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Bilanci di viaggio

papa al muro

A qualche giorno di distanza dal viaggio del papa in Terra Santa posto un articolo di Massimo Faggioli, pubblicato oggi su La Rivista Il Mulino: non è un pezzo di cronaca di quanto è successo, ma una lettura di inquadramento storico del viaggio, per cui lo consiglio alle classi più grandine (anche se non è vietato alle altre…).
“Il pellegrinaggio papale in Terra Santa è entrato a far parte della storia del moderno papato come un test, un momento critico da cui tentare di comprendere alcune traiettorie della chiesa cattolica contemporanea ma anche le differenze tra i singoli pontificati. Il pellegrinaggio di papa Bergoglio in Terra Santa (Giordania, Palestina, Israele, 24-26 maggio 2014) seguiva quello di Paolo VI (gennaio 1964), Giovanni Paolo II (marzo 2000), e Benedetto XVI (maggio 2009).
Il viaggio del 1964 era il primo di un papa moderno all’estero, nel clima del Vaticano II, all’insegna di sensibilità ecumeniche completamente nuove a livello ufficiale, storicamente precedente alla “revanche de Dieu” che inizia con la guerra del 1967 e gli anni Settanta, e teologicamente ancora riluttante a prendere atto del sionismo e del suo frutto compiuto nello Stato di Israele (parola che papa Montini si astenne visibilmente dal pronunciare in quei giorni). Il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II del 2000 era il viaggio del primo papa del dialogo interreligioso esercitato in prima persona sulla base del mandato conciliare e oltre esso, nel contesto del Giubileo del 2000, ma prima dell’inizio della cesura dell’anno 2000-2001 (la seconda Intifada dopo la passeggiata di Sharon alle moschee nel settembre 2000 e la scia di attentati e violenze nelle città israeliane e palestinesi; l’11 settembre 2001; la costruzione della “barriera di separazione” tra Israele e territori a partire dal 2002). Il viaggio di Benedetto XVI nel 2009, infine, arrivava a poche settimane dalle polemiche scaturite dalla decisione di togliere la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, uno dei quali notoriamente antisemita, e contribuiva a condizionare la gestualità già inibita del papa teologo: le aspettative del discorso del papa a Yad Vashem circa le responsabilità della Chiesa (anche in quanto cattolico tedesco) andarono deluse.
In questo quadro, rispetto a quello dei precedessori il viaggio di papa Francesco rappresenta un passo ulteriore. Da un lato, Bergoglio ha assunto per la visita a quella terra e ai suoi simboli divisi e condivisi l’immagine della poliedricità (figura da lui analizzata nell’esortazione Evangelii Gaudium per descrivere la Chiesa) dello snodo religione-terra-pace in Medioriente. Il papa ha parlato a interlocutori diversi e ha bilanciato l’immagine di un cattolicesimo che – specialmente sotto Benedetto XVI – aveva ripreso la memoria della Shoah e il ruolo dello Stato di Israele sotto il segno di una “religione civile” che in Occidente ha una forte connotazione islamofobica. Il gesto di preghiera di Francesco di fronte alla “barriera di separazione” da parte palestinese e, il giorno dopo, alla tomba del fondatore del sionismo Theodor Herzl e al monumento per le vittime israeliane del terrorismo rappresentano messaggi inviati a entrambe le parti: ma rappresentano soprattutto la presa di coscienza da parte del papato che vi sono elementi altri (i “loci alieni” della teologia) e storicamente nuovi rispetto all’itinerario teologico-biblico classico del pellegrinaggio cristiano in Terra Santa. In questo senso, papa Francesco ha fatto propria una mappa già nota a molti – cristiani, ebrei e musulmani inclusi -, ma che finora aveva stentato a entrare nel registro dei viaggi papali. Francesco parla e agisce come cristiano in Terra Santa con maggiore libertà rispetto al predecessore italiano, polacco, tedesco che dovevano parlare per forza di cose anche come figli di quella Europa colpevole della Shoah. Le amicizie interreligiose del gesuita Bergoglio in Argentina sono parte di questa nuova condizione di libertà del papato globale dalle ipoteche della storia europea.
paoloviatenagoraDall’altro lato, papa Francesco ha ripreso una rotta invertita dal Vaticano di Benedetto XVI dal punto di vista teologico: l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo rappresenta la ripresa di un dialogo con gli ortodossi orientali che aveva promesso molto, invano, sotto Benedetto XVI. L’incontro di Gerusalemme tra Francesco e Bartolomeo ha un’origine storicamente vicina, durante l’inaugurazione del pontificato nel marzo 2013 e la straordinaria presenza di Bartolomeo a Roma (la prima volta nella storia in un’occasione del genere), ma anche un’origine lontana, quell’incontro tra Paolo VI e Atenagoras nel gennaio 1964 e alla revoca delle scomuniche reciproche nel 1965 alla conclusione del Concilio Vaticano II. L’incontro tra Francesco e Bartolomeo rappresenta la prova delle potenzialità di una ripresa senza timori del concilio.
Il lato sorprendente della visita del papa in Terra Santa riguarda l’azione politica della Santa Sede di Francesco. Sotto Benedetto XVI e il suo segretario di Stato cardinale Bertone, il Vaticano aveva dato segnali di volersi sottrarre alle responsabilità politiche della Chiesa figlia dell’Impero Romano in quell’area (e non solo là), consegnando così la questione geopolitica del cattolicesimo a rappresentanti locali (le chiese arabe compromesse coi regimi, i sicofanti del cattolicesimo teo-con di scuola statunitense). La mossa di papa Francesco dell’invito in Vaticano, “a casa del papa”, rivolto ad Abu Mazen e Shimon Peres nello stesso giorno delle elezioni europee è una delle tante ironie della storia, dopo anni in cui sia l’Europa sia gli Stati Uniti avevano dichiarato fallimento di fronte alla questione israelo-palestinese.
Emerge un volto politico di Francesco, che viene a completare un anno in cui gli interventi “politici” sono stati pochi e ben delimitati: la veglia del 7 settembre 2013 per la Siria (preventivo a un possibile intervento americano); l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del novembre 2013; la freddezza ostentata coi politici italiani in tutto questo periodo; l’udienza al presidente Obama. Il pellegrinaggio in Giordania, Palestina e Israele danno maggiori elementi per giudicare la politica del Vaticano di Francesco e del segretario di Stato cardinale Parolin: un’azione che richiama, in termini diversi, la Ostpolitik di Giovanni XXIII e Paolo VI (allora contro gli episcopati renitenti rispetto alla politica del dialogo, oggi contro i patriarchi e gli episcopati cattolici compromessi coi despoti del Medioriente). Anche da questo punto di vista, continua per forza di cose il protagonismo di papa Francesco, in assenza (tranne rare eccezioni) di una élite episcopale mondiale in grado di seguire la traccia segnata dal vescovo di Roma.”

