Un pessimo segno dei tempi il fatto che il Parlamento, non potendo occuparsi del bene del Paese rimasto in poche sporchissime mani, si sia incattivito nell’impresa di dettare norme su come morire. Costituzionalmente disabile,per come è stato eletto, a provvedere alla vita, si dedica alla morte. Il Parlamento lo fa non solo dettando per legge i termini della «morte naturale», ma intromettendosi in quella sfera personalissima che una volta era il cosiddetto testamento spirituale, nel quale ciascuno pensava se stesso nel momento futuro della morte, per vedere quale fosse l’ultima parola da lasciare ai vivi. Di questa parola il legislatore si appropria, del testamento fa carte false, o anche carta straccia; si chiama testamento biologico, ma in realtà è l’atto di fede in cui una persona dice come crede nella vita: se crede che la vita non stia tutta nella vita fisica, sicché se si lascia questa non è la vita intera che si lascia; se crede alla distinzione tra nuda vita, vegetale o animale che sia, e una vita rivestita dell’umano, e magari umanizzata dallo spirito divino; oppure crede che senza ventilazione non c’è nessuna vita.
È triste e pericolosa una società nella quale si sente il bisogno di fare una legge sulla morte, soprattutto per proibire una buona morte, che in greco si dice eutanasia. Vuol dire che siamo arrivati a un grado di tale sospetto reciproco, di tale sfiducia nei parenti, nei medici, negli infermieri, nei giudici come se tutti fossero lì pronti a toglierci la vita, che c’è bisogno di una legge, di una ferrea norma penale per vietarglielo. Una volta, quando si moriva in casa, e quando le macchine non intercettavano quello che si chiamava «il ritorno alla casa del Padre», ciò sarebbe stato inconcepibile. Ma ora abbiamo a che fare con un legislatore che pretende di estendere il suo controllo su tutte le pieghe della realtà, e con una maggioranza parlamentare che ha patito come uno scacco, come un’intollerabile usurpazione il fatto che la povera Eluana Englaro morisse un attimo prima che un suo sovrano decreto glielo impedisse. Vuole una rivincita su tutte le Eluane Englaro del futuro.
La Chiesa farebbe bene a non mettercisi in mezzo. Per molte ragioni. La più mondana è che se la Chiesa detta alla politica l’agenda etica, una politica cattolica, fatta o ispirata dai cattolici, non è più possibile: è possibile solo una politica ecclesiastica eseguita magari da miscredenti e corrotti per tutt’altri motivi. Fino a quando la Chiesa dei vertici si assume la titolarità delle scelte politiche che giudica per lei rilevanti, la Chiesa della base, cioè i fedeli laici non possono farci niente, ed è inutile auspicare una nuova generazione di politici cattolici e magari proporre ad attempati pionieri di una nuova Dc un codice della Segreteria di Stato arcaicamente chiamandolo codice di Camaldoli. La ragione più ecclesiale è che il declino della Chiesa in Italia, dopo gli anni del Concilio, è cominciato quando essa si è tutta concentrata ed esaurita nella lotta contro il divorzio, e poi in quella dell’aborto, e poi, sempre più polarizzandosi, in quella per la vita «dal concepimento alla morte naturale»; ciò comportava una riduzione del cristianesimo a una sorta di Autorità di garanzia della vita fisica (purché «innocente») e un invilupparsi del movimento cristiano nei movimenti per la vita. Di conseguenza doveva venirne l’arretramento del suo progetto religioso in progetto culturale. La ragione più spirituale è che nella riduzione della fede ad etica, cioè a casistica dei comportamenti ammissibili, si perde l’essenziale del messaggio di salvezza. La religione dei precetti c’era già, erano tanti, ed era il giudaismo. Se c’era da aggiungerne di nuovi, a ogni cambiamento di culture e di tecniche, non c’era bisogno che partorisse Maria. La novità del cristianesimo sta nell’aver portato l’etica, la norma dell’agire, dal dominio della verità al dominio dell’amore, dal regno dell’obbedienza al regno della libertà. Ogni volta la Chiesa fa fatica ad essere la Chiesa di quel messaggio lì: è più semplice affermare una verità, dichiararla oggettiva (in temporale universale e astorica) ed esigere comportamenti conseguenti. L’ultima volta fu quando nella Pacem in terris Giovanni XXIII voleva dire agli uomini che se volevano la pace, dovevano farsi guidare (ducibus) dalla verità, dalla libertà, dalla giustizia e dall’amore. I censori gli obiettarono che non si poteva mettere sullo stesso piano la verità e la libertà, perché il magistero dei recenti pontefici aveva stabilito una gerarchia, era la verità che doveva decidere di tutto, la libertà era vigilata, doveva passare all’esame di chi deteneva la verità. Non parliamo poi dell’amore. Papa Giovanni lasciò quelle parole come stavano. La dignità dell’uomo stava nel poter cercare liberamente la verità, l’etica stava nel farsi discepoli dell’amore di Dio.
Cuius regio eius religio: era quel principio per cui una persona doveva praticare la stessa religione del suo regnante, altrimenti era invitato a rivolgersi altrove. Conosco molte persone che lo stanno rimpiangendo e che lo invocano, le stesse che continuano a sperare nell’inserimento di un richiamo alle radici cristiane dell’Europa all’interno del testo costituzionale del continente. Tale speranza non è legata a uno spirito di devozione o a un effettivo riconoscimento storico culturale alla religione cristiana, quanto a una logica di contrapposizione nei confronti di chi si può configurare come diverso, come alterità, come nemico, come minaccia. Ma definirsi solo in base a una caratteristica può essere limitante. Se gli italiani si definissero solo in base alla lingua italiana avremmo da un lato nuovi italiani che hanno imparato la nostra lingua e dall’altro ex italiani che hanno conosciuto solo uno dei dialetti e l’italiano non lo hanno mai parlato. Definirsi solo in base a delle radici religiose porterebbe a discriminazione che la storia ha già conosciuto (ghettizzazioni); si arriverebbe inevitabilmente a una maggioranza dominante e a delle minoranze sull’orlo dell’esclusione. Se da un lato può essere comprensibile la spinta a un rinsaldamento identitario di una comunità, soprattutto se volto alla ricerca di un tessuto etico condiviso, dall’altro si corre il rischio di pensare che il proprio modello sia il migliore e che pertanto non si confronti con gli altri ma vi si contrapponga. Nasce così l’idea di un occidente cristiano che si difenda da tutto ciò che possa arrivare dall’esterno.
Sorgono però a questo punto delle domande.
Dov’è nato il cristianesimo? Qual è la sua culla? L’Occidente quando è nato? Qual è stato il ruolo dell’Europa orientale? L’est europeo è pur sempre a ovest di qualcosa, ma è compreso nell’idea di Occidente? Occidente, Europa e cristianesimo davvero possono coincidere?
Pubblico questa interessante inetrvista che Valeria Pelle ha fatto ad Antonio Nicaso. Penso fornisca molti spunti i riflessione e meditazione.
Antonio Nicaso è uno scrittore e uno studioso scomodo. Uno dei massimi esperti di mafie a livello internazionale (www.nicaso.com), docente di storia contemporanea e delle organizzazioni criminali in una università americana, già consulente della Cnn, autore di un editoriale settimanale su uno dei maggiori network canadesi. Di quelli che siedono alla corte di nessuno, se non dell’etica. Un’etica personale che si nutre di valori forti ed elementari: il coraggio, l’impegno sociale, l’onestà, la coerenza, la legalità. Princìpi che gli ha trasmesso la madre. Semplici, saldi, perché «niente è meglio che vivere onestamente». E che hanno preso forma ancora più netta, se possibile, dopo che è diventato genitore. «Da padre, mi sono reso conto di avere una responsabilità in più: essere un esempio, ogni giorno». E così la scrittura, la denuncia, gli incontri. L’impegno contro la mafia, contro le mafie. Ogni giorno. Un impegno che l’ha portato ad essere ospite, ancora una volta, della Settimana della comunicazione, ad Alba, dove l’abbiamo incontrato.
Quando ha iniziato a interessarsi di mafie?
«Avevo sei anni. Non potrò mai dimenticare gli occhi tristi di un mio compagno a cui avevano ucciso il padre. Chiedevo e mi dicevano che non potevo capire, che erano cose da grandi. Mio nonno mi disse: “Lo hanno ammazzato come un cane”. E io cercavo di figurarmi la scena, che senso avesse quella frase, come si uccide un cane. Quell’omicidio è tutt’ora senza colpevoli. Nonostante fosse avvenuto davanti a molti testimoni, la cortina dell’omertà ha protetto i mandanti. Quel pover’uomo è stato ucciso perché non aveva comprato il ferro dai mafiosi. L’ho scoperto dopo. E ho deciso che io non sarei stato in silenzio».
Così ha iniziato a scrivere…
«È un modo per onorare persone come don Diana che diceva: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Per dar voce ai tanti onesti che vogliono uscire dal pantano in cui le mafie hanno impastoiato il nostro Paese. E per mafie intendo le cinque organizzazioni che abbiamo in Italia: Cosa nostra, siciliana, la ‘ndrangheta calabrese, che fattura 55 miliardi di euro l’anno, la camorra napoletana, la più antica, la Sacra corona unita pugliese e la più recente, la mafia dei Basilischi in Basilicata. Per combattere le mafie abbiamo a disposizione un’arma potentissima: la conoscenza. Per questo scrivo, da solo o insieme al procuratore Nicola Gratteri (ultimo libro: La giustizia è una cosa seria, Mondadori 2011). Per questo da 30 anni porto avanti quello che per me è un piacere e insieme un impegno sociale: incontrare i ragazzi nelle scuole, nelle iniziative a sostegno della legalità. Cerco di offrire loro spunti su cui riflettere, di stimolare la loro voglia di indignarsi».
