Ne stiamo discutendo o ne abbiamo discusso in quarta. Oggi ho trovato queste parole nel libro che sto terminando di leggere: “… ma credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza? Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite” (Rumore bianco, Don DeLillo). Certo altri interrogativi attraversano la nostra mente quando l’esperienza della morte è vissuta da vicino, in particolar modo quando tocca vite giovani ancora in attesa di essere vissute nelle loro piene potenzialità…
Dove ha inizio l’infinito?
Trovo molta soddisfazione nel leggere le parole di Roberto Cotroneo sul settimanale inserto del Corriere della Sera: arricchisce, stimola, provoca, fa pensare. Cosa chiedere di più?
“Ma oggi lo sgomento arriva perché, come dice un grande fisico come David Deutsch non sappiamo più dove ha inizio l’infinito. Un tempo l’inizio dell’infinito lo si conosceva assai bene. Pensare l’infinito, che è un po’ la banda larga su cui viaggia l’idea di futuro, è fondamentale. L’infinito è un’idea che portiamo addosso da sempre. La finitezza delle esistenze terrene si fa sopportabile perché è compensata da un’idea di infinito. La domanda classica è sempre stata: se state scrivendo un romanzo, o dipingendo un quadro e vi dicono che un meteorite cadrà sulla terra distruggendo ogni forma di vita, continuereste? Chi risponde sì a questa domanda dichiara il falso. Nessuno può continuare. Ogni opera umana è collegata all’idea che l’infinito ha un inizio. E’ quella spinta iniziale che ci porta a pensare alle cose: a procreare come a generare futuro. Solo che un tempo l’inizio dell’infinito era visibile a tutti. Era una nave di emigranti che approdavano in America. E tra loro ci sarebbero stati milionari. Era il primo metro di rotaia che sarebbe arrivato fino in Siberia, dopo migliaia di chilometri. Era la lente ottica più grande che spostava un po’ più in là la nitidezza dell’universo che ci era concesso di vedere. Oggi gli inizi sono confusi, nebulosi incerti. La circolarità non permette di capire dove è il principio del nostro infinito e come guardarlo. Da quando sappiamo sempre meglio come è l’universo in cui pensiamo e ci muoviamo, la parola futuro ci accompagna come un’esigenza nevrotica e astratta. Da quando sappiamo immaginare tutto,non siamo più capaci di immaginare niente. Da quando non sappiamo più dove inizia l’infinito non riusciamo più a capire dove andare a ritrovarlo.”
Lo straniero e le religioni
António Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), un anno fa, aveva chiesto ai capi religiosi presenti a un dialogo su “Fede e protezione”, un “Codice di condotta per capi religiosi”. Questa settimana, a pochi chilometri da qui, a Vienna si sta riunendo l’assemblea di Religions for Peace, all’interno della quale è stato reso noto un documento alla cui stesura, tra gli altri hanno collaborato il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Islamic Relief Worldwide, la Federazione mondiale luterana e l’Unione mondiale evangelica, il Centro di studi hindu di Oxford e il Consiglio mondiale delle chiese.
La prima parte del documento, che allego in pdf, riporta gli impegni dei capi religiosi, mentre la seconda mostra l’importanza, nelle diverse religioni, dell’accoglienza dello straniero.
La notizia l’ho tratta da un aticolo di Roberta Leone su Vatican Insider.
Qualcosa dietro
Ecco il post sul passato, un tempo andato che ha i suoi riflessi nel presente e rende memoria futura la presenza di chi non c’è più. Quelle che seguono sono le parole di Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, libro che amo e da cui è stato tratto anche un ottimo film grazie a François Truffaut (per una volta un film all’altezza del libro). “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”. Sono parole che mi fanno sempre pensare a quelle di Alessandro, un amico morto di tumore a 22 anni, che ha voluto lasciare un messaggio ai giovani: “Siate utili, lasciate traccia”.
