Pena di morte: buone notizie

E’ stato pubblicato da Amnesty International il nuovo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. E’ in netto calo il numero delle esecuzioni (1032, erano oltre 5000 dieci anni fa), che si concentrano soprattutto in 5 stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

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Fonte Amnesty 

Negli Stati Uniti si è registrato il numero più basso di esecuzioni dal 1991: 20 in tutto. Si sono concentrate in Alabama (2), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e Texas (7). L’attenzione si sta focalizzando ora sull’Arkansas, stato che da più di 10 anni non effettua esecuzioni, ma nel quale sono previste in aprile 7 esecuzioni in 10 giorni.

Va però detto che pochi sono i dati sulla Cina, nella quale l’argomento resta coperto dal segreto di stato.

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Fonte Amnesty

Afferma Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nel comunicato ufficiale che commenta i numeri del rapporto. “La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”.

Gemme n° 416

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La mia gemma è questo libro, l’autobiografia di Malala Yousafzai in cui racconta della vita della sua famiglia in Pakistan e di come essa sia cambiata con l’arrivo dei talebani. Presenta la sua attività per l’istruzione e per i diritti delle donne, fino al tentato omicidio che ha subito. Oltre a far capire le differenze della sua cultura, fa apprezzare cose che sembrano banali come la scuola e il diritto all’istruzione”. Questa è stata la gemma di G. (classe seconda).
L’unica cosa che mi sento di fare è di dar voce a Malala: “Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola… Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie.”

La blasfemia in Pakistan

Dal sito di Reset. Dialogue on Civilizations prendo questo articolo molto interessante sulla legge sulla blasfemia in Pakistan. E’ di Martino Diez.

