Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, non siamo in tanti a farlo. Quest’anno saremo anche di meno perché Marina è andata in pensione. Lei spesso arrivava anche prima di me, in bicicletta e col Messaggero: mi mancherà. Voce tonante, la sua, fin dal primo mattino: quella non mi mancherà. Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, soprattutto il primo vero giorno di scuola, quello in cui tornano tutti. Mi diverte guardare i modi diversissimi in cui viene vissuta la medesima esperienza. L’emozione di chi è lì per la prima volta (primini che sono stati padroni della scuola per il breve lasso dei due giorni dell’accoglienza e che ora la vedono stravolta e travolta da una masnada). Gli occhi indagatori di secondini e terzini che tentano di capire le sorti delle corse affannose alla ricerca del loro posto. Lo sguardo esperto di chi è lì per la penultima volta (quartini saggi che hanno già studiato la dislocazione delle aule e vanno a colpo sicuro a cercare di occupare quella benedetta ultima fila). La pacatezza alle 9.00 che si trasforma già nell’ansia delle 12.00 di chi è lì per l’ultima volta ma sa che a giugno lo attende l’abisso orrido immenso ov’ei precipitando il tutto spera di non obliare. Colleghi già sul pezzo che chiedono lumi sulle password del registro elettronico e quelli che si muovono alla ricerca di un caffè, alcuni già in servizio da settimane a lavorare su incastri impossibili di orari precari (vi stimo), altri che programmano attività e incontri, segretarie che iniziano il loro ultimo giorno di scuola, collaboratori alle prese con insegnanti che già chiedono di prenotare laboratori (sì questo sono io), aule che sembrano forni in questo settembre che sa di agosto, ore buche da coprire, circolari da preparare per corsi da organizzare in giorni da stabilire in luoghi da definire (se leggendo ‘sta cosa ti sei perso, amen, non è così importante, non ti sei perso niente, vai avanti in tranquillità), due tramezzini al volo per pranzo, un incontro al volo con Francesca (ex studentessa… “Ciao, come stai?” “Tutto bene, prof, mi laureo mercoledì a Milano, poi inizio un master, poi … chissà!”… che bello Francesca, in bocca al lupo!!!), un saluto al volo con Vale che ha trovato un altro lavoro e con Asia che ha trovato un’altra scuola, tante cose sono state al volo oggi. Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, per soffermarmi su tutto questo e non lasciare che mi scivoli addosso, come gli sguardi che ogni giorno incroceranno il mio. Quelli di studentesse e studenti che mi guarderanno con la punteggiatura pitturata in faccia: chi un punto di domanda, chi un punto esclamativo, chi dei punti di sospensione, chi un punto, chi una virgola, chi un punto a capo… E cercheremo di mettere insieme parole e punteggiatura per trovare sensi e significati, per scrivere e leggere vita, per esistere.
Giulio Bertoli è nato a Firenze nel 1989. Nel 2015 si laurea in fisica teorica ad Amsterdam. Attualmente vive a Parigi dove fa un dottorato in gas quantistici disordinati ultrafreddi. Si interessa di teoria della complessità, sul ruolo della contingenza nella conoscenza scientifica e sull’interdisciplinarietà. Nel 2015 ha tenuto una lezione di filosofia della scienza all’Università di Bergamo. Su “L’Indiscreto” è stato pubblicato questo articolo molto interessante (da lì ho anche preso le note biografiche sovrastanti).
“Il fondamentalismo religioso è indubbiamente uno dei temi più caldi nel mondo occidentale. È intimamente connesso all’emergenza sociopolitica dei migranti, solleva dibattiti legati al controllo statale e alla libertà del cittadino, si lega allo spettro inconscio del rifiuto della diversità. La società occidentale si propone come baluardo della lotta al fondamentalismo (islamico) e fa di questa battaglia uno dei suoi obiettivi primari, sotto la bandiera dei valori liberali, ma un altro tipo di integralismo imperversa nei meandri del suddetto liberalismo, imperturbato se non inconsapevolmente lodato, meno esplicito ma altrettanto pericoloso, forse proprio per la sua capacità di nascondersi nelle pieghe del discorso: lo scientismo. A onor del vero, da molto tempo suonano dei campanelli di allarme: già il vecchio Popper se ne lamentava, quando non parlava di tacchini. Ma il problema non è soltanto lo scientismo accademico o dei corsi di filosofia, che lo interpretano come una moda passeggera, parto dell’onda meccanicista di fine ottocento. Lo scientismo è più che mai esteso e attuale. Benché ormai studiosi e scienziati diano per assodato che l’autosufficienza scientifica sia un mito, infatti, il ritratto pubblico della scienza è oltre il più sfrenato positivismo. Si parla di particelle di Dio, di manipolazione del genoma umano, del provato scientificamente come garanzia della certezza assoluta. Ciò che si nasconde dietro a tutto ciò è il sogno infantile del riduzionismo: l’idea che debba esistere un qualche codice, uno schema, qualcosa di semplice dietro alla complessità che ci avvolge. E che questo codice sia in un certo senso ottenibile, se non direttamente per lo meno in maniera asintotica, riducendo il tutto in parti costituenti e carpendone il funzionamento. Siamo così immersi nel mito popolare di un Dio onnisciente e assoluto, talmente divorati dal tentativo di emularlo che perdiamo di vista una delle cose che ha fatto la scienza: distruggerlo. Il riduzionismo, è vero, ha portato a grandi trionfi scientifici. D’altro canto uno dei suoi più grandi limiti è stato di non considerare tutto quel che rimaneva fuori dalla sua (per altro esigua) sfera di applicabilità, e, almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso, guardare dall’altra parte, concentrandosi soltanto sui suoi successi. La selezione artificiosa dell’oggetto scientifico, però, preclude una visione globale del mondo e ha in effetti contribuito a creare un’immagine che ancora persiste, seppure sia enormemente fuorviante, ovvero che tutte le cose accadano in maniera riduzionistica. Il bias è talmente forte che persino nella prima teoria scientifica che è andata oltre questo modus operandi, ovvero la teoria del caos, abbiamo sviluppato una fallacia riduzionista. Ci viene detto che il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare un uragano in Giappone, ma mentre il significato della teoria è che il sistema è fortemente sensibile alle condizioni iniziali e che il loro minimo cambiamento invalida ogni meccanismo di previsione, ciò che passa al pubblico è l’idea di poter ricollegare cause ed effetti fino al più piccolo particolare in una simmetria temporale. È proprio sulla nozione di simmetria che si basa il riduzionismo: l’abilità di ridurre tutto a delle leggi fondamentali, obbedite dalle parti costituenti, e che la comprensione di tali leggi implica la possibilità di ricostruire il tutto. Ma ciò è ben lontano dalla realtà: fenomeni emergenti, sistemi complessi, rotture di simmetria sono esempi di come la struttura riduzionista ci abbia illuso fino a farci dimenticare che la previsione è un lusso applicabile solo in pochissimi frangenti. Un altro fatto spesso tralasciato è che, dato quest’imprinting simmetrico, ci fidiamo altrettanto ciecamente dell’estrapolazione di dati. Niente in realtà crea più confusione: può anche darsi, infatti, che il famoso battito d’ali causi un uragano, ma ovviamente l’osservazione di un uragano non potrà dirci niente su ciò che l’abbia causato. Con che coraggio, inoltre, si creano previsioni “scientifiche” sulla base di modelli che si rifanno su dati già ottenuti di sistemi complessi (vedi in economia)? Purtroppo “provato scientificamente” ed “elimina il tuo senso critico” stanno diventando pericolosi sinonimi, in cui il bisogno di completezza si sfoga del vuoto lasciato dalla religione e si appiglia a un nuovo Dio tecnologico. Che dire quindi delle “leggi di natura”? Potremmo cominciare a vederle senza la rigidità che contraddistingue la dogmatica impostazione dell’asintoto, dell’avvicinamento a un ideale assoluto figlio dell’Iperuranio. Le nostre leggi stanno diventando asimmetriche nello spaziotempo: la nascita della vita stessa è vista come un fenomeno emergente, così come sciami, stormi e altri sistemi complessi ci stanno insegnando che, in ogni caso, le leggi e regolarità che governano i sistemi non ci danno la possibilità di controllarli e men che mai di prevederne l’andamento. Spesso l’approccio alla scienza è paradossale: da un lato viene considerata legittimante, dall’altro è criticata a priori, o si percepisce nei suoi confronti una certa diffidenza. Spesso questi atteggiamenti coesistono. La confusione, senza considerare fattori come la politicizzazione e la democratizzazione dell’informazione scientifica, è generata dall’ascrivere “poteri” al metodo scientifico riduzionista che semplicemente non sono rappresentativi della realtà: si potrebbe arrivare a dire che la fede nel metodo scientifico (riduzionista) è totalmente non-scientifica. La biologia potrebbe insegnarci qualcosa al riguardo. Interessante in questo senso è l’apporto degli studi sull’evoluzione, dove l’ambiente esterno gioca un ruolo fondamentale. L’idea di un ambiente esterno “inesorabile” prende probabilmente forma dal modo in cui viene considerato in fisica statistica, ovvero come serbatoio termico infinito. In biologia, l’assunto diviene quello di ambiente come infinito interrogatore, invece che serbatoio; questa visione può essere superata se si considera la relazione ambiente-soggetto non come causa-effetto ma come un dialogo. L’importante è considerare l’evoluzione nel tempo, dove gli eventi per via della loro unicità e irripetibilità sono significativi e necessari ma non sufficienti e inevitabili. In altre parole, ciò che osserviamo è compatibile con le leggi di natura che deriviamo, ma non è in alcun modo deducibile. La vita stessa non è un fenomeno inevitabile e necessario, e neppure l’esistenza di Jacques Monod. È innegabile che la scienza occupi un posto dominante nella nostra vita, soprattutto nel rapporto uomo-natura che ha contribuito a creare con la tecnologia. Tale rapporto si profila come uno dei temi più importanti (se non il più importante) del secolo che stiamo vivendo. Una maggiore consapevolezza del ruolo dell’indeterminatezza in questo rapporto ci farebbe sicuramente vedere tutto in una nuova luce: quella di sistemi complessi visti non più nella maniera riduzionistica del “complicato” e quindi non interessante, ma nel loro significato originale della parola: cum-plexus, intrecciato assieme. L’educazione scolastica in questo senso ci insegna a separare le materie dalle altre, oggetti e soggetti dall’ambiente, le scienze dalle arti, o a vedere la storia come una dispiegamento lineare di cause ed effetti; ma non ci insegna ad intrecciare, collegare, cum-plectere. Per poter cominciare a risanare il nostro rapporto con la natura abbiamo bisogno di ricomporre la realtà che noi stessi abbiamo ridotto a scompartimenti e frammenti, credendo sconsideratamente in questo modo di poter prevedere le conseguenze. La scienza si trova a un bivio, verso uno sfrenato fondamentalismo o la rivoluzione. Speriamo che Khun almeno su qualcosa avesse ragione.”
“La mia gemma è la mail che ho ricevuto il 22 febbraio, in cui mi viene annunciato che una famiglia americana mi ha scelta per passare l’anno scolastico negli Stati Uniti. Da quel momento ho realizzato che per me cambierà tutto e dovrò costruire nuovi rapporti e nuove relazioni”. Questa è stata la gemma di L. (classe terza). Un saluto e un in bocca al lupo a L. con una frase di Cesare Pavese presa da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
“La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta). In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.
“La mia gemma è questo libro, l’autobiografia di Malala Yousafzai in cui racconta della vita della sua famiglia in Pakistan e di come essa sia cambiata con l’arrivo dei talebani. Presenta la sua attività per l’istruzione e per i diritti delle donne, fino al tentato omicidio che ha subito. Oltre a far capire le differenze della sua cultura, fa apprezzare cose che sembrano banali come la scuola e il diritto all’istruzione”. Questa è stata la gemma di G. (classe seconda). L’unica cosa che mi sento di fare è di dar voce a Malala: “Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola… Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie.”
Essendo insegnante in tutte le cinque classi di un liceo mi rendo conto del percorso e della crescita dei miei studenti ai quali cerco di concorrere ponendo ostacoli e quesiti via via crescenti. Non di rado con i grandi dell’ultimo anno forzo un po’ le cose, oso… ricavando a volte le loro rimostranze “prof, ma è incasinata ‘sta cosa!”. Ecco, in questo passo scritto da Mircea Eliade negli anni’30, si può trovare la ragione di quelle sfide:
“Comprendere il senso dell’esistenza è divenuto estremamente raro per un moderno. Comprendere l’uomo o il suo destino è ancora più raro. Tutto questo fa si che ci si chieda se l’intelligenza non abbia funzionato per troppo tempo a vuoto, applicandosi a oggetti accessori o a un numero minore di oggetti di quello che era assolutamente indispensabile. La maggioranza delle persone che ho incontrato si guardavano dall’accogliere tutte le domande che si ponevano loro. La superstizione più pericolosa consiste nell’ignorare certe questioni fondamentali, o nel risolverle automaticamente, con una semplice formula che, a un’analisi più profonda, si dimostra priva di senso.” (Oceanografia, pag.8) E devo ammettere di essere molto cresciuto grazie alle risposte di quelle belle teste che mi sono passate sotto gli occhi in questi 18 anni… (mamma mia! Sono un prof maggiorenne adesso!!!)