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Riflessi siriani

L’intervista al professor Wael Abu Hassan (Arab American University di Jenin) che pubblico oggi è presa da Il Sussidiario. Fondamentalmente risponde a un’unica domanda: la questione siriana può avere delle ripercussioni sul panorama israelo-palestinese?

siria_etno_religiosa_800.jpg“Hezbollah e Hamas ai ferri corti dopo che il gruppo armato libanese guidato da Hassan Nasrallah ha annunciato il suo intervento militare in Siria al fianco di Assad. Fino al 2012 Khaled Mashal, leader di Hamas, è stato ospitato a Damasco, ma dopo la sua presa di posizione contro Assad è stato costretto a fuggire in Qatar. Ora Hezbollah minaccia di cacciare tutti gli esponenti di Hamas anche dal Libano. Un svolta che arriva alla vigilia del vertice di Ginevra2 voluto da Kerry e Lavrov in cui si discuterà del futuro della Siria. Come spiega il professor Wael Abu Hassan, dell’Arab American University di Jenin, la guerra siriana ha spaccato in due lo stesso fronte palestinese. Molti rifugiati si trovano nei campi profughi di Siria e Libano, e in alcuni casi hanno già partecipato agli scontri. Ora il rischio è quello di scatenare una vera e propria battaglia tra gli stessi palestinesi nelle strade di Gaza e Cisgiordania.

Quali ragioni ci sono dietro il conflitto tra Hamas e Hezbollah?

