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Gemma n° 1825

“Questa canzone è Fix you dei Coldplay, qui cantata da Shawn Mendes in un concerto a Toronto. Cantata da lui mi piace molto”.

La gemma è stata presentata da C. (classe seconda). Poco tempo fa mi è capitato di commentare una gemma con un verso di questa canzone. E’ un brano che parla di presenza, dell’importanza di esserci quando le cose non girano, non funzionano, non vanno nel verso giusto. Quello è il momento in cui è possibile sperimentare quanto possa essere d’aiuto la presenza di qualcuno che sappia starci accanto, che sappia farci sentire a casa (anche se a casa non siamo).

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Gemma n° 1814

“Ero molto indecisa perché non sentivo che ci fosse una cosa che veramente volevo portare, poi ho pensato di parlare di qualcosa che mi influenza tutti i giorni: la mia gatta. Durante il lockdown è stato bello averla lì. All’inizio sono stata in isolamento e ai tempi non si sapeva se gli animali potessero entrare nell’isolamento ma ho dovuto lasciarla entrare altrimenti stava tutto il giorno a piangere fuori dalla porta. Dalla mattina alla sera lei stava sempre con me senza mai uscire se non una volta al giorno e per me la sua presenza è stata molto importante”.

Questa la gemma di M. (classe quarta) Scrive lo psicoanalista statunitense Jeffrey Moussaieff Masson: “Forse i gatti sono qui per insegnarci questo: a vivere l’attimo in modo così completo, con un totale coinvolgimento, che lo faccia durare in eterno”.

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Gemma n° 1802

“Ogni volta che ascolto Ci sarò mi vengono in mente tutte le persone che mi vogliono bene e ci saranno sempre”.

La canzone di Alfa è la gemma di E. (classe prima). Mi sento di commentarla attraverso una delle scene più toccanti di WALL•E, film d’animazione del 2008 ma sempre attualissimo.

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Gemma n° 1797

“La mia gemma è un oggetto molto importante per me. Non uso molto i braccialetti, ma questo, prima che mia sorella lo rompesse, lo usavo tutto il tempo, perché il suo ruolo era quello di accompagnarmi ovunque e in qualsiasi momento. E’ un semplice braccialetto, direi anche infantile e non molto bello, ma molto significativo. Mia cugina è cresciuta con questo braccialetto al polso, ma un anno fa ha deciso di regalarmelo. L’anno scorso non è stato un bel periodo e non lo è tuttora, mia cugina è praticamente l’unica persona che mi è stata veramente accanto e riesco a confidarmi solo con lei. Mi ha promesso che sarebbe andato tutto bene, che lei ci sarà sempre per me e che quando sto male basterà pensare che c’è lei accanto a me, non fisicamente, ma con il suo braccialetto è come se lo fosse. Ci tengo molto e quando si è rotto ho cercato di aggiustarlo con le lacrime agli occhi. Direte ‘Mamma mia come sei drammatica’: sì lo sono, lo ammetto, ma è l’unica cosa che mi ricorda che ho qualcuno a cui importa se sto bene e che spero continuerà a farlo”. 

Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma. La commento attraverso una canzone che parla di amicizia e di vicinanza: “Lights will guide you home and ignite your bones and I will try to fix you” (Fix You, Coldplay).

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Gemma n° 1758

“Premetto che sulla mia gemma non c’è troppo da dire: è una collana con un ciondolo a forma di cuore. Me l’ha regalata mia mamma un po’ di anni fa dopo che lei e mio padre avevano divorziato. Io non mi ricordo molto di quel periodo perché ero piccola ma la mamma mi ha detto che ci stavo male e quindi ha deciso di regalarmi questa collana per tenere sempre con me l’amore che entrambi provavano nei miei confronti, per farmi sapere che loro sarebbero sempre stati con me anche quando non erano presenti fisicamente, che quando ero con mamma e sentivo nostalgia di papà, lui c’era, e che quando ero con papà e avevo nostalgia di mamma, lei c’era”.

Così ha presentato la sua gemma M. (classe terza). Noto che 4 gemme delle 8 presentate fino ad ora sono ancore, sono oggetti che ci consentono di restare ben ormeggiati e non subire improvvisi e pericolosi moti del mare. Quando è il momento l’ancora può essere levata, ma non viene mai tolta dalla nave: si cala, si leva, ma non si toglie. L’ancora resta lì, pronta a salvarci di nuovo.

