Cimiteri

Sto per uscire, andando a far visita ad amici e parenti che non sono più parte di questa vita. Ho avuto giusto il tempo di leggere questo articolo da Avvenire.

Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, ilcim_praga.jpg muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.

Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi. … Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile, plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.

Per amore di bene

“Se fai per raccoglierne il frutto, sappi che il frutto marcisce. Se fai per compiacere altrui, sappi che appassisce ogni fiore. Ma se fai per amore di bene, il tuo atto dimora nel bene, staccato dalle cose e da te. E sul punto di morte vedrai lungo le ore dei giorni la filza dei tuoi atti come ghirlande appese, e vista da quel punto, la vita parrà una festa.”

(Lanza del Vasto, da Giuda)

 5111530017_902c9b3455_b.jpg

 

E’ in arrivo Babe7

Caro settemiliardesimo uomo,

il 31 ottobre è il tuo giorno. Anche se non sappiamo come ti chiami, ci dicono che con te la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Ogni ora siamo 10.000 in più. Quando sono nato io, nel 1974, eravamo 4 miliardi sulla Terra e le Nazioni Unite convocavano la Prima Conferenza mondiale sulla popolazione a Bucarest. Oggi siamo dunque quasi raddoppiati. È probabile che tu sia nato nella regione dell’Asia/Pacifico, una delle aree del mondo in cui il tasso di crescita demografica è più elevato. E dove la popolazione è più giovane. L’Italia, invece, ha uno dei tassi di fecondità più bassi del mondo, pari a 1,2 figli per donna. Secondo le proiezioni Eurostat, nel 2040 avrà una popolazione composta per oltre il 30% da ultrasessantacinquenni. Nel nostro Paese il numero di morti supera quello dei nati da quattro anni. I più fertili tra i Paesi industrializzati sono, invece, Francia e Stati Uniti, grazie alla presenza maggiore di immigrati. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme avvertendo che già adesso vi sono nel mondo 61 paesi che hanno crescita zero o crescita negativa e così nel 2050 il numero di ottantenni sul pianeta sarà quattro volte quello di oggi. popolazione_mondiale.jpg

Inutile che venga a raccontare a te queste cose, è probabile che tu sia nato in un Paese come Cina o India, in crescita demografica ed economica. Anzi, ad essere pignoli una differenza c’è: tra 10 anni l’India potrebbe diventare il paese più popoloso del mondo superando la Cina, dove la crescita demografica sta rallentando con l’aumentare del benessere economico. Da una parte è probabile che tu sia molto più tecnologico di me, si dice “nativo digitale”, nato in un’epoca in cui le moderne tecnologie sono il pane quotidiano fin da piccoli. Dall’altra bisogna vedere in che parte del mondo sei nato. Un miliardo e mezzo di persone vive senza elettricità, l’80% delle quali nei Paesi meno sviluppati dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana, mentre poco meno della metà dell’Umanità, 3 miliardi di persone, non ha accesso a servizi energetici moderni.

E l’acqua, vogliamo parlarne? Quella viene ancora prima dell’energia. 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua sicura mentre 2,6 miliardi di persone sono senza igiene di base. 1,5 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie connesse alla carenza di acqua pulita, più di quanti ne muoiano per Aids, malaria e morbillo, le tre cause più frequenti di morti infantili sommate insieme. Un’altra mia curiosità è sapere se sei nato in città, come me, oppure in una zona rurale. Nel 2007 è avvenuto per la prima volta il sorpasso da parte della popolazione che vive nelle città, che possono essere megalopoli come Il Cairo e Città del Messico, oppure cittadine di media dimensione come Mantova, in Italia, o Trondheim, in Norvegia.

La crescita della popolazione continuerà all’infinito? Finora è stato così e pare che nel 2040 toccheremo i 9 miliardi, ma poi i demografi prevedono che inizieremo a diminuire per stabilizzarci proprio attorno ai 7 miliardi o poco più. Non è detto, le Nazioni Unite pubblicano oggi un rapporto in cui si afferma che alla fine del 2100 sul nostro pianeta ci saranno quindici miliardi di esseri umani: la popolazione mondiale, dunque, raddoppierà in meno di un secolo. Quante risorse naturali ci sono sulla Terra? Abbastanza per tutti ma solo se diminuiamo le ingiustizie. Tu sei appena nato e credi giustamente che questa parola non abbia senso. Eppure ognuno di noi consuma come 22 abitanti del Malawi, non “pesiamo” tutti allo stesso modo sugli equilibri planetari.

(preso da http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/miliardi_281011100048.aspx)

Su questo sito alcuni conteggi “in tempo reale”

Se gli affari per Padre Pio non girano più…

Il 4 luglio 2009 ho postato un pezzo sulla cripta dorata della nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo. Ecco che oggi mi cade l’occhio su questo lungo, dettagliato, ricco articolo de Linkiesta.

«Nelle case ormai c’è più l’immagine di Padre Pio che non un crocifisso o una Madonna.padre_pio_chiesa_san_giovanni_rotondo.jpg Comincio a preoccuparmi, la gente dice “io credo a Padre Pio”, ma io la domenica non lo professo nel Credo né dico ‘credo ai santi’». È quasi rassegnato don Alessandro Amapani, dal 2002 al 2008 responsabile italiano della Giornata mondiale della gioventù e oggi voce critica nel barese. A San Giovanni Rotondo, 27mila anime nel Parco Nazionale del Gargano, fa spesso da guida a giovani fedeli nella cripta dorata del frate da Pietrelcina. «L’uomo è misericordioso – spiega il 36enne con 13 viaggi in Terra Santa – tra Pio e i giovani c’è un dialogo fortissimo e non è facile perché ti mettono sempre in discussione. Ne hanno sentito parlare da nonni e bisnonni ma ora si danno da fare per conoscerlo, è ridicolo dire che è più vicino a noi solo perché ha vissuto il Novecento. Andate ad Assisi a vedere l’invasione di famiglie giovanissime lì per San Francesco o solo per curiosità».

“Padre Pio è il santo più amato dagli italiani” diceva un sondaggio di Casa.it sulle immagini sacre nelle case del Belpaese. Più di Sant’Antonio e San Francesco d’Assisi. «Guardi – replica Amapani – è nei bunker dei mafiosi e camorristi perché appare più potente addirittura di Dio, sembra ci sia del magico semplicemente nel rivolgersi a questa entità forte e misteriosa. Chi arriva ha un bisogno di protezione autentico e di salvezza spirituale ed è convinto che risolva i problemi fisici. Dà risposte molto forti a situazioni di vita drammatiche. È una figura mistica ancora tutta da conoscere, ma non sempre i pellegrini vanno in profondità».

Francesco Forgione (questo al secolo il nome di Padre Pio) per Agostino Gemelli resta uno “psicopatico”, per Andreotti “l’uomo del secolo”, per Wojtyla venerabile nel ‘90, beato nel ’99 e santo nel 2002. Qui son saliti Bartali nel 1947, Lefebvre nel 1968, lo stesso Giovanni Paolo II nel 1987 e Benedetto XVI nel 2009 quando l’hanno trasferito nella nuova chiesa. L’ha disegnata Renzo Piano. Inaugurata nel 2004, è tra le più grandi e discusse d’Italia. Chiedetelo a Ravasi e Sgarbi. L’hanno voluta i frati per ospitare la marea di fedeli che negli anni ha invaso quella realizzata nel ’59, la Santa Maria delle Grazie che appena finita appare “una scatola di fiammiferi” allo stesso Padre Pio. Oggi c’è uno scatolone di 6mila metri quadri per 7mila persone e fino a 40mila sul sagrato. Croce di bronzo dorato di Arnaldo Pomodoro e tabernacolo di Floriano Bodini. Nella chiesa inferiore la cripta con la salma, 3 sale conferenze, 31 confessionali e ampie zone per pregare. In più 2mila metri di mosaici in oro (e non solo) di un artista e teologo sloveno, Ivan Rupnik: 36 nicchie (a destra la vita di San Pio e a sinistra quella di San Francesco) e 16 temi spirituali, dalla “chiamata” fino alla “felicità nella vita dello Spirito Santo”. Tutto questo Padre Pio non lo sa, direbbe De Gregori. Ma non è semplice trovare un ponte anche con Lourdes, Fatima o Medjugorje. Silvia Godelli, assessore regionale alla Cultura e Turismo, guarda al popolo della Puglia. «Padre Pio non ha omologato la spiritualità della gente – dichiara a Linkiesta – il tessuto sociale è intriso di devozione e la venerazione dei santi patroni resiste al tempo e ai flussi migratori. Ogni borgo è uno scenario di culti autentici e di attaccamento alla tradizione, tra cerimonie millenarie, religiose ma anche pagane, di grandissimo fascino e di rappresentazione scenica assolutamente teatrale. Si pensi a San Nicola a Bari, Sant’Oronzo a Lecce, San Michele a Monte Sant’Angelo, ma anche alla Focara di Novoli, ai Fucacoste di Orsara e alle Fracchie di San Marco in Lamis».

