Pena di morte nel 2011

Ecco i dati del 2011 sulla pena di morte nel mondo appena pubblicati da Amnesty.

Nel 2011 sono state messe a morte almeno 676 persone in tutto il mondo, 527 esecuzioni nel 2010. L’omicidio di stato è aumentato in modo allarmante in Arabia Saudita, Iran e Iraq. Resoconti credibili indicano che in Iran siano state messe a morte, in segreto, centinaia di persone. Un dato che raddoppierebbe il numero di esecuzioni ufficialmente riconosciuto. I dati del 2011 però non comprendono, inoltre, le migliaia di persone che si ritiene siano state messe a morte in Cina. Arabia Saudita e Iran sono gli unici paesi al mondo che continuano a mettere a morte minorenni, persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Sentenze capitali su minori sono state emesse in Mauritania, Sudan e Yemen.

Sebbene gli Usa siano l’unico paese del G8 ad aver eseguito condanne a morte nel 2011, l’Illinois è diventato il 16° stato abolizionista. A novembre, inoltre, il governatore dell’Oregon ha annunciato che non saranno eseguite condanne a morte durante il suo mandato. Nel resto del continente americano sono state emesse pochissime sentenze capitali in alcuni paesi caraibici.

Nella regione Asia e Pacifico, non sono state registrate esecuzioni in Giappone, per la prima volta in 19 anni, e a Singapore. In entrambi i paesi le autorità dimostrano un costante e forte sostegno alla pena capitale. Dibattiti pubblici sulla pena di morte e la sua abolizione sono stati tenuti in paesi come Cina, Corea del Sud, Malesia e Taiwan. La Mongolia è ora riclassificata come abolizionista nella pratica.

Nell’Africa Subsahariana, la Sierra Leone ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni ed è confermato che una moratoria è stata attuata anche in Nigeria. In Ghana, la Commissione per la revisione della Costituzione ha raccomandato l’abolizione della pena di morte nel nuovo testo.

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Sogni “economici”

L’estate scorsa scrivevo: «Questa sarà una estate di cui resterà memoria. Non solo perché da una diecina di giorni il termometro segna inesorabilmente 38 gradi. Ancor più della canicola è la mia temperatura umorale che è al massimo del surriscaldamento. E non si tratta della solita febbre stagionale per qualche “pestilenza asiatica”, bensì di una vera e propria pandemia a causa di un morbo contro cui non siamo mai riusciti a vaccinarci: il denaro». Oggi, mi pare che le sorti del mondo dipendano solo dal denaro. L’economia degli Stati e quelle familiari non ce la fanno più a tenere dietro ai nostri sperperi. Jacques Delors ha dichiarato: «Apriamo gli occhi. L’Europa e l’euro sono sull’orlo di un precipizio». Ma come, apriamo gli occhi? Fino a ieri ci dicevano che per diventare ricchi bisognava Consumare. E noi ci abbiamo creduto: una vera e propria «dittatura della stupidità». E allora giù, a spendere e spandere fino al piacere assurdo del superfluo. Tanto a pagare-col mutuo-c’è sempre tempo. Ma adesso quel tempo è arrivato e non sappiamo più come fare a saldare il cumulo assurdo del nostro debito. Dove trovare tanto denaro? Per non precipitare nel baratro del fallimento, ecco che per «salvarci» si parla di far ripartire di nuovo i consumi. Ma come, non ci hanno forse appena detto che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità? Che abbiamo straconsumato fino a indebitarci oltre ogni buonsenso?sconfiggere-la-crisi-economica.jpg
E qui, o «qualcuno» ci ha mentito o non era all’altezza del compito. Per me, ci hanno mentito. Da adesso i conti devono essere fatti bene, dove i numeri sono numeri e i bilanci veritieri. Poi, superata l’emergenza, potrà tornare ancora la voglia di ricominciare con una volontà di riscatto morale e con proposti e progetti in cui riconoscerci tutti. Sogno, utopia? Perché no? Perché a ottant’anni suonati credo ancora nella forza dei sogni. Qualche tempo fa mi ha scritto un sacerdote: «Attenti alle utopie perché esse avvengono». Ma dovrà essere un progetto davvero rivoluzionario, che rechi scandalo a furbi e opportunisti d’ogni sorta, concepito secondo giustizia, nel rispetto di principi e regole di una sana democrazia affidata a cittadini di salda onestà. Uomini e donne che abbiano una mente fervida ma anche un grande cuore. È la Storia che impone a tutti noi l’obbligo di una presenza attiva e attenta nel procedere uniti nel cammino verso il nostro futuro, secondo ruoli e gradi di competenza, ciascuno per quel che saprà fare nel proporre, progettare, mettere in atto, fin dagli atti più modesti, tutto quel che serve per il bene comune. Non dobbiamo temere se verremo criticati per quel che saremo riusciti a fare, ma, più di tutto, non essere colpevoli di quel che non avremo fatto.