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Gemma n° 1754

“Ciò di cui ho deciso di parlarvi oggi è un oggetto legato ad una frase che per me ha un valore inestimabile e che ritengo il simbolo della mia infanzia. Ma prima di tutto faccio un passo indietro e vi racconto un po’: come ben saprete (o comunque penso l’abbiate già intuito), le mie origini non sono friulane, bensì pugliesi. All’età di 5 anni circa, per svariati motivi, mi sono trasferito qui in Friuli.
La lontananza per me è sempre stata un tasto dolente, poiché nonostante la fortuna di essermi ambientato velocemente e di aver preso i ritmi di vita, che ahimè sono completamente diversi, anche le più piccole e banali azioni quotidiane mi riportavano a pensare a questo aspetto. Ad esempio, una cosa che mi faceva stare “male” era pensare ai miei ex compagni di classe che uscivano da scuola e correvano dai nonni a lasciare la cartella per prendere la bici e tornare a casa: quanto mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa. Oppure, la classica uscita della domenica pomeriggio nella quale i miei amici mi dicevano che la loro nonna aveva preparato ottime pietanze ecc. e sappiamo tutti che i pranzi della nonna sono sempre i migliori…
Dunque, si trattava di piccolezze senza le quali si può tranquillamente sopravvivere, ma che nonostante tutto mi facevano riflettere e mi hanno portato a vivere un’infanzia relativamente diversa dai miei coetanei.
Ma tornando all’oggetto… si tratta di una classica catenina d’oro che si porta al polso e che solitamente, come nel mio caso, i nonni regalano ai propri nipoti al battesimo. Per me ha un valore inestimabile, perché ogni volta che sono nostalgico mi aiuta a riflettere ed a farmi sentire meglio, ma soprattutto perché quando mi è stata regalata era accompagnata da una frase che è diventata una sorta di motivazione a non preoccuparmi della presenza delle persone care, perché anche se non fisicamente, ci sono sempre. E la frase è: «non importa quanto lontani si è, ma quanto ci si vuole bene nonostante tutto».”

Ecco qui la gemma di L. (classe terza), una di quelle che chiamo gemme di risonanza perché fanno risuonare in me delle corde profonde che collegano per direttissima cuore e cervello. Non distante da qui, vicino a Trieste, e più precisamente a Duino, c’è un bel sentiero sopra le falesie che si ergono dall’Adriatico ed è dedicato al poeta praghese Rainer Maria Rilke. Merita una capatina proprio tra poco, quando si coprirà dei caldi colori autunnali. Perché lo cito a proposito della gemma di L.? Perché queste parole di Rilke la commentano bene: “Una volta accettata la consapevolezza che anche fra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una meravigliosa vita, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l’altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo.”

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Gemme n° 474

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La mia gemma è una foto con mia zia: mi piace guardarla nei momenti di tristezza. Qui eravamo al mare e mi ricorda un obbligo reciproco che ci siamo prese: quando una delle due sta male, l’altra deve dire di uscire. Questa foto, poi, rappresenta per me la lezione più grande: l’amore può andare oltre il fatto biologico”. Con queste parole S. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Vorrei regalare a S. e a sua zia una frase di Betthleim: “Il seme di un albero può sì essere trasportato molto lontano dal luogo dove quell’albero è cresciuto, ma la nuova pianta, che da quel seme nascerà, può mettere radici solo nel terreno in cui esso è affondato”. S. ci ha mostrato dove siano le sue radici.

