Moby disconnesso

Prima mi sono imbattuto nel video, poi ho trovato questa recentissima intervista di Filippo Brunamonti a Moby, pubblicata ieri su La Repubblica. Vi si parla di musica, globalizzazione, ecologia, spiritualità, linguaggio…
LOS ANGELES – Il cancello muschiato, le radici degli alberi color vino bianco, un sole vittorioso a forma di freccia. L’appuntamento con Moby, vero nome: Richard Melville Hall, 51 anni lo scorso 11 settembre, è all’una del pomeriggio nella sua casa al confine di Hollywood, sulle colline di Los Feliz. L’acqua della piscina è percorsa da luci stroboscopiche, come quelle a cui ci ha abituato il cantante e DJ di Harlem negli anni Novanta. Venti milioni di dischi in tutto il mondo, un talismano di breakbeat, suoni dance e techno, dai successi di Play e 18 passando per le fabbriche di Michael Jackson, David Bowie e Brian Eno. Per loro ha prodotto, co-scritto e remixato brani inediti e allucinazioni di rottura. Nel memoir Porcelain, pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu, ha svelato il suo passato nei club, attaccato alla tavoletta di porcellana dei cessi di New York; l’abuso di alcol e droga, “gli spacciatori di crack che si prendevano regolarmente a pistolettate” in un gospel urbano fatto di Public Enemy, EPMD e Rob Base and DJ E-Z Rock.
Sono cresciuto a Stratford, Connecticut” racconta Moby in terrazza, polo nera, occhiali rotondi. “Vedevo il mio futuro dal vetro di una lavanderia a gettoni, in blue jeans e con una giacca presa a cinque dollari dall’Esercito della Salvezza. Mia madre piegava i miei vestiti su un banco di linoleum screpolato, per arrotondare lavava anche quelli dei vicini”. Dalla vita, dice, ha avuto tutto: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, subito dopo ne desideri una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Da qui la conversione al cristianesimo (lui preferisce “taoista-cristiano-agnostico-meccanico quantistico”), la battaglie per i diritti degli animali, la beneficenza e la dieta vegana.
È appena uscito il nuovo disco, These Systems Are Failing, sotto il nome di Moby & The Void Pacific Choir. Lo hanno definito un ritorno politico e furioso. Concorda?
moby_vpc_tsaf_front_03-copy“Credo che l’album sollevi una questione su tutte: perché un cinquantunenne che non va in tour si ostina a sfornare dischi? Al giorno d’oggi le band fanno musica per diventare ricchi e andare in giro per il mondo. Io suono semplicemente perché amo la musica e, attraverso la mia arte, parlo di problematiche che mi stanno a cuore. So già che non farò un soldo buttando fuori un album nel 2016, perché nessuno compra musica se non vai in concerto. Ci sono ragioni personali che mi hanno portato a comporre These Systems Are Failing, altrimenti me ne sarei stato sul divano a guardare Il Trono di Spade. Se penso che questo sia un album politico? Tutto quello che gli sto cucendo attorno – il manifesto, il suono post-punk e new wave, il video cartoon di Are You Lost In The World Like Me realizzato da Steve Cutts e ispirato alle illustrazioni di Max Fleischer, l’animatore di Betty Boop, Popeye e Superman – tutto questo, direi, è iperpolitico. La musica è un’altra cosa: non sono bravo a scrivere testi civili, sono più intrigato dall’antropologia, dall’evoluzionismo e dal comportamento umano. Mi interessano le scelte della gente, in particolar modo le scelte sbagliate. La politica è importante da un punto di vista pratico ma la cognizione umana ha delle regole proprie, ingovernabili. E’ la nostra cognizione a dettare la linea e non la politica”.
Credo che per la maggior parte di noi, la risposta alla domanda del singolo Are You Lost In The World Like Me, sia “sì”.
“A me capita spesso di sentirmi perso proprio mentre sono ultraconnesso con questo mondo. Più mi connetto, più mi disoriento. Qui dove ci troviamo, a Los Feliz, guardo gli alberi, ascolto gli uccelli, faccio trekking, mi tuffo in piscina, esco con i miei amici vegani… Sono protetto. Poi mi sintonizzo su un rally di Donald Trump, vado a fare la spesa in uno shopping mall di Los Angeles, e all’improvviso mi sento disconnesso dall’umanità, dalla mia cultura, dal mio paese”.
Quali sono le sue isole felici negli Stati Uniti?
“In genere sono le città universitarie e i parchi nazionali. Abbiamo 58 Parchi Nazionali, tutti amministrati dal National Park Service. Aree protette. Dalle acque cristalline nello Yosemite park all’Antelope Canyon, dal Virgin River al fiume Tuolumne. A Los Angeles esistono due milioni di acri di bellezze mozzafiato. Angeles National Forest è un esempio straordinario: nel pieno della città sorge una foresta con alberi, orsi e leoni. Entrare in contatto con un ambiente che non ha nulla a che vedere con le persone, mi fortifica. Ovunque tu vada – Milano, Sydney, Londra, New York – ogni parte della città è costruita a misura d’uomo. Dal momento in cui ti svegli all’ora di andare a dormire, vedi soltanto dei “dischi umani” accartocciati su strade, rotaie, semafori, marciapiedi. L.A. integra l’elemento naturale a quello umano. Hai mai provato a perderti in montagna o nel deserto? Ogni preoccupazione sulle relazioni affettive, quanti Like hai guadagnato su Facebook… Tutto questo viene spazzato via”.
È ottimista o pessimista sui social media?
“Tutti e due. Se solo usassimo Facebook, Twitter, Instagram per fronteggiare questioni più serie e urgenti, sarei più positivo. Se qualcuno finalmente riconoscesse i rischi del cambiamento climatico, del riscaldamento globale e dei livelli record di anidride carbonica, tirerei un sospiro di sollievo. Ora che, a New York, i 193 Stati membri delle Nazioni Unite firmeranno un documento congiunto sulle linee guida per la lotta alla resistenza antimicrobica, penso di essere meno solo. Credo che i super batteri che non rispondono più alle cure con antibiotici siano davvero la più grande minaccia alla medicina moderna. Ma questo genere di informazione circola sui social? E’ presa sul serio? Come musicista, persino come “strambo personaggio pubblico”, non posso più essere egoista. Non è giusto chiedere soldi alla gente perché devo comprarmi una macchina nuova. La mia missione, qualsiasi talento io abbia, è risvegliare coscienze e mettere in stato di allerta chi mi segue”.
E un risveglio c’è stato?
“C’è e non c’è. Non posso generalizzare, non conosco personalmente i 7,450 miliardi di persone su questa Terra, immagino siano impegnati a fare altro… Amo questa frase di Martin Luther King Jr.: “The arc of the moral universe is long, but it bends towards justice”, “L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia” (secondo il Washington Post a pronunciarla non è stato il premio Nobel ma Theodore Parker, ndr.). Oltre alla giustizia, credo che tenda verso un cambiamento della ragione. Nel corso della storia umana, ho visto e vedo parecchi progressi: diritti per gay, neri, donne, animali… Lentamente diventiamo tutti più acuti. Ci sono sempre meno persone attorno a me con una sigaretta in bocca, per dire; meno genitori che picchiano i loro bambini, e così via. Siamo svegli ma i nostri cervelli si sono evoluti in un ambiente del tutto differente da quello in cui si trovano adesso. Occorre tempo”.

