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Gemma n° 2022

“Il primo video l’ho portato perché mi ritrovo nelle parole di Rkomi. L’album è uscito il 30 aprile dell’anno scorso e l’ho ascoltato spesso; tutti i video sono canzoni con altri artisti mentre lui è al volante. Mi rispecchio nella sua musica ed è come se mi lasciassi guidare da lui. Alla fine dice che lo scopo nella vita non è pensare solo a se stesso ma anche agli altri, è come se stesse pensando a me, a chi ascolta la sua musica.

La seconda canzone definisce un po’ l’amico che vorrei e che magari avevo in passato e che ora non  ho più per vari motivi o proprio perché il colore che vedeva lui non era quello che vedevo anch’io. Mi è sempre mancato un amico con cui sfogarmi, rispecchiarmi, dire tutti i miei problemi, essere me stesso al 100%. Infatti mi ritrovo molto anche nel titolo Amico dove sei?

L’ultima canzone mi serve per definire un po’ la mia visione del mondo di oggi, secondo me veramente rovinato dai social. Riconoscendo di esserne vittima, cerco di allontanarmi dai social perché constato che rovinano tante amicizie e identità. Spesso si preferisce stare sui social che viversi la vita al di fuori. Mi rispecchio nel video e mi emoziono molto ogni volta: mi fa riflettere una parte del testo, quella che fa: “la gente come me morirà da sola”. Difatti il bambino fino alla fine rimane solo e anche la ragazza muore da sola senza essere ricordata”.

Che casualità! L’ultima gemma di quest’anno scolastico porta il numero dell’anno in cui siamo. Se l’avessi voluta questa coincidenza non sarei riuscito ad ottenerla. E questa proposta da G. (classe terza) è una gemma densa, offre tanti spunti di approfondimento. Ne scelgo uno dal primo video proposto. Le ultime parole di Rkomi sono “Uno dovrebbe cercare di avvicinarsi alle altre persone”. Ebbene, ieri sera stavo rileggendo alcune parole di don Pierluigi Di Piazza, da poco scomparso. Le riporto perché le trovo attinenti a questo “avvicinarsi alle altre persone”.“… Gesù, nel suo modo di vivere, non insegna una dottrina, ma un modo di essere, di relazionarsi. E lo fa certamente con le parole, ma soprattutto con i suoi gesti nel rapporto con le persone. E quando qualcuno gli chiede chi è il prossimo e cosa ognuno di noi deve fare per vivere da uomo di fede, per salvare e per salvarsi, lui racconta quella storia straordinaria che è la parabola del samaritano, in cui quello che conta è la compassione di uno straniero che si china su uno sconosciuto, ferito e abbandonato lungo la strada, perché è mosso a compassione dai suoi gemiti e dalle sue sofferenze. E la compassione lo porta a prendersi cura di quella persona, mentre prima il sacerdote del tempio era passato e aveva guardato dall’altra parte, e la stessa cosa aveva fatto il levita, l’inserviente del tempio. A me ha sempre colpito molto la laicità di questa parabola, perché non vi si nomina mai la fede, non si nomina mai Dio, ma è come se si dicesse che dove un uomo aiuta un altro uomo lì c’è già la presenza di Dio. Senza nominarlo, Dio è presente” (Accoglienza Giustizia Pace. Commenti ai Vangeli di Pierluigi Di Piazza, 2008). Sono parole che muovono le mie emozioni, i miei pensieri e mi determinano ad agire.

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Gemma n° 2021

“Ho portato come gemma questa collana che mi è stata regalata dai miei nonni poco meno di un anno fa. La porto sempre con me; quando non ce l’ho e devo fare una verifica a scuola mi viene più ansia perché penso che a volte la mia fortuna sia data dalla presenza di questa collana. Mi accompagna sempre, sia nei momenti in cui sono più felice, sia nei momenti più tristi: i miei nonni sono ancora vivi e li vedo, anche se non spesso, ma con la collana mi sembra di averli lì”.

Proprio ieri stavo pensando che difficilmente siamo realmente soli, anche quando non siamo fisicamente in compagnia di qualcuno, la nostra mente e il nostro cuore sono abitati dall’“altro”, talvolta un “altro” conosciuto e amato, come nella gemma di G. (classe terza), talvolta un “altro” fantasticato o idealizzato. E spesso gli oggetti sono ciò che vivifica questa assenza rendendola presenza.

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Gemma n° 2001

“Durante i primi mesi di quest’anno scolastico, mi sono soffermata a lungo sulle mie scelte, le mie azioni e sugli ultimi avvenimenti della mia vita.
Noi giovani siamo in quel periodo in cui tutto è un limbo: siamo intrappolati tra il mondo dei ragazzi e degli adulti ed allo stesso tempo facciamo spesso scelte che consideriamo “da grandi” ma che in realtà ci mettono solo più confusione.
In questi ultimi tre anni sono cresciuta molto da questo punto di vista ed ho imparato ad entrare piano piano in questo nuovo mondo, spesso a causa di scelte ingenue ed inconsapevoli che allo stesso tempo mi hanno insegnato preziose lezioni di vita.
Il mondo dei grandi non è mai stato perfetto poiché si parla di responsabilità, maturità, vita lavorativa, soldi, famiglia, casa… Non che sia tanto male, ma alla fine è proprio lì che scopri tante parti di te che neanche conoscevi, ti apri a nuove conoscenze ed esperienze. Questo passo verso una responsabilità sempre più grande è stata una delle paure della mia adolescenza. Tutti dobbiamo affrontare questi problemi ma questo è ciò che un lato della vita ci riserva e dobbiamo godercela nei suoi alti e bassi altrimenti rischiamo di rimanere da soli.
Ma cosa significa stare da soli?
Tutto comincia dalla nostra persona: le nostre relazioni, scelte e giudizi. Siamo noi stessi che ci isoliamo in molte situazioni perché pensiamo che le persone esterne non possano comprenderci. Però stare con la nostra persona ci permette di riflettere sulla nostra vita e soprattutto ci permette di prenderci una pausa dalla vita frenetica di oggi.
Stare da soli può essere benefico come potrebbe diventare un’arma tagliente.
Quest’anno lo reputo veramente un anno dal quale non riesco a prendermi una vera pausa per riflettere. Lo studio, il traguardo sempre più vicino all’esame di fine anno, la corsa all’esame di ammissione per l’università, il COVID e vari problemi familiari.
Tutti gli avvenimenti accaduti si accumulano come piccoli fantasmi che mi svolazzano intorno ed in mezzo a questo disordine vorrei solo riuscire a schiarire le idee e riprendere tutto da zero.
Forse questo mio desiderio sarà possibile tra qualche mese? Aspetto che il futuro me lo dimostri e che io stessa riesca a lasciarmi alle spalle questi pesi senza aver bisogno di portarli come fardelli.”

