Greco-ortodossi di Turchia

Scrive Giuseppe Mancini su Limes a proposito dei greco-ortodossi presenti in Turchia:

halki.jpg“Sono molti gli insoddisfatti per il contenuto del “pacchetto di democratizzazione”, presentato il 30 settembre scorso dal premier turco Recep Tayyip Erdoğan: la delusione maggiore è stata quella dei greco-ortodossi (rum in turco, romei in italiano), gli ultimi rimasti – secondo le stime, da 2 mila a 4 mila – della fiorente e influente comunità d’epoca ottomana. Ancora una volta è mancato ciò che invocano da decenni: la riapertura del seminario teologico sull’isola di Heybelianda/Halki, proprio di fronte a Istanbul, chiuso nel 1971 per motivi di laicismo e ostilità; al suo interno tutto è pronto, le aule e i vecchi banchi in legno sono rimasti quelli di allora: solo gli studenti, futuri sacerdoti e patriarchi, sono assenti. La sua riapertura è stata promessa più volte dal governo turco, che però si aspetta mosse analoghe da parte del vicino greco nei confronti delle proprie minoranze turcofone e musulmane. I rum, che sono cittadini turchi a tutti gli effetti, a seguito del conflitto greco-turco e del trattato di Losanna del 1923 si sono trovati a vivere in condizioni di inferiorità formale e sostanziale: minoranza poco tollerata, soggetta a vessazioni di ogni tipo e indotta all’emigrazione (come poi avvenuto nel corso di diverse ondate), i rum si sentono tutt’oggi come stranieri in casa propria. Il momento più basso di questo odioso processo è stato toccato nel 1955 con il pogrom del 6 e 7 settembre, nel corso del quale furono distrutti negozi, profanate chiese, assalite e umiliate le persone. L’esodo cominciò allora, inarrestabile. Non è un caso, tantomeno un vezzo letterario, se Méropi Anastassiadou e Paul Dumont, autori di Les Grecs d’Istanbul (Cerf, 2011), hanno titolato l’introduzione del loro saggio “Il rifiuto dell’estinzione” in quanto tributo verso i tenaci superstiti. Si tratta per la maggior parte di cristiani ellenofoni, benché ad Antiochia esistano anche dei gruppi turcofoni e arabofoni: il turco rimane comunque la lingua franca, parlata da tutti. L’istruzione infatti – anche nelle scuole private, gestite autonomamente – è bilingue.

Negli ultimi anni la loro condizione “sta cambiando drasticamente”, racconta Laki Vingas, rappresentante delle fondazioni non-musulmane e uno degli artefici della rinascita della comunità. Le riforme varate dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) stanno infatti restituendo ai diversi gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico nazionale turco diritti, dignità e visibilità; dall’agosto del 2011, anche parte dei beni immobili – orfanotrofi, scuole, chiese, ospedali, terreni, persino cimiteri – confiscati dall’establishment kemalista a rum, armeni, siro-ortodossi ed ebrei. Ne è un esempio la scuola elementare greco-ortodossa di Galata, trasformata in centro culturale, che ospita la Biennale del design, la Biennale di arte contemporanea e concerti di musica classica. Il risveglio culturale è uno degli aspetti che più colpisce: il ritorno del coloratissimo e rumorosissimo carnevale nelle vie di Tatavla, la formazione a opera di Stelyo Berber del gruppo di musica tradizionale Café Aman (con composizioni in fasıl e rebetiko), la nascita nel 2012 della Istos, casa editrice che pubblica in greco i suoi scritti, mentre il quotidiano Apoyevmatini – il cui primo numero risale al 1925 – non ha mai cessato di pubblicare. Secondo Vingas “La Turchia sta tornando a essere polifonica” e i rum di Istanbul stanno contribuendo fattivamente al ripristino dei meccanismi pluralisti di origine ottomana, sacrificati sull’altare del nazionalismo esclusivista. “I turchi stanno riscoprendo il loro passato e la loro storia”: per lunghi secoli fatta di condivisione, rispetto e armonia. Il passo successivo, sostenuto a gran voce da tutte le minoranze di Ankara, è presto detto: la riforma della cittadinanza, su base individuale e non più etnica, da inserire nella carta costituzionale attualmente in fase di revisione.

Il cardine della comunità greco-ortodossa è il patriarca ecumenico Bartolomeo, originario dell’isola di Imbros (situata all’imbocco dei Dardanelli) e in carica da 20 anni; tra l’altro, anche lui ex allievo del seminario di Heybeliada. È il punto di riferimento per tutti i rum, dai più anziani fino alle nuove generazioni; ha trasformato il patriarcato del Fener in tappa obbligata per i leader politici stranieri di passaggio in città; visita incessantemente le piccole parrocchie e celebra messe in chiese ormai chiuse da decenni: come avviene ogni 15 agosto dal 2010 nel monastero di Sümela, sito nei pressi di Trabzon.

Il fenomeno più inatteso è la recente inversione delle dinamiche demografiche. Tutto merito della crisi: perché al patriarcato e alle varie fondazioni caritatevoli arrivano richieste sempre più numerose da parte di rum emigrati in Grecia che vogliono tornare in Turchia per trovare un lavoro e recuperare le proprietà immobiliari; o anche di greci – soprattutto giovani e intraprendenti – che sempre per motivi economici desiderano stabilirsi sul Bosforo. Gli adolescenti greco-ortodossi di Istanbul, fino a non molto tempo fa destinati a espatriare dopo gli studi superiori, sono ben felici di poter rimanere in Turchia.”

Moda nascosta a Teheran

Ancora da Sette prendo questa breve notizia di Stefano Torelli:

url.jpg“Se la moda non conosce limiti, sicuramente ciò è vero anche per l’Iran. Nonostante l’immagine di Paese conservatore, quasi bigotto, che viene spesso presentata in Occidente, la Repubblica islamica è sempre capace di riservare sorprese e di presentare una generazione di ragazzi e ragazze che, in termini di modernità e avanguardia, non hanno niente da invidiare ai coetanei europei o statunitensi. E così, mentre a livello politico il nuovo presidente Rouhani sembra volersi impegnare sulla strada del dialogo e del disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti e il mondo occidentale in generale, Teheran è interessata da un fenomeno di natura sociale ed economica sempre più diffuso. Si tratta delle cosiddette maison iraniane, di fatto delle piccole boutique di moda, costituite per lo più da appartamenti e locali privati e concessi in affitto ai gestori. Lontano dai riflettori della vita pubblica. Il motivo di tanta riservatezza è semplice: gli stilisti e i curatori di immagine sono declinati al femminile. Una generazione di donne che, sfidando gli stereotipi di una società comunque ancora patriarcale, ha deciso di mettersi in proprio e dare libero sfogo alla propria passione, quella della moda, appunto. Le maison sono dei locali in cui le donne svestono il velo e lasciano libere le chiome con pettinature alla moda, in cui si concedono a manicure e trucchi sul viso. E in cui, soprattutto, si emancipano non solo dal punto di vista sociale, ma anche economico. Spesso in queste boutique le proprietarie, infatti, vendono le proprie creazioni e i propri capi di abbigliamento, traendone un profitto che, in alcuni casi, si rende necessario per il proprio mantenimento. Molte ragazze sono single, oppure donne vedove che non hanno più l’aiuto dei mariti e devono guadagnarsi da vivere. La pubblicità viene fatta attraverso i giornali locali o chiamando direttamente i potenziali clienti e il giro di affari si alimenta con il passaparola. Le sanzioni economiche imposte all’Iran sulle importazioni di alcuni beni industriali rendono i prezzi dei capi d’abbigliamento piuttosto fluttuanti, ma tutto sommato ancora in grado di reggere alla concorrenza dei canali tradizionali di vendita. Ed è anche così, tramite lo shopping clandestino, che una nuova generazione porta avanti la propria piccola rivoluzione.”

Cambia la popolazione, cambia la religione

Uno sguardo sulla Cina e sulla situazione delle religioni. Articolo di Fabrizio Mastrofini preso da Vatican Insider.

malacca_tempio_cinese.jpg“Nel vasto «pianeta cinese» è in corso una profonda trasformazione che investe la religione. Il punto di partenza è dato dall’esodo dalle campagne verso le città, un fenomeno che ha dimensioni bibliche. Secondo le statistiche ufficiali gli abitanti nelle città hanno superato quelli delle campagne: 690,79 milioni contro 656,56 alla fine del 2011. Gli effetti sul piano religioso sono rilevanti. A dedicare servizi a questi aspetti e a documentare i problemi ci sono due agenzie stampa specializzate sull’Asia: Ucanews con sede a Honk Kong ed Eglise d’Asie della Società delle Missioni Estere di Parigi, con sede nella capitale francese. I dati raccolti, le testimonianze, le analisi, convergono nel sottolineare che la trasformazione demografica ha cominciato ad avere effetti sul piano religioso. Ucanews ha preso ad esempio la storia di Bosco Wang, migrante cattolico, dalla campagna a Guangdong e poi da qui in una cittadina a sud di Shangai. Il primo gravissimo problema che ha affrontato è stato linguistico: trovarsi con sacerdoti in grado di esprimersi solo in cantonese e non in mandarino. «Ho visto – ha raccontato – numerose persone che durante la messa recitavano il rosario senza seguire la celebrazione. Poi ho capito che non erano in grado di comprendere il sacerdote». E casi simili sono in grande aumento. Eglise d’Asie in un recente servizio sul problema nota come l’esodo dalle campagne stia ristrutturando sia la Cina sia il cattolicesimo. Come accade nel villaggio di Erquanjing, nel nord-ovest della provincia di Hebei, diocesi di Xiwanzi. Qualche anno fa contava oltre duemila abitanti, praticamente tutti cattolici; oggi sono ridotti ad un centinaio. E secondo le statistiche dell’Istituto di antropologia dell’Università di Pechino ogni giorno spariscono tra 80 e 100 villaggi a causa dell’esodo massiccio verso le città. Un parroco – don Joseph Yang, nel distretto di Yang – ha dichiarato che ogni settimana si trova davanti a volti nuovi nelle sue messe, con la conseguente grande difficoltà di dare risposte pastorali efficaci.