Ermanno Olmi sul Corriere

Prof, ma lei va a messa?

Ci sono delle volte in cui, alla fine delle giornate di lavoro, ti metti a pensare a quello che è successo, alle cose vissute, dette e sentite, e ti accorgi che ci sono dei collegamenti che non eri riuscito a cogliere immediatamente. Vado in successione temporale.

  1. Ieri in seconda “Prof, ma lei va a messa? Ma le piace? Cosa ci trova?”.

  2. Oggi in quinta abbiamo riflettuto e discusso sulla maggiore velocità e immediatezza di internet rispetto alla televisione, soprattutto per certe generazioni. Un esempio? Qualcuno ci dice: “Hai sentito cos’è successo…?”. Il primo “luogo” che viene in mente per trovare notizie non è più la tv, ma la rete.

  3. Dieci minuti fa navigando sui miei siti di riferimento arrivo su vino nuovo e leggo questo pezzo.

Ed ecco che mi ritrovo ad unire i punti 1 e 2 e a chiedermi quanto possa dire a un giovane una messa simboli-twitter-300x288.jpgdomenicale di oggi. Mi è capitato spesso di trovarmi a organizzare veglie di preghiera o momenti di riflessione e a volte capitava di voler usare dei simboli: una cosa che mi è stata insegnata è che un simbolo efficace non ha bisogno di essere spiegato. Se necessita di chiarimenti significa che non è simbolico… Certo c’è bisogno di conoscenze. Anche il codice della strada si basa su segnali e simboli: qualcuno ce li ha spiegati o sono entrati a far parte delle nostre conoscenze con l’esperienza e ora non serve altro. Però a volte vengono aggiornati, soprattutto se non sono più significativi. Per capire dei quadri a tema sacro è necessario conoscere il testo biblico. Un tempo le vicende bibliche erano note e molti simboli non andavano spiegati. Oggi non siamo più in questa situazione: o i simboli vengono spiegati o devono essere cambiati e aggiornati per essere significativi.

Mi solleverò

Ci sono dei momenti nelle nostre vite o nelle nostre giornate in cui fa piacere che qualcuno ci dia una pacca sulle spalle, una spinta di incoraggiamento, un sussurrato “non mollare”. Così, semplicemente, per chi ne ha bisogno, da “Into the wild” la canzone “Rise” di Eddie Vedder:

Questo è il modo in cui va il mondo, non puoi mai sapere

dove mettere tutta la tua fede e come crescerà.

Mi solleverò bruciando dei buchi neri nei ricordi bui,

mi solleverò trasformando gli errori in oro.

Questo è il modo in cui passa il tempo troppo veloce da domare,

improvvisamente ingoiato dai segni, guarda!

Mi solleverò troverò la mia direzione magneticamente,

mi solleverò giocherò il mio asso nella manica.

Ne “Il coperchio del mare” Banana Yoshimoto scrive: “A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.”


Il mio 19 marzo

Oggi è la festa del papà, è il 19 marzo. Personalmente penso di aver festeggiato mio padre in questa occasione solo all’asilo e alle elementari; non so perché, ma non è una festa che è nelle mie corde (c’è par condicio perché le stesse identiche cose valgono per la festa della mamma…). Però oggi il mio pensiero è andato a un collega che il 19 marzo del 1994 è stato assassinato dalla camorra. Giuseppe Diana insegnava sia materie letterarie che religione. Ed era anche un don: è stato ucciso a Casal di Principe mentre stava per celebrare messa. Diceva: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime”.

Lenin? Hitler?