“Ho appena passato tre mesi di studio in Francia, un’esperienza significativa che mi ha segnata sotto vari aspetti. Ho deciso di portare questa gemma perché è quello che sento veramente importante in questo momento.” Così A. (classe quarta) ha presentato la propria gemma, che è consistita in un montaggio video di alcune foto della sua esperienza. La prima canzone scelta da A. come colonna sonora del video è stata “Buon viaggio” di Cesare Cremonini. “Coraggio, lasciare tutto indietro e andare, partire per ricominciare…”. Non avrei fatto la stessa scelta di A. durante il mio quarto anno di liceo; da un lato sarei stato un ufo in quegli anni (non si usava), dall’altro non sarebbe proprio stato nelle mie corde. Ma ho visto l’entusiasmo di A. al ritorno e ho letto la sua contentezza nelle mail inviate durante la sua esperienza in Francia… “per quanta strada ancora c’è da fare amerai il finale”.
“Ho scelto di portare il trailer di un film visto qualche tempo fa; in realtà è abbastanza triste, ma mi è piaciuto perché tratta l’argomento della scuola ma non solo”. Questa la proposta di G. (classe terza). Nel film, ad un certo punto, l’attore Adrien Brody afferma: “Ho provato a cambiare qualcosa. Ci ho provato. Onestamente. Questa è la fregatura. E’ che tutti noi abbiamo troppe storie di cui occuparci e questo ci distrae dall’obiettivo. Così ci lasciamo vivere. Certi giorni va meglio, altri va peggio e così, lo spazio per noi e per gli altri, si riduce”. Qual è il nostro obiettivo? Cosa ci distrae dal perseguimento?
“La canzone che voglio presentare denuncia episodi di bullismo e omofobia soprattutto a scuola. Secondo me, in una fase iniziale e quando siamo più piccoli, è naturale provare una certa repulsione perché si notano delle diversità; poi, crescendo, possiamo riconoscere gli altri come uguali a noi e amici. Capiamo anche che non si dovrebbe mai cambiare solo perché qualcuno non ci accetta per quello che siamo”. Questa è stata la gemma di F. (classe quarta). Il video è duro, anche se poi finisce positivamente; i nomi che vengono citati sono quelli di persone la cui vicenda non si è conclusa bene. Penso che troppe volte non ci rendiamo conto del peso che possono avere i nostri gesti, le nostre frasi. Oppure a volte ci rifiutiamo di fare uno degli esercizi più importanti che possano esserci: camminare per un po’ con le scarpe degli altri, immedesimarci in loro e provare a guardare le cose anche dalla loro prospettiva.
Dopo i due articoli dell’altroieri sulla scuola, pubblico questo pezzo di Christian Raimo che una collega ha condiviso su fb dal sito di Internazionale.
“Il dibattito sulla scuola rischia sempre di alimentare due retoriche contrapposte: una, quella dell’innovazione come panacea di tutti mali, dei tablet in classe, dei prof 2.0, dei test Invalsi come unico metro di misura dell’esistente; e l’altra, quella dello studio come si affrontava una volta, della missione salvifica degli insegnanti, degli studenti svogliati e distanti da riavvicinare alla conoscenza. Da una parte c’è un gruppo di persone che potremmo chiamare “prestazionali”, quelle che vivono con un’ansia da risultati mescolata al feticismo della tecnologia, che insieme danno vita a un perverso pedagogismo, sempre in cerca di una presunta misurabilità dei metodi educativi. Dall’altra ci sono gli impressionisti – quelli che prendono la propria esperienza personale e ne ricavano un paradigma, a prescindere da qualunque confronto con i dibattiti pedagogici, dal dovere di considerare i dati che abbiamo sull’istruzione, dal fondamentale confronto con bibliografie aggiornate. Queste due retoriche sono due scorciatoie. E siccome aggiornarsi, fare bene il mestiere del professore è impegnativo, chi non ha tempo, e voglia, è meno capace di mettersi in discussione e di pensare l’istruzione come una forma continua di autocritica, e imbocca una delle due scorciatoie sentendosi rassicurato: sta nel giusto, si pensa innovativo, è migliore degli altri, ai quali spesso addirittura fa la morale. La maggior parte degli insegnanti per fortuna non è così. La maggior parte degli insegnanti in Italia è sottopagata e nonostante questo prepara bene le lezioni, è dubbiosa, si forma, studia, segue corsi d’aggiornamento, cerca di capire come rispondere al meglio ai problemi degli studenti, capitalizza quello che impara in classe per provare a immaginare strategie d’istruzione: seria, dedicata, professionale. Perciò queste due retoriche sono dannose. Perché di fronte ai veri bisogni dei docenti – più soldi, più formazione qualificata, più conoscenza del mondo, più libertà pedagogica – rispondono con la fiacca illusione di due vie facili. E gli insegnanti meno critici, o anche semplicemente quelli più stanchi, si lasciano abbindolare. Ecco che così, proprio in questi giorni, la maggior parte dei collegi docenti – invece di pensare a come reclamare più reddito e più aggiornamento, a strutturare un serio piano formativo – si trova ad avere a che fare con l’inutilissima bega della formazione dei cosiddetti comitati di valutazione dei docenti stessi. Questi organismi – presieduti dal dirigente scolastico, e formati da tre insegnanti, due rappresentanti dei genitori, e un componente esterno – sono pensati dalla riforma della Buona scuola per fare in modo che la scuola si uniformi alle aziende, quelle aziende dove già dagli anni novanta si è affermato il management per obiettivi. È ormai pacifico che i presidi e i comitati di valutazione hanno a loro disposizione i risultati dei test Invalsi, e in base a quelli improntano le loro decisioni. Ma se ci riflettiamo, i test Invalsi si concentrano sulle prestazioni e di fatto trascurano completamente i contesti sociali, storici, culturali degli studenti, sottovalutano la complessità dei rapporti umani e dei processi sociali, non tengono conto del fatto che le interazioni nel contesto educativo sono dinamiche e in continua evoluzione. A che servono veramente? Qualunque sociologo metterebbe in discussione la loro validità svincolata dal contesto; e invece – cosa terribile – i test Invalsi finiscono per trasformare i numeri in minacce. Mettiamo