Ma anche le altre religioni e confessioni cristiane affrontano sfide difficili. Ad esempio il mondo buddista, in grande crescita e nonostante sia favorito dal governo perché viene visto come una religione tradizionale dell’Asia, a differenza del cristianesimo che viene percepito come una religione occidentale, dunque importata. Il professor Ji Zhe, sociologo e specialista in storia delle religioni cinesi, dirige un progetto di ricerca internazionale sull’evoluzione del buddismo in Cina. Attualmente – ha dichiarato a Eglise d’Asie – delle cinque religioni ufficialmente riconosciute (buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo, islam), i buddisti costituiscono il più numeroso gruppo di credenti e praticanti». In particolare parliamo del buddismo Mahayana Han, con 100 milioni di fedeli, mentre sono 7,6 milioni i buddisti tibetani e 1,5 milioni i buddisti Theravada. Secondo lo studioso il buddismo è sostenuto dal governo per motivi politici e per interessi economici. Per questi ultimi il caso esemplare è quello del tempio Shaolin nella provincia di Henan, molto famoso per la grande tradizione nelle arti marziali. È un luogo di turismo che raccoglie decine di migliaia di visitatori ogni anno ma i proventi del biglietto di ingresso vanno al 70% al governo locale. E la comunità monastica è sottoposta ad uno stringente controllo amministrativo su come spende quel 30% di introiti che ha a disposizione. Inutili le vibranti proteste che ogni anno vengono sollevate dai monaci. Quanto ai motivi politici l’analisi del professor Ji Zhe è precisa. «La religione che si sviluppa di più in Cina è il protestantesimo, soprattutto evangelico, che è più attivo e rivendicativo, non esita a invocare la libertà religiosa ed il rispetto dei diritti dell’uomo, anche grazie ai legami con l’estero e grazie all’organizzazione specifica, difficile da controllare per lo stesso governo. Cattolicesimo ed islam sono ugualmente problematici per il governo centrale, sia sul piano diplomatico, sia sul piano etnico. Ed allora si cerca di favorire l’espansione del buddismo Mahayana Han – gli Han sono l’etnia maggioritaria alla quale appartiene il 92% della popolazione cinese – per tentare di contenere l’espansione di altre religioni».”

Come reagirà la Turchia?

La decisione della Chiesa Armena di canonizzare tutte le vittime del genocidio armeno sta rimbalzando in rete. Come reagirà la Turchia? Prendo la notizia da Asianews.

armena.jpg“Con una mossa che ha colto di sorpresa la Turchia, la Chiesa Armena sta per procedere alla canonizzazione delle vittime del genocidio armeno, perpetrato dallo Stato turco nel 1915, usando elementi kurdi come manovalanza per le uccisioni. Il genocidio, perpetrato con metodo scientifico, è descritto dallo storico turco Taner Akcam come “un atto vergognoso” (è il titolo di un suo volume). Ma il governo di Ankara non lo ha mai riconosciuto e rifiuta la definizione di “genocidio”. Secondi fonti citate dai giornali turchi, la canonizzazione avverrà nel 2015, nel centenario del genocidio dei 1,5 milioni di armeni, trucidati nell’Asia Minore. La fonte principale di tale notizia è l’ASAM, il centro di ricerche di strategia euroasiatica della Turchia, secondo il quale a Erevan capitale dell’Armenia, è stato convocato il grande sinodo della Chiesa Armena. Fatto importante: a questo sinodo hanno partecipato, per la prima volta dopo 400 anni – cioè dopo il 1651 – vescovi accorsi da tutto il mondo: una vera novità nella storia della Chiesa Armena. Al sinodo – tenutosi alla fine di settembre – hanno partecipato l’arcivescovo di Etsmiatzin, (considerata la città più sacra per gli armeni); l’arcivescovo armeno del Libano, dove si trova anche una grande comunità, sfuggita in gran parte al genocidio; i vescovi di Stati Uniti, Gerusalemme, Sud America, Francia e dei luoghi dove vi sono comunità armene della diaspora. Durante la riunione si è deciso di canonizzare tutte le vittime dell’orrendo genocidio perpetrato dagli ottomani prima e poi dai turchi di Kemal Ataturk. La canonizzazione seguirà la formula della tradizione delle Chiese orientali, che consiste nel proclamare i santi riportando il nome del luogo del martirio e non i nomi delle singole persone.

La decisione del sinodo armeno, ha agitato la Turchia. Il presidente dell’ASAM, Ömer Özkaya, facendo una lettura politica del gesto, sottolinea che tutti i vescovi della Chiesa Armena, si sono riuniti per la prima volta dopo 400 anni con lo scopo di dare la massima visibilità al “presunto” (secondo i turchi) genocidio degli Armeni, procedendo alla canonizzazione delle vittime del genocidio. Ömer Özkaya, ha comunque rilevato che in questo modo, gli Armeni, danno un’altra dimensione, quella religiosa, alla controversia che oppone la comunità della diaspora e la Turchia. Non sfugge neppure il fatto che per dare maggiore enfasi a questa decisione, il sinodo è stato convocato nel centro religioso dell’Armenia, l’Etsimiatzin, che costituisce il grande simbolo di riferimento religioso degli Armeni.”

Con parole non mie

Muggia_002 copia fb.jpg

Toccare quel che è successo a Lampedusa senza entrare nel merito di torti e ragioni, senza entrare nelle tristi polemiche superficiali a cui mi sono rifiutato di partecipare sui social network. Lo voglio fare con parole non mie, lasciando che il cuore mi porti verso alcune delle pagine lette in questi due anni, con lo scopo di suscitare riflessioni e domande più approfondite… (già il 23 luglio citavo Bacone: “chi scava in profondità nella realtà attraverso il pensiero scopre orizzonti sempre nuovi che lo conducono ad essere molto più esitante nell’attribuire alla ragione risposte definitive”).

Ecco i passi che mi fanno compagnia in questi giorni:

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. E’ così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura di sempre” (“Nel mare ci sono i coccodrilli”, F. Geda, pag.73)

“Quando si verifica una catastrofe, le persone vicine vengono traumatizzate fino a provare un senso di impotenza. Per certo le catastrofi acute producono tale effetto. Sembra che ci si aspetti che le catastrofi abbiano breve durata. Ma le catastrofi croniche sono così spiacevoli per i vicini che quest’ultimi gradualmente diventano indifferenti sia alle catastrofi, sia alle loro vittime, quando non sviluppano in proposito una vera e propria impazienza… Quando l’emergenza si protrae troppo a lungo, le mani che si protendevano a offrire aiuto tornano a infilarsi nelle tasche, i falò della compassione si spengono” (J. Roth citato in “Le sorgenti del male” di Z. Bauman, pagg.93-94)

“Val la pena che il sole si levi dal mare

e la lunga giornata incominci? Domani

tornerà l’alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà”

(C. Pavese)

“A sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato e dal mio cuore si innalza sempre una voce che dice: la vita è una cosa splendida e grande. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto d’amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere” (E. Hillesum)

“In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno che valga tutta quell’acqua d’attraversare” (A. D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, pag. 180)

“Li ha visti quei barconi carichi e puzzolenti come barattoli di sgombro. I ragazzi del Nord Africa, i reduci dalle guerre, dai campi profughi, e gli imbucati. Ha visto gli occhi allucinati, il passaggio dei bambini sopravvissuti, le crisi di ipotermia. Le coperte d’argento. Ha visto la paura del mare e la paura della terra.

Ha visto la forza di quei disperati, io voglio lavorare, voglio lavorare. Voglio andare in Francia, in Europa del nord a lavorare.

Ha visto la determinazione e la purezza. La bellezza degli occhi, il candore dei denti.

Ha visto il degrado, il porcile.

Le schiene dei ragazzi contro un muro, i militari che toglievano i lacci delle scarpe e le cinture.

Ha visto la gara degli aiuti, i panni trovati per i bambini, le collette dei poveri davvero incazzati perché Gesù Cristo chiede sempre a loro.

