Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura, libri e fumetti, musica, opinioni, Religioni, Scuola

Andirivieni tra bellezze

13971455664_b0dff98004_b

Faticosetta la mattina di oggi: prima ora in succursale, seconda in centrale, terza in succursale, quarta in centrale, quinta in succursale. Potrei anche evitare l’amichevole di stasera, per oggi mi sono allenato…
Poi ripenso un attimo: una studentessa racconta la sua passione per un cantante che non ti aspetti, Mario Tessuto; un’altra dopo un’unica visione ti riporta per filo e per segno il videoclip “Jesus walks” di Kanye West; altri si meravigliano davanti al genio di Jesus Christ Superstar; una classe quinta segue con attenzione la quarta delle sette brevi lezioni di fisica di Rovelli e riflette sull’importanza della ricerca della verità anche quando significa riconoscere di aver buttato 40 anni di ricerca; poco dopo si emoziona davanti alla storia di una bimba affetta da hiv raccontata da Spike Lee; con una prima emerge il tema dell’identità e dell’importanza delle relazioni, con tutte le conseguneti contraddizioni; un’altra seconda, dopo che una studentessa ha raccontato l’emozione di “Collateral Beauty”, si cimenta con la lentezza cinematografica di Decalogo 1 di Kieslowski e si interroga sulla frase “Dio esiste, è molto semplice, se ci si crede”. Infine una quarta si appassiona ai riti quotidiani dell’induismo e ammira la bellezza e la colorata precisione di alcuni mandala, dopo che uno studente ha proposto una riflessione sulla possibilità di cercare la fortuna anche là dove sembra che non ci sia.
Ecco allora che quell’andirivieni tra succursale e centrale acquisisce un senso e mi fa capire che senza di esso mi sarei perso tutta questa bellezza. Un po’ di meraviglia in meno sarebbe entrata nella mia vita.

Pubblicato in: cinema e tv, Etica, Gemme, musica, Società, Storia, Testimoni

Gemme n° 299

Più che per la canzone ho portato questo video per il personaggio raccontato, a cui sono molto affezionata: Peppino Impastato, che ha dedicato la propria vita a combattere la mafia.” Ha poi presentato brevemente alcuni aspetti della vicenda B. (classe terza), spiegando il motivo del titolo del brano e l’attività di Radio Aut, fondata da Peppino.
Un suo prezioso insegnamento: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Pubblicato in: cinema e tv, Diritti umani, Etica, Gemme, musica, Società

Gemme n° 287

La mia gemma è il trailer del film-documentario “I bambini sanno”: tocca alcuni temi importanti come la vita, l’amore, l’omosessualità, la crisi economica, l’amicizia. Il tutto dal punto di vista dei bambini. Trovo che sia un film profondo che faccia riflettere: i bambini sanno qualcosa di più dei grandi. Si dice che siano il futuro ma non si dà loro modo di esprimersi.” Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Dentro ciascuno di noi ritengo ci sia una parte bambina da nutrire e mantenere per continuare a provare lo stupore e la meraviglia. Lascio qui la canzone The child inside dei Depeche Mode che proprio oggi un’alunna di prima ha citato come la sua canzone preferita.

Pubblicato in: Filosofia e teologia, libri e fumetti, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Scuola

Pura bellezza

ein

Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi.” (Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”).
Sono passati 100 anni: l’articolo in cui Einstein presenta la sua teoria scientifica è del novembre 1915.

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, opinioni, Pensatoio, Religioni