La situazione in Siria ha determinato la formazione di due schieramenti. Hezbollah, il governo di Damasco, Iraq e Iran formano insieme l’asse sciita. Quanti si oppongono al regime siriano sono invece in larga parte sunniti, e spesso vengono da Paesi stranieri quali Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo. Hamas è un partito sunnita, si è venuto così a trovare contro Assad e di conseguenza contro Hezbollah che appoggia il presidente siriano. Hezbollah ha quindi chiesto ad Hamas di lasciare il Libano perché i due movimenti non sono più alleati. L’intervento di Hezbollah in Siria avrà conseguenze per l’intero Medio Oriente, e per la stessa causa palestinese.

Quali saranno le conseguenze per la Palestina?

Ci sono diversi gruppi di palestinesi in Siria e in Libano, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Ahmed Jibril, che di recente ha preso pare agli scontri armati schierandosi con il governo di Damasco. Alcuni dei palestinesi espatriati sono a favore di Assad, altri contro di lui. Numerosi rifugiati palestinesi si trovano nei campi profughi in Siria, cui se ne aggiungono oltre 600mila in Libano. Queste divisioni tra i palestinesi espatriati investiranno la stessa arena politica di Gaza e del Cisgiordania.

In che modo?

Il rischio è che le fazioni palestinesi pro e contro Assad si scontrino anche a Gaza e Cisgiordania. Spesso si tratta di situazioni locali che poi degenerano, e che potrebbero portare a dei veri e propri combattimenti. Ciò che sta accadendo dopo l’intervento di Hezbollah in Siria avrà grandi conseguenze in Libano e potrebbe provocare una guerra civile nel Paese dei Cedri, con riflessi nella stessa Palestina. Dipende quindi dalla situazione che si creerà e da quanto si verificherà sul terreno, tanto in Libano quanto in Siria. Non sappiamo dove tutto ciò porterà, né per quanto riguarda i palestinesi né per la reazione degli israeliani. Hamas è passato dalla sfera d’influenza di Hezbollah e Siria a quella di Qatar e Arabia Saudita, caratterizzati da un Islam radicale.

Quali saranno le conseguenze?

Il radicalismo di Qatar e Arabia Saudita è differente. Da un punto di vista politico il Qatar non è estremista, eppure nel mondo arabo sostiene i gruppi fondamentalisti. E’ esattamente questo lo scenario cui stiamo assistendo in Siria, ma ovviamente si tratta soltanto di un gioco politico dettato da opportunismo. Il Qatar non è in buone relazioni con il regime siriano perché quest’ultimo è alleato con Teheran. Quanto sta avvenendo è un conflitto regionale tra le monarchie del Golfo come Arabia Saudita e Qatar da un lato e l’Iran dall’altro.

Qual è la posizione di Israele e Stati Uniti?

Da un lato Israele nel 2006 ha perso la guerra contro Hezbollah, e quindi non è certo a favore dell’asse sciita cui appartiene la Siria. Gli Stati Uniti d’altra parte sono alleati di Arabia Saudita e Qatar, mentre sono tutt’altro che in buone relazioni con Iran e Siria. La posizione delle monarchie del Golfo non è dettata quindi dal radicalismo ma da un calcolo politico, che consiste nel sostegno agli estremisti che combattono il regime siriano.

La guerra in Siria rallenterà il processo di pace tra Israele e Palestina?

Dipende da quanto avverrà in Siria. Se il regime di Assad crollerà, la posizione di Israele diventerà più forte. Se il governo di Damasco si rafforzerà fino al punto di riacquistare il controllo della situazione, ciò giocherà a favore dei palestinesi che stanno combattendo contro Israele con l’impegno politico o l’uso della forza. La situazione in Siria avrà quindi conseguenze inevitabili, siano esse positive o negative, sul processo di pace tra israeliani e palestinesi”.

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Se ne può parlare?

elezioni israele.jpg

Di articoli sulle recentissime elezioni in Israele se ne trovano tantissimi in rete e sui quotidiani. Riporto qui quello dell’israeliana Sivan Kotler, preso da Internazionale: offre numerosi spunti di riflessione.