Ha visto la saturazione, la paura delle epidemie. La gente protestare, bloccare i moli, gli approdi. E poi ricominciare, buttarsi nel mare in piena notte per tirare su quei disperati che nemmeno sanno nuotare.

E non sai davvero chi salvi, magari un avanzo di galera. Uno che ti ruberà il cellulare, che guiderà contromano ubriaco, che stuprerà una ragazza, un’infermiera che torna a casa dal turno di notte.

Ne ha sentiti di discorsi così Vito, affastellati, rozzi. La rabbia dei poveri contro gli altri poveri.

Salvare il tuo assassino, forse è questa la carità. Ma qui nessuno è un santo. E il mondo non dovrebbe aver bisogno di martiri, solo di una ripartizione migliore.” (M. Mazzantini, “Mare al mattino”, pagg. 113-114)

Turchia: quale direzione?

Prendo la notizia dall’Huffington Post, un pezzo di Francesco Cerri.

“Cade nella Turchia targata Recep Tayyip Erdogan uno degli ultimi grandi simboli dello stato laico di Mustafa Kemal Ataturk: il divieto di indossare il velo islamico negli uffici pubblici.

Il premier di Ankara ha annunciato oggi la revoca del divieto del “turban” per funzionarie, erdogan.jpgpostine, insegnanti nel quadro del pacchetto di riforme di “democratizzazione” varato dal governo per cercare di tenere in carreggiata il fragile processo di pace avviato da dicembre con i ribelli curdi del Pkk. Con il divieto del velo cade anche per i funzionari il bando della barba, altro simbolo dell’Islam vietato dallo stato laico kemalista turco.

L’opposizione da tempo accusa il “sultano” di Ankara di volere “reislamizzare” la repubblica turca fondata da Mustafa Kemal Ataturk nel 1923 sulle rovine dell’impero ottomano.

Ataturk aveva imposto al paese, prevalentemente musulmano, una svolta occidentale, e tentato di allontanare lo stato dalla religione. Negli ultimi anni il partito islamico Akp di Erdogan, al potere dal 2002, ha progressivamente cancellato i vari divieti del “turban” introdotti dallo stato kemalista, nelle università, nelle scuole durante i corsi di religione, nelle cerimonie ufficiali, nei tribunali fra gli avvocati donne. Ora, ha spiegato oggi Erdogan, le sole a non poter portare il velo saranno le donne magistrato, le poliziotte e le donne soldato, perchè per loro è prevista una specifica uniforme.

La revoca del divieto del velo è cosi diventata la misura più forte del pacchetto preannunciato da tempo dal governo per rafforzare la democrazia nel Paese. Gli altri provvedimenti sembrano però non rispondere alle aspettative delle varie minoranze, in particolare dei curdi (20% della popolazione).

Erdogan ha annunciato che si potrà studiare in lingue diverse dal turco, perciò anche in curdo, nelle scuole private. Sarà inoltre abrogato il divieto di impiegare nei documenti pubblici le lettere Q, X e W, usate dai curdi, ma escluse dall’alfabeto turco, saranno ripristinati i nomi curdi di località del Kurdistan “turchizzate”. I partiti potranno inoltre fare campagna in curdo, otterranno rimborsi elettorali a partire del 3%, la soglia del 10% per il parlamento potrebbe essere abbassata.

Timide le aperture verso le altre minoranze. Gli aleviti (per sapere chi sono, consiglio questo articolo, ndr) attendevano un riconoscimento dei loro luoghi di culto – le cemevi – che non c’è stato. Ai siriaci è stata promessa la restituzione delle terre del monastero di Mor Gabriel confiscate dallo stato. Ai Rom una fondazione.

I curdi si sono detti insoddisfatti. “Questo pacchetto non risponde alle esigenze democratiche della Turchia, e alle attese dei curdi”, ha chiarito subito la copresidente del partito legale curdo Bdp, Gulten Kisanak. Il Pkk ha sospeso ai primi di settembre il ritiro dei suoi armati previsto dagli accordi di pace con Ankara, accusando Erdogan di non stare ai patti e di non varare le riforme promesse. Chiede maggiore autonomia per il Kurdistan turco, il curdo nella scuola pubblica, una modifica delle leggi anti-terrorismo, la liberazione delle migliaia di attivisti, sindacalisti, universitari e giornalisti arrestati.

Erdogan ha invece definito “storiche” le riforme varate oggi.

Per il giornale Cumhuriyet, è l’inizio della campagna elettorale del premier, che in giugno spera di essere eletto nuovo capo dello stato.”

Digestione

Gareth-Bale-shoots.jpgIn questi giorni commentavo in famiglia la notizia del possibile acquisto da parte del Real Madrid del calciatore Bale del Tottenham per una vagonata di euro (120 mln). Le chiacchiere erano simili a quelle che in questo periodo si possono ascoltare nei torridi dopocena di molte case: “non è etico”, “tutti a tirare la cinghia tranne questi”, “se poi ci metti anche quelli della tv o dello spettacolo”, “e poi hanno pure il coraggio di lamentarsi”… Discorsi che ti suscitano quel po’ di rabbia utile a una buona digestione… Il tenore delle parole che ho letto oggi, tramite twitter, su L’Huffington Post, è piuttosto diverso:

“Al Qaeda irrompe sul calciomercato internazionale. Il leader della cellula yemenita Ahmed Al Dossari ha postato su un blog un commento poco edificante in merito all’affare, ormai in via di definizione, tra Tottenham e Real Madrid per Gareth Bale: “Mercanti senza scrupoli – l’invettiva contro la squadra inglese – Ebrei che saranno puniti per la loro avidità”. La cifra record di 120 milioni di euro destinata a essere versata nelle casse degli Spurs sta scatenando parecchie perplessità negli ambienti sportivi e non. E al Qaeda ha colto la palla al balzo per lanciare strali contro la comunità ebraica. Il Tottenham infatti è il club del quartiere ebraico londinese e da sempre va fiero delle proprie origini. L’affare si dovrebbe concludere mercoledì 7 agosto a Miami. Secondo il Times, nella città della Florida è previsto il primo incontro tra il presidente del Tottenham Daniel Levy e Florentino Perez del Real, che è al seguito della squadra in tournee negli Usa. Il Real cercherà di concludere pagando 98 mln di euro, più il portoghese Fabio Coentrao, valutato 22 mln.”

Robe che la digestione resti bloccata definitivamente…

Vittoria o sconfitta?

Mi sono preso una pausetta dal blog per una serie di impegni personali (sistemazione giardino, casa, anniversari, battesimi, caldo…). L’ultimo post che ho messo venerdì è sull’Afghanistan. Ecco che ho appena letto su Limes questo articolo di Francesca Marino che dà fondamento geopolitico e cronicistico alle paure della cantante Aryana Sayeed: un intreccio in cui sono coinvolti soprattuttoAfghanistan, Usa, Pakistan, India, Iran.

“L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”. A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban. Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checché ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington. Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata. In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero 1-3792-989c5-3-d4703.jpgpartecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban. L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”. Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto. Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo. Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui. Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perché lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni. Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi. Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perché aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai. Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa. D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione. Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne. Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.”

La morte come privilegio

aryana-sayeed-kareena-kapoor-32860123-640-960.jpgSul Corriere di oggi Lorenzo Cremonesi racconta la paura di Aryana Sayeed, cantante afghana, che teme, all’uscita dell’esercito statunitense dal suo paese, il ritorno dei talebani e delle loro regole rigide e asfissianti: “Ma ve ne rendete conto? Rischiamo di tornare ai tempi della musica vietata, delle donne che non vanno a scuola, della gente arrestata se canta per la strada! Una tragedia per tutto l’Afghanistan. E un mio problema personale. I talebani al potere mi daranno la caccia. Non potrò lavorare. Dovrò tornare in esilio … E’ un errore dare credito ai talebani. Appena la coalizione internazionale se ne sarà andata si rimangeranno qualsiasi promessa e torneranno a imporre la loro folle teocrazia islamica”. Già oggi il clima attorno a lei si sta facendo pesante: “Da circa un anno mi mandano messaggi minatori. Mi hanno accusato di corrompere i giovani e le donne. Così non ho una dimora fissa. Viaggio di continuo tra Londra e Kabul. Ogni volta sto in una lodge diversa. E non so proprio come andrà a finire. Nel 2014 le truppe Nato-Isaf dovrebbero andarsene. Ma non credo che i nostri soldati siano in grado di rimpiazzarle”. Sta componendo una nuova canzone: “Ho un tal numero di sofferenze che la morte mi sembra un privilegio. Sono un peso per mio figlio, una schiava come moglie e un fardello come sorella”.

Dalla Turchia con…?