Dei e diavoli. Etica e capitali. Sud e magia. Da Erodoto a Weber fino a Ernesto De Martino, la partita è ancora aperta. Il 23 settembre scorso, il giorno della festa di San Pio, i frati hanno donato ai bambini dell’ospedale il fumetto “Piuccio e Lolek”, Padre Pio e Giovanni Paolo II in favole per piccini. Lo ricorda a Linkiesta Francesco Colafemmina, filologo e autore nel 2010 del libro “Il mistero della Chiesa di San Pio”. «I frati hanno trasformato la devozione in fenomeno da baraccone – taglia corto lo studioso barese – è un pellegrinaggio per eventi. Con quei fumetti stanno banalizzando la santità. Chi viene cerca un luogo riconoscibile, la tomba o i luoghi in cui Pio ha vissuto e invece trova la nuova chiesa senza nemmeno inginocchiatoi. La vecchia cripta era un luogo semplice e racchiusa nel neoromanico, ora ci sono le etichette con le spiegazioni perché tra l’oro e i mosaici la gente si distrae». Ma il santo, ammette Colafemmina, ha una “affinità elettiva” col dna del Sud. «Anche se i fedeli seguono i santi che ritengono fare più grazie e c’entra poco il marketing della santità, sentite cosa vi risponde un meridionale se gli chiedete chi è Edith Stein (Santa Teresa nel 2008 e patrona d’Europa, ndr)». I meridionali qui piangono, ma singhiozzano anche bresciani, polacchi, irlandesi e coreani. Il luccichio spiazza i novizi. «I mosaici – precisa Amapani – sono un’esperienza di fede che ha bisogno di tempo per essere capita e vissuta, c’è l’ignoranza di chi vuole subito toccare il corpo perché prima arrivi e prima non so che ti succede. Un genio di spiritualità come Pio si manifesta anche con un genio artistico come Rupnik. Un capannone come altrove sarebbe stato squallidissimo». E il San Francesco delle elementari? «Quando parla della liturgia delle chiese e delle messe, dice che bisogna usare l’oro più prezioso, così devo preparare il meglio che ci sia nei riti in cui Cristo si rende presente. Quando l’uomo smetterà di fare arte e bellezza il mondo sarà finito».

Laici e cattolici, post comunisti ed ex scudi crociati, sono tutti d’accordo: l’unica eredità del frate è l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Misteri e miracoli a parte, è Padre Pio infatti che nel 1940, nella provincia di Di Vittorio, coltiva il sogno di «una sanità dal volto umano», una sorta di Primavera alla Dubcek per le malattie del mondo. Il nosocomio è oggi un centro d’eccellenza per la sanità in deficit del Meridione (e non solo): nel 2010 agli ambulatori sono giunti 125mila pazienti, più di 1 milione di prestazioni e 56mila ricoveri ordinari. Medicina rigenerativa, oncogenomica, oncologia sperimentale, cellule staminali somatiche e pluripotenti indotte. Ha anche le banche biologiche, tra cui la banca cordonale (nel 2009 con la maggior raccolta in Italia) e quella del latte umano. «Basta ad alimentare la fede dei credenti e dunque i pellegrinaggi – conferma la Godelli – se la città fosse soltanto un luogo finto, un parco a tema religioso, un mercato del sacro, non avrebbe visto decine di milioni di persone raggiungere il Santuario». Il mercato, in realtà, va avanti dal 1918. Sboccia con la vendita occulta di false pezzuole intrise di sangue appena Padre Pio dice di avere le stimmate, le ferite divine del suo ispiratore, San Francesco. Oggi si parla di “Padre Pio spa”, un flusso di quattrini, tra donazioni, fondi per l’Ospedale, diritti editoriali sui libri, antenne tv, giornali, siti internet, banner pubblicitari e souvenir. Secondo una ricerca del 2007 di Marketing Tv, il brand ha in mano il 4% del mercato italiano. Ma la chiesa di Piano e le bancarelle sono staccate. A gennaio 2010 i carabinieri qui scoprono un clan che spaccia droga, così nel 2004. A 2-300 metri, con 130 euro si fa la spesa: francobolli da 800 lire del ‘98 a 70 cent, magneti per il frigorifero e angeli proteggi-bimbi a 4, portachiavi per auto a 6, la statua con saio a 8, l’acquasantiera per la casa a 9, il nocino alle erbe di Padre Pio e l’altarino in legno a 10, la candela col santo nascosto nella cera a 6 e 50, l’orologio da taschino a 15 e con 50 il modellino in scala del carro funebre del ’68. Vicini a orecchiette, caciocavallo e al rosso locale, il nero di Troia. A Roma, con uva moscata, pasta e mandorle, nel 2002 hanno tirato fuori il “gelato del Santo”. I fedeli sono cambiati. Sono nei gruppi di preghiera: 3324 in tutto il mondo, 2580 in Italia e 744 all’estero. Pregano, cantano, raccolgono soldi per opere di beneficenza e tornano «rinati nello spirito e nel corpo», dicono. Hanno rosari, ma anche tablet. L’applicazione? “Padre Pio Tv”, le funzioni locali live da Tele Radio Padre Pio. «Amplifica il messaggio del santo che in vita comunicava con radio e giornali di tutto il mondo» dice a Linkiesta Stefano Campanella, direttore del canale nato nel 1987, come Radio Tau, su idea dei cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio. Satellite, digitale terrestre e internet non bastano più. «Ci chiedono i fatti ma anche soluzioni ai problemi di tutti i giorni attraverso l’esempio di Padre Pio che è la via per arrivare a Cristo e non il monopolio dei santi. Già in vita il frate aiutava e accoglieva i sacerdoti di Santa Rita». Per Don Alessandro, con forme e formule diverse, il fenomeno “bancarellaro” è nella storia dei pellegrinaggi e non è solo ecclesiale. «Ci sarà sempre un business – sottolinea il parroco – in Terra Santa hanno portato via i pezzi del sepolcro e sulla nuova basilica hanno cominciato a fare prima le croci nei muri per dire ‘io sono stato qui’ e poi a portar via la polvere del santuario. Così coi rosari e le immagini a Medjugorje o nei santuari buddisti e musulmani. Il mondo religioso e dei souvenir non è Padre Pio ed è fuori dalla basilica. I frati nel sagrato non fanno vendere neppure un rosario. Danno al luogo e al personaggio la vera identità come a Lourdes e a Fatima e tolgono garanzie a chi ha questo senso religioso». Intanto gli alberghi e “chi ha questo senso religioso” hanno cambiato la città. Per l’Organizzazione mondiale del turismo (Wto) San Giovanni Rotondo è la quarta meta mondiale della fede. Da 7 anni, tra Foggia e i Comuni dauni, espositori e buyers del pianeta son qui per la Bitrel, la Borsa Internazionale del turismo religioso (Aurea fino al 2009), stile Expocattolica di San Paolo. Quest’anno, dal 26 al 31 ottobre, si è tornati sulle Vie Francigene del Sud, i sentieri longobardi da Otranto a Roma, passando per la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Santuari e mercati, ma col Gargano mal collegato (vedi la frana di Montaguto), nemmeno l’aeroporto “Gino Lisa” di Foggia riesce a far decollare il turismo. Ci prova invano dal 1989, ma con una pista di 1.560 metri, Boing 737 e Airbus A320 fanno fatica. Così Aeroporti di Puglia, con l’ok di Comune, Provincia e Camera di Commercio di Foggia, ha deciso di portarla a 2.000 metri contando su 14 milioni di fondi Fas per il Mezzogiorno (sbloccati solo a luglio scorso). Ultima parola ora a Regione e conferenza di servizi. Resta però un “aeroporto bonsai”: costa tanto e viene usato poco. Tra arrivi e partenze, il traffico aumenta, ma è sotto i 72mila viaggiatori nel 2010 (68mila nel 2009). E dopo Club Air, Myair e Air Alps, i voli sono ancora per poco in mano alla svizzera Dream Airline che, in tre anni, ha fatto volare circa 130mila viaggiatori da e per Milano, Torino e Palermo. Sì, perché il 5 novembre lo scalo chiude i battenti: la Regione ha deciso di non versare più l’annuale cofinanziamento di 4,8 milioni.

