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La sacralità della terra

E’ un argomento che affrontiamo specificatamente in quinta quello della globalizzazione, dello sviluppo e delle risorse del nostro pianeta. Ma cerco di pubblicare spesso articoli sul tema, in modo che anche studenti delle altre classi possano leggere qualcosa.
Oggi, su Vatican Insider, l’approfondimento de La Stampa dedicato a quanto succede intorno al pianeta-Chiesa, Iacopo Scaramuzzi ha scritto dell’incontro tra Papa Francesco e i partecipanti alla conferenza “Religions and the Sustainable Development Goals”.

“Il Papa ha messo in guardia dal «sentiero pericoloso» di ridurre lo sviluppo alla crescita del Prodotto interno lordo (PIL), una convenzione che porta a «sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani», in un discorso dedicato all’Agenda internazionale 2030 per uno sviluppo sostenibile, ricordando che, invece, è necessaria una «impostazione integrata degli obiettivi» e bisogna «rispondere adeguatamente sia al grido della terra sia al grido dei poveri». Francesco ha citato in particolare il modello delle popolazioni indigene, in vista del Sinodo sull’Amazzonia del prossimo ottobre, mettendo in evidenza che «sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale, esse si prendono cura di quasi il 22% della superficie terrestre».
«Proporre un dialogo su uno sviluppo inclusivo e sostenibile richiede anche di riconoscere che “sviluppo” è un concetto complesso, spesso strumentalizzato», ha detto il Papa nell’udienza ai partecipanti alla conferenza “Religions and the Sustainable Development Goals (SDGs): Listening to the cry of the earth and of the poor” (Le religioni e gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile: ascoltare il grido della terra e del povero), organizzata da ieri a domani dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e dal pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso.
«Quando parliamo di sviluppo dobbiamo sempre chiarire: sviluppo di cosa? Sviluppo per chi? Per troppo tempo l’idea convenzionale di sviluppo è stata quasi interamente limitata alla crescita economica», ha sottolineato Francesco. «Gli indicatori di sviluppo nazionale si sono basati sugli indici del prodotto interno lordo (PIL). Ciò ha guidato il sistema economico moderno su un sentiero pericoloso, che ha valutato il progresso solo in termini di crescita materiale, per il quale siamo quasi obbligati a sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani».
E invece, «come ha messo in risalto il mio predecessore San Paolo VI – ha proseguito il Pontefice – parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone – non solo a pochi – e all’intera persona umana – non alla sola dimensione materiale». Pertanto, «una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica, perché non possiamo svilupparci come esseri umani fomentando crescenti disuguaglianze e il degrado dell’ambiente».
Papa Francesco, che ha citato ampiamente la Caritas in veritate di Benedetto XVI ed ha menzionato l’appello di Giovanni Paolo II ad una «conversione ecologica», ha notato che «l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite propone di integrare tutti gli obiettivi attraverso le “cinque P”: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership», una «impostazione integrata», ripresa anche dalla conferenza vaticana, che, ha proseguito Francesco citando la sua enciclica Laudato si’ «può servire anche a preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della crescita e del consumo illimitati, per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico. Possiamo ancora trovare alcuni che sostengono ostinatamente questo mito, e dicono che i problemi sociali ed ecologici si risolvono semplicemente con l’applicazione di nuove tecnologie e senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo», e invece «un approccio integrale ci insegna che questo non è vero» poiché «gli obiettivi economici e politici devono essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di atteggiamento, la Bibbia direbbe un cambiamento di cuore».
Quanto alla risposta delle «persone religiose», il Papa ha messo in evidenza, in particolare, il ruolo delle popolazioni indigene: «Sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale, esse si prendono cura di quasi il 22% della superficie terrestre. Vivendo in aree quali l’Amazzonia e l’Artico, aiutano a proteggere circa l’80% della biodiversità del pianeta». Inoltre, «in un mondo fortemente secolarizzato, tali popolazioni ricordano a tutti la sacralità della nostra terra. Per questi motivi, la loro voce e le loro preoccupazioni dovrebbero essere al centro dell’attuazione dell’Agenda 2030 e al centro della ricerca di nuove strade per un futuro sostenibile. Ne discuterò anche – ha sottolineato il Papa – con i miei fratelli Vescovi al Sinodo della Regione Panamazzonica, alla fine di ottobre di quest’anno».
Papa Francesco ha concluso il suo discorso evidenziando che «le sfide sono complesse e hanno molteplici cause; la risposta pertanto non può che essere a sua volta complessa e articolata, rispettosa delle diverse ricchezze culturali dei popoli. Se siamo veramente preoccupati di sviluppare un’ecologia capace di rimediare al danno che abbiamo fatto, nessuna branca delle scienze e nessuna forma di saggezza dovrebbero essere tralasciate, e ciò include le religioni e i linguaggi ad esse peculiari. Le religioni – ha detto Jorge Mario Bergoglio citando la Popolorum progressio di Paolo VI – possono aiutarci a camminare sulla via di un reale sviluppo integrale, che è il nuovo nome della pace».

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Turoldo, poeta degli ultimi

Fonte

Il 6 febbraio 1992 si concludeva a Milano l’esperienza terrena di David Maria Turoldo, teologo, poeta, profeta friulano. La scorsa settimana, nel giorno dell’anniversario, l’Aula Magna del mio liceo ha ospitato l’Associazione culturale Padre David Maria Turoldo.

La Dirigente Gabriella Zanocco ha salutato così i presenti: “Come scuola ci sentiamo veramente e sinceramente onorati per aver potuto offrire a voi l’occasione di vivere questo incontro. Non siamo di fronte ad una conferenza tradizionale o a quelle a cui siamo tradizionalmente abituati, dove si dicono delle cose che hanno una ricaduta più o meno interessante, più o meno didattica. Il tema di questa conferenza che si incentra su un uomo particolare vuole portare tutti noi e tutti voi a una riflessione profonda, a ragionare cosa significhi l’umanità e vivere profondamente l’umanità. Sono parole che hanno un loro peso forte e io credo che oggi, in questo momento storico abbiano un peso maggiore che in altri momenti. Che cos’è l’umanità? Cosa significa? Quando andavo a scuola mi hanno insegnato che le parole accentate sono parole astratte. Umanità è una parola accentata, ma non c’è niente di più concreto, se noi guardiamo al significato di questo termine e lo rapportiamo alla storia in generale, non soltanto alla storia di oggi, ma a tutto l’arco storico dell’umanità stessa. Allora una riflessione su padre Turoldo fatta oggi, anniversario della sua morte, credo che debba essere fatta e debba essere fatta soprattutto con i ragazzi, con l’umanità del futuro, con l’umanità che viene chiamata a essere direttiva nel futuro. Dove ci portano certe scelte e quali valori devono essere per noi irrinunciabili? Grazie per le riflessioni che verranno fatte oggi ma soprattutto grazie per le riflessioni che dovremo noi tutti fare domani”.

La Direttrice del Comitato Scientifico dell’Associazione, Raffaella Beano, ha introdotto quindi la figura di padre Davide e la visione di un filmato. Ha quindi invitato a prendere la parola Ermes Ronchi, friulano, anche lui teologo dell’ordine dei Servi di Maria e amico di padre Davide.