A volte è difficile farsi un’idea, un’opinione riguardo a una situazione. Già è difficile informarsi, tanto che spesso si parla, a torto o a ragione, di buona e cattiva informazione; troppo spesso buona informazione è quella che va a confermare le proprie opinione e cattiva quella che le disattende. L’unica strada, in ogni caso, che ritengo possibile è quella cercare notizie. Poco fa sfogliavo i vari tweet della giornata e uno dei più recenti accennava al rinfocolare delle proteste a Istanbul. La notizia, nei giorni scorsi mi era sfuggita. E pochi tweet prima ho trovato l’invito di un amico blogger a diffondere una testimonianza diretta (del 1° giugno). La metto sul blog, magari spinge qualcun altro a cercare di sapere di più, come cercherò di fare io stanotte; anche perché la situazione è in continua evoluzione e in veloce allargamento.

tear-gas-reuters.jpg“Ai miei amici che vivono fuori dalla Turchia: scrivo per farvi sapere cosa sta succedendo a Istanbul da cinque giorni. Personalmente sento di dover scrivere perché la maggior parte della stampa è stata messa sotto silenzio dal governo e il passaparola e internet sono i soli mezzi che ci restano per raccontare e chiedere sostegno. Quattro giorni fa un gruppo di persone non appartenenti a nessuna specifica organizzazione o ideologia si sono ritrovate nel parco Gezi di Istanbul. Tra loro c’erano molti miei amici e miei studenti. Il loro obiettivo era semplice: evitare la demolizione del parco per la costruzione di un altro centro commerciale nel centro della città. Ci sono tantissimi centri commerciali a Istanbul, almeno uno in ogni quartiere. Il taglio degli alberi sarebbe dovuto cominciare giovedì mattina. La gente è andata al parco con le coperte, i libri e i bambini. Hanno messo su delle tende e passato la notte sotto gli alberi. La mattina presto quando i bulldozer hanno iniziato a radere al suolo alberi secolari, la gente si è messa di mezzo per fermare l’operazione. Non hanno fatto altro che restare in piedi di fronte alle macchine. Nessun giornale né emittente televisiva era lì per raccontare la protesta. Un blackout informativo totale. Ma la polizia è attivata con i cannoni d’acqua e lo spray al peperoncino. Hanno spinto la folla fuori dal parco.

Nel pomeriggio il numero di manifestanti si è moltiplicato. Così anche il numero di poliziotti, mentre il governo locale di Istanbul chiudeva tutte le vie d’accesso a piazza Taksim, dove si trova il parco Gezi. La metro è stata chiusa, i treni cancellati, le strade bloccate. Ma sempre più gente ha raggiunto a piedi il centro della città. Sono arrivati da tutta Istanbul. Sono giunti da diversi background, da diverse ideologie, da diverse religioni. Si sono ritrovati per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere dignitosamente come cittadini di questo Paese. Hanno marciato. La polizia li ha respinti con spray al peperoncino e gas lacrimogeni e ha guidato i tank contro la folla che offriva ai poliziotti cibo. Due giovani sono stati colpiti dai tank e sono stati uccisi. Un’altra giovane donna, una mia amica, è stata colpita alla testa da uno dei candelotti lacrimogeni. La polizia li lanciava in mezzo alla folla. Dopo tre ore di operazione chirurgica, è ancora in terapia intensiva in condizioni critiche. Mentre scrivo, non so ancora se ce la farà. Questo post è per lei.

Queste persone sono miei amici. Sono i miei studenti, i miei familiari. Non hanno 20130602_turchia_scontri.jpg“un’agenda nascosta”, come dice lo Stato. La loro agenda è là fuori, è chiara. L’intero Paese viene venduto alle corporazioni dal governo, per la costruzione di centri commerciali, condomìni di lusso, autostrade, dighe e impianti nucleari. Il governo cerca (e quando è necessario, crea) ogni scusa per attaccare la Siria contro la volontà del suo popolo. E, ancora più importante, il controllo del governo sulle vite personali della sua gente è diventato insopportabile. Lo Stato, dietro la sua agenda conservatrice, ha approvato molte leggi e regolamenti sull’aborto, il parto cesareo, la vendita e l’utilizzo di alcol e anche il colore del rossetto delle hostess delle compagnie aeree. La gente che sta marciando verso il centro di Istanbul chiede il diritto a vivere liberamente e a ottenere giustizia, protezione e rispetto dallo Stato. Chiede di essere coinvolta nel processo decisionale della città in cui vive. Quello che invece ha ricevuto è violenza e un enorme numero di gas lacrimogeni lanciati dritti in faccia. Tre persone hanno perso la vista. Eppure continuano a marciare. Centinaia di migliaia si stanno unendo. Duemila persone sono passate sul ponte del Bosforo a piedi per sostenere la gente di Taksim. Nessun giornale né tv era lì a raccontare cosa accadeva. Erano occupati con le notizie su Miss Turchia e “il gatto più strano del mondo”. La polizia ha continuato con la repressione, spruzzando spray al peperoncino tanto da uccidere cani e gatti randagi. Scuole, ospedali e anche hotel a cinque stelle intorno a piazza Taksim hanno aperto le porte ai feriti. I dottori hanno riempito le classi e le camere di albergo per dare primo soccorso. Alcuni poliziotti si sono rifiutati di spruzzare lo spray e lanciare lacrimogeni contro persone innocenti e hanno smesso di lavorare. Intorno alla piazza hanno posto dei disturbatori per impedire la connessione internet e i network 3G sono stati bloccati. I residenti e i negozi della zona hanno dato alla gente in strada accesso alle loro reti wireless, i ristoranti hanno offerto cibo e bevande gratis. La gente di Ankara e Izmir si è ritrovata nelle strade per sostenere la resistenza di Istanbul. I media mainstream continuano a raccontare di Miss Turchia e del “gatto più strano del mondo”.

Scrivo questa lettera così che possiate sapere cosa succede a Istanbul. I mass media non ve lo diranno. Almeno non nel mio Paese. Per favore postate più articoli possibile su internet e fatelo sapere al mondo. Mentre pubblicavo articoli che spiegavano quanto sta avvenendo ad Istanbul sulla mia pagina Facebook la scorsa notte, qualcuno mi ha chiesto: “Cosa speri di ottenere lamentandoti del tuo Paese con gli stranieri?”. Questa lettera è la mia risposta. Con il cosiddetto “lamentarmi” del mio Paese, io spero di ottenere:

Libertà di parola e espressione,

Rispetto per i diritti umani,

Controllo sulle decisione che riguardano il mio corpo,

Diritto a radunarsi legalmente in qualsiasi parte della città senza essere considerato un terrorista.

Ma soprattutto dicendolo al mondo, ai miei amici che vivono nel resto del globo, spero di aprire i loro occhi, di aver sostegno e aiuto.”

Una vita appesa ad un fax

Joe_Kubert_Fax_DA-_Sarajevo-0014.jpg

Ho da poco terminato di leggere il fumetto di Joe Kubert “Fax da Sarajevo”. Racconta la storia, vera, della famiglia Rustemagić, marito, moglie e due figli, della loro vita durante l’assedio di Sarajevo del 1992 e della loro fuga. Ervin Rustemagić racconta tutto attraverso dei fax inviati fortunosamente. Lascio qui alcuni estratti della vita di Ervin, della moglie Edina, della figlia Maja e del piccolo Edvin.

“Oggi nevica a Sarajevo, e nessuno sa cosa ci riservi questa giornata, né quanto sangue colerà sulla neve.

Per noi che siamo qui, appare oggi ridicolo ripensare agli attentati terroristici in Italia, in Francia, in Inghilterra… quando i terroristi uccidevano 5, 6 o una dozzina di persone. Quanto chiasso è stato fatto per quegli attentati!! Noi qui abbiamo centinaia di attentati terroristici di quel genere ogni giorno e tutti se ne fregano! New York, Londra, Parigi, Roma, Amburgo sono sotto shock quando una bomba esplode in una stazione o nella metropolitana… Solo nel nostro quartiere di Dobrinja finora sono esplose 250.000 fra bombe e granate…

Maja compirà dieci anni il 20 luglio e il suo unico desiderio è che rimaniamo in vita.

Ieri era il 114° giorno di assedio a Sarajevo e un amico qui ha detto: ‘Perfino le Hawaii dopo 114 giorni di vacanza risulterebbero insopportabili’. Mi inquieta pensare a quello che succederà dopo la guerra. Ho paura che non ci potrà mai più essere una vita normale qui.

‘C’è gente che muore troppo presto, altra troppo tardi. Raramente al momento giusto’. Ebbene, le decine di migliaia di persone che sono morte in Bosnia durante questi ultimi mesi sono morte troppo presto. Un bambino è morto ieri nel ventre di sua madre, uccisa da una granata, venti giorni prima di nascere.

Un milione e cinquecentomila granate sono esplose nella città di Sarajevo (tre granate per abitante fino ad ora), e nessuno potrà mai dire quanti milioni di proiettili siano stati sparati. E’ il barbaro assedio di una città all’alba del 21° secolo.”

2+2

Stamattina, in quinta, parlavamo dei fondamentalismi religiosi, dei rischi che comportano le religioni quando si fanno ideologie e le idee quando si fanno assolutismi. E abbiamo letto una breve citazione presa da 1984 di George Orwell provando a immaginare un fondamentalismo religioso al posto del termine Partito:

sfondo-desktop-2-2-5-826-751x311.jpg

“Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. La visione del mondo che lo informava negava, tacitamente, non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna. Il senso comune costituiva l’eresia delle eresie. Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l’aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo? … Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente”.

