La verità in una relazione

Carlo-SiniQualche giorno fa Alessandro Zaccuri ha pubblicato sulle pagine di Avvenire un articolo sul filosofo bolognese Carlo Sini. Molte sono le suggestioni presenti.
“Tra un paio di giorni il piccolo supermercato vicino alla casa milanese di Carlo Sini chiuderà i battenti. «Per fare la spesa dovrò fare un pezzo di strada in più – commenta il filosofo –. Nuove abitudini, nuovi incontri. Un nuovo inizio, in un certo senso. Pensare, del resto, significa sempre iniziare da capo, a partire dalle occasioni che la vita ci offre».
Negli ultimi tempi Sini non fa altro: inizia, in continuazione. Classe 1933, a lungo docente di Filosofia teoretica alla Statale, di recente ha avviato le attività di Mechrí, un laboratorio di studi transdisciplinari i cui materiali sono pubblicati da Jaca Book in un’apposita collana, “Mappe del pensiero”: il primo volume, incentrato sul binomio Vita, conoscenza, (a cura di Florinda Cambria, pagine 352, euro 28,00), viene presentato oggi alle 18,30 presso la Libreria Città Possibile in via Frua 11, a Milano.
Non si tratta di un saggio unitario, ma di una raccolta di contributi variamente ispirati alle originali tavole concettuali elaborate dallo stesso Sini. «L’obiettivo – insiste – è lo stesso dei miei ultimi libri: far uscire la filosofia dall’isolamento specialistico in cui si è confinata e restituirla alla sua funzione originaria». L’unità dei saperi, niente meno. «Certo – sottolinea Sini –, altrimenti la filosofia non sarebbe una disciplina, ma soltanto una carriera accademica».
È uno sviluppo che, per quanto coerente rispetto alla riflessione precedente di Sini, ha subìto un’accelerazione nel 2016 con la comparsa di Inizio, la cui «conseguenza», come la definisce l’autore, è ora rappresentata da Trittico (pagine 80, euro 12,00: l’editore è sempre Jaca Book, che ha in catalogo l’opera omnia di Sini). Questa volta il linguaggio dell’argomentazione sembra cedere il passo al racconto, con una serie di apologhi dal vero che hanno per protagonisti Giovanni Gentile e Benito Mussolini, Richard Wagner e Francesco De Sanctis, senza dimenticare il padre della semiotica, Charles Sanders Peirce, che negli ultimi anni della sua esistenza si mantiene compilando voci di enciclopedia.
«Ho cominciato a ragionare seriamente sull’inizio quando mi sono accorto di essere vicino alla fine del mio cammino – ammette sorridendo Sini – e per me è stato naturale spostarmi sul terreno della biografia, che è sempre in qualche misura un’autobiografia. Riusciamo a dire degli altri ciò che abbiamo appreso di noi stessi. Di questo, a mio avviso, occorre avere consapevolezza: del potere invisibile che le esperienze di vita e, più ancora, l’opinione comune esercitano sulle nostre convinzioni, sul nostro modo di pensare e di esprimerci. Il fatto strano, invece, è che oggi la filosofia non mette affatto in questione quella che i greci indicavano con il termine di doxa: il sentire comune, appunto, sul cui ruolo determinante si erano già concentrate le riflessioni dell’ultimo Husserl. Una trascuratezza che ha spesso sviluppi paradossali, come quando ci si intestardisce nel sostenere che il razionalismo, così come è stata codificato dall’Illuminismo francese, non sia un momento della storia d’Europa, ma la risposta definitiva a ogni domanda dell’umanità».
Il “potere invisibile” al quale Sini fa riferimento non va inteso come un’entità occulta e malevola. «Al contrario – ribadisce il filosofo – è il potere della realtà che si trasforma davanti a noi in un processo non prevedibile e non dominabile, ma che di solito è sovrastato dalla presunzione di un sapere che dovrebbe prescinderne. E non si capisce come mai, fra tutte le esperienze umane, solo questa del pensiero dovrebbe essere immune dalla dimensione del discorso, che ci caratterizza come specie fin dai tempi in cui i nostri antenati lasciarono l’Africa».
Un altro elemento fondamentale, ricorda Sini, è rappresentato dalla cognizione della morte. «Vico e Foscolo ci avevano già avvertiti: dove si trova una tomba, lì c’è la civiltà, che presuppone la comunità tra i vivi e i morti. È l’orizzonte della celebrazione e del sacro ed è la comprensione di come fine e inizio siano indissolubilmente legati tra loro. Il sapere, di per sé, segna di norma la fine di un’avventura, collocandosi nell’istante in cui Orfeo si volta per guardare Euridice, la vede e, vedendola, la perde per sempre».
A dispetto delle apparenze, quella di Sini non è una prospettiva rinunciataria, né tanto meno relativista in senso tradizionale. «Quando affermo che la verità è “relativamente assoluta” intendo dire che la ricerca della verità, alla quale non possiamo rinunciare, avviene sempre all’interno di una relazione. E la verità, essendo a sua volta dinamica, suscita in noi un dovere morale, un’interrogazione ininterrotta che non può mai accontentarsi di un un sapere particolare. Stephen Hawking, per esempio, era persuaso che la fisica potesse risolvere ogni problema, ma non si rendeva conto che questa stessa pretesa esulava del tutto dalle competenze della fisica. La ricerca della verità è per sua natura simbolica, perché si realizza nel tentativo di ricomporre un’unità che non è mai astratta, ma si manifesta nell’atto stesso della ricomposizione. Siamo sempre alla fine di qualcosa, per questo non possiamo fare a meno di iniziare».
Pur non muovendo da un’esplicita istanza religiosa, la proposta di Sini si confronta necessariamente con la fede. «La mia impressione – dice – è che per il credente l’itinerario della mente sia sempre in Deo, e cioè nel corpo stesso di Dio, anziché in Deum, come si ripete abitualmente con un’espressione fin troppo umana, che riduce Dio a un oggetto remoto e trascendente, da conoscere mediante una sorta di attraversamento. Il cristianesimo, anche in questo caso, mette a disposizione l’intuizione formidabile dell’Incarnazione, in virtù della quale Cristo diventa un concreto modello di vita. Dio si consegna all’uomo con quella formula abissale dei Vangeli, il “tu l’hai detto” che è il rovesciamento della domanda di Pilato su che cosa sia la verità. Gesù non risponde con una nozione astratta, ma istituisce una relazione. Aprendo la strada, una volta di più, a un nuovo inizio».”