Accolgo il bilancio-sfogo di H. (classe quinta) augurandole quello che lei stessa auspica a se stessa: un’occasione di reset, uno di quei periodo in cui si ha il tempo per mettere dei punti, dei punti a capo, dei puntini di sospensione, dei punti esclamativi o dei punti interrogativi. Le auguro la punteggiatura dell’esistenza, quella che permette al nostro vivere di essere letto con un po’ più di chiarezza senza che sia esclusivamente un flusso di pensiero continui nel quale rischiare di perdersi.

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Gemma n° 1989

“Questa canzone è sempre stata come una migliore amica per me, c’è sempre stata nei momenti più bui che siano attacchi di panico o semplice voglia di sentirla. E’ l’unica cosa che riesca a calmarmi in qualsiasi situazione. Ci sono stati giorni in cui ascoltavo soltanto quella, a ripetizione, perché proprio ne avevo bisogno, come negli ultimi giorni, molto bui per me, perché in poco tempo mi sono trovata da sola e ho perso anche una persona molto importante, mio nonno. Questa canzone è stata la mia ancora”.

La gemma di A. (classe prima) è Fine line di Harry Styles. Voglio commentarla con un’altra canzone. E’ un brano che quest’anno compie vent’anni, è dei Tiromancino e fa parte dell’album In continuo movimento. Il titolo è Per me è importante. Non parla direttamente di morte, ma l’ho sempre pensata in riferimento ad una persona amata che non fa più parte di questa vita:
“Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre per non rischiare di aver ragione, che la ragione non sempre serve. Domani invece devo ripartire, mi aspetta un altro viaggio e sembrerà come senza fine, guarderò il paesaggio. Sono lontano e mi torni in mente, t’immagino parlare con la gente. Il mio pensiero vola verso te per raggiungere le immagini scolpite ormai nella coscienza, come indelebili emozioni che non posso più scordare. Il pensiero andrà a cercare tutte le volte che ti sentirò distante, tutte le volte che ti vorrei parlare per dirti ancora che sei solo tu la cosa che per me è importante. Mi piace raccontarti sempre quello che mi succede, le mie parole diventano nelle tue mani forme nuove e colorate, note profonde mai ascoltate, una musica sempre più dolce, il suono di una sirena perduta e lontana. Sembrerà di viaggiare io e te, con la stessa valigia in due, dividendo tutto sempre, normalmente. Il mio pensiero vola verso te per raggiungere le immagini scolpite ormai nella coscienza, come indelebili emozioni che non posso più scordare. Il pensiero andrà a cercare tutte le volte che ti sentirò distante, tutte le volte che ti vorrei parlare per dirti ancora che sei solo tu la cosa che per me è importante…”

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Gemma n° 1957

“Ho pensato tanto a cosa portare come gemma perché ci sono tante cose che si possono portare, però più che portare qualcosa di materiale ho pensato a cosa è più importante per me in questo momento ed è la compagnia. Ho quindi deciso di portare tutte le persone a cui voglio bene: tutti i miei amici, la mia famiglia. E’ una gemma molto semplice ma penso che la compagnia sia qualcosa che ti aiuta e a me ha aiutato tanto, soprattutto l’anno scorso. Dalla passata estate in poi ho visto proprio un cambiamento perché ho conosciuto tante nuove persone; la cosa bella è che oltre a conoscerle è sapere di averle vicino. Non mi sento più sola e ringrazio tutte le persone che mi sono vicine ogni giorno”.

Mentre M. (classe quarta) presentava la sua gemma ho immediatamente deciso che le avrei dato una colonna sonora: una vecchia canzone di Lucio Battisti, interpretata poi da Vasco Rossi. Titolo? La compagnia.
Mi sono alzato, mi son vestito e sono uscito solo solo per la strada
Ho camminato a lungo senza meta finché ho sentito cantare in un bar
Canzoni e fumo ed allegria, io ti ringrazio sconosciuta compagnia
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore
Ma so che sento più caldo il mio cuor
So che sento più caldo il mio cuor
Felicità, ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già
Tristezza va, una canzone il tuo posto prenderà
Abbiam bevuto e poi ballato, è mai possibile che ti abbia già scordato?
Eppure ieri morivo di dolore ed oggi canta di nuovo il mio cuor
Felicità ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già
Tristezza va, una canzone il tuo posto prenderà