“Sono molto emozionato di essere davanti a tanti bei volti, a tanti begli occhi perché è in questa bellezza che riposa la speranza di noi che abbiamo già navigato.
Quando padre David arrivava nella mia casa natia a Racchiuso di solito era sera e arrivava sempre con degli amici, mai da solo: aveva un bisogno fisico di avere degli amici attorno. Arrivava e iniziava dal fondo del lungo cortile che porta alla casa – era già sera, i contadini vanno a letto presto, le luci spente, ma a lui non importava: quando arrivava in un posto diceva “Adesso, chi andiamo a tirar giù dal letto?” – a dire “Mariute, atu alc di mangjâ?”. Scendevano il papà e la mamma; il papà scendeva in cantina a prendere un salame perché era quello che lui desiderava e poi lui lo preparava, preparava le fette, tagliava la cipolla, il salame con l’aceto, il salam cun l’asêt, il fast-food contadino, era il nostro McDonald’s. Quando c’era urgenza, fretta, fame e voglia di stare insieme con semplicità il papà correva con i boccali del merlot dalla cantina. Ogni incontro con lui era un evento, diventava un evento di cui poi si parlava a lungo perché uscivi arricchito da ogni incontro con lui…
E’ stato uno degli uomini dell’Italia di quegli anni che più è ricordato. Perché? Perché era un poeta ed un profeta, questa la sua forza: la poesia e la profezia. Apparteneva alla gente di questa nostra terra, ma aveva le finestre aperte ai grandi venti della storia. Ben radicato, amava il suo Friuli, ma aperto a tutti i movimenti. Nella sua chiesa di Fontanelle arrivava gente da tutta Europa ed era diventato il laboratorio liturgico più importante del mondo in quell’epoca del post Concilio. Non solo dall’Europa, ma da tutti i movimenti popolari, dall’America Latina, che allora gemeva sotto le dittature militari, arrivava gente perseguitata, arrivavano profughi e lui li accoglieva. La sua casa era un crogiolo di storia e di futuro.
A incontrarlo ti colpiva subito, da un lato la sua forza contadina, le grandi mani, la sua imponenza e irruenza da antico guerriero vichingo (Turoldo è un  nome vichingo, un nome normanno che dice e tradisce la sua origine e anche la sua fisicità), dall’altro i suoi occhi che si commuovevano, occhi infantili e chiari, contrasto tra quella voce profonda, da cattedrale o da deserto, e l’invincibile sorriso degli occhi azzurri. Figlio di questa nostra terra friulana, scriveva, “dove gli occhi di tutti diventano azzurri a forza di guardare”.
Il suo nome da ragazzo era Bepo, Bepo rôs, rosso, il soprannome che gli davano i compagni per i capelli rossi, che poi con l’età sono diventati di un biondo meno inquietante. Io conservo di lui trent’anni di amicizia, trent’anni in cui è stato il mio riferimento, l’amico. Ho subito da parte sua una seduzione di lungo corso e che continua dopo tanti anni dalla morte con la brezza dell’amicizia e il vento impetuoso che scuote ancora, brezza e uragano insieme; lui era così, era dolce e combattivo. Aveva un grandissimo amore per la vita che mi colpiva sempre, era amore per l’uomo, per gli amici, per la festa, l’incantamento che provava davanti alla natura, ad un fiore sul muro, la gioia concreta del buon vino bevuto con gli amici. Ricordo le partite a scopone scientifico la domenica sera a Fontanelle, finite tutte le celebrazioni, con gli amici; erano quattro amici, sempre coppie fisse, e le risate e i pugni battuti sul tavolo per una giocata sbagliata e poi le notti a ragionare insieme di poesia e di Dio. Mi ha insegnato ad amare con la stessa intensità il cielo e la terra, questa era la sua grande caratteristica. E, come diceva la Dirigente prima, la caratteristica di Turoldo si trova nelle sue parole: “Guardate che il criterio fondamentale per decidere le vostre scelte, è questo: scegliete sempre l’umano contro il disumano”. Questo è importantissimo soprattutto oggi, in cui viene avanti il disumano ragionevole: si ammantano scelte disumane di ragionevolezza, si truccano di bene comune o di difesa del bene comune scelte disumane. Su questo è necessario per tutti noi vegliare.
Che cosa lo fa essere così vivo? La poesia e la profezia, e poi questa insurrezione di libertà; ci ha contagiato di libertà, di sogni e della passione per Dio. Il mondo, per lui, si divideva non tanto fra poveri e ricchi, no, c’era qualcosa di più profondo… lui diceva “Il mondo si divide tra i sottomessi, i sotans, e i ribelli per amore”, così si chiamavano gli uomini della resistenza a Milano. Ecco, lui era, con tutto se stesso, un ribelle per amore. Aveva quella doppia beatitudine segreta, non scritta nel Vangelo, ma scritta dal dito di Dio nella vita di tanti… aveva due beatitudini: quella degli uomini liberi – beati gli uomini liberi e le donne libere, beato l’uomo e felice la donna che ha sentieri nel cuore, strade di libertà – e quella degli oppositori – beato chi sa opporsi al mare, beati coloro che hanno il coraggio dell’opposizione all’ingiustizia, all’indifferenza, allo spirito di sconfitta. Credo che questa opposizione all’ingiustizia sia estremamente importante; se vedi una situazione di ingiustizia e non ti schieri, allora tu ti metti dalla parte dell’oppressore, non ci sono alternative. Lui si opponeva per ubbidienza all’umano, e per ubbidienza alla parola di Dio. Si opponeva a tutto ciò che umilia, emargina, crocifigge, sottomette, ciò che chiude; si opponeva con la parola, con la radio, coi giornali, con i libri. In difesa dei poveri la sua voce diventava un ruggito, il ruggito di un leone. Sapendo che la caratteristica dei profeti, la garanzia della profezia è la persecuzione, lui è anche stato perseguitato.
In lui c’era una sorta di spiritualità friulana, se così si può dire che consisteva in questo:

  1. la terra: “la terra è l’immagine di mia madre” oppure “mia madre è l’immagine di questa mia terra”. “Guardavo da ragazzo il volto della Madonna addolorata e il volto di mia madre e non sapevo distinguere l’una dall’altra, si confondevano”. Tre unità fuse tra loro: la terra, la madre, la Madonna;
  2. la gente: la sua spiritualità era quella della gente lavoratrice, povera e di cuore, gente di emigrazioni, ma anche un popolo cantore. Davide amava le villotte, quest canti popolari teneri e forti che terminano però sempre in maggiore, in speranza;
  3. il paese: l’eredità friulana di Davide non è la città o la cittadine, ma sempre il paese, luogo di relazioni, di legami, di radici antiche. Coderno è stato l’elemento fondante della sua spiritualità friulana;
  4. l’essenzialità: poca polvere. Quando io dovevo cominciare a predicare mio papà mi diceva “Pocjis e che si tocjin”, poche parole e concrete. E lui era così: essenziale e concreto. Tutti i profeti hanno un linguaggio franco diretto, un linguaggio che non gira attorno alle cose, che tocca anche le parole degli argomenti più difficili;
  5. il senso di libertà: il senso di libertà e di autonomia che la nostra gente custodisce dai secoli del Patriarcato, senso di diffidenza istintiva davanti a ogni potente, davanti a ogni arroganza

Ecco, se noi potessimo cogliere ancora qualcosa di tutto questo penso che il vero conformarsi, il vero suffragio, lui scrive… “è conformare le nostre azioni ai forti esempi”. Lui è un forte esempio cui conformare le nostre azioni”.

A questo è seguita la visione di alcuni spezzoni del film “Gli ultimi” commentati da padre Ermes (sarà oggetto di un altro post…).

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Dal basso

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Abbassarsi, mettere il cuore vicino alla terra, per cogliere la bellezza…

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Tra il cielo di Yuri e la nostra terra

Con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas”… Sono parole che mi sono tornate alla mente stamattina mentre ascoltavo le notizie di cronaca che rimbalzavano tra l’attacco chimico in Siria e la risposta statunitense. Quelle parole sono tratte, guarda il caso, da una canzone, intensa ed emozionante, che celebra uno dei grandi eroi russi, Yuri Gagarin. L’ha composta, ormai quarant’anni fa (1977), Claudio Baglioni, ispirato da un testo di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Tra l’altro era aprile anche il giorno in cui Gagarin spiccò il suo volo. Leggo il testo e mi chiedo: è necessario allontanarsi dalla terra, dai suoi eventi, dagli uomini che ne sono gli autori, per cogliere la bellezza? E’ necessario immergersi in quello squarcio nel cielo per vedere le lentiggini di Dio? Non è possibile sposare l’eternità anche qui, magari coi piedi piantati nella terra e il volto alzato a quel volo nell’infinito?