E senza mai chiedere compensi.
«Per me questo è un impegno civile, che qualche settimana fa mi ha offerto due grandi soddisfazioni. Un ragazzo mi ha fermato per strada e mi ha stretto la mano ringraziandomi. Mi ha detto che era uscito dal ghetto, era diventato avvocato e che quella strada gliel’avevo mostrata io, che avevo parlato alla sua classe quando frequentava le medie».
E la seconda?
«Mia figlia di 9 anni che era con me, quando il giovane si è allontanato, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Ora ho capito cosa fai, papà. Sono orgogliosa di te!”».
Nei libri dice che le mafie sono diffusissime, si stanno espandendo, specialmente la ‘ndrangheta, in contesti insospettabili. Cosa si può fare per combattere le mafie e cosa può fare la Chiesa?
«La Chiesa potrebbe sostenere la voglia di cambiamento. Ma occorrerebbe una presa di posizione netta dei vertici, un atto dal forte valore simbolico. Se ai mafiosi fossero state applicate le restrizioni che subiscono i divorziati, forse avremmo malavitosi meno arroganti. Se il Santo Padre scomunicasse i mafiosi, negasse loro i sacramenti, la possibilità di fare i padrini di battesimo o di cresima, darebbe ai preti di parrocchia, ai preti di frontiera il sostegno di cui hanno bisogno e diritto. Perché sono tanti quelli che hanno il coraggio d’insegnare ogni giorno ai loro ragazzi il catechismo della legalità. Ma ci sono tanti – e li capisco – che sono in difficoltà, si sentono soli, in contesti difficilissimi. E hanno paura. Di minacce ai preti per i contenuti delle loro omelie si hanno notizie dalla fine dell’Ottocento, quando la mafia ha preso forza, nutrita dai politici dell’Italia che si stava formando. Quella classe politica che si affermò garantendo ai baroni lo status quo, ovvero che la terra in Meridione sarebbe rimasta in mano ai pochi latifondisti, e che la riforma agraria di cui la gente del Sud avrebbe avuto tanto bisogno (e che spinse tanti a ingrossare le file dei garibaldini) mai sarebbe avvenuta. Come, appunto, accadde. L’anatema lanciato da papa Wojtyla nella Valle dei templi contro la mafia per un certo tempo aveva annichilito l’ardire. Affermare che i mafiosi, col loro comportamento, son fuori dalla comunità di Dio ora non basta. Alla regola deve seguire la sanzione. Non si può essere duri con il peccato e tolleranti con il peccatore».
Ma il perdono è uno dei principi fondanti del cristianesimo…
«Infatti le mafie hanno attecchito benissimo nei Paesi cattolici. Non hanno avuto successo nelle culture protestanti, dove non c’è la consolazione di un perdono che può avvenire anche sull’ultimo respiro vitale, ma si chiede di scontare già sulla terra le colpe di cui ci si è macchiati. In attesa di parlarne, poi, a quattr’occhi con Dio».
Quindi la Chiesa non dovrebbe accogliere le persone “in odor di mafia”?
«No. Le mafie (la ‘ndrangheta in particolare) si presentano con riti d’iniziazione che molto mutuano da riti religiosi. I mafiosi traggono spesso legittimazione durante le processioni religiose: i loro affiliati portano le statue dei santi, i capi fanno a gara per organizzare i fuochi pirotecnici più spettacolari. E guadagnarsi così il plauso della gente. Spesso il percorso del corteo è deciso dalle cosche. In certi paesi le statue dei santi vengono fatte inchinare davanti alla casa del boss. Ma quella non è fede, è superstizione. La Chiesa potrebbe far molto per risvegliare le coscienze sul fronte dell’etica, della coerenza, apostolato sociale, gestione onesta della cosa pubblica. Con la promessa dell’8‰ è stata imbavagliata. Se i vertici non prendono una posizione forte, i preti che operano nei luoghi di mafia si sentiranno soli, magari delegittimati, potranno incappare nella seconda forma di omertà, non quella di chi vede e non parla, ma quella di chi non vuol vedere, che nega l’evidenza, si inchina allo status quo. E liquida tutto con un’alzata di spalle e un “è sempre stato così”».
Fra echi biblici e leggende di mare Erri De Luca narra una storia senza tempo calandola nelle vicende di oggi. Un testo scritto per il teatro che ha l’andamento di un indimenticabile racconto. Il lavoro (L’ultimo viaggio di Sindbad, Einaudi) è del 2003; i drammi e le tragedie di allora sono le stesse di questa stagione, di questi giorni.
Il capitano di un vecchio battello è al suo ultimo viaggio. Sottocoperta un carico di uomini, donne, bambini aspetta di arrivare alle coste italiane.
“Scena 12
Sera, in cabina di comando, capitano al timone, entra il nostromo.
NOSTROMO Capitano Sindbad, la donna ha partorito, abbiamo un altro gesubambino.
CAPITANO Ha fatto male, il bambino piangerà e gli altri sbarcati l’abbandoneranno.
NOSTROMO Non piange, è morto.
CAPITANO Fallo mettere in mare.
NOSTROMO La donna vuole portarlo a terra.
CAPITANO A terra è infanticidio, in mare è vita restituita, piglialo e mettilo a mare.
Resta solo, dal fondo sale un principio di coro a bocca chiusa. Il nostromo ritorna.
NOSTROMO La donna chiede di metterlo lei in mare.
CAPITANO Falla salire, mettile addosso una giacca da uomo.
Mentre si svolge la piccola cerimonia di una madre che accompagna la sua creatura al cimitero delle onde si ascolta un coro di donne.
Su facebook ho più di 800 contatti. La maggiorparte di essi sono ex studenti, altri sono di amici, altri ancora di conoscenti. Non sempre leggo tutto, non sempre commento tutto. Non sempre ho il tempo di confrontarmi in maniera seria su quel social network che resta appunto un social network. Preferisco scrivere qualcosa di più serio e ponderato qui…
In questi giorni in cui sono ripresi gli sbarchi di clandestini a Lampedusa molte persone esternano le loro idee e i loro pensieri sullo stile “che se ne stiano a casa loro”… “dovremmo sparare”… “affondassero tutti”… Penso che il discorso parta da molto lontano e si avvicina molto a “se uno sta bene a casa propria, che ragioni ha di andarsene?”. Certo risulta difficile accogliere e dare una mano a tutti coloro che non stanno bene a casa loro, così come è impensabile sorreggere tutte le situazioni di povertà là dove si verificano per evitare trasmigrazioni di massa… Ma un modo intelligente di aiutare è quello che ho letto in un articolo di Riccardo Barlaam, giornalista che scrive per Il Sole 24 ore
Meglio insegnare a pescare
di Riccardo Barlaam
Basta donazioni a pioggia per combattere la fame. Molte aziende alimentari occidentali hanno deciso di trasferire le loro conoscenze e competenze tecnologiche a imprese africane per progetti di sviluppo locali. L’esempio della General Mills.