Un pezzo molto bello di Adam Krzeminski su Internazionale, molto interessante in particolare per le quinte. Il giornalista è esperto di relazioni tra Germania e Polonia, lavora per il settimanale polacco Polytika dal 1973 e collabora con Die Zeit, Der Spiegel e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Gli indignati non riescono a fornire un progetto preciso della nuova economia, della nuova società odogmatism.jpg dell’uomo nuovo, che dovrebbero sostituire i modelli dell’ancien régime. Tutte le terapie proposte sembrano parziali e nessuna ispira una fiducia assoluta. Dopo il 1917 la Russia aveva trovato la sua formula magica: mettere tutto il potere nelle mani dei commissari politici e del partito unico, nazionalizzare il più possibile. Nel 1932 negli Stati Uniti si è preferito il New Deal: più Stato e commissioni pubbliche per rilanciare l’economia. Nel 1933 la Germania ha applicato una logica simile con in più l’obiettivo bellico: riprendere ai nemici e redistribuire al suo popolo, con le armi come motore di ripresa dell’economia e con le conquiste che    avrebbero ammortizzato i costi. Un Reich, una nazione, un capo supremo. Dopo il 1945 non è stato difficile trovare nuovi mantra. A Est le parole d’ordine erano: nazionalizzazione, industria pesante, pianificazione economica centralizzata, l’individuo non è nulla il partito è tutto. A Ovest si parlava invece di approfittare degli aiuti, di creare delle comunità con gli ex nemici, di dare vita a un’economia sociale di mercato, di concentrarsi sul pluralismo e sul libero mercato anche se controllato e tassato per finanziare le prestazioni sociali che avrebbero assicurato l’equilibrio sociale. Questo modello ha dimostrato la sua efficacia in Europa, ha garantito la ricchezza e le libertà individuali di cui hanno beneficiato tutte le ideologie uscite dalla tradizione del Diciannovesimo secolo: il liberalismo, il conservatorismo, il socialismo. Negli anni Settanta lo Stato assistenziale, nella sua forma socialdemocratica o democratico-cristiana, era il modello assoluto per gli abitanti dei paesi del “socialismo reale”.

Oggi questo modello è in crisi. L’economia è basata sulla fiducia nelle sue regole, sul fatto che il valore di una merce può essere convertito attraverso il denaro in un’altra merce. Prima della crisi i principali protagonisti dei mercati finanziari si sono fidati delle tecnologie di avanguardia, che avrebbero dovuto minimizzare le probabilità di crollo. Ma quando questo si è verificato, si è fatto ricorso ai filosofi stoici dicendo che il futuro è imprevedibile e si è chiesto aiuto ai governi. A sua volta la popolazione ha fatto ricorso alla retorica religiosa, criticando la cupidigia e l’avarizia (uno dei peccati capitali nella religione cristiana) e chiedendo il pentimento. Oggi è impossibile tornare ai modelli utilizzati in passato. E non vi è una risposta semplice e univoca. Le ideologie classiche hanno perso il loro potere di persuasione. Certo, si può sempre difendere la tesi che l’avvento dell’era post-ideologica è solo una manifestazione della cosiddetta ideologia neoliberista dominante, che avrebbe deliberatamente confuso le differenze fra destra e sinistra, fra socialismo e conservatorismo per aumentare la sua egemonia. Tuttavia oggi è molto diffuso il sentimento che non sono le ideologie ad animare la storia ma  dei fattori completamente diversi, cioè i mercati. Le ideologie tradizionali si sono costruite nella certezza giunta con l’Illuminismo che il mondo è una materia malleabile e plasmabile dall’uomo secondo le sue volontà e sulla base di piani razionali. Tuttavia per spingere la gente a credere in un progetto lo si deve sostenere con una storia appassionata, una storia quasi biblica di espulsione dal paradiso e di arrivo nella terra promessa. Per i conservatori questa storia era il ritorno al periodo eroico; per i marxisti una società senza classi; per i nazionalisti uno Stato nazionale unito dalla solidarietà; per i liberali un regno di libertà. Gli intellettuali invece, tradizionali produttori di ideologia, non credono nell’esistenza di una leva talmente potente da sollevare le fondamenta del mondo. La fine dell’ideologia non è ovviamente la fine della politica. Quest’ultima segue la sua strada, ma ha il fiato corto. I tradizionali partiti ideologici, come i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali e i conservatori, sono sempre più deboli. L’erosione ideologica indebolisce l’adesione politica. In un contesto in cui i partiti politici fanno fatica a mettere in evidenza le loro differenze, viene meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti e tutte le controversie assumono un carattere artificiale, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici. Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro; del resto sa bene che non è questo che interessa ai suoi elettori. Nei movimenti ideologici di un tempo la rabbia era concentrata, il risentimento poteva facilmente dare vita a un ethos collettivo. Il populismo attuale è solo un modo per dare sfogo alle frustrazioni e alle tensioni; provoca solo rivolte e distruzione, e non porterà di certo a un nuovo Lenin, Stalin o Hitler. Se guardiamo alle catastrofi prodotte dall’era ideologica del Ventesimo secolo non siamo nella situazione peggiore. Ma neppure nella migliore, perché la crisi ideologica si accompagna a una crisi fondamentale della fiducia nella politica. I cambiamenti di persona sembrano casuali. E l’attività politica, anche se non porterà al vertice dello Stato dei tiranni, non sarà neanche capace di generare dei veri statisti.