Quell’aprile s’incendiò, al cielo mi donai, Gagarin, figlio dell’umanità. E la terra restò giù, più piccola che mai, io la guardai – non me lo perdonò. E l’azzurro si squarciò e stelle trovai, lentiggini di Dio, col mio viso sull’oblò io forse sognai e ancora adesso io volo. E lasciavo casa mia, la vodka ed i lillà e il lago che bagnò il bambino Yuri, con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas. Come un falco m’innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità, anche l’ombra mi rubò e solo restai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.
Sotto un timbro nero ormai io vi sorrido ma il mio sorriso se n’è andato via, io, vestito da robot per primo volai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, e ancora adesso io, e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.”

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E io ti rubo la terra

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Il fenomeno del land grabbing spiegato da Paola Springhetti prendendo spunto dal rapporto “Custodi della terra, difensori del nostro futuro” di Oxfam. L’articolo è presente su Vinonuovo.
A Paanama, sulla costa dello Sri Lanka, vivevano 350 famiglie di contadini e pescatori. Hanno lavorato lì per 40 anni, di cui 30 segnati dalla guerra civile. Nel 2009 è arrivata la pace e dall’anno successivo le cose hanno cominciato a cambiare, grazie al turismo e ai surfisti che arrivavano da tutto il mondo. Poteva essere, finalmente, l’ora del benessere. E invece, nel giro di una notte, quelle famiglie sono state allontanate dalla propria terra, con la forza, dall’esercito. Sono state private dei mezzi di sussistenza, per fare spazio a una base militare e ad un hotel di lusso, sorti in breve tempo.
Le proteste – pacifiche -, che si sono susseguite negli anni seguenti, hanno convinto il Governo a restituire la terra alle famiglie: decisione presa nel 2015, ma non ancora attuata.
Questa storia è stata raccontata da Oxfam (che con Slow Food e Mani Tese ha lanciato la campagna Land Rights Now, con l’obiettivo di raddoppiare entro il 2010 la quantità di terra formalmente posseduta dalle comunità indigene) nel suo rapporto intitolato “Custodi della terra, difensori del nostro futuro”, secondo il quale il numero delle persone depredate della loro terra è spaventosamente alto.
Benché Oxfam sia una Ong laica, il titolo del rapporto è in sintonia con l’enciclica di Papa Francesco, la Laudato Sì’, che si fonda sul principio per cui l’uomo non è il padrone della terra e dei suoi beni, ma il suo custode e poiché il mondo è stato creato per tutti, anche il diritto alla proprietà privata è subordinato alla destinazione universale dei beni. «Il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”… San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”» (Laudato Si’, 93).
Il rapporto di Oxfam fa il punto sul problema del land grabbing (accaparramento delle terre): è dall’inizio del 21° secolo che si denuncia il fatto che grandi aziende multinazionali e governi acquisiscono ampi terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo, con metodi per lo più discutibili e comunque con conseguenze gravi. Ma dalla crisi finanziaria del 2008 il problema è esploso: i grandi investitori cercano terreno per coltivare cibo, per i carburanti biologici o semplicemente per speculare.
In genere le transazioni avvengono senza il consenso delle comunità, che perdono lavoro, casa, rapporti senza avere alcun risarcimento. E, se il problema è evidente particolarmente nei Paesi in via di Sviluppo, sarebbe un errore pensare che quelli europei (che fanno gola perché fertili), ne siano esenti.
Secondo lo studio “Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe”, realizzato dal Coordinamento europeo Via Campesina e da Hands off the Land, in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli controlla il 50% di tutte le superfici agrarie. Più o meno quello che succede in Brasile, Colombia e nelle Filippine. Sempre secondo il rapporto, multinazionali, fondi sovrani stranieri e oligarchi russi prima hanno preso di mira i Paesi dell’Est (Ungheria, Romania, Serbia, Ucraina), poi quelli occidentali: Andalusia e Catalogna, Germania, Francia e Austria. A proposito dell’Ucraina, Farmlandgrab, che è un osservatorio web sulla corsa all’acquisto dei terreni agricoli, sostiene che sono 17 milioni gli ettari controllati da imprese straniere – più della metà del territorio coltivabile – e che nel 2013 un’agenzia governativa cinese (Xpcc – Xinjiang Production and Construction Corp) – che già ha grandi possedimenti in Asia, sottoposti a coltivazione intensiva di soia – ha ottenuto un leasing di 50 anni su tre milioni di ettari.
Gli esempi sono comunque tantissimi. In Tanzania, un generale degli Emirati ha acquistato diritti di caccia esclusivi su un parco di 400 mila ettari, per i quali ha vietato l’accesso a chi non è autorizzato. Con buona pace dei Masai, in cerca di pascoli per i loro greggi. Le tribù che cercano di resistere a vivere nella valle dell’Omo, in Etiopia, devono sopportare le intimidazioni continue da parte dell’esercito. In Kenya, i diritti sui terreni sono tanto confusi che villaggi, scuole, intere comunità si sono ritrovate all’interno di recinti alzati di sorpresa, in poche ore. In Laos e in Cambogia compagnie vietnamite della gomma vogliono espandere le loro piantagioni.
Nel rapporto di Oxfam vengono denunciati cinque casi, oltre a quello dello Sri Lanka, in cui le popolazioni hanno visto la loro vita sconvolta da sfratti e violenze: Honduras, dove le terre del popolo Garifuna sono state cedute dal governo ad imprese private; Perù, dove i Quechua dell’Amazzonia hanno intrapreso una battaglia legale per riottenere il controllo delle loro terre, danneggiate da anni di trivellazioni petrolifere; Australia, dove gli aborigeni di Kimberley resistono al governo locale, che specula sulle attività minerarie; India, dove l’aumento di domanda di legno teak ha provocato un’espansione delle piantagioni a scapito della comunità di Kutia Kand Adivasi, che senza le sue foreste rischia di scomparire; e infine Mozambico, dove nella comunità di Wacua, la decisione unilaterale del suo leader, convinto dai rappresentanti di un’azienda agro-alimentare, ha provocato, nel giro di un solo mese, lo sfratto dalle proprie terre di un’intera comunità.
Le conseguenze del land grabbing sono immediate (povertà per le popolazioni escluse), ma anche a lungo termine: coltivazioni intensive, deforestazione, sfruttamento eccessivo delle risorse idriche… Il territorio cambia e viene depauperato.
Secondo il rapporto OXFAM, «il 75% delle oltre 1.500 transazioni fondiarie, indagate negli ultimi 16 anni riguarda contratti relativi a progetti già in fase di realizzazione; ma il dato più preoccupante è che il 59% di queste riguarda terre comuni rivendicate da popoli indigeni e comunità di piccoli agricoltori, la cui titolarità alla terra è scarsamente riconosciuta dai governi. Solo in rari casi si è stabilito un dialogo preventivo con le comunità, mentre più spesso, e tragicamente, si è fatto ricorso alla violenza estrema, che ha portato a omicidi e sfratti indiscriminati in moltissimi villaggi. Una prassi che, dalle osservazioni sul campo, sembra diventare la norma».
Il problema è legato anche al fatto che «ai 2,5 miliardi di persone appartenenti ai popoli indigeni che abitano più di metà della Terra formalmente vengono riconosciuti titoli di proprietà soltanto per un quinto di essa. Un’emergenza che continua a peggiorare col passare del tempo e che è sempre più inestricabilmente legata alla lotta alla fame così come alla tutela della biodiversità e alla lotta ai cambiamenti climatici».
Nella Laudato Si’ si citano vescovi del Paraguay: «Ogni contadino ha diritto naturale a possedere un appezzamento ragionevole di terra, dove possa stabilire la sua casa, lavorare per il sostentamento della sua famiglia e avere sicurezza per la propria esistenza. Tale diritto dev’essere garantito perché il suo esercizio non sia illusorio ma reale» (94). Ancora una volta, impegno ecologico e difesa dei diritti degli uomini vanno di pari passo.”