“La notte nella quale Benjamin Netanyahu vinse per la prima volta le elezioni, nel maggio del 1996, fece freddo nonostante il vento caldo del deserto. Fu così che giustificammo il brivido che ci passò sulla schiena. Eravamo all’inizio del nostro servizio militare, ancora incredule per aver votato per la prima volta nella nostra vita. Eravamo ragazze con la divisa e il fucile che sapevano abbastanza del nostro passato, poco del nostro presente e quasi nulla del futuro.

Furono le prime elezioni dopo l’assassinio dell’ex primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Che noi, la “generazione delle candele”, avevamo seguito con trepidazione davanti alle tv, assieme a un paese intero. Furono elezioni di testa a testa tra Benjamin Netanyahu, all’epoca un giovane politico ma molto criticato, e l’attuale presidente israeliano Shimon Peres, allora candidato laburista.

Sono passati diciassette anni. Quell’anno il Time, sulla sua copertina, si chiese: “Sarà in grado di portare la pace?”. Pochi mesi fa, prima delle ultime elezioni, il Time l’ha definito “Bibi The King”. Non ha più risposto alla domanda del ’96. Questa potrebbe anche essere l’ultima copertina dedicata a lui. “È incredibile”, tuona David Grossman, intervistato dalla televisione israeliana la sera prima delle elezioni. “Sono circa cent’anni che scegliamo la strada delle guerre senza mai arrenderci. L’unica volta che abbiamo provato la strada della pace, dopo il primo fallimento abbiamo perso subito la speranza”.

Grossman è tra le poche persone che parlano di pace. Una soluzione, sostiene lo scrittore, “che ci serve, non perché fa bene agli arabi ma perché fa bene a noi”. Grossman, assieme ad altri scrittori e intellettuali israeliani, è un forte sostenitore del partito Meretz. Un piccolo partito di sinistra (appena 6 seggi nelle ultime elezioni), che crede fermamente nella soluzione di due nazioni per due popoli.

A differenza dei tanti giornalisti, scrittori ed intellettuali passati in politica, Grossman sostiene che “ognuno deve fare le cose che sa fare”. All’intervistatrice che gli chiedeva perché, ha risposto: “Se vado a dirigere il governo, chi si metterà al posto mio a scrivere le mie storie?”.

Dal maggio del 1996 è cominciata un’altra storia. Da quando, divise in fila per tre, ci hanno annunciato i risultati delle elezioni. Yitzhak Rabin, un leader visionario, era stato da poco assassinato, portando via con sé la nostra speranza di pace. Ricordo che ancor prima di comunicarci i risultati dei primi exit poll, ci dissero di non esprimere nessun tipo di emozione, e di mantenere il massimo silenzio. “Non siete in un campo estivo”, gridavano gli ufficiali, “siete soldatesse all’esercito dello stato israeliano”.

Quando ci fu chiaro che il vincitore in quella tornata elettorale era Netanyahu, a qualcuna di noi sfuggì una smorfia di delusione. Altre si misero a piangere. Era un pianto che racchiudeva in sé sconcerto e paura per una possibile punizione dei superiori, con 21 giorni di fermo in caserma. Ma evidentemente non piangevano solo per questa ragione.

Con la conferma di Netanyahu come primo ministro, si potrà rinchiudere il ventennio personificato dall’effetto “Bibi”. Bibi che va, ma più che altro, Bibi che torna. Lo slogan elettorale di Netanyahu all’epoca era “facciamo una pace sicura”, che in ebraico ha un secondo significato: “facciamo la pace, sicuro”.

Oggi nel mezzo di sorprese elettorali, di resoconti e di sconfitte, lo slogan attuale di Netanyahu “un leader forte per un governo forte” è mestamente anacronistico, visti i risultati e il crollo del partito di maggioranza relativa del ticket Netanyahu-Liberman.

E della pace non parla più nessuno.”

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Quale informazione?

In questi giorni molto si è scritto e parlato di Israele-Palestina. Qui non ho messo nulla: c’era di che informarsi abbondantemente altrove. Oggi, su Sette, ho letto questo articolo molto interessante di Aldo Grasso.

pallywood.jpg“Nella viva speranza che israeliani e palestinesi trovino presto una forma di convivenza, che le parti arrivino a una «soluzione permanente» della questione Gaza con mezzi diplomatici, è doveroso constatare come la strategia di Hamas trovi terreno fertile nella disinformazione.