Morire di apostasia

In terza stiamo parlando di pena di morte. Una delle tante cose che colpiscono è senza dubbio l’esistenza in taluni paesi, come l’Arabia Saudita, della pena capitale per apostasia. Su Il Sussidiario c’è un’intervista recente di Pietro Vernizzi a Massimo Introvigne.

“Il 64% dei musulmani in Egitto e in Pakistan sono convinti del fatto che chi si converte ISLAM_salafist.jpgdall’islam al cristianesimo vada punito con la morte. E’ quanto emerge da un rapporto del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo sulle religioni. A balzare agli occhi sono le differenze all’interno del mondo islamico. Se il 78% dei cittadini dell’Afghanistan è convinto che vada applicata la pena di morte per chi si converte, solo il 16% dei musulmani tunisini e il 13% di quelli libanesi è convinto della stessa cosa. Un’opinione che si riduce radicalmente tra i musulmani dei Paesi europei: il 2% in Bosnia e Turchia e l’1% in Albania. Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Introvigne.

Da questa ricerca emergono enormi differenze tra Paesi come Egitto e Turchia. Significa che non esiste un solo islam, ma molti islam differenti?

Le differenze sono state determinate dalla tradizione giuridica di queste nazioni. In Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Albania sono secoli che la pena di morte per apostasia, che pure è prevista secondo l’interpretazione della maggioranza delle scuole giuridiche del diritto islamico, non è più applicata e non è neppure all’ordine del giorno. Mentre in Egitto è notizia di pochi giorni fa che anche autorità giuridiche importanti si sono pronunciate a favore del ritorno alla pena di morte. E’ quanto sta succedendo anche in altri Paesi musulmani.

La pena di morte per l’apostasia è caratteristica soltanto dell’islam?

Questo è un grande punto di differenza tra una parte molto significativa del mondo musulmano e le altre religioni, perché effettivamente il diritto di cambiare religione, consacrato nelle carte internazionali dei diritti, per l’islam non esiste. In quest’ottica si ha diritto soltanto di convertirsi alla religione musulmana, ma non dall’islam a un’altra religione. Quest’ultimo è considerato un crimine, ed è la ragione per cui molti Paesi musulmani non hanno mai firmato neanche la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948. Quest’ultima comporta infatti il diritto di cambiare religione, che la tradizione islamica non può riconoscere. Scavando all’interno delle scuole giuridiche e delle interpretazioni, soprattutto in Turchia, si può arrivare a costruire qualcosa di simile alla libertà religiosa. E’ però molto difficile, perché nella tradizione giuridica islamica la libertà di cambiare religione non c’è.

Questi dati smentiscono chi afferma che la tradizione egiziana dell’Università di Al-Azhar sarebbe più tollerante rispetto a quella di altri Paesi come l’Arabia Saudita?

Il Pew Research Center non fornisce il dato sull’Arabia Saudita, che sarebbe stato forse pari al 90%, riflettendo così la legislazione vigente. Non c’è dubbio che in Egitto, anche in seguito alle vicende politiche della Primavera araba, qualcosa sia cambiato e ci sia stato uno spostamento verso posizioni di tipo fondamentalista. Tra l’altro quest’ultime posizioni erano già diffuse prima. A proposito di sondaggi di opinione fatti all’epoca di Mubarak, bisogna sempre chiedersi se esprimessero realmente le opinioni della maggioranza degli egiziani o se fossero manipolati dal regime. Sta di fatto che ora che è caduta la dittatura le opinioni che si manifestano sono molto meno tolleranti.

La seconda Sura del Corano afferma che non deve esserci “nessuna costrizione nella religione”. E’ in contraddizione con la pena di morte per chi commette apostasia?

Questa non deve essere interpretata in modo sbagliato. Con queste parole il Corano si riferisce non a chi è musulmano: nell’interpretazione che ne danno quasi tutte le scuole giuridiche, vuol dire che i cristiani e gli ebrei non devono essere costretti a diventare musulmani. L’islam tradizionale insegna che i cristiani e gli ebrei devono essere esclusi dalle posizioni di governo, ma che non ci deve essere nessuna costrizione perché qualcuno si converta. Questa tutto sommato è una regola a cui tra alti e bassi l’islam tradizionale si è sempre attenuto. Ciò non significa però che ci sia un diritto di chi è già musulmano a cambiare religione: questa non è una scelta religiosa ma un crimine di apostasia che deve essere punito.”

Perché no?

“Mi sapete dire il motivo per cui non fareste un’esperienza del genere?” Stefano ha concluso con questa domanda l’intervento in tre classi ieri mattina.

2012_Lettera_volontari1.jpgCristina, Elisa, Marta e, appunto, Stefano sono entrati in 3 classi, due quarte e un quinta non per tenere una lezione, ma per cercare di trasmettere l’entusiasmo con cui vivono in estate delle giornate insieme a delle persone diversamente abili nel mare di Bibione. E’ l’esperienza del DUM, Dinsi une man (Diamoci una mano per i non furlanofoni :-). Hanno raccontato tanto in un’ora che è sembrata troppo stretta per contenere le loro parole, la loro forza, la loro voglia di condividere e il loro desiderio che altri ragazzi possano percorrere un cammino simile al loro. Da qui è venuta la domanda di Stefano: perché no? Perché no a permettere delle vere vacanze a persone per le quali altrimenti sarebbero difficili se non impossibili, perché no a fare un’esperienza in cui ricevi molto di più di quello che dai, perché no a un qualcosa che ti cambia in meglio, perché no a un periodo in cui entri in contatto con delle parti di te che non conosci, perché no a vivere lo spirito di una comunità in cui non sei mai solo, perché no alle prime notti in cui ti chiedi “ma chi me lo ha fatto fare?” e alle altre in cui ringrazi chi te lo ha fatto fare, perché no a comprendere meglio, vivendolo, il concetto di persona e di talento…

Grazie Cristina, Elisa, Marta e Stefano per la vita che avete trasmesso, come hanno commentato alcuni studenti di quinta. Qui sotto c’è spazio per i commenti di chi vi ha ascoltato…

Per info Dum Tube e pagina su Fb.

Un sentiero

raccolta-di-texture-erba-photoshop-gratis-L-MHZuOV.jpeg

Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l’erba 
diventa un sentiero.
(Blaga Dimitrova)

Ancora streghe…

Un interessante articolo di Adriano Favole su moderne stregonerie. L’ho preso da Il club de La Lettura.

“Ci sono aree di mondo che, come insetti catturati nella tela del ragno, non riescono a l43-streghe-130409083349_medium.jpgliberarsi dagli stereotipi che li avvolgono. La Nuova Guinea è una di queste. Nel corso dell’Ottocento, gli esploratori occidentali chiamarono questa parte di mondo Melanesia («Isole nere»): il «nero» non evocava solo abitanti dalla pelle scura, ma preannunciava un vero e proprio noir antropologico. Da allora e fino a oggi infatti, quando in Occidente si parla della Nuova Guinea, lo si fa, per lo più, a proposito di cannibalismo e stregoneria, con qualche concessione a tsunami e altre calamità naturali. A meno che non siate appassionati cultori o frequentatori dell’Oceania, difficilmente avrete avuto modo di sapere che la Nuova Guinea è un luogo straordinario, in cui si parlano tuttora 850 lingue; in cui è racchiusa una biodiversità eccezionale, per nulla scalfita — almeno fino all’irrompere della modernità — dalla presenza delle società native, che hanno dato vita per millenni a economie sostenibili (ne parla Jared Diamond in Collasso, Einaudi); si tratta di un’isola i cui abitanti hanno inventato, oltre all’orticoltura, sistemi di scambio basati sulla condivisione, sul dono e sulla reciprocità e, in alcune aree, specie lungo il fiume Sepik, hanno dato vita a creazioni artistiche che lasciarono esterrefatti viaggiatori ed etnologi (il Museo Quai Branly di Parigi vi dedicherà una mostra nel 2014). Alla luce dello stereotipo, non stupisce più di tanto l’enfasi con cui in Australia (un Paese che ha colossali interessi in Nuova Guinea) alcuni giornali hanno diffuso la notizia relativa a casi di stregoneria avvenuti sia nella parte occidentale dell’isola — che fa parte dell’Indonesia, con le due province di Papua e West Papua — sia nelle Highlands della parte orientale, in cui si trova lo Stato indipendente di Papua Nuova Guinea. Secondo la testimonianza di una suora cattolica riportata da «Internazionale», nell’area di Simbu (considerata un epicentro stregonesco), in febbraio, una donna accusata di essere una strega sarebbe stata torturata nei genitali con ferri roventi, rischiando la morte. Pochi giorni fa, il quotidiano «Post Courier» riportava notizie di un presunto sacrificio pasquale nell’area delle Southern Highlands, in cui sei donne sarebbero state torturate e arse vive, e ancora il caso di due donne decapitate nell’isola di Bougainville. Ripetuti report di Amnesty International e della Ong Oxfam confermano la crescente violenza nei confronti delle donne e il ricorso dei nativi al linguaggio e alle pratiche della stregoneria.