mobyMa da dove arriva il nostro cervello?
“Chi viene prima di noi ha sperimentato il freddo, la fame, la paura. I nostri antenati, milioni e milioni di anni fa, erano dei baby-scoiattoli. Il loro unico modo di sopravvivere era usare la ferocia e l’aggressività per superare la paura. Abbiamo ereditato questi geni ed è per questo che, costantemente, ci sembra che il mondo vada a rotoli. La sola differenza è che oggi controlliamo il mondo, lo teniamo in pugno, pur avendo nel DNA gli istinti dei magnifici avi. Il nostro cervello non è ancora tagliato per questo mondo. Siamo davanti ad una incomprensione naturale”.
Mi dica qualcosa di incomprensibile nel mondo.
“L’obesità è una delle disfunzioni più visibili: gli americani, e non solo, mangiano come se stessero morendo di fame. Mi domando: come riusciremo a portare la nostra specie al livello di evoluzione tecnologica moderna? L’architettura del nostro cervello è un grande mistero: abbiamo la corteccia cerebrale, uno strato laminare continuo, in comune con parecchie creature; poi il sistema limbico, una porzione del diencefalo che possiedono i mammiferi, le scimmie, i cavalli, gli orsi e noi umani. Quello che ci distingue dalle altre specie è la corteccia frontale, anche se non sappiamo farne buon uso. Per esempio, se un tizio mi attraverso la strada mentre sono imbottigliato nel traffico, lo vorrei uccidere. Punto. Non credo sia una reazione razionale, è l’istinto che guida. Se metti alcune persone davanti a McDonald’s vogliono abbuffarsi come se non esistesse un domani. Anche qui: non è una risposta razionale, è un disordine. Idem per i tossici: riempili di crystal meth e non ne potranno più fare a meno”.
Nella sua autobiografia parla del momento di perdizione a New York, dal Palladium al Limelight, l’epoca underground della comunità afro e latina, lo sfogo dell’AIDS. Che fine ha fatto quel Moby animalesco?
“E’ diventato vegano e astemio, per cominciare. C’era un tempo in cui mi dicevo: “Se ora strappo un accordo a quell’etichetta musicale, se ho la ragazza, se ho abbastanza alcol, droga, fama, tour… sarò felice”. Invece non ero mai felice. Volevo di più, di più, di più. Lo noto ogni giorno a Hollywood. Molti artisti vivono male, si sentono miserabili pur avendo tutto quello che desiderano. Io ero uno di loro, pur avendo conosciuto la povertà da ragazzo. Quando ho studiato la filosofia del monkey mind e mi sono avvicinato al Buddismo, ho capito che quello che desideravo finivo poi per prenderlo a cazzotti, e rigettarlo”.
È in contatto con qualche sciamano?
“Ora sono sobrio e non pratico l’Ayahuasca; mai provata, anzi. Ma conoscono molte persone che lo fanno e le rispetto”.
Sobrio da quanto?
“Otto anni. Comunque non reputo l’Ayahuasca una droga potente come la cocaina. Il mondo degli sciamani, invece, mi rappresenta molto. Sono un appassionato di spiritualità e religioni del mondo, da sempre; le ho studiate all’università assieme alla filosofia. Se dovessi elencare gli insegnanti della mia vita, a questo punto, direi la natura e lo spirito”.
Crede in Dio?
“Per diverso tempo credevo che il modo migliore per conoscere Dio fosse quello di leggere libri che parlassero di Dio. Ho letto Bibbia, Corano, Tripitaka, Dhammapada, Dao de jin, Guru Granth Sahib… Cercavo di trovare Dio attraverso narrazioni di altri testimoni. Poi un giorno mi son detto: “Perché al posto di cercare Dio nei testi sacri non guardi che cosa Dio fa mentre il suo popolo non presta attenzione?”. Per “Dio” intendo una forza di vita. Allora mi sono accorto che attorno a me ci sono arbusti, papaveri, api. Gli sciamani li sento alleati nella mia ricerca, diffido però da qualunque guru spirituale affamato di denaro e da chi chieda in cambio la mia adesione a un culto. Mi spaventa. La risposta divina non la puoi intascare con una banconota da cento. Non credo che Dio lavori come commercialista per una squadra di football”.
Lei ha dichiarato che c’è qualcosa di molto familiare e confortevole nel fallimento e nell’oscurità. Che cosa intendeva?
“Attenzione, il fallimento può diventare un autosgambetto. Nessuno vuole fallire, dico bene? Al tempo stesso, se guardiamo alle nostre esistenze, il fallimento è il nostro più grande maestro. Il successo ci rende solo arroganti e compiacenti. Sto cercando di scrivere un romanzo sulle cadute storiche del genere umano, sui fallimenti che ci trasciniamo o dai quali impariamo una lezione”.
Chi è il fallito a cui guarda con maggior rispetto?
“Indubbiamente Bill Clinton. Da giovane la sua corsa a governatore dell’Arkansas riuscì a vincerla. Nella rielezione perse di venti punti. Che brutta botta! A soli trent’anni, disoccupato, sognatore, qualcosa lo aveva spinto a diventare un politico migliore. George W. Bush, invece, è diventato presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto ad Al Gore, ottenuti in Florida nelle elezioni del 2000, eppure Al Gore ha fatto di quel fallimento un vantaggio: è stato insignito del Premio Nobel per la pace nel 2007 e il suo documentario, Una scomoda verità, ha ricevuto l’Oscar. Solo perché ha fallito, oggi è un asso nell’industria dei computer, membro del Consiglio di Amministrazione di Apple e consulente presso Google. Un paradosso? Non possiamo evitare il fallimento. Sarebbe un errore. Fallire è bellissimo: ci accadono cose terribili ma restiamo “ok”, in piedi, più coraggiosi. Il solo concerto che farò per promuovere These Systems Are Failing sarà al Circle V, il festival di musica e cibo vegano, al Fonda Theater; la mia ex, ora miglior amica, continua a chiedermi se sono nervoso. Io le dico: “No, al peggio suonerò da schifo”. Chi se ne frega. La possibilità di fallire non è la fine del mondo, dovremmo vederla come un comfort”.
Torniamo all’album. Questi sistemi stanno fallendo: perché questo titolo?
“Se sei un attivista, se ti interessa il benessere di questo pianeta, devi tramutarti in un lottatore di arti marziali o in uno stratega militare. Quando ti butti nel mondo devi capire quale sia l’arma migliore per combattere. Anni fa ho pubblicato un libro, Gristle, una guida al modo più efficace di consumare cibo. Aveva un look piuttosto accademico ma parlava delle conseguenze dell’agricoltura animale ed io ci tenevo”.
Best-seller?
“Fiasco totale”.
Quanto ha venduto?
“Circa 5.000 copie, la maggior parte finita negli armadietti delle scuole. Insomma, è evidente che quella non è la maniera vincente di far passare un messaggio. L’adorabile cartoon del video di Are You Lost In The World Like Me ha totalizzato 5 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Voglio creare buona arte ed essere responsabile, per questo ho fatto un cyber-stalking a Steve Cutts chiedendogli per email di girare un video per me. Ogni fotogramma di Are You Lost In The World Like Me è fenomenale. Adoro quei personaggi semplici ma iperesagerati, come delle Betty Boop alienate dalla tecnologia”.
E Betty Boop è una filosofa?
“Ogni forma di animazione anni Trenta, prodotta dai Fleischer Studios, è filosofica. Betty Boop è per di più una flapper, una ragazza emancipata della Jazz Age”.
Era solito inserire dei brevi saggi all’interno dei suoi dischi. Sarà così anche per questo?
“No, oggi non sarebbe un modo intelligente di fare attivismo, infilare un saggio nel cd. Chi compra più un cd fisico? Chi compra saggi? Preferisco un manifesto e un cartone animato”.
Che ricordo ha di David Bowie?
“Diventare amico del mio più grande eroe di tutti i tempi è stato un regalo del cielo. Tutti amano Bowie, la sua musica, lo stile. Finire per fare barbecue insieme a lui e girare il mondo in tour al suo fianco… Indescrivibile. Ricordo la sua tristezza interiore miscelata ad un entusiasmo extraterrestre”.
E Michael Jackson?
“Non posso dire di averlo conosciuto bene. Ci siamo incontrati una volta sola e non era presente a se stesso. Mi sembrava di essere al cospetto di una conchiglia, di un guscio. Farfugliava, mormorava, non era più “umano”. Uscii dal nostro incontro sconcertato”.
Che cosa significa “umano”? La musica è ancora umana per lei?
“Ho letto qualche libro del neurologo Oliver Sacks e in particolare Musicophilia che parla dell’effetto della musica nel nostro cervello. Ho visitato anche l’istituto di Sacks a New York, l’Institute for Music and Neurologic Function. La musica guarisce le emozioni, cura il nostro corpo. Credo sempre di più nella musicoterapia. Certo, se sei nato in Indonesia e ti faccio ascoltare Bach, non mi aspetto reazioni. Ma se metto il Gamelan tutto cambia. Musica è istinto. Musica è ritorno all’infanzia”.
Lei è cresciuto con quale riferimento?
“Da Neil Young ai Sex Pistols fino a WC. E ancora: Donna Summer, i New Order, George Gershwin…”
Quanto è grande il suo ego?
“Taglia media. C’è ancora, da qualche parte nel mio corpicino, ma lo tengo a bada. Come canto in Almost Loved, i milioni che ho fatto con il mio ultimo disco non mi fanno sentire diverso, non rendono la mia pelle migliore, non cambiano la luce del sole, non rendono il frullato mattutino di un sapore diverso o le mie amicizie più sane. E’ la libertà che riempie la vita”.
Firma il suo nuovo progetto come Moby & The Void Pacific Choir. Da dove arriva quel Void Pacific Choir?
“Da una frase del poeta e drammaturgo inglese D. H. Lawrence: “People in LA are content to do nothing and stare at the void pacific”, “La gente a Los Angeles è contenta di non fare nulla e guardare il vuoto del Pacifico”. E’ un concetto che ha a che fare con il nostro design biologico. Siamo programmati per trovare comfort in presenza di altre persone. Quando la gente si isola, si ammala. Per me funziona l’opposto (ride). Io mi sento vivo solo quando sto per conto mio, quando medito, compongo, faccio trekking. Non mi isolo a priori. Se qualcuno o qualcosa non mi convince, osservo la mia reazione, da fuori. Cerco di capire da dove arriva la reazione; proviene quasi sempre da traumi passati. Spesso non ha nulla a che vedere con quel preciso momento”.
Come è cambiato il linguaggio nella sua vita ordinaria?
“La funzione del linguaggio appartiene alla musica. E come dice Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus il linguaggio può essere “non specifico”. Non è matematico. C’è una forte correlazione tra il linguaggio e la realtà: parla al nostro cervello. “Il linguaggio traveste il pensiero”. Il linguaggio, per me, è pratico quanto lo è assemblare un tavolo con tutti i pezzi o come guardare le distanze da un posto all’altro su Google Maps. Il linguaggio è divertente e completamente inesatto. Noi crediamo che sia accurato, non lo è. L’albero di casa mia, ad esempio, non è un albero. E’ un insieme di trilione di anni di energia, materia e vita. Ho paura che il linguaggio ci renda stupidi”.
Per questo ha scelto la musica?
“Non ho scelto di fare il musicista per vivere in eterno, lo metto subito in chiaro. Non ho idea di cosa ci sia dopo di me. Non rincorro l’immortalità e rido quando mi dicono che generare figli è un modo per non morire, per continuare a scorrere da qualche parte. Durante un mio viaggio in Europa, a un certo punto qualcuno indica Notre-Dame e dice: “Guarda! E’ immortale”. E io: “No, quella cattedrale è stata completata nel 1345, è vecchia di qualche centinaia di anni ma non è preistorica come quella roccia accanto a Notre-Dame. Quella roccia avrà sì e no 7 milioni di anni e nemmeno lei è immortale”. Quando vado nello Utah, e osservo l’acqua dalla cima della montagna, ho un forte senso di vastità di fronte a me, eppure neanche quello mi dà l’idea di toccare la Genesi. Se a dieci anni dalla mia morte qualcuno non ascolterà più le mie canzoni, pace. Le canzoni sono “carine”; se durano, durano. Tengo, piuttosto, all’eredità del mio messaggio: la conversazione che abbiamo appena avuto, qualche parola, qua e là, forse avrà toccato il cuore dei lettori e portato qualcuno ad un livello superiore di coscienza”.
E se non ci fossimo riusciti?
“Ne sono comunque grato”.”