Nel 2010 la città è tra le 31 bellezze mondiali per il New York Times. L’anno scorso, stando ai dati del Comune sul turismo locale (Istat e Agenzia di promozione turistica locale), sono arrivati da ogni parte del globo in 7 milioni e 45mila, tra pellegrini, turisti, gente in visita a parenti o in ospedale. Un record per gli ultimi 15 anni e più del 2008, quando l’ostensione delle spoglie di San Pio ne fa porta 6 milioni e 567mila (420mila in meno rispetto al 2009). Il problema è un altro: non entrano negli alberghi. Sono 163, inclusi bed&breakfast, affittacamere, case per ferie, villaggi e campeggi. La Camera di Commercio la chiama “industria dell’accoglienza”: un indotto senza 5 stelle e con circa 4mila addetti colpito dalla crisi e dalla moria di clienti. Ha registrato 426mila arrivi nel 2009 e appena 276mila lo scorso anno. E in 36 mesi l’uso medio dei posti letto è sceso da 118 giorni a 74, il peggior dato dal ’96, quando i cuscini servivano per 286 notti. In 12 mesi hanno chiuso i battenti 3 albergatori, anche se la cura dimagrante ha partorito 87 posti più del 2009. I turisti vanno anche a San Marco in Lamis, Vieste e Barletta e la media di permanenza è quasi la stessa da anni: nei 6.392 lettini dormono meno di due giorni (1,74). «È colpa della crisi economica – è la tesi del direttore Campanella -, tra l’altro Padre Pio consigliò a una persona, che faceva tutt’altro, di comprarsi un albergo ma senza sfruttare i pellegrini. Non aveva una visione trascendentale della vita, aveva i piedi per terra, poi è la legge di mercato che misura il business». Ma la politica cosa ha fatto? Chi ha messo mani al turismo o è andato a casa o ha dato il sonnifero ai piani di rilancio. Come quello di Federico Massimo Ceschin, l’esperto di marketing urbano che nel 2010, su incarico del sindaco di centrosinistra Gennaro Giuliani (in carica dal 2008 a natale scorso), stila un “Proposta progettuale per lo sviluppo del turismo” e poi arrivederci. “Dovevo riportare in equilibrio la città anche con la partecipazione popolare al nuovo piano urbanistico generale – chiarisce il manager che oggi cura la Bitrel per la Regione – la parola d’ordine era “normalità” contro le contraddizioni urbanistiche. Si pensava a una crescita qualitativa riportando spiritualità e senso autentico di devozione a partire dal centro storico, ripercorrendo i passi del frate, senza esagerazioni, senza egemonie, con l’immagine reale di un borgo capace di ritrovarsi con la ruralità e con l’ambiente, e i flussi turistici finalmente opportunità per uno sviluppo fondato sulla lentezza di questa terra». Così lenta che aspetta i guadagni sognati col Giubileo quando da Roma arrivano 50 miliardi di lire (8 per mille escluso) in deroga al piano regolatore e tirano su nuovi alberghi e vecchie pensioni. E con la beatificazione del ’99, il sindaco di centrosinistra Davide Pio Fini (dal ’96 a 2000 e poi delega al turismo con Giuliani) sfrutta il momento. «Recuperiamo un ritardo trentennale per la viabilità e per l’accoglienza – diceva – ed è giusto farlo ora che i mezzi ci sono. Tutte queste opere tornano a vantaggio degli abitanti di San Giovanni Rotondo e dei Comuni vicini». Con 20 miliardi anche per i parcheggi, Fini dice poi sì a 36 nuovi alberghi, ma riceve altre 464 domande. Il passo sembra più lungo della gamba. La sinistra locale va in crisi, la città viene commissariata e a maggio scorso passa al centrodestra (Luigi Pompilio). «Ma per ricucire quello strappo urbanistico ci vorrà molto tempo – spiega Ceschin -. C’è una sola area verde, il Parco del Papa, senza un piano di gestione e senza piscina, auditorium, centro congressi, pista ciclabile, impianto sportivo o valorizzazione del contesto rurale o forestale cittadino». Sembra di essere tornati al paesello selvaggio di pastori ritratto nel 1957 da Vittorio Sala per l’Istituto Luce, “Le capitali d’estate. Itinerario adriatico da Pescara a Ravenna”. C’erano solo la foresta e l’ospedale, ma anche allora San Giovanni Rotondo era in bianco e nero.

Provocazioni

Lunedì 17 ottobre si è tenuto a Todi,  presso il convento francescano di Montesanto, il seminario “La buona politica per il bene comune”, promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro. Alla fine del convegno, il direttore di Unimondo Fabio Pipinato ha pubblicato una riflessione ricca di spunti e provocazioni 

bdb0c7b7-4cdf-4b2c-b7cc-50b0b9e498e9.jpgL’appuntamento di Todi è stato importante. L’aver ritrovato un tavolo comune, tra fratelli in diaspora, non è banale in tempi ove l’individualismo va alla grande. Il titolo sobrio e quanto mai attuale: “Una buona politica per il bene comune”. Sin qui tutto bene. L’esito? Non me ne vogliano, ma mi sembra un po’ scontato. Lo riporto pur sapendo di perdere metà lettori: un governo più forte, un no alle elezioni anticipate, una nuova legge elettorale, un rafforzamento del welfare e una riforma del fisco che metta al centro la famiglia. Non dico che ci si sarebbe aspettato un Codice di Camaldoli ma qualche riflessione in più intra anziché extra poteva ben emergere. Che significa “intra”? I cattolici si sono dati appuntamento per dire cosa gli altri (alias, il governo) – dovrebbero fare? (extra). Legittimo. Forse sarebbe meglio cambiare angolatura per comprendere cosa i cattolici potrebbero fare. E ne avremmo a sufficienza. Prima di rimuovere la trave che è nell’occhio di tuo fratello forse è il caso di spostare la capriata che sta nel nostro; parafrasando il Vangelo. Tento, quindi, di declinare qualche verbo che ci possa aiutare ad affrontare la crisi prima di senso e poi economica ed ambientale.

Rinunciare all’8 x mille che non sia specificamente destinato alla Chiesa cattolica. Nel contempo si rinuncia al privilegio del non pagare le tasse (l’Iva) se l’opera (l’albergo) è “di religiosi” o se la struttura ha annessa una cappelletta/chiesetta. Insomma, in uno Stato dai privilegi diffusi serve qualcuno che faccia il primo passo in tutt’altra direzione.

Vendere. Non mi riferisco solo alle Diocesi, alle parrocchie ma, in primis, alle associazioni cattoliche di cui sono parte. Sono spesso appesantite da immobili; strutture. Alcuni circoli non parlano d’altro. Forse dovremmo diventare più leggeri; più agili. Vendere le strutture per dare un futuro alle organizzazioni già esistenti che necessitano d’ossigeno. Un cambio di paradigma: non più muri ma persone.

Appassionare. Non basta più impiegare; non abiteremo il nostro tempo. Appassionare è un imperativo. Basta con gli impiegati demotivati con l’orologio in mano, recupero ore, lungo elenco di diritti acquisiti, tutti telefono, caffè e gossip. E poi ci permettiamo di criticare i ministeriali. Chi lavora per il welfare deve essere appassionato al “bene comune”; alla costruzione della cattedrale. Certo. Servono forti iniezioni di formazione, motivazione ma soprattutto incentivi meritocratici che si ispirino un po’ più al toyotismo che al fordismo, per dirla con l’economia applicata.

Incentivare. Abbiamo l’obbligo, in tempi di lavoro scomposto, d’incentivare i giovani più meritevoli con un’addizionale di reddito pari a quella data dal servizio civile. Perché? Le associazioni cattoliche sedute attorno al tavolo di Todi sono state fondate quando c’era la Chiesa di Pio XII, i partiti di massa, l’associazionismo di massa. V’erano contratti indeterminati, ferie pagate, baby pensioni; oggi tutto è cambiato. Molte persone hanno contribuito non poco alla crescita di queste Istituzioni donando il surplus di tempo in forma volontaria. Ma lo potevano fare perché erano coperti da un minimo salariale. Oggi possiamo chiedere ai giovani di “esser parte/farsi carico” solo se garantiamo loro le risorse minime che andranno a sommarsi ad altre loro entrate.

Ridurre. Le associazioni cattoliche sono pronte a chiedere una riduzione dei costi della politica. Più che legittimo in tempi di crisi economica e non solo. Ma la sfida, anche qui, non sta all’esterno ma al proprio interno. Il divario tra il costo dei dirigenti, segretari generali ed i giovani di cui sopra deve ridursi drasticamente se vogliamo recuperare credibilità agli occhi della gente. E’ semplicemente immorale che un dirigente di un’Associazione cattolica possa superare il reddito di un parlamentare. Potremmo, invece, ricavare nuove risorse per garantirci futuro.

Aprire. Il tavolo di Todi è una modalità per conoscere l’altro che sta accanto a me e con il quale potrei collaborare, visto il “comun sentire”. Ma guai se diventa una roccaforte in difesa del “noi”. Se sta in collina anziché scendere a valle. L’approccio dell’ “economia civile” dovrebbe rileggere i tempi. Non siamo più noi “primo mondo” che dettiamo legge e vangelo agli altri mondi ma una dose di umiltà ci potrebbe portare ad apprendere dai laboratori implementati da altre religioni sparsi nel pianeta. Dalle tigri asiatiche al Brasile passando per il Sudafrica. Insomma, per stare al mondo bisogna conoscere il mondo.

Allocare. Immorale è investire in “banche armate“, in banche che favoriscono il commercio d’armi con i Sud del mondo. Oggi esistono alternative consolidate come Banca Etica e altre banche che hanno fatto scelte precise o moltissimi istituti di microcredito e microfinanza che investono sul lavoro e non sulla speculazione finanziaria che è concausa di questa crisi. Questi mondi come il commercio equo e solidale, il biologico non appartengono più alla sfera della “simbologia” ma sono parte dell’economia reale. Qui servirebbe un cambio di passo da parte del mondo cattolico che ha contribuito, peraltro, a far nascere questi mondi.