La felicità del dono
Quel caos davanti
Tra bicchiere e mare
Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito. “Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”. Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: “Queste sono le tue sofferenze”. Tutta l’acqua del bicchiere s’intorbidì e s’insudiciò. Il maestro la buttò via. Il maestro prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com’era prima. “Vedi?” spiegò il maestro. “Ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare”. (Bruno Ferrero)
Ci sono volte in cui ho saputo essere mare, altre in cui non sono riuscito ad essere altro che bicchiere. Ammetto anche che la quantità di cenere non è indifferente e che ci possono essere bicchieri grandi e profondi e mari piccoli con l’acqua bassa… Ma esserne consapevoli mi pare già un bel passo.
Svegliami, salvami
Il 4 aprile di 10 anni fa il mondo conosce Amy Lee e gli Evanescence. E’ in quel giorno, infatti, che esce il singolo “Bring me to life”, una canzone che parla di un risveglio a nuova vita, di un incontro che dà colore e calore alle giornate grige, spente e gelide. E’ come se fino a quel momento lì la vita fosse stata un sogno, anzi un incubo, in attesa che arrivasse qualcuno capace di vedere attraverso gli occhi per scendere nell’intimo e rimettere in moto qualcosa che si era inceppato. Quel qualcuno sveglia Amy, le fa tenere gli occhi aperti e la salva. Essere chiamati per nome (e quindi riconosciuti e accettati nella propria identità), essere salvati dalle tenebre prima di essere distrutti, far sì che il sangue torni a scorrere nelle vene… come molti testi hard-rock e metal il vocabolario risente notevolmente di testi mitici e religiosi.
Come riesci a vedere dentro i miei occhi come se fossero porte aperte,
arrivando nelle profondità del mio corpo, dove sto diventando così insensibile.
Senza un’anima, il mio spirito sta dormendo in qualche luogo freddo
fino a che non lo ritroverai e lo riporterai a casa.
Rit. (Svegliami) Svegliami dentro (Non riesco a svegliarmi)
Svegliami dentro (Salvami)
Chiama il mio nome e salvami dalle tenebre (Svegliami)
Ordina al mio sangue di scorrere (Non riesco a svegliarmi)
Prima che io venga distrutta (Salvami)
Salvami dal nulla che sono diventata
Ora che so cosa mi manca non puoi lasciarmi
Respira in me e rendimi vera Riportami in vita
Rit.
Riportami in vita (Ho vissuto nella menzogna non c’è niente dentro)
Riportami in vita
Ghiacciata dentro, senza il tuo tocco, senza il tuo amore, caro
Solo tu sei la vita in mezzo alla morte
Per tutto questo tempo non potevo credere,
non riuscivo a vedere, chiusa nell’oscurità
ma tu eri lì di fronte a me
Mi sembra di aver dormito un migliaio di anni
Devo aprire i miei occhi di fronte a tutto
Senza un pensiero senza una voce senza un’anima
Non lasciarmi morire qui
Ci deve essere qualcos’altro da fare Riportami in vita
Rit.
Con parole non mie
Toccare quel che è successo a Lampedusa senza entrare nel merito di torti e ragioni, senza entrare nelle tristi polemiche superficiali a cui mi sono rifiutato di partecipare sui social network. Lo voglio fare con parole non mie, lasciando che il cuore mi porti verso alcune delle pagine lette in questi due anni, con lo scopo di suscitare riflessioni e domande più approfondite… (già il 23 luglio citavo Bacone: “chi scava in profondità nella realtà attraverso il pensiero scopre orizzonti sempre nuovi che lo conducono ad essere molto più esitante nell’attribuire alla ragione risposte definitive”).
