Versi come pallottole

Giovanni Ruggiero su Avvenire recensisce un libro e racconta la storia del suo autore, il poeta albanese Visar Zhiti.

“Un verso era la pallottola con cui il poeta sceglieva di suicidarsi. Così nell’Albania tetra di visar.jpgEnver Hoxha e dei suoi gulag dove morirono per i loro versi i giovani poeti insieme a tanti altri artisti e intellettuali. Inventarono con l’Articolo 55, famigerato, il reato di «Agitazione e propaganda contro il potere popolare» che portava diritto al carcere o davanti al plotone di esecuzione: il sacerdote poeta Vinçenc Prenushi morì in prigione con tanti altri, il grande Lasgush Poradeci condannato al silenzio, Trifon Xhagjika fucilato e tanti, ancora tanti dolori. Ma poteva soltanto per questo un poeta non cantare? Visar Zhiti non rinunciò al canto. Consapevole anche che la metafora non lo metteva al riparo: «Terrificante la sfinge crine di crepuscolo / nel deserto troneggia tetra». I versi furono portati in tribunale e letti dall’accusa come allegoria del tiranno. Il giovane Zhiti finirà in carcere dove continuò ad aggrapparsi alla poesia, la prostituta che mi denunciò ai poliziotti. Il poeta che patirà in miniere e in campi di lavoro per dieci anni fino al 1987, quando ottenne la libertà, è considerato in patria e all’estero, la voce più alta di tutta la moderna poesia albanese. Appena nel regime si aprirono le prime crepe, Visar Zhiti fuggì via da questo passato di dolore come fecero tanti giovani albanesi con le traversate disperate dell’Adriatico verso l’Occidente. Approdato in Italia collaborò nel 1992 ad Avvenire facendosi testimone della sofferenza del suo Paese per la dittatura atea che era stata imposta. Ma preferì poi tornare nella sua terra, quasi per un obbligo: quello di far sentire da qui la sua voce di poeta.

Questa voce la raccoglie adesso Confessione senza altari (Diana Edizioni, pagine 268, euro 10,00) che presenta per la prima volta anche la poesia composta da Zhiti in carcere in modo del tutto originale: non avendo carta su cui appuntare il canto, i versi venivano imparati a memoria dagli altri carcerati perché potessero tramandarli, se il poeta non fosse sopravvissuto. Sono versi forti, amari e dolenti ma senza nessuna vena d’odio. Il poeta non chiede vendetta: «La vita non basta per l’amore…/ terribile allora trovare tempo per l’odio». Con i suoi versi, Visar Zhiti attraversa tutte le fasi storiche dell’Albania contemporanea che hanno determinato vari generi letterari. C’è la «poesia del cassetto» che non poteva vedere la luce, pena il carcere o l’impiccagione; c’è la «poesia dal carcere», quella composta nella sofferenza e nella pena della restrizione fisica e morale e, infine, la «poesia sul carcere» scritta quando finalmente si è potuto assaporare la libertà. La raccolta proposta dall’editore napoletano in albanese e in italiano (con coraggio in un mercato che non legge poesia) presenta queste tre poetiche che si confondono perché sono identiche nell’essenza: tenere e dolenti. E resta unico Visar Zhiti. È il poeta tradito dalla poesia che non si duole mai per se stesso, ma per l’uomo che ha sofferto e per il suo simile che gli ha inferto la sofferenza. Non c’è nella sua poesia lo scontro tra un regime tiranno e il poeta. È qualcosa più terribile: è l’uomo contro l’uomo. Uno scontro che non si è mai sopito, antico come il mondo: «Aiuto chiedemmo al mondo: soldati, / pane, carri armati, medicine, libri. / Giunsero per salvarci, / da noi stessi». E ancora: «L’uomo / ben poco trovo nell’uomo. / Perciò mi rivolgo agli alberi, / imparo dal silenzio pieno di frutti». Oppure: «Uomini, / di nuovo potete andare. / Potete incontrare chiunque, / mai voi stessi».

Sposando il supplizio e le pene dell’altro, ma versando lacrime proprie, il messaggio poetico di Zhiti si universalizza e oltrepassa i confini geografici del dolore albanese. Il poeta è testimone della sofferenza dell’umanità, perché è questa che lo fa dolere più della sua vicenda personale. Consapevole di essere voce di altri che hanno subito mortificazioni analoghe, scrive: «Mi hanno condannato le divinità / a sentire il dolore dell’altro / perché molto di più…» L’uomo che ha paura dell’uomo che nel carcere non gli fu d’aiuto. Meno del cavallo, il solo che nel carcere si fece avanti al condannato «e salì in cima alla tragedia / e cadde in ginocchio davanti all’ucciso».