Non ti do il pesce, ma la canna da pesca, e ti insegno a usarla, perché tu possa pescare da solo. Nel 2007, Ken Powell, amministratore delegato di General Mills, multinazionale alimentare americana – che ha nel portafoglio marchi come Yoplait, Old El Paso, Cheerios, Haagen Dazs – chiese ai suoi collaboratori di cercare idee innovative per aiutare a combattere la fame nei paesi africani, idee che non fossero limitate solo alla donazione di cibo. «Fin ad allora – spiegò Powell, manager della major statunitense – avevamo sempre donato aiuti economici o cibo. Ci sembrava di non incidere. Non volevamo lavarci la coscienza, facendo qualcosa per l’Africa con aiuti a breve termine, o progetti che finivano chissà dove. Allora abbiamo pensato di sfruttare le nostre conoscenze per aiutare le imprese africane con progetti di sviluppo e di miglioramento tecnologico che avessero un respiro più a lungo termine». General Mills cominciò con l’esplorare le possibilità di creare piccoli processi di produzione alimentare nei villaggi rurali. Ma subito si rese conto che c’erano tanti ostacoli da superare, prima ancora di iniziare a pensare alla produzione alimentare, anche se su piccola scala. Mancava l’acqua potabile; l’elettricità non c’era sempre; né vi erano tutte le condizioni necessarie (catena del freddo, magazzini, logistica) per pensare alla produzione alimentare «per aiutare gli africani a realizzare da soli i processi produttivi di una moderna industria alimentare: bisognava prima creare le condizioni per impiantare una moderna industria di cibo», fu la conclusione di Peter Erikson, vice presidente della General Mills, incaricato di seguire il progetto “Dare la canna da pesca agli africani”. Da allora, la fondazione General Mills ha investito 1,5 milioni di dollari per formare tecnici alimentari in Zambia, Tanzania, Kenya, Malawi. Molti di loro sono stati, in questi anni, nel quartiere generale della multinazionale nel Minnesota, per lunghi periodi di training. La Nyrefami Ltd, società di molitura della Tanzania, che produce farina, è riuscita a migliorare la propria produzione, introducendo un processo di controllo qualità all’ingresso delle merci. La farina prodotta fino ad allora era contaminata da rifiuti, escrementi di topo e altri materiali che entravano con la materia prima. È stato introdotto, quindi, un processo di lavaggio e asciugatura del grano, prima della produzione vera e propria della farina attraverso la macina. La farina Nyrefami, usata nell’alimentazione di famiglie e bambini della Tanzania, oggi ha un livello qualitativo migliore, grazie a questo progetto di formazione del tecnico africano. Questa è solo la prima parte della storia…
Altre multinazionali alimentari si sono unite alla General Mills, tra cui l’americana Cargill e la danese Royal Dsm Nv, accomunate dall’obiettivo di trasferire know how alle aziende africane per sostenere lo sviluppo dei loro processi produttivi alimentari. Assieme hanno dato vita, poche settimane fa, a una organizzazione non governativa. L’ong si chiama Partners in Food Solutions e ha come primo punto statutario la missione di aiutare le aziende alimentari a condividere le proprie conoscenze tecnologiche con le aziende africane e di altri paesi in via di sviluppo. Tutte le aziende alimentari, anche quelle italiane, possono unirsi al progetto della Pfs. È un modo per fare volontariato, per fare business etico, per aiutare in modo concreto le piccole e medie aziende alimentari già esistenti in Africa a sviluppare e a migliorare i propri processi produttivi. Niente più donazioni alimentari che arrivano dall’alto a pioggia. Basta con cose che spesso non servono. Si vuole dare la canna da pesca, più moderna della semplice canna di bambù, con il filo e l’amo, e anche la formazione per usarla nel migliore dei modi. La Pnf ha già un paniere – termine appropriato in questo caso che parliamo di alimentare – di 15 progetti di sviluppo legati ad altrettante aziende alimentari in Kenya, Zambia, Tanzania e Malawi, che si pensa miglioreranno indirettamente l’attività di circa 60mila piccoli agricoltori. Lo scorso anno, ha raccontato Erickson, un progetto legato alla produzione di latte in polvere ha avuto come conseguenza la necessità di stabilire uno stesso prezzo di acquisto per i produttori di latte: un prezzo minimo garantito per gli agricoltori, anche quelli più piccoli, che hanno meno forza nei confronti dei produttori alimentari africani, “costretti” così, in ragione dell’adozione di procedure standard, a riconoscere anche a loro lo stesso prezzo.
Concludo il “trittico africano” con questo articolo su un paese di cui si è poco parlato e che è uno dei più ricchi di tutto il continente.
Algeria, una rivolta in stand by
di Luciano Ardesi
Gli algerini hanno già vissuto la rivoluzione nel 1988. Oggi non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti. Ma se le promesse del governo – dagli alloggi ai prestiti, ai posti di lavoro – tardassero a venire, la collera potrebbe riesplodere.
Non ci sarà in Algeria una rivoluzione come quella conosciuta dalla Tunisia e dall’Egitto. È la conclusione su cui concordano molti protagonisti di questi agitati primi mesi dell’anno. Gli algerini, naturalmente, hanno seguito con attenzione, e sostenuto, i loro cugini di Tunisi e del Cairo. Ritengono, tuttavia, che loro la rivoluzione l’hanno già fatta nel 1988. L'”Ottobre nero” – frutto di una rivolta popolare repressa nel sangue dai militari – ha già portato i risultati che i vicini assaporano in parte solo ora: fine del partito unico, passo indietro dell’esercito (al potere dall’indipendenza), nuova costituzione, libertà per la carta stampata (radio e tv rimangono monopolio dello stato). Sanno anche com’è andata: sull’onda della rivoluzione, le prime elezioni libere (dicembre 1991) hanno portato al successo il partito fondamentalista, il Fronte islamico di salvezza (Fis), e alla possibilità di instaurare la repubblica islamica, iscritta nel suo programma elettorale. Per questo, il secondo turno delle elezioni fu sospeso (gennaio 1992) con l’intervento incruento dell’esercito, sostenuto da una parte della società civile. Seguì una stagione di sangue (decine di migliaia di morti), causata dalla follia omicida di una frangia terrorista del fondamentalismo islamico, ma anche dai militari che non lesinarono sui mezzi per stroncarla. Sul piano militare, il terrorismo è stato sconfitto, benché continui con attività sporadiche e con il tentativo di riorganizzarsi su base regionale con al-Qaida nel Maghreb islamico. Sul piano politico, la riconciliazione nazionale (la legge sulla “concordia civile” del 1999) e le amnistie (e amnesie) che ne sono seguite non sono riuscite a pacificare gli animi. Sotto l’ombrello dello stato d’emergenza (febbraio 1992), il potere ha mantenuto un sistema autoritario con una drastica limitazione delle libertà pubbliche. Se di qualcosa gli algerini hanno paura, non è certo della repressione o delle bastonate, ma di un nuovo 1992. E non vogliono rivivere la delusione della “primavera cabila”, che nel 2001 parve aprire, attraverso il successivo riconoscimento della diversità culturale e linguistica dei berberi, alla pluralità politica. Non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con tutti gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti.
La divisione del movimento
All’ordine del giorno non c’è la partenza del presidente Boutéflika, al potere dal 1999 (il mandato scade nel 2014), ma “il sistema”. Ed è su questo punto che il movimento si divide. Il “sistema”, intanto, non ha aspettato la contestazione. Dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le proteste, le mobilitazioni e le immolazioni, sull’esempio di Mohamed Bouazizi, il giovane che si è dato fuoco in Tunisia, innescando la rivolta. Ma il movimento popolare, praticamente, non ha soluzioni di continuità: da oltre un anno si susseguono quotidianamente scioperi e azioni di protesta in tutte le località dell’Algeria. A differenza di Ben Ali, di Mubarak o dello stesso Gheddafi, il presidente Boutéflika ha subito preso misure di contenimento dei prezzi, di promozione di nuovi alloggi, di prestiti senza interessi per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’Algeria se lo può permettere, grazie all’enorme rendita petrolifera. Il fatto nuovo è che il potere ha accettato di distribuirla. Ciò spiega, in parte, perché la protesta non si sia generalizzata e continui a restare diffusa, sì, ma isolata. Nel tentativo di dare peso e visibilità a questa conflittualità, a fine gennaio si è costituito il Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Cncd). All’inizio, ha raggruppato partiti di opposizione, sindacati indipendenti, organizzazioni della società civile. Poi sono prevalsi calcoli politici, vecchie rivalità e un certo modo di concepire il cambiamento, e il Cncd si è diviso. Una parte chiede al “sistema” un cambiamento al suo interno, con elezioni anticipate, precedute dalla liberalizzazione dei partiti ancora in attesa di autorizzazione, una nuova costituzione, l’apertura dei mass media agli oppositori. Il via a questa ipotesi è stato dato a metà febbraio da Abdelhamid Mehri, già esponente di spicco del Fronte di liberazione nazionale (Fln), con una lettera aperta al presidente, nella quale suggerisce la rifondazione dell’attuale assetto di potere. La parte più radicale, invece, vuole la fine pura e semplice del “sistema”, fondato sulla corruzione e sulla distribuzione delle responsabilità in base all’appartenenza clanica, non alle competenze. Tutti sono consapevoli, peraltro, che una transizione, comunque avvenga, non potrà prodursi senza il consenso dei militari.
La reazione morbida del potere
C’è un’ala del Cncd che ha deciso di continuare, dopo la prima manifestazione del 12 febbraio, l’appuntamento settimanale con “la protesta del sabato”. Il potere reagisce con accortezza. Fa in modo che la grande Piazza 1° Maggio, al centro della capitale, sia presidiata dalla polizia in gran numero, impedendo così ai manifestanti di entrare, e organizzando contromanifestazioni a favore del regime. Anche dopo la fine dello stato di emergenza (24 febbraio), le manifestazioni rimangono proibite, secondo il ministero degli interni nella sola capitale. Di fatto, anche quella di Orano del 5 marzo non si è potuta svolgere. In quella del sabato successivo, il potere ha rinunciato a mettere in campo le contromanifestazioni, anche per non cadere nel ridicolo. Al termine delle manifestazioni, gli “oppositori agli oppositori” non hanno nascosto di essere stati pagati dal regime e di condividere le idee dei contestatori. Le proteste non sono finite. Anzi. La gente ha capito che è il momento di far sentire la propria voce. Scioperi e agitazioni di tutti i settori sociali hanno portato a una situazione paradossale. Non passa giorno che il governo non decida di aumentare le retribuzioni di questa o quella categoria, pur di mantenere divisa la protesta. Praticamente, tutti hanno vinto. Il 10 marzo era la data fissata dal governo per lo scioglimento del corpo di 95.000 guardie comunali, gli ausiliari utilizzati negli anni ’90 per monitorare il territorio nel contrasto al terrorismo. Il 6 marzo, una grande manifestazione non autorizzata si è svolta davanti al parlamento, lungo il viale che fronteggia il porto. È stata la prima manifestazione riuscita, dopo quelle dei berberi nel 2001 (è da allora che il potere non permette più manifestazioni nella capitale). Il giorno dopo, il primo ministro ha annunciato l’accoglimento di gran parte delle rivendicazioni, a partire da quelle economiche. Non è il solo caso in cui il governo contraddice sé stesso. Sotto la spinta delle proteste e dei timori del contagio, le autorità hanno rinunciato a regolamentare il commercio informale, che da sempre è una sorta di valvola di sfogo per chi non trova lavoro, e a imporre ai commercianti regolari l’obbligo delle transazioni con assegni al di sopra di un certo valore. Chiunque eserciti un’attività in nero, dai venditori ambulanti ai tassisti clandestini, oggi sente di poter contare sulla benevolenza del potere, che si guarda bene dal fornire il pretesto per fomentare il malcontento.
