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Gemme n° 265

Sono in panico. Non so se sia una gemma quella che presenterò. Ma è una cosa importante e non voglio nascondermi. In 3-4 elementare avevo un diario e vi avevo appuntato uno stralcio di dialogo con la suora che mi faceva catechismo. Lei aveva detto che ognuno merita di essere se stesso perché Dio ci ha fatti giusti. Al che le avevo chiesto se esistono persone sbagliate e nella mia mente avevo pensato ai ladri o ad un killer. Lei mi aveva risposto che esistono persone che sono se stesse nel modo sbagliato. La mia domanda era stata: in quale modo? La risposta era stata: fanno finta di essere quello che non sono per attirare vantaggi e attirare l’attenzione come gli omosessuali o i bambini che dicono le parolacce per sembrare più grandi. Adesso, dopo anni mi accorgo che non ci sono modi sbagliati per essere se stessi ma solo persone che non lo accettano. Quando una persona decide di essere sè e di mostrarsi per quello che è (e magari non come vorrebbe la società), c’è chi reagisce bene e chi reagisce male. Guardandomi ora intorno, ho paura che qualcuno di voi reagisca male e non mi accetti, perché, è vero, si può essere orgogliosi di quello che si è, ma si ha anche bisogno dell’accettazione degli altri. E a proposito di reazioni, vorrei mostrare questo video che può far capire come si sentano le persone che si devono farsi largo tra i giudizi di chi gli sta attorno.

Oggi vorrei provare la stessa sensazione di libertà e liberazione. Voglio fare un po’ come i bambini che dicono le cose e lasciano gli altri ad arrangiarsi, a decidere se accettare o meno, perché tanto quello che volevano dire, l’hanno detto. Quindi oggi voglio fare il mio coming out, che non è nulla di speciale, ma per me è davvero importante. Io sono _____ , lo sono sempre stata e sempre lo sarò, e sono pansessuale.” Questa è stata la gemma di (classe seconda).
Sant’Agostino affermava: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”. Ed Henry Miller “Siamo tutti parte della creazione. Siamo tutti dei re, dei poeti, dei musicisti; e non resta che aprirsi come un loto per scoprire cosa si nasconde dentro di noi.” Guardarsi dentro non è sempre facile, così come decidere di mostrarne una parte agli altri perché si sente che anche quello fa parte della costruzione della propria identità; può essere una tappa nel percorso dal conoscere se stessi all’essere se stessi.

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Il male non ci prende di sorpresa

Solitamente ripubblico articoli o riflessioni scritti da altre persone aggiungendo aggettivi neutri o che suscitino la curiosità: “interessante”, “stimolante”, “ricco”. Questa volta mi lascio andare a un “meraviglioso”. Giovanni Grandi prende spunto da un mosaico (qui una gallery) di una chiesa di Trieste per riflettere sul male interiore, sulla colpa, sul perdono, sulla misericordia.