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Tra gli Helloween e Bach (Richard)

Ieri sera, dopo allenamento, sotto la doccia, il Bomber (un mio compagno) ed io ci siamo messi a parlare di sfruttamento della terra e delle risorse, di inquinamento, di come la Terra riuscirà a sopravvivere all’uomo ma l’uomo non sarà in grado di sopravvivere a se stesso.

Nel pomeriggio avevo ascoltato una canzone del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Il brano è “If a mountain could talk” ed è la nona traccia dell’album “7 sinners” del 2010. Lo propongo nella traduzione di “Canzoni metal”.
Feriamo chi amiamo, distruggiamo quello che ci serve. Per il profitto vendiamo la nostra anima. Seminiamo disastri, il guaio è completato. Le risorse saranno presto finite.
Apri gli occhi per vedere i segni tutto attorno sperando che il destino abbia pietà di tutti noi. Un giorno la prossima generazione pagherà, ma quel giorno sarà tardi per rammaricarsi.
Se una montagna potesse parlare ci racconterebbe una storia. Un regno d’amore significa
solo come dire mi dispiace. Se l’oceano potesse piangere, saremmo annegati nelle sue lacrime. L’oscurità distrugge l’alba, non possiamo sopravvivere senza amore.
Il tempo passa, il tempo sta volando. La vita è troppo breve per capire che non ci provate nemmeno
Il tempo passa, il tempo sta volando. Non riempire il tuo cuore con l’odio e la rabbia. Fai un tentativo
So che le cose vanno male a volte ma abbiamo bisogno di farlo bene.
Sento che la pressione è così intensa, a volte, so che ci serve un cambiamento stasera.
Sempre in tempo, sempre sulla giusta via. Le aspettative sono impostate al limite. È troppo tardi, non si può più tornare indietro. Tutto quello che serve è un momento in pace”.

Infine ora, girando sul web, trovo queste parole di Richard Bach, tratte da Biplano, testo che ho letto al liceo: “Puoi cambiare la terra. Estirpare l’erba, spianare le colline, versare su tutto questo una città. Ma puoi estirpare il vento? Seppellire una nuvola nel cemento? Deformare il cielo per adattarlo all’immagine che l’uomo se ne fa? Mai”.

Ecco, niente, ho sentito di essere stato condotto per mano in una passeggiata di amore per la terra.

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Nel movimento stesso della vita

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La contemplazione dell’eternità nel movimento stesso della vita” (Mauriel Barbery, L’eleganza del riccio, Edizioni e/o, Roma 2009, pag. 94)

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A debito

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Da oggi siamo a debito nei confronti della Terra. Ieri abbiamo finito l’energia che il nostro pianeta ci mette a disposizione per un anno. Pubblico un articolo della redazione di Scienze, di cui ho modificato solo i riferimenti cronologici (l’articolo è di ieri). Se qualcuno volesse approfondire un po’ come funziona il calcolo ecco greenreport.

Ieri è stato l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse energetiche e i beni ecologici che la Terra è capace di rigenerare in un anno. Detta altrimenti, è la data in cui abbiamo consumato le risorse che avremmo dovuto esaurire in un anno. Nel 2015 l’Earth Overshoot Day è il 13 agosto. Nel 2014 fu il 19 agosto e nel 2013 il 21. Insomma, andiamo sempre peggio.
Per capire il significato di questo giorno, bisognerebbe immaginare il mondo da oggi, ossia dal momento in cui, esaurite le risorse dell’anno, non se ne possono consumare altre. Dal 14 agosto non correrebbe energia elettrica, non ci sarebbe più alcuna luce e gli appartamenti refrigerati dal condizionatore conoscerebbero finalmente il caldo dell’estate. Non si avrebbe più alcun accesso al gas, né a qualsiasi altro combustibile, con conseguenze drammatiche sulla produzione. Insomma, torneremmo ad uno stile di vita primitivo.
Ed invece possiamo consumare le risorse del futuro. E’ per questo motivo che, sebbene ieri si siano esaurite le risorse dell’anno, continueremo comunque a godere di tutti i confort della società moderna. Sottrarremmo energia e capacità produttiva dei campi alle generazioni future, anticipando di anno in anno l’Earth Overshoot Day. A dispetto dell’urgenza del problema, tradurre i buoni propositi enunciati a livello politico in una strategia comune di riduzione dei consumi appare più difficile di quanto ci si possa attendere. O – meglio – affrontare di petto il problema è più difficile dell’alternativa: scaricare i danni sulle generazioni future.
L’umanità avrebbe bisogno di oltre una Terra e mezzo (precisamente 1,6) per poter rispondere alla propria fame di energia e beni naturali senza depauperare il pianeta. Gli italiani, invece, necessiterebbero di 3,8 “Italie”. L’ultima volta che l’impronta ecologia della nostra specie era sostenibile dal pianeta Terra correva l’anno 1970. Allora l’umanità contava circa 3,5 miliardi di persone, contro le oltre 7 di oggi. Se il trend dovesse restare immutato per il 2030 saranno necessarie due Terre per rispondere al fabbisogno energetico della nostra specie, ma la rotta potrebbe essere invertita se solo le emissioni  di carbonio fossero ridotte del 30%. In questo modo nel 2030 l’Earth Overshoot Day cadrebbe il 16 settembre. Certo, sarebbe ancora poco ma segnerebbe un’inversione di rotta in un contesto demografico in crescita. Un risultato che oggi – nonostante i grandi risultati in tema di energie rinnovabili – appare ancora lontano.”

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Gemme n° 220

Terra2Questa è un po’ di terra presa in Virginia, su un campo di softball. Abbiamo giocato un torneo a Praga che aveva come premio un viaggio negli Stati Uniti. Siamo partite senza grosse speranze, poi, vuoi il caso, vuoi il destino, ce l’abbiamo fatta; l’ultima partita mi ha fatto vivere una fortissima emozione, e penso sia bellissimo che lo sport consenta tutto questo”. Questa la gemma di A. (classe quinta).
Riporto una frase di Giampiero Mughini la cui conclusione può lasciare stupiti (tanto io insegno al linguistico…): “Il calcio, la ginnastica artistica, la pallavolo, l’atletica leggera, il tennis da tavolo, i tuffi. Gli sport amati e praticati. Il sapore delle palestre e dei campi sportivi, dove vince chi vale di più. La stretta di mano all’atleta che ti ha battuto o che hai battuto. L’amore mio smodato per lo sport, per la contesa leale, per la sfida in cui dai il meglio di te stesso. Il rispetto per l’avversario che hai davanti, ciò che lo sport t’insegna come nessun’altra cosa. Imparai nelle palestre e sui campi dello sport agonistico infinitamente di più che non al liceo classico”.

