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Tra fede e morale

Un interessante articolo di Simone Cosimi su Wired tratta l’argomento del rapporto tra il credere in Dio e la morale. Coloro che credono in Dio sono anche portatori di un alto tasso di moralità? I dati sono molto diversificati a livello mondiale (per fortuna!).
ethics“È necessario credere in Dio per essere persone migliori? A quanto pare un sacco di gente nel mondo la pensa così. Almeno nei quaranta Paesi coinvolti da un’indagine firmata dal celebre istituto statunitense Pew Research Center. Oltre 40mila individui intervistati nel corso degli ultimi due anni per capire il rapporto fra moralità e fede. Incrociandolo con la ricchezza prodotta in quelle aree del pianeta. Il primo risultato di massima è evidente: questa convinzione, e cioè che sia necessario credere in (un) Dio per considerarsi moralmente a posto in quanto legati all’osservanza di valori più giusti, è più diffusa nel Paesi poveri o in via di sviluppo rispetto a quelli sviluppati. Ma non mancano alcune eccezioni né diverse sfumature a livello macroregionale.
In più della metà dei Paesi, 22 su 40, una chiara maggioranza sostiene questo parallelo. Posizione prevalente per esempio in Africa. Si va dal Ghana, dove il 99% è convinto di questo rapporto, al Sudafrica dove pure solo il 21% ritiene che non sia necessario avere un qualche tipo di fede. Stesso tipo di dinamica in Medio Oriente: se gli egiziani (95%) o i giordani (94%) ma anche i palestinesi (85%) credono che questo rapporto sia essenziale l’unica eccezione dell’area è costituita da Israele, dove la percentuale scende al 37%. Sotto il 70% scende solo quel rompicapo di religioni che è il Libano. Significativo anche il dato della Turchia, dove appena il 9% della popolazione non considera la religione una garanzia di buoni valori di vita.
Il quadro si fa un po’ più diversificato in America Latina. Che appare piuttosto spaccata. Se a El Salvador il 93% sostiene l’assioma fede=valori, anche il Brasile non scherza con l’86%. Poco sopra l’80% della Bolivia o del Venezuela. La proporzione comincia a sbilanciarsi in Paesi come il Messico, dove il 40% non crede che sia necessario confidare in Dio per lustrare la propria moralità, mentre Argentina e Cile risultano quasi spaccate a metà. Tuttavia l’escursione più profonda avviene nella macroregione Asia-Pacifico, d’altronde troppo variegata in distanze, popoli e culture anche solo per tracciare una labile linea comune. Se Indonesia, Pakistan, Filippine e Malesia si muovono su percentuali plebiscitarie (rispettivamente 99%, 98%, 83%, 89%) e l’India si attesta su un massiccio 70%, la Corea del Sud si spacca 44%/54% mentre in Giappone e Australia vincono quelli che non ritengono la fede un elemento essenziale della moralità individuale.
E l’Europa? In nessuno dei nove Paesi presi in esame la maggioranza dei cittadini ritiene la fede essenziale per la propria moralità. Tuttavia la Grecia è praticamente divisa a metà e anche in Polonia il 44% è comunque convinto della bontà di questa affermazione. Percentuale che in Russia cala al 38%. Una caduta che continua in Germania (33%), in Italia (il 71% non ritiene che serva credere, il 27 sì, maggioranza fra gli ultracinquantenni), Gran Bretagna (20%), Spagna e Repubblica Ceca (19%) e Francia (15%). Insomma il pianeta è decisamente complicato: non sarà uno scontro di civiltà ma certo un quadro sempre delicato anche in ottica politica.
Unica eccezione alla schiacciante secolarizzazione occidentale è costituita dagli Stati Uniti. D’altronde per chiunque sia appassionato di politica Usa e segua le campagne elettorali non è una sorpresa: per il 53% degli americani (contro il 46) il legame fra fede e valori morali è essenziale. A rompere lo schema Paesi poveri credenti/Paesi ricchi non credenti ci pensa anche la Cina. Che certo è tutt’altro che un Paese in via di sviluppo nel senso tradizionale della formula, ma in cui il Prodotto interno lordo pro capite è comunque un sesto di quello statunitense: il 75% non è convinto che sia necessario credere in Dio per essere un’ottima persona. Ciononostante, qualche anno fa i credenti erano stati stimati in 300 milioni. Situazione singolare e frutto evidente della storia recente di un grande Paese dove il rompicapo delle (tante) religioni presenti è legato a doppio filo alle varie fasi del regime comunista.”

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La pena di morte nel 2013

E’ uscito oggi il rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo nel 2013. Questo è il link al sito di Amnesty che così scrive:
Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento. Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove – sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni.
Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso.
Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa – Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.
Segnalo anche questa infografica.
Questo è infine il rapporto nella sua interezza: Rapporto_pena_di_morte_2014