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Gemme n° 470

Questa è la gemma di S. (classe terza): “Ho scelto questa canzone non per un suo significato particolare (parla del fatto di lasciar andare il passato perché inevitabile), ma perché le sono da poco legata. Qualche tempo fa ero in cantina, dove io e mio papà facciamo un po’ di ginnastica. Di solito ascoltiamo Ligabue, il preferito di mio padre, ma alla fine del cd abbiamo messo su le canzoni che ho sul pc. Mio padre ha detto che questa gli piaceva un sacco e mi ha proposto di fare una gara di addominali sulle sue note. Era tanto che non “giocavamo” insieme come quando ero piccola: ecco perché questa canzone significa tanto”.
Neruda scrive che “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé”. Auguro a S. e al suo papà tante gare di addominali 😀

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Gemme n° 468

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La mia gemma è la lettera con cui la mia migliore amica mi ha fatto gli auguri per i miei 18 anni. Ne leggo una piccola parte.” Con queste parole C. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Il mio contributo, questa volta, è tratto dal commovente film “Amici per sempre”:

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Rewind: domenica

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, 139×195 cm, National Gallery, Londra

Infine, ecco la domenica.
Semplice è l’origine.
«Dio onnipotente, cerca / (sforzati), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Così il poeta Giorgio Caproni scriveva in una delle sue poesie, e commentava in un’intervista: «Dio è il mistero di tutti i misteri, non si sa nulla di lui. È inafferrabile, ci vivifica e ci uccide. Eppure ricerco la sua presenza da anni».
Dove è questo Dio? Su quali strade? Su quella di Emmaus. Un santo contemporaneo ha detto infatti che tutte le strade del mondo sono diventate Emmaus (san Josemaría Escrivá, “Cristo presente nei cristiani”). Si riferisce, con intuizione folgorante, ad una delle pagine del Vangelo più belle, con la quale non a caso Luca (cap. 24) conclude il suo Vangelo e dà il “la” alla storia del cristianesimo così come sarà sempre.
Vi si narra la scena in cui due discepoli dopo la morte di Gesù se ne tornano, disperati, da Gerusalemme al loro paesino, Emmaus, con il cuore pesante dopo essersi illusi che Cristo fosse veramente il Salvatore.
La morte ha spazzato via tutto: l’ennesimo fuoco fatuo. Ora rimane solo il tempo della tristezza e il ritorno al grigiore di prima. Ma proprio su quella strada, Cristo risorto, senza essere riconosciuto dai loro occhi tristi, come uno qualsiasi si mette a camminare con loro e chiede perché sono così appesantiti. Li tira fuori da dove si trovano, dalla loro tristezza, non con l’evidenza schiacciante della resurrezione (si sente dare persino dell’ignorante perché non sa nulla di ciò che è successo a Gesù Cristo: mi è sempre piaciuto il gioco che fa con noi, la sua paziente ironia per farci arrivare da soli alla realtà, senza schiacciarci), ma con una chiacchierata pacata e forte di amico, sul far della sera, come quando nella Genesi si narra che Dio passeggiava con gli uomini al fresco della sera: è ricominciato tutto. Poi fa per andar via quando loro si fermano alla locanda per mangiare, non si impone, si fa desiderare, la sua delicatezza verso la nostra libertà mi appassiona e mi appassiona che l’unica vera preghiera che lo costringe a rimanere sia il nostro semplice desiderio che resti con noi.
E a tavola, mentre mangiano come amici, li sorprende e si fa riconoscere nello spezzare il pane, come per due volte Caravaggio ha raccontato nelle sue tele in età diverse della sua vita con un realismo che non è altro che il realismo del cristianesimo: il quotidiano trasfigurato dall’incarnazione di Cristo. In quel momento lo riconoscono e proprio in quel momento lui si sottrae alla loro vista.
Paradossalmente se ne va, rimanendo: proprio in quel pane.
Tutte le strade del mondo sono percorse da uomini e donne impegnati nelle loro battaglie quotidiane, con il volto tirato, presi dai loro pensieri, dalle loro lotte, dalle loro tristezze, dalle loro incertezze, dalla caduta quotidiana delle loro umanissime speranze. Magari hanno inseguito l’ennesima che li ha delusi e sono a caccia di un’altra o di qualcosa che lenisca la delusione, che possa dare senso al ripetersi dei giorni, rinnovandoli sempre, qualcosa per cui valga veramente la pena alzarsi la mattina. Su quelle strade qualcuno con uno sguardo diverso li raggiunge, è esattamente come loro, condivide le loro lotte e pensieri, ma ha una luce negli occhi. Si affianca con la normalità di chi sa essere amico, fa la stessa strada, lo stesso lavoro, condivide le stesse passioni, sogni e sconfitte. Non giudica, ma guarda gli occhi e chiede: perché sei triste? Sa ascoltare la tristezza del volto degli altri, che si sentono tranquilli a confidarsi lungo il cammino, perché finalmente hanno trovato qualcuno a cui possono affidare il peso del loro cuore: un amore tradito, una relazione familiare piena di dolore, un lavoro insopportabile, una condizione fisica critica, un pianto mai affiorato…