Tutto come prima
Intanto, la fine dello stato di emergenza non ha portato a sostanziali novità. I posti di blocco continuano come prima. Le misure per la limitazione delle libertà di coloro che sono sospettati di terrorismo sono mantenute sotto nuove vesti. La tv di stato non si è ancora aperta al pluralismo. Tutti vivono nell’attesa, ma senza aspettarsi granché. Il Cncd conferma le manifestazioni settimanali e fissa i suoi appuntamenti. Le diverse categorie sociali si danno il cambio sul palcoscenico delle rivendicazioni e della protesta. Fino a quando potrà continuare questa situazione paradossale? Tutti si attendono un deciso segnale di cambiamento, vistoso sebbene controllato. Il presidente americano Barack Obama avrebbe espresso il desiderio di una transizione pacifica, poiché ritiene Algeri il pilastro della lotta al terrorismo nella regione, tanto che i contatti e i viaggi degli emissari dell’antiterrorismo Usa si sono intensificati in queste settimane. C’è chi scommette che una decisione verrà assunta prima dell’estate; i più pessimisti, entro l’anno. Nessuno sa con certezza quando e quale decisione sarà presa per prima. Gli analisti più attenti si chiedono, tuttavia, se le misure finora adottate basteranno per dare una risposta ai bisogni dei giovani e della gente. Senza un cambiamento vero del suo funzionamento, il sistema rischia di imbrigliare le promesse con i consueti meccanismi della burocrazia e della corruzione. Quando gli alloggi, i prestiti, i posti di lavoro promessi tarderanno a venire, o avverranno in misura inferiore alle attese, la collera potrebbe riesplodere, questa volta in forme incontrollate. Sarà una corsa contro il tempo, fatta anche di astuzie, di furbizie e di convenienze da parte di una classe politica – di governo come di opposizione – che sembra aver perso il contatto con la realtà e con la gente.
Quello che segue è un altro articolo di Nigrizia; si racconta il regime di Gheddafi dal punto di vista di chi l’ha subito.
Libia: dentro la rivolta
di Dauki Leyla
Una panoramica sui misfatti del regime di Gheddafi per comprendere le radici storiche della volontà di cambiamento.
La mia storia e quella della mia famiglia sono simili a quella di tantissimi altri libici. I racconti tramandati da una generazione all’altra offrono uno spaccato di un secolo di storia della Libia a partire dal 1911. Il silenzio e la disinformazione sul nostro paese sono sempre stati per noi incomprensibili e dolorosi. Molti, troppi gli italiani che non sanno quasi nulla di quella che pure fu colonia italiana dal 1911 al 1951. Il colonialismo italiano, sin dall’inizio, impegnò mezzi e metodi durissimi contro le inermi popolazioni locali. Nel villaggio di origine della mia famiglia, non lontano da Tripoli, gli anziani tramandano ancora le gesta eroiche di chi morì per fermare l’invasione. Il mio bisnonno fu impiccato dagli italiani durante la campagna del 1911. Con l’avvento del fascismo, i metodi divennero ancora più cruenti: si crearono campi di concentramento e, nella fase finale, si utilizzarono gas letali per piegare la resistenza della Sanussiyya, la confraternita islamica presente in Cirenaica. Pochissimi gli storici che, dal 1945 a oggi, hanno studiato quegli eventi in modo approfondito e con un approccio diverso da quello coloniale: un grave limite per la conoscenza generale dei fatti, molti dei quali ancora poco noti. Anche la storiografia italiana non ha affrontato in maniera critica il passato coloniale, sia per ostacoli di natura politica sia per remore psicologiche: è sempre fastidioso fare i conti con un passato scomodo. Non solo. Il mito degli “italiani brava gente” ha lasciato impuniti i responsabili dei crimini della “missione civilizzatrice italiana” e ha contribuito a rimuovere dalla coscienza nazionale italiana le migliaia di vittime del suo colonialismo. Recuperare questa memoria aiuterebbe a comprendere la Libia di oggi.
Nessun dissenso
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la legittimità del ruolo della Sanussiyya contro il colonialismo italiano fu riconosciuta dalle potenze europee vincitrici con la creazione di una monarchia e con la messa sul trono, nel 1951, di re Mohamed Idris Al-Sanussi. Ma l’invenzione di una corona, in un territorio dove non esisteva un’identità nazionale, era fragile sul nascere e destinata a non avere legittimazione. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi (fine anni ’50) sconvolse gli equilibri politici, sociali, economici, e diede inizio a un periodo di destabilizzazione e contestazione. Furono gli anni del panarabismo, delle rivoluzioni, dell’unità della causa araba nel conflitto arabo-israeliano, della lotta contro l’imperialismo, la corruzione dilagante e la svendita delle risorse nazionali alle compagnie petrolifere straniere. I giovani scesero in piazza a Tripoli e a Bengasi, spinti dal vento del cambiamento. Tra questi c’erano mio padre e i suoi amici. Conservo foto di folle di manifestanti, di giganteschi ritratti di Gamal Abd El-Nasser, di volti sorridenti e carichi di speranza per un futuro migliore e di desiderio di partecipazione politica. Per tutti il punto di riferimento era l’Egitto di Nasser. E fu proprio quel modello a dettare la natura del colpo di stato del 1° settembre 1969, orchestrato dai cosiddetti “liberi ufficiali”: senza trovare nessuna resistenza e in un clima di generale entusiasmo e appoggio popolare, Gheddafi and Co. presero il potere. Purtroppo, la fiducia e l’entusiasmo iniziali hanno presto lasciato il posto alla disillusione e alla paura. Il socialismo arabo, lungi dal diventare equa distribuzione delle risorse, si è trasformato in controllo capillare di ogni aspetto della vita. È arrivata la censura, si sono bruciati i libri, e si è riscritta la storia libica, negando il ruolo della resistenza della Sanussiyya. L’addestramento militare è diventato parte integrante dell’educazione pubblica. È iniziata una feroce repressione di ogni forma di dissenso, eliminando migliaia di persone, a partire dai più stretti collaboratori (i primi a sparire furono gli stessi “liberi ufficiali”), fino a studenti, medici, giornalisti, avvocati, diplomatici, monarchici, comunisti, religiosi…. La loro colpa? Il dissenso.
Impiccagioni
La repressione è stata sempre abilmente offuscata e taciuta. Nel 1996 nella prigione di Abu Selim furono barbaramente uccisi 1.300 prigionieri politici, colpevoli di aver chiesto migliori condizioni di vita nel carcere. E per anni, madri, mogli e sorelle non hanno potuto piangere i loro morti, che ufficialmente erano soltanto «scomparsi». Anche allora, per il regime i dissidenti erano semplicemente «ratti da sterminare» o «cani randagi da abbattere». Sono stati gli anni bui delle scomparse, dei rapimenti per mano dei servizi segreti in alcuni paesi europei conniventi, tra i quali l’Italia. Per me, nipote di un impiccato e figlia di un dissidente, sono stati anni di incubi notturni. Le immagini televisive dei processi sommari nello stadio di Tripoli, gestiti dai comitati rivoluzionari (elemento fondativo del “governo delle masse”) e delle impiccagioni dei “colpevoli” (tra cui molti amici di mio padre) tornavano a visitarmi la notte. Nel sogno, risentivo la folla che gridava: «A morte i traditori! Noi amiamo soltanto la nostra Guida». Ogni volta che qualcuno suonava alla porta, temevamo che fossero i servizi segreti venuti per portarci via o eliminarci. Vivevamo nascosti, impauriti e indifesi in Italia, Germania, Libia, Gran Bretagna. Nessun luogo era più sicuro per noi. In casa o nella moschea, le pareti ascoltavano.
Islamismo? No
Durante i 42 anni “gheddafiani”, anche se il mondo occidentale non ne era informato, non sono mancati disordini e tentativi di rovesciare il regime. Tutti repressi nel sangue. Anche nella zona del Gebel Akhdar, la vecchia roccaforte della confraternita senussita, e nella Cirenaica. In occasione di quegli eventi, alcune fonti giornalistiche hanno parlato di fondamentalisti islamici. Analisti hanno scritto di quel pericolo come di un tempo di “deriva islamica”. Anche nelle settimane scorse, alcuni reporter hanno sottolineato la forte presenza tra i ribelli della Cirenaica di “personaggi barbuti”, come a dire: c’è il pericolo di una islamizzazione del paese. Dimenticando di far notare che la barba per gli uomini e il velo per lo donne possono anche rappresentare forme di dissenso, specie se sono proibite o non tollerate, come in Libia. La verità è che nelle piazze e per le vie della Libia è scesa la società civile in tutte le sue differenti componenti, trovando nella lotta contro il tiranno un motivo di coesione e di unità. Concludo con alcuni versi di Abu Al-Qasim Ash-Shabi, poeta tunisino morto nel 1934 a soli 25 anni. Hanno per titolo “La voglia di vivere”. Sono stati scanditi in molte piazze arabe negli ultimi mesi.