Ma, allora, la stregoneria è una realtà o la proiezione mediatizzata di uno stereotipo? I papua praticano ancora la stregoneria? Il problema di fondo è che domande come queste sono mal poste. Il dato da cui partire è infatti la violenza nei confronti delle donne (ma non solo) che, stando alle fonti più attendibili, è in crescita in Papua Nuova Guinea così come in tanti altri Paesi del mondo. Perché questa escalation di violenza in un Paese che, certo, anche in passato era caratterizzato da forti tensioni e conflitti interetnici? E perché, in Melanesia come in molti Paesi africani i nativi evocano e incolpano streghe e stregoni? Numerosi studiosi hanno lavorato di recente a questo tema, fornendo risposte piuttosto interessanti.

C’è in primo luogo un enorme problema di traduzione. Per un occidentale, infatti, il termine «stregoneria» evoca condanne e roghi voluti dalla Chiesa nei confronti di donne ed eretici. I termini di altre lingue tradotti con «stregoneria» (come sanguma o kumo in Nuova Guinea) implicano scenari e immaginari molto differenti, che occorre conoscere se si vuole davvero combattere il fenomeno.

In secondo luogo, la cosiddetta stregoneria viene di solito presentata come una credenza atavica e irrazionale, frutto di una mentalità primitiva che dovrebbe essere modernizzata. Gli studi dell’antropologo olandese Peter Geschiere mostrano, al contrario, che la stregoneria contemporanea è un prodotto «moderno» e «postcoloniale». La diffusione dell’Aids, le crisi economiche, l’emarginazione sociale hanno comportato in molte parti dell’Africa una ripresa e una ricarica semantica del linguaggio della stregoneria, attraverso la ricerca dei «colpevoli» della povertà e del disagio. Allo stesso modo, secondo un recente studio di Ryan Schram, alcune popolazioni della Nuova Guinea ritengono che le streghe sottraggano ai nativi i beni materiali di cui i bianchi sono, al contrario, ricchissimi.

Un terzo punto rilevante concerne l’idea secondo cui l’irrazionalità della stregoneria andrebbe combattuta insegnando ai nativi a riconoscere le vere cause delle malattie e della sventura. È il punto più delicato. Già nel 1937, nel classico Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande (Cortina), Edward Evans-Pritchard aveva mostrato che la stregoneria non nasce dall’ignoranza delle cause ultime di un evento nefasto, ma dal fatto che pone domande che vanno al di là di esse. Gli indigeni africani Azande sanno che quell’uomo è morto perché, andando a caccia, si è ferito una gamba, ma il problema è: «Perché proprio lui e proprio adesso?». La stregoneria (mangu per gli Azande) è un pensiero sull’«oltre», su quegli ambiti della vita che stanno al di là della possibilità di controllo degli esseri umani. Ora, nella situazione postcoloniale globalizzata, la stregoneria, supposto che abbia ancora senso usare una categoria così ampia e trasversale, si presenta non come un sistema di credenze chiuso all’interno di società tradizionali, bensì come un tentativo di spiegare relazioni interculturali che hanno relegato strati sociali e intere comunità native in situazioni di estrema indigenza e marginalità. Il ritorno delle streghe, in Papua Nuova Guinea come in Africa, è un fenomeno preoccupante e la violenza (e a volte la morte) sofferta dalle donne, che divengono capri espiatori di una diffusa insicurezza, non va certo sottovalutata o, peggio ancora, negata. Ma la stregoneria non è una malattia indigena, frutto di sistemi di credenze ancestrali, bensì il sintomo di un disagio molto «moderno», le cui cause vanno ricercate nell’imporsi di modelli sociali ed economici fondati sull’esclusione, e non sulla condivisione, e di configurazioni della persona che hanno accentuato le differenze di genere, alimentando sospetti e violenze soprattutto nei confronti delle donne.”

Intanto a Washington un imam…

Leggo su Libero un articolo di Enrica Ventura del 19 aprile:

imamabdullah.jpg“Si chiama Daayiee Abdullah, è un imam dichiaratamente gay, forse l’unico al mondo, che vive a Washington e sposa le coppie omosex musulmane. Ieri si è presentato al pubblico con la presentazione di un documentario «Sono gay e musulmano» proiettato nell’Equality Center della città statunitense in occasione di una serata organizzata dall’associazione per i diritti dei gay Human rights campaign. «Penso che siamo all’inizio di un movimento per un islam più inclusivo in America», ha detto presentandosi al pubblico «così se volete un matrimonio tra persone dello stesso sesso io sono disponibile». E se i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono un tema caldo nelle polemiche politiche negli stessi Stati Uniti (se ne sta occupando la Corte suprema) e in Francia (dove la legge voluta dal presidente François Hollande è vicina all’approvazione), in molti Stati dell’islam l’omosessualità viene addirittura punita con la pena di morte, ad esempio in Arabia saudita o in Sudan. Afroamericano convertito all’islam, Abdullah guida la moschea progressista «Luce della Riforma». Per il momento i matrimoni da lui celebrati sono stati fatti nella massima discrezione: lui stesso ha sempre chiesto di non pubblicare foto su Internet e di non fare troppa pubblicità alla cerimonia. Gli altri imam americani gli hanno già dichiarato la guerra e su Internet lo definiscono «deviato e perverso», un «trafficante di idee proibite in islam». In alcuni Paesi musulmani però l’apertura a quel mondo sta facendo dei progressi: sono infatti sette, su 23mila, i candidati transgender alle elezioni parlamentari che si terranno l’11 maggio in Pakistan. Una rappresentanza dei circa 500mila eunuchi pakistani che ha però la forza di una rivoluzione nel sistema politico locale. Perché è la prima volta che, come indipendenti, si presentano alle urne i rappresentanti di omosessuali, transessuali, travestiti, ermafroditi, uomini castrati. Eunuchi, appunto, che secondo la tradizione vengono chiamati a ballare ai matrimoni o alle celebrazioni per la nascita di un figlio secondo la credenza che chi è nato sfortunato porterà fortuna. «La gente non crede che possiamo essere corrotti perché non abbiamo né figli, né famiglia», dice la candidata indipendente Sanam Faqeer. «Non abbiamo bisogno di rubare soldi come fanno altri politici».”

Fessure di dialogo

Stamattina si è tenuta, in piazza San Pietro l’udienza generale del papa. Subito dopo Bergoglio ha incontrato l’ambasciatore saudita in Italia Salh Mohammad Al Ghamdi, che ha consegnato al papa un messaggio del re Abdullah. Il giornalista Giacomo Galeazzi su Vatican Insider fa il punto della situazione sull’Arabia Saudita per quanto riguarda le libertà religiose e i diritti delle donne.

“Il Regno wahhabita continua ad essere indicato da tutti gli osservatori internazionali abdullah.jpgcome un «Paese di particolare preoccupazione» per la persistenza di violazioni gravi della libertà religiosa, nei fatti e nelle disposizioni legislative. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le dichiarazioni in cui responsabili sauditi hanno affermato la possibilità per i lavoratori non musulmani di celebrare il proprio culto in privato. Tuttavia, la nozione di “privato” rimane vaga. Il governo ha affermato che, finché le riunioni dei non musulmani avessero riguardato piccoli gruppi riuniti in case private, nessun organo della sicurezza sarebbe intervenuto. Questa posizione, sebbene ufficiale, viene comunque violata, dato che continuano a verificarsi casi in cui la polizia religiosa fa irruzione in abitazioni private in cui si svolgono simili riunioni di preghiera. Altro motivo di preoccupazione per i cristiani (come per tutti i non musulmani residenti nel Regno) è l’eccessivo lasso di tempo (settimane) necessario per l’espatrio delle salme di lavoratori stranieri deceduti. L’Arabia Saudita non autorizza la sepoltura nei propri territori di non musulmani e su tale questione ha richiamato l’attenzione una delegazione americana in visita nel Paese. Il rapporto Acs documenta diversi casi di arresto di fedeli cristiani; in alcuni casi, la notizia non sarebbe stata diffusa, per garantire il buon esito delle trattative per il loro rilascio che venivano stabilite tra governo saudita e il Paese di provenienza degli arrestati. Nel gennaio 2012, re Abdullah ha sollevato dall’incarico il capo della polizia religiosa Abdul-Aziz Humayen, sostituendolo con Abdul-Latif bin Abdul-Aziz Al Sheikh, appartenente alla famiglia degli Al Sheikh che guida l’establishment wahhabita. Non sono state fornite indicazioni sulle ragioni del cambio, anche se è utile segnalare che, nel 2009, il predecessore di Al Sheikh era stato scelto per riformare la polizia religiosa. Aveva assunto consulenti, incontrato gruppi per i diritti umani ed esperti d’immagine per migliorare la reputazione della polizia dopo episodi che avevano indignato l’opinione pubblica saudita. Gli agenti della polizia religiosa vegliano sull’applicazione delle leggi che regolano la sfera civile, religiosa e sessuale nel Paese. Tra i loro compiti c’è quello di verificare che i negozi siano chiusi durante la preghiera, fermare le coppie non sposate e le donne non coperte dalla testa ai piedi assicurandosi anche che esse non guidino automobili. Vita dura anche per gli sciiti e gli ismaeliti, così come per i blogger portatori di idee pseudo-rivoluzionarie.

