Stamattina sono entrato in classe e in un angolo della lavagna c’era scritto “Ciao SuperSic”, un cuoricino e la firma. Ieri e oggi molti gli hanno dedicato un pensiero su face book o altri social network. Jovanotti ha scritto “Inizia una nuova settimana ragazzi. Si riparte, è quello che bisogna fare, è quello che va fatto, è il modo per onorare chi lo ha fatto sempre, con il ritmo nel cuore, con la luce negli occhi. Io ho una strana convinzione, credo che un sorriso vero, la cosa più volatile in natura, sia in realtà una porta che si apre verso l’infinito, verso l’aldilà, il prima, il dopo, il sempre. Ieri mia moglie ha ritrovato questa foto con il Sic e con Vale fatta in un giorno di qualche anno fa in giro in moto per il nostro appennino. Sono insieme a due grandi campioni che quella mattina erano due “pischelli” su due enduro a divertirsi come sempre, a sfidarsi, a ridere, a toccare il limite. L’ho guardata per tutto il giorno e stamattina l’ho riguardata di nuovo, come prima cosa della giornata, e quel sorriso del Sic al centro mi ha scaldato il cuore, mi ha dato una spinta, ho risentito la sua voce da “pataca” che mi ha detto di alzarmi, di continuare a girare, di migliorare i tempi, di divertirmi più che posso, di impegnarmi più che posso, di vivere più che posso.”
Ho provato a chiedermi il perché di tutto questo attaccamento. Alcuni su fb si sono lamentati “ank io son dispiaciuta ke un ragazzo di 24 anni sia morto, ma mi vien da ridere e allo stesso tempo mi fa schifo ke qui su fb kiunque scriva qlcs su di lui solo xk è appena morto, mentre qnd era vivo non seguivano la moto gp nè tanto meno erano suoi fan”. Personalmente seguo da anni il motociclismo, soprattutto da quando la Formula 1 ha cominciato ad annoiarmi. E Simoncelli lo ascoltavo spesso quando trasmetteva su Virgin Radio all’interno del programma di Ringo. Quando ho sentito la notizia alla radio mentre mi facevo la barba ho subito acceso la tv e il mio cuore ha battuto forte. Mia moglie non segue motociclismo, ne capisce veramente poco, ma quel cappellone che parlava romagnolo se lo ricordava bene. Ieri sera mi ha detto: “non riesco a togliermi dalla testa Simoncelli”. Penso che scrivere su fb, su twitter, su una lavagna a scuola, un pensiero, una frase, postare un’immagine, sia un po’ cercare di rendere oggettivo quel pensiero, quel dispiacere, portarlo fuori, cercare di condividerlo con qualcuno perché ti dà fastidio tenerlo soltanto dentro. In molti probabilmente hanno percepito Simoncelli come qualcuno di vicino, di semplice, di normale e quando è arrivata la notizia si sono sentiti mancare qualcosa. Per me è stato così, qualcosa di simile a quando la sera di san Valentino del 2004 ho saputo della morte di Marco Pantani. Ho sentito che veniva meno qualcosa… Just breathe
Nel corso dell’African Web Summit, Vérone Mankou, giovane imprenditore di Brazzaville, ha annunciato, entro il prossimo novembre, l’arrivo sul mercato africano del Way C, primo tablet interamente progettato in Africa. Il prodotto, che sarà distribuito in Congo, Senegal, Kenya, Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e in Belgio, utilizzerà come sistema operativo Android 2.3 e costerà circa 300 dollari statunitensi, tre volte in meno rispetto all’IPad. A descrivere il Way C è lo stesso Vérone Mankou.
Come ha concepito l’idea di creare questo prodotto?
All’inizio cercavamo una soluzione per consentire a un gran numero di persone l’accesso a internet. Ci siamo poi resi conto che il tablet era il prodotto ideale. Non è soltanto facile da trasportare, ma è possibile utilizzarlo anche quando manca la corrente elettrica. Ora con il wireless e, tra poco, con il sistema 3G, il tablet potrà connettersi con tutte le altre reti. Sono state queste le ragioni forti che ci hanno spinto a credere che fosse il prodotto giusto.
Lei ha pensato al Way C, ma la produzione è stata realizzata in Cina. Cosa risponde a chi dice che di africano non abbia nulla?
Tutti i tablet sono prodotti in Cina; l’IPad è prodotto in Cina, il Blackberry è prodotto in Cina. Perché li chiamano tablet americani, canadesi o coreani? Penso che si tratti solo di mancanza di oggettività e di afro-pessimismo. Quando gli africani fanno qualcosa, si dice: “ecco non è africano”. Perché non chiamiamo l’IPad “tablet cinese”?
Produrre e progettare un tablet richiede sicuramente degli investimenti. Dove ha trovato i soldi?
È stata, infatti, la parte la più difficile. Abbiamo lavorato due anni per raccogliere i soldi necessari per la fase ricerca e sviluppo del progetto. Solo ora abbiamo iniziato la fase produttiva e ci servono ancora dei soldi. Non è semplice. In questo momento siamo in discussione con il governo congolese per vedere se può contribuire con un finanziamento.
Oltre allo Stato congolese?
Ci sono investitori privati che sono interessati e anche con loro siamo in trattativa. Sono proprio in questo momento a Parigi per discutere con alcuni di loro.
Il tablet dovrebbe essere lanciato in questi giorni, quando esattamente?
Sarà sul mercato all’inizio di novembre. Però non sappiamo ancora il giorno preciso. Proprio per il fatto che la produzione si concentra in Cina, non abbiamo ancora tutte le precisazioni per quanto riguarda la logistica. Posso dire, tuttavia, con certezza che il prodotto sarà sul mercato entro il 15 novembre.
Parliamo del prezzo. Lei aveva annunciato un costo di 150.000 franchi Cfa, circa 300 dollari. È sicuro che i suoi connazionali congolesi e altri africani saranno in grado di acquistarlo?
Certo. Abbiamo già raggiunto, oggi, circa mille ordini confermati. Ciò mi fa credere che abbiamo fatto una buona scelta. Vedete, il tablet più economico sul mercato è prodotto da Samsung, e costa 400.000 franchi Cfa, senza poi contare l’IPad, il cui prezzo si aggira intorno ai 600.000 franchi Cfa. Per molti, il nostro prodotto costituisce una grande occasione. Inoltre il prezzo non è mai un ostacolo. Quello che conta è il desiderio: la gente ha davvero bisogno di un tablet? Cosa li aiuterà a fare? Perché e quanto devono spendere per questo prodotto? Molti hanno trovato delle risposte a queste domande e hanno deciso di comprare. Credo sia questa la cosa il più importante.
Non teme la concorrenza con la telefonia mobile che in africa è in continua espansione, offrendo anche servizi internet?
Citerò qualcuno che ci ha appena lasciato: Steve Jobs. Quando Jobs ha presentato la prima versione dell’IPad, aveva tenuto a precisare che si trattava di un prodotto a metà strada tra un computer e un telefono cellulare. Un tablet non può, quindi, sostituire né un telefono né un computer, ma è un prodotto tra i due. Sotto certi punti di vista è possibile che ci sia concorrenza con la telefonia mobile ma non si tratta di concorrenza frontale.
Il Way C è concepito in Africa e fabbricato materialmente in Cina. Pensa un giorno di sviluppare tutta la produzione nel suo paese?
È appunto questa la nostra idea. Stiamo cercando di avere prodotti made in Congo. La cosa è realizzabile, è solo una questione di mezzi ed è quello che stiamo cercando.
Cosa è stato a spingerla verso questo tipo di investimenti?
Mi dico sempre che non possiamo rimanere dei consumatori in eterno. È necessario che creiamo i nostri prodotti. È questa visione che mi ha spinto ad andare fino in fondo. Credo che essere africano non sia poi così infernale come la pensiamo. Gli africani creano e conosco molti di loro che hanno fatto grandi cose. Penso che si debba continuare.