che la scuola A abbia più studenti con voti alti della scuola B – gli insegnanti delle scuola B sono chiamati a recuperare. In base ai risultati si riceveranno più fondi, bonus, premi. Come si sposa tutto questo con la libertà del docente? E soprattutto cosa ha a che fare tutto questo con la ricerca pedagogica? Come fa notare un recente articolo di Alain Goussot, non è tanto l’arretratezza dei docenti ma l’approccio pedagogico a sembrare l’unica vittima delle ultime riforme della scuola. Molti insegnanti hanno spesso una scarsa preparazione pedagogica, non conoscono i fondamentali delle varie correnti metodologiche in educazione, hanno un grosso deficit di sapere sul piano delle didattiche vive che sanno inventare e creare situazioni di apprendimento lì dove sembrava impossibile. Quanti insegnanti oggi sono mai entrati in contatto con i testi e il pensiero, e quindi le pratiche, dei grandi pedagogisti ed educatori del passato? Quanti hanno letto non solo Rousseau e Pestalozzi, ma anche Maria Montessori, Ovide Decroly, John Dewey (…) Ernesto Codignola, Giovanni Maria Bertin, Mario Lodi? È come se questo patrimonio storico-pedagogico di esperienze vive nel campo educativo non fosse parte del loro bagaglio culturale: invece nel loro bagaglio troviamo i manuali di una didattica meccanica e standardizzata, i vari trattamenti provenienti dalle correnti comportamentali e cognitivistiche, i kit applicativi con tanto di griglie e schede che funzionano come tanti schermi che gli impediscono di vedere e vivere la realtà scolastica e relazionale per quello che è. A questa smania valutativa che nasconde – nemmeno troppo – forme di controllo si affianca la reazione scomposta di rimpiangere la scuola com’era una volta. La paladina di questa ideologia nostalgica è Paola Mastrocola. Il suo libro appena uscito, La passione ribelle, è la summa di una serie di pregiudizi che la probabile buona fede e il consenso di cui gode la sua voce non rendono meno pericolosi. Mastrocola guarda al mondo dei ragazzi e descrive un panorama distopico, un paesaggio postapocalittico in cui nessuno studia più. In classe nessuno segue, a casa nessuno fa i compiti, davanti a un libro nessuno riesce a capire nulla, in biblioteca perdono tutti tempo. Per affermare questo genere di tesi, Mastrocola però non cita nemmeno un dato, non pensa sia doveroso fornire una bibliografia pur minima a conferma, si avventura in campi come la neuroscienza o l’economia che evidentemente non padroneggia senza però temere di essere imprecisa, scrive in modo così trasandato che le accuse di approssimazione e sciatteria che muove ai ragazzi in generale risultano poco credibili. Eppure i suoi interventi sono letti. I suoi libri sono citati, circolano nelle sale insegnanti. Perché? Perché consolano. Perché danno a quei professori sostanzialmente reazionari e poco volenterosi una sorta di credito morale, in nome del quale possono lanciare strali sul mondo moderno con le sue diavolerie (le lavagne interattive! I registri elettronici! Perfino le macchine fotocopiatrici!). È un vero peccato insomma che il dibattito sulla scuola si sia ridotto a questo. Perché invece saper leggere i dati e usarli per progetti pedagogici coraggiosi ci farebbe comprendere come la politica scolastica può rappresentare la vera leva dello sviluppo di questo paese. Per esempio? Non pensando di ridurre l’alunno a una unità di misura identificabile con il suo comportamento. Per esempio? Rivalutando la psicanalisi, e imbracciando la sfida delle difficoltà di apprendimento senza appiattirla a un problema di medicalizzazione attraverso la pioggia di diagnosi di bisogni educativi speciali (Bes) e disturbi dell’apprendimento (Dsa), evitando che tutto passi da una rilevazione di “comportamenti problema”, di difficoltà e di sintomi da incasellare in qualche griglia prefabbricata e prodotta dagli esperti del comportamentismo e del cognitivismo. Per esempio? Pensando che la scuola non è separata dalla società. La scuola è la società. E le problematiche sociali devono essere affrontate con una politica scolastica studiata. Per dire: la questione meridionale – tornata nei dibattiti in questi mesi – è un nodo ancora irrisolto perché in Italia esiste un’asimmetria sociale talmente ampia che nemmeno centocinquant’anni di scuola unitaria sono riusciti a modificare; un interessante libro appena edito da Donzelli, L’istruzione difficile, a cura della Fondazione Res lo conferma, dati alla mano. E se vogliamo problematizzare quella che ormai è una weasel word – una parola che vuol dire tutto e niente – come valutazione, possiamo rileggerci il bel numero di Aut aut dedicato al tema (qui trovate l’intero pdf). Mentre, per rispondere ai catastrofismi sulla scuola e sull’educazione in generale con qualcosa di più della nostalgia dei tempi antichi, è utile riprendere un libro uscito nel 2014 che ha avuto poca fortuna, La congiura contro i giovani di Stefano Laffi. Ossia uno dei pochissimi testi recenti che – invece di costruire un alibi per gli educatori liquidando i giovani con un ritratto da nichilisti, disimpegnati, ripiegati su stessi – sottolinea una mancanza evidente di molti dibattiti sulla scuola: quando si parla di educazione non possiamo sottrarci al dovere di criticare con radicalità i capisaldi della società in cui viviamo. Sulla scorta di Paul Goodman e del suo meraviglioso La gioventù assurda (Einaudi 1971; tra l’altro perché nessun editore italiano lo ripubblica?), Laffi ci mostra che fare scuola, pensare la scuola, è, o dovrebbe essere, sempre un atto di critica politica: e la critica non può essere rivolta a quello che fanno i ragazzi ma a coloro che evidentemente hanno il potere, e che vogliono – attraverso l’educazione – replicare un universo pieno di merci, tecnocratico, ipercompetitivo. L’inutile versione in piccolo del brutto mondo che già noi adulti abitiamo.”
Come spesso mi capita, sono solo in parte d’accordo con quello che pensa Paola Mastrocola. E pubblico queste sue parole, tratte dal sito della Laterza, subito dopo il predente post non perché vi trovo delle contraddizioni, ma per pura casualità.
“Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente. Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono. La cosa più incredibile è che non importa a nessuno. Di fatto, noi non intendiamo mai lo studio nella sua accezione più profonda; non entriamo nello specifico della sua sostanza immaginando l’atto di studiare in sé, fino alle sue naturali ed estreme conseguenze. Lo dico meglio: quando diciamo che i nostri ragazzi devono studiare, non vogliamo dire che debbano passare gran parte del loro tempo chini sui libri, pomeriggio e sera, soli e concentrati. Non vogliamo dire questo perché questo non ci piace per niente, e mai augureremmo loro una vita del genere. Eppure, quando speriamo che studino e che proseguano fino all’università, noi li indirizziamo a un siffatto stile di vita, giacché è ancora vero (non so per quanto) che per avere un’istruzione bisogna stare tanto, sui libri. E cartacei o digitali che siano, nulla cambia. Lo studio è, ancora, inevitabile. Per quanto gli insegnanti si producano in performance sempre più accattivanti; i saperi si esternalizzino; le scuole si dotino di LIM, DVD, app, wi-fi e bluetooth; per quanto limiamo asperità e livelliamo strade azzerando ogni sorta di difficoltà; per quanto puntiamo al saper fare e alle competenze e al problem solving, e non più al sapere; ebbene, c’è sempre un momento in cui lo studente deve mettersi a studiare: piazzarsi seduto, aprire un benedettissimo libro, e starci sopra parecchio, e anche parecchio concentrato e attento. Che sia una semplice verifica, un’interrogazione virtuale, un esonero all’università, un test di ammissione per la Normale di Pisa o l’assunzione presso una ditta di surgelati, a un certo punto della vita i ragazzi dovranno dimostrare di sapere qualcosa. Quindi dovranno, bene o male, poco o tanto, studiare. Non abbiamo ancora inventato sistemi alternativi, grazie ai quali evitare lo studio, questo spiacevole disagio, questo disturbo, percorso a ostacoli, noiosissimo impiccio che intralcia, deprime, sporca leggermente il meraviglioso luna park che pensiamo debba essere la vita. A un certo punto dobbiamo scendere dalla giostra dei cavallini e studiare: intollerabile! Non ci piace per niente. E infatti stiamo lavorando per trovarli, questi sistemi alternativi. Nell’ultimo decennio direi che non facciamo altro: ministri, funzionari, professori, burocrati, intellettuali di grido e scrittori si danno un gran da fare a smantellare l’idea di un’istruzione fondata sullo studio e sui libri, cioè sull’universo logico-verbale (il modo “simbolico-ricostruttivo” dell’apprendimento, come dicono gli psicologi). L’ultima trovata è dire che tutto ciò è vecchio, screditarlo come retaggio arcaico e dinosaurico di un mondo che non c’è più. Insomma, è la solita solfa del mondo che è cambiato, dunque perché noi ci attardiamo su macerie invece di proiettarci dritti dentro il futuro? Siamo gli ultimi in Europa, siamo decrepiti, meritiamo di morire eccetera eccetera. E, dulcis in fundo, i giovani hanno ben ragione a non studiare, questo sistema non fa più per loro e se non ci sbrigheremo a trovarne un altro li perderemo tutti. L’abbiamo risolta in questo modo: siccome nessuno ha più voglia di studiare, noi smantelliamo l’universo dello studio. L’idea geniale è che si tratti di adeguarci al cambiamento, assecondarlo invece di arroccarci. Personalmente, più sento dir così, più mi arrocco. Mi viene uno spasmodico amore per tutte le rocche, il più inerpicate e sole possibile. Inaccessibili e lontane, con la nuvoletta in cima. Da lassù contempleremo le magnifiche sorti e progressive. Tanto, di una cosa sola siamo molto consci: che nulla possa arrestare la marea. Quindi, tanto vale godersela dall’alto, noi arroccati. Chiusa la parentesi rocciosa, dicevo che ci piace molto che i ragazzi vadano a scuola, ma non che studino. È un controsenso, lo so. Una specie di dissociazione, un’autocontraddizione in cui ci siamo imbrogliati come in un groviglio e di cui non sembriamo per nulla consapevoli. Magie della mente umana. Un fraintendimento. Un equivoco, gigante. Una incomprensione granitica reciproca fatta a forma di montagna. Potessi disegnarla, sarebbe la catena dell’Himalaya. Forse potremmo dir così, che la parola “studio” ha oggi come per miracolo due significati. Si è divaricata. Spaccata. Si è creata un’ambiguità terminologica, che ha prodotto tra noi tutti una confusione. Un intrico di rami. Detto in breve, quando diciamo “studiare” intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama percorso formativo); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, stare sui libri, passare ore chiusi da qualche parte, isolati, concentrati, fermi. Studio 1 e studio 2. Per quanto possa sembrare strano i due significati oggi, nella nostra testa, non vanno insieme. Fino a pochi decenni fa erano, ovviamente, inscindibili; oggi invece possono dissociarsi, andare ognuno per conto proprio. Così che si crea il seguente paradosso: da una parte siamo tutti d’accordo che si debba studiare, dall’altra non ci piace per niente studiare. E può succedere che le famiglie tengano moltissimo allo studio 1 dei loro figli: si dedicano con grande cura alla scelta della scuola, e seguono i figli molto più di una volta. Arrivano a fare i compiti con loro, e si prodigano a offrir loro tutti i supporti possibili, libri, computer, lezioni private a iosa. E può succedere, allo stesso tempo, che queste stesse famiglie, che tengono così tanto allo studio 1 dei loro figli, non si preoccupino molto dello studio 2. Può succedere addirittura che questo studio 2 dia loro fastidio: in qualche modo peggiora la vita quotidiana di tutti, è un problema e tendono quindi a ostacolarlo, o relegarlo in qualche zona buia e ristretta della vita. Insomma, se noi genitori tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri figli, non faremmo le vite che facciamo e non avremmo la scuola che abbiamo. E se noi insegnanti tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri allievi, non chiuderemmo un occhio: saremmo più esigenti, fin dalle elementari; ci preoccuperemmo meno di divertirli, distrarli, ammaliarli con effetti speciali, gite, teatri, balletti in maschera. Insegneremmo loro, molto umilmente, le materie di base, dando loro gli strumenti di base per possedere le nozioni di base. E non penseremmo, così facendo, di offrire cose troppo banali e povere né ci preoccuperemmo di annoiare i bambini: avremmo ben chiaro in mente di fare la cosa migliore per loro. Perché è dalla base che si parte per costruire qualsiasi edificio. Se no, crolla.”
