Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura, Pensatoio, Religioni, Società

Rewind: venerdì

Ho pubblicato l’ultimo post sul giovedì santo, poi mi sono preso qualche giorno di pausa dal blog. Ne avevo bisogno. Desidero però riprendere le riflessioni che Alessandro D’Avenia ha pubblicato su Avvenire sul venerdì e sabato santo e sulla domenica di Pasqua. Ecco il primo
E se il venerdì fosse il giorno della festa?

nozze-di-cana
Predella (verso) – Le nozze di Cana, 43,5 x 46,5 cm., Museo dell’Opera del duomo, Siena

Chi di noi nel bel mezzo di una felicità non è colto a volte da un improvviso senso di smarrimento, quando si rende conto che potrebbe sfuggirgli di mano o che inevitabilmente finirà, e vorrebbe fermare il tempo? In che cosa sperare, quando la festa finisce e rimangono solo i segni dell’abbandono alla sera di quel giorno? A che cosa possiamo noi aggrapparci perché la festa continui sempre? E non è questo quello di cui parla di più il Vangelo: feste, banchetti, inviti a nozze?
Quando Dante viene soccorso da Virgilio nella sua notte oscura, le prime luci dell’alba che danno speranza al poeta sono quelle del venerdì santo, per molti commentatori quelle del 25 marzo, festa anche dell’Annunciazione e, nella tradizione medievale, data simbolica della creazione del mondo, all’inizio della primavera “quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle”. La presenza di Virgilio è frutto di una catena di misericordia che da Maria, attraverso santa Lucia, Beatrice e l’autore dell’Eneide, arriva al nostro poeta, infatti egli spiega a Dante, bloccato tra selva e fiere, che “Donna è gentil nel ciel che si compiange / di questo impedimento”. Maria, avendo compassione per l’uomo che non riesce a superare l’ostacolo insormontabile, interviene piegando perfino “il duro giudizio” del cielo, lei è la donna gentile che, proprio in quel 25 marzo, disse “sì” all’amore “per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore” di una primavera perenne.
Nella Commedia, e anche in quest’anno giubilare, il venerdì santo e la festa dell’Annunciazione sono intrecciati e non possiamo ignorarlo. “Donna” (da “domina”, signora) è il nome che Virgilio usa per riferirsi alla Madonna (“mea domina”), lo stesso nome che Cristo sulla Croce rivolge a sua madre: “Donna, ecco tuo figlio”. In quell’epiteto dall’apparente freddezza, usato nel vangelo di Giovanni, che non vuole raccontarci la semplice cronaca dei fatti, risuona lo stesso accento con cui Cristo le si rivolge alle nozze di Cana, quando Maria fa notare al figlio che in quella festa non hanno più vino: “Che ho da fare con te, o donna, non è ancora giunta la mia ora”. L’ora adesso è giunta, e Maria, onnipotenza supplicante come la chiamano i teologi, l’aveva semplicemente anticipata con il segno dei 600 litri d’acqua trasformati in vino, perché dire “non hanno più vino”, alla luce dell’ultima cena e della crocifissione, non è altro che dire: “non hanno più sangue”, non