Un articolo un po’ lungo, ma molto molto interessante. E’ di Marco Ventura, pubblicato su Il club de La Lettura del Corriere.
“Sono studenti universitari come gli altri. Li incontri nel campus a passeggio sui viali, jeans, felpa e giubbotto, magari calzoncini corti nella bella stagione. Tra una lezione e l’altra li trovi ai tavolini della caffetteria. Li incroci a mensa, nei club studenteschi. O diretti alle residenze, con i sacchi della spesa. Sembrano distinguersi solo perché un po’ più avanti con gli anni. Devi entrare in aula con loro, per cogliere la vera differenza. Devi osservare che cosa succede quando il professore apre la discussione sul testo assegnato per quel giorno. La preparazione è impeccabile. La precisione è strabiliante. Senza guardare le fotocopie ricordano esattamente ciò che hanno letto. Ma se nelle prime lezioni chiedi di criticare l’autore, se spingi all’interpretazione personale, li metti in imbarazzo.
Comprendi allora che non sono studenti come gli altri. Ti spiegano: a dieci anni, per entrare nelle migliori scuole religiose, come la mitica Qarawiyyin di Fez, dovevano già conoscere il Corano a memoria. Per anni, da allora, la loro vita è stata apprendimento mnemonico, disciplina. Ora sono imam. Guide della comunità musulmana. Le loro famiglie sono orgogliose. Sono fieri di loro il Marocco e il suo re: Mohammed VI, comandante dei credenti.
Non sono studenti come gli altri, ma si trovano in questo campus universitario per diventarlo. A modo loro. Nel 2010, il ministro degli Affari religiosi marocchino, Ahmed Toufiq, siglò un accordo col rettore dell’università Al Akhawayn di Ifrane per l’istituzione di un corso di formazione per imam. In autunno arrivò il primo gruppo. Per tre anni gli imam studiano le religioni nella società contemporanea e l’islam globale. Autorità governative e accademiche hanno scommesso sulla compatibilità tra lo studio islamico tradizionale e il sapere occidentale. Uomini che dopo anni di scuola coranica hanno conseguito l’ijaza, titolo che consente l’accreditamento presso il ministero degli Affari religiosi, possono integrarsi in un’esperienza accademica all’americana. Gli imam che usciranno dal training saranno più forti, più completi: pronti per essere leader ovunque; a proprio agio a Meknes e a Montreal, a Casablanca e a Manchester.
Dopo tre anni, il progetto è ormai consolidato. Il governo del Mali ha firmato un accordo per inviare propri imam. Sembra che nelle scorse settimane anche la Tunisia abbia raggiunto un’intesa con le autorità marocchine. Al corso in scienze religiose, religious studies, disegnato per gli imam, s’iscrivono anche studenti americani e europei, che vengono qui soprattutto per l’islam. Connell Monette e Emilie Roy, rispettivamente direttore e professoressa nel programma, sono canadesi, con un solido percorso nordamericano nei religious studies. Il loro primo problema con gli imam è stato l’inglese, lingua ufficiale del corso. Ma la vera questione è più profonda. Dopo lunghi anni di madrassa, di scuola religiosa, gli imam che arrivano a Ifrane sono supini all’autorità del testo e dell’insegnante e hanno una testa divisa in due: esiste il sì e il no, il vero e il falso. L’islam è verità, il resto è ignoranza. Studiare l’islam secondo il metodo tradizionale fa bene; invece studiare qualsiasi altra cosa, soprattutto le altre religioni, fa male.
Monette, Roy e gli altri professori provano a spezzare la naturale resistenza dei loro studenti speciali senza minacciare la loro reverenza per l’islam. Lo studio critico della religione è proposto come un altro mondo che può aggiungersi a quello delle scuole coraniche. Il modello educativo dei religious studies di Al Akhawayn, scrivono Monette e Roy, «non è alternativo, ma di complemento» all’educazione tradizionale ricevuta nelle madrasse. Il banco di prova è lo studio della preghiera rituale musulmana, salât. Non si mette in discussione la verità islamica sul culto a Dio. Ma si usa il concetto di salât anche per definire in qualsiasi religione la ritualità, il comportamento esteriore, e si aiuta lo studente a familiarizzarsi con la categoria accademica di «rituale», cui non è più necessario applicare un giudizio di verità e falsità.