Ecco i passi che mi fanno compagnia in questi giorni:
“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. E’ così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura di sempre” (“Nel mare ci sono i coccodrilli”, F. Geda, pag.73)
“Quando si verifica una catastrofe, le persone vicine vengono traumatizzate fino a provare un senso di impotenza. Per certo le catastrofi acute producono tale effetto. Sembra che ci si aspetti che le catastrofi abbiano breve durata. Ma le catastrofi croniche sono così spiacevoli per i vicini che quest’ultimi gradualmente diventano indifferenti sia alle catastrofi, sia alle loro vittime, quando non sviluppano in proposito una vera e propria impazienza… Quando l’emergenza si protrae troppo a lungo, le mani che si protendevano a offrire aiuto tornano a infilarsi nelle tasche, i falò della compassione si spengono” (J. Roth citato in “Le sorgenti del male” di Z. Bauman, pagg.93-94)
“Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata incominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà”
(C. Pavese)
“A sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato e dal mio cuore si innalza sempre una voce che dice: la vita è una cosa splendida e grande. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto d’amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere” (E. Hillesum)
“In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno che valga tutta quell’acqua d’attraversare” (A. D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, pag. 180)
“Li ha visti quei barconi carichi e puzzolenti come barattoli di sgombro. I ragazzi del Nord Africa, i reduci dalle guerre, dai campi profughi, e gli imbucati. Ha visto gli occhi allucinati, il passaggio dei bambini sopravvissuti, le crisi di ipotermia. Le coperte d’argento. Ha visto la paura del mare e la paura della terra.
Ha visto la forza di quei disperati, io voglio lavorare, voglio lavorare. Voglio andare in Francia, in Europa del nord a lavorare.
Ha visto la determinazione e la purezza. La bellezza degli occhi, il candore dei denti.
Ha visto il degrado, il porcile.
Le schiene dei ragazzi contro un muro, i militari che toglievano i lacci delle scarpe e le cinture.
Ha visto la gara degli aiuti, i panni trovati per i bambini, le collette dei poveri davvero incazzati perché Gesù Cristo chiede sempre a loro.
Ha visto la saturazione, la paura delle epidemie. La gente protestare, bloccare i moli, gli approdi. E poi ricominciare, buttarsi nel mare in piena notte per tirare su quei disperati che nemmeno sanno nuotare.
E non sai davvero chi salvi, magari un avanzo di galera. Uno che ti ruberà il cellulare, che guiderà contromano ubriaco, che stuprerà una ragazza, un’infermiera che torna a casa dal turno di notte.
Ne ha sentiti di discorsi così Vito, affastellati, rozzi. La rabbia dei poveri contro gli altri poveri.
Salvare il tuo assassino, forse è questa la carità. Ma qui nessuno è un santo. E il mondo non dovrebbe aver bisogno di martiri, solo di una ripartizione migliore.” (M. Mazzantini, “Mare al mattino”, pagg. 113-114)
Ascolto dal silenzio
“Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio che ci permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre. Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.” (Simone Weil)
Albe senza rumore
L’estate sta volgendo al termine, anche se stiamo godendo ancora appieno delle sue temperature… soprattutto nelle ore di luce. La prossima settimana il tempo si guasterà e allora appoggio oggi le parole di Estiva, poesia di Vincenzo Cardarelli. Sono talmente belle che fanno apprezzare questa stagione anche a chi, come me, non la ama particolarmente… Nel titolo ho condensato il momento estivo che mi sta più a cuore
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
delle albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
di oscuramenti e crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
Ci crediamo ombelichi
Preoccupati di essere accettati, preoccupati di essere apprezzati, preoccupati di quel che si può pensare di noi, preoccupati di apparire bene, preoccupati di essere giudicati, preoccupati delle chiacchiere su un social, preoccupati di quel che si può tramare alle nostre spalle… Mi affido all’antica saggezza orientale. “Il maestro era totalmente indifferente al giudizio degli altri. I discepoli gli chiesero come avesse raggiunto questo grado di libertà. Egli rispose: «Fino a 20 anni non mi importava di cosa la gente pensasse di me. Dopo i 20 anni mi preoccupavo disperatamente di cosa pensasse di me. Dopo i 50 anni capii che in realtà la gente non pensava minimamente a me».”
Tutto diverso
Massimo è stato un mio studente al liceo Magrini di Gemona. Pochi giorni fa mi ha scritto su fb chiedendomi un consiglio per uno scritto che doveva buttar giù per un matrimonio. Io gli ho inviato poche parole di Erri De Luca e di altri, lui ha pensato a “L’eleganza del riccio”. Ne sono uscite queste parole che mi ha dato il permesso di pubblicare:
“E poi è successa una cosa, verso le 5 io e Kakuro siamo scesi giù alla guardiola, abbiamo preso l’ascensore insieme, senza dirci niente. Aveva un’aria stanchissima, ho pensato: è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una grande stanchezza. Chissà se anch’io ho l’aria stanca.