Meglio non azzardarsi

ludopatia.jpg«Mio padre – prende la parola un’altra figlia, che ha in serbo parole dure ma le pronuncia con tono amorevole, fissando papà – non c’era mai. Non è stato al mio fianco quando sono stata tanto malata in ospedale, non era con me quando ero felice né quando avevo un problema. Ogni giorno che ha passato giocando lo ha sottratto a me. Lo abbiamo perso entrambi. Adesso mio padre c’è. E ogni giorno che sta lontano dal gioco è un giorno che entrambi guadagnamo».

E’ uno dei passi dell’articolo di Nicoletta Martinelli. In questi giorni se ne sta parlando e scrivendo molto e quindi è più facile essere senibili all’argomento; sarà per questo che solo oggi ho notato che quando devo fare il login per scrivere su questo blog c’è la pubblicità del gioco on-line. Sicuramente è anche per questo che non ho mai accettato di metter dei banner pubblicitari che mi potrebbero far guadagnare un po’ di soldini. Oltre all’articolo che ho segnalato e che merita la lettura (non è neppure lungo), segnalo il servizio delle Iene di qualche mese fa

Adulazione

Scrive Anthony de Mello in un suo libro:

Il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Lo vide il filosofo Aristippo che viveva nell’agiatezza adulando il re.
Aristippo disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di robaccia come le lenticchie”.
Rispose Diogene: “Se tu avessi imparato a vivere di lenticchie non dovresti adulare il re”.

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Un papa da deporre

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di ascoltare il vaticanista Aldo Maria Valli presentare un libro cul card. Martini. Ora sono appena tornato da scuola, ho acceso il pc e su Vino Nuovo ho letto un suo sogno che mi ha fatto sorridere.

BasilichediRoma.jpgPer prima cosa il nuovo papa decise di traslocare. Eletto dopo un conclave estenuante, in mezzo a mille polemiche e contrasti, e dopo che il regno del suo predecessore era finito tra lotte di potere tanto sotterranee quanto violente all’interno della curia, decise di dire addio al Vaticano. Basta, bisognava dare un segnale. Fosse stato per lui, si sarebbe trasferito ad Assisi, la città del poverello, ma Pietro, dopo tutto, ha conosciuto il martirio a Roma. Dunque il nuovo papa ordinò: “Roma deve restare la città del successore di Pietro, ma niente più Vaticano. Vado a vivere a San Giovanni in Laterano. Lì ho la mia cattedra in quanto vescovo di Roma, e siccome il papa è papa perché vescovo di Roma, e non viceversa, è giusto che abiti in Laterano”.

Seconda decisione: niente pomposità, niente guardie, niente gendarmi, niente maggiordomi di sua santità, niente corte pontificia. Via tutto. Abolito ogni residuo segno di potere, il nuovo papa scrisse una documento di una sola riga. Diceva così: “Il servo dei servi di Dio deve vivere con evangelica povertà. Ne va della sua credibilità”.

Terza decisione: revoca di tutti gli incarichi di curia e radicale riduzione degli uffici. Dato lo squallido spettacolo offerto all’opinione pubblica da monsignori carrieristi e cardinali maneggioni, il nuovo papa azzerò tutto. Via i presidenti dei dicasteri e dei pontifici consigli, via i segretari, via i consiglieri, via le accademie, abolizione delle congregazioni. Fu istituito un solo ufficio, con un solo compito: preghiera ininterrotta per la pace e contro tutte le ingiustizie. Fu azzerato anche l’intero collegio cardinalizio, e il compito di suoi principali consiglieri il papa lo affidò ad alcuni bravi preti di Roma (tra i quali parroci e missionari) ma anche ad alcune suore e a qualche laico. Con il che si ottenne, fra l’altro, un indubbio beneficio economico, perché la curia, con il suo apparato, costava moltissimo.