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Universi

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Quando leggo articoli come quello che segue di Davide Patitucci su Il Fatto quotidiano, mi sembra di tornare ai tempi del liceo o ai due anni di Scienze Geologiche. Pochi giorni fa avevo scritto in maniera entusiasta del libro “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli; vi si può leggere “C’è così tanto spazio lassù, è puerile pensare che in quest’angolo periferico di una galassia delle più banali ci sia qualcosa di speciale. La vita sulla Terra non è che un assaggio di cosa può succedere nell’universo. La nostra anima non ne è che un altro”. Lo consiglio vivamente. Sul versante letterario invece consiglio “Uno” di Richard Bach. Sul sito della Rizzoli vi si può leggere: “E se potessimo incontrare noi stessi come eravamo vent’anni fa o come saremo in futuro? Sul filo dell’allegoria e di una sofisticatissima, inesauribile capacità inventiva, “Uno” ci conduce in un infinito numero di mondi dove non esistono né lo spazio né il tempo, alla ricerca di tutto ciò che saremmo potuti essere e non siamo stati, di ciò che siamo e non potremo essere.”. Ma ecco l’articolo di Patitucci:

Secondo lo strano mondo della meccanica quantistica, abitato da atomi e particelle, esiste un universo in cui questo articolo non è mai stato scritto. E, a un tempo, un altro mondo in cui è possibile leggerlo e commentarlo. Bizzarrie della realtà a livello dei suoi costituenti più intimi, governata da fenomeni che spesso fanno a pugni con il senso comune. E che hanno fatto storcere il naso persino ad Albert Einstein. Come la teoria del multiverso, in base alla quale esisterebbe una pluralità di universi paralleli, al punto che ogni decisione che ciascuno di noi prende in questo mondo ne creerebbe di nuovi. Secondo questa interpretazione, ci sarebbe, ad esempio, un mondo in cui il Terzo Reich è uscito vincitore dalla II guerra mondiale, e un altro in cui Hitler è uno sconosciuto pittore.
Può sembrare la sceneggiatura di un film, eppure i fisici teorici studiano questi scenari da almeno 50 anni, ed esistono complicati ed eleganti calcoli matematici in grado di descriverli. Secondo l’ultima formulazione, appena pubblicata su “Physical Review X” da un team dell’University of California a Davis, e della Griffith University australiana, non solo gli universi paralleli esisterebbero davvero, ma potrebbero persino interagire.
Quando fu introdotta per la prima volta negli Anni ’50 dal geniale matematico americano Hugh Everett III, all’epoca in forze alla Princeton University, la teoria dei molti mondi venne derisa. Everett riuscì a fatica a pubblicarla, e alla fine abbandonò disgustato la carriera accademica. Negli anni, però, le sue raffinate spiegazioni di alcuni strani fenomeni del mondo subatomico, come la capacità delle particelle di coesistere in luoghi diversi – stranezze che spingevano il premio Nobel Richard Feynman ad affermare che “chiunque crede di aver capito la meccanica quantistica, non l’ha compresa abbastanza” – hanno fatto sempre più breccia tra i fisici.
universiSecondo la teoria di Everett – spiega Howard Wiseman, a capo del team australiano – ogni universo si divide in una serie di nuovi universi, quando viene effettuata una misurazione quantistica. Partendo dalle sue intuizioni, abbiamo dimostrato che è proprio dall’interazione tra questi mondi, soprattutto repulsiva, che nascerebbero i fenomeni quantistici”. “Nel multiverso – aggiunge su New Scientist David Deutsch, fisico della Oxford University – ogni volta che facciamo una scelta si realizzano anche le altre, perché i nostri doppi negli universi paralleli le compiono tutte”. Un’idea sfuggente, difficile da accettare ma, a pensarci bene, non del tutto negativa. Il pensiero che, di fronte alle scelte più difficili di tutti i giorni, ogni possibile alternativa abbia l’opportunità di realizzarsi potrebbe essere in fondo rassicurante.
Il multiverso mi ha reso una persona più felice – commenta sempre su New Scientist Max Tegmark, fisico del Mit -. Mi ha dato, infatti, il coraggio di correre più rischi”. Ma come provare queste teorie e legarle a fenomeni fisici osservabili? Secondo Lisa Randall, prima donna a ottenere la cattedra di Fisica teorica alla Harvard University, una possibile strada è il legame con le ricerche sulla natura della forza di gravità. In base ai suoi studi, tra i più citati degli ultimi anni, gli altri universi, vicinissimi al nostro anche se invisibili, sarebbero immersi in uno spazio a più dimensioni, come un arcipelago di isole sparse nell’oceano. Su uno di questi isolotti sarebbero concentrate le particelle che trasportano, come fanno i fotoni con la luce, la forza di gravità. Si chiamano gravitoni e sarebbero gli unici in grado di saltare da un universo all’altro. Ma solo alcuni riuscirebbero a “visitare” il nostro universo. Ecco perché la forza di gravità ci appare così debole, poiché diluita su più universi, che la assorbono come una spugna. “Uno degli scopi dei miei studi è spiegare perché la forza di gravità è così debole in confronto alle altre forze fondamentali della natura – spiega la studiosa nel suo libro “Passaggi curvi” -. Un piccolo magnete, infatti, può attirare una graffetta, nonostante la Terra nella sua interezza eserciti su di essa la propria attrazione gravitazionale”.
Il battesimo sperimentale a queste ricerche teoriche potrebbe arrivare a partire dal prossimo anno, al Cern di Ginevra, con la riaccensione alla sua massima energia di Lhc, l’acceleratore di particelle più potente del mondo. Questa macchina, una pista magnetica di 27 chilometri capace di sondare la struttura più intima della materia, potrebbe essere in grado di vedere i gravitoni, fino ad ora mai osservati direttamente. “Con Lhc potremmo trovare particelle che non esistono più dai tempi del Big Bang, circa 14 miliardi di anni fa – sottolinea Randall -. Tra loro potrebbero essercene alcune che vivono solo su altre dimensioni, o persino su altri universi. La loro osservazione, quindi, sarebbe una prova importante dell’esistenza di altri mondi”. Queste particelle, infatti, lascerebbero una sorta d’impronta gravitazionale sul nostro universo. Come un’ombra che si allunga su un muro in un giorno assolato.
Come spesso accade nella scienza, gli studiosi vivono e si muovono ai bordi della conoscenza. “Non sappiamo come questi studi cambieranno la nostra percezione del mondo – afferma Randall -. Lo stesso Einstein non poteva prevedere che la sua teoria della Relatività avrebbe un giorno trovato applicazioni nel Gps. Esistono nell’universo molte regioni ancora inesplorate – aggiunge la studiosa -. Sapere cosa cercare è spesso difficile, ma questo non deve scoraggiare. Ciò che ancora non si conosce deve servire da stimolo per porsi nuovi interrogativi. È questo – conclude la scienziata di Harvard – che rende la scienza accattivante”.”

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Sul bordo di quello che sappiamo

sette«La nostra conoscenza del mondo continua a crescere. Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato».
A volte mi capita di acquistare un libro di cui non so nulla: non ne conosco l’autore, non ne ho sentito parlare, non ne ho letto alcuna recensione. E a volte capita di restare folgorati dalla sua bellezza. Mi è successo oggi con questo libricino di un’ottantina di facciate scritte da Carlo Rovelli: iniziato, divorato. Una piccola descrizione dell’universo a seguito delle scoperte della fisica dell’ultimo secolo, condotte da quella specie così curiosa che è l’uomo. Scritto benissimo, suddiviso in brevi capitoli, risulterà facile e agevole anche una rilettura. Ricchissimo di spunti di riflessione ha il grandissimo pregio di regalare al lettore il fascino della ricerca e della scoperta, e di far percepire come l’indagine dell’uomo non sia a compartimenti stagni. Splendide pagine che permettono di viaggiare liberamente tra la fisica e la filosofia. Chapeau!

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Gemme n° 85

Propongo una delle canzoni che più mi affascinano per il tema che tratta : il suicidio della razza umana. Mi interessa molto il video, zeppo di scritte che riportano dati e con alcune citazioni di poeti, scrittori, scienziati… Una di quelle che più mi ha colpito è in apertura: “la razza umana si estinguerà per civilizzazione” di Ralph Waldo Emerson. Se civilizzazione significa portare cemento e inquinamento là dove esistono foreste concordo pienamente”. Questo è stato il modo con cui F. (classe quarta) ha presentato il video di Serj Tankian, cantante dei System of a down, dal titolo emblematico “Harakiri”.