Hanno sperato per anni che tutto potesse cambiare, avevano creduto con tutto il loro slancio alla vita come promessa, ma niente: è stata un’illusione. Adesso si limitano a sopravvivere perché vivere fa troppo male, perché per vivere bisogna sperare e non ci sono più le forze, né la voglia di essere ancora delusi e si accontentano di piccolissimi noiosissimi rituali. Eppure l’amico che ascolta ha una luce che illumina proprio quella situazione, una luce che non gli appartiene e che non viene meno, proprio per questo non è triste, anche se porta sul viso gli stessi segni di stanchezza degli altri, perché la vita è dura anche per lui, proprio allo stesso modo. Parla di un modo di guardare il mondo pieno di passione e fuoco, come se avesse il potere di trovare la bellezza in ogni angolo, anche il più oscuro. Non pretende di cambiare il mondo, ma il modo di guardare il mondo: dice le cose con forza, senza lesinare sulla verità, ma lo fa con un tale affetto che non ci sente amari, ma amati. Ci libera dalla tristezza, perché è oltre la tristezza, che ben conosce perché l’ha attraversata, ma che ha disinnescato con una formula che ora ci intriga, ci seduce, ci attira, come una promessa. Il dialogo continua lungo il cammino, ed è fatto di giorni, di settimane, di mesi, stagioni e anni e di cose ordinarie. E quella luce non viene meno e illumina ogni età e stagione, ogni fatica e ogni gioia, ogni sconfitta e ogni desiderio.
Il mondo è lo stesso per tutti, ma per quell’amico il modo di guardarlo è sempre da innamorato. Come fa? Da dove trae origine questa forza ardente e appassionata? Come fa ad essere così pieno di eros? La curiosità e il calore sperimentati portano a chiedere di rimanere di più, di approfondire l’amicizia, di arrivare al segreto che guida quella vita, perché un segreto deve esserci se è così capace di far ardere il cuore e le speranze, in mezzo a tutte queste rovine. Si sta insieme, si cena insieme, si condividono non solo le lotte ma anche il riposo, un bicchiere di vino e il pane. E proprio in quella intimità d’amicizia, il vero dono che un cristiano deve fare al mondo, si fa strada la verità sconvolgente, quasi incredibile proprio per il suo essersi nascosta nella vita di tutti i giorni ed essere lì accessibile, a tavola, e non nei recessi e nelle altezze in cui gli uomini hanno cercato inutilmente Dio per secoli. No, ci dice Caravaggio, è qui, a tavola, con te e me.
Il segreto è che l’Emmanuele è Dio con noi, per questo l’amico non ha paura, perché lui ha scoperto che Dio è con lui, tutti i giorni, sino alla fine, è il Dio vicino, di strada e di tavola: parola e pane. Sentiamo le forze rinvigorirsi e le parole di prima non rimanere fuori di noi, ma entrare dentro di noi, anzi di più: farsi noi, trasformandoci in Parola e Pane per gli altri, per questo lui è sparito, ci sei tu, tocca a te. Così di corsa torniamo per strada a dirlo a tutti, la strada dell’andata, piena di tristezza, la ripercorriamo a ritroso con lena nuova, anche se è notte fonda, anche se siamo stanchi, perché adesso è cambiato tutto, c’è una ragione per camminare, anzi c’è una ragione per correre, c’è una ragione per alzarci ogni mattina. E la ragione è che Dio è mio e io sono suo, nelle 24 ore che ho disposizione, con tutto quello che ci sta dentro, perché l’unità di misura del Vangelo, fateci caso, è “ogni giorno”. Adesso siamo pieni di vita, come uno che ogni giorno s’innamora, perché questo innamoramento non dipende principalmente da noi, ma è dato, se lo vogliamo. Qualcosa ci fa rinascere dall’alto ogni giorno, ed è capace di far rinascere altri.
Non ci sono più strade anonime, c’è solo Emmaus: ogni strada umana, ogni lavoro umano, ogni amore umano, ogni tristezza umana è proprio il luogo dove Cristo cammina con noi, magari con il volto ordinario di un amico, di un’amica. E quell’amico o amica sei tu per gli altri, che cammini con loro (dopo aver camminato e mangiato con Lui), tu che ascolti le loro tristezze e riporti il cuore ad ardere (come Lui ha fatto con te), fino a metterli faccia a faccia con Cristo, in una catena senza fine. Quello è il momento in cui devi farti da parte, adesso tocca a lui. La Resurrezione non è una lezione, non è uno sfolgorare schiacciante, ma è una passeggiata accorata tra amici con parole vere, fino a trovare l’origine di ogni speranza nella Parola e nel Pane. E subito ripartire, perché è tutto troppo bello, tutto troppo grande, per restarsene paralizzati e tristi. Adesso è tutto nuovo. E tu e io sappiamo il segreto.
Niente è più erotico del cristianesimo, perché nessuno ama come Cristo e il cristianesimo è diventare un altro Cristo, lo stesso Cristo, tanto da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».”