E’ da un po’ che non scrivo post. Riparto da un articolo che ho letto su Nigrizia di aprile e che ho ripreso in mano stamattina. E’ un editoriale sul futuro a breve termine dell’Egitto. Cosa succederà nei prossimi mesi? Val la pena seguire in estate l’evoluzione degli eventi… L’articolo è di Mostafa El Ayoubi
Si è concluso un inverno politicamente burrascoso per il mondo arabo, che ha spazzato via due dittatori e ridotto a uno stato di estrema fragilità altri leader, che però continuano ad aggrapparsi alle loro poltrone con l’uso dell’unico linguaggio che conoscono per comunicare con i “loro” popoli: la violenza. La situazione attuale nel Bahrein e nello Yemen è drammatica. Quella in Libia è infernale. Tutto ciò fa supporre che la primavera tanto attesa dai popoli arabi non sarà quella appena iniziata. In questi paesi, dove la gente continua a scendere in piazza a gridare «a-shaab yurid jsqat a-nidam» (“il popolo vuole far cadere il regime”), non è possibile prevedere quello che accadrà. Ma nemmeno per i tunisini e gli egiziani, che si sono liberati di Ben Ali e Mubarak, si può affermare con certezza che questa primavera sarà la loro vera prima stagione di democrazia e di libertà. L’avvenire politico, sociale, economico e culturale del mondo arabo dipenderà in gran parte da quello che avverrà nei prossimi mesi in Tunisia e, soprattutto, in Egitto. La tanto temuta controrivoluzione in questi paesi non c’è stata, o perlomeno in questa fase. In Egitto, il tentativo degli uomini di Mubarak di “confiscare”la rivoluzione è stato scongiurato, perché gli egiziani sono rimasti vigili nella Piazza Tahrir, finché i militari hanno accettato di affidare il compito di capo di governo transitorio a Issam Charaf che aveva sostenuto la rivoluzione. Tuttavia, il compito di quest’ultimo è limitato a un’amministrazione degli affari correnti. In effetti, sono i militari i veri padroni sul campo. Sono stati loro a fissare la data per il referendum (19 marzo), ma per emendare la costituzione, non per formularne una ex-novo, come chiedeva il popolo. Il referendum è passato con il 77,2% per il sì, ma dei 45 milioni di aventi diritto, solo 18,5 milioni hanno votato. E saranno sempre i militari a stabilire le date delle prossime elezioni amministrative e presidenziali, probabilmente tra l’estate e l’autunno prossimi. Una scadenza, questa, che non darà il tempo necessario ai partiti di organizzarsi, favorendo così quelli che erano già operativi sotto la protezione dell’ex regime, tra cui il Partito nazionale democratico (Pnd). Gli egiziani temono che il Pnd, il partito di regime, dopo essere uscito per la porta, rientri dalla finestra, e che sia la riforma costituzionale sia le lezioni facciano parte di un’operazione di lifting per consentire al vecchio apparato del regime di ritornare al potere.
In questo quadro politico poco chiaro, i partiti progressisti, liberali e laici faranno fatica a trovare spazio. È molto probabile che la partita si giocherà tra il vecchio (ma riciclato) Pnd e gli islamisti del movimento dei Fratelli Musulmani (due formazioni che non hanno mai fatto della democrazia il principio centrale del proprio agire politico). Se ciò dovesse accadere, il regime politico che nascerà sarà tutt’altro che democratico. Ma ciò che preoccupa molti oggi sono sopratutto gli islamisti. Se dovessero vincere le elezioni, istituiranno uno stato teocratico basato sulla shari’a? Allo stato attuale delle cose, nemmeno loro si pongono tale domanda. Primo, perché la rivoluzione del 25 gennaio non è stata né organizzata né capeggiata dagli islamisti, ma da giovani di diversa estrazione sociale, culturale e politica; le rivendicazioni non erano religiose, ma sociali e politiche; lo stato islamico non era all’ordine del giorno. Secondo, l’approccio alla rivolta da parte degli islamisti non è stato uniforme. I Fratelli Musulmani hanno aderito solo dopo qualche esitazione, mentre il variegato movimento salafista – la cui ideologia prevalente si basa su una teologia di sottomissione che consiste nell’obbedire a un regime, anche se totalitario, purché garantisca l’ordine – si è chiaramente opposto alle contestazioni. La posizione salafista è, in gran parte, conforme alla dottrina wahabita dell’Arabia Saudita. In effetti, il muftì di questo paese aveva bollato le proteste come «macchinazione dell’Occidente».Tra i predicatori salafisti c’è persino chi ha definito la rivolta «un complotto sionista». Sul piano ideologico, vi è una netta contrapposizione tra i salafisti e i Fratelli Musulmani. Questi ultimi, nel corso della loro evoluzione dottrinale, avevano adottato concetti estranei al pensiero islamico classico, come la costituzione e il suffragio universale. Questa evoluzione è considerata dai salafisti «un tradimento e un cedimento alla modernità occidentale». La frattura all’interno della galassia islamista rende impraticabile l’ipotesi della creazione di uno stato islamico basato sulla shari’a in un paese finora controllato dall’esercito militare, ma che vede avanzare un altro esercito civile, quello dei giovani, che ha fatto la rivoluzione, non con i carri armati, ma attraverso una straordinaria rete di comunicazione globale. E se i Fratelli Musulmani – il cui peso socio-politico è tutt’altro che marginale – intendono contribuire alla rinascita dell’Egitto assieme ad altre forze politiche, dovranno adeguarsi alle regole del gioco democratico e trasformarsi in “islamisti democratici”, com’è avvenuto per i partiti politici di ispirazione cristiana in Europa.
Posto questo ottimo articolo pubblicato sul sito di Limes.
Odyssey Dawn: l’inizio di un conflitto imprevedibile
di Claudia Gazzini
Non avrei mai pensato che sarebbe venuto il giorno in cui mi sarei trovata d’accordo con la Lega Nord. Ma oggi forse è così. Non mi riferisco al pericolo sbandierato da Bossi sulla possibile invasione di profughi provenienti dalla Libia. Al contrario, credo che sarà doveroso aiutare chi fuggirà dal paese. Mi riferisco invece al fatto che la Lega è l’unica coalizione politica italiana che ha preso posizione contro la chiamata alle armi.
Non si tratta di pacifismo ideologico a tutti i costi, ma di una posizione, simile a quella della Merkel, dettata dal timore che i bombardamenti aerei in sé non bastino né a mettere fine al quarantennio di Gheddafi né a tutelare i libici. Credo anch’io che ci sarebbe voluta più cautela e un’accurata analisi della situazione prima di votare a favore di un intervento militare internazionale contro il regime di Tripoli.
La velocità con cui il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 e con la quale Francia, Inghilterra e Stati Uniti sono passati ai fatti ha colto tutti di sorpresa. Qualcuno dirà che non c’era tempo per riflettere. Le immagini di Bengasi assediata all’alba di un possibile ulteriore massacro dei civili sollecitavano una decisione rapida. Altri diranno che ragioni di Stato ci hanno spinto a questo intervento immediato.
Inutile sprecare fiato in un dibattito politico sui pericoli dell’intervento. Di fronte alla minaccia di vedere la Francia rimpiazzare l’Italia come primo partner commerciale della Libia e alla possibilità di lasciare che la futura politica mediterranea fosse decisa oltralpe, il governo non ha potuto far altro che salvare il salvabile accodandosi alla coalizione internazionale. Era anche chiaro che, avendo pubblicamente denunciato Gheddafi come sovrano illegittimo, l’Italia (e dunque l’Eni) desiderasse ormai una rapida uscita di scena del Colonnello, il quale aveva già minacciato di offrire le risorse naturali libiche a Russia, Cina e India.
Comunque sia, ora che sono iniziati i bombardamenti sui cieli di Tripoli, è più che mai urgente fare luce sulle possibili conseguenze di questa scelta pericolosa. Se avessimo la certezza che un divieto di sorvolo aereo e un bombardamento delle installazioni strategiche siano sufficienti per far arrendere Gheddafi, impedire l’assedio a Bengasi e permettere così alla Libia di diventare un paese democratico, sarei io la prima degli interventisti. Ma le cose non stanno così. È più probabile che l’imposizione della no-flyzone sia solo l’inizio di un lungo e complicato percorso dai risvolti imprevedibili sia sul piano tattico-militare che sul fronte domestico libico.
Il primo ovvio problema è l’idea che la no-fly zone sia uno strumento per proteggere i civili. Si inizia con un bombardamento aereo di basi militari e installazioni strategiche per annientare la capacità di fuoco delle forze di Gheddafi e ridurre quindi il rischio che vengano abbattuti i velivoli della coalizione impegnati nel pattugliamento dello spazio aereo libico. Lo scopo di tale operazione – ci viene detto – è di impedire che Gheddafi faccia volare i suoi aerei per assediare la popolazione civile nelle zone che si sono sollevate contro il raìs.
Tuttavia, a me risulta che fino ad ora gli aerei del Colonnello sono stati impiegati per riconquistare i terminal petroliferi di Brega e Ras Lanuf e per distruggere depositi di armi e munizioni in mano ai rivoltosi, e non contro i centri abitati. Le notizie di bombardamenti aerei su Tripoli diffuse nelle prime settimane della crisi libica si sono dimostrate infondate. Anche l’aereo in fiamme che precipita sopra un quartiere residenziale di Bengasi la mattina dopo l’inizio dei bombardamenti alleati – le cui immagini sono state usate per dimostrare che Gheddafi era pronto a bombardare la città ribelle – non era un aereo del Colonnello ma dell’opposizione.