Quarta decisione: rinuncia al titolo di capo di Stato. “Che c’entra – disse il nuovo papa – un ruolo politico con il Vangelo di Gesù, quel Gesù che esortò a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?”. Il ruolo di capo dello Stato della Città del Vaticano fu affidato a un laico, un bravo e mite professore, e il papa si sentì molto più leggero, oltre che più libero.

Quinta decisione: convocazione di un grande concilio ecumenico Vaticano III, ma non a Roma, bensì in Terra Santa, per discutere a viso aperto di tutti i problemi della chiesa e della fede stando proprio lì, dove Gesù visse, predicò, pregò, fece i miracoli, scacciò i demoni e offrì la sua vita per la redenzione del mondo. Il nuovo papa invitò non solo i vescovi di ogni continente, ma anche preti, religiosi, religiose, laici, laiche, e diede diritto di parola a tutti, compresi i rappresentanti delle confessioni cristiane non cattoliche, senza porre limiti né di argomenti né di durata dei lavori conciliari.

Sesta decisione: il nuovo papa disse no al concordato. “Concordare” qualcosa con uno Stato, anche se lo si fa con le migliori intenzioni, vuol dire introdurre un principio di do ut des, ovvero vuol dire ragionare in termini politici. “Il regime pattizio – spiegò il nuovo papa – non fa per noi. La chiesa povera non ha bisogno di concordati. La chiesa povera vive grazie all’aiuto dei fedeli”. Fu così abolito anche l’otto per mille, e a chi si lamentava per il mancato introito il papa ripose con poche ma sentite parole: “Non potete servire Dio e mammona”.

Settima decisione: il nuovo papa stabilì che all’elezione del futuro pontefice non dovessero partecipare i cardinali, ma i preti della diocesi di Roma, ovvero i suoi preti. Avrebbe voluto coinvolgere molti altri rappresentanti del mondo cattolico, ma pensò che per il momento poteva andar bene così. Stabilì inoltre che non fosse necessario un conclave nella Cappella Sistina, con quel cerimoniale complicato. Appuntamento per tutti in piazza San Giovanni, all’aperto. In effetti, il nuovo papa soffriva un po’ di claustrofobia.

Ottava decisione: aprì il territorio vaticano alle visite di tutti coloro che desiderassero entrarvi. Niente più barriere, niente più cancelli. Palazzi, sale, chiese e giardini furono messi a disposizione della popolazione. Gestiti da una fondazione senza fini di lucro, questi luoghi diventarono pubblici. Non roba da museo, ma beni dell’intera umanità. Bambini e ragazzi erano particolarmente benvenuti, specie ai giardini vaticani, dove potevano correre e giocare, ed ebbero libero accesso anche in Laterano. E quando i collaboratori gli fecero notare i rischi di confusione, il nuovo papa rispose, anche questa volta, con poche ma sentite parole: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Nona decisione: il nuovo papa, per i suoi spostamenti a Roma e dintorni, decise di fare a meno di auto lussuose, “papamobili” ed elicotteri. Mise tutto in vendita e incominciò a prendere l’autobus, il tram e la metropolitana. Gli addetti alla sicurezza, prima di essere congedati per sempre, inorridirono, ma il nuovo papa li tranquillizzò: “Ma chi volete che se la prenda con un povero prete che usa i mezzi pubblici?”. In effetti il papa decise di non indossare più la veste bianca, ma una semplice talare nera. Così viaggiava indisturbato, e stando in mezzo alla gente poteva rendersi conto dei problemi quotidiani dei cittadini e del loro modo di pensare.

Decima decisione: il nuovo papa scrisse un’enciclica brevissima. Diceva così: «In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà casa di preghiera’. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” ». Erano parole del Vangelo, ma alcuni ex cardinali reagirono malissimo. Incominciarono a dire che il nuovo papa era chiaramente impazzito e doveva essere deposto. Mandarono alcune ex guardie svizzere e alcuni ex gendarmi vaticani per prelevarlo, ma il nuovo papa ebbe difensori efficaci: i bambini. Furono loro a reagire, impedendo il rapimento. E poi andarono tutti a mangiare pane e marmellata.

Al che mi sono svegliato.

Corretto o pollo?