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Gemme n° 424

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Ecco la mia scatola dei ricordi con tutto quello che mi fa sorridere quando lo guardo: cartoline, lettere, oggetti, e soprattutto la lettera della mia migliore amica per i miei 18 anni.” Così V. (classe quinta) ha presentato la propria gemma.
Dalla lettera emergono vicinanza, protezione, condivisone, coinvolgimento, felicità, sorrisi. In una puntata di Desperate Housewives una delle protagoniste afferma: “Ogni volta che sento l’emozione sopraffarmi mi limito a immaginare una scatola vuota, e a infilare dentro quella scatola tutte l’emozioni che provo e poi immagino di mettere via la scatola in un armadio grande e vuoto e chiudo la porta!”. Quante emozioni c’erano in quella scatola stamattina!

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Gemme n° 368

I Foo Fighters sono un gruppo che conosco da una vita, il loro è stato il mio primo concerto, nel 2006. Nonostante nel testo si dica “He’s ordinary”, dedico questa canzone a mia madre; con lei ho molto legato ultimamente anche se attraverso un brutto periodo, anche con la scuola. Lei è la mia eroina che mi salva dalle brutte situazioni della vita.” Ecco come K. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
C’è una canzone in cui Alex Britti (“Mamma e papà”) canta così: “Hey, mamma, guardami adesso, sempre lo stesso figlio anche se non parliamo spesso, come quando da bambino che sembravi mia sorella ti vedevo in mezzo agli altri ed eri sempre la più bella. Mi ricordo che stavamo praticamente sempre insieme, tua unica missione era farmi stare bene anche quando invece non era tutto a posto, mi guardavi sorridendo e soffrivi di nascosto. E quando arrivava l’estate andavamo sempre al mare con la macchina senza radio pensavamo noi a cantare le canzoni di Bennato, Battisti e De Gregori. Eravamo sull’asfalto ma sembrava in mezzo ai fiori. E poi la sera non volevo mai dormire e tu anche se eri stanca mi venivi a coccolare e ancora adesso che non stiamo tanto insieme, penso a quei momenti d’oro se ho bisogno di star bene. Passa il tempo, siamo grandi in un istante e sei ancora la mia voce più importante. Quante volte vi ho pensato nei momenti più importanti quando solo sopra un palco affrontavo i miei giganti, quando in macchina di notte con l’Europa da scoprire, fare finta di star bene per non farvi preoccupare. Quante volte ho detto “basta, ma chi me lo fa fare?”, però poi pensando a voi non riuscivo mai a mollare. Questa vita di speranze ma piena di emozioni, questa vita che racconto spesso nelle mie canzoni, qualcosa che va oltre la realtà e che non finirà mai”.