Volti

Tanti gli spunti offerti da questo articolo di Alessandro D’Avenia sul volto di Dio e sulla Sindone, tante possibilità di riflessione e meditazione. Pubblicato su La Stampa del 19 aprile.
Vedere Dio. Chi per verificare che non esiste, chi per dirgliene quattro o scambiare quattro chiacchiere, chi per godersi la sua bellezza. Che lo ammettiamo o no, credenti o no, vorremmo vedere Dio. Per il poeta Eliot ogni cultura non è altro che la risposta data a questo desiderio: nessun uomo se n’è sottratto, anche gli uomini di quelle culture che negavano la possibilità di rappresentare il volto di Dio. Tra i due poli, culture iconoclaste e culture che hanno rappresentato gli dei, ci sono tante sfumature, ma i due poli rendono il punto chiaro, perché lo toccano uno da un margine uno dall’altro: Dio deve avere un volto.
Gli Ebrei, proprio perché negavano la possibilità di nominare il nome dell’Altissimo e di rappresentarlo (le teofanie sono iniziative divine: sia che si tratti di fenomeni naturali come il roveto ardente per Mosè, sia che si tratti di presenze di aspetto umano come i visitatori di Abramo), svilupparono un concetto di volto di Dio, totalmente nuovo rispetto alle altre religioni. Il fedele cerca il volto (panim) di Dio, pur non potendolo vedere. Panim è il termine ebraico per indicare il volto come sede visibile dei sentimenti: ira, misericordia, dolcezza, gelosia, amore… Il volto, pur non essendo visibile o riproducibile in immagine, si riempie di un valore essenziale: rappresenta la possibilità di rapportarsi all’Altissimo. Dio è relazione con l’uomo e quindi ha un volto che esprime tutte le sfumature di una relazione d’amore, e il non rappresentarlo in immagini serve a preservarlo da qualsiasi riduzione umana e idolatrica.
D’altro canto i Greci intuirono qualcosa di analogo, ma con esiti opposti. Erano convinti che qualsiasi cosa influisse sull’uomo e ne causasse azioni, idee, pensieri, parole non potesse essere di natura inferiore all’uomo. Per questo i loro dei, che si differenziavano dall’uomo per un unico aspetto (l’immortalità), erano antropomorfi, ma non per questo si potevano vedere direttamente. Quando si mostravano agli uomini si travestivano: apparivano come altri uomini o animali o sogni… ma la loro teofania non era mai svelata (prosopon è il termine greco per indicare sia il volto sia la maschera). Se qualcuno avesse visto un dio direttamente sarebbe perito, come racconta il terribile mito di Diana e Atteone, divorato dai suoi cani da caccia, dopo esser stato trasformato in cervo per aver visto la dea bagnarsi nelle acque di un fiume; o come il bellissimo mito di Amore e Psiche, in cui la ragazza, nonostante il divieto, nottetempo spia alla luce di una candela l’aspetto del dio che l’ha fatta sua e per questo viene cacciata dalle sue grazie, e dovrà patire ogni dolore e prova, prima di poter riavere Amore. Le teofanie sono possibili solo attraverso un camuffamento, altrimenti sono letali. Ciò però non preclude all’uomo la possibilità di poter rappresentare gli dei, anzi l’arte greca nasce proprio dall’anelito di vedere gli dei e farseli vicini: è teofania qualificata. La statua di un dio, come ha spiegato Vernant, era considerata un doppio del dio stesso, quasi costretto così, per via di bellezza, ad essere presente. L’arte era lo strumento umano per costruire la soglia tra il mondo profano e il mondo divino, rigorosamente separati.
Mostaert. Cristo coronato di spineIl cristianesimo, che ha il suo mistero centrale nell’incarnazione di Dio, spezza questa distanza o impossibilità: sacro e profano non sono più separati, perché Dio si è fatto uomo, si è fatto volto, si è fatto parola e immagine, divinizzando da dentro il profano. Non solo si può vedere Dio senza morirne, ma si può toccarlo sino a farlo morire. Così l’estetica cristiana, nutrendosi delle due tradizioni, giudaica e greca, le fonde e supera in una nuova: una gara di bellezza per rendere ancora presente, il più degnamente possibile, la corporeità e il volto di Dio (prosopon viene usato dai teologi cristiani per definire il concetto stesso di “persona”).
Le due tradizioni sono infatti ben rappresentate anche nel racconto evangelico. Filippo, ebreo discepolo di Gesù, chiede al suo maestro: “Mostraci il Padre e ci basta”, azzardando la richiesta quasi sacrilega di vedere il volto di Dio. E Gesù gli risponde: “Chi vede me vede il Padre”. In un’altra occasione un gruppo di Greci, desiderosi di conoscere Cristo, si accostano a quello stesso Filippo e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. E quando Filippo riporta la richiesta, Cristo risponde enigmaticamente con l’esempio del chicco di grano: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Risponde alla greca, con “altre spoglie”, e non per nascondersi, ma perché la teofania deve ancora avvenire: la visibilità di Dio, in Cristo, sarà completa nel momento di massima ostensione della sua donazione all’uomo, cioè con la passione, morte e resurrezione. Il cerchio si chiude: per vedere il Padre bisogna vedere Cristo, per vedere Cristo bisogna vedere la sua “passione” di uomo e per l’uomo. Il frutto è una teofania storica affidata poi agli uomini, la visibilità di Cristo per tutti i tempi a venire: la vita dei cristiani stessi, decisi a seguirlo sulle sue tracce (“Chi vuol venire dietro a me mi segua e dove sono io là sarà anche lui”, “Da questo riconosceranno che siete miei, dal fatto che vi amate gli uni gli altri”). Per vedere occorre seguire, perché Dio offre il suo volto solo a chi liberamente si mette sulle sue tracce. In questo senso la sindone è “superflua” per un credente. Egli vede Cristo seguendolo, scorge le sue sindoni quotidiane nei luoghi in cui Cristo ha detto che lo avrebbero visto: nell’altro (“chi serve uno di questi piccoli serve me”), nel culto (“chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha in sé la vita e io e il Padre mio dimoreremo in lui”), nella speranza della visione definitiva dopo la morte (“sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”).
Se un credente dimentica queste teofanie, la Sindone rischia di diventare oggetto di superstizione, fine SacraSindonea se stesso, limite e non soglia per un’ulteriore e più piena tracciabilità del divino. Per il non credente la Sindone può e deve essere curiosità (curioso viene da cura: un guardare con attenzione, senza liquidare pregiudizialmente e frettolosamente), perché nessuno scienziato (l’accanimento su quest’oggetto è unico nella storia dell’archeologia) è riuscito ancora a spiegare come questa immagine si sia costituita, dato che non è riproducibile né con colori né con le tecnologie più avanzate. Il lenzuolo è allo stato attuale l’inspiegabile “selfie di Dio”, fatto con la luce sprigionatasi direttamente dalla materia del corpo che conteneva, il corpo di un morto imploso o esploso senza strappi, che conserva tutti i segni della incompletezza della vita umana, una teofania di luminosa imperfezione, questo il paradosso (lo stesso del chicco di grano): dolore, sangue, abbandono, violenza, solitudine, morte sono visibili su quel telo e riscattati dalla e nella luce.
Per questo anche per il non credente “il selfie di Dio” resta una sfida che provoca l’istintivo desiderio di vedere Dio. Se mi dicessero che è stato trovato il ritratto di un mio avo di duemila anni fa sarei curioso di vederlo, non mi cambierebbe la vita, ma arricchirebbe il mio senso estetico se si trattasse di opera artistica, della memoria e della storia se si trattasse di opera archeologica, il mio senso etico dal momento che si tratta di un uomo torturato e ucciso violentemente (bellissimo a questo proposito il romanzo di Potok, Il mio nome è Asher Lev), ma se scoprissi che quell’uomo, che diceva di essere Dio, si è fatto una foto in modo inspiegabile per la scienza e la tecnica, la mia curiosità si trasformerebbe in apertura curiosa e, chissà, magari, in ricerca.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, Etica, Filosofia e teologia, Gemme, musica, opinioni, Società