Questo post è rivolto, più che agli studenti, a colleghi, genitori e a tutte le persone interessate al mondo della scuola e soprattutto della didattica. Mi trovo spesso a riflettere e a confrontarmi con altri sulle possibilità che le nuove tecnologie offrono al lavoro di insegnante. L’intervista a Domizio Baldini pubblicata su Orizzonte Scuola mi sembra molto interessante.
“Nuove tecnologie sui banchi per coinvolgere gli studenti e personalizzare i loro percorsi di apprendimento, ma senza abbandonare penna, foglio e libri di carta. I suggerimenti di Domizio Baldini (docente di scuola secondaria, Formatore De Agostini Scuola, Apple Education tutor, Tutor TIC) per una didattica efficace e multicanale. Innanzitutto, che cos’è la didattica multicanale?
“Mi piace citare una definizione dell’amico e collega Prof. Alberto Pian che ha pubblicato un ebook interessante ed utile che mi permetto di consigliare, La didattica Multicanale. Lo potete trovare sui vari store on line: “La grande sfida di una didattica multicanale integrata consiste nel tentativo di parlare a tutti usando i canali di tutti e impiegando diversi codici linguistici e comunicativi. Tutti i mezzi possibili devono essere strumenti della divulgazione, ma in modo integrato, armonioso, che renda possibile anche un godimento estetico della fruizione”. Credo che la didattica multicanale sia una delle risposte innovative che la scuola può dare per fornire agli studenti la competenza necessaria alle sfide di una società nuova e sempre più complessa”. Come si costruisce una buona lezione in ottica multicanale?
“Per prima cosa occorre esplorare la ricchezza presente in rete, occorre quindi soprattutto che i docenti siano sperimentatori e curiosi loro stessi. Solo così si potrà trasmettere la passione, la curiosità infinita, l’entusiasmo, il “demone” della ricerca. Trovare il vecchio filmato della RAI con Ungaretti che legge le sue poesie, usare Benigni e le sue letture pubbliche per la Divina Commedia, fare vedere Cassius Clay (allora si chiamava così) e la corsa di Berruti sui 200 m. alle Olimpiadi di Roma del ’60 e studiarne i movimenti atletici, mostrare sulla rete la foto del manoscritto originale dell’infinito di Leopardi o di una poesia di Cesare Pavese, un filmato di un esperimento scientifico da riprodurre in classe, sono solo alcuni esempi di risorse oggi disponibili in rete in ogni ambito disciplinare e interdisciplinare (Cassius Clay non serve solo per mostrare la sua intelligenza cinestetica, ma, per esempio, anche per introdurre la condizione di segregazione dei neri americani e, con il cambio di nome in Muhammad Ali, il trauma della Guerra del Vietnam). Il lavoro vero dell’insegnante è poi quello di fornire il percorso ai propri studenti, ben sapendo che i modi dell’apprendere sono diversi e che ci saranno quelli che useranno più il canale visuale che non quello testuale o quello uditivo. L’abilità del docente sarà quella di fornire un percorso chiaro con obiettivi verificabili. La frase che si sente spesso “andate su internet a trovare risorse” non ha senso, è come mandare gli studenti alla Biblioteca Nazionale e dire loro: “cercate i libri che vi occorrono”. Occorre insegnare un metodo di ricerca fornendo loro percorsi costruiti anche insieme in classe, ma anche richiedere agli studenti di presentare loro stessi dei percorsi personali di ricerca privilegiando così diversi canali di apprendimenti e comunicativi (Flipped classroom) . La tecnologia oggi permette questo in modo facile ed intuitivo. Sarebbe , secondo me, un errore storico sottovalutarne le potenzialità didattiche”. Una didattica, quindi, che oggi fa a meno di sussidi multimediali deve necessariamente considerarsi obsoleta?
“Una didattica che non usi ANCHE le tecnologie oggi a disposizione è senz’altro una didattica più povera, meno coinvolgente, lontana dalla realtà di tutti i giorni, favorendo quell’errato sentimento comune che la scuola non serva poi a molto. Una volta andando a scuola si percepiva un mondo “altro”, con libri in biblioteca e lavagne appese nelle aule (la prima tecnologia pervasiva…), si respirava un’aura di “sapere” con Maestri e Professori che dispensavano contenuti seduti su cattedre di solito sopraelevate rispetto ai banchi, marcando così anche spazialmente la distanza tra i discenti (ignoranti) e i Docenti (che sapevano tutto). Oggi non è più così. Lo studente spesso trova scuole vecchie, cadenti, con tecnologie obsolete ed antiquate o senza alcun sussidio tecnologico ed anche con docenti che affermano decisamente che “la tecnologia non serve a scuola”. Poi non ci dovremmo lamentare che gli studenti ormai tendono a considera l’istruzione scolastica come una volta veniva percepito il servizio Militare di leva: un cosa che si deve fare ma la cui utilità era quanto meno dubbia. Per concludere posso dire che la vera sfida del docente del XXI secolo è quella di essere sempre più capace nella pratica quotidiana di inserire contenuti utilizzando più canali comunicativi. Personalmente ho adottato questa metodologia da tempo ed i risultati sia di interesse e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista dei risultati scolastici conseguiti, sono stati estremamente positivi. Con grande soddisfazione dei genitori e mia personale”. E’ vero che i docenti italiani sono più riottosi al cambiamento rispetto ai colleghi degli altri Paesi? Come mai secondo lei?
