C’è una parola italiana che usiamo ogni giorno senza pensarci: Persona. Viene dal latino, che la prese dal greco prosopon: la maschera dell’attore teatrale.
Etimologicamente, dunque, ogni volta che diciamo “persona” stiamo dicendo “maschera”. Non è una curiosità da dizionario: è una domanda aperta su chi siamo, nascosta dentro una parola che pronunciamo mille volte al giorno senza accorgercene.
Il quinto personaggio presentato da Jovanotti nella canzone Buon Sangue è una donna di Bretagna che faceva l’attrice. O meglio: che faceva l’attore, perché solo i maschi potevano salire sul palco. Così si travestiva da uomo, e da lì dentro interpretava tutto — il cardinale, la puttana, il mendicante, la musa. Maschere sopra una maschera. Un corpo già negato dalla norma sociale che diventava il luogo di una libertà clandestina e straordinaria.
E da lei, Jovanotti dice di aver imparato che l’identità ha una maschera, e che la maschera dà libertà.
È un paradosso, e il video qui sopra vi entra lentamente. Prima o dopo averlo visto ecco alcune domande che il testo mi ha lasciato in mano.
Indossate maschere diverse a seconda dei contesti? Con i genitori, con gli amici, con i professori, sui social — siete la stessa persona? Se no, quale di questi “voi” è quello vero? O sono tutti ugualmente autentici, e la domanda stessa è mal posta?
Vi è mai capitato di sentirvi più liberi recitando una parte? In uno spettacolo scolastico, in un gioco di ruolo, in un profilo anonimo online — c’è stato un momento in cui la finzione vi ha permesso di dire una verità che da “voi stessi” non riuscivate a dire? Come funziona questo meccanismo?
Esiste un volto definitivo sotto tutte le maschere, oppure siamo fatti solo di strati? La visione tradizionale dice che c’è un nucleo stabile da scoprire, togliendo via le sovrastrutture. Quella contemporanea dice che l’identità non si scopre ma si costruisce, ogni giorno, attraverso le scelte e i ruoli che si assumono. Dove vi collocate? E soprattutto — la risposta cambia a seconda del giorno?Camminare di fianco a se stessi: liberazione o alienazione? Jovanotti usa questa immagine con leggerezza, ma è un’immagine inquieta. Jekyll e Hyde, Dorian Gray, il sosia di Dostoevskij: la letteratura è piena di personaggi che si separano da se stessi e non riescono più a tornare. Cosa fa la differenza tra l’esplorazione e la perdita?
Siete cambiati, negli ultimi anni? Siete diventati più voi stessi o qualcuno di diverso? E cosa rimane stabile, attraverso tutto il cambiamento? C’è qualcosa che non si è mai spostato, anche quando tutto il resto si muoveva?
L’attrice bretone interpreta il cardinale e la puttana con la stessa intensità. Non giudica dall’esterno: li abita dall’interno, ne sente il peso e le ragioni. È forse la risposta più antica al problema di Babele — non imparare le parole dell’altro, ma imparare a essere l’altro, almeno per il tempo di una rappresentazione.
Jovanotti non dice che bisogna trovare in fretta un’identità stabile e smettere di cambiare. Dice che cambiare è un’arte. Che la maschera può essere uno strumento, non una prigione. Con una sola avvertenza implicita, nascosta nell’ultimo verso: anche mentre si cammina di fianco, bisogna sapere di chi si è il fianco.
Gemma n° 2965

“La gemma che ho scelto per quest’ultimo anno è il progetto teatrale scolastico che mi ha accompagnato per questi ultimi tre anni. Questa foto ritrae le prove tecniche che ogni anno siamo obbligati a fare; un lungo processo che richiede diverse ore il che può far pensare ad una lunga e penosa attesa, al contrario l’attesa è la parte più divertente: si provano i costumi, si sistemano le luci e si aggiustano le parti di audio. Questo permette di vivere lo spettacolo in ogni sua parte. Inoltre si ha la possibilità di scambiare due chiacchiere e conoscersi meglio come gruppo permettendo così di stringere un forte legame tra tutti. Con una buona intesa anche lo spettacolo diventa un vero e proprio divertimento non solo per il pubblico ma anche per gli attori stessi.
Questa esperienza rimarrà parte di me per sempre; mi ha lasciato un bagaglio infinito di conoscenze e un album di stupendi ricordi”.
(S. classe quinta).
Gemma n° 2598