Scrive Michael su fb: “Il calcio dovrebbe essere come il basket, appena uno protesta contro l’arbitro un rigore alla squadra avversaria, se un mister viene espulso idem!! così ci si quieta un pò tutti!!”. Ho commentato il suo stato scrivendo che nel volley c’è ancora più rispetto, come nel rugby. La discussione poi è andata avanti, ma a me sono venuti in mente altri pensieri, che forse daranno fastidio e faranno dire “il solito moralista”… Il punto è che questi sono i pensieri che mi son venuti. Dopo Milan-Juve e le mille polemiche ho letto su internet molte frasi tipo questa: “… Buffon che, con grande onestà e sincerità, dopo la fine della partita ha detto di non aver visto se il pallone del tiro di Muntari fosse andato dentro la porta e che, comunque, se l’avesse visto, non l’avrebbe mica detto all’arbitro…” oppure la dichiarazione del “nostro” Pinzi (la mia fede è bianconera, bianconera friulana): “Credo che dietro queste polemiche ci sia tanta ipocrisia”. Insomma, Buffon onesto e sincero, chi polemizza ipocrita. Penso semplicemente che sia il caso di decidersi: perché continuiamo a dare il pollo.jpgpremio fair-play? È il premio al corretto o al pollo? Tutti a complimentarsi con Simone Farina, premiato anche la sera della consegna del Pallone d’Oro e con la convocazione in nazionale, per aver rifiutato 200.000 euro per truccare una partita. “Eh, ma quella è un’altra cosa…”

Usciamo dallo sport: lamentarsi dell’evasione fiscale e lamentarsi dei controlli di Cortina sono lamentele che possono provenire dalla stessa bocca? E lo studente che protesta contro l’insegnante che l’ha sgamato a copiare? Chi si indigna per l’ubriaco investitore ma ogni weekend si disfa di alcol e si mette al volante… fintanto che va bene? L’elenco sarebbe lunghissimo. “Ma questo è un dito puntato!”. Sì, e con la perfetta antica consapevolezza che mentre quel dito è puntato, tre dita restano puntate contro di me.

Esperienza di pace in Burundi

Se qualcuno segue in maniera assidua questo blog, forse si ricorderà che ho già parlato del Burundi e di padre Claudio Marano: l’ho fatto due volte, qui e qui. Ecco che c’è l’occasione di incontrare lui e la volontaria Anna in due possibili momenti. Entrambi si svolgeranno VENERDI’ 16 MARZO. Dalle ore 14.00 alle ore 16.00 racconteranno la loro esperienza nell’aula magna della ex-scuola di Anna, il liceo Marinelli. La sera, alle 20.30 ci sarà l’incontro al Centro Balducci di Zugliano, dove ci sarà anche Egide Hakim Ngendakuriyo, membro e logista del Centre Jeunes Kamenge. Si legge sulla locandina della serata: “In un mondo in cui caos e guerre sembrano essere diventati endemici, in un momento in cui frontiere che pensavamo permanenti vengono spezzate in un attimo, economie che sembravano solide sono messe in ginocchio, guerre suicide divampano, grandi nazioni si frantumano […], adesso che attorno a noi massacri, epidemie, odio e carestie dilagano senza controllo, ebbene esiste un barlume di speranza ed è la crescente presa di coscienza che nel bene e nel male siamo tutti vicini di casa e abitanti di uno stesso globo la cui superficie non è infinita e quindi la disperazione, le guerre, le sofferenze, le umiliazioni e la fame di coloro che vogliamo pensare come «gli altri» sono in ultima analisi le nostre stesse.” (Cahill, 1993)

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Seminare rose bianche e raccogliere rose rosse

Scrive Giampietro Baresi sul numero di Nigrizia che ho appena prelevato dalla cassetta della posta. “Se rose.jpgun giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande… Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i programmatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.”

Qui l’intero articolo

Ancora tempi di streghe?