Un’altra frase che mi ha colpito è quella di Jean Paul Sartre: “L’uomo è pienamente responsabile della propria natura e delle proprie scelte”. Si può ferire anche con le parole non solo con i fatti.
In apertura il testo dice: “Siamo il branco ingrigito, ci feriamo a vicenda con le nostre vite” a dire che l’unico pericolo per l’uomo è l’uomo stesso. L’accusa è esplicita: “Il futuro vedrà la storia come un crimine”. In fondo, penso sia quello che abbiamo fatto e stiamo facendo alla terra.”
Nel video compare un indiano con una lacrima a rigargli il volto. In classe ho letto una frase con cui avrei voluto commentare il video di F., ma avendola già pubblicata qui sul blog, ne metto un’altra che è un proverbio navajo: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. E il poliedrico Andy Warhol ha affermato: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.

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Gemme n° 15

La gemma proposta da F. (classe quinta) è in linea con l’argomento che stiamo trattando, quello della globalizzazione, e con la lezione tenuta in classe la scorsa settimana da un esperto informatico sull’uso e sull’abuso del coltan nella costruzione dei condensatori.

“Dopo la lezione di martedì scorso ho portato questo video: ci sono delle cose che stiamo perdendo, specie animali che si estinguono e il pianeta che sta andando verso un punto di non ritorno”. Forse la cosa che fa più specie è che questo discorso è del 1992!
Se qualcuno vuole leggersi il discorso con calma: Severn Suzuki
Lo commento con una frase dei nativi americani Mohawk:
Quando avrete inquinato l’ultimo fiume
e avrete preso l’ultimo pesce,
quando avrete abbattuto l’ultimo albero,
allora e solo allora vi renderete conto che
non potete mangiare il denaro
che avete ammucchiato nelle vostra banche.”

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Dalla terra alla testa

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Esperti degli spazi
dalla terra alle stelle
ci perdiamo nello spazio
dalla terra alla testa.
(Wisława Szymborska, Appello allo Yeti)

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Orizzonte

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ORIZZONTE

Mare anteriore a noi, le tue paure
avevano corallo e spiagge e alberete.
Sbendate la notte e la caligine,
le tormente passate e il mistero,
si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale
splendeva sulle navi dell’iniziazione.

Linea severa della riva remota:
quando la nave si approssima, s’alza la costa
in alberi ove la lontananza nulla aveva;
più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:
e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,
ove era solo, di lontano, l’astratta linea.

Il sogno è vedere le forme invisibili
della distanza imprecisa, e, con sensibili
movimenti della speranza e della volontà,
cercare sulla linea fredda dell’orizzonte
l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte:
i baci meritati della Verità.

(Fernando Pessoa)

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Come ai tempi di Noé

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Nelle sale cinematografiche da qualche settimana è uscito Noah. Oggi sono finito attraverso non so più quali giri su questo articolo di Leonardo Boff. Per chi ha a cuore la tematica ambientale ci sono vari spunti di riflessione.

“Viviamo come ai tempi di Noè. Col presentimento che sarebbe venuto un diluvio, il vecchio cercava di convincere la gente perché cambiassero stile di vita. Ma nessuno gli dava retta. Al contrario, “Si mangiava e si beveva. C’era chi prendeva moglie e chi prendeva marito finché non arrivò il diluvio e li spazzò via tutti” (Lc 17,27;Gn 6-9)

I duemila scienziati del IPCC che studiano il clima della terra , sono i nostri attuali Noè. La terza e ultima relazione del 13/4/14 contiene un grave grido di allarme: abbiamo soltanto quindici anni per impedire che si oltrepassi di 2°C il clima della terra. Se sarà oltrepassato, conosceremo qualcosa del diluvio. Nessuno dei 196 capi di stato ha detto una sola parola. La grande maggioranza continua a sfruttare i beni naturali, facendo affari, speculando e consumando senza fermarsi, come ai giorni di Noè.

Intravedo tre gravi irresponsabilità: una generale e una specifica e una supina ignoranza del Congresso Nordamericano che ha vietato tutte le misure contro il riscaldamento globale; la manifesta cattiva volontà della maggioranza dei capi di Stato; e la mancanza di creatività per montare le travi di una possibile arca salvatrice. Come un pazzo in una società di “saggi” oso proporre alcune premesse. Se hanno qualche merito, è quello di additare un nuovo paradigma di civiltà che ci potrà dare un altro corso alla storia. Eccole:

  • Completare la ragione strumentale-analitica-scientifica dominante con intelligenza emozionale o cordiale. Senza questa noi non ci commuoviamo davanti alla devastazione della natura e non ci impegniamo per riscattarla e salvarla.

  • Passare dalla semplice comprensione di Terra come magazzino di risorse alla visione della Terra viva, chiamata Gaia, super organismo vivo autoregolante.

  • Arrivare a capire che, in quanto umani siamo quella porzione della Terra che sente pensa e ama, la cui missione è aver cura della natura.

  • Passare dal paradigma di conquista/dominazione ancora vigente, al paradigma di cura/responsabilità.

  • Capire che la sostenibilità sarà garantita soltanto se rispetteremo i diritti della natura e di Madre Terra.

  • Articolare il contratto naturale stipulato con la natura che suppone la reciprocità inesistente con il contratto sociale, insufficiente, che suppone la collaborazione e la inclusione di tutti.

  • Non esiste il medio-ambiente ma l’ambiente intero. Quello che esiste è la comunità di vita, con lo stesso codice genetico di base stabilendo relazioni parentali con tutti.

  • Abbandonare l’ossessione della crescita/sviluppo attraverso la redistribuzione della ricchezza già accumulata.

  • Dobbiamo produrre per andare incontro alle richieste umane, ma sempre entro le possibilità della Terra e di ogni ecosistema.

  • Porre sotto controllo la voracità produttivistica e la concorrenza senza limiti a favore della cooperazione e della solidarietà, perché tutti dipendiamo gli uni dagli altri.

  • Superare l’individualismo con la collaborazione tra tutti, perché questa è la logica suprema del processo di evoluzione.

  • Il bene comune umano e naturale viene prima del bene comune privato e corporativo.

  • Passare dall’etica utilitaristica e efficientistica all’etica della cura e della responsabilità.

  • Passare dal consumismo individualista a una sobrietà condivisa. Quello che avanza a noi, manca a tutti gli altri.

  • Passare dalla massimizzazione della crescita alla ottimizzazione della prosperità a partire dai più bisognosi.

  • Invece che continuare a modernizzare in permanenza, ecologizzare tutti i saperi e processi produttivi, cercando di tutelare beni e servizi naturali e far riposare la natura e la Terra.

  • Opporre all’era dell’antropocene che fa dell’essere umano una forza geofisica distruttiva l’era ecozoica che ecologizza e include tutti gli esseri nel grande sistema terrestre e cosmico.

  • Dare più valore al capitale umano spirituale inesauribile che al capitale materiale esauribile perché il primo fornisce i criteri per gli interventi responsabili sulla natura e alimenta permanentemente i valori umano-spirituali della solidarietà della cura dell’amore e della compassione, basi per una società con giustizia, equità e rispetto della natura.

  • Contro la delusione e la depressione provocate dalle promesse di benessere generali non compiute fatte dalla cultura del capitale, alimentare il principio-speranza, fonte di fantasia creatrice, di nuove idee e di utopie possibili.

  • Credere e testimoniare che, alla fine di tutto, il bene trionferà sul male, la verità sulla menzogna e l’amore sull’indifferenza. Poca luce potrà scacciare un mondo di tenebre.”