È quella di Zhiti una confessione laica (senza altari, come recita il titolo), ma i suoi versi – fa notare Elio Miracco che ha curato la traduzione – «sono attraversati da un inquieto sentimento di fede che trova nel simbolo della Croce il martirio di redenzione e si rivela in Cristo e in Madre Teresa». I chiodi della Croce nei suoi versi sono stelle, allegoria del cristiano. Zhiti non si presenta come l’ultimo condannato dolente di quel regime, ma come un cireneo dei giorni nostri che prende su di sé la croce di tutti.”

Due pronomi e un verbo

Ci sono articoli che corrono il rischio di passare inosservati. Questo, di Chiara Mariani per Sette del 7 dicembre, è uno di quelli. Come pure questo post che pubblico quasi all’una di notte. Eppure sarebbe un peccato perché vi si racconta di un libro che ora ho desiderio di leggere e che tratta di una grande storia di amore, dolore, attesa, morte e resurrezione. Parla di come hanno fatto 1246 lettere a salvare un uomo passato da Buchenwald al gulag…

Il 1917 non è solo la data della Rivoluzione di Ottobre. E’ anche l’anno di nascita di Lev (il Orlando-Figes-Qualcosa-di-piu-dell-amore_main_image_object.jpgleone) e Svetlana detta Sveta (la luce), uno dei momenti più infausti per venire al mondo in Russia. “Qualcosa di più dell’amore” di Orlando Figes racconta la storia della loro straordinaria passione attraverso 1246 lettere, scritte dal 1946 al 1954, che i due si scambiano tra il Gulag di Pechora, a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico dove Lev è rinchiuso, e Mosca dove abita Sveta: due epistole la settimana. I due giovani si incontrano nella capitale, nelle aule del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. Tra loro vi è uno sconosciuto Andrej Sacharov. Si nutrono delle note del violino di David Oistrach, dei versi dell’Achmatova, Blok, Pushkin e Majakovsky, sono fiduciosi nel futuro radioso del paradiso del lavoratore dove l’ottimismo è d’obbligo e la parola depressione è bandita. Sono gli anni delle prime ondate del Terrore staliniano che culmineranno tra il 1937 e il 1938, quando un milione e trecento mila nemici del popolo sono arrestati e mezzo milione fucilati, tra questi militari d’alto rango, insegnanti, sacerdoti. Troppi per poter affrontare con fiducia di lì a poco una guerra che mobiliterà tutti e costerà all’Unione Sovietica 27 milioni di cittadini. Il mite e poetico Lev Mischenko, come la bella e brillante Svetlana Ivanova, è un membro del Komsomol, la gioventù comunista, crede nell’idea socialista del progresso attraverso la scienza e la tecnologia e ritiene suo dovere servire la Patria minacciata dall’invasore. Imbracciate le armi è fatto prigioniero dai tedeschi, è trasferito a Buchenwald, dove si rifiuta di collaborare con il nemico. Capita nelle mani degli americani che gli offrono di impiegare il suo talento negli Stati Uniti, come fisico nucleare. Rifiuta, l’amore lo richiama in patria. La fine del conflitto mondiale per Lev segna però l’inizio di un nuovo incubo. Le autorità sovietiche lo condannano a dieci anni di gulag con la falsa accusa di aver collaborato con il nemico durante la prigionia. Da adesso in poi lo distingue un numero: l’articolo 58-1(b), riservato ai soldati traditori della patria, l’imputazione più ingiuriosa che priva il condannato del rispetto e della fiducia altrui persino a fine pena.

Il suo animo è troppo delicato, non se la sente di turbare Sveta, che non vede e di cui non sa niente da cinque anni, con notizie sulla sua sorte. Lui non ha fratelli o genitori con cui comunicare, è orfano dall’età di tre anni, da quando in ospedale vede un’infermiera portare tra le mani un oggetto rosso palpitante: il cuore della mamma che è appena stata fucilata. Il papà fa la stessa fine condivisa da molti altri “borghesi”. Lev preferisce così scrivere a una zia. Quest’ultima si affretta a fare quello che farebbe ogni donna: se ne infischia dell’eventuale turbamento ed informa la ragazza degli ultimi eventi. Nasce una corrispondenza preziosa, uno squarcio nell’anima di due innamorati che per troppo pudore non menzionano quasi mai la parola amore. Dirà lei in un commiato: “Il fatto è che voglio dirti soltanto tre parole: due sono pronomi e una è un verbo”. Quando Sveta lo interroga sulle sue necessità urgenti, se abbia bisogno di medicine, vestiti, cibo, carta o penna, Lev risponde laconico, certo di chiedere l’indispensabile, unica fonte di sostentamento e di speranza: “mandami parole, parole, parole”. In apparenza la scrittura di lei è priva di sfumature romantiche. Appartiene all’intelligenzia tecnica sovietica oppressa dal Diamat, il materialismo dialettico, il fondamento “scientifico” del marxismo-leninismo che denuncia il persino i fisici sedotti dalla teoria della relatività e la fisica quantistica perché idealiste e incompatibili con il credo del momento. Per superare il condizionamento culturale si affida così ai versi dei poeti russi, alla propria tenacia pratica e al proprio coraggio: scrive, scrive, scrive fino a quando trova il modo, illegale ed estremamente pericoloso, di raggiungerlo. Anche solo per pochi momenti. Ci saranno cinque incontri in quasi nove anni. Ogni volta percorre tra andata e ritorno 4340 chilometri. Lo stile di Lev ricorda la scrittura del XIX secolo con slanci lirici sorprendenti, soprattutto perché pronunciati da un uomo condannato ingiustamente alle crudeltà del gulag in una zona immersa nell’inverno nove mesi l’anno: “Tutto quello che è rimasto è il cielo… le stelle sono emerse dalla loro ibernazione estiva (la fine delle notti bianche ndr) e anche di questo sono grato”.

