Un punto fermo

Amo le storie delle persone. Sull’inserto Letture del Corriere della Sera di ieri c’era la vicenda di Rosa Parks raccontata da Paola Capriolo: merita di essere conosciuta.

rosa parks, discriminazione, stati uniti, martin luther king“Esiste, io credo, una semplicità del bene, che è l’esatto opposto di quella «banalità del male» della quale Hannah Arendt si è servita come di una chiave di lettura per comprendere la possibilità degli orrori nazisti; e forse nessuno ha incarnato questa semplicità in modo così esemplare come Rosa Parks. Semplice, Rosa lo era di origini e di condizione: una donna «di colore», cresciuta poveramente tra i campi di cotone dell’Alabama, che si guadagnava da vivere cucendo vestiti per un grande magazzino e, dopo il lavoro, militava nelle file della Naacp, l’associazione sorta per rivendicare i diritti dei neri americani, svolgendovi con modestia la «femminile» funzione di segretaria. Una modestia connaturata, che faceva tutt’uno con la sua fierezza indomabile e che l’avrebbe portata a subire quasi controvoglia la celebrità e il ruolo di eroina nazionale. Ma semplice soprattutto, di quell’ardua eppure disarmante semplicità che è il sigillo delle vere rivoluzioni, è il gesto con cui quella signora fragile e minuta arrivò a cambiare la storia del suo Paese.

Siamo negli Stati Uniti d’America, negli anni Cinquanta del Novecento. La schiavitù è stata abolita da quasi un secolo, eppure nel Sud della nazione domina ancora la discriminazione razziale. I neri sono cittadini come tutti gli altri e hanno il diritto di voto, ma per esercitarlo devono sottoporsi a un umiliante esame o trovare un bianco disposto a «garantire» per loro; la Costituzione li proclama uguali agli altri di fronte alla legge, ma in una terra dove il linciaggio è all’ordine del giorno nessun tribunale si è mai sognato di condannare un bianco per l’assassinio di un nero; da soldati, hanno combattuto come gli altri nella Seconda guerra mondiale, ma ai caduti di colore toccavano funerali, sepolture, persino colonne dei necrologi sui giornali, rigorosamente separati da quelli dei loro commilitoni bianchi, mentre quanti riuscivano a tornare a casa venivano aggrediti e malmenati dai fanatici razzisti se osavano mostrarsi in pubblico con la divisa dell’esercito americano. Nella vita di tutti i giorni, poi, la discriminazione si traduce in un minuzioso sistema di segregazione razziale, molto simile all’apartheid sudafricano: scuole, fontane pubbliche, ospedali sono rigidamente divisi tra quelli per i bianchi e quelli per i coloured; un nero non può entrare liberamente in qualsiasi bar e farsi servire una tazza di caffè, e la legge, per evitare ogni «contaminazione», gli proibisce addirittura di provarsi un vestito in un negozio. Ma la forma di segregazione più invisa agli afroamericani è quella in vigore sui mezzi pubblici, dove le prime file sono a uso esclusivo dei bianchi, mentre i neri possono occupare le ultime file, a loro riservate, oppure quelle intermedie, ma con l’obbligo di alzarsi su ordine del conducente per cedere il posto a un membro della «razza superiore» che non trovi da sedersi altrove.

Così andavano le cose negli Stati del Sud, questo era il trattamento al quale la gente di colore doveva assoggettarsi, finché, nel pomeriggio del 1° dicembre 1955, accadde qualcosa di inaspettato. Accadde che a Montgomery, capitale dell’Alabama, una sarta quarantaduenne di nome Rosa Parks, che come ogni giorno aveva preso l’autobus per rincasare dal lavoro, alla richiesta dell’autista di lasciare a un bianco il suo posto rispondesse: «No». Una parola semplice, addirittura un monosillabo; ma fu come se dietro quel «no» si radunassero a battaglia tutte le schiere degli angeli.

L’autista, sbalordito, ripete il suo ordine, ma lei rimane seduta. «Guarda», minaccia l’uomo, «che se non ti alzi ti faccio arrestare»; e Rosa risponde tranquillamente: «Sì, lei può farlo». Molti tra coloro che la conobbero affermano che quell’umile sarta aveva qualcosa di «regale», e proprio così, con la dignità di una regina, la immagino attendere l’arrivo della polizia e compiere il penoso tragitto verso il carcere. Non poteva aspettarsi niente di diverso, dato che il suo rifiuto di alzarsi equivale a un reato per la legge dell’Alabama. Rosa però è stanca: non, come dichiarerà in seguito, per la giornata faticosa, non per i piedi gonfi e la schiena indolenzita. È stanca di arrendersi, di chinare il capo di fronte all’ingiustizia, e nei giorni successivi, proprio grazie al suo caso, tutta la popolazione nera di Montgomery scopre di essere altrettanto stanca.

Per iniziativa di un gruppo di persone coraggiose, tra le quali un pastore battista ventiseienne di nome Martin Luther King, i neri decidono dunque di organizzare un boicottaggio: sugli autobus li si tratta in quel modo? Bene, allora andranno tutti a piedi. Ha inizio così una lotta che presto richiamerà l’attenzione dell’America, anzi, del mondo, suscitando intorno alla cittadina di Montgomery una straordinaria ondata di solidarietà: una lotta alla quale Rosa, rilasciata su cauzione, partecipa in prima fila, sia nei giorni che precedono il processo, sia dopo la sentenza di condanna che, «macchiandole» la fedina, la consacra per sempre al ruolo di «madre dei diritti civili». Nonostante gli espedienti più o meno legali escogitati dalle autorità per farlo cessare, nonostante intimidazioni e violenze di ogni specie, il boicottaggio si prolunga per tredici mesi, mandando quasi in fallimento la compagnia dei trasporti, e si conclude con una vittoria clamorosa: il 13 novembre 1956, dopo un lungo e travagliato iter legale, la Corte suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus, primo passo di un cammino che condurrà, sia pure a prezzo di molto sangue e di molte sofferenze, alla piena integrazione razziale e che forse non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la fermezza di una donna. Come scrisse in seguito Martin Luther King, il gesto di Rosa è «un’espressione individuale di un anelito eterno alla dignità e alle libertà umane»; a inchiodarla a quel sedile furono «il cumulo di iniquità dei giorni passati e le sconfinate aspirazioni di generazioni non ancora nate»: aspirazioni tra le quali (perché no?) poteva esserci anche quella di vedere un nero insediarsi alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti d’America.

Rosa Parks non fece in tempo ad assistere a questo trionfale «lieto fine»: morì il 24 ottobre del 2005, tre anni prima dell’elezione di Obama, che da parlamentare tenne per lei un discorso commemorativo al Senato. Nel frattempo le toccò pagare caro il suo gesto, in conseguenza del quale perse il lavoro e fu bersagliata a tal punto da telefonate anonime e minacce di morte da essere costretta con il marito a cambiare città. Una vita difficile, quella dei giusti: una vita semplice in un mondo che, della semplicità, spesso non ne vuole sapere. Non credo che Rosa abbia mai pensato di aver compiuto un atto di eroismo; solo di aver fatto ciò che, in quelle circostanze, avrebbe dovuto fare chiunque. O per dirla con le sue parole: «Doveva esserci un punto d’arresto, e sembra che quello sia stato per me il punto in cui smettere di lasciarmi bistrattare e scoprire quali fossero, se mai ne avevo, i miei diritti di essere umano».”