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Scuola

Giornata della Terra

ecoUna settimana fa, prima che la scuola in cui lavoro chiudesse per le vacanze di Pasqua, il gruppo dell’Istituto che si occupa di ecologia ha donato a studenti e insegnanti un fiore costruito con della carta buttata via, per festeggiare la giornata di oggi: la Giornata della Terra. Oggi alcuni studenti con l’insegnante di scienze si sono dati da fare per ripulire un po’ la roggia di Udine davanti al Museo Etnografico di via Grazzano (la foto è presa dalla pagina fb del WWF Friuli Venezia Giulia). Su La Stampa del 15 aprile Enrico Caporale ha scritto questo articolo dal titolo “Corsa contro il tempo per salvare il Pianeta”. La cosa che più mi sconcerta è che vedo correre molte persone volenterose e generose, ma nessuno di coloro che dovrebbero correre…

“Ogni anno produciamo nel mondo circa 100 miliardi di chilogrammi di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. “I 7,1 miliardi di esseri umani – scrive su La Stampa Luca Mercalli, uno dei più importanti climatologi del nostro Paese – stanno consumando più di quanto il pianeta possa fornire e immettono rifiuti, inquinanti e gas a effetto serra, in quantità tale da attivare trasformazioni irreversibili”. Il 20 agosto 2013 le risorse annuali prodotte dalla Terra erano già finite. In meno di otto mesi avevamo dunque speso tutti gli interessi maturati dalla biosfera terrestre. A questi ritmi, è ovvio, la Terra sarà presto invasa dalla spazzatura e prosciugata delle sue ricchezze. Scarsità di risorse ittiche, agrarie, minerarie, cambiamenti climatici, aumento dei livelli marini, acidificazione degli oceani e molto altro ancora minacceranno la nostra salute e quella degli altri esseri viventi. Come impedirlo? Un modo potrebbe essere quello di trasformare la plastica (e gli altri materiali di scarto) in nuove risorse.

I nostri oceani ingurgitano ogni anno circa 10 miliardi di chilogrammi di plastica. Una volta in acqua, però, questa plastica (ridotta in tanti pezzettini) non vaga alla cieca, ma si dà tutta appuntamento in un luogo ben preciso: la meta è al largo dell’Oceano Pacifico, grosso modo tra le isole Hawai e la California. Anche se i satelliti non riescono a fotografarla, qui è stata individuata quella che gli esperti hanno definito l’“isola dei rifiuti”, o anche il “vortice della spazzatura”. Le sue dimensioni non sono chiare: c’è chi parla di una superficie come quella della Francia e chi la descrive grande quanto un Continente. Secondo gli studiosi del California Coastal Commission di San Francisco, il suo peso complessivo avrebbe già superato i 3,5 milioni di tonnellate. Si tratta di bottiglie, sacchetti della spesa, giocattoli e recipienti che le correnti concentrano con un movimento a spirale in un’unica grande massa. Un incubo per l’ecosistema. Ogni giorno, infatti, migliaia di grandi mammiferi, pesci e uccelli marini scambiano per cibo i residui di plastica – ridotti in poltiglia dal tempo e dalla forza del mare – e creano così disastri lungo l’intera catena alimentare che giunge fino ai nostri piatti. Da alcuni anni gli scienziati stanno studiando come trasformare questa minaccia in risorsa: riciclare la plastica in mare per riutilizzarla come fonte di energia potrebbe essere una soluzione, ma le ricerche in tal senso sono ancora indietro e molto costose.

Tuttavia, i pericoli non si fermano qui. L’altra grande sfida per il futuro del nostro pianeta sono i cambiamenti climatici, con il conseguente aumento dei livelli marini. Dal 1979, anno in cui i satelliti hanno cominciato a tenere la zona artica sotto osservazione, è stata registrata una ritirata dei ghiacci del 12% a decennio, con un’accelerazione negli ultimi anni. Lo scorso novembre, poi, la Banca Mondiale ha ipotizzato un aumento della temperatura globale dovuto alle emissioni climalteranti di 4 gradi entro fine secolo: “Un colpo devastante che non deve essere permesso”, ha ammonito la World Bank. Intanto, al Pentagono è già pronto un rapporto sul rischio di conflitti locali, se non di vere e proprie guerre, che le migrazioni conseguenti al caos climatico potrebbero provocare.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Religioni, Scienze e tecnologia

La passione della terra

Fusine_0045 fbRingrazio un mio studente per aver segnalato questo articolo di Vito Mancuso, comparso ieri su La Repubblica. Vi sono molte delle idee contenute anche nel libro “Il principio passione”.

“La nostra civiltà è malata, è in corso una via crucis del pianeta davanti ai nostri occhi distratti. L’aria delle nostre città, i nostri mari ormai quasi privi di pesci, l’acqua, le foreste, gli oceani, sono vittime di un’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare e che alimenta la fiorente industria della fiction per la finzione necessaria a sedare le coscienze. I rifiuti prodotti dagli oltre 7 miliardi di esseri umani sono ormai superiori alle possibilità di smaltimento, e per alcuni di essi come le scorie nucleari lo smaltimento è praticamente impossibile. Che cosa avverrà quando nel 2025 la popolazione sarà di 8,1 miliardi? E quando nel 2050 giungerà a 9,6 miliardi? Una nuova guerra mondiale? Una serie permanente di inarrestabili conflitti locali?

Barbara Spinelli l’altro giorno ricordava Hans Jonas e la sua nuova formulazione dell’imperativo etico in senso ecologico. In un’intervista del 1992 a “Der Spiegel” Jonas segnalava il pericolo del “tragico fallimento della cultura superiore, la sua caduta in una nuova primitivizzazione”, intendendo con ciò “la povertà di massa, la morte di massa, l’uccisione di massa”. Da allora sono passati oltre vent’anni e questo declino verso la primitivizzazione e la massificazione è proseguito: lo vediamo nei costumi, nel gusto estetico, nella politica, nel linguaggio dove tutto diventa più grossolano e più violento. E più irrazionale.

Ai nostri giorni un terzo del cibo prodotto viene buttato via, sono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo su scala annuale che finiscono tra i rifiuti, con l’uso scriteriato di acqua, energia e vita animale e vegetale che tutto questo comporta. E ciò a fronte del fatto che ogni giorno muoiono per fame 24.000 esseri umani, 8 milioni e mezzo all’anno. Basta questo per evidenziare la pericolosa malattia mentale di cui soffre la nostra società? Nutriamo la nostra anima con le manifestazioni di massa dell’effimero (sport di massa, musica di massa, cinema di massa…) pagandone i protagonisti con cifre esorbitanti, mentre miliardi di esseri umani vivono con meno di due dollari al giorno. Proprio nell’epoca del trionfo della scienza assistiamo a un tracollo della razionalità nel governo del mondo, con la conseguenza che a trionfare non è veramente la scienza, la quale è sempre ricerca e dubbio, ma è piuttosto la tecnica che ammanisce certezze e cattura le menti. Anche la modalità con cui nelle nostre società si conquista il consenso e si accede al potere è sempre più all’insegna dell’irrazionalità, perché vince chi sa suscitare emozioni forti mentre chi pratica l’onestà dell’analisi è inevitabilmente destinato alla sconfitta: se penso ai leader politici di quand’ero ragazzo (Moro, Zaccagnini, Berlinguer) vedo che per loro non vi sarebbe oggi nessuna chance.