“Il nuovo spaventa sempre un po’, quindi sarebbe sbagliato pensare che i docenti italiani siano meno pronti a mettersi in gioco e sperimentare nuove didattiche. Ho esperienza di insegnamento all’estero essendo stato docente di Italiano come Lingua Straniera in una scuola a Londra per sette anni ed ho quindi una esperienza diretta di come si possano affrontare le novità. Erano i primi anni 90’ ed ebbi a disposizione dalla scuola il mio primo computer Macintosh, scelto da me per le possibilità di produzioni multimediali che offriva. La produzione di materiali originali da proporre in classe determinò un interesse e dei risultati scolastici così evidentemente migliori di prima da avere un numero di studenti sempre crescente ogni anno, doppiando e triplicando le scelte dell’Italiano sull’altra lingua straniera tradizionalmente proposta, cioè il Francese. Lì ho percepito senza ombra di dubbio che quella era una strada da percorrere ed ora faccio parte di una comunità globale di Docenti (Apple Distinguished Educators) che, dalla Scuola dell’infanzia alla Università, cercano nuove strategie didattiche con l’uso di tecnologie oggi disponibili e che hanno la possibilità di far emergere le potenzialità degli studenti. Occorre fare una precisazione, frutto anche di una esperienza ormai trentennale di Formatore (MIUR, IRRE, INDIRE etc): non tutte le tecnologie sono uguali. Per quanto mi riguarda l’uso dell’Ipad non è paragonabile con quello di altri tablet in commercio e produrre materiali multimediali con computer Windows non è come farlo sul MAC. Si dovrebbero scegliere strumenti che facilitino il lavoro del docente non che lo complichino. La LIM è stata una tecnologia rivoluzionaria 10 anni fa, oggi è obsoleta. Chi comprerebbe oggi una automobile che ha bisogno della manovella per mettersi in moto? Lo dico da utilizzatore e tutor di LIM per più di dieci anni. Nel sistema inglese e in altri paesi che conosco, le scelte che i Board della scuola fanno sono semplicemente obbligatorie per tutti i docenti e si basano sui risultati finali. La presenza di esami uguali per tutti, fatti lo stesso giorno e corretti da docenti esterni, garantisce l’attendibilità dei risultati finali, permettendo un accesso alle Università basato su dati reali ed attendibili (la scelta delle Università non è libera ma basata sulle valutazioni degli esami finali) ed anche una valutazione del lavoro svolto dai docenti, premiando così il merito, l’aggiornamento professionale e le capacità didattiche dell’insegnante ed anche la sua partecipazione ATTIVA al progetto educativo proposto dalla scuola. Questa strada è necessariamente da percorrere anche in Italia: tecnologia, formazione obbligatoria e valutabile, merito e valutazione del lavoro scolastico in modo più efficiente, trasparente, democratico e non autoreferenziale”. I ragazzi utilizzano le tecnologie in maniera disinvolta, la vera novità per loro non sarebbe imparare a farne a meno?
“Nella maggior parte delle scuole italiane la tecnologia non c’è, oppure non viene usata od usata malissimo. E’ questa la realtà! E’ vero che i ragazzi utilizzano la tecnologia in maniera disinvolta, ma questo non significa che la sappiano veramente usare! C’è un metodo, una riflessione che a loro manca e se non è la scuola, quale altra agenzia educativa può oggi fornirla? Le aziende? Altri Enti Statali? La risposta mi sembra chiara: la Scuola deve riacquistare la centralità del processo educativo e non è chiudendosi a riccio, non accettando il confronto che può riuscirci. Mi sia permesso un esempio un po’ provocatorio: sono stato un insegnante di lettere per più di quaranta anni e mi sento coinvolto quando leggo sulle statistiche ufficiali che solo il 3,6% degli italiani legge più di 10 libri l’anno. La scuola non ha un po’ di responsabilità? Possiamo considerarlo un successo “democratico”? E’ facile dare la colpa agli studenti ed al mondo che cambia… Lo diceva anche mia nonna cinquanta anni fa! Eh sì il mondo cambia. E la scuola? Penso che ci debba essere una seria riflessione ed un cambiamento reale da parte di tutti, senza steccati ed atteggiamenti manichei. Prima della riforma della scuola media alla fine degli anni ’60 e della libera apertura all’istruzione Universitaria, alle scuole superiori ci andavano in pochi, con uno stesso background culturale ed anche, aggiungo, generalmente con le stesse possibilità economiche. I modelli comunicativi erano sempre gli stessi con i quali gli stessi insegnanti erano cresciuti. La società di quel tempo aveva quindi valori e modelli simili, con un forte deficit democratico, possiamo dire oggi. Con l’ampliamento della platea studentesca l’insegnante si è trovato impreparato a gestire la molteplicità di “intelligenze”, come ci dice H. Gardner, e si è sempre più rifugiato nella ripetizione del solo modello a lui conosciuto, magari sostituendo l’autorevolezza con l’autoritarismo. La scuola ha cominciato a staccarsi dalla realtà proponendo modelli sempre più considerati obsoleti e inutili, perdendo quell’aura di centro del sapere che era prima. Da questa scuola sono uscite anche eccellenze, docenti bravissimi ed anche innovatori, ma questo non deve essere un alibi, poiché la scuola italiana nel suo complesso è oggi una istituzione educativa che non riesce a raggiungere in generale, con le dovute eccezioni, validi risultati nelle valutazioni internazionali dell’OCSE PISA, per esempio. Od anche qui è colpa degli esami proposti?”. Alcuni studi riferiscono che la didattica non tradizionale aumenterebbe il coinvolgimento degli studenti in difficoltà, ma non gioverebbe all’apprendimento e al profitto di quelli più dotati; il filosofo Roberto Casati ha lanciato l’allarme sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione. Qual è il suo commento?
“Mi ritrovo a citare mia nonna e poi mia madre che mi hanno detto in sequenza: non leggere troppo che ti fa male agli occhi, la televisione ti rovina e poi il computer ti fa diventare scemo. Come in tutte le cose ci vuole equilibrio nei giudizi, non partendo sempre dalla sola nostra esperienza e sapendo che i nostri studenti sono veramente diversi ed hanno bisogno anche di canali comunicativi diversi. Un certo tipo di tecnologia mobile già prima citata oggi permette di PERSONALIZZARE il percorso educativo, in modo semplice e facile, senza perdite di tempo in tecnicismi inutili, venendo incontro sia alle esigenze di studenti con caratteristiche diverse e in difficoltà sia favorendo anche percorsi educativi di eccellenza per non mortificare i talenti presenti. E’ questa la mia esperienza di formatore e moltissimi docenti sono già su questo percorso di esperienza ed innovazione. Questo, sia chiaro, non vuol dire che si debbano abbandonare la penna, il foglio ed i libri cartacei, ma che occorre integrare sempre di più strumenti tecnologici che possano aumentare la produttività e ampliare l’esperienza educativa dei nostri studenti. Scrivere su un programma di elaborazione testi una relazione NON è usare tecnologia innovativa; inserire elementi multimediali al testo e fornire anche una verifica interattiva è già aggiungere una valore all’oggetto didattico altrimenti non possibile con i mezzi tradizionali. Il tutto naturalmente in modo semplice, facile e creativo. Poiché gli studenti sono coinvolti in un lavoro che li vede protagonisti attivi, la distrazione non avviene. Una affermazione come quella del Prof. Casati sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione dovrebbe essere comparata dall’attenzione che oggi mediamente gli studenti mostrano in classe. Basterebbe guardare il loro diario scolastico per avere una risposta non proprio positiva. E poi è sempre l’uso che conta, non oggetto in sé. Anche l’auto ha un potere distrattivo ed anche la penna!”. Il ricorso alla rete nella didattica dovrebbe aiutare a liberarci da errori e approssimazioni, ma non crede che fino a una certa età i ragazzi abbiano bisogno di sapere che gli adulti ne sanno più di loro? Che i docenti non sono soltanto dei ‘facilitatori’?