No femminile alla sharia

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Una storia di coraggio tutta al femminile, presa dal Corriere. L’ha scritta Monica Ricci Sargentini

“Erano solo duecento ma è come se fossero state migliaia. Sì perché ci vuole coraggio per scendere in piazza a Timbuktu, una delle città nel nord del Mali finite sotto il controllo dei gruppi estremisti islamici, per protestare contro le limitazioni alle libertà imposte dai salafiti in nome dell’applicazione della sharia. Le donne hanno sfidato l’ira dei radicali manifestando contro l’obbligo a portare il velo, a girare per la città solo accompagnate dal marito o dal fidanzato, a essere frustate pubblicamente per la minima violazione di regole così rigide che impongono loro persino un coprifuoco serale. Gli islamici hanno sparato alcuni colpi in aria per disperderle. Fortunatamente non ci sono stati feriti. Timbuktu è la “città misteriosa” del Sahara, neo capitale del “nuovo Stato indipendente di Azawad”, autoproclamatosi tale nel nord del Paese. Indipendente e islamico in senso qaedista e wahhabita, per cui — a parte le considerazioni politiche — ogni deviazione dal più rigido monoteismo è “shirq”, idolatria. In un’area vasta quanto la Francia ormai si applica rigidamente la versione fondamentalista della legge islamica. Le distruzioni del patrimonio artistico, le amputazioni di mani e piedi, le lapidazioni, le fustigazioni e più di recente le esecuzioni sommarie sono fatti all’ordine del giorno denunciati in un recente rapporto di Amnesty International. Innumerevoli anche i casi di stupro di donne e il reclutamento sempre più massiccio di bambini soldato. Tutto questo sta spingendo la comunità internazionale a valutare seriamente l’ipotesi di un intervento militare per scacciare i terroristi, richiesto tra l’altro in più occasioni dal presidente ad interim maliano, Dioncounda Traorè. La Comunitá economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) ha già pronta una forza militare di 3.000 uomini circa, ma il Mali chiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nei giorni scorsi, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha annunciato la nomina dell’ex primo ministro Romano Prodi come inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel per cercare di risolvere la complessa crisi in cui versa l’area.”

Penne al posto di armi

“Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani”, sono parole di Malala Yousafzai, una ragazza pakistana di 14 anni ferita alla testa e al collo da alcuni talebani che l’hanno seguita, si sono accertati che fosse lei e le hanno sparato, per ucciderla. Malala da diverso tempo difende il diritto allo studio delle ragazze pakistane. Interessante il video su Rainews24.

Pc: personal cervello

Ho trovato su Avvenire questo bell’articolo di Carlo Dignola sul rapporto tra cervello e computer.

computer_cervello.jpg“Sul chip «4004» prodotto dalla Intel nel 1971 sta scritto «F.F.»: sono le iniziali di Federico Faggin. Gli esperti lo considerano il primo vero microprocessore, lo chiamano «the miracle chip» perché aprì la strada all’informatica di massa come la conosciamo oggi: fu la «creta» modellata dalle mani di ragazzi come Bill Gates. Perito elettronico e fisico vicentino, cresciuto in Olivetti, Faggin nel 1968 è stato un precoce «cervello in fuga» nella Silicon Valley, dove vive da 45 anni. Alla fine degli anni ’70 litigò con Intel e si mise in proprio creando la mitica Zilog di Cupertino, un piccolo regno di idee avanzate per l’informatica, anche molto redditizio. Con il suo gruppo ha inventato cose come il touchpad, che oggi equipaggia tutti i notebook e netbook, ed è stato tra gli sviluppatori del touchscreen. Negli anni ’80 studiava un telefono intelligente da connettere al personal computer (oggi abbiamo Skype), i primi sistemi di posta elettronica, l’interazione voce-dati a distanza (sta arrivando Siri in italiano), sensori per la fotografia digitale (con la sua Foveon). Stufo della supertecnologia, Faggin ha fondato la «Federico and Elvia Faggin Foundation» per lo studio della consapevolezza. Arrivato a 70 anni ha deciso di dedicare le sue energie a cercare di far luce su cosa sia la coscienza, non con i metodi di Platone, ma con quelli di Einstein, Turing, Popper & C. In questi giorni il grande tecnologo dell’informazione è a BergamoScienza, manifestazione che si tiene fino al 21 ottobre e che domenica accoglierà James D. Watson, lo scopritore (con Crick) del Dna.

Professor Faggin, lei ha lavorato prima sul microprocessore, il cuore del pc, poi su touchpad e touchscreen…

«Il cuore e la pelle, sì».

Ora si occupa della sua «anima».

«Di consapevolezza. Verso la metà degli anni ’80 mi ero interessato alle reti neuronali, si cominciava a capire qualcosa di come funziona il cervello umano e su quella base mi sono buttato in questa nuova direzione per cercare di realizzare un nuovo componente informatico di tipo “cognitivo”: l’idea era quella di costruire un computer che impara da solo e quindi potrebbe evolvere come un sistema vivente. Quello che conosciamo oggi non impara niente, è una macchina che, semplicemente, fa perfettamente e molto velocemente ciò che gli si dice di fare».

L’uomo è un’altra cosa.

«Noi abbiamo la capacità di captare dai sensi le regolarità dell’informazione che ci attraversa, e da queste all’interno del nostro cervello sappiamo costruire un modello della realtà. Quanto all’architettura del sistema, a come ciò possa avvenire, però, abbiamo fatto pochi passi. Io mi sono buttato in quella direzione, con le reti neuronali già si potevano realizzare certe strutture di riconoscimento di immagine e della voce che erano molto meglio dei tradizionali modi dell’intelligenza artificiale top-down, ma dopo cinque anni mi è parso chiaro che non era possibile arrivare per quella strada a costruire un sistema cognitivo».

Ed è stato conquistato da domande più filosofiche.

«Man mano che studiavo la neuroscienza mi chiedevo perché nessuno nominasse mai il problema della consapevolezza. Era come l’”elefante nella stanza”, come si dice in inglese, cioè qualcosa che è impossibile non notare, ma che nessuno voleva riconoscere. Come funzioni, che cosa sia la coscienza non lo sappiamo».

Qual è la differenza fra un computer di oggi e quel poco che riusciamo a capire del cervello? Un tipo di «processore» diverso?

«Non capiamo come il cervello rappresenti l’informazione. In un computer attuale essa è rappresentata con numeri binari che sono stivati in memoria…. Nel cervello non sappiamo neppure dove si trovi la memoria! E tanto meno che tipo di information processing avvenga. Sappiamo un po’ di cose del funzionamento di questo e di quello, ma sono pezzettini, ci manca un’idea dell’architettura del sistema. Il cervello umano sembra usare vari approcci (analogico, digitale, spaziale, temporale), ma non si capisce come siano collegati. Rimane il grosso mistero di come tutto funzioni in un sistema che, oltretutto, è in grado di svilupparsi dal bambino fino all’adulto in maniera autonoma, e persino di ripararsi da solo: qualcosa di “magico”. Tutta la nostra information technology è una stupidaggine se paragonata al cervello umano».

Non le sembra già straordinario che si cominci a balbettare questa lingua?

«Certo, abbiamo fatto grandissimi progressi che non voglio certo sminuire. Voglio dare però il senso delle proporzioni, di come la vita sia molto più avanti di quanto crediamo. Noi pensiamo che il cervello sia un computer: è certamente anche un sistema di elaborazione delle informazioni, ma non ha affatto le caratteristiche di un computer. Una volta che arrivano segnali elettrici nel cervello (così come li vediamo entrare in un computer) come questi vengono convertiti in una sensazione? Cosa significa vedere qualcosa di rosso? Questo “rosso” da dove viene? E la “forma” cos’è? Non si sa neanche dove cominciare. Siamo al buio completo».

Lei va a toccare domande che la filosofia si pone da 2.500 anni almeno.

«Certo. Oggi abbiamo un po’ più di tecnologia di quanto siamo invece sviluppati a livello psicologico, emotivo, spirituale, etico. Pensiamo di essere delle macchine: siamo anche macchine, ma non solo delle macchine. Questo è il senso profondo della mia ricerca. Però, ovviamente, viviamo in un modo scientifico e quindi asserzioni come questa devono essere provate: è il lavoro che abbiamo davanti».”