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Gemme n° 361

Ho portato come gemma una canzone per me importante, in cui si parla del rapporto tra due persone: nonostante le difficoltà l’uno rimane sempre per l’altro il suo muro delle meraviglie”. Così G. (classe quarta) ha esposto la propria gemma.
E tutte le strade che dobbiamo percorrere sono tortuose e tutte le luci che ci guidano sono accecanti, ci sono tante cosa che mi piacerebbe dirti ma non so come. Perché forse sarai colei che mi salverà? E dopotutto sei la mia ancora di salvezza (muro delle meraviglie).” Questo dice la canzone… In “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” Luis Sepùlveda scrive: “«Volare mi fa paura» stridette Fortunata alzandosi. «Quando succederà, io sarò accanto a te» miagolò Zorba leccandole la testa.”

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Gemme n° 309

L’11 ottobre se n’è andato mio nonno, e questa è stata la prima canzone che ho sentito dopo averlo saputo. Mi è venuto spontaneo pensare a lui come il guerriero che ha protetto la sua famiglia, ha fatto molti sacrifici, soprattutto durante la II guerra mondiale. In una lettera che ha lasciato ai figli emerge tutto il suo interesse nel salvaguardare il benessere della famiglia. Aveva un motto che mi ripeteva spesso: sor, serietà, onestà e rettitudine. Con esso mi dava forza per tutto quello che sarebbe potuto accadere nella vita. Lui mi ha sempre tirato su il morale o per telefono o con la presenza seppur fisicamente lontana”. Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Mi sono venute alla mente le parole di un’altra persona scomparsa da pochi mesi in tarda età, Rita Levi Montalcini: “Il male assoluto del nostro tempo è di non credere nei valori. Non ha importanza che siano religiosi oppure laici. I giovani devono credere in qualcosa di positivo e la vita merita di essere vissuta solo se crediamo nei valori, perché questi rimangono anche dopo la nostra morte.”

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Gemme n° 302

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Direi che la mia è una gemma doppia: porto due foto. Nel 2006, a Pasqua, mio papà è preso dai rimorsi per avermi regalato un uovo di cioccolata fondente che non mi piace; decide allora di portarmi da un suo amico per vedere dei cani. Lì mi dice che ci saremmo portati a casa il cane con cui mi ero messa a giocare: “Meglio dell’uovo?”. Da lì in poi tutto è filato liscio e sono stata la persona più felice del mondo. Il 31 dicembre 2014 faccio entrare Brietta (il cane) in casa perché ha paura dei botti. Noto che sta male e barcolla. Da lì è iniziato un periodo di tante terapie e il 15 gennaio, vicino al mio compleanno, troviamo un tumore; ho capito che riuscivo a provare paura e terrore, cosa che non mi era mai successa prima. Ho fatto saltare il diciottesimo e volevo anche saltare la gita con la classe. Poi abbiamo deciso di operare Brietta e fino all’operazione, per tre mesi, sono rimasta nell’angoscia e i miei mi hanno sostenuta molto, soprattutto mio padre che pur lavorando all’estero per dieci mesi, è stato a casa di più. Entrambi mi sono stati molto vicini. Penso che loro mi aiutino senza necessariamente dirmi la via esatta per arrivare alle soluzioni: indicano le vie, poi sta a me decidere quale percorrere. Ad esempio io non volevo iniziare la patente, poi il papà mi ha convinto. Mi ha portato a fare il corso di micologia. Voleva portarmi pure a fare il permesso di caccia ma sarebbe stata una cosa improbabile. Insomma: è stato un momento in cui ho apprezzato entrambi.” Questa è stata l’articolata gemma di J. (classe quarta).
Prendo spunto dalla presa di coscienza di J., quando afferma di essersi resa conto di aver provato paura; vorrei estendere il concetto al rapporto tra paura e coraggio, in maniera da uscire anche dal caso specifico, e lo voglio fare con una frase di Giovanni Falcone: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.”

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Gemme n° 242

Come gemma ho deciso di portare una canzone, “Summertime Sadness” di Lana Del Rey. Nonostante oggettivamente sia una canzone abbastanza triste, soggettivamente è una delle mie canzoni preferite. Nonostante non ami particolarmente Lana Del Rey, questa canzone mi ha colpito profondamente poiché mi ricorda una persona molto importante che è entrata qualche anno fa nella mia vita e mi ha aiutato durante un periodo buio, ovvero la separazione (dolorosa) dei miei genitori. Vedo questa persona pochi giorni all’anno (d’estate) perché abita in un’altra regione ma nonostante questo è più importante di alcune persone che vedo ogni giorno. Questa canzone mi ricorda appunto il periodo estivo e porta con sé una, tutto sommato, dolce nostalgia e malinconia.”
Questa la gemma di J. (classe seconda). Verso la fine della canzone si sentono le parole: “Come alle stelle manca il sole nel cielo del mattino”. Da dove può nascere il desiderio di una luce più grande che oscuri la mia piccola luce? Forse dalla necessità di rischiarare il buio.