Un messaggio ai giovani?
Ai giovani dico che conosco le difficoltà dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento dei progetti. Tuttavia, la cosa più importante è crederci. Credere nei nostri progetti è il primo passo verso la loro realizzazione
Abbiamo assistito alla morte di Gheddafi. A febbraio ne abbiamo parlato nelle classi. Abbiamo parlato della Tunisia, che ora si sta avvicinando per prima alle elezioni tra i paesi dei ribaltamenti; abbiamo parlato dell’Egitto di Mubarak, che ora è sottoposto a processo mentre se ne sta steso su un letto; abbiamo parlato dei rischi Siria, Yemen, Emirati Arabi, Arabia; abbiamo parlato della Libia di un Gheddafi che non c’è più. Le immagini del suo volto insanguinato e tumefatto hanno fatto il giro del mondo e con esse anche quelle del ragazzo che pare aver sparato il colpo di pistola. Qui sotto pubblico un articolo di Monica Mondo preso da Il sussidiario. E’ un pezzo molto ricco di spunti di riflessione, buona lettura.
Il ragazzo con la pistola potrebbe venire da qualsiasi parte del sud del mondo, con i lunghi capelli neri, il berrettino in testa, quella maglietta sbarazzina col cuore ferito da una freccia. Chissà se gliel’ha regalata la morosa. E’ giovane, ha una di quelle facce che si direbbero pulite, sembra aver vinto al tirassegno del luna park. E’ lui che ha appena sparato a Gheddafi, il dittatore, il raìs, il terrore del Maghreb per decenni, il topo braccato, come Saddam, in una buca di cemento alla periferia della sua Sirte. Il ragazzo sorride, si fa fotografare con in pugno una pistola dorata, come se l’avesse comprata apposta per la grande occasione, i compagni più anziani lo prendono in spalla, lo portano in trionfo. Chissà se gli daranno un posto nel nuovo esercito dei ribelli, o se tornerà a fare il beduino; se gli permetteranno di rilasciare interviste, e diventerà così un eroe nazionale. Il diciottenne che ha ucciso Gheddafi. Un ruolo da protagonista in un film. Ha la faccia, come si dice. E pensare che ci avevano provato in tanti, servizi segreti di diversi paesi, raid aerei di coalizioni semimondiali, guerriglieri e mercenari. Tutti gli organismi internazionali, costosissimi, pesantissimi, inutili, seduti a tavoli e tavoli a elaborare strategie per la cattura, e poi, che farne, un tribunale internazionale, no, consegniamolo ai libici, carcere, pena capitale, eccetera.
Chi ci ha creduto? Sapevamo bene che sarebbe finito ammazzato per terra, nella polvere, mentre ostentava sicurezza e intimava ai fedelissimi di cacciare i topi stranieri dal suolo libico. Sapevamo bene che ci avrebbero provato, a dire che era stato ferito mortalmente in un attacco di guerra. Ma che avrebbero fatto a gara per farsi fotografare accanto al cadavere sanguinolento, la faccia spiaccicata nell’obiettivo, per raccattare quel po’ di gloria prima che nuovi rais locali o eserciti di liberazione si appropriassero dell’evento. Bastava un ragazzo, dopo tanti morti, dopo tante cacce all’uomo. Finiscono così, da sempre, i tiranni. Sic transit gloria mundi, hanno chiosato i presidenti alleati, il nostro in testa, quelli che con Gheddafi, da decenni, ci facevano i banchetti, che lo omaggiavano di doni e fanciulle nelle tende allestite nel cuore delle più belle capitali europee.
Quelli che, meno spudoratamente, ma in modo più infido, hanno cominciato a disprezzarlo quando contava meno, quando era sul far del tramonto, e ora tentano di occultare le prove di scambi fruttuosi di denaro e di soldi, di operazioni militari ce di rappresaglie, più comode da imputare al cattivo di turno. Bene, scusate se ci commuove, quel volto deturpato che tutte le agenzie, le televisioni, i giornali sbattono in prima pagina, che inquieta i nostri bambini. Ci vergogniamo un po’, davanti a loro, perché non vale dire che era l’uomo nero, che era fatale, doveva finire così. Era un uomo, e da piazzale Loreto sono passati 56 anni.
Abbiamo l’orgoglio di una cultura illuminata, democratica, non dovremmo accettare con indifferenza o come fatalità la vendetta cruenta sui nemici. Chi ha sguinzagliato i ribelli, o come dicono loro, i liberatori, avrebbe potuto e dovuto farsi dare garanzie, perché una parvenza di giustizia aprisse la strada a una Libia nuova, riconciliabile. Vatti a fidare del Cnt, nonostante gli inviti diplomatici e i riconoscimenti frettolosi. Speriamo che Gheddafi non sia il primo di una lunga serie di cattivi impalati a beneficio delle telecamere, e come monito per gli oppositori.
Ma queste sono chiacchiere che rovinano la festa, che oggi muove le piazze e i consessi soddisfatti dei ministeri europei. Oggi è il trionfo di Sarkozy, che diventa padre mentre muore l’uomo che aveva deciso di far fuori, da tempo. Guardate quel ragazzo di diciott’anni, com’è felice. Ha trovato il suo posto nella storia. Ma chi gli ha insegnato a sparare così a chi lo implorava di non sparare? Vorremmo credere che ha pensato ai tanti morti torturati, alle vittime offese, ai nemici incarcerati nelle fogne dai suoi sadici figli; e per questo, ha premuto il grilletto. Temiamo che non sia così. Il ragazzo con la pistola ha l’aria di chi ha colpito l’orso burattino che grugnisce, ferito, e ha vinto una sistemazione per il futuro. Chi l’ha armato, chi gli ha insegnato a stare così allegro, davanti alla morte e alla Storia?
In quinta, parlando di globalizzazione è stato inevitabile toccare Mc Donald’s. Trovo ora questo articolo di Francesca Ferrara su Linkiesta.
C’era una volta il Fast Food, verrebbe da dire dopo la nuova iniziativa lanciata dal colosso americano della globalizzazione dell’hamburger e patatine pensando ad una forma di declino del “fast life” e invece, si tratta di una forma di contaminazione tra ricette, di diverse culture. Ad aggiungere il tocco di “Alta Qualità in Cucina” claim della campagna pubblicitaria in corso, è Gualtiero Marchesi, che indica alla cucina del McDonald’s due ricette per due Big Mac davvero speciali e un dessert dal gusto delicato e particolare. I nomi “Adagio”, “Vivace” e “Minuetto”, si ispirano alla passione per la musica che nutre il cuoco italiano più famoso al mondo. Le tre novità rientrano nel programma “Mc Italy” ovvero come la multinazionale sposa sapori e prodotti tipici locali attraverso un processo di glocalizzazione culinaria.
Da sempre attaccata come la produttrice, su scala mondiale, del “cibo spazzatura” (dall’inglese Junk- Food) ovvero cibi super calorici a basso contenuto nutrizionistico, la multinazionale è stata oggetto di studi del sociologo George Ritzer che definisce il successo della cultura del simbolo americano come «un processo di omologazione e spersonalizzazione che con i suoi prodotti occupa un posto di primo piano nella cultura di massa». Nasce così la “macdonaldizzazione” che offre «calcolabilità, prevedibilità e controllo riassumibili nell’idea di efficienza» che annienta «la diversità e i prodotti vengono razionalizzati e omologati al fine di renderli accettabili a tutti». Niente altro che valori specchio emersi da una società frenetica, che vive di fretta e respira affannata, dimenticando il piacere di stare a tavola e di rilassarsi godendo dei sapori delle pietanze.