Pensando al Les

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Da quest’anno insegno anche al Les, il liceo economico sociale. Questo articolo è preso da Avvenire, è di Luigino Bruni e tratta di economia, sociale, banche…

“Mentre si continua ad annunciare e ad attendere la ripresa dall’economia “che conta”, in Italia la piccola economia sociale e civile cresce veramente. Il variegato (e ricco) mondo cooperativo, dell’impresa sociale, del privato–sociale, negli ultimi anni ha registrato significativi successi sia in termini di occupazione, sia di Pil. Secondo l’ultimo rapporto (in uscita) del Comitato economico e sociale europeo, il numero di lavoratori nell’economia sociale italiana dal 2002 al 2010 è aumentato di circa il 60%, e oggi occupa oltre 2.220.000 persone, contribuendo a circa il 10% del nostro Pil, valori tra i più alti in Europa. E non è poco, se pensiamo che la Fiat occupa, direttamente e con gli indotti, meno del 5% del totale dell’occupazione generata dall’economia sociale italiana. L’economia sociale e civile è un muro maestro dell’intera economia europea, la cui anima è ancora la cooperazione (un’anima che presto potrebbe perdere se non inverte la deriva di omologazione alle imprese capitalistiche, e ai loro livelli di remunerazione dei top manager). La cooperazione ha offerto in questi due ultimi secoli un contributo fondamentale al modello europeo di economia di mercato, che è diverso da quello statunitense o cinese anche per il peso che hanno in esso la dimensione sociale e la mutualità, espressione del principio di fraternità e delle sue radici cristiane e cattoliche. L’economia sociale, poi, oltre ai posti di lavoro crea inclusione e riduce la diseguaglianza, la malattia più grave delle nostre economie capitalistiche. La buona crescita dell’economia sociale oggi si sta, tuttavia, fermando. E questo per due principali ragioni: i tagli al welfare e l’accesso al credito. I tagli e l’inasprimento della tassazione stanno colpendo duramente l’economia sociale. Molte di queste imprese, occupandosi direttamente di beni meritori come la cura e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, vivono grazie a un’alleanza complessa con famiglie, società civile, imprese e pubblica amministrazione. Il “patto di stabilità” colpisce in Italia poco o affatto i ricchi mentre rischia di essere devastante per l’economia sociale e civile, che non ha dalla sua parte i poteri forti che trattano e negoziano nei luoghi che contano. E così quando bisogna decidere dove tagliare si colpisce Lazzaro, e si lascia prosperare il “ricco epulone” con le sue rendite – continuo ad essere allibito, e in certi momenti sdegnato, per la perdurante incapacità di chi regge il timone in Italia e in Europa di capire che il vero “nemico” delle nostre economie e delle nostre società sono le rendite, non i veri imprenditori che continuano a essere trattati come potenziali evasori, mentre i rentiers ringraziano, sorridendo. C’è poi il problema del credito alle imprese, come ha ricordato con forza anche il presidente Monti. Tra queste imprese che non hanno adeguato accesso al credito, e quindi soffrono e muoiono (falliscono le imprese ma, non dimentichiamolo mai, continuano a morire anche imprenditori e lavoratori), ci sono le piccole e medie imprese e ci sono anche le imprese sociali. Queste, se misurate con i parametri di Basilea e della finanza speculativa, risultano spesso inaffidabili – anche perché questi parametri non sono stati pensati per le piccole e medie imprese, e tantomeno per le imprese sociali. Peccato che in realtà, al di là degli algoritmi, i dati veri ci dicono che queste imprese sono molto più affidabili di tante multinazionali con ottime certificazioni di bilancio, perché la vera fiducia (quella che poi viene ripagata e crea sviluppo) nasce dai territori, e la può concedere solo chi vive in essi, a contatto con la gente, e non in lontani centri decisionali di fronte agli schermi dei pc. Le Banche di credito cooperativo, e altre banche più attente alla dimensione etica e al mondo non profit, già fanno molto, ma non basta.

Occorre fare di più e meglio. Oggi il sistema bancario è troppo malato e intossicato da anni di gestione sbagliata per poter compiere le scelte giuste nel concedere credito. Troppi dirigenti bancari hanno perso il contatto con le imprese vere, con i volti della fatica e del lavoro, e quindi non sanno più distinguere le garanzie vere da quelle finte e di carta, e sbagliano continuando a non concedere credito a chi lo merita e ne ha vitale bisogno, e magari a erogarlo a chi non lo merita e produce danni. E così non crescono né le buone imprese né la buona banca. Che fare? Occorre riportare il sistema bancario alla sua funzione di interesse pubblico. Questa crisi dovrebbe produrre una riforma radicale del sistema bancario (che di fatto ancora resta quello pre–crisi). Una riforma che, oltre a fissare una chiara distinzione tra banche d’affari e banche ordinarie, dovrebbe prevedere una maggiore prossimità territoriale del processo decisionale, e, tra l’altro, far sì che nei Cda delle banche siedano rappresentanti veri della società civile, riportando così i territori nelle banche e le banche nei territori. A chi rispondono oggi i Cda delle banche? Ai soci? Ai fondi di investimento? Peccato che siano state quasi tutte “salvate” o, comunque, puntellate con soldi pubblici, cioè dei cittadini, e a questi debbono tornare prima di tutto a rispondere. Riportando i territori e la gente nelle banche, e le banche nei territori, si renderebbe efficace e concreto quel “principio di sussidiarietà” che sta alla base dei trattati politici europei e che, però, le istituzioni e i trattati finanziari stanno tradendo. La politica economico–finanziaria europea è infatti basata su una “sussidiarietà a ritroso”: le scelte si fanno a Francoforte e a Bruxelles e poi si applicano come dogmi nelle realtà nazionali e locali, operando così un ribaltamento e un tradimento grave della sussidiarietà, cui stiamo assistendo in modo troppo passivo. Per cambiare tutto ciò, e far continuare a crescere l’economia sociale, e con essa le tante buone imprese e banche territoriali che continuano a sostenere l’Italia, ci sarebbe bisogno di una forza delle idee e delle istituzioni che non si intravvedono né in Italia né in Europa. Ma possiamo e dobbiamo continuare a desiderarla, volerla, chiederla. Per ottenerla.”

La libertà del genio

In questi giorni, se a un friulano dici “Liverpool” sa di cosa parli, anche se, come tanti friulani, per l’Udinese manco tifa. Ma in settimana, da Liverpool, è anche arrivata un’altra notizia che ho letto sul Corriere l’altro giorno: “La ragazza più intelligente di Einstein”. Oggi, a commento, ho trovato questo pungente articolo di Monica Mondo su Il sussidiario.

“Confessate. Quale genitore non ha almeno una volta guardato suo figlio cercando di C_2_articolo_1063115_imagepp.jpgintravedere i segni di un’eccezionalità, anche se per pudore non si è mai ventilata la parola genio. Si comincia dalla culla: apre già gli occhi, già sorride, dice già mamma, che sguardo vivace; e all’asilo è il più sveglio, quello che impara meglio le canzoncine e ricorda i nomi di tutti gli amichetti. Le cose cominciano; si prosegue così alle elementari, dove i 9 e i 10 siglano la strada di un ragazzino speciale, e non importa se è così per tutti. Per il tuo è diverso, lui è bravo davvero. Le cose si mettono male alle medie, ma se tentenna in qualche materia è l’ambiente caotico, i professori che non lo capiscono, è troppo sensibile. Poi bisogna dargli tempo, non si matura tutti insieme… E al quarto anno di liceo, quando non ce la fai più a pagare ripetizioni e saltare le vacanze per rimediare ai suoi debiti, allora ti rassegni, sì, è intelligente ma non si applica, l’importante è che sia felice (ma lo dici perplesso, dubitando in cuor tuo che mai sia possibile, in un mondo dove già è dura se primeggi, figurarsi se sei nel mucchio o in ultima fila).