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A Bologna, un islamico osservante ha sentito «impuro» il proprio rapporto con una donna cristiano-ortodossa e ha tentato di decapitarla «come Abramo fece con Isacco» (la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica). Non è solo un caso di fondamentalismo maniacale. In questi giorni, si apre a Palmi un processo di stupro che testimonia il persistere italico della maledizione di Eva: a San Martino di Taurianova una bambina di 12 anni (che oggi ne ha 24 e vive sotto protezione perché alcuni dei persecutori che ha denunciato erano mafiosi) per anni è stata considerata da tutto il paese la colpevole degli stupri di gruppo, delle violenze e dei ricatti subiti e anche il parroco a cui aveva tentato di confidarsi giudicava peccatrice una dodicenne violata che solo la penitenza poteva redimere. Sembra incredibile, ma nella santità delle religioni albergano tabù ancestrali che gli studi antropologici e le secolarizzazioni non sono riusciti a eliminare. Sono i tabù peggiori perché responsabili dei pregiudizi sessuofobici e misogini che, sacralizzati, hanno prodotto, nel nome di dio, discriminazioni e violenze. Nel terzo millennio le religioni dovrebbero andare in analisi e domandarsi quanto la sessuofobia e la misoginia insidino nel profondo la loro possibilità di futuro. Il concetto di “purezza” che ha represso, nell’ipocrisia mercantile e proprietaria dei valori familiari, milioni di ragazze non è nato certo dalla scelta delle donne. Alla Lucy delle origini, mestruata e responsabile della riproduzione, non sarebbe mai venuto in mente di sentirsi sporca o colpevole. Forse percepiva già come colpa, certo non sua, la violenza che connotava la bassa qualità di molte prestazioni maschili. Tanto meno, quando si fosse inventato il diritto, avrebbe distinto i “suoi” figli in legittimi o illegittimi. Eppure si continua a credere che la mestruata faccia ingiallire le foglie e inacidire il latte; in Africa, in “quei giorni”, è confinata in capanne speciali per non contaminare le case; a Roma Paolo la voleva velata e zittita, mentre i papi, forse senza sapere perché, le hanno vietato di consacrare. Siamo ancora qui, a fare conti sul puro e l’impuro e a ripetere il capro espiatorio nel corpo di qualche altro Isacco per volere di qualche Abramo che credeva di interpretare Dio, di qualche altra Ifigenia proprietà di Agamennone padrone della sua morte. Noi donne non siamo certo migliori degli uomini, ma nelle società maschili permangono residui di paure che neppure Darwin ha fatto sparire. I responsabili delle religioni che intendono salvare la fede per le generazioni future debbono purificarle dalle ombre del sacro antropologico: il papa cattolico deve non condannare, bensì accogliere come servizio di verità nelle scuole un’educazione sessuale che dia valore all’affettività non solo biologica delle relazioni fra i generi e al rispetto delle diverse tendenze sessuali; l’islam che fa imparare a memoria fin da piccoli le sure del Corano, si deve rendere conto che i tabù violenti producono strani effetti se un uomo si sente un dio punitore davanti a donne-Isacco; i rabbini dovrebbero fare i conti con Levy Strauss e smettere di chiedere autobus separati per genere e di insultare le bambine non velate; in Cina e in India non si deve perpetuare l’insignificanza femminile trasferendo gli infanticidi delle neonate alla “scelta” ecografica, mortale solo per le bimbe. Sono tutte scelte di morte. Per ragioni di genere. Ma, se la responsabilità delle religioni monoteiste è particolarmente grave per l’immagine anche non raffigurata di una divinità di fatto maschile, più precisa è quella dei cristiani. Si è detto infinite volte: perché il nostro clero, ancora così pronto a chiedere cerimonie riparatrici per spettacoli che non ha visto, non pensa ad evangelizzare i maschi invece di sospettare costantemente peccati di cui non può essere giudice, condannato com’è al masochismo celibatario per paura della purezza originaria della sessualità umana? C’è un salto logico – certamente non illogico per le donne che stanno leggendo i pezzi sull’8 marzo – ma anche la società civile persevera troppo nel negare rispetto al corpo delle donne: i tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila) sono rientrati in servizio nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”…

Giancarla Codrignani (tramite Adista; alcuni articoli si trovano completi nella pagina di Adista su fb)

Aggiornamenti

Alcuni dei titoli di articoli interessanti pescati dal sito di Asianews:

Estremisti islamici e terroristi cavalcano la rivoluzione siriana

Karnataka, pastore pentecostale picchiato e arrestato per “proselitismo”

Madre tibetana si dà fuoco nel Sichuan; una ragazza si autoimmola nel Gansu

Kirkuk: giovani cristiani e musulmani per promuovere pace e dialogo interreligioso (cui si riferisce l’immagine qui sotto)

Buona lettura!

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Il pianoforte su cui suona Dio

Abbiamo letto il testo di questo monologo di Baricco in III, eccone la resa cinematografica

Mai bene

Una storiellina che fa molto pensare e che dà una mano nei momenti in cui ci si sente continuamente giudicati e ci si sente di “non andar bene per nessuno”

C’era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di asinello.jpgconoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino. Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel ragazzo quanto è maleducato… lui sull’asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano”. Allora la moglie disse a suo marito: “Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio”. Il marito lo fece scendere e salì sull’asino. Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che svergognato quel tipo… lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa”. Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l’asino. Arrivati al terzo paese, la gente commentava: “Pover’uomo!!! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull’asino… e povero figlio, chissà cosa lo aspetta, con una madre del genere!!!”. Allora si misero d’accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull’asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio. Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: “Sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta, gli spaccheranno la schiena!!!”. Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino. Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: “Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!!!”