La forma più elementare consiste, per esempio, nel saltare sempre le premesse. È solo Israele che reprime i palestinesi nella Striscia o questa situazione è frutto della determinazione di molti Stati arabi nel tenere Israele sotto scacco? Si può parlare di volontà di pace quando Hamas non vuole solo uno Stato palestinese, come sarebbe giusto, ma vuole la cancellazione dello Stato di Israele? La compassione per le vittime deve fare velo sulla sopravvivenza dell’unico Stato democratico in quella terra? Facile per molta parte dell’informazione saltare queste premesse, dimenticare la situazione dei Fratelli Musulmani in Egitto, della minaccia atomica iraniana, della convulsa situazione in Libano, della rivolta guidata da Al Qaeda in Siria, trascurare la dinamica di quest’ultimo conflitto (i razzi sono partiti da Gaza e sono tanti, ogni giorno). Non fa scandalo e non si approfondisce il fatto che l’Iran rifornisca Hamas di missili a lunga gittata, come se non fosse colpa di nessuno. Ma c’è una nuova forma manipolatoria che è già stata battezzata in America con il termine “Pallywood”, un neologismo composto dalla fusione di due parole, Palestina e Hollywood, a significare “la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei palestinesi col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele”.

Gli esempi si sprecano, e sono tutti ampiamente verificabili: immagini di bambini insanguinati sui lettini d’ospedale, o addirittura morti, prese dal conflitto in Siria e spacciate come testimonianze del bombardamento su Gaza; immagini di palestinesi che scavano fra le macerie in cerca di bimbi, peccato che quegli uomini portino la kippah, il copricapo usato dagli ebrei; spreco di immagini con scritte false. Giorni fa circolava questa notizia: la responsabilità delle stragi nella Striscia di Gaza è dell’emiro del Qatar, il padrone di Al Jazeera. Sarebbe andato in visita a Gaza non per solidarietà, ma per fornire i collaborazionisti di Israele di materiale tecnologico per facilitare l’esercito israeliano nella sua opera distruttiva. Naturalmente questo materiale sui social network viene diffuso in maniera acritica, alimentando ogni tipo di odio razziale.

Ha ragione Pierluigi Battista: «Non è accettabile che sia divulgata una rappresentazione degli eventi drammatici di questi giorni come il frutto della solita smania militarista di Israele». Bisogna lavorare alla pace, ma seriamente, senza infingimenti o manipolazioni.”

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E l’Europa del Nobel?

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Quale il ruolo dell’Europa nella calda situazione israelo-palestinese? Se lo chiede su El periodico de Catalunya la giornalista Rossa Massagué. La traduzione è di Andrea Sparacino, la fonte è Presseurop.

L’escalation bellica tra Israele e la Striscia di Gaza certifica la comparsa di nuovi protagonisti nel processo di mediazione per fermare le violenze. Ora l’iniziativa è nelle mani di un Egitto che non ha niente a che vedere con quello di Mubarak, di una Turchia che continua ad affermarsi come potenza regionale e di un Qatar salito da poco alla ribalta internazionale ma con sufficienti mezzi e interessi (politici, strategici e religiosi) per reclamare un ruolo di primo piano. Questo quadro è senz’altro figlio dei cambiamenti portati dalla primavera araba.

E l’Europa? Non c’è e nessuno l’aspetta. In passato il suo compito nel conflitto israelo-palestinese è stato quello di saldare i debiti dei palestinesi, molto spesso nei confronti degli israeliani. Un ruolo perfettamente recitato e che in fondo risparmiava all’Ue preoccupazioni di altro genere. Ora però la situazione è cambiata. In un certo senso Bruxelles è ancora disposta a pagare, ma il problema è che l’Europa ha grossi problemi a mettersi d’accordo persino per rilasciare un comunicato congiunto. Lunedì 19 novembre, mentre i ministri degli esteri stavano lavorando al documento, Regno Unito e Francia sostenevano la necessità di chiedere a Israele di non lanciare un attacco di terra. Alla fine però il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha imposto il suo punto di vista, spalleggiata dalla Germania. In primo luogo il documento condannava il lancio di razzi contro Israele, in secondo luogo difendeva il diritto dello stato ebraico a proteggere la sua popolazione e solo in terzo luogo invitava Tel-Aviv ad “agire proporzionalmente e assicurare la protezione dei civili”. Il fatto che Gaza, la zona più densamente popolata mondo, subisca un blocco imposto da Israele non è stato nemmeno menzionato. I fatti dicono che l’operazione lanciata da Israele, con l’obiettivo (ufficiale) di fermare il lancio di razzi con attacchi aerei e dalle navi da guerra, ha provocato la morte di almeno 147 palestinesi (molti dei quali donne e bambini), il ferimento di altre 900 persone e la distruzione di molti edifici civili. Confrontando i danni e le vittime dell’operazione israeliana con gli effetti del lancio di razzi palestinesi (5 morti) è evidente che non c’è alcuna traccia della proporzionalità chiesta dall’Europa.