Nei giorni precedenti, a Napoli, per lanciare l’evento, i cittadini si sono imbattuti in delle comparse in livrea accompagnate da megaposate per una réclame on the road. Lo scopo era quello di destare l’attenzione dei passanti e di fare informazione su questi due nuovi McMenù interagendo direttamente, con questi soggetti che “a spizzichi”, tra un sorriso e una foto ricordo, rilasciassero qualche informazione senza svelare più di tanto ciò che sarebbe accaduto a partire dal 5 Ottobre. La scelta, è dunque ricaduta sullo urban spot e sul crowd feedback, ovvero testare la ricezione dell’attesa della novità-evento sui passanti facendo leva sulla loro curiosità.
Due nomi risonanti per un paio di panini: Vivace, prima e, prossimamente in arrivo, Adagio. Due brand del settore alimentare e culinario per sposare, ancora una volta, i sapori italiani. L’operazione firmata da Marchesi sembra avere uno spessore più profondo rispetto al semplice arricchimento dei menù che si possono trovare in preparazioni sui fornelli della catena di alimentare. I due concetti espressi dai rispettivi nomi sono “velocità” e “lentezza” che sono le due anime della fast life e della slow life, elementi, in parte speculari, soprattutto per i possibili stili di vita da vivere, nelle grandi città metropolitane. Attraverso il cibo e i suoi sapori naturali si accompagna la percezione della (propria) filosofia alimentare ad un modus vivendi, tipico, per chi lo ha già adottato, oppure si stimola la scelta del “gusto” che più rappresenta il proprio stile e ritmo di vita quando si mangia un boccone fuori casa.
Nella dispensa e nel frigo i due ingredienti che da ieri affiancano l’hamburger sono gli spinaci per il “Veloce” e le melenzane per l’”Adagio”. La presenza di verdura e ortaggi, dopo tanti anni di patatine e cheeseburger vari, apporta un tentativo di cambiamento nella percezione collettiva, e dell’opinione pubblica, dell’immagine aziendale, che dalla “macdonaldizzazione” intesa come diffusione su scala globale della filosofia del cibo e sapori americani, passa ad un processo di italianizzazione. Già nel 2010, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, fece la comparsa sulle tavole del franchising americano il “Mc Italy, un “panino 100% italiano”, che promuoveva la qualità dei prodotti di varie regioni italiane: farina, insalata e carne, formaggio Asiago Dop, crema di carciofi, pane all’olio extravergine d’oliva dei Monti Iblei Dop. La prima domanda che viene da farsi è perché introdurre gli spinaci e le melanzane solo per sei settimane (tre per ciascun panino) e non per sempre. Uno sforzo durato un anno – come dichiarato dallo stesso chef – per concepire due ricette con ingredienti tipici della cucina mediterranea da proporre solo in versione limited edition? A parte l’effetto evento, quale beneficio di lungo periodo se non vi è inserimento tra i menù fissi, offrendo un più ampio paniere di scelta, sia ai fedelissimi che ai consumatori occasionali? L’altra è se il tutto, a parte la ricerca sul campo e la sperimentazione per la diversificazione e differenziazione del gusto, non sia solo un escamotage per rilanciare l’immagine aziendale sempre sotto i riflettori del J’accuse di medici, salutisti e associazioni di consumatori.
A parte il delicato sapore del “Minuetto”, dolce al cucchiaio con canditi, uvetta, che sposa la tradizione del panettone lombardo con quella veneta del tiramisù, e del gusto degli spinaci spadellati, della cipolla dolce e del bacon sull’hamburger di carne bovina inumiditi da un velo di maionese alla senape il tutto raccolto tra due fette di pane ai semi di girasole, l’impressione è che, se il piano di marketing rimarrà limitato al solo periodo autunnale, nonostante le due ricette siano lanciate con lo slogan “Comincia a crederci” , (riferendosi al debutto della tradizione dell’alta cucina italiana tipica dei ristoranti che approda sulle tavole dove si mangia senza posate), è che l’azienda si stia giocando, per rinforzare il suo messaggio di internazionalizzazione oltre oceano, la carta dello sposalizio tra il marketing sensoriale e il gusto dei prodotti Made in Italy rinunciando a più larghe vedute e ai risultati di (ri)elaborazione delle “ricette di casa nostra”.
Domani è giornata di elezioni a scuola: rappresentanti di classe, di istituto, della consulta. Dedico questa storiellina di Bruno Ferrero a tutti quelli che si sono messi in gioco. Qualcuno di loro vincerà. Cosa? Un servizio, un servizio a tutti gli altri studenti: l’onore e la responsabilità di rappresentarli. La storiellina non la voglio interpretare o spiegare, coglietene voi il senso più opportuno. In bocca al lupo!
Durante l’assenza della moglie, un importante uomo d’affari dovette rimanere in casa per badare ai due scatenatissimi bambini. Aveva un’importante pratica da sbrigare, ma i due piccoli non lo lasciavano in pace un istante. Cercò così di inventare un gioco che li tenesse occupati un po’ di tempo. Prese da una rivista una carta geografica che rappresentava il mondo intero, una carta complicatissima per i colori dei vari stati. Con le forbici la tagliò in pezzi minutissimi che diede ai bambini, sfidandoli a ricomporre il disegno del mondo. Pensava che quel puzzle improvvisato li avrebbe tenuti occupati per qualche ora. Un quarto d’ora dopo, i due bambini arrivarono trionfanti con il puzzle perfettamente ricomposto. “Ma come avete fatto a finire così in fretta? “, chiese il padre meravigliato. “È stato facile”, rispose il più grandicello. “Sul rovescio c’era una figura di un uomo. Noi ci siamo concentrati su questa figura e, dall’altra parte, il mondo si è messo a posto da solo”.
Ivano Fossati poco tempo fa ha annunciato che l’album Decadancing e il tour da poco iniziato saranno gli ultimi per lui: si ritirerà dalle scene. La prima traccia del CD è La decadenza, di cui posto il testo e l’esecuzione fatta in tv da Fazio. Il cantautore parla del nostro tempo, fatto di decadenza e degenerazione del pensiero, di oscurità e di mancanza di speranze, di bassa marea e di incertezze, di parole e persone senza chance. Come uscirne? Andando alla ricerca di una seconda possibilità chiedendola a Dio o all’uomo, all’amore: “Qui serve un segno di rispetto per la gente … serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea”.
In piena decadenza le parole non hanno chance
è proprio una faccenda inquietante il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio ci lasci una seconda possibilità se può
in questa decadenza, in mezzo a tanta oscurità, le speranze non hanno chance
C’est la décadence c’est la décadence
Nessuna incertezza mai più in nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente in questa bassa marea
serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea
C’est la décadence c’est la décadence
Mi guardo a sinistra poi guardo verso destra
e tutto quello che ho da vedere è una frontiera da attraversare con te
Facciamo un affare noi due ci diamo una seconda possibilità
È la sopravvivenza è un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro è decenza
È sapere con chi stare
È la differenza è un biglietto per andare più avanti
Un pezzetto della storia di Ali, preso dal sito del Centro Astalli
Ali è un ragazzo di 26 anni, sudanese, del Darfur, giunto in Italia vivo per miracolo. È uno dei tanti arrivati dal mare. Dopo essere stato 60 giorni nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e 30 giorni nel centro di permanenza temporanea di Agrigento, è stato espulso dall’Italia senza la possibilità di chiedere asilo. Una volta giunto in Inghilterra, nel rispetto della Convenzione di Dublino, gli hanno spiegato che doveva presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui era stato. Ora, con un permesso per motivi umanitari che finalmente gli è stato concesso dalle autorità italiane, sogna di fare il fornaio, il mestiere che gli ha insegnato suo padre.