“La scuola non è solo una istituzione che trasmette contenuti, è un ambiente educativo più ampio. Se non riesce a trasmettere il senso delle attività che vi si svolgono va incontro al fallimento. L’Italia non è più fortunatamente quella del Maestro Manzi, oggi le competenze che si richiedono sono anche quelle della comunicazione con i mezzi tecnologi, del saper cercare le risorse “valide” nella grande rete a disposizione. Si ritorna al discorso precedente, secondo me è la scuola che dovrebbe fornire gli strumenti e le competenze per fronteggiare le sfide complesse della globalità. Gli insegnanti posseggono la padronanza dei contenuti e non devono saperne di più di tecnologia, ma insegnare COME usarla a scuola, nella vita e domani nella professione è compito dell’istituzione scolastica, la sola che può fornire competenza tecnologica e contenutistica insieme. Per mia esperienza professionale nei molti incontri di formazione e negli eventi ai quali partecipo come relatore, ormai questa consapevolezza è patrimonio di un numero sempre maggiore dei docenti italiani. Sono quindi inguaribilmente ottimista per il futuro”.
Attraverso la matita di Zerocalcare, riprendo dal sito di Wired, una delle idee di Dio più diffuse che ci siano: il Dio di comodo, quello che funziona a chiamata, fa da tappabuchi e viene invocato e utilizzato in base alle necessità…
“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica”. (D. Pennac, Diario di scuola, 2007) Far conoscere la stessa musica, questa è la sfida.
Un nuovo anno scolastico è alle porte. Leggo su vari social post di disperazione e tristezza e ricordo che anche per me non era propriamente un bel momento. O meglio, iniziavo anche volentieri, ma al primo weekend iniziavo già a fare il conto alla rovescia per le vacanze di Natale… Dedico ai miei studenti “Lungo il viaggio” di Claudio Baglioni di cui mi piace molto il testo, ma pubblico il video di un canto alla vita. A lunedì
“Ci hanno detto di una terra latte e miele ma troviamo sabbia sete sangue e sale Lungo il viaggio verso il mare immenso blu sul sentiero dietro gli altri un uomo in più, uno in più Ci hanno dato la speranza di un futuro ma perdemmo nella nebbia il nostro faro lungo il viaggio dove il vento salta su sulla rotta in mezzo agli altri un cuore in più, uno in più Io, io, chi sono io, e dove vado io Io, io, che faccio io, e cosa cerco io E quanta strada ho viaggiato io e sono in questa strada E quanta strada m’ha dato Dio, ancora quanta strada E quanta strada ho da fare io ancora quanta strada E quanta strada m’hai dato Dio, ancora quanta strada Ci hanno fatto la promessa di una pace ma domani copriranno questa voce lungo il viaggio incontro al sole che va giù sull’ascesa avanti agli altri un sogno in più, uno in più Io, io, chi sono io, e dove vado io Io, io, che faccio io, e cosa cerco io E quanta strada ho viaggiato io e sono in questa strada E quanta strada m’ha dato Dio, ancora quanta strada A quale stella ho creduto io inseguo quella stella in quale stella ho veduto Dio ancora quella stella … Lungo il viaggio sulla strada su una strada di passaggio nel passaggio della storia una storia di coraggio del coraggio di una vita nella vita di un viaggio”
Oggi pubblico il “Buongiorno” di Massimo Gramellini pubblicato su “La Stampa” mettendo in evidenza in grassetto la condizione per me essenziale: “mi interessi”.
“Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo? Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita. La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato. Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi». «Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno». Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?». E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta. Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie. Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.”
E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce. Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.
“Ho portato un video ambientato a scuola con un prof che cerca di tener uniti tutti gli alunni senza distinzioni, con il coinvolgimento di alunni diversamente abili”. Così P. (classe quarta) ha introdotto la propria gemma. Due sono le cose che mi hanno colpito guardando il video. La prima è che sembra che ognuno abbia dato il proprio contributo sentendosi parte di quello che sta facendo. Prese singolarmente le sequenze non hanno molto senso, ma viste nell’insieme hanno tutt’altro peso. La seconda è la modalità con cui sono fatti questi video, la cui diffusione è esplosa in questi ultimi anni. I protagonisti generalmente camminano in avanti, procedono e noi non riusciamo a intravvedere la strada che li attende. Non sappiamo dove stiano andando: loro vedono, mentre noi indietreggiamo guardandoli. Il loro futuro è proiettato alle nostre spalle. Siamo noi a temere, molto più di loro. Ci dobbiamo fidare, come alla fine ha fatto questo padre nei confronti del figlio. Invito a leggere il breve scambio, poi dico di chi è il padre (e quindi il figlio). – Dove sei stato? – Con Dave, Adam e gli altri. – Ancora con questo gruppo? – Sì, perché?
– Non ti porterà da nessuna parte, lo sai meglio di me. – Vedremo. Vedremo, papà. – Stai perdendo il tuo tempo, Paul. Fai come Norman, cercati un lavoro, guarda gli annunci. A Dublino qualcosa si trova. – Questa cosa con la band potrebbe farci guadagnare dei soldi. – Un lavoro vero, intendo. Che razza di mestiere è quello che fareste voi, eh? – Suonare. Lo fanno in tanti in città. – Lascialo fare agli altri, allora. Senti Paulie, lo fai un patto con me? – Che tipo di patto? – Ti do un anno di tempo. Puoi stare a vivere qui ancora un anno, ma se alla fine di quest’anno non hai trovato un lavoro, beh, allora te ne devi andare. – Mi sta bene. E’ un dialogo tra Bob Hewson e suo figlio Paul David Hewson, in arte Bono, leader degli U2 (Da “U2. The name of love” di Andrea Morandi).