“Per quest’anno come gemma ho scelto il gruppo di teatro di cui faccio parte da 4 anni. In questi 4 anni sono cresciuta e sono diventata una persona migliore. All’inizio pensavo di non legare con nessuno, ma mi sbagliavo. Quelle nella foto sono le persone con cui ho legato di più. Ho imparato a essere me stessa e a non rimanere chiusa, anche se con le persone nuove ho sempre difficoltà ad esprimermi. Il gruppo del teatro mi ha fatto capire che essere se stessi non è una cosa brutta, anzi è bella. Essere diversi significa diversificare un ambiente o un gruppo. Ho partecipato a diversi spettacoli, il mio preferito è Grease. Ricordo quando ero alle elementari e vedevo gli spettacoli a cui mio fratello partecipava, rimanevo sempre a bocca aperta. Sempre alle elementari avevo partecipato ad alcuni laboratori, io mi divertivo e ancora mi diverto. Se dovessi incontrare la me bambina, le direi “non preoccuparti del futuro, tu incontrerai delle persone magnifiche che non ti giudicano per quello che tu sei; forse non avrai un buon finale, ma almeno ti sentirai sicura e avrai tutte quelle amicizie che la tua fanciullezza ti ha negato”. L’unica cosa che so dire è: grazie a tutte quelle persone che mi hanno aiutato” (L. classe seconda).
Gemma n° 2514

“Ho portato questa maschera sia per presentarla come gemma sia per utilizzarla dopo, visto che è parte del costume che indosso nello spettacolo di fine anno e questo pomeriggio ho una presentazione di questo spettacolo. Rappresenta il corso di teatro, che sebbene sia “solo un PCTO” ha avuto un grande impatto su di me come persona e ha provocato un’importante crescita in me” (F. classe quarta).
Gemma n° 2463

“Come gemma ho deciso di portare il teatro poiché ho vissuto un momento difficile in precedenza e quando ho cominciato teatro, tutto ha cominciato a cambiare in meglio. Ho ripreso rapporti con persone che sono diventate indispensabili e ho trovato un posto “sano” dove mi diverto da matti. Ogni settimana aspetto solo il weekend per poter andare a “divertirmi”.
Adesso stiamo allestendo un nuovo spettacolo è più vado avanti più sono felicissima della scelta che ho fatto!!!” (A. classe prima).
Gemme n° 26
“Ho portato un cd. In realtà la gemma non è una canzone specifica, ma tutto quello che c’è dietro il cd. Ogni anno con la parrocchia facciamo un’attività teatrale e quest’anno abbiamo allestito “Forza venite gente”. Mi sono ritrovato a cantare e recitare nel ruolo di Francesco ed è stato bellissimo coinvolgere e animare i ragazzi delle medie in un bel lavoro d’insieme del gruppo di animatori. Speriamo di poter continuare anche ora che il nostro parroco è stato trasferito”. Sono tutte parole di V. (classe quarta).
Caro V. ti lascio le parole di un grande: “Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.” (Charlie Chaplin)
La maschera della bretone
Ancora una donna per il quinto personaggio annoverato da Jovanotti in Buon sangue. Si
tratta di un’attrice teatrale bretone che recitava al tempo in cui era concesso farlo soltanto agli uomini; per salire sul palco pertanto, doveva adottare un doppio travestimento: quello da uomo per poter recitare e poi quello del personaggio che doveva incarnare. Solo così, maschera su maschera, riusciva a sperimentare la libertà. Un cambio di identità che ti fa respirare la libertà, ma che ti fa anche “camminare di fianco a te stesso”, come se non potessi mai essere veramente te stesso. La maschera, il travestimento, il truccarsi per nascondersi permettono di potersi sperimentare in parti sconosciute, di azzardare parole o comportamenti a noi lontani, e non per forza negativi. A volte diventano strumento per conoscere parti nascoste di noi che chiedono soltanto di essere scoperte, apprezzate, amate, riconosciute come proprie. A volte camminare di fianco a se stessi può servire, basta, a mio avviso, che non diventi condizione esistenziale.
Nel mio albero genealogico quasi alla radice
c’è una donna di Bretagna che faceva l’attrice,
ma siccome solo i maschi lo potevano fare,
recitava di essere un uomo per recitare
cardinale, puttana, mendicante, musa,
la platea di fronte a lei non era mai delusa.
Da quella donna ho imparato che l’identità
ha una maschera e la maschera dà libertà.
Puoi cambiare faccia, parte, umore e sesso,
nel frattempo camminare di fianco a te stesso.