Tra gli Helloween e Bach (Richard)

Ieri sera, dopo allenamento, sotto la doccia, il Bomber (un mio compagno) ed io ci siamo messi a parlare di sfruttamento della terra e delle risorse, di inquinamento, di come la Terra riuscirà a sopravvivere all’uomo ma l’uomo non sarà in grado di sopravvivere a se stesso.

Nel pomeriggio avevo ascoltato una canzone del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Il brano è “If a mountain could talk” ed è la nona traccia dell’album “7 sinners” del 2010. Lo propongo nella traduzione di “Canzoni metal”.
Feriamo chi amiamo, distruggiamo quello che ci serve. Per il profitto vendiamo la nostra anima. Seminiamo disastri, il guaio è completato. Le risorse saranno presto finite.
Apri gli occhi per vedere i segni tutto attorno sperando che il destino abbia pietà di tutti noi. Un giorno la prossima generazione pagherà, ma quel giorno sarà tardi per rammaricarsi.
Se una montagna potesse parlare ci racconterebbe una storia. Un regno d’amore significa
solo come dire mi dispiace. Se l’oceano potesse piangere, saremmo annegati nelle sue lacrime. L’oscurità distrugge l’alba, non possiamo sopravvivere senza amore.
Il tempo passa, il tempo sta volando. La vita è troppo breve per capire che non ci provate nemmeno
Il tempo passa, il tempo sta volando. Non riempire il tuo cuore con l’odio e la rabbia. Fai un tentativo
So che le cose vanno male a volte ma abbiamo bisogno di farlo bene.
Sento che la pressione è così intensa, a volte, so che ci serve un cambiamento stasera.
Sempre in tempo, sempre sulla giusta via. Le aspettative sono impostate al limite. È troppo tardi, non si può più tornare indietro. Tutto quello che serve è un momento in pace”.

Infine ora, girando sul web, trovo queste parole di Richard Bach, tratte da Biplano, testo che ho letto al liceo: “Puoi cambiare la terra. Estirpare l’erba, spianare le colline, versare su tutto questo una città. Ma puoi estirpare il vento? Seppellire una nuvola nel cemento? Deformare il cielo per adattarlo all’immagine che l’uomo se ne fa? Mai”.

Ecco, niente, ho sentito di essere stato condotto per mano in una passeggiata di amore per la terra.

Gemme n° 414

B. (classe quinta) ha commentato con queste parole la sua gemma: “Si tratta di una pubblicità per sensibilizzare le persone; la prima volta che l’ho vista al cinema mi stavo per mettere a piangere. Condivido quello che viene detto; molte volte sfruttiamo gli animali come se fossero degli oggetti, eppure loro non ci appartengono, non possiamo usarli. Loro ci hanno sempre dato fiducia nonostante quello che abbiamo fatto noi. Loro ci sono sempre.”
Mi è venuto naturale pensare al film “Into the wild” mentre scorrevano le immagini del cortometraggio di Gabriele Salvatores: “C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più”.

Buon Natale

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Sono giorni grigi questi. Nebbie e brume avvolgono frequentemente i campi della bassa friulana di un tiepido inverno. Le ore di buio superano quelle di luce nei giorni del solstizio d’inverno. Le luminarie del Natale non sono luccicanti e splendenti, ma creano aloni diffusi. Sono atmosfere che mi inducono alla riflessione, al ricordo, alla memoria, alla dolce malinconia di quando penso a chi non c’è più. Nei giorni dello stare insieme, del festeggiare in compagnia, la mancanza di chi se n’è andato si fa più forte e scotta, ma scotta allo stesso modo del ghiaccio. Il buio sembra vincere, come fa la notte nei confronti del giorno a fine dicembre. Alberi di Natale, decorazioni luminose, candele, lucette sono tutti lì a dirci che l’oscurità non vince. Il credente trova in un bambino che, appunto, viene alla luce, in un Dio che condivide le sorti umane, il vagito di speranza, della vita; il non credente lo trova nel riposo che la natura si è presa per esplodere nel fragore primaverile. Entrambi possono incontrarsi nell’amore, nel sorriso reciproco del rispetto e della condivisione. Insieme, sommando luce a luce, con chi c’è, c’è stato e ci sarà. Buon Natale!

A debito

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Da oggi siamo a debito nei confronti della Terra. Ieri abbiamo finito l’energia che il nostro pianeta ci mette a disposizione per un anno. Pubblico un articolo della redazione di Scienze, di cui ho modificato solo i riferimenti cronologici (l’articolo è di ieri). Se qualcuno volesse approfondire un po’ come funziona il calcolo ecco greenreport.

Ieri è stato l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse energetiche e i beni ecologici che la Terra è capace di rigenerare in un anno. Detta altrimenti, è la data in cui abbiamo consumato le risorse che avremmo dovuto esaurire in un anno. Nel 2015 l’Earth Overshoot Day è il 13 agosto. Nel 2014 fu il 19 agosto e nel 2013 il 21. Insomma, andiamo sempre peggio.
Per capire il significato di questo giorno, bisognerebbe immaginare il mondo da oggi, ossia dal momento in cui, esaurite le risorse dell’anno, non se ne possono consumare altre. Dal 14 agosto non correrebbe energia elettrica, non ci sarebbe più alcuna luce e gli appartamenti refrigerati dal condizionatore conoscerebbero finalmente il caldo dell’estate. Non si avrebbe più alcun accesso al gas, né a qualsiasi altro combustibile, con conseguenze drammatiche sulla produzione. Insomma, torneremmo ad uno stile di vita primitivo.
Ed invece possiamo consumare le risorse del futuro. E’ per questo motivo che, sebbene ieri si siano esaurite le risorse dell’anno, continueremo comunque a godere di tutti i confort della società moderna. Sottrarremmo energia e capacità produttiva dei campi alle generazioni future, anticipando di anno in anno l’Earth Overshoot Day. A dispetto dell’urgenza del problema, tradurre i buoni propositi enunciati a livello politico in una strategia comune di riduzione dei consumi appare più difficile di quanto ci si possa attendere. O – meglio – affrontare di petto il problema è più difficile dell’alternativa: scaricare i danni sulle generazioni future.
L’umanità avrebbe bisogno di oltre una Terra e mezzo (precisamente 1,6) per poter rispondere alla propria fame di energia e beni naturali senza depauperare il pianeta. Gli italiani, invece, necessiterebbero di 3,8 “Italie”. L’ultima volta che l’impronta ecologia della nostra specie era sostenibile dal pianeta Terra correva l’anno 1970. Allora l’umanità contava circa 3,5 miliardi di persone, contro le oltre 7 di oggi. Se il trend dovesse restare immutato per il 2030 saranno necessarie due Terre per rispondere al fabbisogno energetico della nostra specie, ma la rotta potrebbe essere invertita se solo le emissioni  di carbonio fossero ridotte del 30%. In questo modo nel 2030 l’Earth Overshoot Day cadrebbe il 16 settembre. Certo, sarebbe ancora poco ma segnerebbe un’inversione di rotta in un contesto demografico in crescita. Un risultato che oggi – nonostante i grandi risultati in tema di energie rinnovabili – appare ancora lontano.”

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Durata

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Domani non scriverò sul blog: mattina a scuola, pomeriggio scrutini. A sera mangerò una fetta di torta con la mia famiglia per festeggiare il 41° compleanno. Neppure dopodomani scriverò: festeggerò l’11 giugno 1995. Vent’anni fa è stato quello di Sara quel viso giovane, illuminato dalla luna, che ha guardato come me, quella notte, quella piccola nube d’argento da cui è iniziata la nostra storia. Festeggiamo il tempo, quello passato e quello a venire, festeggiamo la durata, festeggiamo la vita che si dipana e l’amore.

DURATA (di Ghiannis Ritsos)
La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle.
Bella notte silenziosa. Verrà una notte
in cui non ci saremo. E anche allora
il granoturco canterà le sue antiche canzoni,
le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni,
e tra i nostri versi dimenticati
come tra le spighe gialle
un viso giovane, illuminato dalla luna,
guarderà come noi stanotte,
quella piccola nube d’argento
che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura.
(da Esercizi, 1950-1960 – Traduzione di Nicola Crocetti)

Gemme n° 230

Terzani ho iniziato a leggerlo presto, alle scuole elementari, in occasione di un concorso in cui ho dovuto leggere una poesia. Lì ho conosciuto sua moglie e suo figlio e da quel momento ho iniziato a leggere i suoi libri, gli aforismi, i pensieri e ho incominciato a vedere la vita come il cerchio disegnato dal monaco zen in cui si parla alla fine del secondo video. Quando sto male leggo qualcosa di suo e mi sento bene. Non l’ho conosciuto direttamente ma è parte della mia vita e penso che resterà per sempre in me.” Questa la gemma di G. (classe quinta).
Riporto un brano, per me molto significativo, tratto dallo stesso testo citato nei video, in cui Terzani si rivolge al figlio Folco: “[…] Mi ricordo di quante storie i miei mi raccontavano sulle lucciole quando ero piccolo. Dicevano che se ne acchiappavi una e la mettevi sotto il bicchiere, la mattina dopo trovavi una monetina. Loro ce la mettevano la monetina, e il mio mondo si arricchiva. Allora, perché ai miei nipoti non far vedere le lucciole perché si stupiscano della meraviglia del mondo? Nell’Himalaya c’erano dei bruchi luminosi. Sai, quei bruchi che nella notte fanno una luce verde come quella di un lampione. Sono incredibili. Non sarebbe bello a un bambino raccontare delle favole su questo bruco? Il mondo gli si anima, no? La natura gli si anima, la vita gli si arricchisce, vive in più dimensioni. Altro che la televisione e andiamo a mangiare la pizzettina! E’ da lì che partono tutti i discorsi sulla violenza. Ogni giorno la violenza ce la facciamo da noi. Basterebbe dire “Basta!”. Pigli il bambino e lo porti la notte a vedere le lucciole. Punto e basta.” “Dov’è che sbagliamo? E’ difficile dirlo.” “Facciamo una cosa molto semplice, viviamo vite troppo di corsa, troppo piene di stimoli, continuamente distratti dal lavoro, dal telefono, dalla televisione, dai giornali, da quelli che ci vengono a trovare. Siamo sempre di corsa, sempre di corsa, non ci fermiamo. Chi si prende più degli spazi vuoti, del tempo per il silenzio? La sera al bambino gli danno da mangiare, lo mettono davanti alla televisione e poi a letto, perché questi vogliono vedere un film, quelli vogliono andare dagli amici. Sarebbe così semplice dire “Fermi tutti. Stasera si va a vedere le lucciole!”. Non è così complicato, non è una congiura, siamo noi a metterci nei guai. Capisco la congiura del consumismo, che è una macchina che ti fagocita, ma qui non c’è nessuna congiura. Sei tu, tu che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole. Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c’è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d’essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova? […]” (Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio).