Il mio viaggio per arrivare in Italia è iniziato in un tir: eravamo in 105 stipati uno vicino all’altro, ognuno con il suo posto pagato 100 dollari per attraversare il deserto fino in Libia. Il viaggio è durato una settimana, il cibo era poco e l’acqua meno. Ci facevano sgranchire le gambe una volta al giorno per cinque minuti. Una volta arrivato in Libia sono stato due mesi a Tripoli prima di poter partire per l’Italia. Non sapevo bene come fare a contattare chi organizza i viaggi, ma ci ho messo poco a capire a chi mi dovevo rivolgere per lasciare la Libia. Ho incontrato un gruppetto di sudanesi che mi hanno messo in contatto con un tizio, anch’egli sudanese. Poche parole, niente convenevoli: 1200 dollari è il prezzo di un posto su un gommone per un viaggio che – mi dicevano – “dura al massimo 12 ore: in questo periodo non c’è da preoccuparsi, il mare è calmo e non c’è vento”. Il 1 agosto del 2004, un giorno prima della partenza, sono stato avvertito che l’indomani all’una di notte mi sarei dovuto trovare in una spiaggetta nascosta non molto lontana dal porto. Oltre a me quella notte c’erano altre 16 persone ad aspettare. Eravamo tutti giovani uomini sudanesi, tranne un ragazzo e una coppia di coniugi ghanesi. Il marito si era offerto di guidare il gommone e per questo non aveva pagato la sua quota. Sapevamo che il viaggio doveva durare un giorno e avevamo con noi un panino a testa, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’acqua per tutti. Ci avevano detto di non portare nulla perché sul gommone non c’era spazio per i bagagli. In realtà non c’era spazio nemmeno per diciassette persone, eravamo tutti molto stretti uno vicino all’altro. Comunque pensavo che dodici ore le avrei sopportate abbastanza facilmente. Ci abbiamo messo sei giorni ad arrivare. Cinque di noi non ce l’hanno fatta. Un vero incubo: dopo 25 ore di navigazione entrava acqua nel gommone e avevamo finito cibo e acqua da bere. Abbiamo avuto un barlume di speranza quando è comparsa all’orizzonte un’enorme nave bianca. Ci siamo avvicinati per chiedere soccorso. Dalla nave ci dicevano di allontanarci, che non ci avrebbero fatto salire. Vedevamo la nave allontanarsi insieme all’unica possibilità di salvarci tutti. Dopo altri due giorni così ormai eravamo esausti, pensavo di morire, che non ce l’avrei fatta e che era stato tutto inutile. Durante la notte tra il quarto e il quinto giorno, quando l’acqua ormai ci arrivava al collo, abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto, tanto ormai non avevamo più nulla da perdere. E così abbiamo staccato il motore dal gommone per alleggerirne il peso e inoltre abbiamo buttato in acqua le taniche di benzina che avevamo a bordo. Quattro di noi hanno deciso di mantenersi a galla con le taniche vuote, abbondando per sempre l’imbarcazione che era inservibile. Io e gli altri non ce la siamo sentiti di seguirli e così siamo rimasti tutti vicini uno sopra l’altro appoggiati alla parte anteriore del gommone. I quattro che avevano scelto di affidarsi alle taniche vuote, spinti dalla corrente, non sarebbero mai arrivati in Italia. Al sesto giorno eravamo tutti consapevoli che non avremmo visto la notte…
Il 24 settembre ho pubblicato un “post preoccupato” sulla situazione in Burundi e ho ricordato un amico missionario. Oggi ho trovato nella cassetta della posta il numero di ottobre di Nigrizia, ho sfogliato la rivista e ho letto una lettera di padre Claudio Marano, l’amico missionario, che così scrive:
“La nostra situazione in Burundi permane disastrosa. Da più di una settimana si corre dietro alla pompa di benzina, perché non c’è carburante. Da mesi la luce appare 3-4 volte al giorno. Spesso manca l’acqua. Sui mercati e nei magazzini sono sparite molte cose. Si dice apertamente che, se si vuole uscire dalla presente situazione critica, bisogna triplicare i raccolti. I prezzi aumentano continuamente. Sono riapparse le monete da 50, 10 e 5 franchi (CFA), perché le banconote di carta sono finite. L’inflazione è alle stelle. La disperazione è di casa per tutti. Qualcuno parla di colpi di stato… I gruppi armati sono presenti in tutto il Paese. I morti e i feriti aumentano di settimana in settimana. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Ieri un senatore è stato malmenato dagli agenti della documentazione, colpevole di aver chiesto loro cosa stessero scaricando dal loro camion. Invece di una risposta, ha avuto botte. Il nostro Centre Jeunes Kamenge risente di questa situazione. Siamo all’ultima settimana di campi estivi, ma non possiamo permetterci grandi cose. Siamo sempre senza fondi. La banca ci ha consentito di andare in rosso di 30 milioni di franchi, pagando ovviamente interessi altissimi. Ma noi non ci scoraggiamo. E voi tutti ricordatevi di noi.”
Oggi è stata la 30° Giornata mondiale dell’alimentazione. Prendo dal sito di Famiglia Cristiana.
Così, dal 1981. I prezzi dei beni alimentari hanno registrato un lieve calo rispetto al picco storico raggiunto nel febbraio 2011 (maggiore di quello, già alto, registrato nel 2008), ma un rapporto della Fao, pubblicato il 10 ottobre 2011, spiega che la volatilità dei prezzi dei beni alimentari è destinata a continuare. I prezzi elevati del cibo colpiscono due volte: non solo mettono in difficoltà le perone più povere del mondo, ma determinano anche un aumento dei costi per chi fornisce l’assistenza alimentare. I dati continuano ad essere allarmanti. Ogni cinque secondi un bambino muore per malattie legate alla fame. Oggi, nel mondo, più di 850 milioni di persone sono sottoalimentate: significa che un insieme di uomini e donne, giovani e anziani, grande circa 15 volte l’intera popolazione italiana fatica a mettere qualcosa sotto i denti. Il tutto, sapendo che il pianeta non è avaro: c’è cibo a sufficienza per nutrire adeguatamente ogni essere umano. La mobilitazione della società civile prosegue per spingere i Governi a non ridurre gli sforzi contro una piaga – quella della fame e della malnutrizione – che non bisogna cessare di combattere nonostante le oggettive difficoltà legate alla grave crisi economica. A chi niente (o poco). E a chi troppo. C’è sempre qualcuno che sciupa e butta via prodotti della terra o cibo ancora buona. Fortunatamente cresce anche il numero di chi sta più attento. Vigilando e intervenendo. Accade, ad esempio, in Emilia-Romagna, come rende noto l’agenzia di stampa Il redattore sociale. In quella regione, nell’arco di tre anni si sono più che triplicate le quantità di prodotti recuperati e donati alle onlus grazie al progetto Last Minute Market. Nel 2010 sono stati recuperati 176.590 chilogrammi di alimentari (pari a circa 88 mila pasti), 42.790 pasti completi, 31.480 euro di farmaci e parafarmaci, 45.400 libri per un valore economico totale dei prodotti recuperati pari a 814.905 euro.