A ogni modo io e Kakuro siamo scesi in guardiola, ma attraversando il cortile ci siamo fermati di colpo tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo a suonare il piano e sentivamo benissimo quello che stava suonando. Era un pezzo classico, credo fosse Satie, non sono proprio sicuro, ma non importa.
Non ho esattamente un pensiero profondo al riguardo. So solo che ci siamo fermati di colpo tutti e due e abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù.
Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molti momenti duri, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì proprio così, un sempre nel mai.
E allora mi è venuto da dirti di non preoccuparti, che non mi lascerò andare e non brucerò un bel niente.
Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo mondo.
E poi ora saremo in due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due.
Perché quando siamo in due, cambia tutto, cambia nome pure l’universo, diventa tutto diverso”.
In cerca dell’essenziale
A volte segni e suggerimenti che auspichiamo prima di effettuare una scelta arrivano quando le cose sono già state decise.
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Ho già scritto di aver letto il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli. Una delle frasi che mi sono trascritto è breve e fulminante: “Ci vuole maggior coraggio a riposare su un prato in fiore che a stare in arcioni su un cavallo focoso”. Ovviamente è una di quelle frasi che possono essere facilmente confutate e ribaltate: si attagliano alle persone in base al periodo che esse stanno vivendo. Indosso a questa mia estate ci casca a pennello.
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Ho iniziato il libro “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, in cui, a pag.
27, a commento del libro di Pierre Hadot “Esercizi spirituali e filosofia antica”, si legge: “Hadot cita una fulminante espressione di Plotino che spiega molto: quel che occorre fare è scolpire la propria statua. […] Bisogna ricordarsi che la scultura era, per i greci, l’arte della sottrazione, l’abilità manuale con cui ottenere una figura a partire da un blocco di pietra, procedendo per successive sottrazioni. È esattamente quello che insegnavano quei celeberrimi guru: lavorare su se stessi, scalpellando via tutto ciò che di falso o inutile ci sta attaccato, e liberare, alla fine, quel che noi siamo, nella saldezza imperturbabile della magnificenza dell’esistere.” (il libro di Baricco è una raccolta di quanto da lui scritto settimanalmente su La Repubblica, quindi questo è il link all’intero pezzo). Spogliare se stessi, liberarsi del superfluo, scendere (o salire?) all’essenziale. E’ un altro argomento forte di questa estate -
Infine, stamattina ho concluso il corso biblico a cui partecipo ogni anno con uno dei maggiori biblisti italiani (e non solo), Rinaldo Fabris. Non mi soffermo sui contenuti del corso, ma su un breve passo che abbiamo sfiorato stamattina e che penso sia conosciuto ai più: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.” (1Cor 13,1-3).
Ho scritto all’inizio che le cose sono state già decise. E’ confortante quando segni e suggerimenti danno conferma, a posteriori, di quelle scelte. Permane il subdolo dubbio che i segni contrari non li abbiamo semplicemente voluti vedere. Scherzi della mente che così ci tutela e ci protegge. E ci fa pure sorridere.
Desiderio del mare
Presenze necessarie
L’altroieri leggevo delle parole del papa (già dette a giugno ma ripetute in questi giorni): “Quando ho deciso di vivere a Santa Marta non è stato tanto per ragioni di semplicità, perché l’appartamento papale è grande ma non lussuoso. Ho scelto di vivere a Santa Marta per il mio modo di essere, io non posso vivere da solo, chiuso, ho bisogno del contatto con la gente. Posso riassumerlo così. Ho scelto di vivere a Santa Marta per ragioni psichiatriche, perché non posso stare da solo. E anche per ragioni economiche, perché altrimenti avrei dovuto pagare molto uno psichiatra! E’ per stare con la gente. Lì vivono una quarantina di vescovi e sacerdoti che lavorano nella Santa Sede, e sacerdoti, vescovi, cardinali, laici che vengono a Roma vivono lì”.