Passo positivo l’istituzione per iniziativa del sovrano, in collaborazione con Austria e Spagna, di un Centro internazionale per il dialogo inter-religioso e inter-culturale. In Arabia Saudita per i cristiani non è possibile alcun culto pubblico. La situazione è particolarmente pesante soprattutto per l’altra metà del cielo. Muri divisori nei negozi per separare donne e uomini: è l’ultima forma di segregazione imposta nel regno saudita per “proteggere” commesse e clienti dagli sguardi maschili. La misura verrà applicata nei negozi in cui sono impiegati commessi di sesso diverso. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri. Le donne possono lavorare solo in luoghi di sole donne oppure nella vendita di biancheria intima e cosmetici. Questi ultimi due settori di lavoro sono stati approvati nel giugno 2011, quando il governo impose che i commessi (in gran parte uomini di origine asiatica) fossero sostituiti con donne saudite. Un provvedimento che aprì 44mila nuove posizioni di lavoro per donne saudite (il tasso di inoccupazione femminile è del 36%, solo il 7% della popolazione occupata nel privato è composta da donne). Fu una decisione sollecitata dalle stesse saudite che si dicevano a disagio nell’acquistare biancheria intima e cosmetici dagli uomini. Ma l’arrivo di tante donne nei luoghi di lavoro misti – ad esempio i centri commerciali – aveva sollevato problemi diversi, non ultimi molti casi di molestie. La misura adottata per eliminare il problema è, come spesso è capitato nel Paese, drastica e orientata alla segregazione: i muri. Il cammino di emancipazione delle donne saudite è ancora allo stato embrionale. All’inizio dell’anno alle donne è stato permesso di partecipare al Consiglio consultiva della Shura, e 30 donne ne sono entrate a far parte – anche se per partecipare devono usare ingressi separati. Note ormai le campagne per il diritto di guida (soprattutto grazie alla popolare campagna di disobbedienza civile di Manal al Sharif divenuta popolare sui social network come #womentodrive), mentre il Regno del Golfo è uno dei pochi paesi al mondo che nega il suffragio universale. Le donne devono avere il permesso degli uomini per lavorare, viaggiare o aprire un conto corrente bancario.”

Solo pubblicità positiva

Segnalo questa notizia ben poco incoraggiante diffusa dalla redazione di Notizie Geopolitiche.

“Le autorità di controllo dei media cinesi hanno vietato l’uso di informazioni riportate dai media stranieri. “Senza autorizzazione, nessuna organizzazione dei media può usare informazioni fornite dai media o dai siti stranieri”, si legge nella direttiva emessa dall’Amministrazione generale per la Stampa, le Pubblicazioni, la Radio, i Film e la Televisione, riportata oggi dal Telegraph. Le autorità hanno quindi aggiunto che i direttori e i giornalisti devono attenersi ai “principi di unità, stabilità e pubblicità positiva” e che le indiscrezioni fornite da “confidenti, freelance, ong e organizzazioni commerciali” non dovrebbero essere pubblicate senza una completa verifica. Secondo David Bandurski, direttore del Progetto Media Cina dell’Università di Hong Kong, queste nuove regole fanno parte del tentativo in corso di “controllare il contenuto della stampa alla fonte” e di evitare che storie scomode pubblicate dai media stranieri arrivino in Cina. Ma con centinaia di milioni di cinesi che oggi si informano on-line, tramiti siti come Weibo, questi tentativi risultano ampiamente “inutili”, ha aggiunto.”

Deduco che questa notizia non possa essere diffusa…

liberta-parola-cina_h_partb.jpg

Nel 2050 più cattolici in India che in Germania

Articolo lungo ma, a mio avviso molto molto interessante; serve ad avvicinarsi un po’ a una realtà complessa come quella indiana e a intuire che le realtà religiose nel mondo non sono sempre semplici, chiare e ben delineate, come a volte può sembrare di poter dedurre da una cartina geografica delle religioni. E’ scritto da Francesca Marino su Limes.

“Secondo gli ultimi dati, la percentuale di cattolici in India cresce a un tasso maggiore di quello della popolazione totale. Significa che qui nel 2050 ci saranno circa 30 milioni di fedeli alla Chiesa di Roma: più che in Germania, ad esempio, e quasi quanto in Polonia. Il che rende l’India, per il Vaticano e la comunità cattolica, un paese di fondamentale importanza sia politica che geopolitica. Nonostante i cattolici indiani rappresentino soltanto un misero 1,6 % della popolazione locale, si tratta di circa 17,6 milioni di individui che seguono riti e tradizioni della Chiesa di Roma e guardano al papa come guida e fonte di ispirazione. Più o meno. In realtà il cattolicesimo in India, che ha una storia più che centenaria risalente alla conquista portoghese di Goa nel 1510, è ben lontano dal costituire un fronte unitario o scevro da problemi e complicazioni di natura sia sociale che teologica.

La Chiesa indiana comprende 3 grandi tradizioni: quella di rito siro-malabarese, la tradizione siro-malankarese e il rito latino. A seguire il primo rito sono circa 4 milioni di persone, che si rifanno a una tradizione locale secondo cui la Chiesa in questione fu fondata dall’apostolo Tommaso. Per questo motivo i suoi fedeli sono definiti: “cristiani di san Tommaso”. La Chiesa siro-malabarese ha una complessa e peculiare gerarchia, è profondamente sincretica e fortemente radicata nella tradizione e nella cultura locale. Tanto radicata da seguire regole proprie nella costruzione delle chiese, nella liturgia di matrimoni e funerali e nella formazione del clero. Di recente, il Sinodo sino-malabarese ha modificato anche gli abiti di vescovi e sacerdoti, cambiando colori e stili per renderli più consoni alla tradizione locale. Inoltre, ha deciso di inserire la raffigurazione dell’apostolo Tommaso all’interno dell’immagine della croce. Distinzioni liturgiche a parte, la Chiesa cattolica sta allargando la propria sfera di influenza dagli Stati del sud, dove prevale quella tradizionale, fino al nord-est che è stato fino a qualche anno fa “terreno di caccia” quasi esclusivo di cristiani appartenenti alle Chiese protestanti. Mentre le confessioni cristiane in generale sono guardate con diffidenza, la Chiesa cattolica riveste agli occhi degli indiani, anche di quelli non cattolici, una posizione molto peculiare. Gli indiani nutrono un estremo rispetto nei suoi confronti soprattutto per via della capillare rete di scuole, ospedali e organizzazioni di carattere sociale gestite da preti e suore. Le cosiddette convent schools hanno formato molte generazioni dell’attuale e passata classe dirigente indiana e costituiscono ancora uno dei capisaldi dell’istruzione privata locale. Il motivo è che al contrario di ciò che accade nel resto del mondo le convent schools, pur essendo gestite da religiosi, non impongono a nessun allievo la frequentazione della Chiesa, regole di catechismo o altro genere di istruzione religiosa. La misura della considerazione e del rispetto in cui sono tenute le organizzazioni cattoliche si è avuta nel 1997 in occasione della morte di madre Teresa di Calcutta, a cui sono stati tributati i funerali di Stato, omaggio in precedenza reso soltanto a un altro privato cittadino: il Mahatma Gandhi. Madre Teresa, pur essendo europea e cattolica, era riuscita a entrare nei cuori e nella coscienza della gente di Calcutta e del resto dell’India. La sua figura era controversa e per molti aspetti discutibile, ma la religiosa era riuscita a incarnare alla perfezione lo spirito e la forma del cattolicesimo indiano. Spirito e forma che, per certi versi, continuano a dare più di un mal di testa al Vaticano e alle gerarchie ecclesiastiche. Chi si avventura fino alla Casa madre delle suore di madre Teresa, troverà la tomba della piccola suora albanese e una statua della Vergine a grandezza quasi naturale venerata allo stesso modo, più o meno, in cui la dea Kali viene adorata a qualche chilometro di distanza, nel tempio che porta il suo nome. Perché per l’uomo della strada non esiste alcuna incompatibilità nella coesistenza, all’interno di un altare domestico, tra effigi di madre Teresa, Kali, Cristo e, perchè no, di Karl Marx. Non è un caso, d’altra parte, che gli Stati indiani in cui i cristiani e i cattolici sono più presenti sono anche quelli in cui è più forte il partito comunista. O la guerriglia, maoista o separatista che sia.