Non siamo ipocriti: piacerebbe a tutti sentirsi dire: gentilissimi, vostro figlio è superiore alla media, gradirebbe sottoporlo a una misurazione del quoziente di intelligenza? Di più: guardi, l’abbiamo fatto, livello incredibile, iscritto d’ufficio al Mensa. Che sta per tavola, in latino, cui sono invitati pochi, per un banchetto riservato. Come la Tavola Rotonda del ciclo arturiano, solo che lì non bastava essere intelligenti, toccava pure essere buoni e puri. I vantaggi di questo titolo d’onore? Non più scudiero e la stima del sovrano, ma Porte spalancate nelle più prestigiose università europee, aziende che si contendono il giovane, luminose carriere, Nobel. Piacerebbe, anche perché queste storie capitano davvero. Prendete Olivia Manning, una ragazzetta di Liverpool. Posto triste, crisi da paura, resta la squadra di calcio. Ma lei non ci gioca. Lei è la più brava a scuola, e si sgobba tutti i pomeriggi i compiti di mezza classe, mentre i pelandroni stanno alla play o fanno il filo alle sue amiche. Olivia ha solo dodici anni, anche se la fotina che ci regalano le cronache immortala un faccino più grande, nonostante il penoso fiocco a quadretti che le incornicia i capelli. Ma si sa, guardate i copricapi della regina, gli inglesi non sono mai così glamour. Fa una scuola parallela, si esercita con insegnanti appositi che lavorano solo per inventarle nuovi esercizi e aumentare le sue conoscenze. Impara troppo in fretta, praticamente legge una volta e sa. Naturale che il test sul Q.I. l’abbia brillantemente superato, attestandosi su un valore di 162 punti che, tanto per dire, è superiore di 2 a quello di Albert Einstein. Sta dunque ai primi posti, tra i 100 mila al mondo che hanno passato i test. Ed è cavaliera del Mensa Club. Poco importa se un aborigeno neozelandese applica la sua genialità nel solcare le onde col wind surf o ingegnandosi per nuove tecniche di pesca. Se un coetaneo dei bassi napoletani la esercita a tirar su il pranzo con la cena, con sfacciata baldanza; se quella bimbetta dell’Ohio potrebbe essere assunta alla Nato come antihacker, tanto è brava al computer. Loro non hanno fatto i test del Mensa, non fanno parte degli eletti. Me li immagino, gli adepti della setta degli esseri superiori, che si ritrovano a recitare versi, discettare di formule, filosofare, pianificare – speriamo di no – le sorti dell’umanità. Che ci fa con loro la piccola Olivia? Si annoia? Invidia gli amici che possono marinare la scuola e giocare a freccette sui prof? Pensa languida al compagno del primo banco che la considera troppo in alto, per farci su un pensierino? Chissà se possiamo parlare anche per lei, di “diversa abilità”. Dove l’accento va sempre sul “diverso”, per quanta attenzione mettiamo al politically correct. Può darsi che la piccola Olivia si stufi, dei fiocchi in testa e dei programmi speciali, e decida prima o poi di tatuarsi le braccia e forarsi il naso e darsi al metal; che si sforzi di sembrare più scema, per confondersi e sparire tra i tanti. Spero che i sui genitori, troppo solerti nell’accudire la sua eccezionaltà, non la condizionino. Che auspichino per lei un futuro grandioso, ma innanzitutto in felicità. Chi è intelligente può esserlo più di altri, se usa la sua ragione per comprendere il significato delle cose, per essere grato dei doni preziosi che ha ricevuto, per aiutare qualcuno. Può essere tremendamente infelice, se il suo genio lo isola o gli fa credere di essere migliore, indiscusso artefice della propria sorte. E’ in gioco la libertà: anche il genio può usarla male, e seppellire il suo talento in un prato.”

Vita per amare la vita

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Lucinda Matlock, dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Andavo a ballare a Chandlerville,

e giocavo a carte a Winchester.

Una volta ci scambiammo i cavalieri

al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,

e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,

divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,

otto dei quali ci morirono,

prima che arrivassi a sessant’anni.

Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,

curavo il giardino, e alla festa

andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,

e lungo lo Spoon River raccogliendo molte conchiglie,

e molti fiori ed erbe medicinali—

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,

e passai a un dolce riposo.

Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,

e ira, scontento e speranze cadute?

Figli e figlie degeneri,

la vita è troppo forte per voi –

ci vuole vita per amare la vita.

Dalla Verna all’Europa

San Francesco, il silenzio, la natura, la Verna, De Gasperi, l’Europa: tutto in questo breve articolo. Ne leggo il nome dell’autore e scopro che è una donna dal cognome “noto”. E’ Maria Romana De Gasperi, la figlia dello stesso politico di cui parla nel pezzo.

0537.jpg“A mille e cento metri, dopo aver attraversato grandi boschi, si vede alto sulla roccia il santuario de La Verna. L’uomo di oggi si può chiedere perché san Francesco avesse scelto per la sua preghiera un luogo tanto difficile da raggiungere, allora, a piedi. Era davvero necessario in un tempo già di per se stesso senza rumori se non quelli della natura stessa, delle ruote dei carri sul selciato, degli animali di cui erano abitati i boschi, andare a cercare quell’altezza per una più intensa preghiera? Noi che ci siamo costruiti una civiltà del frastuono ci sentiamo perduti di fronte al silenzio, lo fuggiamo perché non ci dà pace, ma paura. Il silenzio ci mette di fronte allo specchio della nostra anima e pretende quel tipo di verità che non siamo più abituati ad affrontare: quanto di noi sia reale, non teatro per gli altri, non costruzione di fatti sovrapposti per necessità o per convenienza. Il Convento anche nella maestosità delle sue proporzioni assunte negli anni e nella presenza di pellegrini sa offrire, come nella buona pittura, angoli e scorci di solitudine e di silenziosa preghiera. Di fronte al saio di san Francesco martoriato dall’amore di Cristo, ci sentiamo spogliati delle nostre vanità mentre i frati cantano le antiche parole del Cantico delle creature entrando nella chiesa con i piedi scalzi nei sandali che non fanno rumore. Fuori sul grande terrazzo il sole quasi acceca i nostri occhi venuti dall’ombra, cancella le case e le strade laggiù nella campagna e ci dà l’illusione di essere ancora ai tempi del santo frate quando l’orizzonte era segnato solo dai boschi e dalla linea del cielo. Faticoso rientrare nella realtà il 29 settembre quando il «Circolo verso l’Europa» ha voluto ricordare la visita di De Gasperi nel 1952 in questo luogo mettendo assieme vecchi e nuovi amici per un incontro con la storia. C’era allora un discorso non facile tra i giovani che si erano dati il nome di “Terza Generazione” e avevano fretta di cambiare e rinnovare la politica e il Presidente, che conosceva i tempi e la fatica di governare con la presenza di forti avversari e l’inevitabile equilibrio e la fede da mantenere nei confronti di un’Europa che stava appena nascendo. Eppure alla fantasia dei giovani, al loro coraggio egli aveva lasciato la costruzione di una Europa unita nelle leggi della democrazia, nella sicurezza della pace, per un nuovo ordine sociale contro il materialismo, contro le illusioni delle dittature. «Un lavoro imponente, che non potrà essere esaurito forse nel giro di una sola generazione, ma che bisogna intraprendere con coscienza e fermezza». Queste parole mi vengono alla mente quando tolgo il drappo a una lapide messa su queste mura a suo ricordo. I frati mi accompagnano con una melodia che non conosco. Una donna si asciuga le lacrime.”

Pensi troppo perché non pensi abbastanza

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In seconda stiamo facendo delle lezioni sull’importanza del senso critico. Ho trovato questo breve dialogo nel libro “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” di Eric-Emmanuel Schmitt.

“Non pensi nella maniera giusta, Jun” sospirò un giorno Shomintsu.

“Primo perché pensi troppo, secondo perché non pensi abbastanza”.

“Non capisco. Sembrano l’uno il contrario dell’altro”.

“Pensi troppo perché tra te e il mondo frapponi il pensiero. Parli invece di osservare, proietti idee preconcette più che cogliere i fenomeni. Anzichè guardare la realtà come si presenta la vedi attraverso gli occhiali colorati che ti metti sul naso… Sei tu che impoverisci la tua percezione, perché vedi solo ciò che tu stesso ci metti: i tuoi pregiudizi”.

“D’accordo, penso troppo. Allora come puoi dire che non penso abbastanza?”.

“Non pensi abbastanza perché ripeti, rimugini e riproponi luoghi comuni, opinioni scontate che prendi per verità senza analizzarle. Come un pappagallo prigioniero di una gabbia di pregiudizi. Pensi troppo e pensi troppo poco, perché non pensi con la tua testa”.

Europa e nucleare

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Un po’ di notizie sul nucleare europeo, preso da Presseurop.