Gemme n° 211

La mia gemma è un pezzo francese di musica elettronica, uno dei miei preferiti, anche perché si diversifica dagli altri: non serve solo per far ballare, trasmette emozioni e sensazioni, e cerca di raccontare una storia interpretabile personalmente. Per me è la storia della fenice: nasce, raggiunge l’apice, muore, e poi, verso la fine, rinasce… Mi dà felicità ed energia.” Questa la gemma di M. (classe quinta).
Propongo una citazione di Singer, tratta da “Io non mi affido agli uomini”: “Non si stancava mai di guardare sorgere il sole: rosso acceso, dorato, lavato nelle acque del grande mare. Il sole nascente gli ispirava sempre lo stesso pensiero: a differenza dell’astro celeste, il figlio dell’uomo non si rinnova mai e per questo è destinato alla morte. L’uomo ha ricordi, rimorsi e rancori che si accumulano dentro di lui come strati di polvere finché gli impediscono di ricevere la luce e la vita che discende dal cielo. Il creato, invece, si rinnova costantemente. Se il cielo si rannuvola, poi si rasserena. Il sole tramonta, ma ogni mattino rinasce. Le stelle o la luna non recano le tracce del tempo. La continuità del processo di creazione della natura non appare mai tanto ovvia come all’alba, quando cade la rugiada, gli uccellini cinguettano, il fiume s’infiamma, l’erba è umida e fresca. Felice è l’uomo che sa rinnovarsi insieme al creato.”

Gemme n° 194

La gemma di A. (classe quinta): “Non è stato facile trovare una cosa adatta da portare, avevo pensato a una foto o a delle frasi, ma mi sembravano forzate o non adatte al momento. Ho trovato qualcosa che sento giusto portare in questo momento, perché questa canzone riesce a rilassarmi e a farmi stare bene. La interpreto non in riferimento a una storia d’amore: quando ci sentiamo sovrastati dai problemi a volte la cosa più semplice ed efficace è stendersi e dimenticare il mondo. Quando le parole non servono, stendersi e avere una persona accanto può essere la migliore terapia, e quelle persona può essere un amico, un moroso o un parente… Può essere anche semplicemente la natura: starci in mezzo anche da sola mi dà molto, anche se oggi ce ne stiamo allontanando sempre più. Ho scelto questa versione del video anche per questo”.
Mentre A. parlava, avevo in testa un’idea non ben precisa di una frase di Cioran che avevo letto da qualche parte tempo fa. Ci è voluto un po’, ma alla fine l’ho recuperata: “Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore” (L’inconveniente di essere nati).

Il Dio delle lacune?

Da Il Sole 24 ore prendo questo articolo di Vincenzo Barone sul libro “Perché la scienza non nega Dio” di Amir D. Aczel.
aczel«Dobbiamo postulare l’intervento divino? Dobbiamo tirare in ballo Dio per creare la prima corrente della nebulosa di Laplace o per dare avvio al fuoco d’artificio cosmico immaginato da Lemaître? Confesso di non essere disposto a portare in scena Dio in questo modo… Gli uomini hanno pensato di trovare Dio nella creazione della loro specie, o nel momento in cui la vita e l’intelligenza sono comparse sulla Terra. Ne hanno fatto il Dio delle lacune della conoscenza umana…. È perché nell’Universo fisico trovo un pensiero, un progetto e una potenza che dietro di esso vedo Dio come creatore». La questione del rapporto tra scienza e fede è riassunta tutta qui: nelle parole del matematico, teologo e vescovo di Birmingham, Ernest William Barnes, che scriveva – dato da sottolineare – nel 1933 (il brano è tratto dall’opera Scientific Theory and Religion).
Il Dio del progetto e il Dio delle lacune: il primo è quello che per Barnes scaturisce dalla razionalità dell’universo e dalla sua armonia; il secondo è quello che già allora qualcuno vedeva aleggiare sull’atomo primitivo di Lemaître (antesignano del Big Bang), e che al prelato anglicano proprio non piaceva. Il teismo «scientifico» diffusosi negli ultimi decenni, e incarnatesi in una moltitudine di opere, di progetti di ricerca e di centri di studio, è meno selettivo di quanto fosse Barnes e usa abbondantemente sia l’argomento del progetto sia quello delle lacune per sostenere la tesi che la scienza non allontana da Dio, ma conduce a lui. Nessuno dei due argomenti ha il minimo fondamento alla luce della scienza vera (non di quella dei resoconti divulgativi, delle metafore e delle ricostruzioni di comodo di cui sono pieni i libri dei teisti), ma il Dio delle lacune che Dietrich Bonhoeffer ribattezzerà nel 1944 «Dio tappabuchi», con un’espressione di origine nietzschiana – appare inammissibile anche a molti teologi: un Dio relegato negli spazi sempre più angusti lasciati scoperti dalla visione scientifica dell’universo è, in effetti, un Dio in costante ritirata, destinato a scomparire.
Eppure, il Dio delle lacune è vivo e vegeto. Lo troviamo ben rappresentato nell’ultimo libro del divulgatore statunitense Amir Aczel, Perché la scienza non nega Dio, un campionario delle tesi del teismo «scientifico» sostenute e propagandate con dovizia di espedienti retorici. Il bersaglio diretto di Aczel è il movimento noto come «Nuovo Ateismo», un insieme eterogeneo di autori (i saggisti Sam Harris e Christopher Hitchens, il biologo Richard Dawkins, il filosofo Daniel Dennett e altri) che hanno condotto una critica serrata alla religione e al teismo su vari piani, incluso quello scientifico. Sebbene la foga polemica porti spesso Aczel a divagare e a confondere gli ordini del discorso, il tema principale che egli affronta è l’atteggiamento della scienza nei confronti di Dio. Su questo bisogna fare subito una precisazione. Se la questione fosse quella dell’esistenza o non esistenza di Dio (come va notato – l’italiano «nega» traduce il più forte disprove), la si potrebbe liquidare in poche battute. La scienza non dimostra la non esistenza di Dio per il semplice fatto che, in via del tutto generale, è impossibile dimostrare l’inesistenza di alcunché (peraltro, come ricordava Bertrand Russell, è colui che sostiene l’esistenza di qualcosa a doversi assumere l’onere della prova).
La domanda significativa non è di natura ontologica, bensì epistemologica: l’idea di Dio come principio esplicativo trova posto nella scienza? È ammissibile, o addirittura necessaria? Aczel risponde di sì e per sostenere la propria posizione riesuma l’argomento delle lacune. La scienza, nel corso del Novecento, ha scoperto una serie di limiti intrinseci nella descrizione della natura: ha scoperto, per esempio, che certe grandezze fisiche non possono essere determinate simultaneamente con precisione assoluta (il principio di indeterminazione di Heisenberg), e che certi processi, anche molto semplici, non sono esattamente predicibili, a causa della sensibilità della dinamica alle condizioni iniziali (il caos deterministico). È in queste lacune, diventate una sorta di riserve protette, che Aczel e i teisti «scientifici» vedono Dio: un Dio nella cui mente la posizione e la velocità di una particella hanno valori definiti, e l’evoluzione di un sistema caotico è perfettamente nota. Non sappiamo quanto questo Dio possa piacere ai teologi più avveduti (il vescovo Barnes sarebbe sicuramente inorridito). Ma agli occhi di uno scienziato tutto ciò appare frutto di un equivoco – dell’idea distorta che l’indeterminazione quantistica, il caos, il teorema di Godet e altri risultati del genere siano sintomi di un’insufficienza del sapere scientifico, e non invece straordinarie conquiste della conoscenza umana. A Napoleone che gli chiedeva come mai non ci fosse alcun riferimento a Dio nella sua Mécanique Céleste, Laplace rispose che l’ipotesi di Dio non era necessaria per spiegare il moto degli astri. Commentando queste parole, un altro grande matematico dell’epoca, Lagrange, disse che quell’ipotesi spiegava però molte cose. Ma Lagrange sbagliava per difetto: l’ipotesi di Dio, una volta che venga accettata, può «spiegare» ogni cosa (nel senso che può ricondurre ogni evento a una causa sovrannaturale), e proprio perciò non spiega in termini scientifici, e non predice, nulla. Chi di noi, dopo tutto, anche tra coloro che invocano questa ipotesi nei laboratori, la accetterebbe in altri contesti – un ospedale, un’aula di giustizia, un consiglio comunale?
Chiunque è libero di preferire una visione teistica dell’universo a una razionale e naturalistica, ma non può legittimamente affermare la compatibilità di tale visione con la scienza. Non si tratta di una questione accademica: in gioco è la solidità di quell’elemento basilare del vivere sociale che Dennett chiama «il nostro comune tessuto epistemologico». (Amir D. Aczel, Perché la scienza non nega Dio, Raffaello Cortina, Milano, pagg. 230,21,00).