Davanti ai nostri occhi

pexels-photo-459971.jpegPropongo un articolo piuttosto vivace e non molto lungo scritto da Vincenzo Brancatisano su Orizzonte Scuola. Ragiono su questi temi molto spesso e frequentemente mi confronto con colleghe e colleghi; poco più di un anno fa, mentre partecipavo ad un convegno sull’adolescenza a Rimini, mi ponevo proprio la questione della preparazione pedagogica e didattica del corpo docente italiano. Mi sentirei di fare solo una puntualizzazione in merito all’accenno che viene fatto all’alternanza scuola lavoro, ma la rimando ad un futuro post.
“Leggo i titoli di centinaia di corsi di formazione per docenti. La maggior parte dei medesimi riguarda la disabilità degli studenti, i loro disturbi specifici di apprendimento (dsa), che meritano la giusta attenzione, le nuove tecnologie da usare in classe, le classi rovesciate o da rovesciare al più presto, Google drive dove infilare alla rinfusa la didattica appena offerta in classe o magari mai proposta in aula e spedita a casa come un pacco di Amazon a beneficio di genitori imbestialiti.
E invece c’è una grande emergenza che meriterebbe la giusta attenzione e che non occupa né sembra preoccupare la categoria dei formatori e degli insegnanti, almeno non nei grandi numeri. E si tratta di un’emergenza forse proprio perché non attiva la giusta attenzione dei docenti.
Questa emergenza si chiama preadolescenza e adolescenza. Quanti sono i docenti che si son dotati della giusta formazione per essere in grado di interpretare le dinamiche psicologiche, psicosociali, neurologiche, affettive dello studente che vive questa epoca ispirata al massimo nichilismo, alla mancanza diffusa di scopo, al desiderio di automutilarsi pur di attirare l’attenzione dei pari, al disastro causato dai genitori che si propongono loro come amici invece che come nomos, alla dipendenza dalle tecnologie talmente devastante che vien voglia di pensare: ma perché non si drogano con le sostanze (è un’iperbole, ovvio, tesa a sottolineare la cifra del fenomeno) invece che con gli smartphone, con le attese ansiosissime e distruttive di una risposta a un messaggino, che dev’essere brevissima (“Perché non risponde? Avrà ricevuto? Sì, c’è la doppia sbarretta blu, forse non ha capito…”) con l’esercizio fisico compulsivo nelle mille palestre sempre più affollate di giovanissimi in cerca di identità (la nuova dipendenza di cui non si parla ancora), con i giochi d’azzardo online.
Tra le tante ricadute positive (si parla invece solo dei lati negativi) dell’alternanza scuola lavoro, una ricaduta apprezzabile emerge dai tanti recenti colloqui con i genitori. Tutti mettono in evidenza il sollievo momentaneo ma intenso indotto in loro dal vedere i propri figli staccati per ore e ore e per settimane dal telefonino e dalle cuffiette, una sorta di disintossicazione involontaria che fa il paio per fortuna con quella che si ripeterà più avanti, quando i nostri ragazzi saranno assunti in aziende per svolgere mansioni che non si conciliano con lo zombismo che abbiamo tutti davanti agli occhi. Ma intanto, questi zombie li abbiamo, appunto davanti agli occhi.
Tutti o quasi tutti ipnotizzati da un nulla cosmico talmente potente che si fa fatica, nei grandi numeri, a farlo sopravanzare dall’interesse per quello che viene proposto in classe da docenti che continuano a proporsi loro come avrebbero fatto vent’anni orsono, senza capire che la connessione di massa alla rete, avvenuta solo di recente, ha cambiato l’assetto sociale, quello antropologico e quello neuronale dei giovanissimi.
Basterebbero i dati sulle crisi d’ansia, sugli attacchi di panico che richiedono ogni giorno il soccorso delle ambulanze nelle nostre scuole, gli occhi assonnati di ragazzi e ragazze che si vede da lontano che hanno trascorso la notte davanti a un mini schermo luminoso, con tutti i danni cerebrali connessi alla privazione di sonno importante a quell’età.
Eppure si continua a minimizzare la dimensione del fenomeno. Continuiamo a preoccuparci, e giustamente, di handicap, di sostegno, di alunni diversamente abili, di alunni neoarrivati e di alunni con bisogni speciali. Ma non dimentichiamoci dell’adolescenza, cari formatori e organizzatori della formazione, né degli strumenti, e ce ne sono, capaci di rendere gli insegnanti capaci di affrontarla nel modo più appropriato e proficuo”.