“I test di resistenza effettuati sulle centrali europee rilevano numerose falle nella sicurezza degli impianti. Già contestati dagli stati europei, i risultati pongono l’accento sulle competenze dell’Ue e saranno presentati ai capi di stato e di governo in occasione del Consiglio europeo del 18 e 19 ottobre. Il commissario europeo per l’energia Günther Oettinger presenterà il 4 ottobre i risultati dei “test di resistenza” sulla sicurezza dei 134 reattori nucleari presenti sul territorio dell’Unione europea, realizzati in seguito alla catastrofe di Fukushima del marzo 2011. I test hanno evidenziato numerose mancanze e quantificato tra i 10 e i 25 miliardi il costo dei lavori necessari alla messa in regola delle centrali del vecchio continente. Le conclusioni hanno già infiammato il dibattito all’interno degli stati Ue.

Le Monde parla di “tensione tra Parigi e Bruxelles”, dato che la Francia, primo produttore europeo di elettricità di derivazione atomica con 19 centrali e 58 reattori, è particolarmente criticata nel rapporto della Commissione: “[Il documento sottolinea che] i dispositivi di sicurezza come i gruppi elettrogeni non sono abbastanza protetti dagli elementi in caso di catastrofe naturale. […] Inoltre le centrali francesi mancano di strumenti per la misurazione sismica. […] Le autorità francesi hanno cercato di attenuare la portata delle conclusioni. […] A Parigi si guarda con sospetto al tentativo di centralizzazione del settore nucleare da parte dell’Europa, e […] le autorità temono che le conclusioni di questo lavoro riaccendano il dibattito sull’abbandono del nucleare.”

L’olandese Trouw sottolinea che la centrale di Borssele “ha fallito il test di sicurezza”: “La centrale nucleare di Borssele […] non è conforme agli standard internazionali di sicurezza per quanto riguarda il pericolo di inondazione. […] Inoltre la centrale non è sufficientemente sicura contro i terremoti.” Tuttavia “il risultato di Borssele non è così malvagio se comparato a quelli di altre centrali europee”, scrive il quotidiano riferendosi non soltanto a “una superpotenza nucleare come la Francia” ma anche alle centrali in Europa dell’est e alle quattro centrali di Finlandia e Svezia, dove il sistema di raffreddamento non è a norma e presenta “il rischio di uno scenario simile a quello di Fukushima”.

Il Belgio riceve invece i complimenti della Commissione per come ha “comunicato i problemi delle centrali di Doel e Tihange”, spiega in un’intervista a Trouw un docente universitario che ha collaborato con la Commissione. Le due centrali sono state chiuse in estate a causa delle crepe nelle cisterne di due reattori, ma il rapporto della Commissione non menzione questo problema perché “non riguarda i test”.

Il tedesco Die Welt sottolinea che “il vero scandalo è l’impotenza dell’Ue”. Il quotidiano si rammarica che l’Unione abbia impiegato per mesi un gruppo di esperti per controllare una a una le centrali del continente, quando “i fatti sono conosciuti ormai da tempo. Sarebbe stato sufficiente un’appello all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea)”. Inoltre “il fatto che le persone incaricate dei test si siano scontrate in più occasioni con le resistenze dei governi e delle compagnie energetiche dà l’idea della reale volontà di trasparenza di alcuni stati a proposito del nucleare. In questo modo un test di resistenza si trasforma inevitabilmente in un lavoro di rabberciamento. […] Bruxelles regolamenta le banalità quotidiane fino a rasentare il ridicolo, ma non dispone delle competenze necessarie su questioni di fondamentale importanza che legano tutti gli europei, come la sicurezza delle centrali e lo smaltimento delle scorie”.”

 

Facebook e consumi

Per curiosi della rete, per chi usa fb e si chiede come mai stiano crescendo sempre più gli spot pubblicitari… Preso da Wired

facebook, pubblicià, consumi, privacyFacebook ci osserva quando facciamo acquisti. Perché? Semplicemente per sapere se le pubblicità che abbiamo visto hanno avuto effetto anche se non abbiamo cliccato sui banner. Lo ha rivelato proprio una nota del social network di Mark Zuckerberg. Per questo abbiamo raggiunto Datalogix, partner di Facebook in questa operazione, per capire come facciano ad associare i nostri acquisti al nostro profilo. Non è stato possibile intervistare un dirigente dell’azienda, ma l’ufficio stampa ci ha spiegato nei dettagli il funzionamento. Una volta tanto, dal punto di vista della privacy non c’è molto da protestare.

Datalogix è un’azienda che traccia il comportamento degli utenti analizzando i dati raccolti dalle carte fedeltà e vanta di possedere già le schede di oltre 70 milioni di famiglie americane, acquisite tramite un migliaio di rivenditori. Oltre a nome, numero di telefono e dati personali infatti buona parte di queste sono in grado di registrare quello che compriamo. Datalogix e Facebook utilizzano entrambe un metodo di hashing che codifica i dati degli utenti senza utilizzare una chiave di cifratura. Praticamente un possibile “silvio@yahoo.com” diventa ” 123456789″ per entrambi, ma non c’è modo di decodificare i dati. A quel punto Facebook prende uno alla volta i propri 123456789 e verifica se sono presenti nel campione di utenti, fornito da Datalogix, che hanno acquistato il prodotto X. Se c’è, l’utente è statisticamente buono e viene selezionato, viceversa scartato. Poi Facebook divide gli utenti selezionati in due gruppi, a seconda che questi siano stati o meno esposti alla pubblicità di X. E può quindi verificare le percentuali di quelli che poi quel prodotto l’hanno realmente acquistato, così da misurare il return on investment (Roi) per l’inserzionista. Al contempo Facebook determina il profilo delle persone che hanno acquistato X dopo essere state esposte alla sua pubblicità per n volte. L’utente ha sempre e comunque la possibilità di rifiutarsi di essere sottoposto a questo trattamento, ma per farlo deve passare dalla pagina della privacy di Datalogix e non può farlo su Facebook.

L’obiettivo del social network è affermare il principio secondo cui non contano tanto i click che gli utenti fanno sulle inserzioni pubblicitarie quanto se davvero comprano o meno i prodotti reclamizzati quando entrano in un negozio. È da qualche settimana che se ne parla, ma solo l’altro giorno nel corso di un evento durante l’ Advertising Week di New York Facebook ne ha discusso pubblicamente. Durante l’appuntamento newyorkese è stato inoltre presentato uno studio compiuto su cinquanta campagne pubblicitarie: il risultato a cui si è giunti è che il 99 per cento degli acquisti riconducibili a campagne su Facebook sono stati effettuati da persone esposte alla pubblicità, ma che non avevano cliccato sugli ad. Il privacy engineer di Facebook Joey Tyson ha spiegato in un post che grazie al sistema messo a punto l’azienda non è in grado di sapere quale utente ha realmente acquistato un prodotto perché quello che Facebook riceve da Datalogix sono solo informazioni aggregate relative a grossi gruppi di persone. E la Electronic Frontier Foundation, al solito attenta ai temi legati all’uso dei dati e alla privacy, per una volta è parsa pacatamente soddisfatta dell’approccio scelto. Ovviamente un sistema in grado di offrire all’inserzionista metriche per valutare su che tipo di target il proprio messaggio ha un miglior risultato, su quale occorre insistere e su quale basta un semplice passaggio rende Facebook una piattaforma ancora più interessante per veicolare la propria pubblicità. Secondo Brad Smallwood, responsabile misurazioni di Facebook, l’ottimizzazione delle frequenze di esposizione del messaggio pubblicitario potrebbe incrementare il Roi del 40%.

Dalla parte del cuore

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Quasi in tempo reale prendo dal profilo di Marcella su fb questo branetto:

“Oggi, un bimbo mi ha chiesto: “Ma il cuore sta sempre nello stesso posto, oppure, ogni tanto, si sposta? Va a destra e a sinistra?”.

Io: “No, il cuore resta sempre nello stesso posto. A sinistra .. “

Ed intanto penso…

..Poi, un giorno, crescerai. Ed allora capirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza abitare, davvero, nessun… luogo. Ti sale in gola, quando sei emozionato…. O precipita… nello stomaco, quando hai paura, o sei ferito. Ci sono volte in cui accellera i suoi battiti, e sembra volerti uscire dal petto. Altre volte, invece, fa cambio col cervello. Crescendo, imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. E, il più delle volte, ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello uguale. O, forse, sarà più bello ancora. Questo, però, lo capirai solo dopo molto, molto tempo. Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più, un cuore. Di averlo perso. E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, nello sguardo di un passante, nelle vecchie tasche di un cappotto malandato….non importa quando e come…l’importante è aver vissuto sempre con lui la cui unica funzione è stata quella di amare!”