Mi sono tornate alla mente ieri mentre leggevo il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli (100 anni lo scorso novembre). Nel passo che qui riporto si fa riferimento a Francesco, il santo di Assisi, ma…:
“Un amico di Dio, e per un cristiano, un amico di Gesù, che vive con serietà l’esclusività del suo rapporto, è una persona capace di amicizia e di amore al punto che il suo passaggio lascia nostalgia e la sua presenza è desiderata. […] La conversazione di Gesù con i discepoli di Emmaus, durante il cammino, non è precisamente amorosa: comincia col rimproverarli perché hanno una fede abbastanza tiepida, e poi dà loro una lezione di teologia biblica. Eppure, rifacendo un feedback della giornata, i compagni osservano che «il loro cuore ardeva» quando erano con Lui. […] E’ l’amore di Cristo che scende così impetuoso in Francesco e lo rende così fragile che gli amici sono necessari per accoglierlo, ha bisogno non di compagnia, ma di tenerezza, di calore umano. Il «crudo sasso» lo ha lacerato tanto che non potrebbe vivere senza la carezza di mani amiche”.
Ramadan a Gerusalemme est
Dai Pink Floyd ad Allegri
Facciamo un triplo salto mortale rispetto ai Pink Floyd di stamattina o a Cesare Cremonini dell’altro giorno. Sono musicalmente onnivoro, ma quando ascolto il Miserere di Allegri (sì, va bene, con degli acuti più moderni rispetto all’originale) resto estasiato, a bocca aperta. Da ascoltare con calma, nell’assoluto silenzio. E oggi lo associo a queste parole di Flannery O’ Connor: “Seppe che non esisteva peccato troppo mostruoso che non potesse rivendicare come suo e, poiché Dio ci ama in misura di quanto perdona, si sentì pronto, in quell’istante, a entrare in paradiso”.
Scia di vapore nell’aria vuota
Uno scatto del cielo di Buttrio di qualche settimana fa, mio.
Una canzone di qualche anno fa (1987), decisamente non mia 🙂
“Un’anima in tensione che sta imparando a volare, legata alla terra dal proprio stato di natura ma determinata nel tentare. Non riesco a distogliere lo sguardo dai cieli che girano in tondo, muto per la paura e agitato, solo uno spiazzato essere terreno, io. Al di sopra del mondo su un’ala e una preghiera, il mio sporco alone, scia di vapore nell’aria vuota. Sopra le nuvole vedo la mia ombra volare con la coda del mio occhio bagnato di pianto. Un sogno non minacciato dalla luce del giorno potrebbe soffiare quest’anima attraverso il tetto della notte. Non c’è sensazione che si possa confrontare con questa animazione sospesa, uno stato d’estasi” (Learning to fly, Pink Floyd).
Giovani di cuore
Un pensiero ai miei studenti che stanno vivendo in vari modi la Gmg. Il papa ha affermato
“La Chiesa è giovane e lo si vede proprio bene nella GMG. Che il Signore ci mantenga sempre tutti giovani di cuore”. Vado allora a ripescare un Bob Dylan del 1973
“Possa Dio benedirti e proteggerti sempre possano tutti i tuoi desideri diventare realtà, possa tu sempre fare qualcosa per gli altri e lasciare che gli altri facciano qualcosa per te, possa tu costruire una scala verso le stelle e salirne ogni gradino, possa tu restare per sempre giovane…
Possa tu crescere per essere giusto possa tu crescere per essere sincero, possa tu conoscere sempre la verità e vedere le luci che ti circondano, possa tu essere sempre coraggioso stare eretto e forte e possa tu restare per sempre giovane…
Possano le tue mani essere sempre occupate possa il tuo piede essere sempre svelto, possa tu avere delle forti fondamenta quando i venti del cambiamento soffiano, possa il tuo cuore essere sempre gioioso possa la tua canzone essere sempre cantata, possa tu restare per sempre giovane…”