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Gemma n° 1925

“E’ una foto scattata ieri mentre andavo a fare una passeggiata. Non sapevo cosa portare e tornata a casa ho scritto alcuni pensieri fatti durante la passeggiata: ho pensato di condividerli oggi.
Giornata splendida dopo una settimana volata tra pioggia, allenamenti e verifiche, perché non andare a fare una passeggiata nel bosco per schiarirmi le idee?
Non è un periodo facile, non riesco a trovare la motivazione giusta per fare nulla, non trovo uno scopo, il mio scopo, ma magari sono stati solamente giorni faticosi, sono solo stanca.
Esco, cuffiette nelle orecchie, alzo il volume fino a che il rumore dei miei passi non scompare, chiudo la porta di casa e parto.
È stata una camminata di circa 50 minuti in cui ho ascoltato musica ininterrottamente, ma non saprei nominare nemmeno un titolo tra le canzoni ascoltate perché i pensieri erano più assordanti.
Mi sono ritrovata sola, sperduta per il bosco del mio piccolo paesino a fare i conti con me stessa ed è stata la cosa più difficile del mondo. Inconsciamente la mia mente ha iniziato a vagare, a scavare sempre più a fondo nei ricordi, ripensando a quanto successo negli ultimi sei mesi, poi in terza, seconda, prima superiore, fino ad arrivare alla terza media. Qui le riflessioni si sono protratte per più tempo, accompagnate da lacrime e singhiozzi che non riuscivo a sentire a causa del volume troppo alto, come se non riuscisssi ad accettare il mio dolore, come se non avessi il diritto di piangere.
Ad un tratto parte una pubblicità di Spotify che mi strappa un sorriso, ritorno con la testa alla mia passeggiata e mi sento stupida a camminare per i campi sola e piangendo.
Riparte la musica. Ormai penso di essermi sfogata e di poter godermi finalmente la passeggiata, ma ad un tratto, senza volerlo eccoli lì di nuovo, questa volta però sono i ricordi dell’estate tra la prima e la seconda elementare…quella maledetta estate.
Piango.
Cerco di distrarmi, ma l’unica cosa a cui riesco ad aggrapparmi sono i miei amici, più o meno recenti, e tutto d’un tratto mi sento incredibilmente sola, sento un vuoto dentro che ho paura di non riuscire a colmare, ho paura di non farcela, di deludere tutti.
Non riesco più ad ascoltarmi e comincio a correre. Mi sfogo. Ricomincio a camminare.
Arrivata a casa mi accorgo di aver passato l’ultimo tratto di strada senza aver ascoltato né le parole della canzone, né i miei pensieri, come se per un momento tutto il mondo si fosse messo in pausa.
Quanto fa paura restare soli con se stessi”.

E’ difficile commentare la gemma di R. (classe quarta) tanto è ricca di suggestioni, emozioni, riflessioni. Ha premesso di non sapere cosa portare: ci ha portato in classe se stessa, la sua interiorità senza sovrastrutture o artificiali costrutti, un suo momento di fragilità e al contempo di forza. Non poteva farci regalo più grande. E mi ha anche ricordato di ricominciare a fare una cosa che da un po’ non faccio: deserto. Per me ‘fare deserto’ ha sempre significato prendere del tempo per me, isolarmi, appartarmi, mettere a tacere le voci delle cose da fare, degli impegni, delle incombenze e, in questo silenzio, ascoltarmi. Un proverbio tuareg dice Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima. Può far paura restare soli con se stessi, ma penso sia la via da percorrere e che a forza di essere percorsa porti alla nostra anima. E’ tornando da lì che poi il deserto si fa sentiero, si fa viottolo erboso e si fa giardino; è tornando da quel deserto che il “vuoto dentro” si fa pienezza e la “paura di non farcela” si fa sfida e voglia di farcela.

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Gemma n° 1842

“Questi sono i miei gattini. Io sono allergica ai gatti, anche mio padre e mia sorella, mia madre ne è terrorizzata. La quarantena per me personalmente e per la mia famiglia è stato un periodo difficile e ci ha segnati moltissimo tutti. Anche ciò che l’ha seguita, il mio rapporto con la scuola… insomma, un anno disastroso. Un giorno sono tornata a casa e ho trovato un bel gattino che mia mamma mi aveva preso perché mi vedeva sempre più in difficoltà. Ogni volta che torno a casa sono sempre da sola perché i miei lavorano fino a tardi e mia sorella finisce scuola tardi; ora invece non essere da sola e trovarli entrambi mi rende un sacco felice perché mia mamma li ha presi nonostante la sua paura e penso sia una delle cose più belle che abbia fatto per me”.

Questa la gemma di C. (classe quarta). Essere attesi, essere aspettati, essere pensati, essere amati, essere presenti nella mente di qualcuno, sapere che qualcuno è preoccupato o è felice per noi, sapere che qualcuno ha detto una preghiera per noi, essere portati nel cuore da qualcuno. E’ sapere di non essere mai soli.

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Gemma n° 1834

Un video dei Jamiroquai di fine anni ‘90 è stato al centro della gemma di S. (classe prima). “Virtual Insanity parla di una band che vive in una società dove gli umani vivono sotto terra e non hanno rapporti con le altre persone. Ciò impedisce loro di migliorare l’esistenza umana, propria e altrui, attraverso piccoli gesti che sottolineano i diritti del prossimo e i doveri propri”.

A commento della gemma questa volta non metto qualcosa di mio, ma un approfondimento che ho trovato su Louder.
“La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual Insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.
Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. “È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).[…] Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata”.

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Gemma n° 1769

“Ho scelto la canzone degli Abba Gimme! Gimme! Gimme! perché mi piace molto il ritmo, mi dà molta carica, soprattutto in questo periodo in cui sono sempre demotivata e stanca. Proprio ieri sera ho scoperto grazie a mio padre che mio nonno era un grande fan degli Abba e questa era la sua canzone preferita e io non lo sapevo! Poi ho voluto anche portare delle foto: tre me le ha regalate C., la mia migliore amica, e rappresenta il nostro gruppo di amiche. Per me sono speciali: la terza media è stato un brutto perido, ero sempre triste per vari motivi che non voglio riportare, ed è stata una fortuna conoscerle. Queste foto sono un bellissimo ricordo di loro e del compleanno. Infine una foto in cui ci siamo mia madre ed io: me l’ha regalata lei, a cui sono molto legata perché è la persona a cui tengo di più. Siamo entrambe molto testarde e litighiamo spesso perché vogliamo entrambe avere ragione. Lei ha fatto molti sacrifici per me ed è la persona per la quale darei anche la vita”.

Composita la gemma di G. (classe seconda). Quella degli Abba è in realtà una canzone il cui testo sembra andare in direzione diversa da quella suggerita dal ritmo: sonorità da disco music che sembrano anticipare il grande periodo della musica elettronica anni ‘80 e che accompagnano un testo che parla di solitudine (“mi rende così depressa guardare l’oscurità, non c’è un’anima là fuori, nessuno che ascolti la mia preghiera”) e della ricerca di una compagnia (qualcuno che scacci le ombre e che faccia attraversare il buio verso le prime luci del giorno). Buon ascolto e buona ricerca!

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3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il terzo è esplicato da Giuseppe Remuzzi, nefrologo e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Lo si può trovare a questo link.

Fonte dell’immagine

“«Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento. […]
e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.»

e ancora 

«Perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura?»

si chiede il pastore errante in una delle poesie più belle. Cosa rispondere a lui e a Giacomo Leopardi? Con un comandamento, questo: «Dedicare una attenzione speciale ai primi momenti della vita dell’uomo ma anche agli ultimi».
Perché siamo quello che siamo? Perché siamo ansiosi? O depressi qualche volta? Perché qualcuno di noi è in sovrappeso o alla pressione alta o si ammala di cuore? Dipende – almeno un po’ – da quello che è successo nell’utero che condiziona anche la nostra vita da adulti. Ciò che nostra madre mangiamo in gravidanza, quantità e qualità dei nutrienti (molte mamme dei Paesi poveri per esempio non hanno abbastanza cibo e il feto ne soffre) poi inquinanti, farmaci, infezioni, tutto questo compromette lo sviluppo del feto ma anche il nostro benessere da adulti. E non basta. Stress, tensione, stato mentale della madre – e naturalmente fumo e alcol – riguardano anche la nostra vita da adulti. Persino lo sviluppo del cervello – e quindi intelligenza, temperamento ed emozioni – dipende dall’esperienza dell’utero che coinvolge anche molte delle funzioni dei nostri organi, fegato, pancreas e soprattutto rene. Bambini che nascono sottopeso hanno reni più piccoli e meno glomeruli – le unità funzionali del rene – e da grandi avranno pressione alta, malattie del cuore e diabete.
Ma dedicare un’attenzione speciale ai primi mesi – dentro e fuori dall’utero – non basta, ci vuole un grande riguardo anche per gli ultimi momenti di vita dell’uomo, quelli a cui nessuno di noi di solito pensa mai. Ci si vorrebbe arrivare con un po’ di autonomia, con i minori disagi possibili, con qualcuno che ti spieghi cosa succederà e perché. Non è così quasi mai e allora i giorni o i mesi che precedono la morte saranno un calvario che spesso vanifica tutto quello di buono che c’è stato prima. Le cure intensive degli ultimi giorni, le macchine che respirano per te, il foro nello stomaco per alimentarti e tanto d’altro, ti privano di tutto (inclusi relazioni e affetti che hai passato una vita a costruire) senza che nessuno ti chiede nemmeno se lo vuoi davvero. 
Dall’oggi al domani non decidi più niente, nemmeno delle tue cose più intime, sei vulnerabile come non lo sei mai stato prima. Alla fine muori lo stesso, ma muori disperato.” 

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Gemme n° 456

M. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Questa canzone non è stata concepita secondo l’interpretazione che ne ho dato io. E’ la prima canzone ascoltata in modalità casuale il giorno dopo la morte di mia nonna nel maggio 2012; lei se n’è andata 15 minuti prima della mezzanotte del mio compleanno. Ero particolarmente triste perché era stata una cosa molto improvvisa: in soli venti giorni si era ammalata e se n’era andata. Questa canzone mi ha colpita perché dava voce ai miei pensieri: parla di una domenica che appare vuota e insignificante per l’assenza di qualcuno. Ligabue si chiede se la persona che manca riesca a sentire il suo pensiero e il suo sentimento; si stupisce che il mondo vada avanti e sembri lo stesso mentre lui non accetta questa assenza nella sua vita. Io l’ho interpretata così e quando la ascolto riprovo le stesse sensazioni di quell’orribile domenica”.
Sembra strano e contraddittorio che certe assenze siano così presenti. D’altro canto penso anche che sia proprio attraverso momenti come quello appena descritto che il rapporto con chi non è più di questa terra continui, in qualche maniera. E’ un modo per rinnovare l’amore e l’affetto che si provano per quella persona, una voce per dire “non ti dimentico, sei sempre con me, ti voglio sempre bene”.

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La notte ch’io passai con tanta pieta

Gauguin. GetsemaniQuanta vicinanza provo con questo articolo-meditazione di Alessandro D’Avenia sulla notte tra il giovedì e il venerdì santo. La fonte è Avvenire.
«Sono terribilmente infelice. Se credi che una preghiera possa essere efficace (non scherzo), prega per me e vigorosamente». Così scriveva Charles Baudelaire a sua madre il 18 ottobre del 1860, dall’inferno spirituale da cui cercò di uscire negli ultimi anni della sua vita. Ogni uomo ha la sua notte. Ed è proprio in quella notte che trova Dio, perché la notte lo lascia nudo e senza risorse di fronte all’insufficienza di tutto e di se stesso. Dalla ferita inguaribile della propria radicale solitudine emerge l’unica preghiera vera, perché è la vita stessa a farsi supplica: voglio essere da te salvato, perché io da solo, ora che mi conosco, non posso. Dante, nel suo viaggio, si perde nella selva oscura, nella notte tra il giovedì santo e il venerdì santo dell’anno giubilare.
A quella notte dedica i primi versi del poema, il ‘la’ notturno al suo percorso di salvezza. Secondo molti commentatori è proprio la notte tra il giovedì 24 marzo e il venerdì 25 marzo che vede coincidere (come quest’anno) venerdì di Passione e Annunciazione. A quella notte del 24 marzo Dante dedica un verso che in undici sillabe scolpisce tutte le nostre notti: «la notte ch’io passai con tanta pieta». La ‘pieta’ è la parola che Dante usa per indicare, con perfetta polisemia, da un lato la paura della tenebra e dall’altra proprio la misericordia che lo raggiunge in quella tenebra, perché Maria lo soccorre mandando Lucia, Beatrice, Virgilio a recuperarlo.
Non può che essere così se la luce del giorno che gli fa sperare salvezza è quella del venerdì 25 marzo, data in cui nella tradizione medievale Dio creò il mondo e lo ricreò poi con il fiat di Maria. La notte che ogni uomo e donna attraversano per trovare Dio, la notte che gli esperti di vita spirituale attribuiscono ai santi come passaggio dolorosissimo e necessario, in cui l’uomo si sente dannato dalle sue sole forze e trova in Dio la sua unica e radicale speranza di salvezza, come chi sta cercando l’aria sott’acqua dopo essere naufragato. Nel Vangelo, che è la forma di ogni storia umana, essendo Cristo il Dna di ogni vita, questa notte deve essere tutte le nostri notti ed è per questo che in questa notte Cristo cade per terra nella sua selva, dalla quale si vede Gerusalemme, tra i contorti rami degli alberi d’ulivo, che preannunciano il tormento del legno della Croce.
Cristo, solo e triste fino alla morte in questa sua notte, il senso di tutte le notti degli uomini, chiede compagnia ad altri uomini, tre in particolare che, gravati da sonno e paura, si addormentano: la solitudine di Cristo non è lenita da nessuno, nessun uomo può raggiungerlo neanche standogli a fianco. Cristo sperimenta su di sé le conseguenze del peccato, viene applicata alla sua natura divina l’assoluta estraneità della morte, come un veleno che egli beve volontariamente, così da renderlo inefficace, dopo averne subito tutte le conseguenze. Il sudore è di sangue, perché l’essere viene sradicato dalla sua identità immortale e si sente morire in vita, donandosi alla morte. In questa notte, Cristo si trova faccia a faccia con il Padre, e lo chiama come nessun ebreo ha mai fatto, a dimostrazione che lui è l’unigenito figlio del Padre: lo chiama col nomignolo affettuoso dei bambini: Abbà, Babbo, Papino. L’uomo-Dio ha paura, per questo tutti gli uomini possono avere paura di ciò che li fa morire, possono avere paura di morire come le ragazze dell’autobus spagnolo, come i cittadini di Bruxelles. Cristo non elimina la paura, ma ci permette di abitarla: l’invito più frequente di Dio quando entra nella storia è ‘non temere’.
Un non temere che non elimina il nostro tremare di fronte alle difficoltà della vita, alle cadute, agli errori, alla nostra radicale solitudine quando la vita ci frusta. Ma lui può dirci di non temere, perché ha parlato con Abbà: ho paura di morire, gli ha detto, ma non sia fatto quello che voglio io, ma quello che vuoi tu. Salvami tu, perché io non so come fare, mi fido di te, ora che tutto sto per perdere, i miei si sono addormentati e Gerusalemme brilla nella notte come il più terribile patibolo. Nelle tue mani mi rifugio. È la notte della ‘pietà’ che Pascal sperimentò proprio scoprendo che il sudore di sangue di Cristo lo riguardava: «Quelle gocce di sangue le ho versate per te» (Pensieri, VII, 533); è la notte che Dante paragona proprio a un naufrago che si aggrappa alla terra, e si volge a guardare l’acqua mortifera. È ogni notte questa, la notte di un amore che si frantuma, la notte di una perdita irreparabile, la notte di chi scopre che le cose si rovinano e non corrispondono mai al nostro desiderio di infinito…
Grazie a quella notte noi possiamo attraversare le nostre, perché solo nella nostra notte impariamo a dire Abbà, l’unico nome che ci salva dalla notte, che spezza la nostra solitudine e ci raggiunge proprio lì dove ci sentivamo irreparabilmente soli e perduti, perché solo quella supplica radicale ci porta dritti nel cuore della Misericordia. «Miserere di me, gridai a lui», urla Dante a chi era già lì, Virgilio, inviato da Maria che aveva prevenuto il suo urlo notturno, urlo che così si svela essere non una richiesta ma la risposta adeguata a un’azione preventiva del Padre-Abbà, che ci attira a sé, più che mai, nei nostri Getsemani.”

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Gemme n° 386

lavoretto

Questo è un lavoretto fatto dai ragazzi della parrocchia, dalle elementari alle superiori: li portiamo durante le feste ad anziani e soprattutto malati che non possono uscire di casa per far capire che non sono abbandonati e soli. Lo faccio da 5 anni, è una bella esperienza, importante. E’ un atto di reale e cortese affetto; lo si dice nel film “Un’impresa da Dio” (Dio: Sei stato all’altezza! Hai cambiato il mondo! Evan: No, non è vero! Dio: No? Vediamo… Passi più tempo con la famiglia, li hai resi più felici, hai dato una casa a quel cane! Evan: Va bene, e allora? Dio: Allora? Come si cambia il mondo? Evan: Con un atto di reale e cortese affetto alla volta! Dio: Con un Atto di Reale e Cortese Affetto). Penso sia un gesto che faccia stare bene te e gli altri: ti accolgono con un sorriso e con lacrime di felicità. L’unica parte per me negativa è che questi anziani parlano solo friulano e mi è un po’ difficile rispondere, soprattutto quando mi chiedono di chi sono figlia. Allora solitamente rispondo facendo riferimento a qualche loro conoscenza e me la cavo. Dietro la confezione del lavoretto abbiamo poi messo una frase del papa: “ll Natale di solito è una festa rumorosa: ci farebbe bene un po’ di silenzio per ascoltare la voce dell’Amore. Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima”. Questa è stata la gemma di E. (classe quinta).
Per un po’ di anni ho fatto volontariato in casa di riposo e una delle cose che ricordo meglio è il modo con cui quegli anziani attendevano le due ore di visita del sabato pomeriggio e devo dire che ho ricevuto molto da quelle persone, a inverare la frase di Seneca: “Ovunque vi sia un essere umano, vi è possibilità per la gentilezza”.

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Studiare è ancora inevitabile

passioCome spesso mi capita, sono solo in parte d’accordo con quello che pensa Paola Mastrocola. E pubblico queste sue parole, tratte dal sito della Laterza, subito dopo il predente post non perché vi trovo delle contraddizioni, ma per pura casualità.
Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente.
Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono.
La cosa più incredibile è che non importa a nessuno.
Di fatto, noi non intendiamo mai lo studio nella sua accezione più profonda; non entriamo nello specifico della sua sostanza immaginando l’atto di studiare in sé, fino alle sue naturali ed estreme conseguenze. Lo dico meglio: quando diciamo che i nostri ragazzi devono studiare, non vogliamo dire che debbano passare gran parte del loro tempo chini sui libri, pomeriggio e sera, soli e concentrati. Non vogliamo dire questo perché questo non ci piace per niente, e mai augureremmo loro una vita del genere. Eppure, quando speriamo che studino e che proseguano fino all’università, noi li indirizziamo a un siffatto stile di vita, giacché è ancora vero (non so per quanto) che per avere un’istruzione bisogna stare tanto, sui libri. E cartacei o digitali che siano, nulla cambia.
Lo studio è, ancora, inevitabile. Per quanto gli insegnanti si producano in performance sempre più accattivanti; i saperi si esternalizzino; le scuole si dotino di LIM, DVD, app, wi-fi e bluetooth; per quanto limiamo asperità e livelliamo strade azzerando ogni sorta di difficoltà; per quanto puntiamo al saper fare e alle competenze e al problem solving, e non più al sapere; ebbene, c’è sempre un momento in cui lo studente deve mettersi a studiare: piazzarsi seduto, aprire un benedettissimo libro, e starci sopra parecchio, e anche parecchio concentrato e attento. Che sia una semplice verifica, un’interrogazione virtuale, un esonero all’università, un test di ammissione per la Normale di Pisa o l’assunzione presso una ditta di surgelati, a un certo punto della vita i ragazzi dovranno dimostrare di sapere qualcosa. Quindi dovranno, bene o male, poco o tanto, studiare.
Non abbiamo ancora inventato sistemi alternativi, grazie ai quali evitare lo studio, questo spiacevole disagio, questo disturbo, percorso a ostacoli, noiosissimo impiccio che intralcia, deprime, sporca leggermente il meraviglioso luna park che pensiamo debba essere la vita. A un certo punto dobbiamo scendere dalla giostra dei cavallini e studiare: intollerabile! Non ci piace per niente.
E infatti stiamo lavorando per trovarli, questi sistemi alternativi. Nell’ultimo decennio direi che non facciamo altro: ministri, funzionari, professori, burocrati, intellettuali di grido e scrittori si danno un gran da fare a smantellare l’idea di un’istruzione fondata sullo studio e sui libri, cioè sull’universo logico-verbale (il modo “simbolico-ricostruttivo” dell’apprendimento, come dicono gli psicologi). L’ultima trovata è dire che tutto ciò è vecchio, screditarlo come retaggio arcaico e dinosaurico di un mondo che non c’è più. Insomma, è la solita solfa del mondo che è cambiato, dunque perché noi ci attardiamo su macerie invece di proiettarci dritti dentro il futuro? Siamo gli ultimi in Europa, siamo decrepiti, meritiamo di morire eccetera eccetera. E, dulcis in fundo, i giovani hanno ben ragione a non studiare, questo sistema non fa più per loro e se non ci sbrigheremo a trovarne un altro li perderemo tutti.
L’abbiamo risolta in questo modo: siccome nessuno ha più voglia di studiare, noi smantelliamo l’universo dello studio. L’idea geniale è che si tratti di adeguarci al cambiamento, assecondarlo invece di arroccarci.
Personalmente, più sento dir così, più mi arrocco. Mi viene uno spasmodico amore per tutte le rocche, il più inerpicate e sole possibile. Inaccessibili e lontane, con la nuvoletta in cima. Da lassù contempleremo le magnifiche sorti e progressive. Tanto, di una cosa sola siamo molto consci: che nulla possa arrestare la marea. Quindi, tanto vale godersela dall’alto, noi arroccati.
Chiusa la parentesi rocciosa, dicevo che ci piace molto che i ragazzi vadano a scuola, ma non che studino. È un controsenso, lo so. Una specie di dissociazione, un’autocontraddizione in cui ci siamo imbrogliati come in un groviglio e di cui non sembriamo per nulla consapevoli. Magie della mente umana. Un fraintendimento. Un equivoco, gigante. Una incomprensione granitica reciproca fatta a forma di montagna. Potessi disegnarla, sarebbe la catena dell’Himalaya.
Forse potremmo dir così, che la parola “studio” ha oggi come per miracolo due significati. Si è divaricata. Spaccata. Si è creata un’ambiguità terminologica, che ha prodotto tra noi tutti una confusione. Un intrico di rami. Detto in breve, quando diciamo “studiare” intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama percorso formativo); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, stare sui libri, passare ore chiusi da qualche parte, isolati, concentrati, fermi.
Studio 1 e studio 2. Per quanto possa sembrare strano i due significati oggi, nella nostra testa, non vanno insieme. Fino a pochi decenni fa erano, ovviamente, inscindibili; oggi invece possono dissociarsi, andare ognuno per conto proprio. Così che si crea il seguente paradosso: da una parte siamo tutti d’accordo che si debba studiare, dall’altra non ci piace per niente studiare.
E può succedere che le famiglie tengano moltissimo allo studio 1 dei loro figli: si dedicano con grande cura alla scelta della scuola, e seguono i figli molto più di una volta. Arrivano a fare i compiti con loro, e si prodigano a offrir loro tutti i supporti possibili, libri, computer, lezioni private a iosa. E può succedere, allo stesso tempo, che queste stesse famiglie, che tengono così tanto allo studio 1 dei loro figli, non si preoccupino molto dello studio 2. Può succedere addirittura che questo studio 2 dia loro fastidio: in qualche modo peggiora la vita quotidiana di tutti, è un problema e tendono quindi a ostacolarlo, o relegarlo in qualche zona buia e ristretta della vita.
Insomma, se noi genitori tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri figli, non faremmo le vite che facciamo e non avremmo la scuola che abbiamo. E se noi insegnanti tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri allievi, non chiuderemmo un occhio: saremmo più esigenti, fin dalle elementari; ci preoccuperemmo meno di divertirli, distrarli, ammaliarli con effetti speciali, gite, teatri, balletti in maschera. Insegneremmo loro, molto umilmente, le materie di base, dando loro gli strumenti di base per possedere le nozioni di base. E non penseremmo, così facendo, di offrire cose troppo banali e povere né ci preoccuperemmo di annoiare i bambini: avremmo ben chiaro in mente di fare la cosa migliore per loro.
Perché è dalla base che si parte per costruire qualsiasi edificio. Se no, crolla.”

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Gemme n° 242

Come gemma ho deciso di portare una canzone, “Summertime Sadness” di Lana Del Rey. Nonostante oggettivamente sia una canzone abbastanza triste, soggettivamente è una delle mie canzoni preferite. Nonostante non ami particolarmente Lana Del Rey, questa canzone mi ha colpito profondamente poiché mi ricorda una persona molto importante che è entrata qualche anno fa nella mia vita e mi ha aiutato durante un periodo buio, ovvero la separazione (dolorosa) dei miei genitori. Vedo questa persona pochi giorni all’anno (d’estate) perché abita in un’altra regione ma nonostante questo è più importante di alcune persone che vedo ogni giorno. Questa canzone mi ricorda appunto il periodo estivo e porta con sé una, tutto sommato, dolce nostalgia e malinconia.”
Questa la gemma di J. (classe seconda). Verso la fine della canzone si sentono le parole: “Come alle stelle manca il sole nel cielo del mattino”. Da dove può nascere il desiderio di una luce più grande che oscuri la mia piccola luce? Forse dalla necessità di rischiarare il buio.

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Gemme n° 205

Propongo questa canzone perché mi ricorda mio nonno che non c’è più da un po’ di tempo. In questo momento lo sento importante. Legati a lui sono i momenti più spensierati della vita; inoltre questa canzone mi ricorda le persone che per un motivo o per l’altro non fanno più parte della mia vita, quindi non la ascolto molto perché mi macina il cuore”. Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Jovanotti descrive uno stato di solitudine, di abbandono, una condizione che fa male e destabilizza perché gli uomini non hanno il dizionario giusto per comprenderla, non la sanno leggere, si sentono persi: “Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere, vienimi a prendere, mi riconosci, ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te”.
Causa dello stato precedente, ma anche sua soluzione, penso siano racchiuse nei versi successivi: “Sbocciano i fiori sbocciano, e danno tutto quel che hanno in libertà, donano, non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà; mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria, giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia”. Vivere con dentro al cuore la passione, penso sia questa la soluzione: ho aggiunto una rima alla canzone di Jovanotti 🙂 Magari un giorno scrivo un post su cosa penso sia questa passione…

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Il male non ci prende di sorpresa

Solitamente ripubblico articoli o riflessioni scritti da altre persone aggiungendo aggettivi neutri o che suscitino la curiosità: “interessante”, “stimolante”, “ricco”. Questa volta mi lascio andare a un “meraviglioso”. Giovanni Grandi prende spunto da un mosaico (qui una gallery) di una chiesa di Trieste per riflettere sul male interiore, sulla colpa, sul perdono, sulla misericordia.

don francesco bonifacioTre mani, una pietra. È il dettaglio di un mosaico realizzato a Trieste dall’équipe guidata da p. Federico Pelicon, per ricordare una storia piccola di quasi 70 anni fa, accaduta nel cuore dell’attuale Europa, allora appena uscita – lacerata a metà – dalla seconda Guerra Mondiale. Una storia raccontata per lunghi anni sottovoce, memoria ferita di persecuzioni feroci, che avevano come obiettivo l’eliminazione di chi incoraggiava a coltivare la libertà interiore e lo studio, ad associarsi per rimanere in rete, a spezzare anziché alimentare la catena della violenza. È la storia di don Francesco Bonifacio, esile pretino in servizio tra quattro case dell’Istria, fermato dalle guardie popolari l’11 settembre 1946 e ucciso. Ucciso perché incoraggiava i giovani ad organizzarsi nell’Azione Cattolica, “pericolosa” fucina di pensiero libero, di spiritualità esigente, di azione non violenta. Ucciso con un colpo di pietra. Pietra che il mosaico ci riconsegna con attorno tre mani, invitando a sostare in modo sorprendente sul mistero del male.
don francesco bonifacio2La forza della rappresentazione simbolica è racchiusa nella sua capacità di portarci fuori dal tempo: la vicenda di don Francesco e del suo uccisore si compie storicamente in quella sera di settembre del 1946, ma diventa, nel mosaico, lo specchio in cui tutti possiamo contemplare noi stessi dopo che abbiamo infierito sul nostro prossimo.
Ogni decisione drastica ha un tempo di incubazione; il male non ci prende mai di sorpresa, ci conquista poco a poco con ragionevolezza, ci stanca con l’elenco dei “buoni motivi per…” finché non acconsentiamo a quel proposito di offesa, di rivalsa, di sopraffazione. E portiamo a compimento l’ambiguo disegno da cui ci siamo lasciati persuadere. È il tempo di incubazione che fa sì che la pietra diventi profondamente nostra e che ci rimanga in mano anche dopo averla scagliata.
La pietra ancora in mano all’aggressore non esplicita tanto un (già palese) giudizio sociale di condanna, quanto piuttosto la coscienza personale e indelebile della propria accondiscendenza al male.
Dinanzi a noi stessi, non possiamo mai liberarci delle pietre con cui abbiamo infierito sugli altri e che siamo certi ci appartengano: le abbiamo raccolte con curiosità, le abbiamo soppesate, rigirate tra le mani. Magari ci è sfiorata l’idea di deporle, ma poi l’abbiamo allontanata e le abbiamo strette con ancor maggiore convinzione. Fino a scagliarle, scoprendo subito dopo che proprio in quel gesto meditato sono diventate definitivamente nostre.
Accade anche di passare una vita intera a tentare di staccarsi dalle mani la pietra con cui si è colpito l’altro. Alle volte ci si prova moltiplicando l’elenco dei “buoni motivi per…”, altre cercando di compensare con qualche forma di espiazione auto imposta: eppure né l’autoassoluzione, né l’autocondanna riescono nell’impresa di restituire l’integrità compromessa. È così che spesso la vita si guasta, anche quando le vicende che ci hanno visto protagonisti rimangono ben lontane dalla gravità di cui racconta l’epilogo della vita di don Francesco. Ed è questo il successo terribile del male: guastare la vita e quasi trasformare la persona, davanti a se stessa, in quella stessa pietra. Come se in quel gesto si riassorbisse irrimediabilmente tutta una vita.
Il mosaico della chiesa di san Gerolamo dialoga profondamente con questo dramma così comune, così umano, in cui si esprimono insieme la nostra partecipazione al male e il nostro disgusto – ex post – per avergli prestato le nostre stesse mani. Dialoga con questo dramma attraverso un’intuizione potente affidata alle immagini: l’uccisore di don Francesco è portato sulle spalle da Cristo, che tiene nella propria mano quelle in cui è rimasta indelebilmente incastonata la pietra.
L’uomo che si accorge di non poter staccare da se stesso la pietra gettata e che diventa prigioniero di quella pietra, al punto quasi da ritenere che la propria vita stia tutta lì dentro, non può che essere raggiunto facendosi carico di quella stessa visione disperata che ha di sé. Questa, nelle antiche catechesi battesimali cristiane, era una delle intuizioni fondamentali: la liberazione non inizia certificando alla persona il male commesso, ma sintonizzandosi con l’autocomprensione dolente che l’uomo ha di sé. Così, se l’uomo è rinchiuso in quella pietra, il Dio liberatore è quello che la raccoglie e che prende con sé l’uomo con la sua pietra in mano, non senza.
Il mosaico ripropone questa prospettiva: l’unico Dio davvero interessante non è quello che reclama un’umanità già candida e moralmente perfetta. È piuttosto quello che raggiunge l’uomo proprio lì dove questi ha già sentenziato di non poter che essere solo, irrimediabilmente (auto)condannato, integralmente assorbito nel male commesso e con questo destinato alla morte.
Entrambe le mani per una pietra: tutta la vita rinchiusa in un gesto intriso di male. Un’altra mano che le raccoglie: tutta la vita raccolta e caricata sulle spalle, per condurla fuori dalla prigione oscura in cui il male la tratteneva, simboleggiata – ancora nel mosaico – dallo sfondo nero, infranto come una lastra la cui resistenza carceriera è finalmente compromessa, in attesa di sgretolarsi definitivamente.
Non ci liberiamo né ci salviamo da noi stessi dal male in cui sappiamo di essere coinvolti, a cui sappiamo di aver dato le nostre mani, e questo la vita ce lo insegna senza troppi complimenti.
Se però c’è qualche via di liberazione e di salvezza, questa non passa attraverso improbabili amputazioni o oblii della propria storia: passa necessariamente attraverso mani misericordiose, mani terze, che ci raccolgono con le pietre a cui ci sappiamo legati e ci soccorrono lì dove disperavamo di poter essere raggiunti. Ed è forse proprio questa la più divina delle esperienze riservate all’uomo che, in ogni tempo, si interroga sulla propria integrità infranta.”

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Gemme n° 192

Ascolto questa canzone quando mi sento sola o triste oppure ho semplicemente voglia di stare con me stessa; mi fa riflettere, pensare, mi dà speranza. Mi fa trovare l’aspetto positivo delle cose spiacevoli che possono accadere a chiunque, un po’ come suggerisce il titolo “Divenire”. Questa la gemma di G. (classe quinta), che ha anche consigliato di ascoltare il brano in cuffie, per apprezzarlo meglio.
Inserisco qui sotto uno dei miei “rifugi”: la musica di Roberto Cacciapaglia, e questo brano in particolare…

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Gemme n° 181

Mi hanno mostrato questo video a Londra, e lo porto anche se non è il mio genere. Mi ha colpito la frase Io sapevo già che ti avrei amato anche se non ti conoscevo”. Questa la gemma di M. (classe quarta). Il testo dei Savage Garden a un certo punto dice più o meno: “Non ci sono poesia o ragione, solo questo senso di completamento e nei tuoi occhi vedo i pezzi mancanti che sto cercando. Penso di aver trovato la strada di casa, so che potrebbe suonare più di una piccola pazzia ma io ci credo.” Pubblico un video che ho trovato in rete: l’interpretazione può essere molteplice. Personalmente gli ho dato il senso della bellezza del camminare insieme e non in funzione dell’altro, alla pari e non su un piedistallo o a livello di uno zerbino…