Il compito di professori e studenti è titanico. Si tratta di riconciliare due mondi straordinariamente diversi, fin nel paesaggio. Gli imam che hanno studiato a Fez sono cresciuti nella medina, con l’odore che sale dalle vasche in cui si conciano le pelli, i canti delle confraternite sufi, la ressa per le viuzze in cui si ammassano pezzi di carne e stoffe, datteri e ciambelle. È tutto diverso quassù a Ifrane, sul Medio Atlante, 1.600 metri di altezza, la Chamonix del Nord Africa. Struttura e vita del campus sono da università americana. Potresti scambiare il minareto della moschea per il campanile di Berkeley, se non fosse per la neve che ricopre i prati. I manifesti in bacheca pubblicizzano un corso di maquillage, la seduta settimanale di sensibilizzazione contro le molestie sessuali, la conferenza di Aicha Belarbi, ex ministro femminista venuta da Rabat. In un’aula della biblioteca, Jeremy Gunn sta preparando la proiezione serale del corso di cultura americana. Dalla Grace Kelly quacchera di Mezzogiorno di fuoco al predicatore di Furore, alla Madonna di Material Girl e alla Lady Gaga di Beautiful, Dirty, Rich.
Per gli imam paga il governo, ma costa caro iscriversi in questa università, in cui i rampolli del Marocco benestante studiano ingegneria, management e comunicazione, mentre gli studenti americani e europei vengono a imparare come si cammina sul filo di scambi e denaro che collega l’Occidente al mondo arabo. Gli imam si mischiano a studenti, come l’italiana Sofia, che hanno fretta di crescere e di riuscire.
Il collega Bouziane Zaid mi ha invitato nel suo corso di comunicazione e sviluppo, per parlare della teologia della liberazione. Racconto di Oscar Romero, di Desmond Tutu. Una studentessa di Liegi con il velo si stupisce che in tanti anni nelle scuole cattoliche del Belgio nessuno le abbia mai parlato di tutto ciò; si entusiasma al pensiero di un islam liberatore degli oppressi. Kenza Oumlil mi ha invitato nel suo corso di teoria dei media. Agli studenti interessa il business, nessuno vuol fare il giornalista: mestiere troppo mal pagato, troppo pericoloso. Non per questo si tirano indietro quando viene il momento delle domande.
Mi incalzano sui due Papi, sul rinnovamento della Chiesa, su ciò che ho dichiarato in proposito ad Al Jazeera un anno fa. Non ci sono imam in aula. Questi corsi non fanno parte del programma. Ma alla mia conferenza, la sera, una dozzina di loro è in sala. Parlo dell’uso della religione nella politica post moderna: faccio scorrere le immagini del Dalai Lama e di Tom Cruise, di Berlusconi e Gheddafi, dei manifesti svizzeri anti-minareto, delle musulmane in marcia a Parigi contro la laicità che vieta loro di indossare il velo a scuola, dei barbuti che a Londra inneggiano alla sharia che dominerà il mondo, debellando la democrazia.
Un imam, a fine conferenza, mi dice la sua passione per un islam politico, la sua determinazione nel costruire una religione di progresso. Gli imam di Al Akhawayn si preparano a diventare gli ambasciatori nel mondo dell’islam del Marocco. Non hanno dubbi che il loro sia il migliore islam possibile. Moderato ed energico, tradizionale e moderno. Non hanno velleità rivoluzionarie. Stanno con un ministero degli Affari religiosi impegnato a costruire un islam ufficiale, di credo asharita e di scuola malikita, sensibile al sufismo e alle tradizioni popolari.