hanno più vita, solo con il dono della tua avranno una festa illimitata, nozze senza fine. Dostoevskij ha scritto il suo romanzo più grande a commento di questo passo, nei Fratelli Karamazov infatti fa dire ad uno dei suoi personaggi chiave, a commento delle nozze di Cana a cui dedica un intero capitolo: “egli converte l’acqua in vino per non interrompere la gioia degli ospiti, aspetta nuovi ospiti, ne invita continuamente di nuovi, e così nei secoli dei secoli”. Ora sulla croce è evidente che quel “non hanno più vino” sta per “non hanno più sangue”: il sangue che Cristo dà perché la festa continui, e che ha offerto nell’ultima cena proprio come memoriale perenne della sua morte e resurrezione. Sbagliano quelli che si concentrano sul sangue del sacrificio senza tenere presente il vino delle nozze, manca un pezzo, manca il pezzo più bello. Non è il sangue il fine, ma la festa. Quel sangue-vino ci raggiunge ogni giorno nell’Eucarestia, sorprendendoci, come accade al maestro di tavola delle nozze di Cana: proprio quando abbiamo esaurito le nostre scorte, arriva il vino migliore, questa è l’unica vera buona notizia. L’uomo per quanto cerchi di far festa si ritrova sempre senza scorte, ma Cristo lo rifornisce del vino-sangue che rinnova tutto e per sempre, fa nuove tutte le cose strappandole al loro esaurirsi e alla nostra stanchezza.
Maria è l’origine, il sangue di Cristo è quello che lei gli ha dato nei nove mesi di gestazione, è lei che con la sua “compassione” si rende conto, per prima, che siamo rimasti senza più nulla, che non c’è più modo di festeggiare e in qualche maniera “costringe” il Figlio a darsi: “Fate quello che egli vi dirà”. Cristo sulla Croce riprende quel momento e lo compie, adesso la sua ora è piena, e chiede a sua madre di continuare a custodirci come aveva fatto a Cana: il discepolo diventa figlio e lei madre. Il testamento di Gesù sulla Croce non è un messaggio astratto, ma è la “Donna” della festa, la Donna gentile, il cui fiat rende il mondo una primavera perenne, una festa continua. Il testo dice che da quel giorno Giovanni, autore di quel Vangelo intessuto – a saper ascoltare – di dialoghi intimi con Maria, “prese Maria con sé”, anzi le parole affermano con più forza “la prese tra le sue cose”. Solo se tra le nostre cose più intime, proprio dove il nostro umano si esaurisce, la nostra capacità di far festa viene meno, il nostro vino scarseggia, accogliamo la Donna gentile, non ci mancherà mai il vino per la festa, perché noi da soli proprio non riusciamo a far festa: le nostre feste finiscono tutte.
Solo se riceviamo il testamento di Cristo, Maria, verremo resi discepoli, e la sera del dì di festa non solo sarà ancora festa ma lo sarà di più, e inoltre la nostra povera acqua sarà vino per chiunque ci passerà a fianco. Questo venerdì, ci dice Cristo, è il giorno della Donna, della mia Donna, che adesso è tua.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, opinioni, Pensatoio, Religioni

La notte ch’io passai con tanta pieta

Gauguin. GetsemaniQuanta vicinanza provo con questo articolo-meditazione di Alessandro D’Avenia sulla notte tra il giovedì e il venerdì santo. La fonte è Avvenire.
«Sono terribilmente infelice. Se credi che una preghiera possa essere efficace (non scherzo), prega per me e vigorosamente». Così scriveva Charles Baudelaire a sua madre il 18 ottobre del 1860, dall’inferno spirituale da cui cercò di uscire negli ultimi anni della sua vita. Ogni uomo ha la sua notte. Ed è proprio in quella notte che trova Dio, perché la notte lo lascia nudo e senza risorse di fronte all’insufficienza di tutto e di se stesso. Dalla ferita inguaribile della propria radicale solitudine emerge l’unica preghiera vera, perché è la vita stessa a farsi supplica: voglio essere da te salvato, perché io da solo, ora che mi conosco, non posso. Dante, nel suo viaggio, si perde nella selva oscura, nella notte tra il giovedì santo e il venerdì santo dell’anno giubilare.
A quella notte dedica i primi versi del poema, il ‘la’ notturno al suo percorso di salvezza. Secondo molti commentatori è proprio la notte tra il giovedì 24 marzo e il venerdì 25 marzo che vede coincidere (come quest’anno) venerdì di Passione e Annunciazione. A quella notte del 24 marzo Dante dedica un verso che in undici sillabe scolpisce tutte le nostre notti: «la notte ch’io passai con tanta pieta». La ‘pieta’ è la parola che Dante usa per indicare, con perfetta polisemia, da un lato la paura della tenebra e dall’altra proprio la misericordia che lo raggiunge in quella tenebra, perché Maria lo soccorre mandando Lucia, Beatrice, Virgilio a recuperarlo.
Non può che essere così se la luce del giorno che gli fa sperare salvezza è quella del venerdì 25 marzo, data in cui nella tradizione medievale Dio creò il mondo e lo ricreò poi con il fiat di Maria. La notte che ogni uomo e donna attraversano per trovare Dio, la notte che gli esperti di vita spirituale attribuiscono ai santi come passaggio dolorosissimo e necessario, in cui l’uomo si sente dannato dalle sue sole forze e trova in Dio la sua unica e radicale speranza di salvezza, come chi sta cercando l’aria sott’acqua dopo essere naufragato. Nel Vangelo, che è la forma di ogni storia umana, essendo Cristo il Dna di ogni vita, questa notte deve essere tutte le nostri notti ed è per questo che in questa notte Cristo cade per terra nella sua selva, dalla quale si vede Gerusalemme, tra i contorti rami degli alberi d’ulivo, che preannunciano il tormento del legno della Croce.
Cristo, solo e triste fino alla morte in questa sua notte, il senso di tutte le notti degli uomini, chiede compagnia ad altri uomini, tre in particolare che, gravati da sonno e paura, si addormentano: la solitudine di Cristo non è lenita da nessuno, nessun uomo può raggiungerlo neanche standogli a fianco. Cristo sperimenta su di sé le conseguenze del peccato, viene applicata alla sua natura divina l’assoluta estraneità della morte, come un veleno che egli beve volontariamente, così da renderlo inefficace, dopo averne subito tutte le conseguenze. Il sudore è di sangue, perché l’essere viene sradicato dalla sua identità immortale e si sente morire in vita, donandosi alla morte. In questa notte, Cristo si trova faccia a faccia con il Padre, e lo chiama come nessun ebreo ha mai fatto, a dimostrazione che lui è l’unigenito figlio del Padre: lo chiama col nomignolo affettuoso dei bambini: Abbà, Babbo, Papino. L’uomo-Dio ha paura, per questo tutti gli uomini possono avere paura di ciò che li fa morire, possono avere paura di morire come le ragazze dell’autobus spagnolo, come i cittadini di Bruxelles. Cristo non elimina la paura, ma ci permette di abitarla: l’invito più frequente di Dio quando entra nella storia è ‘non temere’.
Un non temere che non elimina il nostro tremare di fronte alle difficoltà della vita, alle cadute, agli errori, alla nostra radicale solitudine quando la vita ci frusta. Ma lui può dirci di non temere, perché ha parlato con Abbà: ho paura di morire, gli ha detto, ma non sia fatto quello che voglio io, ma quello che vuoi tu. Salvami tu, perché io non so come fare, mi fido di te, ora che tutto sto per perdere, i miei si sono addormentati e Gerusalemme brilla nella notte come il più terribile patibolo. Nelle tue mani mi rifugio. È la notte della ‘pietà’ che Pascal sperimentò proprio scoprendo che il sudore di sangue di Cristo lo riguardava: «Quelle gocce di sangue le ho versate per te» (Pensieri, VII, 533); è la notte che Dante paragona proprio a un naufrago che si aggrappa alla terra, e si volge a guardare l’acqua mortifera. È ogni notte questa, la notte di un amore che si frantuma, la notte di una perdita irreparabile, la notte di chi scopre che le cose si rovinano e non corrispondono mai al nostro desiderio di infinito…
Grazie a quella notte noi possiamo attraversare le nostre, perché solo nella nostra notte impariamo a dire Abbà, l’unico nome che ci salva dalla notte, che spezza la nostra solitudine e ci raggiunge proprio lì dove ci sentivamo irreparabilmente soli e perduti, perché solo quella supplica radicale ci porta dritti nel cuore della Misericordia. «Miserere di me, gridai a lui», urla Dante a chi era già lì, Virgilio, inviato da Maria che aveva prevenuto il suo urlo notturno, urlo che così si svela essere non una richiesta ma la risposta adeguata a un’azione preventiva del Padre-Abbà, che ci attira a sé, più che mai, nei nostri Getsemani.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, Pensatoio, Religioni

Buio e luce

Seconda tappa della riflessione sul triduo pasquale di Alessandro D’Avenia pubblicata una settimana fa su Avvenire. E’ la volta del Venerdì Santo. La luce e il buio, la creazione e la materia, la vita e la morte, Nietzsche e Ungaretti: tutto a partire dalla Crocifissione di Poussin e dal volto di Cristo per finire sul volto dell’uomo.

poussinVENERDI’ SANTO
La roccia della morte si apre. C’è una parola che dà luce
«Non ho più abbastanza allegria né salute per impegnarmi in soggetti tristi. La Crocifissione mi ha fatto star male, ho provato molta pena, ma un Cristo portacroce finirebbe con l’uccidermi. Non potrei resistere ai pensieri penosi e seri di cui bisogna riempire lo spirito e il cuore per riuscire in soggetti di per sé così tristi e lugubri. Dunque risparmiatemi, per favore» così scrive Nicolas Poussin a Jacques Stella che gli ha commissionato una Salita al Calvario, dopo che aveva visto la sorprendente Crocifissione dipinta per De Thou, a cui l’artista aveva dedicato i mesi dal novembre 1645 al giugno 1646. Qualche settimana fa mi trovavo di fronte a questo quadro e ho visto, trasformati in forme e colori, il dolore di cui parla l’artista che è riuscito così a rappresentare l’eclissi della luce su una tela.
Si può dipingere il buio e con il buio?
Poussin riesce. Crea un buco nero artistico in cui si assiste all’implosione della luce, in una specie di anti-primo-giorno della creazione: la luce non fu. Il cielo dello sfondo precipita nell’assenza totale e le rocce del paesaggio sono macchie evanescenti: la materia è annichilita quanto il suo creatore. Con la parola “materia” i Romani indicavano il concretissimo legno degli alberi. La materia del creato è servita a forgiare lo strumento di tortura per il creatore.
A parte il movimento impressionante dei manti rossi che attraversano il quadro in una specie di “s” coricata, la scia di sangue della storia umana, sangue versato dalla violenza (i soldati), sangue dato per la vita (Maria, Giovanni, il ladro buono), tutte il resto è fatto da gradazioni di buio che inghiottono figure umane ridotte a fantasmi. Tutto è cacciato nella notte che si merita. Ai piedi della croce, sul piano medio, al centro, c’è un personaggio che si volge verso lo spettatore e gli chiede conto di ciò che sta accadendo e se c’entri qualcosa con quella tenebra che sta inghiottendo tutto.
Gli uomini sono in primo piano, con la loro violenza: soldati che si giocano a dadi le vesti del crocifisso, due di loro sono sorpresi da qualcosa che esce dal buio della terra in un movimento opposto alla tenebra celeste: dalla pietra di un sepolcro emerge un uomo contro il quale il soldato sguaina un pugnale. L’uomo, erompendo dalla fessura
della terra al centro dei due triangoli composti dalle figure ai due lati del quadro, fissa Cristo immerso nella tenebra, mentre lui in un manto bianco, unico punto di luce, è la primizia dei risorti di cui parla Matteo: «Gesù emesso un alto grido spirò… la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti resuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27, 50-53).
La roccia della morte si apre come un bozzolo molle di crisalide, la morte che pietrifica col volto di Medusa, paralizzando il soffio di Dio (anima, da anemos, vento), è ammorbidita, la materia ha un sussulto, perché l’uomo-Dio si è sottoposto alla pietrificazione della morte e, spirando, l’ha resa di nuovo fluida e viva: Da dentro. Il suo corpo non conosce corruzione (questo vuol dire resuscitare: preservare dalla corruzione) e la Morte diventa più piccola della Vita, perché la Vita l’ha inghiottita dentro di sé, sperimentandone l’avvelenamento, ma strappandole il pungiglione e rendendo il veleno inefficace. Adesso si allarga una luce silenziosa in mezzo alle tenebre, in ogni cuore che si volga a guardare Colui che hanno trafitto che, subendo nella sua materia le conseguenze delle nostre tenebre, restaura la materia dell’uomo e gli restituisce la condizione di luce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me», aveva detto.
Questo è il movimento centripeto e inconsapevole del quadro e del mondo e di tutti i suoi elementi, materiali e umani. Il centro di questo buco nero divino è la figura di Cristo: attorno a lui trionfa il non-colore della solitudine e del male, egli diventa un buco nero al contrario, inghiotte tutto il buio della storia per ridare luce a noi. Non fa forse questo la Parola? Dare luce alle cose e dare alla luce le cose. Attira tutto il buio a sé e ci restituisce la luce nella quale possiamo ri-conoscere (conoscerlo di nuovo e come nuovo) il nostro volto. Lo abbiamo noi questo volto? Convinceremmo Nietzsche che asseriva che avrebbe creduto al cristianesimo se avesse visto nei suoi seguaci “il volto dei risorti”? Potremo se ci volgeremo a lui riconoscendo tutta la nostra tenebra, perché sia soggettivamente e progressivamente rischiarata, perché la tenebra è inversamente proporzionale alla croce, come scopre il poeta, al cospetto delle macerie della città degli uomini devastata dalla guerra mondiale: «Vedo ora nella notte triste, imparo, / So che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto / L’uomo si sottrae, folle, / Alla purezza della Tua passione» (G.Ungaretti, Mio fiume anche tu).

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

3×1

Tintoretto. L'ultima cena 2

Può un giorno durare tre giorni? Sì: lo spiega in questo bell’articolo, breve e chiaro, Assunta Steccanella. La fonte è Chi cercate?
Il Triduo pasquale (dal lat. tridŭum = periodo di tre giorni) è lo spazio di tempo compreso tra la messa vespertina (In Cena Domini) del Giovedì santo e i vespri della Domenica di Risurrezione. La sua origine è molto antica: nella Chiesa d’Occidente sia Ambrogio (†397) che Agostino (†430) menzionano nei loro scritti il Triduo sacro.
Occorre sottolineare che Triduo pasquale non significa ‘tre giorni di preparazione alla Pasqua’: si tratta di un unico, grande evento, che equivale a ‘Pasqua celebrata in tre giorni’. Il Triduo è quindi la Pasqua nel suo tutto unitario, dalla passione e morte alla sepoltura, attraverso il dolente silenzio del sepolcro, fino alla Risurrezione. Questo tempo è il centro dell’anno liturgico, in quanto ri-presenta l’accadimento fontale per la nostra fede. Inizia con una sorta di preludio, la Messa In Cena Domini del Giovedì santo, ricca di significati: rimanda alla cena con i discepoli che segna l’inizio della passione, è la memoria sacramentale del mistero pasquale consegnataci da Gesù stesso, ricorda il sacerdozio ministeriale e il comandamento dell’amore fraterno. L’Eucaristia, che El Greco. Crocifissionedi tale amore è simbolo e fonte, ha suscitato fin dal XII-XIII sec. l’adorazione del popolo cristiano, che si protrae fino alla mezzanotte.
Il Venerdì santo è il giorno della passione e morte del Signore, e del digiuno pasquale come segno esteriore della nostra partecipazione al suo sacrificio. E’ un giorno aliturgico, ossia senza Eucaristia: le celebrazioni pomeridiane e serali sono infatti momenti di commemorazione degli eventi della passione e di adorazione della croce; i fedeli ricevono la Comunione con particole consacrate il giorno prima.
E’ però il Sabato santo il giorno aliturgico per eccellenza: invita alla sosta silenziosa presso il sepolcro, rimandando alla sepoltura di Gesù e alla discesa agli inferi (la salvezza nell’abisso – Von Balthasar). L’altare è spoglio, le luci spente, le campane silenziose.
Il momento culminante del Triduo, il nucleo da cui ha avuto origine ed il centro di tutto l’anno liturgico è la Veglia pasquale: per antichissima tradizione è notte di veglia in attesa del Signore, di speranza vigilante. Fin dai primissimi secoli è nel corso di questa Veglia che vengono celebrati i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, e che trova la sua forma paradigmatica il rito del Battesimo, la prima immersione personale nella Pasqua di Cristo.
La Domenica di Risurrezione infine apre il tempo pasquale, che si concluderà con la Domenica di Pentecoste.”

Giotto. Noli me tangere

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

Il peso della nostra materialità

dali_corpushypercubus1954.jpg

“Non siamo così lontani, noi, dalla visione della croce che ebbe Dalì negli anni in cui, tormentato dalla scissione dell’atomo che aveva provocato la bomba atomica, dipinse il Corpus Hypercubus. Nell’opera domina il quattro, numero della violenza dell’uomo: quattro come squartare, come fare in quattro, come dirne quattro; quattro come le latitudini che segnano l’orientamento umano: nord sud est ovest. La croce, su cui Cristo sta, è infatti costituita da otto cubi: il quadrato elevato a potenza. Il Cristo di Dalì si staglia dunque, immacolato e perfetto, contro un cielo scuro e un’improbabile croce cubiforme. Quel corpo perfetto e senza tracce di sangue colpisce e affascina, tanto da non poter distogliere da esso lo sguardo. Da ciò che del volto di Cristo s’intravede si nota chiaramente anche l’assenza della barba. Quello di Dalì è un Cristo imberbe, bellissimo e glorioso, eppure sacrificato come testimonia – senza equivoci – lo spasmo delle mani e la posizione del capo. Cristo è l’ultimo Adamo e ci riporta in quel giardino in cui si giocò la prima partita con la morte. Un appuntamento che ancora ci offre la storia.

Siamo anche noi tutti in quel giardino, con le nostre domande sull’origine e la fine dell’uomo, sul cosiddetto orientamento sessuale. Siamo lì come la donna vestita di seta di Dalì. Cristo è, dunque su una croce cubiforme: immagine che inquieta perché esaspera la sospensione del corpo di Cristo tra cielo e terra. Su quella Croce, Gesù non ha requie, non può neppure riposare nel sonno della morte: egli è vivo e agonizzante. Come non rammentare qui la famosa espressione di Pascal: Cristo è in agonia fino alla fine del mondo! La Croce dipinta da Dalì racchiude la somma del dolore del mondo, la somma della malvagità umana, il peso della materia che si ribella alla volontà del suo Creatore… E noi siamo lì, sotto, vestiti a festa davanti a un irreale pavimento a scacchi che indica il perpetuarsi appunto, nei secoli, l’ombra di quel dolore. La scena è drammaticamente vuota e la donna appare ancora più elegante contro la nudità del Crocifisso. I colori degli abiti della donna richiamano i colori della scena: l’ocra della croce, l’argento della pavimentazione a scacchi, il blu del mare. La veste più nascosta, quindi più vicina alla sua carne è il blu – che richiamando il mare simbolo del male – rimanda alla fragilità umana, al peccato. Il drappo ocra dice l’identificazione della donna con il Crocifisso che contempla. Il manto argenteo, che più delle altre vesti riflette la luce, dice la divinità…”

(Maria Gloria Riva, su Avvenire)