Gianfranco Zavalloni su CEM Mondialità ha scritto un breve articolo che penso possa far discutere e riflettere. Si arriva a parlare del diritto-dovere di copiare a scuola… Ne ho parlato spesso in classe. Sottolineo anche qui che il copiatore deve mettere sempre in conto la possibilità di essere beccato, fa parte del gioco… E l’insegnante “più sgaio” è spesso quello che conosce i trucchi del mestiere per averli praticati…
“Copiare è un verbo che nel mondo della scuola ha due significati che potremmo definire antitetici. Ri-copiare un brano sul proprio quaderno, ri-copiare l’esercizio… e poi eseguire un dettato: tutti esercizi di copiatura che hanno avuto fino ad ora un profondo significato «positivo». Ma c’è anche un aspetto che il qualche modo colloca il copiare come elemento negativo del mondo scolastico: «hai copiato!». Ora, io credo che siano poche le persone che, nel corso della propria carriera scolastica, non abbiano fatto l’esperienza di «copiare». E ci sono persone che, avendo raggiunto posizioni professionalmente invidiabili, hanno ammesso, magari anni dopo, di aver copiato tante volte da uno o più compagni di classe. Insomma, copiare fa parte dell’esperienza scolastica. Ma non solo. Pensiamo ai grandi artisti e alle loro scuole. Di molte grandi produzioni artistiche antiche tutt’ora si dice «è di scuola….» e poi si cita il maestro. Ma gli allievi, contemporanei o non, erano talmente bravi che sapevano copiare benissimo lo stile del maestro, da non saperne poi distinguere le mani. E comunque, anche fra i contemporanei, generalmente tutti gli artisti copiano. È la prima fase della loro esperienza artistica. Quella che generalmente precede la fase in cui un artista trova poi il suo stile e si caratterizza. Nonostante la mia esperienza di maestro coi bimbi e le bimbe si sia conclusa 15 anni fa, devo dire che ho imparato proprio da loro il senso della solidarietà. Ai bimbi e alle bimbe della scuola d’infanzia viene spontaneo solidarizzare con i compagni in difficoltà… e fanno copiare. «Fai come faccio io…»: una frase del tutto consueta per i bambini piccoli, quando ancora la competitività non fa parte del loro dna. E devo dire che in questa loro spontanea collaborazione ho capito che spesso sono gli stessi studenti i migliori maestri dei loro compagni. Si apprende più facilmente da un compagno, che ha già imparato la regola, che dal docente. Le due competenze prevalenti che dovrebbero caratterizzare uno studente in uscita dalla scuola superiore dovrebbero essere quella di saper argomentare, a voce, su un tema per almeno 10 minuti. La seconda, di non minore importanza, è quella di saper lavorare in team. Credo che in una società che da anni è ritornata ad esaltare le capacità e i meriti di ogni singolo individuo… affermare che una delle funzioni principali della scuola è “imparare a lavorare insieme” sia importantissimo. In proposito, mi viene da copiare l’inizio di un articolo che Claudio Magris ha pubblicato anni fa sul Corriere della Sera: «A scuola, come nella vita, ciascuno dovrebbe essere consapevole del proprio ruolo e fare bene la parte che gli spetta. Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna ad essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro». Più chiaro di così!”
Prendo dal sito di un collega il racconto di una sua lezione.
“Ho iniziato l’anno con un giochino. Sui valori. Una storia semplice e carina, in cui cinque personaggi, in relazioni di vario tipo tra loro, per salvare ognuno un valore a cui tengono ne infrangono un altro. L’ho letta in modo ironico e un po’ demenziale, perché fosse chiaro che si trattava di un gioco. Ovviamente una storia a sfondo sentimentale. La classe è al femminile, con alcune belle teste. Una quarta, depurata l’anno scorso, purtroppo, da alcune altre belle persone, ma che non hanno avuto voglia di farsi promuovere. Alla fine della lettura ho chiesto loro di mettere in classifica, sul piano morale, i cinque personaggi dal più corretto al meno corretto. Ognuno per conto proprio, e di scrivere a fianco di ogni personaggio la motivazione di quel giudizio dato. Poi ne abbiamo discusso. A mo’ di forum. La questione si è animata su un personaggio soprattutto, che per vivere il valore della fedeltà infrange quello dell’amore. E su questo Irina – chiaramente italiana doc – ha fatto una considerazione. “Ma prof., ogni persona ha una sua classifica, ovvio, ma soprattutto non si può pensare di vivere una cosa senza anche rinunciare ad un altra”. “Vuoi dire – faccio io – che se decidi di vivere come cosa più importante della tua vita un valore, altre cose, pure importanti dovranno essere messe da parte per forza”. “Si prof. Se essere fedeli al proprio uomo è la cosa più importante, può davvero essere giusto che la storia finisca perché si ha tradito.”
“Beh io credo che alla fine, se vuoi essere felice sul serio, devi trovare un modo per non rinunciare a nulla”. Dal suo torpore finto, Nicolò, uno dei due maschietti presenti in classe, si sveglia. E prosegue. “Io non credo che sia automatico dover rinunciare a qualcosa se vuoi dedicarti a ciò che ami più di tutto. Forse si può trovare un modo per organizzarti e non dover per forza scegliere. Io ora non rinuncerei alla mia ragazza, e se lei mi tradisse credo che la potrei anche perdonare”. Irina ribatte: “Beh Nicolò, si vede che tu ci tieni di più all’amore che non alla fedeltà”. “No, io ci credo alla fedeltà, non è che non ci credo, ma perdere la mia ragazza sarebbe la cosa peggiore, perciò potrei anche perdonarla”. “Eh! appunto Nicolò – gli dico – questo vuol dire che per te l’amore di lei vale più della fedeltà a te, e che per quello sei disposto a sacrificare questa”. “Allora ragazzi vedete, qui si pone la questione di quale sia il Signore della vostra vita, quale cosa, principio, persona, o che altro volete voi, sia l’unica cosa a cui dedicarsi se foste costretti ad avere un solo amore. Che cosa davvero salvereste?”. “Ma no prof. non si può mettere giù così!”. Maddalena diventa rossa mentre lo dice, la sua timidezza si fa vedere, ma quando si toccano corde vive reagisce d’impeto. “Non credo davvero che ci sia bisogno di scegliere, almeno io non voglio scegliere, e voglio cercare di vivermi tutto quello che mi capita, senza rinunciare a nulla”. “Si Maddy, capisco cosa dici – ribatte Irina – ma la vita non è così. Ad un certo punto devi scegliere. Io ho lasciato mio padre in Ucraina e non lo vedo da 7 anni, ma che dovevo fare? Lì non si poteva davvero vivere tutti e tre in casa, non c’erano soldi. Mi dispiace davvero molto, ci ho pianto e ci sto male sapendo che poi lui si è fatto un altra vita là, con una altra donna. Ma per me la vita qui è possibile, là no”. “Irina quindi cosa ha salvato secondo voi?”, dico alla classe. “ha salvato sé stessa”. Monica, che fino ad allora ha seguito tutto senza perdere un colpo va giù sicura. “Mah si e no”, ribatte Irina. “Ho salvato la mia vita, certo, ma vorrei che nella mia vita ci fosse qualcuno o qualcosa per cui vale davvero la pena di spenderla”. “Ma come? – faccio l’avvocato del diavolo – dopo la fatica che hai fatto per darti una possibilità di vivere, vorresti che questa vita fosse spesa per qualcun’altro?”. “Si prof. se no davvero sarebbe assurdo. Mia madre mi dice che la sua vita è bella perché ci sono io, e perché lei ha speso sé stessa per fare vivere me. Prof., questo è bellissimo. Io lo so che le è costato moltissimo, l’ho vista piangere e non dormire e faticare come una pazza, ma è felice di averlo fatto. E adesso la capisco”.
La classe s’è quasi ammutolita. Un’aria strana ci ha preso, come se le parole di Irina fossero arrivate dritte dentro i suoi compagni. E tra loro alcuni hanno sentito chiaro che anche per loro è così, mentre sul viso di altri, tra cui Monica e Nicolò, è apparsa una invidia non raccontabile, perché invece, a loro, questa esperienza di sentirsi così amati è mancata. E allora capisco quando si dice che essere egoisti vuol dire amarsi di meno, perché ci è mancato un amore gratuito. “Credo davvero di dover ringraziare Irina per quello che ci ha detto. Quando cerco di dirvi che Gesù ci ha amati fino alla morte, dico la stessa cosa, ma detto così fate fatica a sentirlo. Mentre Irina ce lo fa sentire dentro”.
Dal Gruppo Abele prendo questo interessante articolo di Toni Castellano.