Nella geopolitica globale, quest’islam d’ordine piace a molti, anche in Occidente. Quello che avviene sul campus, tuttavia, sfugge alle strategie e ai disegni. È grande politica, certo, ma anche, soprattutto, traiettorie individuali. Glorianna Pionati, psicologa italoamericana del campus, mi dice che i problemi sono simili per tutti: l’ossessione della verginità, la paura dell’omosessualità, i diversi modelli sociali e familiari che fanno l’individuo a pezzi. C’è l’imam che ha trovato qui la fidanzata, l’imam già sposato, quello che attende la scelta delle famiglie. C’è chi resterà in Marocco, chi sogna il Canada. C’è chi è a disagio per questa formazione e chi grazie ai corsi, mi dice Emilie Roy, «ha smesso di vedere l’islam come una bolla di astrazione teologica». Ci sono infine i tanti che hanno solo voglia di capire, di fare, che si preparano a percorrere le strade del mondo pensandola come Gunn: «Il problema non sta nelle religioni, ma in coloro che popolano le religioni».”
La quaresima di Radio Deejay
Scrive Diego di Radio Deejay (!):
“bentornata tra noi! So che non sei abituata ad essere notata, ma quest’anno prometto di considerarti per quel che meriti, un’occasione per alzare l’asticella. Da oggi cominciano i quaranta giorni (che ricordano gli anni di esodo degli ebrei, nel deserto, e i giorni di digiuno e tentazione di Gesù, prima che iniziasse a predicare) che precedono la Pasqua. La festa più importante dei cristiani. No? Beh, così dovrebbe essere! Da oggi iniziano giorni in cui poter, se non seguire i precetti del digiuno ecclesiastico e dell’astinenza dalla carne il venerdì, quantomeno rimettere in discussione le nostre priorità. Provare a riempirci un po’ meno di cibo – e di cose materiali in genere – ad ascoltare ciò che abbiamo dentro. E magari scoprire che molte frustrazioni, tristezze e malesseri, ci vengono solo come conseguenza del nostro vivere in modo vorace, e che non abbiamo un tempo infinito per accumulare piacere sulla terra,e che presto o tardi si tornerà ad esser cenere (che dà il nome a questo speciale mercoledì) per cui vale la pena di pensare a chi aspetta le nostre scuse, un nostro sorriso, o un’attenzione che non abbiamo mai concesso. E imparare – come recita un antico libro, il Qoelet – che c’è un tempo giusto per ogni cosa, e vivere bene il tempo del digiuno, porta a godere il tempo della festa. E se viviamo bene il tempo presente , arriveremo pronti al nostro tempo per morire. Altrimenti tutta la nostra vita è inutile. E il tempo del ravvedimento, che c’è nell’ebraismo, nell’islam, e in tutte le pratiche religiose, è l’unico modo per cambiare in meglio, per far morire in noi le cose brutte e farne nascere di belle; per diventare uomini e donne nuovi. Che poi, per chi ci crede, si esprime con il termine risorgere.
Bentornata attesa!
Diego”
C’è qualcuno?
Ancora per sorridere: la utilizzeremo in seconda per discutere. Sta spopolando su fb e può essere spunto per numerose riflessioni.
Elogio del secchione
Sabato pomeriggio ho comprato tre libri. Uno di questi è “Centomila giornate di preghiera”, che ho iniziato stamattina. E’ un fumetto: ultimamente mi sto appassionando molto a questa forma letterario-artistica, soprattutto quando ha a che fare con la storia. Questo è sulla Cambogia, ma non mi soffermo su tale argomento. A pag. 13 ci sono queste parole: “Prendere dei bei voti è come stare assenti. Se non fai storie e te ne stai zitto e buono nessuno ha da ridire”. Quant’è vero, quant’è triste. Purtroppo ci sono classi in cui si instaura un regime di mediocrità scolastica: che cerca di tirarsi fuori è emarginato, isolato, preso in giro, messo in disparte. Per un gioco di parole chi pensa all’emersione è destinato all’emarginazione. La scorsa settimana in due classi ho fatto l’elogio del secchione. Sul vocabolario Treccani ho trovato: “alunno (e, nel femm. secchiona, alunna) che, anche senza avere capacità eccezionali, raggiunge tuttavia risultati discreti o addirittura buoni applicandosi allo studio con ostinata diligenza”. Ricordo che, quando frequentavo il liceo, nella mia classe c’era una ragazza dotatissima per la filosofia e un ragazzo dotatissimo per la matematica e la fisica. A loro non servivano tanti esercizi, non occorreva passare ore sulle pagine e sui quaderni: “Mi basta ascoltare il prof, poi vado a casa, leggo e sono pronta”. Che rabbia, che invidia! Io non ero così: a me servivano le ore, gli esercizi, la costanza, la perseveranza. Dovevo ricorrere a quella “ostinata diligenza”, certo con strappi e “trasgressioni”, ma quella era comunque la mia via. E lo è stata anche dopo, quando quei due compagni di liceo mi hanno detto che non bastava più quanto facevano al liceo per raggiungere le mete che si erano prefissati, quando ho visto mia moglie fare l’università, e il tirocinio, e la scuola di specializzazione, e il dottorato per arrivare là dove voleva arrivare. Determinazione, perseveranza, coraggio, ostinazione, sacrifici, forza d’animo, orgoglio (perché no?), caparbietà, resistenza… “Ostinata diligenza” non è una brutta cosa. E si può applicare in tutti i campi della vita.