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“La legge sulla blasfemia pakistana è tristemente nota per i suoi effetti discriminatori verso le minoranze religiose e il caso di Asia Bibi, di cui si attende la sentenza in secondo grado dopo la condanna a morte in primo grado, non è purtroppo isolato. Ma da dove nasce questo provvedimento, contenuto agli articoli 295/B-C e 298/A-C del codice penale? Storicamente, esso rappresenta una delle sinistre eredità del dittatore filo-islamista Zia-ul-Haq (1978-1988). Promulgate tra il 1984 e il 1986, le norme integrano l’originario comma 295/A che gli inglesi avevano inserito nel 1927 nel codice penale indiano. Ma mentre la disposizione coloniale mirava a proteggere i luoghi di culto di tutte le religioni, sullo sfondo delle crescenti tensioni tra musulmani e hindu, i nuovi commi voluti da Zia-ul-Haq (e che Nawaz Sherif ha ulteriormente inasprito nel 1990) sono a senso unico. Viene proibito il danneggiamento del Corano, in qualsiasi forma, nonché espressioni offensive verso il Profeta dell’Islam, «a parole, dette o scritte, o con rappresentazione visibile» e verso i protagonisti della storia sacra islamica, in particolare le mogli del Profeta e la sua famiglia, i quattro califfi ben guidati e i Compagni. Non pago, l’articolo 298 vieta al «gruppo Qadiani o Lahori (che chiamano sé stessi Ahmadi)» di attribuire il titolo di “Comandante dei credenti” a qualcuno diverso dai califfi ben guidati, o di “Madre dei credenti” a qualcuno diverso da una moglie di Muhammad, di chiamare “membro della Casa” una persona al di fuori della famiglia di Muhammad, di denominare il proprio luogo di culto “moschea” o azan il proprio appello alla preghiera. Infine, il codice vieta agli Ahmadi di definirsi musulmani. Il tutto accompagnato da pene draconiane, fino all’ergastolo e alla morte.
Oltre a offrire un esempio efficace dell’irrigidimento che la sharî‘a classica (una giurisprudenza più che un diritto) subisce nel processo di traduzione nei moderni codici statali, queste norme s’inseriscono in un clima di mobilitazione permanente che tende a presentare l’Islam in Pakistan come oggetto di una minaccia costante. Affermazione quantomeno sorprendente in un Paese in cui il 96% della popolazione è musulmana e in cui la Costituzione del 1973, all’articolo 31, attribuisce allo Stato il compito primario di «permettere ai musulmani […], individualmente e collettivamente, di ordinare le loro vite in accordo con i principi fondamentale e i concetti basilari dell’Islam e offrire loro strumenti con cui comprendere il significato della vita secondo il Santo Corano e la Sunna». Senza dubbio, leggi come quelle sulla blasfemia sono funzionali al mantenimento della tensione sociale nel Paese, perpetuando l’esistenza di capri espiatori (le minoranze religiose non musulmane, ma anche la comunità sciita) su cui scaricare la responsabilità degli insuccessi economici e politici di cui è testimone la storia recente del Pakistan[1].
In effetti, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare istintivamente, numerosi studi – Pew Forum in testa – hanno dimostrato che il livello di violenza a sfondo religioso è direttamente proporzionale agli sforzi che lo Stato mette in atto per favorire una fede sulle altre. «Più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa»[2]. E il caso pakistano non fa eccezione. Tra il 1927 e il 1986 si contano 7 soli casi di blasfemia, mentre dal 1986 a oggi gli episodi hanno già superato il migliaio e la norma sulla blasfemia è costata la vita a più di 20 persone. Anche se finora non sono mai state eseguite condanne a morte ufficiali (presumibilmente per le reazioni internazionale che susciterebbero), molti accusati sono stati raggiunti in carcere da sicari e molti altri sono stati linciati dalla folla inferocita. Anche solo proporsi di toccare questa legge può costare caro, come mostra l’assassinio di due politici coraggiosi che si erano battuti per modificarla, il cristiano Shahbaz Bhatti, ministro delle minoranze, e il musulmano Salman Taseer, governatore del Punjab. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la legge è diventata una bandiera, tant’è vero che nell’aprile del 2009 il Pakistan ha presentato alla Commissione ONU dei Diritti umani la proposta di «estendere a livello mondiale le proprie leggi sulla blasfemia»[3].
Dopo trent’anni di abusi, è forte la tentazione di liquidare come provocatoria non solo questa proposta pakistana, ma anche una serie di richieste analoghe presentate negli anni dall’Organizzazione della Conferenza Islamica e che invocano la tutela delle religioni (al plurale). È facile opporre a queste richieste il principio della libertà di espressione, ma occorre anche riconoscere che un problema con i simboli religiosi esiste. L’elenco degli incidenti a sfondo confessionale montati ad arte negli ultimi anni è molto lungo: si va dai roghi del Corano inscenati da un oscuro pastore in Florida, a film offensivi contro la figura di Muhammad, ma anche a numerose profanazioni di luoghi di culto o simboli religiosi ebraici e cristiani. Per fare un solo esempio, in Egitto lo shaykh salafita Abu Islam nel 2012 ha pubblicamente bruciato la Bibbia esortando i suoi seguaci a orinarvi sopra.
