cosa può esserci, in effetti, di più frustrante del tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso? Pensare Auschwitz, soggetto altamente destabilizzante, è possibile solo in uno stato di permanente crisi del pensiero. Pensare Auschwitz significa fare di questo lager simbolo uno dei paradigmi della crisi della contemporaneità”.
Penso di leggere prossimamente il libro “Auschwitz e la filosofia” (Diogene Multimedia, 172 pagine, 12 euro) di Giuseppe Pulina. Per ora pubblico l’intervista all’autore di Serena Lietti pubblicata in maggio su Diogene MagazineLe_radici_del_pensiero.
Cos’è Auschwitz per l’uomo e per la storia?
Se dicessi che dipende dall’uomo e dalla storia a cui ci si riferisce, non solo devierei dalla domanda, ma cadrei in un fraintendimento che può risultare pericoloso. Contro tale rischio – contro cioè la possibilità di relativizzare Auschwitz, provando a costruire indici e unità di misura – ho argomentato le tesi di questo libro. Fatta questa premessa, devo dire che Auschwitz rappresenta per molti filosofi l’evento che ha forgiato la nostra condizione di contemporanei. C’è stato un tempo in cui ciò che era accaduto rappresentava il passato (ed è questa la classica percezione del passato); siamo ora invece in un tempo (un’era senza tempo, si potrebbe dire) in cui il presente non può più prendere le distanze da quello che è stato. Può essere che tutto ciò abbia a che fare con il senso di colpa derivato dalla gravità del fatto compiuto (Auschwitz, nella fattispecie) e con il disperato tentativo di riscattarlo. In parole povere, Auschwitz continua a essere una grossa insidia per tutte le teologie, ma anche per una filosofia che voglia fare i conti con la storia.
Si può “spiegare” Auschwitz?
Stando così le cose, spiegare Auschwitz può risultare un’impresa impossibile. Auschwitz, come direbbe Jankèlèvitch, è un abominio metafisico (e già in questa definizione c’è qualcosa di significativamente anti-heideggeriano), perché non vi è possibilità di farsene una ragione. Gli stessi negazionisti, se ci pensiamo bene, non spiegano ma negano lo sterminio. Se provassero a spiegarlo, dovrebbero innanzitutto ammetterlo e, in un secondo momento, provare a comprenderlo, ma, essendo un fatto così assurdo e incredibile anche per loro, si guardano bene dall’arrischiarsi in un’impresa in cui il fallimento è certo. Se non si può spiegare Auschwitz, che cosa resta da fare allora? La filosofia, soprattutto quando conduce la sua indagine nel campo delle azioni umane, ha il compito di comprendere e di non arrestarsi davanti a nessuna difficoltà, ma, in presenza di Auschwitz e di quello che rappresenta, ogni suo sforzo rischia di essere vano. Proprio questa consapevolezza però legittima le pretese della filosofia che, se non potrà spiegare Auschwitz, dovrà comunque interrogarsi in merito alla sua irriducibile incomprensibilità. Dovremmo, in realtà, chiederci, come faceva Primo Levi, se proprio questa incapacità di fatto non sia, tutto sommato, una garanzia. Potrà mai la ragione spiegare perché migliaia di bambini sono morti soffocati nelle camere a gas? Auschwitz mette in fuga anche la più temeraria delle teodicee.
copertina_Auschwitz_WEBChe ruolo ha il ricordo nella vita dell’uomo e dell’umanità? È qualcosa di meramente passivo o vi è una responsabilità del ricordare, una parte attiva compiuta dal soggetto, più o meno consapevolmente?
Auschwitz e la filosofia non è una rassegna ragionata delle posizioni che i filosofi, nel corso di epoche diverse, da Leibniz a Jonas, hanno assunto nei confronti del male. Ma Auschwitz non è nemmeno un pretesto per aggiornare la lezione filosofica sul male. Con Auschwitz abbiamo avuto la prova di essere capaci di concepire e realizzare l’inconcepibile. Mi domando allora se tanto dolore possa essere contenuto, compreso e metabolizzato. Ciò significa chiamare in causa la memoria, affidarsi ai suoi meccanismi, averne possibilmente cura, per assumere consapevolmente il ricordo. È chiaro che nella memoria convivono atti che avvengono spontaneamente (con cieca necessità, verrebbe da dire) e altri che innervano passivamente la trama del ricordo. Voglio dire che ci sono cose che non riusciamo a dimenticare e altre che scegliamo di ricordare. Come dico nel libro, citando Borges, siamo sempre responsabili di ciò che ricordiamo e di ciò che dimentichiamo. Se non noi stessi, chi può rispondere della memoria che ci appartiene? A questo punto, sarà chiaro che per me Auschwitz è memoria alla quale apparteniamo.
Che fisionomia ha la memoria di Auschwitz?