E se volete farvi una risata andate qui.
Piazza Piazza
Ho appena letto due articoli molto interessanti sulla questione Ucraina e visto che non voglio traumatizzare nessuno (soprattutto per la lunghezza apparente del secondo) li metto in allegato come pdf. Il primo, decisamente più breve, è opera di Marcello Foa ed è comparso originariamente su Il Giornale ieri pomeriggio: la focalizzazione è sullo scontro Obama-Putin. Il secondo, più lungo, è un alto volo sulla crisi ucraina, quindi con una prospettiva più ampia. Va detto che è stato scritto il 22 febbraio, quindi non tiene conto, pur prospettandola, della crisi in Crimea. L’ho preso da Limes, che non ne è la fonte originaria, come si evince dall’allegato. L’autore è Dario Quintavalle. L’ho trovato molto piacevole e di facile lettura: dovete affrontarlo se desiderate capire il senso del titolo di questo post 😛
Tu dormi e non pensare ai dubbi
Sul filone del post “Appuntamento con lei” della scorsa settimana, oggi mi soffermo su una vecchia canzone che Enrico Ruggeri ha scritto per Fiorella Mannoia. Parto dalla seconda strofa perché sintetizza quello che molte studentesse e studenti di prima affermano quando parlano di cosa sia importante per loro nell’amore: il saper comunicare, il dirsi le cose, il rimanere innamorati con gli occhi dei primi istanti… “Ma se domani io mi accorgessi che ci stiamo sopportando e capissi che non stiamo più parlando ti guardassi e non ti conoscessi più”. Ruggeri elenca i rischi di una relazione stantia, appiattita sulla routine e sull’abitudine e propone la sua ricetta: “io dipingerei di colori i muri e stelle sul soffitto, ti direi le cose che non ho mai detto, che pericolo la quotidianità e la tranquillità”. Nella prima strofa si era anche ipotizzato che tale amore potesse finire: “Se una mattina io mi accorgessi che con l’alba sei partito con le tue valigie verso un’altra vita”. Cosa succederebbe? Forse in molti se lo chiedono. Ruggeri risponde. “riempirei di meraviglia la città, ma forse dopo un po’ prenderei ad organizzarmi l’esistenza, mi convincerei che posso fare senza, chiamerei gli amici con curiosità e me ne andrei da qua. Cambierei tutte le opinioni e brucerei le foto con nuove convinzioni mi condizionerei, forse ringiovanirei e comunque ne uscirei, non so quando, non so come”. Mi viene in mente la risposta che ho dato l’altro giorno ad una alunna sul “mal d’amore” e in cui avevo tirato dentro il Dottor Tempo che riesce a sanare le ferite; anche nella canzone c’è la fiducia, c’è la speranza, non ben definite, certo, ma ci sono. Eppure non è sempre così facile vederle, soprattutto quando si hanno 15 anni e un rapporto che entra in crisi o una storia che finisce fanno oscurare il cielo con le nubi più cupe e pare che il sole non debba sorgere più.
Le parole finali della canzone mi riportano a una delle cose per me più importanti nella coppia: la fiducia, senza la quale non sarei in grado di amare. “Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore ogni stupido timore è la prova che ti do e rimango e ti cerco”.