Ciò che è certo è che nei centri abitati, anche nelle città più assediate come al-Zawiya e Misurata, gli attacchi ai civili sono stati effettuati mediante carri armati. Ancora più letali si sono mostrate le scorribande delle milizie del regime su jeep o pick-up trucks. È sufficiente dunque una no-fly zone per proteggere i civili? E se le rappresaglie dell’artiglieria dei fedeli di Gheddafi dovessero continuare, quale ulteriore strategia militare verrà adottata per frenare il raìs?
Il secondo problema è nell’attuazione della no-fly zone. È stato annunciato che il pattugliamento dello spazio aereo libico si concentrerà principalmente lungo la zona costiera (lunga oltre mille chilometri) dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto. È la zona più popolata del paese dove si trova la gran parte delle installazioni militari del governo di Tripoli. Il pattugliamento non prevede la copertura del sud perché i libici di questa zona prevalentemente desertica si sono dichiarati neutrali oppure fedeli al regime e quindi non c’è ragione di temere in tali aree un attacco contro civili. Tuttavia il confine meridionale della Libia, considerata storicamente la porta dell’Africa, è strategico perché da qui possono arrivare rinforzi militari al governo di Tripoli.
Molti stati africani infatti, storici alleati del raìs, hanno ribadito la loro fedeltà a Gheddafi. Tra questi spicca il Ciad, confinante con la Libia, il cui presidente Idriss Deby è rimasto al potere in parte grazie al sostegno finanziario del Colonnello. Si crede che nelle prime settimane del conflitto Deby abbia rifornito il governo di Tripoli di armi e uomini. Per questa ragione l’ambasciatore libico a N’Djamena è ora nella lista nera delle Nazioni Unite con l’accusa di aver reclutato mercenari. Se la no-fly zone non verrà estesa al confine meridionale la coalizione internazionale non potrà impedire l’arrivo di aiuti militari provenienti da Ciad, Mali, Niger e Algeria.
Il terzo problema è nella tacita convinzione che la no-fly zone costringerà il Colonnello e i suoi fedeli ad arrendersi. La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza non pone come fine ultimo la rimozione di Gheddafi, ma solamente la protezione della popolazione civile. Tuttavia è chiaro che tra i membri della coalizione internazionale sia radicata la convinzione che la sovranità di Gheddafi non sia più legittima. Di conseguenza l’unico modo per garantire un futuro democratico alla Libia (e tutelare gli interessi dei paesi della coalizione) è far uscire di scena il raìs.
La Francia, paese leader dell’intervento militare, ha già riconosciuto il consiglio rivoluzionario di Bengasi come il rappresentante legittimo del popolo libico. Anche gli altri alleati della coalizione sono consapevoli che al punto in cui si è giunti lasciare al potere Gheddafi significa mettere a rischio la stabilità politica ed economica del Mediterraneo. Ma cosa farà la coalizione internazionale se la no-fly zone non basterà a far soccombere il Colonnello? La coalizione non si arresterà fino a quando non lo porterà davanti al tribunale dell’Aja o lo avrà fisicamente eliminato?
Da queste domande emerge un quarto problema, ovvero fin dove il mandato Onu permetterà alla coalizione internazionale di operare e fin dove hanno intenzione di spingersi i paesi che partecipano all’intervento. La risoluzione 1973 non si limita a sancire la legalità di una no-fly zone, ma permette di utilizzare “tutte le misure necessarie” per fermare l’assedio alla popolazione civile e tutelare gli interessi della popolazione libica. E questo è un mandato piuttosto ampio. È pur vero che la risoluzione esclude esplicitamente un intervento di terra, ma lasciare alla coalizione la possibilità di usare tutte le misure necessarie dà loro una ampia possibilità di manovra.
I bombardamenti delle forze alleate, quindi, potrebbero non limitarsi a bersagli strategici (aeroporti, basi militari e radar), precondizione, come abbiamo detto, per l’imposizione della no-fly zone. I bombardamenti potrebbero continuare ogni qual volta la coalizione riterrà che la popolazione civile sarà in pericolo. A rigor di logica anche la presenza di carri armati e truppe del raìs messi a pattugliare le strade di Tripoli potrebbero essere ragione sufficiente per estendere il bombardamento.
Quali sono “tutte le misure” che la coalizione ha intenzione di usare e oltre le quali non andrà? Innanzitutto armare le forze dell’opposizione di Bengasi così che possano difendersi da possibili incursioni via terra da parte delle forze di Gheddafi. Armare l’opposizione è previsto dal mandato Onu e quindi legittimo. Ma se un domani le forze dell’opposizione, ben equipaggiate e addestrate grazie agli aiuti degli alleati, dovessero poi passare dalla difesa all’attacco e muovere contro Tripoli, sarebbe sempre con il beneplacito delle Nazioni Unite?
Il quinto problema è chi c’è e chi non c’è nella coalizione. Prima di intervenire gli Stati Uniti hanno sostenuto che le condizioni necessarie per un intervento contro Gheddafi dovevano essere un mandato Onu, la creazione di una coalizione multilaterale e l’appoggio della Lega Araba e dell’Unione Africana. L’approvazione Onu è arrivata di sorpresa quando il consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 con un voto 10-0 in favore e 5 astenuti. La composizione della coalizione internazionale è emersa al summit di Parigi a meno di 48 ore dall’approvazione della risoluzione.
L’ok della Lega Araba è arrivato ancora prima del voto al palazzo di vetro, e ha permesso al Libano, unico membro arabo sul consiglio di sicurezza, di votare a favore della risoluzione. Ma la grande assente rimane l’Unione Africana. Considerato inizialmente un prerequisito per l’intervento, l’appoggio dell’Unione ha inspiegabilmente perso importanza. Non solo, ma il disaccordo con la coalizione e la condanna dell’attacco da parte dell’Unione sono state palesemente ignorate. I tre stati africani del Consiglio di Sicurezza hanno appoggiato la risoluzione Onu.
L’Unione si è invece rifiutata di prendere parte al vertice di Parigi, riunendosi invece lo stesso giorno in Mauritania per studiare una soluzione diplomatica alla crisi libica. È ovvio che l’opposizione dell’Unione non avrebbe potuto fermare la coalizione , tanto più che – si sa – l’Unione ha in Muammar al-Gheddafi il suo maggior finanziatore. Ma non credono i membri della coalizione che il mancato appoggio dell’Unione Africana all’intervento possa favorire la collaborazione sia finanziaria che militare degli stati africani con il regime di Gheddafi e contribuire così a tenere in vita il regime di Tripoli?
Ma oltre agli aspetti strategico-militari, sono problematiche le ripercussioni che l’intervento della coalizione potrebbe avere nella Libia del futuro. L’intervento della coalizione internazionale rischia infatti di alienare tripolini che finora sono stati spettatori relativamente quieti di un conflitto tra Gheddafi e le forze dell’opposizione. Con l’eccezione di alcuni abitanti dei quartieri di Tajura e Fashlum, dove ci sono stati scontri con le forze governative, la gran parte degli abitanti della capitale (che conta quasi due milioni di persone) non ha preso parte attiva alle proteste contro il regime. Ora invece gli abitanti di Tripoli rischiano di diventare le vittime di una guerra che non hanno mai voluto.
Per questo molti tripolini hanno iniziato a condannare la chiamata alle armi che i loro connazionali di Bengasi hanno rivolto all’Occidente e ad avvicinarsi alla posizione antioccidentale del raìs. Di conseguenza si rischia di provocare una cesura, che prima dell’intervento non c’era, tra tripolini e bengasini. È stato il consiglio nazionale di transizione di Bengasi a richiedere l’intervento straniero contro Gheddafi ma al momento sono i tripolini che ne stanno subendo le conseguenze. A lungo termine ciò significa che l’intervento aereo in corso contro il regime, che agli occhi dei tripolini appare come l’inizio di una nuova guerra coloniale, indebolisce la possibilità che la transizione politica dopo Gheddafi possa avvenire in maniera pacifica e compatta. Ciò che l’intervento della coalizione mette a rischio è l’unità nazionale libica.
Forse, prima di lanciare le bombe contro Tripoli, sarebbe stato il caso di soffermarsi almeno su alcuni di questi problemi. Sarebbe stato anche opportuno decidere fin dall’inizio la leadership militare della coalizione. Ciò per non trovarci a dover seguire in gran fretta una politica interventista dai modi incerti e soprattutto voluta da altri. A tre giorni dall’inizio dell’intervento, l’Italia brancola nel buio. Calma e prudenza ci avrebbero giovato.
Leggendo il bell’articolo di Azzurra Meringolo preso da www.rivistailmulino.it mi è venuto in mente che spesso ci capita di dare per scontate alcune cose come andare a votare, confrontare idee diverse e magari opposte, esprimere liberamente opinioni. L’esercizio dei diritti si accompagna a quello dei doveri, è la condizione per rendere possibili gli spazi di libertà e di espressione.