La natura di Gaudì

Un bell’articolo di Lluís Martínez Sistach su Gaudì pubblicato su Avvenire del 16 gennaio 2015.
gaudi-interior-sagrada-familiaLa Sagrada Família è un inno alla natura, è un canto alla luce e a tutto il creato che, secondo il libro della Genesi, seguì alla creazione della luce. La visione che Gaudí ha della natura e che plasma nella sua opera è molto vicina a quella di san Francesco d’Assisi. Pertanto, a ragione, si è parlato di un’ispirazione francescana nella sua opera, e di uno stile francescano nella sua vita, in particolare quanto a umiltà e povertà.
È ben noto che le strutture geometriche, nella cui creazione e uso Gaudí è geniale, si ispirano alla natura. «Il grande libro – affermava – sempre aperto e che conviene sforzarsi di leggere, è quello della natura. Gli altri libri sono tratti da questo e contengono gli errori e le interpretazioni degli uomini. Ci sono due grandi rivelazioni: una dottrinale, della morale e della religione (col termine “dottrina” Gaudí fa riferimento alla Sacra Scrittura), e l’altra, che ci guida attraverso i fatti, che è quella del grande libro della natura». «Ogni cosa proviene dal grande libro della natura – aggiungeva Gaudí –; le opere degli uomini sono già un libro stampato. Vedete quell’albero vicino al mio laboratorio? Lui è il mio maestro». Raramente in un autore degli inizi del XX secolo si possono trovare affermazioni simili così piene di amore e rispetto verso la natura. Gaudí, nel suo modo di amare e rispettare la natura, fu anche un innovatore.
Fu un vero apostolo dell’ecologia. Non è forse questa una delle caratteristiche che rende alla Sagrada Família un significato veramente universale, sia a oriente, Giappone in particolare, sia a occidente? Dove apprese il nostro architetto questo amore per la natura? Senza dubbio alcuno, dalla sua infanzia. Si è detto che l’infanzia è la patria di ogni persona per tutta la propria vita terrena. Per quanto riguarda Gaudí sappiamo che durante l’infanzia soffrì di reumatismi articolari, ragion per cui si trasferiva spesso a Riudoms, in una masseria di famiglia, in groppa a un asinello, perché il dolore gli impediva di camminare.
Lì, così come confessò a Joan Bergós, nel libro Gaudí, l’home i l’obra, «con i vasi di fiori, circondato da vigneti e uliveti, animato dal chiocciare delle galline, dai canti degli uccelli e dal ronzio degli insetti, e con le montagne di Prades a fare da sfondo, potei cogliere le più pure e gioiose immagini della natura. Questa natura che sempre mi è maestra». Dello spirito di osservazione del Gaudí bambino ci parla questa confessione fatta a Bergós: «A causa della mia malattia, dovetti astenermi spesso dal giocare con i miei compagni, cosa che favorì in me lo spirito di osservazione. Così, quando il maestro spiegò in una lezione che gli uccelli avevano ali per volare, osservai che “le galline della nostra fattoria hanno ali molto grandi e non sanno volare: le utilizzano per correre più velocemente”».
È stato scritto che il tempio da lui ideato costituisce un grande giardino in pietra, nel quale il regno minerale, vegetale e animale, perfino gli esseri più umili, come le tartarughe, danno il loro contributo all’opera e intonano un canto di lode al Creatore. Gaudí asseriva che, nell’edificare l’opera, si proponeva di plasmare con la pietra gli esseri viventi che individuava e ammirava nel prato del terreno su cui doveva sorgere la sua “cattedrale”. È ben nota la sua ammirazione per i colori. Gaudí credeva che la vita si esprimesse nei colori che non dovevano assolutamente mancare nella sua opera, perché sono espressione di vita ed esplosione di gioia. Questa visione gioiosa e riconoscente della natura è un elemento molto valido per il nostro dialogo con gli uomini di oggi e con la cultura attuale, fortemente segnata dall’ecologia. «Il colore è vita».
Come ammirerebbe Gaudí il modo in cui si è diffuso il colore nel mondo attuale! Gaudí era mediterraneo al cento per cento. E sapeva molto bene come la latitudine influisse sul sentimento della bellezza. Secondo Martinell, l’architetto spiegava ai suoi visitatori quanto segue: «Noi abitanti dei Paesi bagnati dal Mediterraneo sentiamo la bellezza con più intensità degli abitanti dei Paesi del Nord, ed essi stessi lo riconoscono. […] Abbiamo l’obbligo di infondere questo sentimento di vita nelle nostre opere, nel cui aspetto deve riflettersi il nostro modo di essere». Gaudí raccontò un aneddoto molto esplicativo del suo amore per la natura, secondo la testimonianza raccolta da Bergós riguardo la costruzione della Casa Vicens: «Quando andai a prendere le misure del terreno, questo era interamente coperto da fiorellini gialli; fiorellini che sono stati ripresi come motivo fondamentale delle piastrelle in ceramica. Trovai anche un esuberante margallón [palma], la cui forma delle foglie, come fuse nel ferro, formano le inferriate e la porta di ingresso».
Come è noto, nel Rosario monumentale della montagna di Montserrat, a Gaudí venne affidata la costruzionegaudì montserrat del primo mistero della Gloria: la risurrezione di Gesù. Anche qui, oltre alla simbologia cristiana, diede prova del suo amore verso gli esseri più umili della natura. Bergós lo racconta in questo modo: «Collocai il mistero della risurrezione in un angolo del percorso, facendo scavare in modo realista la roccia che si vede di fronte alla grotta funeraria, con in mezzo il sepolcro vuoto; alla sinistra del sarcofago, le sante donne ricevono l’annuncio dell’angelo su quanto è accaduto al Maestro. Quando lo spettatore si gira, contempla con emozione che Cristo rifulgente sembra elevarsi sull’alta rupe che vi è accanto. Le sculture collocate all’interno della grotta sono di Reart, e il Cristo, in bronzo dorato, è di Llimona. Adesso manca solo che siano piantati alcuni alberelli e siano coltivati gli ortaggi più umili, per suggerire l’idea dell’orto del buon giardiniere di cui parla il Vangelo e affinché il canto di molti uccelli accompagni la messa della mattina di Pasqua».
Nel suo capolavoro, Gaudí introdusse gli elementi della natura, affinché la creazione convergesse nella lode divina, e allo stesso tempo portò all’esterno della chiesa le pale d’altare, per mettere davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, nella passione, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. Il nostro architetto fece ciò che possiamo definire uno dei compiti più importanti oggi: «Superare – come affermò Benedetto XVI – la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza. Non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo».”