Quando Francesco d’Assisi compose il suo testo più bello, il Cantico delle creature, la pagina più antica della letteratura italiana, era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva per una serie di altri mali che da lì a un anno l’avrebbero condotto alla morte. Ciò non gli impedì di cantare la luce di frate sole e di frate focu e di celebrare le altre realtà naturali. Penso che guardando alla sua vita sia possibile capire le due principali malattie di cui soffriamo oggi: 1) una filosofia di vita opposta a quella di Francesco e analoga a quella del ricco mercante suo padre, cioè all’insegna dell’accumulo e del consumo, a cui si viene indotti fin da piccoli dalla potenza della pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento che le gira attorno; 2) una filosofia della natura opposta a quella del Cantico delle creature che considera la materia come inerte e la vita come lotta, e da cui discende un atteggiamento predatorio verso il pianeta e il conseguente inquinamento. Dal canto suo la religione tradizionale dell’Occidente non è stata in grado di fronteggiare questi due mali, anzi vi ha persino contribuito a causa del suo antropocentrismo, per cui anche il cristianesimo si deve rinnovare, anzi direi convertire.

L’umanità, se vuole sopravvivere, deve cambiare la mentalità che guida le sue politiche economiche e che orienta il suo atteggiamento verso la natura. L’unica possibilità di una svolta è nella presa di coscienza che la Terra è un organismo che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Il passaggio da una civiltà basata sulla lotta a una civiltà basata sulla cooperazione può avvenire solo se si comprende che è la stessa logica dell’evoluzione naturale a basarsi sulla cooperazione e si educano i nostri ragazzi in questa prospettiva. Occorre quindi superare la cupa filosofia della vita trasmessa dal darwinismo e comprendere che a guidare l’evoluzione non è soltanto la lotta ma prima ancora il rapporto di complementarietà e di armonia, visto che non esiste vita se non in relazione, non esiste bios se non come symbios, come simbiosi.

Dalla crisi ecologica ed etico-spirituale non si uscirà se non si risaneranno le idee che l’hanno prodotta. Occorre che l’urgenza ecologica trasformi la nostra visione della biologia e ci faccia prendere coscienza del legame che unisce tutte le cose, dell’interconnessione di ogni ente con il tutto, di ciò che la fisica chiama entanglement e che costituisce il paradigma ontologico più avanzato. Tutto ciò è traducibile in filosofia dicendo che la prima categoria dell’essere non è la sostanza ma è la relazione, all’insegna di una relazionalità globale che supera l’antropocentrismo e l’utilitarismo che ne discende.

Da Francesco d’Assisi malato e alla vigilia della morte nacque uno dei testi più sublimi della spiritualità di tutti i tempi. Dalla nostra civiltà, malata e così cieca da non riconoscere la sua malattia, può emergere ancora la possibilità di una svolta per non precipitare nell’abisso sempre più vicino? Penso che nessuno lo sappia ed è per questo che le tenebre del venerdì santo avvolgono le nostre esistenze e il nostro futuro, senza sapere se ci sarà data la luce di pasqua. Ma credere di sì è un dovere morale, oltre all’unica concreta possibilità che la svolta possa prodursi davvero.”

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Io sono la terra

Il video punta un po’ sull’epica. Il mio pensiero, leggendo il testo tradotto, preso qui, è andato agli emigranti di ieri e di oggi, al loro carico, di dolore, sofferenza, sacrifici, aspettative, sogni. Del pezzo si può anche fare una lettura metaforica: il cammino di ogni vita col suo bagaglio di speranze per il domani e un sogni di libertà. Loro sono i Sonata Arctica e il pezzo si intitola “Flag in the ground”

“Lasciando alle spalle la mia vita, il mio giovane amore e il nascituro, avevo solo una ciocca dei suoi capelli… E bruciavo d’amore dentro. Dopo quaranta giorni pieni di lavoro e notti insonni, le vele sono illuminate dalle luci di Boston… Ed eccoci… Giù dalla nave! Verso l’avventura, l’unica per definire le nostre vite. Faticaccia quotidiana e una piccola stanza. “Sono arrivato sano e salvo, Amore. Ho un indirizzo, fino alla primavera, poi dovrei girare per il paese, spero di sentirti presto…”. Le sue lettere lette… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

Flag_in_the_Ground_by_Cyrgaan.jpgOra che ho fatto i soldi che ci occorrono per il sogno, il miglior cavallo che io abbia mai visto, un carro e tutto ciò che mi serve… Andrò per la mia strada verso l’ignoto, in ogni momento spero che tu sia qui con me… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

No, non sono uno sconosciuto, tra la gente di qui… Tuttavia non mi sono mai sentito così solo… A mezzogiorno il rumore rimbomberà e comincerò a viaggiare per il paese che possiamo chiamare casa. Pianto la mia bandiera sul terreno, urlando e gridando. Non mi sono mai sentito così orgoglioso, amore! Adesso siamo salvi dalla servitù eterna. Ti sto per portare a casa, mia luce! Nove, otto, sette, sei, contando i giorni. Solo! Cinque, quattro, tre, due, insieme per sempre! Solo! Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Io sono la terra e la terra è me. La libertà è tutto e noi siamo liberi. Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Ogni notte, quando guardo la nuova luna piena ti stringo e so che siamo liberi…”

Pubblicato in: Scienze e tecnologia

E se Al Gore…

Su Sette del Corriere della Sera uscito l’11 ottobre Danilo Taino fa un’interessante osservazione che richiama anche quella previsione del 2003 sul clima che abbiamo visto in classe: Dal 1998 la temperatura media della Terra non aumenta. Ma perché gli organismi preposti a tenerla sotto controllo mantengono toni allarmistici?

Ecco l’articolo pepato.

“C’era una domanda alla quale il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sul clima, Serra.jpgpubblicato a fine settembre, avrebbero dovuto rispondere. Era la più interessante. Perché dal 1998 la temperatura media sulla faccia della terra non aumenta? Gli scienziati dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, avevano pubblicato il loro ultimo report nel 2007: catastrofico, in linea con le previsioni di disastri globali avanzate in conferenze e al cinema da Al Gore. D’altra parte, sempre nel 2007, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti e l’Ipcc stesso furono insigniti del Premio Nobel per la Pace, grazie agli allarmi che lanciavano. Da allora, i risultati scientifici del rapporto 2007 si sono rivelati in alcuni punti sbagliati: ad esempio nell’esagerazione della velocità con la quale i ghiacciai dell’Himalaya si stanno sciogliendo. Ora, nell’attesissimo report di quest’anno, però, l’Ipcc dedica ai 17 anni di temperatura piatta una semplice nota. A loro non sembra interessare: potrebbe mettere in discussione le teorie che hanno sostenuto per anni. Preferiscono tenere i toni dell’allarmismo elevati, presentare come una grande novità il fatto che la probabilità che i cambiamenti climatici siano prodotti dall’attività umana sia passata dal 90 al 95%. Diamine. E preferiscono fare dichiarazioni roboanti sulle catastrofi possibili mentre essi stessi ridimensionano le previsioni allarmistiche che avevano fatto. Ora, l’Ipcc prevede che la temperatura della Terra aumenterà “probabilmente” più di 1,5 gradi centigradi entro il secolo. Nel 2007 sosteneva che sarebbe cresciuta “probabilmente” più di due gradi: e due gradi è il limite sopra il quale potrebbero esserci catastrofi. Su questa, che è la novità del rapporto, buona parte del pigro sistema dei media globali ha sorvolato. L’Ipcc inoltre ammette che è difficile legare l’attività dell’uomo alle maggiori siccità e al numero più elevato di uragani. La questione non è irrilevante. Nessuno nega che un problema di effetto serra esista. È che se lo si esagera e si prevedono catastrofi si finisce con il mettere in campo politiche di altissimo costo e inutili: ad esempio i sussidi a pioggia a fonti di energia pulita inefficienti, sussidi spesso accaparrati dalle mafie. E si continua a sollevare il mostro, a dire che esiste una lobby del petrolio che vuole negare il climate change: quando in realtà la lobby vincente è quella e si nutre – denaro, carriere e Nobel – dell’allarmismo di Al Gore.”