Il libro di Figes non ha solo il merito di riportare alla luce un carteggio, contrabbandato pezzo per pezzo dalla guardie e dai lavoratori volontari del campo di lavoro, che rivela a quali vette sia capace l’animo umano. Lo scambio epistolare di questi due giovani brillanti racconta senza sconti la realtà ai tempi di Stalin, il cui sistema si basava sulla graduale fusione tra Gulag ed economia civile, un’economia di schiavi che permetteva la creazione a basso costo delle grandi opere divenute il simbolo dei risultati postbellici dell’Unione Sovietica. Nelle sue lettere Lev racconta gli sforzi per attivare con l’ingegno, a discapito dei pochi mezzi, la centrale in cui lavora, descrive i caratteri dei suoi amici, le piccole gentilezze che rendono la vita possibile tra burocrati crudeli e incompetenti, le meschinità che conducono al crimine. Sopporta le atrocità grazie alle missive di lei perché ogni sua parola è una resurrezione e le sue lettere “sono tutta la mia biblioteca”. Sveta ragguaglia sulla nuova vita nella capitale, “Una buona metà della popolazione adesso vive in condizioni peggiori di quando eravamo in guerra”, e sui cambiamenti nelle abitudini. Sappiamo come si veste (“il cappotto verde è ancora vivo”), come si reca all’Istituto di ricerche, quali sono i rapporti tra le persone, cosa può dire e cosa deve celare. Neppure l’amnistia concessa dopo la morte di Stalin nel 1953, che liberò ladri e assassini, accorcia l’agonia di Lev, liberato solo alla fine del 1954 a fine pena. Il Leone e la Luce si sposano nel 1955, l’anno in cui nasce Anastassja (la Ressurezione). Più tardi nascerà anche Nikita, forse in omaggio a quel Kruschev che nel 1956 aveva denunciato Stalin e il suo culto della personalità, cancellando con un colpo di spugna l’onta di un tradimento mai commesso che pesava sul cuore di Lev, e che anche da uomo libero condizionava pesantemente tutta la sua vita. Forges va a trovare la coppia a Mosca nel 2008, un anno dopo aver scovato incidentalmente il carteggio quasi negletto, l’anno in cui morirà Lev. Sveta lo segue nel 2010. Riposano l’uno accanto all’altra.

Assetato di parole buone

Una poesia di Dietrich Bonhoeffer tra domande su se stessi e abbandono in Dio. La scrisse nel carcere militare di Tegel, a Berlino.

Chi sono, io? Mi dicon spesso

che esco dalla mia cella

calmo e lieto e saldo

come il padrone del suo castello.

Chi sono, io? Mi dicon spesso

che parlo alle mie guardie

libero e amichevole e chiaro

come fossi io a comandare.

Chi sono, io? Mi dicon anche

che sopporto i giorni della sventura

impavido e sorridente e fiero

come chi è avvezzo alla vittoria.

Io, in realtà, son ciò che gli altri dicono di me?

O sono solo ciò che so io di me stesso?

Inquieto, nostalgico, malato come un uccello in gabbia

bramoso d’un respiro vivo come mi strozzassero alla gola

affamato di colori, di fiori, di voci d’uccelli

assetato di parole buone, di presenza umana

tremante di collera davanti all’arbitrio e alla più meschina umiliazione

roso per l’attesa di grandi cose

impotente e preoccupato per l’amico ad infinita distanza

stanco e vuoto per pregare, per pensare, per creare

esausto e pronto a prendere congedo da tutto?

Chi sono, io? Questo o quello?

Oggi uno, domani un altro?

Sono tutt’e due insieme? davanti agli uomini un simulatore

e davanti a me stesso uno spregevole, querulo rottame?

O ciò che in me c’è ancora rassomiglia all’esercito sconfitto

che si ritira in disordine prima della vittoria del già vinto?

Chi sono, io? – domandare solitario che m’irride.

Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio!

Dietrich Bonhoeffer, Chi sono, io?

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