La primavera araba ha profondamente confuso l’Ue. Dopo aver sottolineato più volte la necessità di un miglioramento democratico nella zona – sostenendo nel frattempo le autocrazie, considerate il male minore rispetto all’islamismo – l’Europa non ha saputo come rapportarsi al movimento democratizzante. La stessa cosa sta accadendo in questi giorni. Oltre a firmare dichiarazioni che la realtà si incarica di ridurre immediatamente a parole senza senso, l’Ue sta rinunciando di fatto ad avere un ruolo nella soluzione di un conflitto che si svolge a pochi chilometri di distanza. Come se l’Europa non avesse e non dovesse avere alcun interesse nella zona.

 

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Sette settimane: quasi due mesi?

L’altroieri avevo una riunione con alcuni colleghi. Una di loro mi ha raccontato di un articolonumero7.jpg di Repubblica che mi ha fatto sorridere. Il riferimento era la frase del generale israeliano Eyal Eisenberg sulla durata della battaglia nella striscia di Gaza: “Un periodo di combattimento di sette settimane”. L’articolo di Repubblica afferma che la battaglia durerà quasi due mesi. Ecco in poche righe un esemplificazione delle ragioni secondo cui è importante conoscere le religioni e la cultura religiosa. Sette settimane non sono semplicemente meno di due mesi. Posto qui sotto un articolo di Marco Mostallino pubblicato su Lettera43 (di cui non capisco il punto di vista secondo il quale Levitico e Deuteronomio siano testi ignorati dai cristiani: personalmente ho fatto pure un esame su di essi…).

“Il 50esimo giorno nella Bibbia è quello del giubileo, della festa, della vittoria. Arriva dopo «sette settimane» di sacrifici e patimenti: esattamente il tempo che il comandante delle truppe israeliane sul confine di Gaza, il general Eyal Eisenberg, ha annunciato come possibile durata dell’offensiva di terra contro Hamas. Certo, la previsione di 49 giorni di conflitto è basata anche su fattori militari e geografici, sulla stima della possibile resistenza delle truppe nemiche e sull’efficienza delle proprie. Ma la coincidenza con i testi religiosi è troppo netta e precisa per essere casuale: i riferimenti alle sacre scritture ebraiche e alla cabala non sono rari nella strategia delle Forza armate israeliane.

Nel Levitico, uno dei libri della Bibbia trascurati dai cristiani, ma preziosi per gli ebrei, si legge che la preparazione all’anno giubilare dura «sette settimane di anni», ovvero 49 anni, mentre il 50esimo sarà l’anno della festa. Il testo parla di «settimane di anni»; lo stato maggiore israeliano, invece, intende le settimane come noi le conosciamo, eppure il riferimento è evidente e voluto. I versetti 8-10 del capitolo 25 recitano: «Dichiarate santo il 50esimo anno e proclamate la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia». Per i credenti, per gli antichi ebrei privati della terra promessa, è questo il volere di Dio: la conquista o riconquista della patria, la «liberazione del Paese». Non stupirebbe sentir parlare i generali israeliani di un’offensiva militare messa in campo al fine di permettere ai propri cittadini di «tornare nella loro proprietà», la terra che a giudizio di Israele i palestinesi occupano illegalmente. Si tratta dei concetti del Levitico, il momento centrale della festa religiosa, e coincidono con i piani di battaglia del moderno esercito di Gerusalemme.

Anche nel Deuteronomio, un altro dei testi biblici ignorati dai cristiani, si legge (capitolo 16) la seguente prescrizione: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane: poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto». Ritornano, quindi, le sette settimane di fatica, di sofferenza, per celebrare al 50esimo giorno il raccolto, la vittoria, la lode a Dio che «non dimentica il suo popolo».

Il numero sette, d’altronde, è ricorrente e importante nella Bibbia: dai sette giorni della creazione fino al dettato evangelico di «perdonare 70 volte sette», le scritture sacre sono piene di eventi e precetti importanti sottolineati con questo numero. Così come le campagne militari delle forze armate israeliane: nel 1967 le truppe di Tel Aviv combatterono e vinsero la Guerra dei sei giorni, programmata a tavolino per questa durata precisa, così da sorprendere i comandanti di Siria ed Egitto, ma anche per ricalcare lo schema della Creazione biblica, dove per sei giorni Dio costruisce un mondo, per poi potere riposare e gioire nel settimo giorno. Potenza della fede o delle armi? Oppure, ancora, si tratta di richiami magici di una religione che convive con l’esoterismo, separata da una frontiera assai incerta e penetrabile? Al di là di quella che possa essere la durata reale della guerra con Hamas, quando comunica agli israeliani di prepararsi a «sette settimane di combattimento», il generale usa un linguaggio simbolico ben compreso nel proprio senso profondo dalla popolazione civile. Credenti o non credenti, i cittadini del moderno Stato di Israele sono cresciuti dentro la cultura ebraica e ne colgono e utilizzano simboli e riferimenti: così sanno che, almeno negli intenti, si tratta di una guerra che potrebbe essere in qualche modo decisiva.

Sette è un numero considerato perfetto, sacro ma anche magico, potente ed esoterico, nato dalla somma o fusione dell’elemento umano (numero quattro) dell’esistenza e di quello divino (il tre). È un numero che ha tra i propri molteplici significatici cabalistici quello della «forza»: la forza umana delle armi insieme con l’aiuto di Dio possono condurre le forze armate israeliane a una vittoria altrimenti impossibile, almeno nell’auspicio dei generali che scelgono le strategie militari. Del resto, i militari di ogni epoca e ogni parte del mondo sono stati spesso legati alla scaramanzia.

Lo stato maggiore israeliano aggiunge alla tradizione l’appello al divino, anche nelle parole. Così i poderosi carri armati prodotti in Israele sono chiamati «Merkavà», un termine che nella Bibbia indica il carro di fuoco che il profeta Ezechiele vede correre nel cielo lanciando saette e fiamme.

Ezechiele, poi, viveva, insieme con il suo popolo, negli anni dell’esilio di Babilonia, in attesa di tornare alla terra promessa, la Palestina dove oggi israeliani e Hamas si scambiano missili e bombe.

Insomma, gli alti comandi israeliani vedono l’attuale campagna militare come una prosecuzione della «guerra santa» che l’antico popolo ebraico dovette combattere contro i «malvagi» Filistei (in arabo moderno i palestinesi sono chiamati «filistin») e contro Amalek, dal nome delle genti che abitavano la Palestina biblica, diventato pian piano sinonimo di male assoluto, di demonio.

Curiosamente, infine, anche la postura dei comandanti dei carri armati israeliani, ritti con il busto fuori dalla torretta blindata, richiama la posizione di Mosè il quale, durante la guerra contro Amalek, su una collina, dritto in piedi, tiene alte le braccia al cielo per chiedere l’aiuto divino: e, racconta la Bibbia, quando Mosè teneva le braccia alte, gli ebrei avevano la meglio in combattimento, per poi rischiare di essere sopraffatti se il loro capo, stanco, lasciava cadere le braccia lungo i fianchi per riposare. La storia è ricca di simili esempi: le sette settimane dell’esercito israeliano a Gaza sono una sorta di amuleto, come la scritta in hoc signo vinces che l’imperatore romano Costantino fece apporre, insieme con la croce, nelle bandiere del suo esercito che a ponte Milvio avrebbe poi sconfitto Massenzio. E come il gioco del solitario con le carte cui Napoleone, uno dei più grandi strateghi della storia, pare si affidasse prima di ogni battaglia per cercare il contatto con quelle forze occulte, divine o naturali, che potevano guidarlo alla vittoria sul campo militare.”