[P.Mascitti]

A cavallo di un fulmine

Electric chair, old sparky, gruesome gertie, yellow mama, death chair, old smokey: sono modi di dire la condanna a morte su sedia elettrica negli Stati Uniti. C’è un gruppo musicale famoso in tutto il mondo, i Metallica, che hanno usato l’immagine di cavalcare un fulmine. Il brano è “Ride the lightning”. Si parte da un condannato che, in base alle accuse, è colpevole ed è già legato alla sedia elettrica: nell’aria aleggia la morte e non si capacita che la cosa stia succedendo a lui. Se la prende col boia o con lo stato, chiedendogli chi lo abbia reso Dio per permettergli di togliere una vita. La morte si sta avvicinando e le sensazioni sono forti e fugaci, come i pensieri, in questo percorso che segna l’inizio della fine. Il sudore è freddo, gelato, le mani fanno chiudere le dita, la morte di dipana e il condannato si trova da solo insieme alla propria coscienza. Il tempo, inesorabile, scorre in modo molto lento e il condannato naviga tra il rifiuto di morire e il desiderio che tutto si compia per essere liberato dallo spaventoso incubo. Un lampo davanti agli occhi, le fiamme nel cervello. Ride the lightning.

Colpevole secondo le accuse, ma dannazione, non è giusto

C’è qualcun altro che mi controlla

La morte nell’aria, legato alla sedia elettrica

Non è possibile che stia succedendo a me

Chi ti ha reso Dio per farti dire “Ti toglierò la vita!”?

Un lampo da vanti agli occhi è ora di morire

Bruciando nel cervello posso sentire le fiamme

Aspetto il segnale per girare l’interruttore mortale

E’ l’inizio della fine, sudore, freddo e gelato

Mentre osservo la morte spiegarsi

La coscienza la mia sola amicaTXHUNechair08.jpg

Le mie dita si stringono per la paura

Che cosa ci faccio qui?

Qualcuno mi aiuti, Oh per piacere Dio aiutami

Stanno cercando di portarsi via tutto

Non voglio morire

Il tempo scorre lento, i minuti sembrano ore

Vedo l’ultima chiamata di scena

Quanto è vero tutto ciò? Finiamola

Se è vero, facciamola finita

Svegliato dall’orrido urlo, liberato dal sogno spaventoso

L’erba schiacciata

Pubblico un articolo interessante di Andrea de Georgio trovato sul blog sui diritti umani gestito insieme da Corriere della Sera e Amnesty. Tratta del Mali, in particolare della zona settentrionale, e racconta la preoccupante storia di Alhader Ag Almahmoud.

“Ad Alhader Ag Almahmoud, tuareg di Ansongo, poche settimane fa è stata amputata la mali_small_map.jpgmano destra in nome della sharia. Lo ha raccontato lui stesso a Bamako il 20 settembre scorso durante un’affollata conferenza stampa di Amnesty International sulle amputazioni e le violenze che negli ultimi mesi stanno sfiancando la popolazione del nord del paese. Vestito con un’ampia tunica celeste, il volto coperto dal tradizionale turbante tuareg che normalmente lo protegge dalla sabbia e dal vento del deserto, l’uomo ha descritto nei dettagli la sua terribile disavventura mostrando, con riluttanza, il moncherino. Accusato di furto di bestiame, Alhader non è potuto scampare alla sorte che i gruppi terroristi di integralisti islamici del nord riservano ai presunti ladri. Nulla importa se, prima che la punizione fosse perpetrata, gli animali “rubati” erano stati ritrovati. Nulla importa se, con il loro ritrovamento nella foresta, l’accusa fosse decaduta.

“La sentenza era già stata emessa. Con un coltello da carne di quelli che si comprano al mercato il capo del Mujao (Movimento per la jhiad nell’Africa occidentale, ndr) mi ha tagliato la mano destra, dopo avermi avvolto il braccio in un sacchetto di plastica, per il sangue. Ci ha messo circa dieci minuti. Non ho urlato e, sebbene non mi abbiano fatto nessun tipo di anestesia, non sono svenuto. La cosa che più mi ha ferito è che prima di calare la lama sulla mia mano abbiano gridato: Allah akbar!”.

Il Mali e l’intero Sahel, nel quasi totale disinteresse dei media italiani, stanno attraversando la peggiore crisi della propria storia. Da mesi il paese è spezzato in due non più solo dall’enorme fiume Niger che ne divide da sempre la geografia. Nel gennaio scorso combattenti tuareg di ritorno dalla Libia post-gheddafi sconfitti e pesantemente armati hanno deciso di riprendere la lotta per l’indipendenza dell’Azawad (“terra del pascolo” in lingua tamashek, ossia l’ampia regione nord del Mali). Per anni abbandonati a se stessi da uno stato centrale onnivoro di fondi internazionali e per niente interessato alle dune settentrionali – e memori delle passate ribellioni finite male – i tuareg in un primo momento si sono alleati con la galassia di sigle jhiadiste e qaediste della zona (Mujao e Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico) trasformando le sabbie del Sahara nel santuario del terrorismo internazionale. L’Mnla (gruppo armato di tuareg per l’indipendenza dell’Azawad) insieme ai “barbuti” venuti da paesi limitrofi nel marzo scorso hanno conquistato le tre città-simbolo del nord, Timbouktou, Gao e Kidal, causando una vera e propria crisi politica nel paese. Amadou Toumani Touré, presidente democraticamente eletto ed emblema della stabilità nazionale è stato investito da durissime critiche per la mala gestione della questione settentrionale. Cavalcando l’onda del malcontento, il capitano Amadou Haya Sanogo nella notte fra il 21 e il 22 marzo 2012 ha preso il potere nel più classico dei colpi di stato militari africani. In poco tempo, nonostante la condanna unanime dell’atto di forza da parte della comunità internazionale, la sua giunta ha epurato le autorità e si è insediata nei posti di comando. Al nord la situazione invece che migliorare è degenerata fino alla dichiarazione da parte del Mujao e di Aqmi, sbarazzatisi nel frattempo degli scomodi e laici alleati tuareg, della sharia. Come racconta Amnesty International nel suo rapporto e Human Rights Watch : alle violenze arbitrarie contro militari e civili commesse dalla giunta al potere si sono sommate, negli ultimi mesi, quelle del nord. La lista che recita Saloum D. Traorè, direttore esecutivo di Amnesty Mali, è lunga: “Distruzioni di luoghi di culto cristiani e sufi, fra cui siti protetti dall’Unesco, divieto di ogni forma di musica, imposizione del velo integrale a tutte le donne, chiusura di scuole miste, ospedali e altri servizi sociali, arresti e omicidi sommari, bambini soldato, stupri di massa, lapidazioni. Sono almeno sette i casi accertati di amputazioni di mani e piedi, senza processo né testimoni, come invece prevedrebbe la legge coranica.”

Il Dottor Traorè è vestito con un grand bubu marrone, abito tradizionale maschile dell’Africa occidentale. Siede nel suo piccolo ufficio in una palazzina di Kalaban Kourà, quartiere periferico di Bamako che si affaccia sulla strada dell’aeroporto. Sul soffitto le pale di un vecchio e polveroso ventilatore cigolano svogliate, senza spostare né l’aria né le alte pile di scartoffie che affollano la sua scrivania. Il racconto continua. “Più di 350 mila persone dall’inizio della crisi sono scappate dai territori del nord cercando rifugio nella capitale o in paesi vicini come Niger, Burkina Faso, Mauritania e Senegal. La gente scappa anche dalla grave crisi alimentare che quest’anno sta decimando il Sahel.”

L’opinione pubblica della capitale, pur essendo un paese al 95% musulmano, condanna fermamente l’interpretazione anacronistica e radicale dei gruppi salafiti, rigettando la sharia e aspettando che l’esercito nazionale e la Cedeao (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) intervengano militarmente per liberare il nord e ristabilire l’integrità nazionale. Un intervento che, però, nasconde anche grandi interessi geopolitici e petroliferi di potenze mondiali quali Francia, Usa, Qatar e Algeria. Nell’attesa è la popolazione civile, come sempre, a soffrire. Come dice un proverbio africano: “quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” .”