Negoziare. Dovremmo anche aprire lo scrigno dei principi non negoziabili. Suvvia; lo stanno facendo anche i talebani a Kabul per la transizione nel 2014 e la libertà di stampa sta entrando in Myanmar. Se tutto si riduce alla difesa intransigente del “non negoziabile” non se ne esce. Nei comportamenti morali non c’è differenza tra laici e cattolici in quanto a Todi metà erano divorziati come, parimenti, non pochi giovani della GMG si sono “appartati usando anticoncezionali”. Insomma, si dovrebbe cercare di andare oltre la contrapposizione ideologica.

Privilegiare. Il rapporto Caritas dà una fotografia drammatica dell’Italia di oggi: oltre 8 milioni di poveri. Possiamo inserire al primo posto in tutti gli odg (ordine del giorno) di tutti gli incontri a tutti i livelli cosa possiamo fare noi (non il governo) come associazioni cattoliche per i nostri poveri? I poveri non possono stare tra le “varie ed eventuali” perché non sono eventuali. Ci sono. E saranno sempre con noi. Punto.

Agenzie di giudizio…

images120.jpgMai come in questi ultimi mesi ci siamo sentiti bombardati dalla parola “declassamento”. Infatti, in questo periodo di crisi economica, ci siamo spesso svegliati la mattina con un orecchio al radiogiornale e con la domanda “Chissà se ci hanno declassati ancora?”. Le tre maggiori agenzie di rating, quelle che dopo aver giudicato le aziende ora si dedicano alla valutazione degli Stati, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La prima è nell’occhio del ciclone perché accusata di agire nell’illegalità, in quanto priva di una licenza da parte dell’autorità di controllo europeo (sta lavorando comunque regolarmente in attesa di tale licenza). Ciò che viene criticata maggiormente è la loro pretesa di valutare gli Stati con la stessa logica con cui giudicano le aziende: ciò fa sì che i destini economici di interi Paesi dipendano dalle loro promozioni o bocciature, con relative conseguenze sociali e politiche. In particolare sono accusate di essere controllate dagli stessi grandi investitori che lucrano attaccando Stati e imprese (tra l’altro andrebbe anche valutata la loro competenza visto che, alla vigilia del grande crac, diedero voti altissimi ai titoli legati ai mutui sub-prime e alla banca Lehman Brothers…). Diamo un’occhiata un po’ più approfondita:

Moody’s: tra coloro che tirano le fila c’è il miliardario Warren Buffet che vanta importanti partecipazioni in Coca-Cola, Gilette, McDonald’s, Kisby Company, Walt Disney. Secondo Forbes è il terzo uomo più ricco al mondo.

Standard & Poor’s: ha come capogruppo Mcgraw-Hill che opera nell’editoria (libri scolastici e apprendimento digitale) e nel mercato di capitali e materie prime.

Adusbef e Federconsumatori chiedono un risarcimento danni e affermano: “L’operato delle tre sorelle del rating, ampiamente ed universalmente screditate in maniera clamorosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, quando fino all’ultimo momento non si accorsero di nulla, dopo aver miseramente fallito nei loro giudizi sui subprime l’anno precedente, hanno indotto il Dipartimento di giustizia Usa ad aprire un’inchiesta sui giudizi (sbagliati) attribuiti da S&P ad alcuni prodotti legati ai mutui ipotecari americani prima dello scoppio della crisi dei subprime nel 2007, deve trovare immediata ed univoca risposta dai Governi europei, con rigidi paletti e regole urgenti all’operato di una cupola che, dopo aver imposto manovre lacrime e sangue, vuole portare l’Europa e l’euro al default per mere finalità speculative.”

Ciò detto, non sia tutto questo una scusa per attribuire alle tre agenzie la causa dell’attuale situazione economica; certo, più l’economia ruota intorno alla finanza, più sarà rilevante il ruolo delle agenzie di rating…

(dati e notizie sono presi dall’articolo “Agenzie di rating servizio o cricca?” di Romolo Menighetti su Rocca del 1 ottobre 2011 e dal sito www.adusbef.it)

La Cina in cerca di un’etica

Prendo da Peacereporter questo interessante articolo

 

4230670433_43e6b4c8d5_o.jpg

 

Non sappiamo se nel fare il suo discorso in conclusione del plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il presidente Hu Jintao avesse in mente il destino di Yue Yue, la bambina di due anni morta venerdì mattina dopo essere stata travolta da ben due furgoncini il 13 ottobre e ignorata da 18 passanti, prima che una donna migrante, un’accattona di quelle che frugano nell’immondizia, cercasse di prestarle soccorso e avvertisse la madre. È successo a Foshan, nella provincia meridionale del Guangdong. Di sicuro il richiamo di Hu a uno “sviluppo culturale” necessario rivela un brutto clima e al tempo stesso una consapevolezza: alla Cina manca ormai una narrazione comune, una cultura condivisa che la renda coesa per reggere al proprio stesso boom economico. Ora il vaso di Pandora si è aperto. Il caso di Yue Yue è stato al centro dell’attenzione collettiva per un’intera settimana, è stato amplificato a dismisura su Weibo, il social network che da queste parti ha un'”autorevolezza” equivalente a quella di Facebook in occidente – si parla di 500mila post sull’argomento – per poi essere ripreso dai media ufficiali. A fare da corollario, la vicenda della soccorritrice, Chen Xianmei, la donna “invisibile” di 57 anni assurta improvvisamente agli onori della cronaca. Le sono stati offerti soldi da donatori anonimi e non, telecamere e taccuini l’hanno assediata, le malelingue hanno sostenuto che avesse fatto tutto per denaro (se facciamo schifo tutti, tutti facciamo un po’ meno schifo). Lei ha continuato a ripetere che voleva solo soccorrere la bambina ed è andata in crisi per le pressioni insostenibili: forse la prossima volta si comporterà come i 18 che l’avevano preceduta nel vicolo di Foshan.

Commentatori di ogni genere si sono espressi. C’è chi accusa l’eccessiva mentalità utilitaristica della Cina contemporanea. Jiang Xueqin, su The Diplomat magazine, arriva a parlare di una e vera propria evoluzione cerebrale, indotta da trent’anni di enfasi sui valori materiali, che avrebbe sviluppato nei cinesi solo la parte del cervello che elabora calcoli utilitaristici e annichilito quella che governa i sentimenti. D’altra parte c’è chi punta il dito contro le deficienze del sistema: in un quadro legale dove non sono garantiti diritti individuali, chi non si fa gli “affari suoi” rischia sempre di passare per colpevole. Esemplare il caso che China Daily riporta nella stessa pagina che parla della vicenda Yue Yue: un adolescente, tale Zhang, è stato messo sotto torchio dalla polizia perché sospettato di avere investito un’anziana donna; lui continua a ripetere che stava solo cercando di aiutarla. Chi ha ragione? Nel caso, meglio astenersi (dal soccorso), anche perché di casi simili se ne sentono a bizzeffe, quasi si stesse perdendo anche l’antica relazione confuciana della pietà filiale. Un’amica italiana che vive a Pechino ha assistito di recente a un episodio che è l’altra faccia del caso Yue Yue: subito dopo essere stato urtato da un’auto, un uomo giace al suolo come morto. A nulla valgono i tentativi di rianimarlo da parte dei passanti. Quando il conducente della macchina gli sventola sotto il naso una mazzetta di banconote, l’uomo salta in piedi, prende i soldi e scompare tra la folla. Il China Daily sostiene che “le vittime dovrebbero avere il senso morale di essere grate per l’aiuto che gli viene offerto, mentre chi intende dare al prossimo una mano, dovrebbe avere una conoscenza di base sulle tecniche di soccorso”.

È proprio quel “senso morale” che la Cina cerca nelle pieghe del caso Yue Yue e che Hu Jintao intende, forse, quando parla dello sviluppo culturale necessario alla Cina del boom. Qualcosa rivolto all’esterno, certo, perché una grande potenza deve esercitare soft power e farsi conoscere non solo per i dollari Usa che tiene in cassaforte; ma anche e soprattutto all’interno, perché altrimenti si rischia di esplodere. Ora, come si diceva, il vaso di Pandora si è aperto e diverse amministrazioni locali – tra cui quella del Guandong, dove si trova Foshan – sembrano sul punto di varare leggi contro l’omesso soccorso. Linee guida per informare su come si prestano i primi aiuti alla vittima di un incidente sono già state distribuite dal ministero della Salute e nei circoli accademici si discute sul miglior modo per risollevare la moralità pubblica. Come sempre, la Cina può cambiare da un giorno all’altro e le campagne in grande stile sono forse l’ultimo retaggio dell’ormai tramontato maoismo, che era anche una cultura e una morale. Quelle che oggi si vanno ricercando.

Il cielo e l’inferno

Una storiella estratta da “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho.