Si adattano alle più recenti tecnologie, rispondono ai gusti di un pubblico sempre più vasto, sono accessibili nei modi più semplici. E fatturano un sacco di soldi. Sono i giochi d’azzardo, al centro di un’industria che nel 2010 ha incassato globalmente, solo nel nostro Paese, 61 miliardi di euro: per bilancio la quinta in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim. E per il 2011 ha previsto un aumento delle entrate di un terzo rispetto all’anno precedente. In prima fila, con pronostici sportivi e fiches alla mano, troviamo pensionati e minorenni. Sono questi ultimi in particolare ad effettuare il 32% di tutte le giocate complessive, dopo che nell’ultimo anno il loro coinvolgimento nel gioco è aumentato del 7,7% (fonte Associazione Contribuenti Italiani). A crescere però non sono solo le entrate e il divertimento: anche fenomeni come la dipendenza e l’indebitamento aumentano di pari passo. “Fate il nostro gioco” è il nome di un’associazione che si occupa di prevenzione rispetto al gioco d’azzardo nelle scuole piemontesi. È nata dall’idea di due giovani matematici, Diego Rizzuto e Paolo Canova, che propongono agli studenti laboratori matematici per comprendere i meccanismi del gioco, fino alla sorpresa finale: secondo la legge dei numeri non si vince mai… Abbiamo fatto qualche domanda a Diego Rizzuto.
Come si spiega questa crescita del settore dell’azzardo? All’improvviso giocare è diventato redditizio e sicuro?
Certo che no. Le spiegazioni credo siano altre, due in particolare. Da una parte c’è la situazione di crisi economica, che alimenta nella gente sogni di riscatto. Dall’altra l’investimento dello Stato nel settore: l’offerta di gioco legalizzato cresce costantemente. Un esempio: il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009 fu il pretesto per ampliare quantità e qualità del gioco. Con l’obiettivo di procurare fondi straordinari per la ricostruzione dell’Aquila, si ottenne l’immissione sul mercato di nuove strumentazioni (le vlt-video lotterie), modifiche a giochi già esistenti (come il “10 e lotto”), e nuovi giochi a totalizzatore (“Win for life”). Nell’ultima manovra finanziaria, con l’unica giustificazione del “fare cassa”, si è deciso un’altra volta di introdurre nuovi giochi o varianti a quelli già conosciuti.
Le statistiche dicono che circa un terzo delle giocate viene effettuato da minorenni. Di fronte a questi dati, quanto è urgente educare giovani e giovanissimi sui rischi del gioco, e quando vi siete accorti di questa necessità?
È urgentissimo. Alcuni giochi sembrano pensati per rispondere esattamente alle passioni giovanili. Poker “tournament”, poker “cash” e scommesse sportive hanno avuto presa immediata e ampissima tra i giovani. Il nostro progetto è nato in realtà con l’intento della divulgazione matematica: l’intenzione era quella di parlare della statistica legata al gioco, statistica che è materia un po’ trascurata nei programmi delle scuole superiori. Sviluppando il progetto ci siamo resi conto che più che la divulgazione scientifica era necessaria una sensibilizzazione sociale. Al termine di un laboratorio in una scuola, un ragazzino ci ha confessato che in famiglia avevano un problema: il padre giocava troppo e lui e la madre non sapevano cosa fare perché non trovavano un canale comunicativo con le strutture che si occupano del problema. Altro episodio è quello della mamma che scopre che il figlio minorenne dispone di una carta di credito – che non potrebbe neppure avere – per giocare al poker on line. La mamma chiama la professoressa di matematica, che a sua volta si rivolge a noi: alla fine ci sono voluti due matematici per mettere in comunicazione una madre preoccupata con i servizi sanitari… Il problema è che molta gente confonde ancora il gioco con un vizio. Raramente l’abuso viene inteso come malattia, e d’altronde si tratta di un’attività approvata e sponsorizzata istituzionalmente.
Come spiegate matematicamente a un pubblico studentesco che la vincita nei giochi “non esiste”?
Usiamo la legge dei grandi numeri. Spieghiamo che si vince e si perde in ogni gioco: le due fasi si alternano. Ma sulla lunga distanza il bilancio è matematicamente negativo. Con i ragazzi calcoliamo tramite delle simulazioni quanto il bilancio per ciascun gioco generi di passivo. Il secondo aspetto su cui facciamo riflettere i ragazzi è quello della pubblicità ingannevole. L’esempio è quello di “Win for life”: lo spot dice che si vince con la maggior parte delle combinazioni, 8 su 11, ed è vero. Ciò che omette è che le altre tre hanno una probabilità altissima di verificarsi. Alla lunga si perde in qualsiasi gioco, e in particolare di fronte a questo tipo di comunicazione ambigua, è importante capire bene il meccanismo matematico prima di scegliere di giocare. Perché attenzione: noi non diciamo che non si debba giocare in assoluto. Sosteniamo però si debba fare, nel caso, solo per divertirsi e non sperando davvero di vincere.
Per quella che è la tua esperienza, i giovani sono più ricettivi verso questo tipo di spiegazione “scientifica” rispetto a discorsi di natura psicologica, sociale ecc.?
I giovani e soprattutto gli adolescenti, come dicono alcuni psicologi, sono nell’età “dell’immortalità” e non hanno interesse verso le ricadute sociali delle attività che praticano. L’unico modo per fare presa su di loro è quello di trovare un’esca. Noi ci riusciamo perché, presentandoci come matematici ed esperti di giochi, ci scambiano per qualcuno che possa spiegare come vincere. Tra i ragazzi è diventata leggenda la storia dei matematici che, giocando a black jack in alcuni casinò di Las Vegas, erano riusciti, contando le carte e calcolando le probabilità, a vincere molti soldi. Altro fattore di successo del nostro metodo è la scelta di parlare soprattutto di matematica e solo velatamente del problema “sociale”. Infine il tipo stesso di comunicazione che scegliamo, le sue forme, hanno un impatto specifico su un pubblico giovane. Grafica, titolo e stile della comunicazione sono fondamentali. Insomma: matematica, ricadute sociali affrontate “a margine”, comunicazione accattivante: ecco gli ingredienti della ricetta.
Quali sono i giochi che “fregano” di più? E quali possono essere, oltre alla prevenzione nelle scuole, misure utili a regolamentare l’azzardo e i suoi effetti collaterali (dipendenza, usura, riciclaggio)?
In Italia sono le slot machine i giochi che succhiano più denaro, e mietono più vittime. Tra i giovani la classifica vede in testa il poker on line (“tournament” o “cash”) ma anche quello “artigianale”, praticato a casa. Subito dopo vengono le scommesse sportive e infine i gratta e vinci che non costano troppo, ma che – bisogna ricordarlo – ai minorenni non si potrebbero nemmeno vendere.
Cosa si potrebbe fare? In questa fase la risposta è la più semplice, ma insieme la più disarmante. Si può fare qualsiasi cosa, qualsiasi iniziativa sarebbe più utile del “nulla” cui assistiamo oggi: l’informazione sui rischi praticamente non esiste, le sanzioni verso i gestori degli esercizi che non controllano l’età dei giocatori sono ancora bassissime. Cominciano a sentirsi le prime proposte, come quella di Settimo Torinese di non mettere siti di gioco o slot vicino a luoghi come scuole, ospedali, case di cura, in cui ci sono giovani o persone che vivono momenti difficili della propria esistenza. Purtroppo a oggi sono ancora iniziative isolate.
Prendo da Linkiesta questo articolo di Marta Casadei
Dodici ore di fila in piedi, pagamenti in ritardo, perfino enormi danni alla salute. … nei giorni scorsi in Cina è scoppiato un nuovo caso che coinvolge un grande nome della moda internazionale: Gucci. Secondo quanto riportato dai giornali cinesi come il National Business Daily – e dal China Daily Usa, l’unico che io riesca a leggere direttamente essendo in inglese – cinque dipendenti di un negozio Gucci (PPR Group) a Shenzen hanno accusato l’azienda di averli pagati in ritardo ma soprattutto di aver imposto loro condizioni di lavoro disumane. L’impossibilità di mangiare o bere durante tutte le ore di lavoro – fino alle 22, orario di chiusura dei negozi, e oltre, per avvantaggiarsi per il giorno dopo – avrebbe addirittura causato un aborto spontaneo a una delle dipendenti. Per quanto riguarda i pagamenti in ritardo, Gucci era già stato coinvolto in una disputa con un ex operation manager dell’azienda in Cina che, non essendo stato pagato, ha fatto ricorso al Chaoyang Arbitration Committee for Labor Disputes di Pechino. Gucci, dal canto suo, nega ogni possibile comportamento scorretto nei confronti dei dipendenti affermando che il loro benessere è in cima alla lista delle priorità del marchio, che in Cina ha trovato un mercato fiorente come molte griffes del lusso italiano (sempre il China Daily Usa riporta una redditività del +36.5% nella prima metà di quest’anno). Stabilire chi ha ragione è praticamente impossibile ad oggi, considerando anche le scarse informazioni giunte fin qui. Se fosse falso questa non sarebbe che una pessima pubblicità per il marchio dalla doppia G impegnato anche sul fronte Africa ad aiutare donne e bambini disagiati. Se fosse vero sarebbe una deriva inqualificabile, soprattutto per chi predica la qualità dei prodotti e delle logiche occidentali.
Scontri al Cairo, almeno 25 le vittime. Intervista di Christian Elia a Giorgio Del Zanna, autore di I Cristiani e il Medio Oriente
L’ultimo bilancio degli scontri scoppiati ieri in Egitto, tra forze dell’ordine e dimostranti della minoranza copta, sarebbe di almeno trentasei morti, secondo fonti copte, mentre le autorità confermano ventiquattro vittime. Almeno duecento i feriti, più di quaranta gli arresti. Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha convocato oggi una riunione di emergenza del governo. La protesta è degenerata, dopo che i cristiani copti, che in Egitto rappresentano più o meno il dieci per cento della popolazione, sono scesi in piazza per chiedere giustizia per l’incendio di una chiesa cristiana ad Assuan. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e doveva radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per manifestare anche contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana. La comunità cristiana è furiosa anche perché, a loro dire, in vista delle elezioni legislavive fissate per il 28 novembre prossimo, la giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non avrebbe garantito ad altre forze il tempo necessario per organizzarsi. L’unica forza pronta sarebbe quella dei Fratelli Musulmani. L’imam della moschea di al-Azhar al Cairo, luogo chiave della fede islamica nel mondo, ha invitato oggi i leader cristiani per fermare questa spirale di violenza, ma la situazione è rovente.
”Come sempre, va detto, la situazione non è di facilissima comprensione. A noi giungono alcune notizie, ma il quadro complessivo non è semplice. L’Egitto, in questo momento, attraversa una fase di transizione molto complicata, in prossimità delle elezioni. In questo scenario molto fluido agiscono gruppi che tentano di accreditarsi, per influenzare la società egiziana e spingerla in una direzione piuttosto che verso un’altra”, commenta a Peacereporter Giorgio Del Zanna, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, autore del libro I Cristiani e il Medio Oriente, pubblicato dal Mulino. ”Il dato molto interessante emerso in questi mesi, a mio parere, è quello che ha visto i copti – soprattutto nei più giovani – particolarmente attivi e partecipi nel movimento di protesta che ha portato alla caduta del regime di Mubarak”, spiega Del Zanna. ”E’ importante che i copti, soprattutto le giovani generazioni, sentano di voler essere protagonisti in un passaggio di tipo democratico del’Egitto, società della quale i copti sono elemento imprescindibile nella definizione del futuro del Paese. Così come lo sono stati sempre nei passaggi chiave della storia dell’Egitto. Allo stesso tempo queste violenze, negli ultimi anni, si sono ripetute e vanno fermate, anche con una pressione internazionale, essendo un elemento chiave dell’equilibrio regionale”.
Quella egiziana non è l’unica comunità cristiana in fermento. I cristiani in Siria, ad esempio, vivono con paura un eventuale cambio di scenario politico a Damasco, al punto da schierarsi con i regimi come ha fatto lo stesso Shenuda III, papa della Chiesa ortodossa copta nelle prime ore della rivolta anti Mubarak. ”La comunità cristiana nel Nord Africa e in Medio Oriente ha un sentire particolare. Si percepisce che un equilibrio durato decenni possa finire, aprendo la strada a scenari in qualche modo peggiori della situazione precedente”, risponde Del Zanna. ”Lo scenario iracheno, in questo senso, ha fatto effetto. La caduta del regime di Saddam ha determinato un deterioramento della vita dei cristiani in Iraq e un massiccio esodo e oggi quella comunità è più che dimezzata. Ovvio che in Iraq l’intervento militare occidentale non ha aiutato, innescando una spirale di violenze. Ma lo scenario post-regimi, come nell’eventualità di un cambio al vertice della Siria, ad esempio, crea ansie e incertezze. E’ necessario, credo, lavorare molto a rafforzare i rapporti e le relazioni tra cristiani e musulmani, nei territori di origine, proteggendo e sostenendo il tessuto del dialogo tra queste comunità che esiste da sempre. Per costruire un clima di fiducia, perché in Siria come in Egitto il problema, adesso, è la sfiducia reciproca. Bisogna lavorare a sostenere equilibri che non siano più garantiti da un regime, per rimuovere quella situazione negativa per la quale una minoranza finisce per sentirsi maggiormente tutelata in una situazione illiberale”.
Tashkent (AsiaNews/Agenzie) – L’Unione europea ha rifiutato un accordo commerciale per facilitare le esportazioni tessili dall’Uzbekistan all’Europa, perché il Paese continua a utilizzare lavoro minorile coatto per i raccolti di cotone. Da anni la comunità internazionale chiede senza esito a Tashkent di non costringere i bambini a interrompere la scuola per i raccolti. L’Uzbekistan è il 5° maggior produttore di cotone e il 3° esportatore. Il cotone costituisce circa il 25% delle sue esportazioni e l’accordo avrebbe abbassato le tariffe doganali europee. Ma il 4 ottobre il Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Ue ha bocciato l’accordo all’unanimità, chiedendo a Tashkent di consentire un pieno e capillare controllo internazionale che non prosegua lo sfruttamento del lavoro minorile “a nessun livello”. Ora la questione sarà sottoposta al voto del Comitato Ue per il Commercio Internazionale. L’Uzbekistan da tempo nega lo sfruttamento di minori per i raccolti di cotone e si difende che per la gran parte si tratta di aziende familiari. Ma le organizzazioni internazionali denunciano, con dati e fotografie, che ogni anno da settembre a dicembre, tra 200mila e 2 milioni di bambini tra i 9 e i 15 anni sono portati via da scuola e costretti a raccogliere il cotone con salari minimi. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) denuncia che i bambini, anche di 10 anni, sono portati con pullman ai campi, con minacce di multe alle famiglie se rifiutano. Joanna Ewart-Jones, addetta al Programma Contro la Schiavitù Internazionale, osserva che “il 90% del cotone uzbeko è raccolto a mano, e circa la metà è raccolto da lavoro minorile coatto voluto dallo Stato”. Il governo uzbeko tuttavia si avvantaggia per la sua posizione strategica nell’Asia Centrale. Mentre l’Ue restringe il commercio, gli Stati Uniti discutono se togliere le sanzioni imposte nel 2004 per le violazioni contro i diritti umani, sebbene la situazione non sia migliorata. Il governo Obama vuole riprendere la collaborazione militare con il Paese, per la sua posizione strategica nel cuore dell’Asia Centrale e vicino ad Afghanistan e Pakistan. Inoltre il Paese è ricco di gas, molto ambito dall’Europa oltre che da Russia, Cina e altri Stati.
Prendo da PeaceReporter un pezzo su un libro che potrebbe interessare ai “quintini”. L’articolo è di Christian Elia.
Un eretico si aggira per le strade, e per le librerie, d’Italia. Martin Caparròs, per presentare il suo libro “Non è un cambio di stagione – Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, edito da VerdeNero, attraverserà lo stivale portando in giro il suo unico dogma: non avere dogmi. Giornalista e scrittore argentino, 54 anni, Caparròs ha conosciuto l’esilio – a Parigi – durante la dittatura militare nel suo Paese. Una penna graffiante, allergica al comune senso della retorica. Questo libro è un invito a coltivare il dubbio. Perché i suoi viaggi, in luoghi del pianeta ”dove la notte è notte e non c’è luce che la distragga” sono una sfida. A mettere in discussione una serie di concetti che siamo stati educati a sentire come nostri. Ma non è chiaro dopo quanta, reale, riflessione.
Lo scrittore argentino, mettendo in discussione in primo luogo sé stesso, parte da quello che lui ha sentito come un furto. ”Quando la destra si è appropriata del cambiamento?”. In prima battuta, rispetto al tema del libro, sembra che si parli solo del cambiamento climatico, il cosiddetto riscaldamento globale. Manila e le isole Marshall, il Marocco e la Nigeria, Sidney e le Hawaii. Storie, persone. Quelle che, davvero, soffrono le conseguenze di un mutamento che non sanno spiegare. Se non con le parole d’ordine di questi anni: riscaldamento globale. L’approccio più ingenuo a un libro come questo sarebbe quello negativo. Caparròs, come tanti scienziati prezzolati in giro per il mondo, non nega che abbiamo un problema nel rapporto tra lo stato di salute del pianeta e sviluppo economico dello stesso. Lo scrittore non nega nulla, ma si chiede perché. Perché, in primo luogo, non venga messo in discussione questo modello sociale, economico, culturale che, dopo la caduta del muro di Berlino, appare dominante. Rispetto all’aspirazione legittima di paesi emergenti a uno sviluppo economico, qual è la risposta? Per Caparròs è troppo semplice, adesso, per i paesi ricchi dire che non si può, non a quelle velocità, non con quel modello di sfruttamento delle risorse. Buoni a dirlo solo ora, come i politici citati ad esempio da Caparròs: Al Gore e Kofi Annan. Quando erano, rispettivamente, vice presidente degli Usa e segretario generale dell’Onu non hanno mosso un dito. Adesso, a capo di fondazioni milionari, diventano i paladini dell’energia pulita. Business pure quello. Caparròs ce l’ha con quelli che chiama ecololò, i militanti sempre radical, spesso chic, che dal comodo scranno dell’opulenza lanciano strali contro l’inquinamento del mondo. Per l’autore argentino, però, contribuiscono a un arrocco conservatore che non ha più nulla dell’anelito internazionalista della sinistra storica. Salvare le tradizioni, senza capire chi è che le sceglie, le tradizioni da salvare. Un invito, il dubbio come sale del pensiero. Una rivoluzione che deve partire dalla società, dalle società globali. Mettendo in discussione quello che ha creato questa situazione, non stabilendo che per salvare quello che resta si deve perpetuare l’esclusione di una parte di mondo dallo sviluppo. Un libro politico, senza alcuna pretesa tecnica. Caparròs si presenta per quello che è, un ”voyeur che l’ha trasformato in un mestiere”. Non è un climatologo che deve rispondere alle sue provocazioni, ma un politico. E tutti quelli che si sentono parte di una società globale che deve continuare a porsi domande.
Nel giorno in cui il Nobel per la pace viene conferito a tre donne, mi piace ricordare che oggi cade l’anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Per raccontare la storia della giornalista russa è uscito un volume a fumetti di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto. Ecco come Ottavia Piccolo presenta l’opera.
“Non è giusto aver bisogno di eroi, ma è questo che Anna Politkovskaja è diventata: una figura eroica. Eppure faceva soltanto il suo lavoro, la giornalista. Ho un’immagine fissa davanti agli occhi: un sette di ottobre, il giorno dell’anniversario della morte di Anna, davanti a casa sua, a Mosca, alcune donne appendono un cartello in ricordo della giornalista. Arriva un militare, prende quel cartello, lo stacca, e una delle donne, un’anziana signora, minuta ma piena di coraggio, afferra anch’essa il cartello, non smette di discutere col militare e si fa trascinare via attaccata al cartello… Anna Politkovskaja non voleva essere un’eroina, ma era cosciente di essere viva per miracolo, perché qualcuno – forse lo stesso che ne chiese l’assassinio – aveva provvisoriamente deciso di lasciarla vivere. Forse non sapremo mai chi era questo qualcuno, ma certo le persone che in Russia, in Cecenia e in molte parti del mondo aspettano e lottano per sapere la verità sono una folla. In Italia sono nate molte associazioni nel nome di Anna, molti libri sono stati scritti… Ora arriva anche una storia disegnata: che stupenda idea! Mi fa venire alla mente quando comparve il primo Persepolis di Marjane Satrapi, autobiografia disegnata, così intelligente e concreta, così “ferma” sulla carta che mi ritrovai a pensare che nulla più di Persepolis ci avrebbe fatto capire la condizione di chi viveva in Iran. Ecco, raccontare Anna Politkovskaja con un fumetto forse ci voleva proprio. Completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua. E lo completa con l’urgenza di chi – sceneggiatore e disegnatrice – sono consapevoli che un’eroina coraggiosa e coerente, una donna dignitosa e altruista come la Politkovskaja ha tutto il diritto di muoversi e fermarsi nelle tavole del cantastorie.”
Una piccola riflessione appena suggerita, un piccolo accostamento.
Tina Ceci, 37 anni. Matilde Doronzo, 32. Giovanna Sardaro, 30 anni. Antonella Zaza, 36. E Maria Cinquepalmi, 14 anni, figlia dei proprietari di quel maglificio nel sottoscala della palazzina di Barletta dove le donne sono morte. Un maglificio del quale non c’era traccia, tutte lavoratrici in nero, per meno di quattro euro l’ora. «Ma queste erano donne normali! Lavoravano per bisogno, mica per divertimento. Avevano bisogno di pagare il mutuo, la benzina. Non avevano il contratto ma avevano la tredicesima pagata. Magari non erano proprio assunte, ma il lavoro da queste parti serve, mica ci si sputa sopra».
1908, New York, 129 operaie dell’industria tessile Cotton scioperano per protestare contro le terribili condizioni in cui sono costrette a lavorare. L’8 marzo (o il 25 secondo alcuni), il proprietario Mr. Johnson blocca tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento. Scoppia un incendio doloso e le 129 operaie prigioniere all’interno dello stabilimento muoiono arse dalle fiamme. Da allora, l’8 marzo è stata proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.
Mentre il mondo piange Steve Jobs e io piango la mia adsl che pago come 7 mega e va a meno di mezzo, il governo indiano ha presentato un dispositivo ultraeconomico per abbattere il digital divide: un tablet ultraeconomico da 35 dollari destinato agli studenti delle università del subcontinente. “I ricchi hanno accesso al mondo digitale, mentre i poveri ne sono esclusi: Aakash porrà fine al digital divide”, ha dichiarato il ministro indiano dell’Istruzione, Kapil Sibal. L’Aakash (‘Cielo’ in hindi), sistema operativo Andoid 2.2 Froyo e schermo da 7 pollici (risoluzione 800×480), è stato progettato dall’Indian Institute of Technology in collaborazione con l’azienda britannica DataWind, e viene fabbricato in uno stabilimento di Hyderabad. Il governo indiano acquisterà milioni di pezzi che verranno distribuiti alle università. Il dispositivo sarà presto messo anche in vendita, pure all’estero, con il nome ‘UbiSlate’ a circa 60 dollari. E in Italia? Il prezzo dei libri di testo è aumentato di media dell’8% rispetto al 2010…