Il Cairo, 21/03/2011
La prima volta ai seggi. “Awal marra” continuavano a ripetere mentre stavano in fila, a volte anche per più di un paio d’ore. “È la prima volta” questo il motto degli egiziani che sabato hanno assolto, dopo anni di sudditanza, il loro dovere di cittadini, votando al referendum che deciderà se approvare o meno gli emendamenti costituzionali proposti dalla Commissione nominata dal Consiglio delle Forze Armate il 15 febbraio scorso, poco dopo la caduta di Mubarak. “È la prima volta che sono andata a un seggio e ho avuto la sensazione che quello che scrivevo sulla scheda avrebbe avuto un peso” scrive una blogger egiziana. “Per la prima volta io non avevo paura di dire quello che avrei votato”, commenta un’altra utente. L’appuntamento elettorale è arrivato dopo settimane che, avvicendandosi sul palcoscenico di piazza Tahrir, roccaforte della rivoluzione del 25 gennaio, giovani e adulti non facevano altro che spiegare perché sostenevano il “sì” o preferivano il “no”. Nelle vie del centro si sono visti capannelli di gente che rifletteva pubblicamente sull’argomento, cosa che al Cairo, a causa della morsa che il regime aveva stretto attorno alla libertà di espressione, non si vedeva da decenni.
Anche se sulla questione referendaria non esisteva un consenso unanime, tutti concordavano su almeno due aspetti. Il referendum di sabato sarebbe stato una pietra miliare della storia del Paese, probabilmente il primo appuntamento elettorale non truffato degli ultimi sessant’anni. Ciononostante questo ha navigato in un mare di confusione visto che quando, dopo l’uscita di scena del raís Mubarak, i militari hanno preso il potere, hanno di fatto sospeso la Costituzione, lo stesso testo del quale hanno chiesto in questa votazione l’approvazione del cambiamento di alcune sue briciole. Gli emendamenti costituzionali proposti introducono alcuni cambiamenti per quanto riguarda l’elezione del presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vicepresidente, impedendogli di avere una moglie straniera. Prevista poi l’aggiunta di un comma all’articolo 189, per permettere al Parlamento di emendare la Costituzione. Anche se sembrano tutti passi positivi, tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente, perché anche se sono stati ampliati, continuano ad essere restrittivi. Tuttavia, non sono stati tanto questi tecnicismi a dividere il fronte del “sí” da quello del “no”, quanto le conseguenze che tale referendum potrebbe avere sul processo di transizione in corso. Dicendo di volersi liberare dei militari al più presto possibile, i sostenitori del “sì”, la Fratellanza Musulmana, il Wafd, e le briciole del Partito Nazional Democratico del deposto raís, sanno che una volta approvati tali emendamenti si andrebbe in fretta a elezioni parlamentari e presidenziali. Ed è proprio questo aspetto a preoccupare maggiormente il fronte del “no”, nel quale troviamo tutti gli altri movimenti di opposizione e l’ala riformista della Fratellanza, che ritengono prematuro andare a elezioni ora, non sentendosi adeguatamente pronti a tale appuntamento e temendo di lasciare gioco facile alla Fratellanza, che ha tutti gli interessi ad accelerare i tempi. Tra chi si oppone agli emendamenti troviamo anche il Movimento del 6 aprile, i giovani protagonisti della rivoluzione, e i due candidati alle prossime presidenziali, Amr Moussa e Mohammed El Baradei, al quale alcuni estremisti islamici hanno impedito di votare, lanciandogli sassi quando l’hanno visto arrivare nei dintorni del seggio. A parte qualche sporadico episodio di disordine, fuori dai riflettori degli ultimi tempi, l’Egitto ha vissuto la sua grande giornata, quella che ha segnato l’inizio di un pezzo di cammino, difficile, ma entusiasmante. I dati definitivi non sono ancora noti, ma ormai indietro non si torna. Nonostante i rischi di una controrivoluzione.
Giornata della memoria e dell’impegno Si ricordano le vittime delle mafie Centro Balducci – Lunedì 21 marzo ore 18.00
E’ questa l’occasione nella quale “Libera” rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno. In continuità con le altre edizioni, il 21 marzo 2011 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l’illegalità, e di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.
Con alcuni momenti di riflessione e la lettura dei nomi delle vittime delle mafie.
E’ uscito il nuovo numero di Limes tutto dedicato alla questione dei paesi in rivolta. Il titolo è tristemente attuale, benché non abbia alcun riferimento al Giappone: “Il grande tsunami”. Dal sito ho tratto questi articoli decisamente interessanti
Per alleggerire un po’ l’urgenza e la drammaticità della cronaca riporto due brevi episodi tratti da un articolo di Giampietro Baresi
“… i mezzi di comunicazione brasiliani hanno sottolineato il comportamento, per niente diplomatico, di due vescovi brasiliani. Il primo, mons. Luís Flávio Cappio (in foto), vescovo di Barra (do Rio Grande), noto per due scioperi della fame fatti per protestare contro un faraonico progetto del presidente Lula, durante una visita in Germania si è visto offrire 100mila dollari. Dopo aver chiesto da dove venisse quel danaro e saputo che si trattava di una donazione di alcune imprese, ha risposto: «Non posso accettare soldi rubati agli operai e ai consumatori». Il secondo è mons. Manuel Edmilson da Cruz, vescovo emerito di Limoeiro do Norte. Lo scorso dicembre è stato invitato dal senato federale a ritirare la prestigiosa Comenda de Direitos Humanos Dom Hélder Câmara, per il suo impegno a difesa dei diritti umani. Grande è stata la sorpresa generale, quando, iniziando il suo discorso, ha detto: «L’onorificenza che mi viene offerta oggi non rappresenta la persona di dom Hélder Câmara. Anzi, la sfigura. Pertanto, senza risentimenti, ma agendo con amore e rispetto verso tutti i signori e le signore qui presenti, per i quali prego ogni giorno, non posso fare che una sola cosa: rifiutarla. Questa onorificenza è un insulto, un affronto al popolo brasiliano, ai cittadini che pagano le tasse per il bene comune, frutto del loro sudore e della dignità del loro lavoro». La settimana precedente, infatti, i politici si erano aumentati lo stipendio del 61,8%”.
Ieri sera ho partecipato a Zugliano a un incontro con Ugo Morelli su Etica, giustizia ed estetica. Durante la serata lo scienziato cognitivo ha fatto riferimento al suo sito dove ha postato questa interessante riflessione sui tempi di oggi e il ruolo del maschio.
Sarebbe facile limitarsi a esprimere un profondo sentimento di vergogna per un certo modo di intendere la mascolinità. Seppure la vergogna debba essere riconosciuta come una risorsa decisiva per un’etica dei comportamenti. La prova è che di vergogna se ne vede poca in giro in quest’epoca in cui si propone come stile di vita il “tutto è possibile”. Chiedendosi un po’ più approfonditamente cosa sta succedendo è naturale legare il tutto all’espansione dei valori individualistici e all’arroganza che li accompagna, la cui radice è principalmente maschile, anche se spesso imitata anche dalle donne. Si tratta di un individualismo che è divenuto così pervasivo da essere dato per scontato, dimenticando del tutto il fatto che non necessariamente il valore della persona debba ridursi alla privatizzazione dell’esistenza. Siamo esseri relazionali e senza gli altri con cui riconoscersi non siamo niente, pur se possiamo arrivare a pensare di essere tutto. Diviene importante cogliere l’occasione per chiedersi che cosa vuol dire essere maschi oggi. Sappiamo con evidenza che il dominio maschile della società è un fatto storico. Nasce in un certo tempo e si impone come modello unico. Sappiamo, inoltre, che quel dominio è figlio di un’elaborazione nevrotica e spesso violenta delle nostre debolezze di maschi. Eppure non è difficile trovarsi in situazioni in cui, tra maschi, persiste il modello del cacciatore; si perpetuano i concetti della conquista e del non farsi scappare le occasioni. Per non parlare dei linguaggi e dei pregiudizi diffusi negli ambienti lavorativi e nella vita di ogni giorno a proposito delle capacità femminili e del loro riconoscimento. Rimane indicibile e inconcepibile in molti campi l’emancipazione e l’espressione professionale femminile. In questo quadro si inserisce lo squallore delle vicende italiane di queste settimane. Sembra oltremodo importante non anestetizzarsi e sentire il disagio e la vergogna, ascoltare fino in fondo il risentimento di essere maschi, se l’essere maschi può voler dire quello che vediamo accadere. Si cercano, di questi tempi che sono definiti di crisi dei valori, degli orientamenti e dei valori di riferimento. Uno dei valori a cui dedicarsi sembra certamente quello del riconoscimento del fatto che noi esseri umani, tutti, uomini e donne, siamo, emotivamente e affettivamente parlando, portatori di aspetti materni e paterni. Abbiamo bisogno sia di contenimento che di determinazione, sia di cura che di autorevolezza. Riconoscerlo vuol dire assumersi la responsabilità dello sdegno e del risentimento come segno di civiltà umana, maschile e femminile. Esiste un modo diverso di essere maschi ed è un dovere civile esprimerlo nei fatti.
Una vecchia canzone per riprendere quello di cui stiamo parlando in I… A seguire uno dei brani che abbiamo letto
L’Albero degli amici”
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.
I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino presenta altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.