Perdendo la trebisonda

Ho letto questo articolo di Alessandro Speciale in rete: ne sono rimasto sconcertato e ho concluso con una brevissima riflessione. Gesù, quanto ci manchi!

“Germania: niente soldi, niente sacramenti.

Potrebbe sembrare un’esagerazione eppure è proprio questo il senso del decreto varato la settimana scorsa dalla Conferenza episcopale tedesca, con l’approvazione della Santa Sede. Il decreto prevede che i fedeli che dichiarano all’anagrafe civile di non appartenere più alla Chiesa cattolica non potranno più partecipare in modo attivo alla vita della comunità ecclesiale e quindi alla vita sacramentale. In pratica, quei tedeschi che hanno chiesto di veder cancellata dallo Stato la registrazione della loro appartenenza cattolica – e che quindi non pagano più la ‘tassa ecclesiastica’ in vigore in Germania , pari a un 8-9% annuo – non potranno più confessarsi, fare la comunione o la cresima e, al momento della morte, non potranno ricevere un funerale cattolico; non potranno nemmeno fare volontariato in un’associazione cattolica o cantare in un coro, né tanto meno lavorare in un’istituzione della Chiesa come una scuola o un ospedale. La decisione dei vescovi risponde all’esodo dalla Chiesa che si è registrato negli ultimi anni, soprattutto dopo l’esplosione dello scandalo pedofilia. Nel 2010, 181mila tedeschi hanno ufficialmente rinunciato alla loro affiliazione cattolica. Si tratta di un numero in forte crescita rispetto alla media di 120mila abbandoni che si era registrata dal 1990, quando in molti avevano cominciato a far cancellare la loro affiliazione per compensare l’aumento delle tasse federali deciso per finanziarie la riunificazione con la Germania Est. Il caso di coloro che continuano a vivere nella Chiesa pur essendo ufficialmente cancellati è stato sollevato dal canonista Hartmut Zapp, che aveva annunciato nel 2007 di non voler più pagare la tassa ecclesiastica.

Pater_Hans_Langendoerfer_KNA.jpgIl decreto ha provocato molte polemiche in Germania perché esclude in modo assoluto dalla vita della Chiesa milioni di battezzati. “È un decreto che, in questo momento, manda veramente il segnale sbagliato da parte dei vescovi tedeschi che sanno bene che la Chiesa è in crisi profonda”, ha detto Christian Weisner, portavoce del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa. Ma per il segretario generale della Conferenza episcopale, il gesuita Hans Langendoerfer, non si può pretendere di separare la dimensione “spirituale” della fede e dell’appartenenza ecclesiale da quella “civile”. “Si tratta di una dichiarazione precisa – ha spiegato all’emittente tedesca Domradio –. Chi chiede all’anagrafe di cancellare la sua appartenenza alla Chiesa cattolica non farà più parte in nessun modo della comunità ecclesiale. Non si può fuoriuscire dalla dimensione ‘civile’ della Chiesa e definirsi al medesimo tempo cattolico”. Per Langendoerfer, quella dei vescovi è una posizione già nota che adesso viene formulata in “modo ufficiale”. La “differenza con il passato”, spiega, consiste nel fatto che ormai “il parroco dovrà occuparsi direttamente di chi intende abbandonare la Chiesa”. Chi chiede di essere cancellato come cattolico dall’anagrafe riceverà una lettera dal suo parroco e gli verrà offerta la possibilità di un colloquio: “Si cercherà di capire in questo dialogo le motivazioni che hanno indotto a una tale decisione. Si spiegherà anche quali saranno le conseguenze collegate alla fuoriuscita. Ovviamente – sottolinea il segretario dei vescovi tedeschi –, i sacerdoti cercheranno di far cambiare idea a queste persone, così da poter loro dare la possibilità di partecipare alla vita della Chiesa, con annessi i doveri”.”

Per chi vuole una riflessione dello stesso autore, ecco il link

Loro stanno comunque bene

A breve nelle quinte parleremo di globalizzazione: per chi volesse portarsi avanti col lavoro consiglio questo articolo di Altreconomia sulle multinazionali e soprattutto il file qui sotto elaborato dal Centro Nuovo Modello Sviluppo.

Top200 2a edizione.pdf

Se mi ci metto pure io a citare Quintiliano…

Scrive Gianluca Zappa su Il Sussidiario:

“Entro in una quinta linguistico. È una classe nuova, per me, mi è stata assegnata quest’anno. In programma ci sono due ore di latino, le ultime due, dalle 12 alle 14. Il fatto mi preoccupa: non può funzionare la solita oretta in cui si fa conoscenza della classe e si presenta brevemente il programma. Mi devo inventare qualcosa. E allora decido di dare ai ragazzi un assaggio di certi autori che faremo durante l’anno.

insegnanti, scuola, quintilianoPropongo due belle pagine: la prima dall’epistola a Lucilio in cui Seneca parla degli schiavi e se ne esce con quell’eccezionale e lapidario “nulla servitus turpior est quam voluntaria”. La seconda da Quintiliano, II libro dell’Institutio oratoria, dove si tratteggia la figura del bravo maestro. Leggo in latino e traduco. Mi guardano con interesse e seguono in silenzio: sono il quinto docente di latino in cinque anni di liceo (prodigi del sistema scolastico italiano)! Sono ragazzi che hanno subito una straordinaria discontinuità didattica. E io gli parlo del bravo maestro, perché sono i più titolati a dirmi se Quintiliano ha ragione o no, loro che hanno conosciuto un vero e proprio campionario di insegnanti. L’attacco è già di per sé eccezionale: “Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum, a quibus liberi tradantur existimet”. Il maestro deve essere come un padre. Qui c’è già tutto: siamo molto di più che erogatori di nozioni, siamo educatori, punti di riferimento, e spessissimo andiamo a colmare vuoti che le famiglie da sole non riescono più a colmare. Spesso siamo rimasti solo noi a chiedere qualcosa a questi ragazzi, a metterli di fronte all’impegno, alla fatica, mentre tutti intorno si sono arresi alle scorciatoie, alla vita facile (che è solo una tragica illusione). A partire da questo presupposto fondamentale, da questa “paternità” del maestro, segue, a cascata, tutta una serie di suggerimenti. Alcuni mi sembrano di un’attualità inaudita, dopo quasi duemila anni: “Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas”. Sono i due estremi, negativi, che ancora fanno danni. Da una parte c’è il docente che è oppressivo nei suoi modi, che crea un distacco assoluto. Ma questo tipo è ormai in minoranza. Abbiamo avuto una sfornata di docenti (specie gli ex sessantottini) che invece hanno impostato tutta la loro relazione su una “dissoluta comitas”, una sregolata familiarità. Come c’è stata e c’è la moda del “padre-amico”, così c’è stata e c’è quella dell’“insegnante-amico” (in fin dei conti il celebre film L’attimo fuggente non faceva che riproporre questa immagine contrapposta all’altra). Quintiliano è di una lucidità incredibile: il primo atteggiamento è negativo perché genera “odium”; il secondo lo è altrettanto, perché genera “contemptus”, disprezzo. I ragazzi che ho davanti confermano tutto. Sì, ne hanno fatto esperienza, Quintiliano ha proprio ragione.

“Minime iracundus – dunque – nec tamen eorum quae emendanda erunt, dissimulator”: il fatto sacrosanto di non doversi abbandonare all’ira non comporta allo stesso tempo il “passar sopra” a quanto deve essere corretto nei ragazzi. Non comporta la pessima attitudine alla dissimulazione, al far finta di non vedere, per non affrontare il doloroso compito della correzione. Magari autoilludendosi che i ragazzi sono capaci di autocorreggersi (e che quindi, in fin dei conti, non ci è richiesto tanto).