«Come ti stavo dicendo, Ahab raccontava sempre una storia sul cielo e l’inferno; uomo-cavallo-e-il-suo-cane.jpganticamente i genitori la tramandavano ai figli, ma oggi è dimenticata. Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano vicino a un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante. Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione. […] Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati ed assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale si innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina. Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose il guardiano.

“Che luogo è mai questo, tanto bello?”

“E’ il cielo”

“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete”

“Puoi entrare e bere a volontà”, il guardiano indicò la fontana.

“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”

“Mi dispiace molto” disse il guardiano “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”

L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazio’ il guardiano e proseguì.

Dopo aver camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costruito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da tanti alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello, probabilmente era addormentato.

“Buongiorno” disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”

“C’è una fonte fra quei massi” disse l’uomo e, indicando il luogo, disse: “Potete bere a volontà”

L’uomo il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare, “Tornate quando volete” rispose l’uomo.

“A proposito, come si chiama questo posto?”

“Cielo”

“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là”

“Quello non è il cielo, è l’inferno”

Il viandante rimase perplesso. “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome. Di certo questa falsa informazione causa grandi confusioni”

“Assolutamente no. In realtà ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”»

In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Un po’ d’argento

“Rabbì, che cosa pensi del denaro?” chiese un giovane al maestro.

“Guarda dalla finestra”, disse il maestro,” cosa vedi?”.

“Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”.

“Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?”.

“Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”.

“Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo se stesso”.

Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi.

Non permettere che la finestra del tuo cuore diventi uno specchio. (Bruno Ferrero)

 

viso31.jpg

 

Ciao SuperSic

Stamattina sono entrato in classe e in un angolo della lavagna c’era scritto “Ciao SuperSic”, un cuoricino e la firma. Ieri e oggi molti gli hanno dedicato un pensiero su face book o altri social network. Jovanotti ha scritto “Inizia una nuova settimana ragazzi. Si295733_10150359224859322_45633819321_7757627_763302370_n.jpg riparte, è quello che bisogna fare, è quello che va fatto, è il modo per onorare chi lo ha fatto sempre, con il ritmo nel cuore, con la luce negli occhi. Io ho una strana convinzione, credo che un sorriso vero, la cosa più volatile in natura, sia in realtà una porta che si apre verso l’infinito, verso l’aldilà, il prima, il dopo, il sempre. Ieri mia moglie ha ritrovato questa foto con il Sic e con Vale fatta in un giorno di qualche anno fa in giro in moto per il nostro appennino. Sono insieme a due grandi campioni che quella mattina erano due “pischelli” su due enduro a divertirsi come sempre, a sfidarsi, a ridere, a toccare il limite. L’ho guardata per tutto il giorno e stamattina l’ho riguardata di nuovo, come prima cosa della giornata, e quel sorriso del Sic al centro mi ha scaldato il cuore, mi ha dato una spinta, ho risentito la sua voce da “pataca” che mi ha detto di alzarmi, di continuare a girare, di migliorare i tempi, di divertirmi più che posso, di impegnarmi più che posso, di vivere più che posso.”

Ho provato a chiedermi il perché di tutto questo attaccamento. Alcuni su fb si sono lamentati “ank io son dispiaciuta ke un ragazzo di 24 anni sia morto, ma mi vien da ridere e allo stesso tempo mi fa schifo ke qui su fb kiunque scriva qlcs su di lui solo xk è appena morto, mentre qnd era vivo non seguivano la moto gp nè tanto meno erano suoi fan”. Personalmente seguo da anni il motociclismo, soprattutto da quando la Formula 1 ha cominciato ad annoiarmi. E Simoncelli lo ascoltavo spesso quando trasmetteva su Virgin Radio all’interno del programma di Ringo. Quando ho sentito la notizia alla radio mentre mi facevo la barba ho subito acceso la tv e il mio cuore ha battuto forte. Mia moglie non segue motociclismo, ne capisce veramente poco, ma quel cappellone che parlava romagnolo se lo ricordava bene. Ieri sera mi ha detto: “non riesco a togliermi dalla testa Simoncelli”. Penso che scrivere su fb, su twitter, su una lavagna a scuola, un pensiero, una frase, postare un’immagine, sia un po’ cercare di rendere oggettivo quel pensiero, quel dispiacere, portarlo fuori, cercare di condividerlo con qualcuno perché ti dà fastidio tenerlo soltanto dentro. In molti probabilmente hanno percepito Simoncelli come qualcuno di vicino, di semplice, di normale e quando è arrivata la notizia si sono sentiti mancare qualcosa. Per me è stato così, qualcosa di simile a quando la sera di san Valentino del 2004 ho saputo della morte di Marco Pantani. Ho sentito che veniva meno qualcosa… Just breathe

 

Tablet from Africa

Prendo da Nigrizia.

Nel corso dell’African Web Summit, Vérone Mankou, giovane imprenditore di Brazzaville, ha annunciato, entro il prossimo novembre, l’arrivo sul mercato africano del Way C, primo tablet interamente progettato in Africa. Il prodotto, che sarà distribuito in Congo, Senegal, Kenya, Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e in Belgio, utilizzerà come sistema operativo Android 2.3 e costerà circa 300 dollari statunitensi, tre volte in meno rispetto all’IPad. A descrivere il Way C è lo stesso Vérone Mankou.

Come ha concepito l’idea di creare questo prodotto?20110702015535.jpg

All’inizio cercavamo una soluzione per consentire a un gran numero di persone l’accesso a internet. Ci siamo poi resi conto che il tablet era il prodotto ideale. Non è soltanto facile da trasportare, ma è possibile utilizzarlo anche quando manca la corrente elettrica. Ora con il wireless e, tra poco, con il sistema 3G, il tablet potrà connettersi con tutte le altre reti. Sono state queste le ragioni forti che ci hanno spinto a credere che fosse il prodotto giusto.

Lei ha pensato al Way C, ma la produzione è stata realizzata in Cina. Cosa risponde a chi dice che di africano non abbia nulla?

Tutti i tablet sono prodotti in Cina; l’IPad è prodotto in Cina, il Blackberry è prodotto in Cina. Perché li chiamano tablet americani, canadesi o coreani? Penso che si tratti solo di mancanza di oggettività e di afro-pessimismo. Quando gli africani fanno qualcosa, si dice: “ecco non è africano”. Perché non chiamiamo l’IPad “tablet cinese”?

Produrre e progettare un tablet richiede sicuramente degli investimenti. Dove ha trovato i soldi?

È stata, infatti, la parte la più difficile. Abbiamo lavorato due anni per raccogliere i soldi necessari per la fase ricerca e sviluppo del progetto. Solo ora abbiamo iniziato la fase produttiva e ci servono ancora dei soldi. Non è semplice. In questo momento siamo in discussione con il governo congolese per vedere se può contribuire con un finanziamento.

Oltre allo Stato congolese?

Ci sono investitori privati che sono interessati e anche con loro siamo in trattativa. Sono proprio in questo momento a Parigi per discutere con alcuni di loro.

Il tablet dovrebbe essere lanciato in questi giorni, quando esattamente?

Sarà sul mercato all’inizio di novembre. Però non sappiamo ancora il giorno preciso. Proprio per il fatto che la produzione si concentra in Cina, non abbiamo ancora tutte le precisazioni per quanto riguarda la logistica. Posso dire, tuttavia, con certezza che il prodotto sarà sul mercato entro il 15 novembre.

Parliamo del prezzo. Lei aveva annunciato un costo di 150.000 franchi Cfa, circa 300 dollari. È sicuro che i suoi connazionali congolesi e altri africani saranno in grado di acquistarlo?

Certo. Abbiamo già raggiunto, oggi, circa mille ordini confermati. Ciò mi fa credere che abbiamo fatto una buona scelta. Vedete, il tablet più economico sul mercato è prodotto da Samsung, e costa 400.000 franchi Cfa, senza poi contare l’IPad, il cui prezzo si aggira intorno ai 600.000 franchi Cfa. Per molti, il nostro prodotto costituisce una grande occasione. Inoltre il prezzo non è mai un ostacolo. Quello che conta è il desiderio: la gente ha davvero bisogno di un tablet? Cosa li aiuterà a fare? Perché e quanto devono spendere per questo prodotto? Molti hanno trovato delle risposte a queste domande e hanno deciso di comprare. Credo sia questa la cosa il più importante.

Non teme la concorrenza con la telefonia mobile che in africa è in continua espansione, offrendo anche servizi internet?

Citerò qualcuno che ci ha appena lasciato: Steve Jobs. Quando Jobs ha presentato la prima versione dell’IPad, aveva tenuto a precisare che si trattava di un prodotto a metà strada tra un computer e un telefono cellulare. Un tablet non può, quindi, sostituire né un telefono né un computer, ma è un prodotto tra i due. Sotto certi punti di vista è possibile che ci sia concorrenza con la telefonia mobile ma non si tratta di concorrenza frontale.

Il Way C è concepito in Africa e fabbricato materialmente in Cina. Pensa un giorno di sviluppare tutta la produzione nel suo paese?