Gemme n° 80

Ho proposto una canzone sulla capacità di stupirsi: spesso le nostre giornate si succedono molto simili e penso sia importante dare rilievo anche a piccole cose, magari a stupidaggini, che hanno la capacità di renderci felici”: sono le parole con cui S. ha commentato questo brano di Povia:

E’ vero, S., a volte basta veramente poco, anche solo un modo diverso di vedere le cose:

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, opinioni, sfoghi

Allergie

Corsica_557 copia smallSono allergico alle graminacee, alle composite e alle betullacee. Sono allergico a chi giudica, a chi crede di aver sempre ragione, a chi pensa che la via percorribile sia una sola, che guarda caso è la sua. Sono allergico a chi si ritiene indispensabile. Penso che le cose non siano solo nere o bianche, che ci siano le sfumature e i colori, che ci sia spazio, che le strade siano molte e con esse le curve e gli incroci e che ognuno sia libero di cercare, scoprire e percorrere le sue. Credo nell’inedito, nel potenziale di tutto quanto non è stato ancora espresso, nella possibilità di potermi meravigliare, nello stupore, nella strada non ancora battuta, convinto che anche lì ci sia il senso di cosa ancora non so.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Parole abbaglianti

8370622516_a3050ba96c_b.jpg

Sabato sono stato a un convegno sulle mafie in Friuli Venezia Giulia e durante la pausa pranzo, col freddo che faceva e la pioggia battente, dopo essermi rifocillato, sono andato a fare un giretto in libreria. Uno dei libri che ho comprato è un testo di Alda Merini che avevo dovuto riporre, per motivi economici, a inizio gennaio, nell’ultima visita alla Feltrinelli. Ebbene, nella prima poesia che ho letto c’è così tanta ricchezza e sensibilità che potrei fermarmi lì col semplice pensiero “ne è valsa la pena”: fulminante! Questo è quello che vorrei essere in grado di dire quando qualche studente mi chiede: “ma prof, lei, che Gesù conosce?”. Questo è il Gesù di cui vorrei sentir parlare più spesso.

Io che sono vicina alla morte,

io che sono lontana dalla morte,

io che ho trovato un solco di fiori

che ho chiamato vita

perché mi ha sorpreso,

enormemente sorpreso

che da una riva all’altra

di disperazione e passione

ci fosse un uomo chiamato Gesù.

Io che l’ho seguito senza mai parlare

e sono diventata una discepola

dell’attesa del pianto,

io ti posso parlare di lui.

Io lo conosco:

ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,

ha accarezzato le mie viscere,

imbiancato i miei capelli per lo stupore.

Mi ha resa giovane e vecchia

a seconda delle stagioni,

mi ha fatta fiorire e morire

un’infinità di volte.

Ma io so che mi ama

e ti dirò, anche se tu non credi,

che si preannuncia sempre

con una grande frescura in tutte le membra

come se tu ricominciassi a vivere

e vedessi il mondo per la prima volta.

E questa è la fede, e questo è lui,

che ti cerca per ogni dove

anche quando tu ti nascondi

per non farti vedere

(Alda Merini, Corpo d’amore)