Si va ad Auschwitz per vedere con i propri occhi ciò che è stato. Si leggono libri su Auschwitz e sulla Shoah. Si vedono soprattutto film che raccontano lo sterminio. Si fanno ancora tavole rotonde sulla “soluzione finale” e si organizzano le Giornate della Memoria. Auschwitz assume una fisionomia composita, varia e complessa. La nostra percezione se ne arricchisce, facendosi sempre più analitica. In tutto ciò vedo il tentativo non facile di dare corpo alla memoria e di rinnovare e potenziare le modalità con cui si esplica. Un bel film sulla Shoah non è solo una speculazione hollywoodiana. È uno dei modi in cui oggi è forse più facile ingegnarsi per raccontare Auschwitz. Ma deve essere chiaro che non possono bastare le Giornate della Memoria per ricordare. Queste servono per ricordare che dobbiamo ricordare; sono un po’ come il nodo al fazzoletto che ci capita di fare per non dimenticare qualcosa di importante. Che cosa fare però quando non sappiamo spiegarci il perché di quel nodo che non riusciamo più a sciogliere? Di quale utilità è stato il nostro proposito di ricordare per ricordare?
Cosa si può dire di nuovo rispetto a un tema così discusso? In che modo lo affronta? Quali filosofi chiama in causa?
Su Auschwitz si è scritto e detto tanto in filosofia, e, quindi, dire qualcosa di nuovo è difficile. La novità, se così si può dire, può essere l’approccio, il modo in cui la questione viene presa e affrontata. Quello che compio è una sorta di esercizio per ripensare Auschwitz, partendo dal filosofo, Leibniz, che ha sostenuto essere questo nostro mondo il migliore dei mondi possibili. Che cosa avrebbe mai detto all’interno di una camera a gas? Quanto avrebbe trovato insoddisfacente la teoria di un male radicale per parlare di Auschwitz? Credere in Dio – e Leibniz, ricordo, era un credente – può aiutare ad accettare, se non proprio a comprendere, il male. Con Auschwitz, ho detto, la teodicea si scontra con un’insufficienza strutturale: quanto più è grande il male, tanto più il Dio che, non impedendolo, lo ha consentito, dovrà venire magnificato, perché solo ad un Dio che avrebbe potuto, ma non ha fatto, può essere consentito di agire così. Si fa allora inevitabile il confronto con il pensiero ebraico e l’idea di un essere divino di cui, come direbbe Jonas, bisognerebbe ridefinire il concetto. Jonas, appunto, ma anche Jankélévitch, Jabès, Adorno, Bauman, Ricoeur, Lévinas, Morin, Anders, Arendt sono i filosofi che interpello e interrogo. Non poteva non esserci Heidegger, anche se sono convinto del fatto che il “caso Heidegger” una volta risolto non archivierà affatto la questione delle responsabilità della filosofia di fronte ad Auschwitz, ammesso che non si voglia davvero fare di Heidegger il punto terminale di una bimillenaria, lineare e univoca tradizione di pensiero, cosicché regolati i conti con Heidegger, liquidiamo nello stesso istante l’intera filosofia.
Con un occhio rivolto all’oggi e uno al passato, l’uomo impara dalla Storia o incede ripetendo pericolosamente gli stessi errori?
Non credo che dalla storia si possa apprendere una qualche lezione per il futuro, ma nemmeno ritengo che, per questo motivo, sia da ritenere una cattiva maestra. Se poi fosse realmente una cattiva maestra, non è da escludere che la sua frequentazione possa esserci comunque di aiuto. In “Modernità e Olocausto”, Bauman sostiene che non siamo sostanzialmente diversi dai contemporanei di Hitler e Goebbels, e cioè da quegli uomini, non necessariamente solo tedeschi, che hanno consentito che Auschwitz si materializzasse. Anche l’uomo degli anni Trenta e Quaranta probabilmente ignorava che cosa sarebbe accaduto e, peggio ancora, in molti casi, continuò ad ignorarlo. Non diversamente dai contemporanei di Hitler anche noi viviamo in un tempo di cui avvertiamo e subiamo gli eventi e i meccanismi. La nostra coscienza planetaria, potrebbe dire Morin, è ancora deficitaria, e, per dirla questa volta con Bauman, niente, nemmeno la conoscenza di ciò che è stato, potrà scongiurare che Auschwitz si manifesti ancora una volta. Eccola qui l’utilità di un libro – l’ennesimo, si dirà – su Auschwitz.”

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Per sempre?

Una delle canzoni che ho peggio sopportato nella mia vita, e che puntualmente veniva trasmessa a ogni ora del giorno e della notte da radio e tv, era una canzone di Ambra Angiolini che diceva “ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno … se c’è una crisi la mandiamo via perché i problemi tuoi sono problemi miei”. Mi ha assillato a tal punto da conficcarsi nella memoria delle cose brutte e da riemergere oggi mentre leggevo un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman, presa da Repubblica. Argomento centrale? L’amore, ma si parla anche di società, contemporaneità, antropologia, mercato, consumi…
“Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo baumanera possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.
Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte “. Ci si innamora una sola volta nella vita?

Roma20130428_0179 fb“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Nel ’68 si diceva: “Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.
Il vostro è stato un amore a prima vista?
“Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.”