Sul dubbio

dubbio

Da un bel po’ di anni non mi capitava di prendermi l’influenza… Alla fine è arrivata. Ieri la febbre non mi ha dato tregua e quindi via pc, via libri, un filo di tv in sottofondo e tanto sonnecchiare. Oggi le cose vanno un po’ meglio e desidero condividere, soprattutto con le classi quinte, questa intervista di Michele Turrisi a Emanuele Angeleri, pubblicata lo scorso settembre su Kasparhauser. Come si può leggere sullo stesso sito, Emanuele Angeleri (1932), dottore in fisica, è stato ricercatore industriale nel settore dell’energia nucleare e delle telecomunicazioni (25 anni) e poi professore associato alla cattedra di Teoria della Informazione e della Trasmissione presso l’Università degli Studi di Milano (20 anni).
Professore: Lei è uno studioso di scienze fisiche e un tecnico; eppure si interessa di religione e legge la Bibbia in ebraico. A cosa deve tanta familiarità col Testo Sacro?
Per rispondere a questa domanda non posso evitare di ricorrere a un ricordo autobiografico. Ho davanti agli occhi la cucina di casa mia di quando ero un bimbetto di sei anni, ormai tanti anni fa. Il tavolone dove si era cenato veniva sparecchiato e tutta la famiglia vi sedeva attorno, alle 8.30 di sera: mio padre, mia madre e noi quattro fratelli, ciascuno con la sua Bibbia davanti. Cominciava mio padre con un versetto, poi veniva mia madre col successivo, seguiva mio fratello maggiore, poi mia sorella, poi il fratello subito più grande di me e per ultimo io, in braccio alla mamma che mi aiutava nella mia traballante lettura. Il giro si ripeteva finché si era letto un capitolo, che mio padre di volta in volta sceglieva secondo un suo criterio. Finita la lettura c’era una breve discussione in cui si facevano delle domande alle quali rispondevano mio padre e mia madre. Alle volte si cantava anche un inno della raccolta della nostra assemblea. Oggi, dopo un’infinità di anni, la sera, prima di addormentarmi, in quei momenti indistinti fra la veglia e il sonno sopravveniente, risento quel coro famigliare, risento con vivezza nelle orecchie la bella voce melodiosa di mia madre… Quelle sere erano un’occasione di incontro famigliare che ricordo con acuta nostalgia, se penso che delle sei persone sedute attorno a quel tavolo intente a leggere la Bibbia, ne sono rimaste soltanto due: mio fratello maggiore ed io, il più piccolo. Si può calcolare che se si procede con un capitolo per sera è possibile leggere tutta la Bibbia in cinque anni. In realtà a causa dei vari inconvenienti che la vita presenta il tempo che si impiega mediamente si aggira sui sette anni. A diciotto-diciannove anni se tutto va bene la Bibbia l’hai letta due volte. Questo era il programma. Ma ci fu la guerra, il rituale fu interrotto, la famiglia in parte si disperse e il programma non fu portato a termine come previsto. Ho fatto in tempo a leggere la Bibbia in quel modo una volta e un po’! La Bibbia fa parte del mio imprinting personale: è stata una componente essenziale della mia vita e tale rimarrà per sempre.
Allo studio dell’ebraico sono stato avviato ancora giovinetto da un mio zio, un fratello di mia madre. In quel periodo ho imparato alcuni salmi in ebraico a memoria e alcune benedizioni rituali che posso recitare ancora. Ho continuato a leggere la Bibbia nell’originale ebraico nel corso di tutta la mia vita. Mio zio alla morte mi ha lasciato la sua ricca biblioteca di ebraico (consistente in numerose edizioni critiche del testo biblico, vocabolari, grammatiche e un’ampia letteratura sull’argomento), che conservo gelosamente e spesso consulto. Un salto nella mia conoscenza dell’ebraico è avvenuto in età matura a seguito dell’incontro con un rabbino dal quale ho imparato molte cose e dell’amicizia con un collega ebreo, col quale mantengo strette relazioni tuttora. Questo amico mi ha convinto anni fa a fare un lungo giro in Israele, assieme alle nostre mogli. Su di una macchina a nolo siamo stati quasi dappertutto. Alloggiati in un Qibbùtz, mi sono reso conto di come la mia conoscenza dell’ebraico biblico fosse sufficiente a permettermi qualche semplice scambio per le necessità di tutti i giorni. Tornato a casa mi sono dedicato all’aggiornamento sull’ebraico moderno che continua tuttora, cosa che ho la gioia di condividere anche con mia moglie. (Nel frattempo la biblioteca di mio zio si è arricchita di altri volumi).
Ma forse sto divagando troppo. In ogni modo, circostanze fortuite (ma cosa significa esattamente fortuito?) mi hanno legato strettamente alla Bibbia e alla sua lingua facendomela diventare un compagno fedele dal quale non mi separerei mai. Tra i fisici sono in buona compagnia: Isaac Newton, profondo studioso e conoscitore delle Scritture, era convinto che nella Bibbia ci fosse un tesoro nascosto di verità preziose non dogmatiche e assolute, ma dotate della eccezionale particolarità di svolgersi e avverarsi nel tempo. Sta all’uomo leggerla in ogni epoca e scoprire in essa le verità annunziate per quel tempo. Sono pienamente d’accordo con R. Popkin il quale arditamente capovolge la domanda che si sente correntemente porre da chi per la prima volta scopre gli interessi biblico-teologici del grande scienziato: «Come mai uno scienziato del suo calibro ha perso tempo con assurdi problemi teologici?» chiedendosi invece provocatoriamente: «Come mai uno dei più grandi teologi del ‘600 ha perso tempo a scrivere opere scientifiche?».
Lei si dichiara agnostico. A che punto della sua vita e perché ha realizzato di non potersi più dire credente?
Non c’è un punto preciso della mia vita in cui mi sono ‘convertito’ all’agnosticismo. È una convinzione che è maturata progressivamente nel tempo, quando diventato adulto ho cominciato a riflettere seriamente sul problema della vita, della morte e sul significato del Tutto. Un ruolo importante in questa mia presa di posizione l’ha avuto Kant, sulla cui filosofia ho riflettuto nel corso della mia vita. (Dopo lo studio al liceo mi era rimasta la persuasione che valesse la pena approfondirne la conoscenza). C’è una sua proposizione che recita testualmente: «Il concetto di Dio è un concetto originale, che non appartiene alla fisica, e cioè non alla ragione speculativa, ma alla morale» (Critica della ragion pratica, 252). Con la ragione non si può dimostrare né l’esistenza né la non-esistenza di Dio. Di questo mi sono convinto e pertanto, se devo darmi un’etichetta, mi dichiaro un “agnostico, non insensibile a quell’importante componente dell’esperienza umana indicata come religiosità”. Ma c’è un’altra osservazione di Kant che completa e rafforza la mia posizione agnostica: «Il reggitore del mondo ci lascia soltanto congetturare e non scorgere o dimostrare chiaramente la sua esistenza e maestà … perché ove la sua esistenza potesse essere logicamente dimostrata… Dio e l’eternità, nella loro tremenda maestà, ci starebbero continuamente davanti agli occhi… e … la condotta dell’uomo, rimanendo la sua natura quale è adesso, sarebbe dunque mutata in un semplice meccanismo in cui, come nel teatro delle marionette, il tutto gesticolerebbe bene ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna» (ibidem, 265-266).
Circa l’origine del mondo e di tutte le cose in esso, da fisico Lei ritiene che l’ipotesi di lavoro “Dio” sia ammissibile o piuttosto una divagazione inutile?
Bisogna intendersi sul significato che vogliamo dare alla parola ‘Dio’. Se con questo termine si intende il Dio provvidente e misericordioso predicato da tutte le grandi religioni monoteistiche, cercare questo Dio nella fisica è sicuramente operazione inutile. Parole come ‘Dio’, ‘anima’, ‘spirito’ non fanno parte della fisica e non sono argomento di studio dei fisici, i quali — com’è noto — usano come criterio di verità la verifica sperimentale. Però chi si occupa di fisica seriamente si trova in continuazione a confrontarsi con la raffinatissima intelligenza della Natura, con il Deus sive Natura di Spinoza, descritto meravigliosamente da Einstein con queste bellissime parole: «[Lo studio della fisica produce in me] un’ammirazione estatica delle leggi della Natura, rivelandomi una mente così superiore che tutta l’intelligenza, messa dagli uomini nei loro pensieri, non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo… »; e ancora: «[Questa sensazione si manifesta in me] come una sorta di ebbrezza gioiosa e di meraviglia al cospetto della bellezza e della grandiosità del mondo, di cui l’uomo può costruirsi solo una vaga idea. Questa gioia è il sentimento dal quale l’autentica ricerca scientifica trae il proprio nutrimento spirituale, ma che sembra anche trovare espressione nel canto degli uccelli» (Religione e scienza, 1930). Il problema sta nel far coincidere il Dio provvidente e misericordioso delle religioni tradizionali con il Dio di Spinoza, per il quale si dovrebbe concepire l’amor Dei intellectualis proposto dal filosofo, che è una ben misera consolazione a fronte della inestinguibile sete di amore e protezione che l’uomo cerca in Dio. Spinoza considerò il suo Dio inconciliabile con il Dio della tradizione biblica e sia gli ebrei che i cristiani del suo tempo concordarono con lui, a tal segno che fu considerato ‘eretico’ da entrambe le religioni.
Che cos’è per Lei la fede? Credenza, fiducia, certezza?
Mi scuso, ma citerò ancora Kant, il quale afferma che «la speranza comincia soltanto con la religione» (Critica della ragion pratica, 235). Ed io, concordando con il filosofo, affermo conseguentemente che per me fede significa speranza. È mia precisa convinzione che il termine fede abbia perso il significato originario assumendo nel tempo un significato dogmatico con una connotazione di certezza che esso non ha. Il termine è quello arrivatoci attraverso il cristianesimo con la parola greca πίστις (pístis) che è stata tradotta in latino con fides, da cui deriva il corrispondente italiano fede. Il vocabolo greco e quello latino, rimontando entrambi a radice indoeuropea, sono parenti stretti sul piano etimologico, in quanto connessi alla radice greca πείϑειν (= persuadere, convincere), e si corrispondono quasi perfettamente. In realtà il greco pístis significa semplicemente “credenza, convinzione, fiducia [in qualcuno o qualcosa], attendibilità” — tutti concetti che rimandano a incertezza, più o meno marcata, una incertezza che si può risolvere soltanto con un atto personale soggettivo. Viceversa nel mondo cristiano per la parola fede si è andato consolidando un significato di “certezza irrefutabile”, al segno che in tempi per fortuna ormai lontani asserire di avere dei dubbi sulla fede poteva essere la base per l’accusa di eresia che poteva addirittura costare la vita!
Questo spostamento di significato del termine è chiaramente rilevabile nelle varie traduzioni del famoso passo di Ebrei 11,1 dove della fede si dà una definizione che nella versione Riveduta suona così: «Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono». Quello che l’orecchio italiano non rileva è che alla parola πίστις/fede — il cui significato originario rimanda, come dicevamo, a incertezze soggettive, del tipo plausibilità, attendibilità, credenza — viene attribuito un significato di certezza oggettiva relativamente a un concetto carico di dubbio quale la speranza o a realtà aleatorie quali le cose che non si vedono. Consultando le versioni più importanti a partire dalla Vulgata fino alle varie versioni moderne, l’ossimoro “incertezza/certezza” viene mantenuto. L’unica versione che si sforza di aderire al significato originario della parola πίστις è quella di Lutero. Il riformatore ha reso correttamente la parola greca con Glaube (= credenza), dopodiché l’ossimoro della definizione non poteva non essere rilevato. Lutero ha conseguentemente fornito una traduzione decisamente diversa da tutte le altre che conosco. Riportando in italiano la versione di Lutero si legge: «Ora la credenza [πίστις/Glaube] è fiducia certa in ciò che si spera e un non dubitare di ciò che non si vede». Come salta subito agli occhi, la traduzione di Lutero cerca di attenersi rigorosamente all’originale. La fede diventa una speranza, ovvero un’aspettazione fiduciosa («fiducia certa»), e uno sforzo teso a «non dubitare» delle cose invisibili. Dunque un cambiamento interpretativo non da poco, che associa al concetto di fede quello di dubbio. Mi vengono alla mente le parole di Hermann Hesse: «Dubbio e fede si corrispondono reciprocamente e si contrappongono in forma complementare. Chi non ha mai dubitato non ha nemmeno rettamente creduto».
