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Il presente contro l’illusione di essere eterni

Dimaro_394 copia fb

Spagna, guerra civile. Pablo è stato imprigionato e sa di essere condannato a morte; sa che anche lui verrà portato al muro davanti al plotone d’esecuzione; sa che è inevitabile. Si rende conto che la morte è inevitabile per qualsiasi uomo, che essa è l’approdo comune a tutti. La vicinanza di questa inesorabilità lo mette a confronto con l’esperienza che ha fatto fino quel momento: vivere come se fosse eterno, come se non ci fosse una fine. Ciò lo getta nella disperazione: “Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni”. È il protagonista del racconto Il muro di Jean-Paul Sartre.
Differente è l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono. Sentirmi fragile e vulnerabile mi porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma anche le ore, i minuti e i secondi. Un po’ come questa storiellina di origini orientali:
“C’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. L’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
Giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
Tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. Tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. D’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
L’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. Mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: Com’era dolce!”
Collocati tra i fantasmi del passato (la prima tigre) e i timori sul futuro (la tigre in fondo al burrone), talvolta corriamo il rischio di farci paralizzare dallo scorrere del tempo (i due topi, il giorno e la notte) e restiamo aggrappati alle nostre esistenze (la vite) senza cogliere l’importanza del tempo presente (la fragola).

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Gemme n° 85

Propongo una delle canzoni che più mi affascinano per il tema che tratta : il suicidio della razza umana. Mi interessa molto il video, zeppo di scritte che riportano dati e con alcune citazioni di poeti, scrittori, scienziati… Una di quelle che più mi ha colpito è in apertura: “la razza umana si estinguerà per civilizzazione” di Ralph Waldo Emerson. Se civilizzazione significa portare cemento e inquinamento là dove esistono foreste concordo pienamente”. Questo è stato il modo con cui F. (classe quarta) ha presentato il video di Serj Tankian, cantante dei System of a down, dal titolo emblematico “Harakiri”.

Un’altra frase che mi ha colpito è quella di Jean Paul Sartre: “L’uomo è pienamente responsabile della propria natura e delle proprie scelte”. Si può ferire anche con le parole non solo con i fatti.
In apertura il testo dice: “Siamo il branco ingrigito, ci feriamo a vicenda con le nostre vite” a dire che l’unico pericolo per l’uomo è l’uomo stesso. L’accusa è esplicita: “Il futuro vedrà la storia come un crimine”. In fondo, penso sia quello che abbiamo fatto e stiamo facendo alla terra.”
Nel video compare un indiano con una lacrima a rigargli il volto. In classe ho letto una frase con cui avrei voluto commentare il video di F., ma avendola già pubblicata qui sul blog, ne metto un’altra che è un proverbio navajo: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. E il poliedrico Andy Warhol ha affermato: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.