Il concetto dell’esistenza di un unico vero Dio, che implica la falsità delle altre religioni e degli altri dèi, è profondamente estraneo alla mentalità e alla cultura indiana: non soltanto alla cultura induista, ma anche in qualche misura alla cultura musulmana locale nella sua accezione più ampia. Il concetto, come realizzò papa Wojtyla nel suo viaggio in India, è di difficile digestione anche per molti preti cattolici locali. D’altra parte, la questione del pluralismo religioso peculiare alla società e alla religiosità indiana, inclusa quella cattolica e cristiana, è stata sollevata e discussa anche da fior di pensatori che, pur non essendo indiani, hanno una certa familiarità con l’India e con la spiritualità indiana: Raimond Panikkar, Jacques Dupuis, Felix Wilfred tra gli altri. L’attribuzione di un alto valore teologico e spirituale alle religioni non cristiane (a Panikkar si devono alcuni fondamentali studi e commenti sui Veda induisti) è inevitabile, se si considera la peculiare composizione della società e della cultura dell’India, e preoccupa le gerarchie vaticane. Uno dei primi compiti del “nuovo corso” dovrebbe essere l’incoraggiamento del dialogo religioso e l’apertura a discussioni teologiche e dottrinarie all’interno della Chiesa indiana che, senza violare precetti o dogmi, prendano in considerazione il patrimonio spirituale e culturale della patria di Gandhi. D’altra parte, la sopravvivenza della Chiesa cattolica nel mondo e la sua diffusione si devono, in ultima analisi, proprio alla storica capacità di incorporare riti e tradizioni appartenenti a diverse religioni e culture.

Dalit Christians1.JPGIl vero problema della Chiesa in India non è però legato a questioni dottrinarie quanto a motivi di carattere sociale. Circa il 70% dei cattolici indiani è composto da dalit, considerati intoccabili dagli induisti. La conversione e una Chiesa che predica l’uguaglianza tra gli uomini ha ovviamente sempre avuto un certo appeal su tutti coloro tenuti ai confini della società. La Chiesa cattolica si batte da anni contro la discriminazione praticata dagli induisti nei confronti dei fuori casta e tuona contro l’aberrazione del sistema castale. Tuttavia, raccontava l’arcivescovo Marampudi Joji nel 2005, le cose non sono esattamente come appaiono o come dovrebbero essere. Joji riportava l’aneddoto di un incontro tra Indira Gandhi e alcuni leader cattolici che protestavano contro il sistema castale. Indira, a quanto pare, avrebbe risposto secca: “Prima risolvete la questione dei dalit all’interno delle vostre fila e poi tornate da me con le vostre lamentale. Soltanto allora sarò disposta ad ascoltarvi”. In molti Stati i dalit sono più discriminati tra i cattolici di quanto non lo siano tra gli stessi induisti. Su un totale di 200 vescovi indiani, soltanto 6 sono dalit. In alcuni Stati esistono cimiteri separati per i fuori casta, posti separati all’interno delle chiese o addirittura chiese separate o messe celebrate per dalit e per non dalit. Secondo le denunce fatte da alcuni sacerdoti fuori casta, la Chiesa boicotta il loro ingresso nei seminari o espelle i giovani sacerdoti dalit. Nel 1992 un gesuita dalit, don Anthony Raj SJ, ha pubblicato uno studio sulla discriminazione dei fuori casta all’interno della Chiesa cattolica: inutile dire che le sue parole sono cadute in un assordante silenzio. Eppure, in alcune parrocchie di Stati tradizionalmente legati al concetto di intoccabilità come il Tamil Nadu, sono in essere consuetudini che dovrebbero far rabbrividire ogni cristiano degno di questo nome: ai dalit non è permesso fare i chierichetti, leggere i testi sacri durante la messa, stare in fila per ricevere l’ostia assieme agli altri fedeli. Giovanni Paolo II nel 2003 aveva ufficialmente preso posizione, sia pure in maniera molto morbida, al riguardo invitando la Chiesa a “vedere ogni essere umano come figlio di Dio”. Certo è che ancora oggi, se i dalit sono considerati figli di Dio, si tratta di figli di un dio minore. Il nuovo papa farebbe bene a invitare i propri vescovi in India a mettere in pratica l’evangelico racconto della trave nel proprio occhio la prossima volta che si batteranno contro le discriminazioni praticate dagli hindu. Dovrebbe, inoltre, invitare le gerarchie ecclesiastiche a non far finta di non sapere ciò che accade in Tamil Nadu, in Kerala o a Goa accogliendo finalmente le istanze dei cattolici dalit che domandano soltanto, in ultima analisi, quell’uguaglianza che gli è stata promessa quando si sono convertiti.

Il progressivo aumento delle conversioni ha causato negli ultimi anni un aumento delle persecuzioni di cattolici e cristiani in generale a opera di organizzazioni legate all’estrema destra nazionalista hindu che temono ufficialmente una “cristianizzazione” sempre più capillare del nord-est e del sud dell’India. Spesso la religione viene adoperata come mezzo per regolare questioni di altra natura. Accade lo stesso in Pakistan, dove la famigerata legge anti-blasfemia è diventata un mezzo potentissimo in mano a chiunque abbia conti da regolare con qualcuno. Accusare un vicino o un concorrente di blasfemia, musulmano, cristiano o induista che sia, è diventato il metodo più semplice e sicuro per regolare ogni genere di rivalità o conto in sospeso. In India non esiste una legge anti-blasfemia e la libertà religiosa è più o meno garantita ovunque. Tuttavia, in molte zone esistono particolari condizioni di natura socio-economica molto complesse, legate in qualche modo anche al fattore religioso in cui le lotte di potere tra rappresentanti di diversi interessi vengono spacciate per conflitti di confessione. Un esempio per tutti è Orissa, Stato in cui la presenza di tribali è molto significativa così come la presenza della guerriglia maoista. È uno degli Stati più poveri dell’India, se si considerano gli indicatori di povertà della popolazione locale, ma uno dei più ricchi di risorse minerarie di tutto il subcontinente indiano. A Orissa si svolge da anni una battaglia quasi epica tra il mondo dei tribali (destinato a tramontare malinconicamente come quello dei nativi americani) e il mondo delle acciaierie, delle società minerarie e della “nuova India” che investe sempre più massicciamente nella regione. I cristiani sono da anni molto attivi e presenti tra i tribali e i contadini, specialmente nella fascia centro-sud della regione. Le conversioni sono state numerose e hanno spesso suscitato invidie e rivalità profonde tra convertiti e non convertiti. I primi infatti sono aiutati economicamente, i loro figli possono andare a scuola, le loro famiglie si trovano all’improvviso a godere di un’agiatezza, sia pur minima, sconosciuta ai non convertiti. O a coloro che dall’animismo sono passati all’induismo. I cristiani hanno anche supportato le istanze di contadini e tribali nei confronti degli investimenti selvaggi a opera delle imprese sia indiane che straniere che operano nella regione. Istanze appoggiate anche dai guerriglieri maoisti, che della lotta contro le multinazionali e lo sfruttamento del territorio in Orissa hanno fatto una delle loro bandiere. Lo Stato è governato da una coalizione di partiti di destra, fortemente incline a difendere gli interessi degli investitori e fortemente compromessa con la mafia locale. Questa in alcuni casi è stata arruolata dai suddetti investitori per sgombrare il campo da dimostranti e contestatori. La divisione molto generalizzata tra induisti-governanti e cristiani-maoisti e contestatori è alla base di molte delle persecuzioni cosiddette religiose avvenute nell’area.

Purtroppo, i conflitti di natura socio-economica sono destinati ad aumentare nell’India del futuro. In luoghi in cui lo Stato è del tutto assente, il vuoto delle istituzioni è stato riempito in generale da organizzazioni sociali di natura più o meno religiosa; un po’, con le dovute differenze, come in Pakistan hanno fatto madrasa e organizzazioni integraliste islamiche. È un discorso impopolare, ma deve essere affrontato in qualche modo se si vuole risolvere il problema dei conflitti interreligiosi locali. Subordinare, come spesso accade, un piatto di minestra e benefici economici più o meno rilevanti ai cambi di religione e alle conversioni non fa bene a nessuno. E contribuisce a infiammare o a creare ex novo conflitti e lotte tra poveri mascherate da differenze religiose. Madre Teresa di Calcutta l’aveva capito immediatamente e non aveva mai subordinato aiuti e sostegno alla conversione dei suoi protetti. Così come l’hanno capito molti singoli religiosi che svolgono in India il loro lavoro e fanno della compassione e della carità senza etichette la loro regola di vita. Varrebbe forse la pena di valorizzare alcune voci e esperienze di dialogo tra confessioni diverse invece di bandirle tacitamente o di nasconderle. Per esempio le opere di padre Antony de Mello, a un certo punto scomparse dal radar delle Chiesa ufficiale. Oppure l’incredibile opera di padre Henry Le Saux, un monaco benedettino francese che aveva preso il nome di Abhishiktananda, che è stato un pioniere del dialogo interreligioso tra induisti e cattolici. Considerato un santo da induisti e cristiani, egli ha avuto un costante dialogo con Ramana Maharishi, una delle voci più alte della spiritualità indiana, e ha fondato il monastero di Shantivanam in cui la regola benedettina si fonde con la tradizione spirituale induista. Approfondire le sue intuizioni sarebbe forse il miglior modo per dare una decisiva svolta al corso del cattolicesimo indiano.”