In quest’ottica, le proposte di “tutela delle religioni” possono essere lette come la risposta, sbagliata, a una necessità reale, quella cioè di definire fin dove può arrivare la libertà di espressione e se esista un limite al diritto di critica e alla creatività artistica. Istintivamente, la risposta dell’occidentale medio a queste domande è no, salvo poi dover prendere atto degli incidenti continui che si verificano a livello mondiale e che dimostrano come ogni gesto individuale debba ormai considerare le sensibilità di una platea mediatica potenzialmente globale. Nel campo musulmano invece, come abbiamo visto, viene spesso avanzata la proposta di una neutralizzazione preventiva, secondo il principio per cui “ogni religione deve rispettare le altre”. L’espressione in sé sarebbe condivisibile, ma nei fatti finisce per significare che andrebbe rifiutata qualsiasi critica a ogni religione. Non è difficile comprendere come questa opzione sia nei fatti inaccettabile. Non solo, com’è ovvio, per quanti non si riconoscono in nessuna religione (e che si troverebbero così ridotti al silenzio), ma anche per i credenti, che finirebbero costretti a un dialogo delle cortesie, senza la possibilità di un dibattito reale. In effetti anche i musulmani, quando invocano questo principio, lo fanno in realtà a partire da una pre-comprensione delle altre fedi che è implicita nel concetto islamico di (mono-)profezia. Le altre religioni, nei fatti, non sono da criticare nella misura in cui si conformano all’immagine che il Corano ne fornisce. Il problema è più arduo di quanto appaia a prima vista, perché ogni fede contiene inevitabilmente degli elementi di rottura (e dunque di critica, anche vigorosa) con la tradizione che la precede. Sarebbe ben curioso se, in forza di un’applicazione del principio di “protezione delle religioni”, venisse proibito ai predicatori musulmani di stigmatizzare le pratiche pagane dell’Arabia preislamica. Difficile a ogni modo pensare che questo potesse essere l’obiettivo della richiesta pakistana presentata alle Nazioni Unite.
Commentando alcuni fatti che nell’estate 2012 avevano visti protagonisti diversi militanti salafiti e che ancora una volta mettevano in luce il problema dei limiti della libertà d’espressione, il giurista tunisino Ben Achour scriveva: «Se la nozione di muqaddasât [cose sacre] è lasciata al potere politico, quest’ultimo si porrà come arbitro del gioco e dunque padrone delle coscienze. In questo modo si ritorna allo Stato teocratico. […] A mio avviso, la libertà di espressione artistica e filosofica dev’essere allargata senza limiti, a meno che essa non perturbi l’ordine pubblico»[4]. L’affermazione di Ben Achour sembra cogliere nel segno, permettendo di uscire dall’impasse. In linea di principio la priorità va accordata al diritto di critica, senza il quale il pensiero non può conoscere reale avanzamento. I numerosi intellettuali musulmani che sono dovuti riparare in Occidente mostrano che il vero problema oggi in molti Paesi islamici è liberare la parola dal timore dell’accusa di eterodossia, non proteggere una religione che è già presente in modo massiccio nella vita quotidiana. Scriveva con lucidità l’editorialista egiziano Muhammad Khair: «Gli estensori della Costituzione [islamista del 2012] combattono una battaglia immaginaria contro i fantasmi dell’“identità”, del “proselitismo”, della “propaganda sciita” e dell’“occidentalizzazione”, e varie altre “cospirazioni”, ma il risultato è che la Costituzione, anziché svolgere il suo compito di garante dei diritti e delle libertà, finisce per fare l’esatto contrario, in quanto cerca di tutelare tutti coloro che godono della maggioranza, del potere o dell’autorità»[5].
Tuttavia nella proposta di Ben Achour si trova anche un’importante clausola, il riferimento all’ordine pubblico. Benché anche questo principio si presti a strumentalizzazioni, esso ha il vantaggio di toccare non il piano delle convinzioni, ma quello dei comportamenti pratici. Vanno cioè proibiti quegli atteggiamenti che, dalla critica, passano all’attacco delle persone e della loro dignità, mettendo a rischio il bene pratico della convivenza, mentre lo Stato non ha titolo per valutare l’ortodossia o meno di una posizione teologica. A nostro avviso questo semplice principio (che tra l’altro ispirava la legge pakistana prima delle aggiunte di Zia-ul-Haq) è sufficiente per consentire al pensiero critico di esplicarsi in libertà, senza dimenticare le ricadute anche comunitarie delle scelte di ciascuno e le offese che attentati gratuiti ai simboli sacri portano inevitabilmente con sé. Un conto insomma è bruciare il Corano (un atto da condannare senza riserva), un altro è discutere di metodi esegetici senza la minaccia di un’accusa di apostasia (si pensi al caso dell’egiziano Nasr Abu Zayd).
La proposta di sanzionare in modo complessivo ogni “diffamazione delle religioni”, proprio perché fa di ogni erba un fascio, si rivela confusa e potenzialmente pericolosa. Ciò che va condannato piuttosto è l’incitamento all’odio. Di questo incitamento, peraltro, l’attuale legge pakistana sulla blasfemia costituisce purtroppo un raffinato esempio.
[1] Sulla condizione dei cristiani in Pakistan cfr. l’articolo molto documentato di John O’Brien, Christians in Pakistan, «Islamochristiana» 39 (2013), 175-189.
[2] Angelo Scola, Non dimentichiamoci di dio, Rizzoli, Milano 2013, 78.
[3] L’espressione si trova nell’Annual Report of the United States Commission on International Religious Freedom, maggio 2009, 65.
[4] Yadh Ben Achour, La misura della libertà: libertà senza misura?, «Oasis» 16 (2012), 18.
[5] Muhammad Khair, Il mondo dell’uomo, originariamente pubblicato su at-Tahrîr, 13 novembre 2012.”