Così intesa, la fede è un dono che non ci separa dagli altri. Qual è la sua idea di laicità?
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, «mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione» (n. 1213; corsivo nostro). In parole semplici, il battesimo (ricordiamolo: impartito agli infanti) trasforma ipso facto in cristiani. Ogni dubbio o diversa opinione su punti definiti “materia di fede” colloca l’individuo nella categoria degli ‘eretici’. Da speranza soggettiva, che il credente con un suo percorso personale si deve sforzare di convertire in fiducia senza incertezze, la fede viene trasformata in un fatto oggettivo, trascendente e irrefutabile. L’umanità viene inevitabilmente divisa fra coloro che accettano dichiarandosi credenti senza dubbi (o comunque tenuti per sé) e coloro che invece manifestano dei dubbi e che pertanto devono pentirsi ed essere recuperati alla fede, se battezzati, oppure convertiti e battezzati.
Penso che la fede non possa neppure essere indicata come un ‘dono’, ma deve piuttosto essere intesa come una conquista quotidiana da realizzare in ogni momento della vita. Tutta la nostra vita è fondata sull’incertezza, si dubita di tutto in un senso o nell’altro: il credente cede alla tentazione del non credere e il miscredente si lascia vincere dal desiderio di certezze. Siamo “fratelli nel dubbio”; e in questo stato di debolezza ci dobbiamo amare e rispettare.
L’interpretazione dogmatica della fede storicamente si è combinata con la creazione di una struttura regale-sacerdotale articolata in ciò che viene definito “clero” e nel conseguente “potere clericale”. Il primo seme di laicità lo ha gettato Lutero evidenziando come l’annuncio evangelico implichi la fine di ogni sacerdozio. Siamo stati fatti «sacerdoti e re» a Dio. Che grande e rivoluzionaria scoperta: tutti sacerdoti, tutti re, nessuno sacerdote, nessuno re! Da qui il “libero esame” e la rivalutazione dell’uomo come attore unico e come unico responsabile della sua vita, delle sue idee e delle sue azioni, in perfetta autonomia decisionale rispetto a qualunque condizionamento ideologico morale o religioso di poteri costituiti. Il mio modo di intendere la laicità sta in queste poche parole. La religione resta come fatto squisitamente personale e la chiesa diventa puramente e semplicemente il luogo dove alcune persone che hanno sensibilità religiosa affine si riuniscono nel nome di Cristo, o nel nome di JHWH, o nel nome di Allah…
Originariamente filosofia e fisica non erano due discipline distinte. La grande discriminante in età moderna sarà, come sappiamo, il concetto di verifica sperimentale. C’è interdipendenza tra le due discipline? Lei parla di conseguenze filosofiche di alcune sconvolgenti evidenze sperimentali inerenti alla fisica novecentesca. Ci aiuti a capire di cosa si tratta.
È vero, fisica e filosofia (e aggiungerei teologia) nell’antichità non erano distinte né distinguibili. Quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla realtà in cui si trova immerso e sul significato della sua presenza in essa, si è posto domande sulle esperienze che più lo inquietavano sollevando problemi che successivamente sono stati inquadrati ed esaminati in grandi aree di ricerca. La fisica (si pensi all’antica designazione come philosophia naturalis) non è che una costola distaccatasi dal corpo della filosofia (così anche la teologia). Gli elementi distintivi della fisica rispetto alla filosofia sono sintetizzabili nei due seguenti punti: 1) la verifica sperimentale nello studio dei fenomeni naturali, come criterio ultimo di verità; 2) il potenziamento della logica con il metodo matematico. La fisica, concentrandosi sullo studio della natura, ha subito un inevitabile processo che potremmo dire di ‘specializzazione’. Com’è noto, l’introduzione del metodo sperimentale e l’uso della matematica ha consentito alla fisica progressi inimmaginabili sul piano concreto della manipolazione della natura, riuscendo a imporsi all’attenzione generale, grande pubblico compreso, con la scoperta dell’energia nucleare e la terrificante realizzazione della bomba atomica. Questa circostanza ha generato in una parte del mondo dei fisici un atteggiamento presuntuoso nei riguardi della filosofia, considerata da alcuni come un esercizio mentale astratto e improduttivo. Per contro la fisica è una scienza volta a descrivere ciò che esiste — la realtà — e l’esperienza non è altro che un semplice criterio che ci permette di discriminare fra enunciati veri ed enunciati falsi relativamente a questa realtà.
Agli inizi del ’900 l’osservazione di alcuni fatti sperimentali (che non esito a qualificare come ‘sconvolgenti’) per i quali i fisici non riuscivano a trovare spiegazione nell’ambito della fisica classica, portò alla fondazione di una nuova fisica — denominata in seguito meccanica quantistica — che costrinse a rivedere i fondamenti della fisica classica stessa.
Riassumerei così tre punti fondamentali per la fondazione della nuova fisica: a) Principio di sovrapposizione degli stati. Nel mondo microscopico, stati differenti e inconciliabili, come essere un oggetto ben localizzato e dotato di massa (per es. un elettrone) o essere un’onda non ben localizzata e diffusa nello spazio, possono coesistere. b) Principio di separabilità. La fisica classica si attiene a questo principio che si enuncia nella forma seguente: L’influenza che due oggetti fisici contigui possono reciprocamente esercitare l’uno sull’altro è decisamente superiore a quella che si manifesta fra due oggetti fisici a distanza remota. Esso è decisamente violato da un fenomeno fisico che si osserva fra particelle elementari noto con il nome di entanglement (= intreccio, correlazione). Due particelle legate in questo particolare stato, portate anche a distanza grandissima “restano in contatto”. Una misura fatta sull’una è immediatamente “sentita” dall’altra. I fisici si sono trovati nella necessità di esaminare seriamente la possibilità che la realtà possa essere immaginata come un Tutto Inseparabile. D’Espagnat, eminente fisico teorico francese, ha avanzato l’ipotesi che la separazione spaziale degli oggetti sia in parte anch’essa un modo della nostra sensibilità, al pari del tempo e dello spazio. c) Sperimentazione o partecipazione. La fisica moderna parla di partecipatore piuttosto che di sperimentatore. Lo sperimentatore, che interviene sulla realtà modificandola suo malgrado, come quando fa collassare mediante una misura uno stato in sovrapposizione in uno dei suoi stati stabili (per es. la sovrapposizione onda/particella in onda o in particella), partecipa attivamente al processo di collasso e quindi assume la figura di partecipatore piuttosto che quella di sperimentatore. Ne segue la necessità di definire gli oggetti fisici studiati dalla meccanica quantistica più appropriatamente come “essibili” (ingl. beable) piuttosto che come “osservabili” (ingl. observable).
I fatti ‘sconvolgenti’ sopra menzionati hanno aperto la strada a un altro modo di intendere la fisica. D’Espagnat definisce la fisica come la scienza dell’esperienza umana comunicabile relativa a un certo suo dominio. Possiamo dire che la nuova fisica rivaluta l’antica ipotesi filosofica nota come idealismo. Si sono aperti nuovi spazi per un’efficace e feconda collaborazione tra le due discipline. L’apparizione di più vasti orizzonti lascia sperare in interessanti e stimolanti risultati.
La fede, il dubbio e la loro «parte migliore» (Lc 10,42)
Il primo libro della Bibbia, la Genesi, comincia con la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, la Beth, il cui geroglifico è “la casa”. La Genesi con il racconto della creazione ci parla della nascita della Natura, la nostra “grande casa”, che per essere sotto il segno della Beth, del numero 2, è regno della divisione, dei contrasti e della contrapposizione di opposti. L’uomo, inserito in questa realtà contraddittoria, è ossessionato dalla inconciliabilità dei contrari: bianco/nero, grande/piccolo, giusto/ingiusto, vita/morte… e più in generale tesi/antitesi. La contraddizione più lacerante si riassume nella coppia dubbio/certezza. L’uomo drammaticamente vive nell’incertezza su tutto e aspira a cancellare ogni forma di dubbio per ottenere certezza. Ogni opera d’uomo che ci circonda, caratteristica della nostra civiltà, è destinata a surrogare quelle certezze che non abbiamo: la casa, la famiglia, il lavoro, le assicurazioni, le previdenze, la ricerca scientifica… La fede è uno dei concetti elaborati per risolvere il binomio dubbio/certezza. Sul piano della pura logica aristotelica, gli opposti sono inconciliabili: tertium non datur. Sul piano razionale non esiste composizione di opposti. Su ciò si fonda il mio agnosticismo. La contrapposizione dialettica tesi/antitesi insolubile logicamente, si può risolvere soltanto con una sintesi, elaborando un Oberbegriff, ossia un concetto sovraordinato che a un più alto livello riesca a coniugare e conciliare i due concetti contrapposti. La sintesi deve realizzare il miracolo di non essere nessuno dei due concetti antitetici e al tempo stesso di poter essere entrambi. Nel nostro caso nella sintesi non ci deve essere né dubbio, né certezza, ma al tempo stesso dubbio e certezza devono poterci essere e coesistere. Il concetto di aspettazione fiduciosa sembra realizzare la sintesi desiderata. La fiducia certa di cui parla Lutero nella sua traduzione non è altro che aspettazione fiduciosa, che non è certezza e non è dubbio, ma tenta di realizzare uno stato a livello superiore che si esplica in un’attesa speranzosa in cui possono residuare dubbi che solo la speranza può tacitare. L’apostolo Paolo parla di salvezza in speranza, ossia della possibilità di salvarsi dalla disperazione del dubbio sperando: «Poiché siamo stati salvati in speranza» (Rm 8,24).
La parte peggiore della pístis sta nello scambiarla per uno dei suoi poli dialettici: la certezza, da un lato, che porta al dogmatismo e il dubbio, dall’altro, che porta alla disperazione (= mancanza di speranza). La parte migliore della pístis sta nella conquista di una fiduciosa attesa, dove dubbio e certezza residuano ancora ma perdono il carattere di drammaticità che caratterizza ogni contrapposizione. Occorre saper prendere le distanze dal mondo della Beth, dal dualismo della realtà in cui siamo immersi, dalle innumerevoli contraddizioni della quotidianità (come ha saputo fare Maria in Lc 10,38-42). Nello stato di fiduciosa attesa il dubbio non scompare, ma si sublima in uno stato d’animo che si colloca in un livello più elevato di comprensione. Il dubbio ha infatti una sua valenza positiva troppo spesso e troppo facilmente trascurata. Esso stimola un continuo processo di revisione dinamica delle proprie convinzioni, aprendo l’individuo a una maggiore e più ampia tolleranza nei confronti di posizioni differenti. Dubitare è un buon antidoto contro il pericolo di assumere posizioni statiche e improduttive, sbilanciate verso atteggiamenti dogmatici e settari.”

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

MA CHE RAZZA DI DIO C’E’ NEL CIELO (Roberto Vecchioni, Il lanciatore di coltelli)
L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare;
l’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare…
Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale;
e non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore, lo potrà mai consolare?
Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna;
l’idiozia della luna, la follia di sognare, la sterminata noia che prova il mare;
e a questa assurda preghiera di parole, musica, colori, che Gli continuiamo a mandare,
non c’è nessuna risposta, salvo che è colpa nostra e che ci dovevamo pensare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore, può tagliare la notte e il dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo respirare, più di tutto lo strisciare? più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo non capire, non sapere sbagliare e lasciarsi perdonare? Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?
Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore, che lo sento quando viene, che lo aspetto non so come che non mi lascia mai, non mi perde mai e non lo perdo mai.

La canzone si apre con due brevi istantanee: la prima è un campo di battaglia ormai silenzioso dopo i duri scontri di cui è stato palcoscenico; finalmente un vento carico di pietà lo sta accarezzando quasi a consolarlo dell’assurdità dei gesti umani che l’hanno violentato.
La seconda è quella della morte dovuta a un incidente stradale in cui viene coinvolto non solo un giovane, ma un figlio: il dolore più grande che possa provare un genitore.
La conseguenza di queste due fotografie è una percezione: il ritrovarsi davanti a una serata perfetta, magari di quelle primaverili né troppo calde, né troppo fresche, terse in cui si colgono i profumi della natura e i suoni, eppure sentirsi del tutto fuori posto, sentirsi stelle sbagliate che non hanno nulla a che fare con quella perfezione e che, anzi, la possono rovinare. E tutti coloro che cercano di spiegare, di razionalizzare, di dare un senso, di rendere le cose comprensibili e magari semplici sono solo dei falsi messia, dei moderni santoni che generano unicamente maggiore confusione.
Si apre la domanda: che tipo di Dio c’è in cielo? quale Dio permette tutto questo? è un attore comico e gigione che si prende gioco della sofferenza dell’uomo? è un clown disperato che non potrà essere consolato da alcun amore? anche Dio ha bisogno di essere consolato?
Una terza istantanea: un’altra sofferenza difficile da digerire, quella generata dalla morte di un bimbo vissuto per breve tempo, neanche l’occasione di qualche ninna nanna, come una farfalla la cui vita difficilmente supera il mese.
Anche la natura non è di alcuna consolazione: la luna è idiota e il mare è annoiato. Lasciare andare i pensieri verso la speranza, sognare è poi follia. Eppure l’uomo ci prova a instaurare un dialogo con Dio, a pregare, a inviare parole, musica e colori, ma si tratta di un monologo perché nessuna risposta arriva se non un senso di colpevolezza e un grande rimorso per quanto è stato e non è più.
E le domande ora si fanno ancora più incalzanti e numerose e vertono, ancor più delle precedenti, sull’amore: solo l’amore può essere la via d’uscita, la possibilità di speranza, un amore che deve riuscire a superare la notte, il buio del dolore, il respirare a fatica, lo strisciare di chi è caduto, il nonsenso, il non capire; difficile è anche comprendere come lasciarsi investire dall’amore per accettare la possibilità di sbagliare e di lasciarsi perdonare dagli altri (non il semplice essere perdonati!).
Eppure nel cuore del cantante c’è spazio per un altro Dio, decisamente diverso dal precedente: un Dio la cui presenza si sente, si avverte, si coglie, un Dio che è atteso e che non lascia mai l’uomo da solo, che non lo perde mai di vista e che si fa trovare, che non si nasconde all’uomo. E’ un Dio-con.

Vissi d’arte

Questa ci sarebbe stata bene in una quinta stamattina.

VISSI D’ARTE (Roberto Vecchioni, da In Cantus)
Vissi d’arte, vissi d’amore,
non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
quante miserie conobbi, aiutai.
Sempre con fe’ sincera,
la mia preghiera
ai santi tabernacoli salì.
Sempre con fe’ sincera
diedi fiori agli altar.
Nell’ora del dolore
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Diedi gioielli
della Madonna al manto,
e diedi il canto
agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.
Nell’ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica…
Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria e l’ho fatto in maniera discreta (Mt 6,3-4: “Invece mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”), ho sempre avuto una fede sincera e non ho mai fatto mancare né la mia preghiera né fiori sugli altari, col mio canto ho abbellito il creato, il cielo. Perché ora, nel momento del dolore e della prova, Dio mi ringrazia così? E’ questa la sua ricompensa? Estendendo il discorso: qual è la ricompensa che un uomo si attende? quali aspettative abbiamo sulla remunerazione? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.

Gemme n° 119

La gemma di M. (classe quarta) è stato un pezzettino del film d’animazione “Fantasia 2000”: “Innanzitutto mi piacciono gli effetti speciali. La gemma è però centrata sulla natura che secondo me comprende tutto e interviene sempre nel nostro mondo, se ne appropria. E’ un ciclo continuo. Poi, in riferimento allo spezzone proposto, vorrei anche dire che all’inizio la natura sembra giovane, mentre dopo appare più matura: trasportando questo in ambito umano mi viene da pensare che quando uno è nato per una cosa, la fa indipendentemente dal percorso seguito.”
Propongo un pensiero dello studioso delle religioni Raimon Panikkar che mi è venuto in mente guardando la sequenza proposta da M.: “Io vivo costantemente la morte. La morte è un problema per l’individuo, ma non per la persona. Ognuno di noi, nella propria individualità, è una goccia d’acqua. Cosa capita a questa goccia d’acqua quando, secondo una tradizione che è transculturale, cade nel mare e sparisce come goccia? Dipende da che cosa è: la goccia d’acqua o l’acqua della goccia? La goccia d’acqua sparisce, ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino, ma non perde la sua vera natura. Ciò che sparisce, sono le difficoltà di comunicare, di abbracciarsi, di amarsi, che nascono grazie all’individualismo.”

Sul bordo di quello che sappiamo

sette«La nostra conoscenza del mondo continua a crescere. Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato».
A volte mi capita di acquistare un libro di cui non so nulla: non ne conosco l’autore, non ne ho sentito parlare, non ne ho letto alcuna recensione. E a volte capita di restare folgorati dalla sua bellezza. Mi è successo oggi con questo libricino di un’ottantina di facciate scritte da Carlo Rovelli: iniziato, divorato. Una piccola descrizione dell’universo a seguito delle scoperte della fisica dell’ultimo secolo, condotte da quella specie così curiosa che è l’uomo. Scritto benissimo, suddiviso in brevi capitoli, risulterà facile e agevole anche una rilettura. Ricchissimo di spunti di riflessione ha il grandissimo pregio di regalare al lettore il fascino della ricerca e della scoperta, e di far percepire come l’indagine dell’uomo non sia a compartimenti stagni. Splendide pagine che permettono di viaggiare liberamente tra la fisica e la filosofia. Chapeau!

Gemme n° 85

Propongo una delle canzoni che più mi affascinano per il tema che tratta : il suicidio della razza umana. Mi interessa molto il video, zeppo di scritte che riportano dati e con alcune citazioni di poeti, scrittori, scienziati… Una di quelle che più mi ha colpito è in apertura: “la razza umana si estinguerà per civilizzazione” di Ralph Waldo Emerson. Se civilizzazione significa portare cemento e inquinamento là dove esistono foreste concordo pienamente”. Questo è stato il modo con cui F. (classe quarta) ha presentato il video di Serj Tankian, cantante dei System of a down, dal titolo emblematico “Harakiri”.

Un’altra frase che mi ha colpito è quella di Jean Paul Sartre: “L’uomo è pienamente responsabile della propria natura e delle proprie scelte”. Si può ferire anche con le parole non solo con i fatti.
In apertura il testo dice: “Siamo il branco ingrigito, ci feriamo a vicenda con le nostre vite” a dire che l’unico pericolo per l’uomo è l’uomo stesso. L’accusa è esplicita: “Il futuro vedrà la storia come un crimine”. In fondo, penso sia quello che abbiamo fatto e stiamo facendo alla terra.”
Nel video compare un indiano con una lacrima a rigargli il volto. In classe ho letto una frase con cui avrei voluto commentare il video di F., ma avendola già pubblicata qui sul blog, ne metto un’altra che è un proverbio navajo: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. E il poliedrico Andy Warhol ha affermato: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.

Le montagne di K

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Se una persona ama la montagna e la natura, le rispetta, e cerca e trova in esse tracce di trascendenza, e se ama anche il fumetto, allora il volume “K”, scritto da Shiro Tosaki e disegnato da Jiro Taniguchi, è molto interessante, soprattutto se ha affinità con la spiritualità orientale. “K dice di riuscire a comprendere il cuore delle persone dalla montagna… da come la parte più intima dell’animo recepisce il rispetto e il timore per la natura! K agisce in armonia con i grandi cicli divini… non ha mai fretta! Aspetta di diventare una cosa sola con la volontà divina… Nell’immensità del cielo echeggia una voce diversa da quella che gli esseri umani conoscono!”