È appunto questa la nostra idea. Stiamo cercando di avere prodotti made in Congo. La cosa è realizzabile, è solo una questione di mezzi ed è quello che stiamo cercando.

Cosa è stato a spingerla verso questo tipo di investimenti?

Mi dico sempre che non possiamo rimanere dei consumatori in eterno. È necessario che creiamo i nostri prodotti. È questa visione che mi ha spinto ad andare fino in fondo. Credo che essere africano non sia poi così infernale come la pensiamo. Gli africani creano e conosco molti di loro che hanno fatto grandi cose. Penso che si debba continuare.

Un messaggio ai giovani?

Ai giovani dico che conosco le difficoltà dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento dei progetti. Tuttavia, la cosa più importante è crederci. Credere nei nostri progetti è il primo passo verso la loro realizzazione

Il ragazzo con la pistola d’oro

Abbiamo assistito alla morte di Gheddafi. A febbraio ne abbiamo parlato nelle classi. Abbiamo parlato della Tunisia, che ora si sta avvicinando per prima alle elezioni tra i paesi dei ribaltamenti; abbiamo parlato dell’Egitto di Mubarak, che ora è sottoposto a processo mentre se ne sta steso su un letto; abbiamo parlato dei rischi Siria, Yemen, Emirati Arabi, Arabia; abbiamo parlato della Libia di un Gheddafi che non c’è più. Le immagini del suo volto insanguinato e tumefatto hanno fatto il giro del mondo e con esse anche quelle del ragazzo che pare aver sparato il colpo di pistola. Qui sotto pubblico un articolo di Monica Mondo preso da Il sussidiario. E’ un pezzo molto ricco di spunti di riflessione, buona lettura.

Il ragazzo con la pistola potrebbe venire da qualsiasi parte del sud del mondo, con iragazzo%20pistola%20oro_280xFree.jpg lunghi capelli neri, il berrettino in testa, quella maglietta sbarazzina col cuore ferito da una freccia. Chissà se gliel’ha regalata la morosa. E’ giovane, ha una di quelle facce che si direbbero pulite, sembra aver vinto al tirassegno del luna park. E’ lui che ha appena sparato a Gheddafi, il dittatore, il raìs, il terrore del Maghreb per decenni, il topo braccato, come Saddam, in una buca di cemento alla periferia della sua Sirte. Il ragazzo sorride, si fa fotografare con in pugno una pistola dorata, come se l’avesse comprata apposta per la grande occasione, i compagni più anziani lo prendono in spalla, lo portano in trionfo. Chissà se gli daranno un posto nel nuovo esercito dei ribelli, o se tornerà a fare il beduino; se gli permetteranno di rilasciare interviste, e diventerà così un eroe nazionale. Il diciottenne che ha ucciso Gheddafi. Un ruolo da protagonista in un film. Ha la faccia, come si dice. E pensare che ci avevano provato in tanti, servizi segreti di diversi paesi, raid aerei di coalizioni semimondiali, guerriglieri e mercenari. Tutti gli organismi internazionali, costosissimi, pesantissimi, inutili, seduti a tavoli e tavoli a elaborare strategie per la cattura, e poi, che farne, un tribunale internazionale, no, consegniamolo ai libici, carcere, pena capitale, eccetera.

Chi ci ha creduto? Sapevamo bene che sarebbe finito ammazzato per terra, nella polvere, mentre ostentava sicurezza e intimava ai fedelissimi di cacciare i topi stranieri dal suolo libico. Sapevamo bene che ci avrebbero provato, a  dire che era stato ferito mortalmente in un attacco di guerra. Ma che avrebbero fatto a gara per farsi fotografare accanto al cadavere sanguinolento, la faccia spiaccicata nell’obiettivo, per raccattare quel po’ di gloria prima che nuovi rais locali o eserciti di liberazione si appropriassero dell’evento. Bastava un ragazzo, dopo tanti morti, dopo tante cacce all’uomo.  Finiscono così, da sempre, i tiranni. Sic transit gloria mundi, hanno chiosato i presidenti alleati, il nostro in testa, quelli che con Gheddafi, da decenni, ci facevano i banchetti, che lo omaggiavano di doni e fanciulle nelle tende allestite nel cuore delle più belle capitali europee.

 

Quelli che, meno spudoratamente, ma in modo più infido, hanno cominciato a disprezzarlo quando contava meno, quando era sul far del tramonto, e ora tentano di occultare le prove di scambi fruttuosi di denaro e di soldi, di operazioni militari ce di rappresaglie, più comode da imputare al cattivo di turno. Bene, scusate se ci commuove, quel volto deturpato che tutte le agenzie, le televisioni, i giornali sbattono in prima pagina, che inquieta i nostri bambini. Ci vergogniamo un po’, davanti a loro, perché non vale dire che era l’uomo nero, che era fatale, doveva finire così. Era un uomo, e da piazzale Loreto sono passati 56 anni. 

Abbiamo l’orgoglio di una cultura illuminata, democratica, non dovremmo accettare con indifferenza o come fatalità la vendetta cruenta sui nemici. Chi ha sguinzagliato i ribelli, o come dicono loro, i  liberatori, avrebbe potuto e dovuto farsi dare garanzie, perché una parvenza di giustizia aprisse la strada a una Libia nuova, riconciliabile. Vatti a fidare del Cnt, nonostante gli inviti diplomatici e i riconoscimenti frettolosi. Speriamo che Gheddafi non sia il primo di una lunga serie di cattivi impalati a beneficio delle telecamere, e come monito per gli oppositori.

Ma queste sono chiacchiere che rovinano la festa, che oggi muove le piazze e i consessi soddisfatti dei ministeri europei. Oggi è il trionfo di Sarkozy, che diventa padre mentre muore l’uomo che aveva deciso di far fuori, da tempo.  Guardate quel ragazzo di diciott’anni, com’è felice. Ha trovato il suo posto nella storia. Ma chi gli ha insegnato a sparare così a chi lo implorava di non sparare? Vorremmo credere che ha pensato ai tanti morti torturati, alle vittime offese, ai nemici incarcerati nelle fogne dai suoi sadici figli; e per questo, ha premuto il grilletto. Temiamo che non sia così. Il ragazzo con la pistola ha l’aria di chi  ha colpito l’orso burattino che grugnisce, ferito, e ha vinto una sistemazione per il futuro. Chi l’ha armato, chi gli ha insegnato a stare così allegro, davanti alla morte e alla Storia?

Un adagio vivace minuetto

In quinta, parlando di globalizzazione è stato inevitabile toccare Mc Donald’s. Trovo ora questo articolo di Francesca Ferrara su Linkiesta.

 

Mc-Italy-Gualtiero-Marchesi.jpg

 

C’era una volta il Fast Food, verrebbe da dire dopo la nuova iniziativa lanciata dal colosso americano della globalizzazione dell’hamburger e patatine pensando ad una forma di declino del “fast life” e invece, si tratta di una forma di contaminazione tra ricette, di diverse culture. Ad aggiungere il tocco di “Alta Qualità in Cucina” claim della campagna pubblicitaria in corso, è Gualtiero Marchesi, che indica alla cucina del McDonald’s due ricette per due Big Mac davvero speciali e un dessert dal gusto delicato e particolare. I nomi “Adagio”, “Vivace” e “Minuetto”, si ispirano alla passione per la musica che nutre il cuoco italiano più famoso al mondo. Le tre novità rientrano nel programma “Mc Italy” ovvero come la multinazionale sposa sapori e prodotti tipici locali attraverso un processo di glocalizzazione culinaria.

Da sempre attaccata come la produttrice, su scala mondiale, del “cibo spazzatura” (dall’inglese Junk- Food) ovvero cibi super calorici a basso contenuto nutrizionistico, la multinazionale è stata oggetto di studi del sociologo George Ritzer che definisce il successo della cultura del simbolo americano come «un processo di omologazione e spersonalizzazione che con i suoi prodotti occupa un posto di primo piano nella cultura di massa». Nasce così la “macdonaldizzazione” che offre «calcolabilità, prevedibilità e controllo riassumibili nell’idea di efficienza» che annienta «la diversità e i prodotti vengono razionalizzati e omologati al fine di renderli accettabili a tutti». Niente altro che valori specchio emersi da una società frenetica, che vive di fretta e respira affannata, dimenticando il piacere di stare a tavola e di rilassarsi godendo dei sapori delle pietanze.

Nei giorni precedenti, a Napoli, per lanciare l’evento, i cittadini si sono imbattuti in delle comparse in livrea accompagnate da megaposate per una réclame on the road. Lo scopo era quello di destare l’attenzione dei passanti e di fare informazione su questi due nuovi McMenù interagendo direttamente, con questi soggetti che “a spizzichi”, tra un sorriso e una foto ricordo, rilasciassero qualche informazione senza svelare più di tanto ciò che sarebbe accaduto a partire dal 5 Ottobre. La scelta, è dunque ricaduta sullo urban spot e sul crowd feedback, ovvero testare la ricezione dell’attesa della novità-evento sui passanti facendo leva sulla loro curiosità.

Due nomi risonanti per un paio di panini: Vivace, prima e, prossimamente in arrivo, Adagio. Due brand del settore alimentare e culinario per sposare, ancora una volta, i sapori italiani. L’operazione firmata da Marchesi sembra avere uno spessore più profondo rispetto al semplice arricchimento dei menù che si possono trovare in preparazioni sui fornelli della catena di alimentare. I due concetti espressi dai rispettivi nomi sono “velocità” e “lentezza” che sono le due anime della fast life e della slow life, elementi, in parte speculari, soprattutto per i possibili stili di vita da vivere, nelle grandi città metropolitane. Attraverso il cibo e i suoi sapori naturali si accompagna la percezione della (propria) filosofia alimentare ad un modus vivendi, tipico, per chi lo ha già adottato, oppure si stimola la scelta del “gusto” che più rappresenta il proprio stile e ritmo di vita quando si mangia un boccone fuori casa.

Nella dispensa e nel frigo i due ingredienti che da ieri affiancano l’hamburger sono gli spinaci per il “Veloce” e le melenzane per l’”Adagio”. La presenza di verdura e ortaggi, dopo tanti anni di patatine e cheeseburger vari, apporta un tentativo di cambiamento nella percezione collettiva, e dell’opinione pubblica, dell’immagine aziendale, che dalla “macdonaldizzazione” intesa come diffusione su scala globale della filosofia del cibo e sapori americani, passa ad un processo di italianizzazione. Già nel 2010, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, fece la comparsa sulle tavole del franchising americano il “Mc Italy, un “panino 100% italiano”, che promuoveva la qualità dei prodotti di varie regioni italiane: farina, insalata e carne, formaggio Asiago Dop, crema di carciofi, pane all’olio extravergine d’oliva dei Monti Iblei Dop. La prima domanda che viene da farsi è perché introdurre gli spinaci e le melanzane solo per sei settimane (tre per ciascun panino) e non per sempre. Uno sforzo durato un anno – come dichiarato dallo stesso chef – per concepire due ricette con ingredienti tipici della cucina mediterranea da proporre solo in versione limited edition? A parte l’effetto evento, quale beneficio di lungo periodo se non vi è inserimento tra i menù fissi, offrendo un più ampio paniere di scelta, sia ai fedelissimi che ai consumatori occasionali? L’altra è se il tutto, a parte la ricerca sul campo e la sperimentazione per la diversificazione e differenziazione del gusto, non sia solo un escamotage per rilanciare l’immagine aziendale sempre sotto i riflettori del J’accuse di medici, salutisti e associazioni di consumatori.

A parte il delicato sapore del “Minuetto”, dolce al cucchiaio con canditi, uvetta, che sposa la tradizione del panettone lombardo con quella veneta del tiramisù, e del gusto degli spinaci spadellati, della cipolla dolce e del bacon sull’hamburger di carne bovina inumiditi da un velo di maionese alla senape il tutto raccolto tra due fette di pane ai semi di girasole, l’impressione è che, se il piano di marketing rimarrà limitato al solo periodo autunnale, nonostante le due ricette siano lanciate con lo slogan “Comincia a crederci” , (riferendosi al debutto della tradizione dell’alta cucina italiana tipica dei ristoranti che approda sulle tavole dove si mangia senza posate), è che l’azienda si stia giocando, per rinforzare il suo messaggio di internazionalizzazione oltre oceano, la carta dello sposalizio tra il marketing sensoriale e il gusto dei prodotti Made in Italy rinunciando a più larghe vedute e ai risultati di (ri)elaborazione delle “ricette di casa nostra”.

Election day

Domani è giornata di elezioni a scuola: rappresentanti di classe, di istituto, della consulta.puzzle.jpg Dedico questa storiellina di Bruno Ferrero a tutti quelli che si sono messi in gioco. Qualcuno di loro vincerà. Cosa? Un servizio, un servizio a tutti gli altri studenti: l’onore e la responsabilità di rappresentarli. La storiellina non la voglio interpretare o spiegare, coglietene voi il senso più opportuno. In bocca al lupo!

Durante l’assenza della moglie, un importante uomo d’affari dovette rimanere in casa per badare ai due scatenatissimi bambini. Aveva un’importante pratica da sbrigare, ma i due piccoli non lo lasciavano in pace un istante. Cercò così di inventare un gioco che li tenesse occupati un po’ di tempo. Prese da una rivista una carta geografica che rappresentava il mondo intero, una carta complicatissima per i colori dei vari stati. Con le forbici la tagliò in pezzi minutissimi che diede ai bambini, sfidandoli a ricomporre il disegno del mondo. Pensava che quel puzzle improvvisato li avrebbe tenuti occupati per qualche ora. Un quarto d’ora dopo, i due bambini arrivarono trionfanti con il puzzle perfettamente ricomposto. “Ma come avete fatto a finire così in fretta? “, chiese il padre meravigliato. “È stato facile”, rispose il più grandicello. “Sul rovescio c’era una figura di un uomo. Noi ci siamo concentrati su questa figura e, dall’altra parte, il mondo si è messo a posto da solo”.

Un lampo nell’aria

Ivano Fossati poco tempo fa ha annunciato che l’album Decadancing e il tour da poco iniziato saranno gli ultimi per lui: si ritirerà dalle scene. La prima traccia del CD è La decadenza, di cui posto il testo e l’esecuzione fatta in tv da Fazio. Il cantautore parla del nostro tempo, fatto di decadenza e degenerazione del pensiero, di oscurità e di mancanza di speranze, di bassa marea e di incertezze, di parole e persone senza chance. Come uscirne? Andando alla ricerca di una seconda possibilità chiedendola a Dio o all’uomo, all’amore: “Qui serve un segno di rispetto per la gente … serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea”.

In piena decadenza le parole non hanno chance 
è proprio una faccenda inquietante il pensiero che degenera 
Facciamo un affare con Dio ci lasci una seconda possibilità se può 
in questa decadenza, in mezzo a tanta oscurità, le speranze non hanno chance 
C’est la décadence c’est la décadence
Nessuna incertezza mai più in nome del cielo davvero mai più 
Qui serve un segno di rispetto per la gente in questa bassa marea 
serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea 
C’est la décadence c’est la décadence 
Mi guardo a sinistra poi guardo verso destra 
e tutto quello che ho da vedere è una frontiera da attraversare con te 
Facciamo un affare noi due ci diamo una seconda possibilità 
È la sopravvivenza è un biglietto per andare più avanti 
È trovare un lavoro è decenza 
È sapere con chi stare
È la differenza è un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro è decenza
È sapere a chi spingere davanti 
C’est la décadence 
In questa decadenza le parole non hanno chance 
C’est la décadence 
In questa decadenza le persone non hanno chance 
C’est la décadence c’est la décadence

Moderne miserie

Un pezzetto della storia di Ali, preso dal sito del Centro Astalli

 

4140692365_6a5704b25d_o.jpg

 

Ali è un ragazzo di 26 anni, sudanese, del Darfur, giunto in Italia vivo per miracolo. È uno dei tanti arrivati dal mare. Dopo essere stato 60 giorni nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e 30 giorni nel centro di permanenza temporanea di Agrigento, è stato espulso dall’Italia senza la possibilità di chiedere asilo. Una volta giunto in Inghilterra, nel rispetto della Convenzione di Dublino, gli hanno spiegato che doveva presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui era stato. Ora, con un permesso per motivi umanitari che finalmente gli è stato concesso dalle autorità italiane, sogna di fare il fornaio, il mestiere che gli ha insegnato suo padre.

Il mio viaggio per arrivare in Italia è iniziato in un tir: eravamo in 105 stipati uno vicino all’altro, ognuno con il suo posto pagato 100 dollari per attraversare il deserto fino in Libia. Il viaggio è durato una settimana, il cibo era poco e l’acqua meno. Ci facevano sgranchire le gambe una volta al giorno per cinque minuti. Una volta arrivato in Libia sono stato due mesi a Tripoli prima di poter partire per l’Italia. Non sapevo bene come fare a contattare chi organizza i viaggi, ma ci ho messo poco a capire a chi mi dovevo rivolgere per lasciare la Libia. Ho incontrato un gruppetto di sudanesi che mi hanno messo in contatto con un tizio, anch’egli sudanese. Poche parole, niente convenevoli: 1200 dollari è il prezzo di un posto su un gommone per un viaggio che – mi dicevano – “dura al massimo 12 ore: in questo periodo non c’è da preoccuparsi, il mare è calmo e non c’è vento”. Il 1 agosto del 2004, un giorno prima della partenza, sono stato avvertito che l’indomani all’una di notte mi sarei dovuto trovare in una spiaggetta nascosta non molto lontana dal porto. Oltre a me quella notte c’erano altre 16 persone ad aspettare. Eravamo tutti giovani uomini sudanesi, tranne un ragazzo e una coppia di coniugi ghanesi. Il marito si era offerto di guidare il gommone e per questo non aveva pagato la sua quota. Sapevamo che il viaggio doveva durare un giorno e avevamo con noi un panino a testa, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’acqua per tutti. Ci avevano detto di non portare nulla perché sul gommone non c’era spazio per i bagagli. In realtà non c’era spazio nemmeno per diciassette persone, eravamo tutti molto stretti uno vicino all’altro. Comunque pensavo che dodici ore le avrei sopportate abbastanza facilmente. Ci abbiamo messo sei giorni ad arrivare. Cinque di noi non ce l’hanno fatta. Un vero incubo: dopo 25 ore di navigazione entrava acqua nel gommone e avevamo finito cibo e acqua da bere. Abbiamo avuto un barlume di speranza quando è comparsa all’orizzonte un’enorme nave bianca. Ci siamo avvicinati per chiedere soccorso. Dalla nave ci dicevano di allontanarci, che non ci avrebbero fatto salire. Vedevamo la nave allontanarsi insieme all’unica possibilità di salvarci tutti. Dopo altri due giorni così ormai eravamo esausti, pensavo di morire, che non ce l’avrei fatta e che era stato tutto inutile. Durante la notte tra il quarto e il quinto giorno, quando l’acqua ormai ci arrivava al collo, abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto, tanto ormai non avevamo più nulla da perdere. E così abbiamo staccato il motore dal gommone per alleggerirne il peso e inoltre abbiamo buttato in acqua le taniche di benzina che avevamo a bordo. Quattro di noi hanno deciso di mantenersi a galla con le taniche vuote, abbondando per sempre l’imbarcazione che era inservibile. Io e gli altri non ce la siamo sentiti di seguirli e così siamo rimasti tutti vicini uno sopra l’altro appoggiati alla parte anteriore del gommone. I quattro che avevano scelto di affidarsi alle taniche vuote, spinti dalla corrente, non sarebbero mai arrivati in Italia. Al sesto giorno eravamo tutti consapevoli che non avremmo visto la notte…

Notizie dal Burundi

Il 24 settembre ho pubblicato un “post preoccupato” sulla situazione in Burundi e ho ricordato un amico missionario. Oggi ho trovato nella cassetta della posta il numero di ottobre di Nigrizia, ho sfogliato la rivista e ho letto una lettera di padre Claudio Marano, l’amico missionario, che così scrive:

“La nostra situazione in Burundi permane disastrosa. Da più di una settimana si corre padre claudio.jpgdietro alla pompa di benzina, perché non c’è carburante. Da mesi la luce appare 3-4 volte al giorno. Spesso manca l’acqua. Sui mercati e nei magazzini sono sparite molte cose. Si dice apertamente che, se si vuole uscire dalla presente situazione critica, bisogna triplicare i raccolti. I prezzi aumentano continuamente. Sono riapparse le monete da 50, 10 e 5 franchi (CFA), perché le banconote di carta sono finite. L’inflazione è alle stelle. La disperazione è di casa per tutti. Qualcuno parla di colpi di stato… I gruppi armati sono presenti in tutto il Paese. I morti e i feriti aumentano di settimana in settimana. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Ieri un senatore è stato malmenato dagli agenti della documentazione, colpevole di aver chiesto loro cosa stessero scaricando dal loro camion. Invece di una risposta, ha avuto botte. Il nostro Centre Jeunes Kamenge risente di questa situazione. Siamo all’ultima settimana di campi estivi, ma non possiamo permetterci grandi cose. Siamo sempre senza fondi. La banca ci ha consentito di andare in rosso di 30 milioni di franchi, pagando ovviamente interessi altissimi. Ma noi non ci scoraggiamo. E voi tutti ricordatevi di noi.”

Ecco il mio ricordo condiviso Claudio.

Giornata mondiale dell’alimentazione

Oggi è stata la 30° Giornata mondiale dell’alimentazione. Prendo dal sito di Famiglia Cristiana.

Così, dal 1981. I prezzi dei beni alimentari hanno registrato un lieve calo rispetto al picco storico raggiunto nel febbraio 2011 (maggiore di quello, già alto, registrato nel 2008), ma un rapporto della Fao, pubblicato il 10 ottobre 2011, spiega che la volatilità dei prezzi dei beni alimentari è destinata a continuare. I prezzi elevati del cibo colpiscono due volte: non solo mettono in difficoltà le perone più povere del mondo, ma determinano anche un aumento dei costi per chi fornisce l’assistenza alimentare. I dati continuano ad essere allarmanti. Ogni cinque secondi un bambino muore per malattie legate alla fame. Oggi, nel mondo, più di 850 milioni di persone sono sottoalimentate: significa che un insieme di uomini e donne, giovani e anziani, grande circa 15 volte l’intera popolazione italiana fatica a mettere qualcosa sotto i denti. Il tutto, sapendo che il pianeta non è avaro: c’è cibo a sufficienza per nutrire adeguatamente ogni essere umano. La mobilitazione della società civile prosegue per spingere i Governi a non ridurre gli sforzi contro una piaga – quella della fame e della malnutrizione – che non bisogna cessare di combattere nonostante le oggettive difficoltà legate alla grave crisi economica. A chi niente (o poco). E a chi troppo. C’è sempre qualcuno che sciupa e butta via prodotti della terra o cibo ancora buona. Fortunatamente cresce anche il numero di chi sta più attento. Vigilando e intervenendo. Accade, ad esempio, in Emilia-Romagna, come rende noto l’agenzia di stampa Il redattore sociale.  In quella regione, nell’arco di tre anni si sono più che triplicate le quantità di prodotti recuperati e donati alle onlus grazie al progetto Last Minute Market. Nel 2010 sono stati recuperati 176.590 chilogrammi di alimentari (pari a circa 88 mila pasti), 42.790 pasti completi, 31.480 euro di farmaci e parafarmaci, 45.400 libri per un valore economico totale dei prodotti recuperati pari a 814.905 euro.

Ars copiandi

Gianfranco Zavalloni su CEM Mondialità ha scritto un breve articolo che penso possa far discutere e riflettere. Si arriva a parlare del diritto-dovere di copiare a scuola… Ne ho parlato spesso in classe. Sottolineo anche qui che il copiatore deve mettere sempre in conto la possibilità di essere beccato, fa parte del gioco… E l’insegnante “più sgaio” è spesso quello che conosce i trucchi del mestiere per averli praticati…scuola_copiare_430_2.jpg

“Copiare è un verbo che nel mondo della scuola ha due significati che potremmo definire antitetici. Ri-copiare un brano sul proprio quaderno, ri-copiare l’esercizio… e poi eseguire un dettato: tutti esercizi di copiatura che hanno avuto fino ad ora un profondo significato «positivo». Ma c’è anche un aspetto che il qualche modo colloca il copiare come elemento negativo del mondo scolastico: «hai copiato!». Ora, io credo che siano poche le persone che, nel corso della propria carriera scolastica, non abbiano fatto l’esperienza di «copiare». E ci sono persone che, avendo raggiunto posizioni professionalmente invidiabili, hanno ammesso, magari anni dopo, di aver copiato tante volte da uno o più compagni di classe. Insomma, copiare fa parte dell’esperienza scolastica. Ma non solo. Pensiamo ai grandi artisti e alle loro scuole. Di molte grandi produzioni artistiche antiche tutt’ora si dice «è di scuola….» e poi si cita il maestro. Ma gli allievi, contemporanei o non, erano talmente bravi che sapevano copiare benissimo lo stile del maestro, da non saperne poi distinguere le mani. E comunque, anche fra i contemporanei, generalmente tutti gli artisti copiano. È la prima fase della loro esperienza artistica. Quella che generalmente precede la fase in cui un artista trova poi il suo stile e si caratterizza. Nonostante la mia esperienza di maestro coi bimbi e le bimbe si sia conclusa 15 anni fa, devo dire che ho imparato proprio da loro il senso della solidarietà. Ai bimbi e alle bimbe della scuola d’infanzia viene spontaneo solidarizzare con i compagni in difficoltà… e fanno copiare. «Fai come faccio io…»: una frase del tutto consueta per i bambini piccoli, quando ancora la competitività non fa parte del loro dna. E devo dire che in questa loro spontanea collaborazione ho capito che spesso sono gli stessi studenti i migliori maestri dei loro compagni. Si apprende più facilmente da un compagno, che ha già imparato la regola, che dal docente. Le due competenze prevalenti che dovrebbero caratterizzare uno studente in uscita dalla scuola superiore dovrebbero essere quella di saper argomentare, a voce, su un tema per almeno 10 minuti. La seconda, di non minore importanza, è quella di saper lavorare in team. Credo che in una società che da anni è ritornata ad esaltare le capacità e i meriti di ogni singolo individuo… affermare che una delle funzioni principali della scuola è “imparare a lavorare insieme” sia importantissimo. In proposito, mi viene da copiare l’inizio di un articolo che Claudio Magris ha pubblicato anni fa sul Corriere della Sera: «A scuola, come nella vita, ciascuno dovrebbe essere consapevole del proprio ruolo e fare bene la parte che gli spetta. Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna ad essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro». Più chiaro di così!”