Elezioni = + esecuzioni

In Iran si va alle urne: quale migliore occasione per aumentare il numero delle esecuzioni? Ecco l’articolo di Monica Ricci Sargentini

moschea-iran.jpg“Ieri si è votato in Iran e, mentre si aspetta di sapere com’è finita la sfida tra Khamanei e Ahmadinejad, è il caso di ricordare che, proprio alla vigilia delle elezioni c’è stata una dura repressione nei confronti dell’opposizione e dei media, soprattutto elettronici, che le autorità considerano una grande minaccia. A gennaio, un alto funzionario di polizia ha dichiarato che Google non era un motore di ricerca bensì “uno strumento per lo spionaggio”. Nel corso dello stesso mese la Cyberpolizia (una squadra di recente istituzione) ha ordinato a tutti i proprietari di internet cafè di installare telecamere a circuito chiuso e di registrare l’identità di tutti gli utenti prima di farli accedere a una postazione. Questo mese, il blogger Mehdi Khazali, arrestato a gennaio, è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere, seguiti da 10 anni di “esilio interno”. Khazali si trova nella prigione di Evin, a Teheran, dove ha intrapreso da 40 giorni uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione. A Evin è detenuto anche Abdolfattah Soltani, fondatore del Centro per i difensori dei diritti umani, arrestato nel settembre 2011. Intanto, la Bbc ha denunciato che familiari dei giornalisti del servizio in lingua persiana sono stati sottoposti a intimidazioni: uno di loro è stato arrestato e tenuto in confino solitario, ad altri è stato sequestrato il passaporto. Per puntare il dito contro la gravità della situazione Amnesty International ha pubblicato un rapporto di 71 pagine intitolato “Abbiamo l’ordine di distruggervi”, reso pubblico qualche giorno fa, in cui denuncia che nel 2011 il numero delle esecuzioni in pubblico si è quadruplicato e le condanne a morte sono state il doppio del 2010. Nel documento l’organizzazione per i diritti umani descrive come, negli ultimi mesi un’ondata di arresti abbia colpito avvocati, studenti, giornalisti, attivisti politici e i loro parenti, esponenti di minoranze etniche e religiose, autori cinematografici e persone che hanno contatti all’esterno del paese, specialmente con la stampa estera. Numerose ong sono state chiuse. I leader dell’opposizione Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sconfitti alle elezioni presidenziali del 2009, sono di fatto agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. La moglie di Karroubi è stata rilasciata nel luglio scorso mentre Zahra Rahnavard, moglie di Mousavi, si trova agli arresti domiciliari insieme al marito.

“Hanno fermato ogni forma di protesta pubblica usando articoli del Codice Penale che definiscono come minaccia alla sicurezza nazionale le manifestazioni, i dibattiti, la formazione di gruppi e associazioni, punibili con lunghe condanne al carcere o anche con la pena di morte”, si legge nel documento.

La verità è che, secondo Ann Harrison, direttrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, “nell’Iran di oggi, chiunque è a rischio se fa qualsiasi cosa che possa situarsi al di fuori dei ristretti confini di ciò che le autorità considerano accettabile dal punto di vista sociale o politico”. I dati riportati dai media parlano di 600 esecuzioni, contro le 253 dell’anno precedente. Circa l’80% riguarda il reato di traffico di droga, ma è difficile fare una stima precisa visto che Teheran non fornisce dati ufficiali ed è possibile che molte esecuzioni avvengano in segreto. Tra le esecuzioni, secondo il rapporto, se ne contano numerose che riguardano reati commessi in minore etá, un’ipotesi di pena capitale che è vietata dal diritto internazionale.

La prima impressione non è sempre quella che conta

Ci sono delle volte in cui le apparenze ingannano e la prima impressione non è quella che conta. E’ bellissimo vedere come cambia lo sguardo di Mélanie, ed è anche bello sentirla mormorare “La prego si scusarmi”. Tra l’altro, un film memorabile

Questione di prospettive

“Provava dolore in tutto il corpo, dovunque premesse la mano. Dopo un po’ capì che questo succedeva perché era la mano a fargli male”    (Douglas Adams)

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C’è Chiesa e Chiesa

“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.

(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia)


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