Vittoria o sconfitta?

Mi sono preso una pausetta dal blog per una serie di impegni personali (sistemazione giardino, casa, anniversari, battesimi, caldo…). L’ultimo post che ho messo venerdì è sull’Afghanistan. Ecco che ho appena letto su Limes questo articolo di Francesca Marino che dà fondamento geopolitico e cronicistico alle paure della cantante Aryana Sayeed: un intreccio in cui sono coinvolti soprattuttoAfghanistan, Usa, Pakistan, India, Iran.

“L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”. A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban. Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checché ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington. Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata. In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero 1-3792-989c5-3-d4703.jpgpartecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban. L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”. Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto. Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo. Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui. Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perché lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni. Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi. Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perché aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai. Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa. D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione. Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne. Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.”

Ci facciamo del male da soli

L’altro giorno in classe ci siamo chiesti: e gli islamici moderati? Dove sono in tutte queste proteste? E ci siamo anche detti: i musulmani sono praticamente un miliardo, a scendere in piazza è una piccola percentuale… Ecco che oggi ho trovato su Asianews un articolo di ieri che ci dà una mano a guardare uno spaccato delle proteste più accese… e delle contrarietà alle proteste…

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Islamabad (AsiaNews) – “Stupida violenza”; “ci facciamo del male da soli”; “distruggiamo le nostre cose per criticare un film fatto negli Usa”; “Vergogna sul Pakistan: bruciare, saccheggiare, uccidere la nostra gente… in nome di Allah!”: sono questi alcuni dei commenti sul quotidiano “The Dawn”, dopo una giornata di ferro e di fuoco nella capitale e in altre città pakistane, che hanno causato la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 200. Ieri il governo pakistano aveva lanciato la “giornata in amore del profeta”, per criticare il film anti-islam prodotto negli Stati Uniti, reputato blasfemo nei confronti di Maometto. Ma vari gruppi di decine di migliaia estremisti hanno sfruttato l’occasione per violenze, uccisioni, incendi, furti a Peshawar, Lahore, Islamabad, Karachi e in altre città. Il giorno precedente, personalità del governo e leader religiosi avevano esortato la popolazione a manifestare contro il film anti-Islam in modo pacifico. L’onda d’urto delle violenze è iniziata poco dopo la preghiera del venerdì. Le manifestazioni erano guidate da diversi gruppi religiosi come la Jamiat Ulema-i-Islam, Jamaat-i-Islami, Sunni Tehrik e la Majlis-i-Wahdatul Muslimeen. Questi avevano promesso di mantenere pacifiche le dimostrazioni. Ma in seguito sono giunti militanti e attivisti che hanno aizzato la fiumana di persone. Nella capitale, la folla furiosa ha bruciato quattro sale da cinema, sei banche, quattro camionette della polizia, due ristoranti, molte automobili. Per ore essa ha continuato a saccheggiare le banche e altri edifici lungo la strada del corteo. La polizia aveva messo container e posti di blocco per proteggere l’ambasciata americana, ma presto i gruppi di militanti, armati di pietre e bastoni, hanno cominciato ad attaccare i cordoni delle forze dell’ordine. I poliziotti hanno prima lanciato lacrimogeni, poi sparato in aria, infine hanno colpito con proiettili veri la folla. Fra le persone uccise vi sono anche tre poliziotti. In altre città come Lahore e Karachi i manifestanti hanno cercato di avvicinarsi ai consolati Usa, ma sono stati respinti dalla polizia. Secondo diversi analisti, lo scandalo verso il film anti-islam è stata solo un’occasione sfruttata da gruppi religiosi per accrescere la loro influenza e potere in vista delle elezioni. Insieme a questi, vi sono anche bande che hanno interesse a destabilizzare il governo ed emarginare gruppi rivali. In altre città, come al Cairo e a Kuala Lumpur, si sono svolte manifestazioni del tutto pacifiche.