Ci vogliono gli attributi, per insegnare, per essere un maestro. A volte bisogna alzare la voce quando non vorremmo, minacciare addirittura, essere “duri” quando invece ci piacerebbe che tutto andasse da solo per il verso giusto. La società che ci affida i figli (e che ci critica perché “lavoriamo poco”) è quella stessa società che non ha più il coraggio di dire “questo sì, questo no”. Noi non possiamo esimerci dal rischio e dalla fatica di prendere posizione. L’importante è che i ragazzi non percepiscano il nostro odio nei loro confronti. Quintiliano può sembrare qui esagerato, ma non lo è affatto: quale professore non ha mai provato un sentimento di odio verso quello dell’ultimo banco che non la smette di fare il cretino? Eppure nemmeno questo possiamo permetterci: siamo chiamati a superarci, a trascenderci, per non rischiare che quel ragazzo si chiuda e perda ogni residua motivazione.

C’è ancora tanto, nel brano di Quintiliano: la semplicità nell’insegnare; la disponibilità alla fatica (perché per essere semplici ed efficaci bisogna lavorare, prepararsi le lezioni); la disponibilità di rispondere volentieri a chi fa domande e, allo stesso tempo, quella di stimolare quelli che non domandano mai; il non essere né troppo stretto, né troppo largo dei voti, perché entrambi gli atteggiamenti fanno male ai ragazzi. E, soprattutto, proporre il bene e tendere al bene. Almeno provarci. Essere veri. Perché gli uomini ascoltano più volentieri quelli che ammirano. Uno studente mi chiede: “Ma lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste “Uno studente mi ha chiesto: lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste cose?”. E un’altra: “Ma questo brano lo sta leggendo per la prima volta?”. È perché ha visto che mi confrontavo con quelle parole, che mi entusiasmavo, che ero direttamente coinvolto, come se quelle parole fossero del tutto nuove per me. E in effetti era proprio così, perché non ci si può confrontare con la grandezza dell’animo umano senza provare un contraccolpo. L’ultima domanda, così ingenua, mi ha dato una grande soddisfazione. In fin dei conti m’interessava proprio questo: che delle parole antiche risuonassero come nuove e vere, adesso, per me e per i miei ragazzi.”

Il pesce avvelenato

E ancora una volta sono qui a pubblicare un articolo che approfondisce una questione toccata nelle classi in questi giorni. E’ di Alessandro Zaccuri, tratta della presenza dell’umorismo nel mondo islamico: è preso da Avvenire.

“Ogni tanto una battuta non riesce a coglierla neppure lui, il che è tutto dire. «Ma non9788843059942.jpg perché l’umorismo arabo sia impenetrabile – si affretta ad aggiungere Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano –. È che a volte, per scherzare, si ricorre al dialetto più stretto e lì qualcosa si perde, purtroppo». Studioso autorevole, Branca è un estimatore dichiarato di quello che, nel titolo di un saggio da lui curato lo scorso anno per Carocci con Barbara De Poli e Patrizia Zanelli, ha voluto definire Il sorriso della Mezzaluna. Da pochi giorni è fra l’altro in libreria il volumetto Islam (con Barbara De Poli; edizioni Emi, pagine 160, euro 12). Oggi Branca interverrà a Torino Spiritualità (Cavallerizza Reale, ore 18) per spiegare come e perché sia il caso di superare lo stereotipo del musulmano irriducibile al sense of humour. Compito impegnativo, specie di questi tempi. «In realtà, come dimostra il dibattito in corso, a essere in questione non è tanto il film blasfemo su Maometto, né la pubblicazione delle vignette da parte di Charlie Hebdo – ribatte il professore –, ma un principio che riguarda tutti, islamici e occidentali».

A che cosa si riferisce?

«Ai confini della libertà di espressione. Fino a che punto possiamo spingerci nel prendermi gioco della sensibilità altrui? Quando dobbiamo considerare l’eventualità di imporci un limite, di dirci: basta, più avanti di così non si può andare? Non sto invocando la censura, né tanto meno cercando di giustificare le reazioni violente e del tutto spropositate alle quali abbiamo assistito. Forse, però, è il momento di sottoporre a seria revisione il concetto, finora incontestabile, di autonomia assoluta dell’artista. Anche perché, alla fine, finisce per proteggere anche personaggi che artisti non sono e che probabilmente agiscono per fini tutt’altro che innocenti».

Stiamo parlando del famigerato film?

«Era in rete da tempo, ha iniziato a fare notizia proprio quando la campagna presidenziale negli Usa iniziava a entrare nel vivo. Non dimentichiamo che i Paesi del Golfo non hanno mai sostenuto Obama, nel 2008 il loro candidato era semmai McCain, portatore di un atteggiamento tradizionalmente più tollerante nei confronti dell’Iran. Oggi, nel clima di parziale delusione per l’esito delle Primavere arabe, che si parli d’altro, e non di politica in senso stretto, può fare comodo a molti».

D’accordo, ma il Corano ammette o non ammette l’umorismo?

«A differenza dell’Antico Testamento, nel quale convivono generi letterari diversi, il Corano è un testo esclusivamente ascetico, che quindi non riserva spazio al linguaggio del riso o anche solo dell’ironia. Ma questo non ha impedito che a fianco del Libro sacro fiorisse una letteratura in cui, se non Maometto, almeno i suoi primi compagni potessero fornire qualche spunto di umorismo».

Per esempio?

«Beh, si potrebbe ricordare l’aneddoto del musulmano scroccone, che non perde occasione per presentarsi, non invitato, a pranzo o a cena. “Che cosa c’è di buono oggi”, domanda sempre, fino a quando qualcuno non gli risponde: “Pesce avvelenato”. Quello, anziché scoraggiarsi, si siede e aspetta di essere servito. “Ma come, non hai paura di morire?”, gli chiedono. E lui: “Perché vivere se muoiono i compagni del Profeta?”».

Sembra una barzelletta.

«Ma la cultura araba è tutta percorsa da facezie e motti di spirito. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di popoli mediterranei, estroversi e a volte perfino chiassosi. Gli egiziani, poi, vantano una tradizione ininterrotta di barzellette sul potere, lungo una linea che va da Nasser fino a Mubarak. L’Egitto, per chi lo conosce bene, è la terra della risata».

Vale solo per la satira politica?

«Anche qui vale la regola generale: in presenza di un regime oppressivo e occhiuto l’umorismo diventa una naturale valvola di sfogo. In questo le Primavere hanno fornito rappresentazione di una realtà che esisteva, ma in modo sotterraneo, nascosto. In precedenza, l’unica forma di presunta satira a godere di libera circolazione era quella di stampo antisemita, gradita ai regimi e adoperata in chiave anti-israeliana, con tutti gli odiosi stereotipi che purtroppo conosciamo».

Nel web circola molta comicità demenziale: vale anche per il mondo arabo?

«Solo per quanto riguarda gli arabi che vivono all’estero. Negli Stati Uniti, per esempio, opera un gruppo di cabaret che si chiama polemicamente (e ironicamente), Axe of Evil, e cioè l’Asse del male, l’espressione coniata da George W. Bush dopo l’11 settembre. In Francia, poi, c’è stato il caso di Allah Superstar di Yassir Benmiloud, un giornalista di origine algerina non nuovo a provocazioni di questo tipo. Ma nulla di simile, al momento, si trova nei Paesi arabi, che del resto vivono una condizione culturale molto diversa dalla nostra. A livello sociale lì sono ancora ben salde alcune gerarchie implicite che l’Occidente considera invece superate: i giovani devono rispetto agli adulti, le donne sono sottomesse agli uomini, il gruppo prevale sull’individuo».

Mi scusi se torno a chiederlo, ma in tutto questo l’islam non riveste alcun ruolo?

«Per il musulmano Dio non è soltanto clemente e misericordioso, due appellativi che tra l’altro rimandano etimologicamente all’utero, e dunque a una dimensione femminile, materna. Dio è anche “sottile” e perfino “simpatico”. Vede, il fondamentalismo sta cercando di imporre l’idea per cui tutto è proibito, tranne ciò che è permesso. Ma il lettore del Corano sa bene che, semmai, è vero il contrario: tutto è permesso, tranne ciò che è proibito. L’umorismo non è certo il cuore della predicazione di Maometto, però lo stesso Profeta esorta a vivere “in serenità”. Con il sorriso sulle labbra, potremmo dire».”

L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”