don francesco bonifacioTre mani, una pietra. È il dettaglio di un mosaico realizzato a Trieste dall’équipe guidata da p. Federico Pelicon, per ricordare una storia piccola di quasi 70 anni fa, accaduta nel cuore dell’attuale Europa, allora appena uscita – lacerata a metà – dalla seconda Guerra Mondiale. Una storia raccontata per lunghi anni sottovoce, memoria ferita di persecuzioni feroci, che avevano come obiettivo l’eliminazione di chi incoraggiava a coltivare la libertà interiore e lo studio, ad associarsi per rimanere in rete, a spezzare anziché alimentare la catena della violenza. È la storia di don Francesco Bonifacio, esile pretino in servizio tra quattro case dell’Istria, fermato dalle guardie popolari l’11 settembre 1946 e ucciso. Ucciso perché incoraggiava i giovani ad organizzarsi nell’Azione Cattolica, “pericolosa” fucina di pensiero libero, di spiritualità esigente, di azione non violenta. Ucciso con un colpo di pietra. Pietra che il mosaico ci riconsegna con attorno tre mani, invitando a sostare in modo sorprendente sul mistero del male.
don francesco bonifacio2La forza della rappresentazione simbolica è racchiusa nella sua capacità di portarci fuori dal tempo: la vicenda di don Francesco e del suo uccisore si compie storicamente in quella sera di settembre del 1946, ma diventa, nel mosaico, lo specchio in cui tutti possiamo contemplare noi stessi dopo che abbiamo infierito sul nostro prossimo.
Ogni decisione drastica ha un tempo di incubazione; il male non ci prende mai di sorpresa, ci conquista poco a poco con ragionevolezza, ci stanca con l’elenco dei “buoni motivi per…” finché non acconsentiamo a quel proposito di offesa, di rivalsa, di sopraffazione. E portiamo a compimento l’ambiguo disegno da cui ci siamo lasciati persuadere. È il tempo di incubazione che fa sì che la pietra diventi profondamente nostra e che ci rimanga in mano anche dopo averla scagliata.
La pietra ancora in mano all’aggressore non esplicita tanto un (già palese) giudizio sociale di condanna, quanto piuttosto la coscienza personale e indelebile della propria accondiscendenza al male.
Dinanzi a noi stessi, non possiamo mai liberarci delle pietre con cui abbiamo infierito sugli altri e che siamo certi ci appartengano: le abbiamo raccolte con curiosità, le abbiamo soppesate, rigirate tra le mani. Magari ci è sfiorata l’idea di deporle, ma poi l’abbiamo allontanata e le abbiamo strette con ancor maggiore convinzione. Fino a scagliarle, scoprendo subito dopo che proprio in quel gesto meditato sono diventate definitivamente nostre.
Accade anche di passare una vita intera a tentare di staccarsi dalle mani la pietra con cui si è colpito l’altro. Alle volte ci si prova moltiplicando l’elenco dei “buoni motivi per…”, altre cercando di compensare con qualche forma di espiazione auto imposta: eppure né l’autoassoluzione, né l’autocondanna riescono nell’impresa di restituire l’integrità compromessa. È così che spesso la vita si guasta, anche quando le vicende che ci hanno visto protagonisti rimangono ben lontane dalla gravità di cui racconta l’epilogo della vita di don Francesco. Ed è questo il successo terribile del male: guastare la vita e quasi trasformare la persona, davanti a se stessa, in quella stessa pietra. Come se in quel gesto si riassorbisse irrimediabilmente tutta una vita.
Il mosaico della chiesa di san Gerolamo dialoga profondamente con questo dramma così comune, così umano, in cui si esprimono insieme la nostra partecipazione al male e il nostro disgusto – ex post – per avergli prestato le nostre stesse mani. Dialoga con questo dramma attraverso un’intuizione potente affidata alle immagini: l’uccisore di don Francesco è portato sulle spalle da Cristo, che tiene nella propria mano quelle in cui è rimasta indelebilmente incastonata la pietra.
L’uomo che si accorge di non poter staccare da se stesso la pietra gettata e che diventa prigioniero di quella pietra, al punto quasi da ritenere che la propria vita stia tutta lì dentro, non può che essere raggiunto facendosi carico di quella stessa visione disperata che ha di sé. Questa, nelle antiche catechesi battesimali cristiane, era una delle intuizioni fondamentali: la liberazione non inizia certificando alla persona il male commesso, ma sintonizzandosi con l’autocomprensione dolente che l’uomo ha di sé. Così, se l’uomo è rinchiuso in quella pietra, il Dio liberatore è quello che la raccoglie e che prende con sé l’uomo con la sua pietra in mano, non senza.
Il mosaico ripropone questa prospettiva: l’unico Dio davvero interessante non è quello che reclama un’umanità già candida e moralmente perfetta. È piuttosto quello che raggiunge l’uomo proprio lì dove questi ha già sentenziato di non poter che essere solo, irrimediabilmente (auto)condannato, integralmente assorbito nel male commesso e con questo destinato alla morte.
Entrambe le mani per una pietra: tutta la vita rinchiusa in un gesto intriso di male. Un’altra mano che le raccoglie: tutta la vita raccolta e caricata sulle spalle, per condurla fuori dalla prigione oscura in cui il male la tratteneva, simboleggiata – ancora nel mosaico – dallo sfondo nero, infranto come una lastra la cui resistenza carceriera è finalmente compromessa, in attesa di sgretolarsi definitivamente.
Non ci liberiamo né ci salviamo da noi stessi dal male in cui sappiamo di essere coinvolti, a cui sappiamo di aver dato le nostre mani, e questo la vita ce lo insegna senza troppi complimenti.
Se però c’è qualche via di liberazione e di salvezza, questa non passa attraverso improbabili amputazioni o oblii della propria storia: passa necessariamente attraverso mani misericordiose, mani terze, che ci raccolgono con le pietre a cui ci sappiamo legati e ci soccorrono lì dove disperavamo di poter essere raggiunti. Ed è forse proprio questa la più divina delle esperienze riservate all’uomo che, in ogni tempo, si interroga sulla propria integrità infranta.”