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La storia di Gilad Shalit

Su Israele e Palestina in internet si trova di tutto. Leonard Berberi ha creato un blog con questo fine: “Offrire un’altra visione delle due realtà. Non per battaglie politiche. Ma per puro spirito giornalistico. E perché, in fondo, una notizia in più è sempre meglio di una in meno. Qui non troverete tesi precostituite. Anzi, è molto più probabile che leggiate tutto e il contrario di tutto. Esattamente com’è la vita in questo pezzo di terra bellissimo, ma travagliato”. Sul suo blog si trovano molte storie: questa è l’ultima che ha pubblicato.

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“La pazzia. C’è stato un momento in cui, ai piani alti di Gerusalemme, più di qualcuno – un anno fa – s’è chiesto se avesse senso quello scambio appena concordato con il nemico: 1.027 carcerati palestinesi da liberare in cambio di un soldato israeliano, ostaggio da più di cinque anni nella Striscia di Gaza. Un giovane che, per le sue condizioni di detenzione, poteva aver perso la testa. E chissà cos’altro.

Un anno dopo quell’elemento viene a galla. Ma stavolta a parlarne è il diretto interessato: Gilad Shalit. Il protagonista del più drammatico – e positivo – caso di rapimento sul suolo israeliano da parte dei miliziani di Hamas s’è concesso in una lunga intervista – la prima volta – per la tv Channel 10 che verrà trasmessa i prossimi giorni.

Il soldato ha raccontato molti dettagli – anticipati in parte dal quotidiano Yedioth Ahronoth ­– sulla sua prigionia. Ha detto, Gilad, che i militanti l’hanno trattato sostanzialmente bene per la maggior parte del tempo. Ma ha anche rivelato di quando, a un certo punto, ha iniziato a pensare che non sarebbe mai stato liberato. «Pensavo di fare la fine di Ron Arad, il pilota abbattuto nel 1986 con il suo jet in Libano e non ancora tornato a casa», dice il giovane 26enne. Ma «cercavo anche di essere ottimista, mi concentravo sulle piccole, belle cose che avevo lì davanti a me».

I militanti, svela Gilad nell’intervista, giocavano con lui a scacchi e domino. «Mi permettevano anche di guardare le notizie sulla tv araba. È così che ho imparato anche un po’ la loro lingua». Poi dice che gli è stato data anche una radiolina. «Così potevo sentire quello che succedeva a casa mia e in ebraico».

«Spesso ho anche riso insieme ai miei rapitori», continua il soldato. «Soprattutto quando guardavamo un film o una partita di calcio». «Una volta i miliziani sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando un israeliano, Eran Zahavi, ha fatto gol nella partita di Champions League Hapoel Tel Aviv – O. Lione. Non potevano credere che una squadra israeliana potesse giocare in quel modo. Fu una delle cose che mi aiutarono a restare sano di mente».

Un’altra cosa che, dice, l’avrebbe aiutato a non impazzire sarebbe stato anche il suo Paese. «Ho fatto spesso schizzi sulla mia città, per non dimenticarla. Anche se ho cercato sempre di nascondere quei disegni per non indispettirli». Perché la prigionia è sempre prigionia. E tempo – e modo – di tenere un diario, di quelli buoni per farci poi un libro e un film e una serie televisiva, ecco, tempo – e modo – per quello proprio non c’era. L’unica cosa che resta, ancora, un mistero è il posto in cui è stato rinchiuso.

«All’inizio – ha ricordato Gilad – è stato difficile, ma poi ho sviluppato una sorta di routine giornaliera: mi svegliavo e andavo a dormire praticamente alle stesse ore». Così, per 1.941 giorni di fila. Fino a quando non ha toccato il suolo israeliano. Fino a quando non ha abbracciato papà e mamma, i fratelli, i nonni, gli amici. Fino a quando non ha messo piede a casa sua, a Mitzpe Hila, nell’Alta Galilea. Fino a quando non s’è addormentato nel suo letto, in quella camera – la sua – che mamma Aviva aveva lasciata intatta perché, ne era convinta, «il mio Gilad prima o poi tornerà».”