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Gemme n° 214

Prof, io avevo da tempo preparato la mia gemma, ma ieri ho visto un video che vorrei condividere con la classe: posso mostrare entrambi?” così mi ha accolto C. (classe quarta). Ottenuto il mio assenso ha proposto questo video (già oggetto di un’altra gemma),affermando che “ogni tanto è bene guardarsi intorno e capire che non siamo da soli e magari dare una mano: basterebbe pensare che potremmo essere noi ad averne bisogno, e sarebbe brutto che nessuno se ne rendesse conto”.

Il secondo video è, invece, più personale: mi è stato d’aiuto in un brutto periodo”.

Una delle frasi più importanti del brano, ripetuta molto spesso, è senz’altro “Voglio qualcuno che mi ami per quel che sono”. Penso che una delle cose che possiamo fare nei confronti di ciò su cui non abbiamo controllo sia accettarlo: e su chi amo non posso avere il controllo… “Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi Presenza, significa accettare il rischio dell’Assenza” (Antoine de Saint-Exupéry).

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Gemme n° 196

Ho portato questa canzone di Adele per parlare del periodo in cui ero in un’altra scuola, quando la ascoltavo sempre. Ho portato anche una foto e una lettera che mi è stata scritta. E’ molto importante e la leggo sempre”. Non è costata poca fatica a C. (classe terza) leggere quella lettera; non la riporto, ma posso dire che parlava di vicinanza, di fiducia in se stessi, di permettere agli altri di scoprire il tesoro che ciascuno di noi è, anche se a volte nascosto sotto uno strato di sofferenze.
Un breve racconto di Bruno Ferrero:
«“Disse un’ostrica a una vicina: “Ho veramente un gran dolore dentro di me. E’ qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata”.
Rispose l’altra con borioso compiacimento: “Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori”.
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: “Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza”.”
E’ la grazia più grande, quella dell’ostrica. Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.» (da Quaranta storie nel deserto).

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Gemme n° 195

Ho portato come gemma la canzone dei Queen per parlare di mio nonno con cui ho un ottimo rapporto di amicizia: c’è sempre stato per me, sia nei momenti belli che in quelli brutti, ci tiene tanto a me e io a lui. Mi veniva sempre a trovare anche se era lontano; due anni fa ha avuto problemi al cuore, ed è stato uno dei periodi più brutti della mia vita. Ora sta bene anche se è un po’ giù di morale, vorrei aiutarlo e stargli vicino come lui ha fatto con me”. Questa la gemma di G. (classe terza).
A commento faccio un tuffo nel passato: 1990, Zecchino d’Oro.

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Gemme n° 194

La gemma di A. (classe quinta): “Non è stato facile trovare una cosa adatta da portare, avevo pensato a una foto o a delle frasi, ma mi sembravano forzate o non adatte al momento. Ho trovato qualcosa che sento giusto portare in questo momento, perché questa canzone riesce a rilassarmi e a farmi stare bene. La interpreto non in riferimento a una storia d’amore: quando ci sentiamo sovrastati dai problemi a volte la cosa più semplice ed efficace è stendersi e dimenticare il mondo. Quando le parole non servono, stendersi e avere una persona accanto può essere la migliore terapia, e quelle persona può essere un amico, un moroso o un parente… Può essere anche semplicemente la natura: starci in mezzo anche da sola mi dà molto, anche se oggi ce ne stiamo allontanando sempre più. Ho scelto questa versione del video anche per questo”.
Mentre A. parlava, avevo in testa un’idea non ben precisa di una frase di Cioran che avevo letto da qualche parte tempo fa. Ci è voluto un po’, ma alla fine l’ho recuperata: “Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore” (L’inconveniente di essere nati).