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Gemme n° 185

bardoDopo le lezioni sul buddhismo ho voluto approfondire l’argomento con la lettura del Bardo todol, Il “Libro tibetano dei morti”; l’ho portato come gemma perché al di là di quello che pensavo prima, lo ritengo interessante per chi sente di non trovare abbastanza nella cultura occidentale. E’ il viaggio dell’anima che non si separa solo dal corpo ma anche dal mondo in cui vive. Nella nostra società materialista penso sia importante per l’anima liberarsi da tutto, compresa la concezione di se stessa. Ne ho ricavato anche che il rapporto tra le persone è sempre molto importante e dovrebbe essere sempre disinteressato; l’aiuto reciproco è fondamentale: nel libro si spiega che i parenti del defunto hanno un ruolo di rilievo in quanto dovrebbero aiutarlo nel viaggio di liberazione.” Questa la gemma di D. (classe quarta).
Mi sposto di poco (Cina) e pesco alcune parole di Chuang Tzu:
Quando Lao Tzu morì, Ch’in Yi si recò al funerale. Urlò tre vole e se ne andò. Un discepolo gli chiese: «Non eri amico del nostro maestro?».
«Lo ero», rispose Ch’in Yi.
«Se è così, credi che quella sia una sufficiente espressione di dolore per la sua morte?», aggiunse il discepolo.
«Sì», disse Ch’in Yi. «Pensavo che egli fosse un uomo [mortale], ma ora so che non lo era… Il maestro giunse perché era il momento in cui doveva nascere; e partì perché era il momento di andare. Coloro che accettano il corso naturale e la sequenza delle cose e vivono obbedendovi sono oltre la gioia e il dolore».” (La conservazione della vita).

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Tra redenzione e libertà

bob

Ci sono canzoni che mettono i brividi. Certo, è soggettivo. Mi sono imbattuto in uno di quei video che girano in rete per un po’ e poi finiscono nel dimenticatoio: più di un anno fa, nell’edizione olandese di The Voice, un concorrente ha proposto “Redemption song” di Bob Marley.

E’ una canzone del 1979, molto acustica e folk e poco reggae, passata alla storia come il testamento spirituale di Bob Marley (mentre scrive le canzoni dell’album “Uprising”, il cantante sa già di essere malato di cancro).

Si parte con il racconto di una vicenda che ricorda quella di Giuseppe, venduto a dei mercanti dai fratelli gelosi che lo avevano buttato in un pozzo e che poi, negli anni, trova la strada del proprio riscatto grazie a Dio: “Vecchi pirati, sì, mi hanno fregato, venduto alle navi di mercanti, qualche minuto dopo avermi tolto dall’inferno senza fondo. Ma la mia mano venne fortificata dalla mano dell’onnipotente”.
Nel ritornello vengono uniti due concetti: quello di redenzione e quello di libertà. “Tutto quel che ho avuto sono canti di libertà. Vuoi aiutare a cantare questi canti di libertà? Perché tutto quel che ho mai avuto sono canti di redenzione, canti di redenzione”. Il legame tra la liberazione dal peccato e libertà è un tema centrale del racconto biblico e dell’esperienza di fede. Per il popolo ebraico la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto (argomento caro al popolo giamaicano e a tutti i popoli che hanno vissuto l’esperienza dello schiavismo) è alla radice del rinnovato rapporto con Dio, della “Alleanza”.
Bob Marley sposta la sua attenzione sul presente e su nuove schiavitù, prima di tutto quelle mentali, e invita a non restare con le mani in mano, ma a liberarsi dalle paure legate alla terra (l’energia atomica) che sono ben poca cosa in confronto all’eternità (il tempo che non può essere fermato) e a darsi da fare per “adempiere al Libro”: “Emancipatevi dalla schiavitù mentale. Nessun altro all’infuori di noi stessi può liberare le nostre menti. Non temete l’energia atomica poiché nessuno di loro può fermare il tempo. Per quanto ancora uccideranno i nostri profeti mentre noi ce ne stiamo da parte a guardare? Alcuni dicono che è solo una parte del tutto. Siamo noi che dobbiamo adempiere al Libro.”
Qui sotto alcune cover…

Joe Strummer:

Chris Cornell:

La Casa del Vento: