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A pochi chilometri da casa mia

Nel numero di dicembre-gennaio di XL c’era un’intervista a Elisa sul suo nuovo album Ivy. La cantante monfalconese, che oggi vive a Gradisca, parla di uno degli inediti del cd, “Sometime ago”. Leggendo le sue parole mi sono venuti alla mente i miei nonni che non ci sono più e un mio studente che ha perso il suo da poco.

“È una canzone su mio nonno. L’ho completata dopo che è morto aggiungendo una frase che mi aveva detto. Potrebbe sembrare un po’ banale perché mi ha detto semplicemente “Vai tranquilla!”». Inizia a cantare come fosse ubriaca. «You can go, you can go, you can go. I’ll be fine!», ma poi torna seria e mi commuove. «Me lo aveva detto quando non stava bene perché ha lavorato tantissimi anni in un cantiere dove c’era l’amianto. Come tantissimi uomini di Monfalcone della sua generazione ha avuto gravi problemi polmonari e respirava solo con mezzo polmone, ma aveva uno spirito straordinario. Lui mi ha trasmesso uno dei valori più grandi che ho avuto la fortuna di ricevere. Poco prima di morire in ospedale mi ha detto questa frase salutandomi con uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto. Una serenità impossibile. Mio nonno è un dio per me, insieme a John Lennon e Bob Marley. Me li immagino insieme nell’aldilà, che giocano a carte”

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Vescovi e… vescovi

Per alleggerire un po’ l’urgenza e la drammaticità della cronaca riporto due brevi episodi tratti da un articolo di Giampietro Baresi

Bispo Flavio Cappio.jpg“… i mezzi di comunicazione brasiliani hanno sottolineato il comportamento, per niente diplomatico, di due vescovi brasiliani. Il primo, mons. Luís Flávio Cappio (in foto), vescovo di Barra (do Rio Grande), noto per due scioperi della fame fatti per protestare contro un faraonico progetto del presidente Lula, durante una visita in Germania si è visto offrire 100mila dollari. Dopo aver chiesto da dove venisse quel danaro e saputo che si trattava di una donazione di alcune imprese, ha risposto: «Non posso accettare soldi rubati agli operai e ai consumatori». Il secondo è mons. Manuel Edmilson da Cruz, vescovo emerito di Limoeiro do Norte. Lo scorso dicembre è stato invitato dal senato federale a ritirare la prestigiosa Comenda de Direitos Humanos Dom Hélder Câmara, per il suo impegno a difesa dei diritti umani. Grande è stata la sorpresa generale, quando, iniziando il suo discorso, ha detto: «L’onorificenza che mi viene offerta oggi non rappresenta la persona di dom Hélder Câmara. Anzi, la sfigura. Pertanto, senza risentimenti, ma agendo con amore e rispetto verso tutti i signori e le signore qui presenti, per i quali prego ogni giorno, non posso fare che una sola cosa: rifiutarla. Questa onorificenza è un insulto, un affronto al popolo brasiliano, ai cittadini che pagano le tasse per il bene comune, frutto del loro sudore e della dignità del loro lavoro». La settimana precedente, infatti, i politici si erano aumentati lo stipendio del 61,8%”.

Serve commentare? Naaaaaaa

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Che ne è stato?

Nel post Cose mediterranee e non solo e in classe ci siamo chiesti cosa ne sia stato degli scontri tra cristiani e musulmani in Egitto antecedenti alla caduta di Mubarak. Oggi ho letto questo interessante articolo su Nigrizia di febbraio

CHI DIVIDE CRISTIANI E MUSULMANI

di Moustafa El Ayoubi

In Medio Oriente la strumentalizzazione politica dell’islam e l’ingerenza dell’Occidente sono i due fattori determinanti.attentato.jpg

Gli episodi di violenza contro i cristiani in Egitto e Iraq, avvenuti negli ultimi mesi del 2010, hanno riacceso i riflettori sull’annosa questione della discriminazione delle minoranze religiose nei paesi arabi. I cristiani dell’Iraq, dell’Egitto e di altri paesi mediorientali non sono minoranze etniche o culturali. Essi, in effetti, parlano la stessa lingua e hanno in comune con altri arabi molti usi e costumi. Ciò che differenzia gli arabi del Medio Oriente – culla del cristianesimo prima ancora dell’islam – è la religione. I cristiani d’Oriente hanno contribuito in maniera importante alla lotta politica durante il 19° secolo, alla resistenza contro il colonialismo e alla realizzazione del panarabismo. Lo storico partito politico arabo Ba’ath fu fondato nel 1947 da due siriani: Salah ai-din al-Bitar, musulamo, e Michel Aflaq, cristiano. Perché, allora, la convivenza secolare tra arabi cristiani e musulmani è in crisi da ormai molte decine di anni? È colpa dell’islam “intollerante nei confronti delle altre religioni”? La posizione del Corano riguardo al rispetto delle altre fedi è chiara. «Dite: Crediamo in Allah e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù» (2,136).

II problema di fondo è la strumentalizzazione politica dell’Islam. Negli ultimi 60 anni, i guai seri dei cristiani nel Medio Oriente sono nati con l’affermazione dell’islam politico, predicato dai movimenti radicali che si sono diffusi dopo il fallimento del panarabismo e come conseguenza del consolidamento dei regimi totalitari nella regione. Il caso dell’Egitto è significativo. Il movimento dei Fratelli Musulmani ha condannato il feroce attentato contro la chiesa copta ad Alessandria del 31 dicembre scorso. Tuttavia, la sua lotta politica è incentrata sull’edificazione di uno stato basato esclusivamente sulla shari’a. E ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti dei cristiani egiziani. Anche il governo egiziano ha condannato la strage. Ma è nota la strumentalizzazione politica della minoranza cristiana da parte del regime. Sull’attentato sono rimasti molti dubbi.

La pista degli estremisti islamici rimane aperta. Ma vi è un forte dubbio circa la responsabilità del governo. Perché non sono state rafforzate le misure di sicurezza attorno alle chiese, dopo l’attentato mortale contro i cristiani nell’ottobre scorso in Iraq? È possibile che il regime abbia volutamente ignorato il pericolo? Rimane il sospetto che il presidente Mubarak si serva di questi tragici eventi per mantenere una politica securitaria, indispensabile alla sua dittatura. Il regime egiziano ha favorito un’islamizzazione simbolica di facciata per contrastare i Fratelli Musulmani, cercando così di dotarsi di una legittimità religiosa. Questa strumentalizzazione della religione ha, di fatto, marginalizzato i copti. La loro comunità affronta oggi insormontabili ostacoli burocratici per la costruzione dei propri luoghi di culto. Inoltre, i cristiani hanno meno possibilità di accedere ad alcuni incarichi nell’amministrazione pubblica e sono poco rappresentati nelle istituzioni del paese. C’è da notare che la gerarchia copta mantiene una posizione di neutralità nei confronti del regime. Per conservare privilegi, non interferisce nella politica se non per sostenere simbolicamente il regime. Il patriarca Chenouda III ha pubblicamente dichiarato, di recente, di essere a favore della candidatura del figlio di Mubarak alle prossime elezioni presidenziali. Un altro fattore determinante nel rendere sempre più complicata la situazione dei cristiani arabi è l’ingerenza – che dura da circa due secoli – di alcuni governi occidentali negli affari del Medio Oriente. La creazione di un sistema politico confessionale in Libano fu imposto dalla Francia, con l’intento di favorire gli interessi dei cristiani maroniti. In Iraq gli Usa hanno imposto uno stato “etnico-confessionale” condiviso tra sciiti, sunniti e curdi. L’ingerenza dell’Occidente “cristiano” in questa regione a maggioranza islamica ha portato alla sedimentazione nella memoria della popolazione musulmana di un’immagine negativa dei cristiani, visti come la quinta colonna delle potenze occidentali. Purtroppo l’atteggiamento odierno di alcuni governi europei rafforza questo grave pregiudizio. Qual è il sentimento che gli iracheni, alle prese con lutti e funerali causati da una devastante guerra americana, provano quando vedono l’Occidente scegliere le vittime della violenza da accogliere e da curare in base alla loro appartenenza religiosa? E che conseguenza ha ciò sulla convivenza tra due iracheni vicini di casa: uno musulmano e l’altro cristiano? A pagare il prezzo più alto di questa ingerenza sono i cristiani e i musulmani, figli della stessa terra.

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Mediterranée

Posto un’altra serie di articoli. Consiglio il sito di Limes e di Linkiesta. Buona lettura

9. L’equilibrio dei bisogni.pdf

10. L’Occidente e le crisi petrolifere.pdf

11. Il potere dei Gheddafi.pdf

12. La Libia nel caos.pdf

13. La Libia e noi, storia delle crisi petrolifere.pdf

14. Libia, la rivolta delle tribù.pdf

15. Libia, dalla tribù alla coscienza nazionale.pdf

16. Questa rabbia laica contagerà la Palestina.pdf

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Ingroia a Zugliano

SABATO 26 FEBBRAIO – ORE 17.00 Zugliano, Centro Balducci (dietro alla chiesa)

GIUSTIZIA E MAFIENel-labirinto-degli-dei-di-Ingroia.jpg

La testimonianza di un protagonista della lotta contro la criminalità organizzata

I luoghi dove la giustizia affronta le mafie sono quelli di frontiera, quelli più pericolosi per coloro che vi operano, ma anche quelli in cui più nette dovrebbero essere le differenze tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra buoni e cattivi.

Così, invece, non è. E mentre continua a sopravvivere quella fascia grigia in cui vivono coloro che non partecipano alla vita mafiosa, ma non fanno neppure nulla per avversarla, sembra diventare sempre più potente la mafia che non si riconosce a prima vista, che non opera con la coppola e con la lupara, ma con l’economia, la finanza e la politica in un patto di mutuo soccorso che finisce per avvelenare la nostra società.

Antonio Ingroia è uno degli uomini che con più determinazione partecipa a questa nuova forma di lotta alle mafie e che deve subire non soltanto i rischi che derivano dalla malavita, ma anche gli intralci posti lungo la strada da una politica che talvolta poi risulta connivente con la delinquenza organizzata. Anche per far comprendere meglio questa situazione drammatica, che non è più soltanto appartenente alle zone dove le mafie si sono sviluppate, ma che tocca tutti noi, Antonio Ingroia ha scritto “Nel labirinto degli dèi – Storie di mafia e antimafia” in cui narra le sue vicende di magistrato dando una lezione di giustizia, di etica e di dedizione civile che è difficile dimenticare ,di una storia umana che contiene tante storie umane, a cominciare da quelle dei maestri e amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

Pubblicato in: opinioni, Religioni, Storia

Cose mediterranee… e non solo

In questi giorni sto cercando di seguire il più possibile la situazione che si sta sviluppando nella parte di Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Negli ultimi anni non ricordo di aver visto manifestazioni popolari senza che venissero bruciate bandiere “occidentali” o simboli del mondo capitalista o senza che venissero invocati costantemente Allah e l’Islam. In Egitto, prima della caduta di Mubarak, le cronache erano concentrate sugli scontri tramusulmani e cristiani: cos’è sucesso? Si sono improvvisamente riappacificati? Tali scontri erano, in qualche maniera, pilotati, provocati? Sono tante le domande che mi passano per la mente e per trovare risposte possibili conosco una sola strada: conoscere, conoscere, conoscere. Posto qui sotto alcuni articoli tratti da Nigrizia, Limes, Corriere della Sera che abbiamo letto e commentato in classe o lo faremo a breve. Attenzione alle date perché non tutti sono recenti, ma certamente utili…

1. Maghreb, saldi di regime.pdf

2. Il crollo del Muro della paura.pdf

3. La fine del colonialismo inizia adesso.pdf

4. Le rivolte viste dall’Europa.pdf

5. Libia,il colonnello nel labirinto.pdf

6. Medioriente tra laicismo e fondamentalismo.pdf

7. Yemen.pdf

8. Fallaci e Gheddafi.pdf

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Storia

Un modo diverso di essere maschi

Ieri sera ho partecipato a Zugliano a un incontro con Ugo Morelli su Etica, giustizia ed estetica. Durante la serata lo scienziato cognitivo ha fatto riferimento al suo sito dove ha postato questa interessante riflessione sui tempi di oggi e il ruolo del maschio.

stabiae_3.jpgSarebbe facile limitarsi a esprimere un profondo sentimento di vergogna per un certo modo di intendere la mascolinità. Seppure la vergogna debba essere riconosciuta come una risorsa decisiva per un’etica dei comportamenti. La prova è che di vergogna se ne vede poca in giro in quest’epoca in cui si propone come stile di vita il “tutto è possibile”. Chiedendosi un po’ più approfonditamente cosa sta succedendo è naturale legare il tutto all’espansione dei valori individualistici e all’arroganza che li accompagna, la cui radice è principalmente maschile, anche se spesso imitata anche dalle donne. Si tratta di un individualismo che è divenuto così pervasivo da essere dato per scontato, dimenticando del tutto il fatto che non necessariamente il valore della persona debba ridursi alla privatizzazione dell’esistenza. Siamo esseri relazionali e senza gli altri con cui riconoscersi non siamo niente, pur se possiamo arrivare a pensare di essere tutto. Diviene importante cogliere l’occasione per chiedersi che cosa vuol dire essere maschi oggi. Sappiamo con evidenza che il dominio maschile della società è un fatto storico. Nasce in un certo tempo e si impone come modello unico. Sappiamo, inoltre, che quel dominio è figlio di un’elaborazione nevrotica e spesso violenta delle nostre debolezze di maschi. Eppure non è difficile trovarsi in situazioni in cui, tra maschi, persiste il modello del cacciatore; si perpetuano i concetti della conquista e del non farsi scappare le occasioni. Per non parlare dei linguaggi e dei pregiudizi diffusi negli ambienti lavorativi e nella vita di ogni giorno a proposito delle capacità femminili e del loro riconoscimento. Rimane indicibile e inconcepibile in molti campi l’emancipazione e l’espressione professionale femminile. In questo quadro si inserisce lo squallore delle vicende italiane di queste settimane. Sembra oltremodo importante non anestetizzarsi e sentire il disagio e la vergogna, ascoltare fino in fondo il risentimento di essere maschi, se l’essere maschi può voler dire quello che vediamo accadere. Si cercano, di questi tempi che sono definiti di crisi dei valori, degli orientamenti e dei valori di riferimento. Uno dei valori a cui dedicarsi sembra certamente quello del riconoscimento del fatto che noi esseri umani, tutti, uomini e donne, siamo, emotivamente e affettivamente parlando, portatori di aspetti materni e paterni. Abbiamo bisogno sia di contenimento che di determinazione, sia di cura che di autorevolezza. Riconoscerlo vuol dire assumersi la responsabilità dello sdegno e del risentimento come segno di civiltà umana, maschile e femminile. Esiste un modo diverso di essere maschi ed è un dovere civile esprimerlo nei fatti.

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3 ottimi incontri

Segnalo tre ottime occasioni di conoscenza e riflessione che si terranno a Zugliano presso la Sala Mons. Petris:

  1. Venerdì 18 febbraio 2011 20.30: Giustizia, etica ed estetica con Ugo Morelli
  2. Martedì 22 febbraio 2011 20.30: Senza Dio, del buon senso dell’ateismo con Giulio Giorello
  3. Sabato 26 febbraio 2011 18.00: Nel labirinto degli dèi, storie di mafia e antimafia con Antonio Ingroia

Qui altre informazioni

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La mia “Notte dei desideri”

Caro Lorenzo, ti seguo da sempre, da quando mi chiedevo come facevi a piacere ai miei coetanei quindicenni mentre cantavi “sei come la mia moto”… Ora sono un insegnante di religione e utilizzo spesso i tuoi testi per lavorare con gli studenti. Ho sempre trovato “La linea d’ombra” perfetta per parlare di etica, responsabilità, scelte, coraggio… Due settimane fa ho acquistato il tuo ultimo doppio cd: beh, fantastico! Lo ascolto quasi ogni mattina in auto e aiuta a darmi energia e carica. Sono poi rimasto affascinato da “La notte dei desideri”. Vedi, io penso che ci siano essenzialmente due modi di approcciarsi alle canzoni: mantenendosi coerenti con l’autore e quindi cercare di capire cosa lui voleva dire con quel brano, oppure mantenendosi coerenti con le proprie emozioni e quindi andare oltre le intenzioni dell’autore per ascoltare se stessi. E allora mi sono divertito con il secondo approccio. Quando ho letto il titolo “La notte dei desideri” nella tracklist sono rimasto incuriosito perché stavo preparando una riflessione sul tema della notte nella musica contemporanea: ho sperato che il testo potesse essere utile. Poi l’ho ascoltata e letta e la mia fantasia è subito andata non ad “una” notte ma a “quella” notte, quella della Resurrezione.

La notte della tua canzone è abitata da una musica dal ritmo semplice ma in grado di attirare, catturare, incantare un gran numero di persone disposte ad attraversare anche terre desolate pur di raggiungere mete migliori lontane dal freddo calcolo della ragione (mi viene da leggervi la fede). La luce domina in questa notte in cui ogni cosa è investita dalla luce di stelle cadenti. Il protagonista con le due chiavi, quella del coraggio e quella della paura mi ricorda tanto i personaggi di Pietro, di Tommaso, degli apostoli colti dalla paura nell’incontro col risorto, un timore che poi diventa il coraggio della testimonianza. E’ infatti venuto il momento di partire, senza per forza chiedersi quale sia la destinazione del viaggio: per gli apostoli è una regola che vale dal momento della chiamata e che ora si è fatta ancora più forte. Volendo strafare, ho pure collegato i barbari della canzone con le lingue parlate dagli apostoli col dono dello Spirito. Infine: “Le montagne che dividono i destini si frantumano diventano di sabbia, al passaggio del momento di splendore si spalanca la porta della gabbia”. Nelle montagne che dividono i destini vi ho visto le difficoltà che separano gli uomini (gli ostacoli del cuore canterebbero Elisa e Ligabue) destinate a crollare, a diventare sabbia, grazie al momento di splendore, alla luce della Risurrezione che “spalanca la porta della gabbia” (“la pietra era stata rimossa dal sepolcro” Lc 24,2).

Grazie per tutte le emozioni che sempre regali!

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Sull’amicizia

Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto

L’Albero degli amici”

Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.

Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.

I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino presenta altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.

 

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Modernità, fondamentalismo o III via?

Posto ancora un articolo decisamente interessante sulla questione egiziana, visto che le proteste si stanno espandendo. E’ un pezzo di Enrico Beltramini, tratto da Limes

Benché i commentatori si distinguano tra quelli che dicono di capire tutto e quelli che dicono di non capire niente di quello che sta succedendo in Africa settentrionale, c’è un punto sul quale credo siamo tutti d’accordo. E cioè che tutte le interpretazioni possibili su quanto sta infiammando il mondo islamico possono essere riassunte in due grandi categorie: è una reazione alla modernità; è l’ingresso nella modernità. La prima interpretazione ha svolto un ruolo preminente negli ultimi dieci anni. La seconda è probabilmente quella che ne prenderà il posto.

Per anni abbiamo pensato che l’Islam fondamentalista fosse una reazione alla modernità. Liberate dal giogo colonialista, le nazioni mussulmane ritrovavano il loro baricentro in un mondo pre-moderno; meglio, non-moderno, visto che quelle nazioni non avevano vissuto la modernità. E, a quanto pare, non avevano alcuna intenzione di farne parte. La religiosità quindi diventava il collante di un sentimento più complesso e profondo, che aveva nella tradizione militante anti-occidentale la sua origine. Questa interpretazione prende il via con la rivolta iraniana del 1979 e tutto quello che ne seguì. I paesi islamici furono divisi tra non-democratici e secolari da una parte (cioè gli amici dell’Occidente) e non democratici e fondamentalisti dall’altra (i nemici). Ovviamente, i primi erano i regimi dittatoriali o militari (l’Egitto e l’Iraq erano tra questi). La secolarizzazione diventava il bagnasciuga sul quale fermare l’invasione dell’orda fondamentalista. Sia detto tra parentesi, il punto principale di questa visione era che l’Islam fondamentalista è una reazione. Implicita in questa interpretazione è l’idea che l’Occidente guida, l’Islam segue; anzi, reagisce. L’Occidente fissa le regole del gioco, l’Islam può accettarle o rifiutarle, ma a quanto pare è esclusa l’ipotesi che possa esso stesso fissare le regole di un nuovo gioco.

Questa la situazione fino all’11 settembre 2001. L’attacco alle Torri Gemelle ovviamente rimette in discussione le assunzioni precedenti. Però – anche in questo caso – le opzioni sono soltanto due: al-Qaida è espressione del fondamentalismo religioso; al-Qaida fa parte della modernità. L’amministrazione Bush propende per la prima ipotesi. Al-Qaida è un fenomeno anti-moderno che cerca di riportare indietro le lancette dell’orologio, alla creazione di un nuovo califfato islamico modellato sull’impero arabo del VII secolo. E ne trae le relative conseguenze: il fondamentalismo religioso alza la posta, il cuscinetto offerto dai regimi islamici secolari non offre più protezione, il terrorismo è diventato uno scontro frontale e diretto – senza intermediari – tra Occidente e Islam. Nel caso di Tony Blair la democrazia – cioè la modernità – prendeva il posto della croce nella nuova guerra con l’Islam. Nel caso di Bush jr, la democrazia e la cristianità si fondevano in un’unica missione, la modernizzazione forzata dell’Islam come crociata. L’altra ipotesi, comunque, era altrettanto possibile. E cioè che Osama Bin Laden facesse parte della modernità; che al-Qaida fosse un fenomeno moderno. In questa prospettiva, l’agenzia terroristica di Bin Laden esprime – magari involontariamente – l’ingresso dell’Islam nella modernità; ne è quasi un’avanguardia, così come avanguardie furono certe élite intellettuali e sociali europee che aprirono il secolo dei Lumi, la democrazia alle masse, e così via. Bin Laden è prigioniero di un paradosso: combatte il mondo dal quale non soltanto trae nutrimento economico e culturale, ma la distruzione del quale è la sua unica raison d’etre, senza il quale egli stesso non esisterebbe. In questa prospettiva, ci dobbiamo attendere sorprese dal mondo islamico: movimenti magari incomprensibili all’inizio, ma che progressivamente rivelano una lenta – magari incontrollabile, ma certamente inarrestabile – transizione verso la democrazia. Il fondamentalismo islamico, quindi, sarà superato dal di dentro, da un travolgente desiderio di democrazia, di modernità; sarebbe da aggiungere, di “occidentalità”. La teoria di Francis Fukuyama, la “Fine della Storia” applicata all’Islam. Il fondamentalismo islamico, quindi, è il sintomo e non la causa di un malessere delle società islamiche avviate ad abbracciare la modernità. È evidente che – più o meno – questa è l’interpretazione prevalente in Occidente di quanto sta accadendo in Egitto (e in Tunisia, Algeria, e così via): la fine della storia e l’occidentalizzazione dell’Islam. Attraverso uno strumento occidentale – il digital social network – le masse giovanili arabe chiedono la libertà e la democrazia – valori occidentali. L’Occidente non ha più bisogno di appoggiare impresentabili regimi militari per arginare la marea fondamentalista perché la società islamica sta creando al suo interno un’alternativa secolare e democratica. Insomma, l’Islam sta diventando moderno. L’amministrazione Obama guarda con simpatia e trepidazione a quanto sta avvenendo: simpatia per la direzione presa, trepidazione perché il fenomeno potrebbe essere bloccato da un rigurgito militare o dittatoriale; oppure deragliare nel fondamentalismo. La divisione tra Islam e Occidente ora si rispecchia all’interno della stessa società araba. È superfluo aggiungere che l’Occidente sostiene e appoggia l’anima filo-occidentale della società araba.

Ovviamente, c’è una terza opzione. C’è sempre stata. E cioè che le nazioni islamiche seguano la loro Storia, le loro dinamiche interne sulle quali l’Occidente svolge un’influenza abbastanza marginale e non necessariamente funge da modello. Che la Storia soffi all’interno del mondo islamico in direzioni e con movimenti che sono estranee alla tradizione occidentale. Che quanto sta avvenendo a Il Cairo e nelle altre città mediorientali risponda e fenomeni interni alle società arabe che hanno poco a che spartire con la storia occidentale e che quindi siano permeabili alle categorie interpretative non occidentali. Magari potremmo approfondire questa ipotesi, perché potrebbe un giorno rivelarsi quella giusta.

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Il caso Egitto e l’Islam

Qualche giorno fa, poco prima delle dimissioni di Mubarak, su Asianews è uscito questo articolo molto interessante

In Egitto i giovani stanno cambiando l’Islam, separando religione e politica

Il Cairo (AsiaNews) – Nella Piazza Tahrir non vi sono soltanto rivendicazioni sociali (salari, occupazione, pane, ecc..), ma si sta attuando una mutazione dell’islam. I giovani infatti rifiutano sia la dittatura militare che la repubblica islamica; vogliono uno Stato moderno che garantisca cittadinanza piena a tutti, cristiani o musulmani. Ne è una prova il fatto che dal 25 gennaio, da quando sono iniziate le manifestazioni, la polizia ha cancellato il controllo delle chiese cristiane e non è avvenuto nessun attentato. Proprio per questo, quanto avviene in questi giorni al Cairo può cambiare il mondo arabo e l’intero pianeta. Queste sono alcune delle importanti riflessioni che un’illustre personalità cristiana egiziana ha voluto condividere con AsiaNews. La firma di questo articolo è uno pseudonimo.

Piazza Tahrir trabocca ancora oggi di centinaia di migliaia di giovani e vecchi, uomini e donne, contrariati e scontenti per il discorso di Mubarak di ieri. Ieri sera, il rais, in un messaggio televisivo ha escluso in ogni modo il suo abbandono del potere, come invece continua a chiedere ancora oggi la folla. Mubarak ha solo promesso di cedere alcuni poteri al suo vice Omar Suleiman, ma ha deciso di restare al potere fino alle elezioni presidenziali del prossimo settembre. Quest’oggi, mentre cresce il numero dei dimostranti nella capitale e in altre città dell’Egitto, il Consiglio supremo dell’esercito ha  dichiarato che toglierà lo stato di emergenza “non appena si conclude la situazione attuale”. Alcuni suppongono che vi sia divisione fra Mubarak e l’esercito e che i soldati prima o poi sosterranno in modo esplicito la popolazione. Non si conosce tutto il gioco dietro le quinte: è come essere nella nebbia. Ma una cosa è certa: i giovani continueranno a manifestare, domandando sempre di più. È importante mantenere la pressione sul potere e non lasciarlo tranquillo e soddisfatto di parole generiche e promesse vaghe. Questi giovani non smetteranno le rivendicazioni e le manifestazioni continueranno. Sono stati così ingannati e trattati male dal regime che non vorranno abbandonare la piazza. Se smettono, la società viene ripresa ancora tutta in mano alla dittatura. La speranza è che non si crei violenza. Mi sembra che finora da parte dei giovani e dell’esercito vi sia una specie di “gentlemen agreement” nel non ricorrere alla violenza. La violenza l’hanno usata i criminali, non i giovani.

Fa impressione la comunità internazionale. Si rincorrono voci secondo cui una portaerei americana si è portata nel Golfo persico e un’altra nel Mediterraneo orientale, forse per garantire il traffico a Suez; che Israele consiglia all’Egitto una transizione “calma”; che l’Iran augura al Cairo una repubblica islamica a sua immagine e somiglianza… Di fronte a queste rivolte di popolo, ciascuno cerca il suo interesse. Nessuno di questi poteri stranieri cerca o è attento all’interesse del popolo egiziano. Tutti sono guidati dalla realpolitik e dai propri affari. A breve termine questo dà frutti, ma a lungo termine è una sconfitta. Gli Stati Uniti ad esempio, hanno sempre sostenuto l’integrismo islamico (Arabia saudita, Talebani, ecc…). In tal modo essi si sono garantiti i profitti del petrolio. Ma la diffusione dell’integralismo islamico nel mondo ha messo a rischio tutta la civiltà occidentale. Il fatto più grave è che quanto più gli integralisti alzano la voce, tanto più i moderati si zittiscono. Siamo davanti al rischio di gettare nella spazzatura la cultura e la civiltà mondiale a causa di un gruppo violento e fanatico, che fa tacere i moderati e intimidisce gli occidentali, preoccupati solo di frasi politicamente corrette, di non apparire troppo anti-musulmani, islamofobici. La più parte degli Stati nell’occidente cade in questo tranello. I governi di sinistra non hanno fatto altro che accogliere, dialogare, e in nome dell’umanità, della tolleranza, hanno prosciugato le casse della sicurezza sociale. Siamo ormai davanti a un fallimento sociale e di civiltà. I governi di sinistra sono stati corrotti. Da parte loro, i governi di destra hanno avuto buon gioco: hanno preso il potere dando una risposta più dura, opponendosi al mondo islamico, senza dialogare.

Quanto succede in questi giorni in Egitto, costituisce un passo importante per il mondo arabo e per il mondo. È ormai chiaro a tutti che quello che stiamo vivendo non è semplicemente un problema interno, ma una questione che abbraccia il mondo intero. Ciò che succede qui supera di molto i confini nazionali. I giovani non stanno solo domandando maggiori sicurezze sociali, ma è l’islam che sta passando attraverso una mutazione. Le richieste dei giovani implicano una precisa distinzione fra religione e politica. Essi rifiutano sia la dittatura militare, sia la rivoluzione islamica stile Iran. Essi vogliono un sistema di governo basato sulla società civile. Vogliono la libertà, uno Stato di tipo moderno. Se l’Egitto fa questo, tutto il mondo arabo potrà seguirlo, perché esso è il Paese leader del mondo arabo-musulmano. Ma se questo avviene nel mondo arabo, potrà seguirlo il mondo intero. L’Egitto è un simbolo. Anche se la maggioranza dei giovani in piazza Tahrir sono musulmani, essi rifiutano uno Stato musulmano, a modello dei Fratelli musulmani. Questi sono sempre più marginalizzati e hanno molto meno peso e influenza di quanto si pensi. Mubarak attribuiva a loro un immenso potere. Ma il motivo è ormai chiaro: agitando lo spettro dell’integralismo islamico davanti agli Stati Uniti, riceveva grossi aiuti economici. Esagerare il pericolo dei Fratelli musulmani nei confronti di Israele, era un gioco facile per irretire gli Stati Uniti, facendo intendere che senza di lui ci sarebbe stata la guerra, la violenza, lo Stato islamico. Vale la pena notare un fatto: dopo il 25 gennaio, la polizia ha smesso la custodia e la vigilanza davanti alle chiese. Si poteva temere che ci sarebbero stati attacchi e distruzioni – come è avvenuto il 31 dicembre nella chiesa di Alessandria –  e invece non è successo niente. Tanto che alcuni sospettano che l’attentato di Alessandria sia stato provocato da ambienti vicini al ministero egiziano degli interni. Voglio fare un appello a voi occidentali: sostenete moralmente i giovani egiziani; fate pressione sui vostri governi e sui grandi organismi internazionali che difendono la libertà religiosa e le libertà civili, perché i Paesi musulmani accettino una visione moderna dello Stato, dove c’è uguaglianza per tutti, libertà di espressione, di pensiero, di religione e di conversione. Insomma, perché ci sia una distinzione radicale fra l’islam e la politica. Proprio come chiedono i giovani di piazza Tahrir.

Husani Massri

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Dati recenti sulla pena di morte

In terza stiamo parlando di pena di morte. Come avevo promesso pubblico i dati recenti tratti da www.nessunotocchicaino.it

LA SITUAZIONE AD OGGI
 
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2009 e anche nei primi sei mesi del 2010.
I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 154. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 43, a fronte dei 48 del 2008, dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.
Nel 2009, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 18, notevolmente diminuiti rispetto al 2008 e al 2007 quando erano stati 26.
Il graduale abbandono della pena di morte è anche evidente dalla diminuzione del numero di esecuzioni nei Paesi che ancora le effettuano. Nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 5.679, a fronte delle almeno 5.735 del 2008 e delle almeno 5.851 del 2007.
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, non si sono registrate esecuzioni in 9 Paesi che le avevano effettuate nel 2008: Afghanistan, Bahrein, Bielorussia (che però ne ha effettuate due nei primi mesi del 2010), Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mongolia (che nel frattempo ha deciso una moratoria delle esecuzioni), Pakistan, Saint Kitts e Nevis e Somalia.
Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Thailandia (2) nel 2009, dopo uno stop nel 2008; Taiwan (4) e Autorità Nazionale Palestinese (5) nel 2010, dopo cinque anni di sospensione. penadimorte.jpg
 
Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.
Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
 
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 5.000 esecuzioni (più o meno come nel 2008 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti), il dato complessivo del 2009 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.608 esecuzioni (il 98,7%), in calo rispetto al 2008 quando erano state almeno 5.674.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (52) nel 2009.
In Africa, nel 2009 la pena di morte è stata eseguita solo in 4 Paesi (con la Somalia, erano stati 5 nel 2008) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (1), Egitto (almeno 5), Libia (almeno 4) e Sudan (almeno 9) – come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente.
Nel settembre 2009, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli ha organizzato nella capitale ruandese Kigali una conferenza sulla pena di morte nella regione centrale, orientale e meridionale del continente africano. I 50 partecipanti hanno chiesto ai Paesi africani di seguire l’esempio del Ruanda e di abolire la pena capitale, attraverso l’istituzione di moratorie formali e l’adozione di un protocollo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena capitale in Africa. “Invitiamo tutti i Paesi membri dell’Unione Africana che non l’avessero ancora fatto a sottoscrivere gli Strumenti sui Diritti Umani che proibiscono la pena capitale, vale a dire il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto di Roma (della Corte Penale Internazionale), adeguando la propria legislazione nazionale”, è scritto nel documento finale.
Tra il 12 e il 15 aprile 2010, il gruppo di lavoro sulla pena di morte della Commissione Africana sui diritti umani ha organizzato un secondo incontro regionale a Cotonou, nel Benin. Alla conferenza, che si è concentrata sui paesi africani settentrionali e occidentali, hanno partecipato circa 50 rappresentanti provenienti da 15 paesi della regione. La sessione plenaria e i gruppi di lavoro si sono soffermati sulla questione della pena di morte in Africa e sui mezzi per realizzare l’abolizione.
All’incontro regionale di Cotonou, il secondo dopo quello di Kigali, seguirà una conferenza continentale con esperti e rappresentanti degli stati membri dell’Unione Africana. Il Commissario Sylvie Kayitesi, che presiede il gruppo di lavoro, ha in mente di presentare ai capi di Stato e di Governo africani una proposta di protocollo aggiuntivo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, relativo alla pena di morte. Questo darebbe all’Africa la possibilità di adottare uno strumento vincolante che comporti la sua abolizione.
 
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni. Ne era stata effettuata almeno 1 nel 2007 e, secondo i dati OSCE, almeno 3 nel 2006 e 4 nel 2005.
Una risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte è stata adottata durante la sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che si è tenuta a Vilnius, in Lituania, tra il 29 giugno e il 3 luglio 2009. La risoluzione invita la Bielorussia e gli Stati Uniti ad adottare un’immediata moratoria sulle esecuzioni e chiede al Kazakistan e alla Lettonia di modificare la loro legislazione nazionale che ancora prevede la pena di morte per alcuni tipi di reati commessi in circostanze eccezionali.
 
Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte. Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte. Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra. Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto. Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto. Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
 
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato. Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese. Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati. Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte. Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa. Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte. Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo. Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione in ergastolo della pena capitale per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati. Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.
 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
 
Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni. Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Ancora su Dio e il male

L’articolo che segue è di Sergio Givone e non è proprio facilissimo, ma è un interessante contributo a quanto abbiamo affrontato in quinta

Dice ancora qualcosa la morte di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. L’annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello (secolarizzazione, scristianizzazione, pensiero unico, e così via). Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi. Un po’ come dire: siamo moderni, emancipati, la fede in Dio appartiene al passato. Dovranno passare secoli – è sempre Nietzsche a sostenerlo – prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo e misterioso di questa morte.maschera1R375_31ott08.jpg Che la morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio. Non fosse che per distruggere e negare quest’idea, liquidando al tempo stesso ogni forma di trascendenza: sia la trascendenza della legge morale, sia la trascendenza del senso ultimo della vita. Tutte cose che costringerebbero l’uomo in uno stato di sudditanza e gli impedirebbero di realizzare la sua piena umanità. L’ateismo in Dio vede il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una bellissima idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un «animale selvaggio » come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza. Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo. Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo del male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie. A differenza del nichilismo, l’ateismo pur negando Dio ne reclama o ne evoca la presenza. Esemplare da questo punto di vista il ragionamento (che a Voltaire sembrò invincibile) svolto da Pierre Bayle. Il male c’è, indiscutibilmente. Come la mettiamo con Dio? O Dio non vuole il male ma non può impedirlo, e allora è un dio impotente; o Dio può impedire il male ma non vuole, e allora è un dio malvagio; o Dio non può e non vuole, e allora è un dio meschino (oltre che impotente); o Dio può e vuole (ma di fatto non lo impedisce), e allora è un dio perverso. Dunque: non può essere Dio un dio impotente oppure malvagio oppure meschino oppure perverso. Obietterà Leibniz: non è vero che Dio lasciando essere il male si condanna alla malvagità e quindi alla non esistenza. Il bene, sul piano ontologico, è infinitamente più grande del male: anche se il bene è silenzioso, spesso invisibile, e invece il male sconquassa il mondo. Il valore positivo del bene è infinitamente più grande del valore negativo del male. Non solo, ma il bene è ogni volta una vittoria sul male, mentre non si può dire che il male sia una vittoria sul bene, perché il bene resta, anche se c’è il male, e al contrario il male, pur non cancellato, è vinto dal bene. Perciò Dio, pur potendolo, non impedisce il male. Se lo facesse, col male toglierebbe anche il bene. Quel bene che, rispetto al male, è un di più di essere, di vita, di senso. Lasciamo stare se gli argomenti di Bayle siano convincenti e se la risposta di Leibniz possa soddisfare pienamente. Certo è che tanto l’ateismo di Bayle quanto il teismo di Leibniz concordano su un punto: è alla luce dell’idea di Dio che il male rivela la sua natura per così dire «innaturale», sconcertante, scandalosamente disumana. Tolto Dio, certo si continua a soffrire, e cioè a patire le offese che la natura reca agli uomini e gli uomini a loro stessi, ma quanto più debole sarebbe quel «no, non deve essere» che osiamo dire di fronte al male chiamando in causa Dio… Il nichilismo, a differenza dell’ateismo, non vuole vedere il male, non può vederlo. E questo per la semplice ragione che Dio non è più l’antagonista, il nemico: semplicemente non è più. Lo stesso si deve dire del male: non è più. Evaporato, dissolto, fattosi impensabile. «L’unico senso che do alla parola peccato – ha detto recentemente un filosofo che fa professione di nichilismo – è quello che è contenuto nell’espressione: che peccato!». Viva la chiarezza. Il nichilismo è subentrato all’ateismo. Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un problema il male – Dio è morto, e questa sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che perfettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo.

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Un ricordo di Samuel Ruiz

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Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista

“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]

Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]

Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]

Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]

Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».

 

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Una tragedia vicina

Ancora da Avvenire traggo una toccante testimonianza raccolta da Lucia Bellaspiga sulle foibe

«La gente spariva di notte». L’incubo è rimasto negli occhi di Piero, che allora aveva nove anni e, di notte, vide portar via suo padre, legato col filo di ferro: erano le due tra il 3 e il 4 maggio 1945, quando nella sua casa di Gallesano, alle porte di Pola, in Istria, fecero irruzione in quattro, tre in divisa scalcinata e berretto con la stella rossa di Tito, uno in abiti civili che parlava italiano: «Seguici in caserma, ti dobbiamo interrogare». La guerra è appena finita, i tedeschi sono sconfitti, e mentre il resto d’Italia festeggia la liberazione dal nazifascismo e l’arrivo degli alleati anglo-americani che portano ventate di rinascita, nella Venezia Giulia la “liberazione” avviene per opera degli jugoslavi: al nazismo succede il comunismo. E le foibe. «Mentre gli altri italiani scendevano in strada gioiosi, noi conoscevamo i giorni dell’ira e delle vendette. E andavamo a dormire col terrore di non svegliarci nel nostro letto». ingresso_foiba.jpgSuo padre era “colpevole” di avere un negozio di generi alimentari, altri di essere stati maestri di scuola, postini, messi comunali, sacerdoti, carabinieri… L’ordine era di de-italianizzare Istria, Fiume e Dalmazia, e il genocidio fu scatenato in due ondate: la prima dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando sparirono in foiba settecento persone nella sola Istria, la seconda a guerra finita, dal maggio del 1945 in poi, quando gli jugoslavi occuparono l’intera Venezia Giulia fino a Trieste. «Nel ’43 in famiglia avevamo avuto il primo di sette lutti – racconta oggi Piero Tarticchio, 75 anni, artista e scrittore, testimone in centinaia di scuole italiane di quanto avvenne sull’altra sponda dell’Adriatico – quando don Angelo Tarticchio, cugino di papà, venne arrestato, torturato, mutilato orrendamente e poi, ancora vivo, gettato in foiba con una corona di filo spinato calcato sulla testa per dileggio. La sua salma fu recuperata dai vigili del fuoco di Pola insieme ad altre 243…». Al funerale dello zio sacerdote Piero andò tenendo per mano suo papà: «Ricordo che me la stringeva forte. Non poteva prevedere che un anno e mezzo dopo sarebbe toccato a lui». La storia di Piero – come avviene in altri olocausti – è tragicamente ripetitiva: nelle case gli sgherri di Tito che irrompono, il furto volgare di tutto ciò che possono arraffare, il pretesto di un interrogatorio sulla base di accuse assurde, un padre o una madre trascinati via e spariti nel nulla. Come rivelano montagne di documenti, gli alleati anglo-americani sapevano e lasciavano fare. Racconta Tarticchio: «Milovan Gilas, teorico del Partito comunista jugoslavo, nei suoi diari annota “dovevamo fare in modo che gli italiani se ne andassero da quella terra e così fu fatto”. Nel 1992 lo ribadì in un’intervista a Panorama, confermando una pulizia etnica decretata ufficialmente». Negli occhi del piccolo Piero, e di centinaia di bambini come lui, l’ultima immagine del padre spinto fuori con il calcio del fucile e mai più tornato. Nelle orecchie il pianto delle donne: «Ancora oggi non riesco ad ascoltare le donne che piangono, sto male…». E in tutte le case, poi, una madre che i figli di allora, sopravvissuti alla mattanza, oggi raccontano così: «Con un coraggio impressionante andò al comando della polizia segreta di Tito a Carlovac a chiedere notizie del marito. Ricordo un particolare: dopo la deportazione di papà il mio solo privilegio fu di dormire con la mamma nel lettone e lei, sapendo del mio trauma, mi lasciava toccare il lobo del suo orecchio…. aveva un orecchino di oro e perla, al ritorno da Carlovac non lo aveva più». Per qualche settimana suo padre fu recluso nel castello di Pisino, a 30 chilometri in treno da casa, e tutti i giorni madre e figlio si recavano là sotto: «C’era un’inferriata e a uno a uno i prigionieri si sporgevano e salutavano. Un mattino nessuno si affacciò più». Un vecchio raccontò che erano stati caricati sui camion e portati a Fiume per il processo, ma a Fiume non giunsero mai. «Tutti gli anni, nel giorno dei Morti, mi reco in Istria – racconta Tarticchio – e porto un mazzo di fiori in un cimitero qualsiasi… Sono bellissimi i cimiteri istriani, andateli a vedere. Scelgo la tomba più disadorna, la tomba di uno sconosciuto, non guardo nemmeno se è di un italiano, è il solo modo che ho per onorare mio padre. Sulle foibe però non vado, fa troppo male: i lager sono diventati veri santuari, sulle foibe nemmeno una croce». Come tutte, anche la storia di Piero finisce con la diaspora. «La mamma, saputo che rischiavamo lei i lavori forzati, io il collegio di rieducazione comunista a Maribor, raccolse le 143 lire che ci restavano e mi portò via a piedi di notte, strisciando sotto i reticolati, fino a Pola, poi da lì sulla motonave Trieste l’addio per sempre alla mia amata terra che il Trattato di Parigi il 10 febbraio, oggi Giorno del Ricordo, nel ’47 cedette alla Jugoslavia: l’Italia intera aveva perso la guerra, ma solo noi pagavamo il suo debito». Iniziava così l’esodo dei 350mila. Per 57 anni la loro storia fu negata da quell’Italia per cui avevano perso tutto, e che anche oggi ha la memoria corta: «Ho sfogliato 31 libri di storia per i licei, solo due raccontano le foibe… Ma quale memoria pretendere da un’Europa che dimentica anche se stessa, che nega le proprie radici cristiane e stacca i crocifissi dai muri?».

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Un non cattolico a capo della Pontificia Accademia delle Scienze

Traggo da Avvenire di oggi questo interessante articolo di Andrea Lavazza sul dialogo Scienza/Fede

Metodico e asciutto, come ci si attende – fin troppo banalmente – da un professore svizzero, dice che per lui la nomina è «un grande onore e che l’accoglie come il riconoscimento per il contributo dato alle attività dell’istituzione di cui fa parte da trent’anni». Nessun cenno, anche di fronte a un’esplicita domanda di Avvenire, al fatto di essere un cristiano riformato e, come tale, il primo a sedere alla presidenza della Pontificia accademia delle scienze.

Ma la scelta di Benedetto XVI di porlo sullo scranno occupato fino alla sua morte, nello scorso agosto, dal fisico Nicola Cabibbo ha suscitato a caldo interesse e consensi proprio per la novità costituita dall’apertura a un non cattolico di un organismo della Santa Sede. Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1978, Werner Arber ha 81 anni e vanta una luminosa carriera nella ricerca, che prosegue anche oggi all’università di Basilea.scienza-fede.jpg

Fisico passato prestissimo alla microbiologia, deve la massima onorificenza scientifica alla scoperta e all’applicazione degli enzimi di restrizione, meccanismi di difesa dei batteri, che hanno provocato una rivoluzione nella genetica. Arber ama spiegare il complicato processo con una favola che inventò sua figlia Silvia, allora decenne, dopo aver ascoltato un racconto semplificato del padre: «In ogni batterio c’è un re, alto e magro, con molti servi, bassi e grassi. Papà chiama il re Dna e i servi enzimi. Il re è come un libro che contiene tutte le istruzioni per i servi. Papà ha scoperto un servo che usa le forbici; quando entra un invasore, lo taglia a pezzi per difendere il re. Gli scienziati raccolgono servi con le forbici e li usano per scoprire i segreti del re. Per questo papà ha vinto il Nobel». Uomo di scienza e di fede, non vede contrasti tra i due ambiti. «Molti pensano che la Chiesa abbia un atteggiamento negativo verso la ricerca. Ma non è questa la mia esperienza. Anzi, la Chiesa cattolica vuole essere informata sulla conoscenza scientifica più solida e avanzata e farvi ricorso». Di fronte alla prospettiva di uno scontro tra visione scientifica e visione religiosa, lo studioso sottolinea come «il Vaticano e le università pontificie sostengano attivamente il dialogo tra la scienza e la Chiesa attraverso, ad esempio, il progetto Stoq (Scienza, teologia e ricerca ontologica)».

Certo, il dialogo è perseguito, ma i risultati? «Spesso si ottengono ottimi frutti». Intellettuale rigoroso, Arber preferisce l’asciuttezza che non lasci spazio a enfasi o ambiguità. Se il discorso si sposta sui rischi che certa scienza può portare all’uomo e alla sua dignità (dalla distruzione di embrioni alla selezione prenatale fino alla clonazione), preferisce vedere il lato costruttivo: «L’impegno comune tra mondo della scienza, mondo dell’economia e società civile (che è rappresentata sia dai leader politici sia dalla Chiesa stessa) possono spesso evitare gli abusi nell’applicazione della conoscenza scientifica».

Netto, il nuovo presidente della Pontificia accademia, è anche sulle sfide che naturalismo ed evoluzionismo portano a una concezione della vita che voglia mantenere spazio per la specificità dell’essere umano. «L’anima e la dignità dell’uomo – risponde – fanno parte del regno delle credenze. Non possono dunque essere oggetto di un’investigazione scientifica». Tuttavia, ciò non significa opporre alla ricerca sul mondo naturale un fideismo che immunizzi una parte dell’esistenza dalle acquisizioni della scienza.

«Al contrario, non ho mai sperimentato una contraddizione tra l’essere uno scienziato e credere nelle verità del cristianesimo, né difficoltà nel tenere insieme questi due ambiti. Piuttosto, può essere che le mie intuizioni scientifiche abbiano per qualche aspetto e in qualche misura influenzato le caratteristiche della mia fede. Ma ciò lo considero soprattutto un arricchimento». La teoria genetica che Arber è andato delineando in mezzo secolo di studi l’ha portato a ritenere che «la natura si prenda attivamente cura dell’evoluzione». Un’affermazione che, scorporata dal rigore dei dati molecolari, ha portato qualcuno a definirlo «un Nobel scettico su Darwin» e arruolarlo tra i sostenitori del cosiddetto “disegno intelligente”. In particolare, l’avere scritto che «sebbene sia un biologo, devo confessare di non comprendere l’origine della vita» e che «la possibilità dell’esistenza di un creatore, di Dio, per me rappresenta una soluzione soddisfacente al problema» l’ha fatto arruolare tra i creazionisti anche in una controversia pubblica negli Stati Uniti.

Tanto da dover precisare di aderire alla «teoria neo-darwiniana dell’evoluzione biologica, che ho contribuito a confermare e precisare a livello molecolare». E oggi tiene a ribadire, con la massima onestà intellettuale, senza timore di scontentare gli uni o gli altri, che «è un dato di fatto che la scienza, con i suoi mezzi, non possa né provare l’esistenza di Dio, né provare che Dio non esista».