In terza stiamo parlando di pena di morte. Come avevo promesso pubblico i dati recenti tratti da www.nessunotocchicaino.it
LA SITUAZIONE AD OGGI
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2009 e anche nei primi sei mesi del 2010. I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 154. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44. I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 43, a fronte dei 48 del 2008, dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005. Nel 2009, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 18, notevolmente diminuiti rispetto al 2008 e al 2007 quando erano stati 26. Il graduale abbandono della pena di morte è anche evidente dalla diminuzione del numero di esecuzioni nei Paesi che ancora le effettuano. Nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 5.679, a fronte delle almeno 5.735 del 2008 e delle almeno 5.851 del 2007. Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, non si sono registrate esecuzioni in 9 Paesi che le avevano effettuate nel 2008: Afghanistan, Bahrein, Bielorussia (che però ne ha effettuate due nei primi mesi del 2010), Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mongolia (che nel frattempo ha deciso una moratoria delle esecuzioni), Pakistan, Saint Kitts e Nevis e Somalia. Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Thailandia (2) nel 2009, dopo uno stop nel 2008; Taiwan (4) e Autorità Nazionale Palestinese (5) nel 2010, dopo cinque anni di sospensione.
Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq. Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 5.000 esecuzioni (più o meno come nel 2008 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti), il dato complessivo del 2009 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.608 esecuzioni (il 98,7%), in calo rispetto al 2008 quando erano state almeno 5.674. Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (52) nel 2009. In Africa, nel 2009 la pena di morte è stata eseguita solo in 4 Paesi (con la Somalia, erano stati 5 nel 2008) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (1), Egitto (almeno 5), Libia (almeno 4) e Sudan (almeno 9) – come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente. Nel settembre 2009, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli ha organizzato nella capitale ruandese Kigali una conferenza sulla pena di morte nella regione centrale, orientale e meridionale del continente africano. I 50 partecipanti hanno chiesto ai Paesi africani di seguire l’esempio del Ruanda e di abolire la pena capitale, attraverso l’istituzione di moratorie formali e l’adozione di un protocollo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena capitale in Africa. “Invitiamo tutti i Paesi membri dell’Unione Africana che non l’avessero ancora fatto a sottoscrivere gli Strumenti sui Diritti Umani che proibiscono la pena capitale, vale a dire il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto di Roma (della Corte Penale Internazionale), adeguando la propria legislazione nazionale”, è scritto nel documento finale. Tra il 12 e il 15 aprile 2010, il gruppo di lavoro sulla pena di morte della Commissione Africana sui diritti umani ha organizzato un secondo incontro regionale a Cotonou, nel Benin. Alla conferenza, che si è concentrata sui paesi africani settentrionali e occidentali, hanno partecipato circa 50 rappresentanti provenienti da 15 paesi della regione. La sessione plenaria e i gruppi di lavoro si sono soffermati sulla questione della pena di morte in Africa e sui mezzi per realizzare l’abolizione. All’incontro regionale di Cotonou, il secondo dopo quello di Kigali, seguirà una conferenza continentale con esperti e rappresentanti degli stati membri dell’Unione Africana. Il Commissario Sylvie Kayitesi, che presiede il gruppo di lavoro, ha in mente di presentare ai capi di Stato e di Governo africani una proposta di protocollo aggiuntivo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, relativo alla pena di morte. Questo darebbe all’Africa la possibilità di adottare uno strumento vincolante che comporti la sua abolizione.
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni. Ne era stata effettuata almeno 1 nel 2007 e, secondo i dati OSCE, almeno 3 nel 2006 e 4 nel 2005. Una risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte è stata adottata durante la sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che si è tenuta a Vilnius, in Lituania, tra il 29 giugno e il 3 luglio 2009. La risoluzione invita la Bielorussia e gli Stati Uniti ad adottare un’immediata moratoria sulle esecuzioni e chiede al Kazakistan e alla Lettonia di modificare la loro legislazione nazionale che ancora prevede la pena di morte per alcuni tipi di reati commessi in circostanze eccezionali.
Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010. Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte. Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte. Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra. Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto. Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto. Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi. Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato. Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese. Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati. Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte. Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa. Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan. Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte. Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo. Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione in ergastolo della pena capitale per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati. Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione. Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni. Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.
L’articolo che segue è di Sergio Givone e non è proprio facilissimo, ma è un interessante contributo a quanto abbiamo affrontato in quinta
Dice ancora qualcosa la morte di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. L’annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello (secolarizzazione, scristianizzazione, pensiero unico, e così via). Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi. Un po’ come dire: siamo moderni, emancipati, la fede in Dio appartiene al passato. Dovranno passare secoli – è sempre Nietzsche a sostenerlo – prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo e misterioso di questa morte. Che la morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio. Non fosse che per distruggere e negare quest’idea, liquidando al tempo stesso ogni forma di trascendenza: sia la trascendenza della legge morale, sia la trascendenza del senso ultimo della vita. Tutte cose che costringerebbero l’uomo in uno stato di sudditanza e gli impedirebbero di realizzare la sua piena umanità. L’ateismo in Dio vede il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una bellissima idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un «animale selvaggio » come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza. Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo. Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo del male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie. A differenza del nichilismo, l’ateismo pur negando Dio ne reclama o ne evoca la presenza. Esemplare da questo punto di vista il ragionamento (che a Voltaire sembrò invincibile) svolto da Pierre Bayle. Il male c’è, indiscutibilmente. Come la mettiamo con Dio? O Dio non vuole il male ma non può impedirlo, e allora è un dio impotente; o Dio può impedire il male ma non vuole, e allora è un dio malvagio; o Dio non può e non vuole, e allora è un dio meschino (oltre che impotente); o Dio può e vuole (ma di fatto non lo impedisce), e allora è un dio perverso. Dunque: non può essere Dio un dio impotente oppure malvagio oppure meschino oppure perverso. Obietterà Leibniz: non è vero che Dio lasciando essere il male si condanna alla malvagità e quindi alla non esistenza. Il bene, sul piano ontologico, è infinitamente più grande del male: anche se il bene è silenzioso, spesso invisibile, e invece il male sconquassa il mondo. Il valore positivo del bene è infinitamente più grande del valore negativo del male. Non solo, ma il bene è ogni volta una vittoria sul male, mentre non si può dire che il male sia una vittoria sul bene, perché il bene resta, anche se c’è il male, e al contrario il male, pur non cancellato, è vinto dal bene. Perciò Dio, pur potendolo, non impedisce il male. Se lo facesse, col male toglierebbe anche il bene. Quel bene che, rispetto al male, è un di più di essere, di vita, di senso. Lasciamo stare se gli argomenti di Bayle siano convincenti e se la risposta di Leibniz possa soddisfare pienamente. Certo è che tanto l’ateismo di Bayle quanto il teismo di Leibniz concordano su un punto: è alla luce dell’idea di Dio che il male rivela la sua natura per così dire «innaturale», sconcertante, scandalosamente disumana. Tolto Dio, certo si continua a soffrire, e cioè a patire le offese che la natura reca agli uomini e gli uomini a loro stessi, ma quanto più debole sarebbe quel «no, non deve essere» che osiamo dire di fronte al male chiamando in causa Dio… Il nichilismo, a differenza dell’ateismo, non vuole vedere il male, non può vederlo. E questo per la semplice ragione che Dio non è più l’antagonista, il nemico: semplicemente non è più. Lo stesso si deve dire del male: non è più. Evaporato, dissolto, fattosi impensabile. «L’unico senso che do alla parola peccato – ha detto recentemente un filosofo che fa professione di nichilismo – è quello che è contenuto nell’espressione: che peccato!». Viva la chiarezza. Il nichilismo è subentrato all’ateismo. Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un problema il male – Dio è morto, e questa sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che perfettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo.
Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista
“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]
Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]
Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]
Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]
Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».
Metodico e asciutto, come ci si attende – fin troppo banalmente – da un professore svizzero, dice che per lui la nomina è «un grande onore e che l’accoglie come il riconoscimento per il contributo dato alle attività dell’istituzione di cui fa parte da trent’anni». Nessun cenno, anche di fronte a un’esplicita domanda di Avvenire, al fatto di essere un cristiano riformato e, come tale, il primo a sedere alla presidenza della Pontificia accademia delle scienze.
Ma la scelta di Benedetto XVI di porlo sullo scranno occupato fino alla sua morte, nello scorso agosto, dal fisico Nicola Cabibbo ha suscitato a caldo interesse e consensi proprio per la novità costituita dall’apertura a un non cattolico di un organismo della Santa Sede. Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1978, Werner Arber ha 81 anni e vanta una luminosa carriera nella ricerca, che prosegue anche oggi all’università di Basilea.
Fisico passato prestissimo alla microbiologia, deve la massima onorificenza scientifica alla scoperta e all’applicazione degli enzimi di restrizione, meccanismi di difesa dei batteri, che hanno provocato una rivoluzione nella genetica. Arber ama spiegare il complicato processo con una favola che inventò sua figlia Silvia, allora decenne, dopo aver ascoltato un racconto semplificato del padre: «In ogni batterio c’è un re, alto e magro, con molti servi, bassi e grassi. Papà chiama il re Dna e i servi enzimi. Il re è come un libro che contiene tutte le istruzioni per i servi. Papà ha scoperto un servo che usa le forbici; quando entra un invasore, lo taglia a pezzi per difendere il re. Gli scienziati raccolgono servi con le forbici e li usano per scoprire i segreti del re. Per questo papà ha vinto il Nobel». Uomo di scienza e di fede, non vede contrasti tra i due ambiti. «Molti pensano che la Chiesa abbia un atteggiamento negativo verso la ricerca. Ma non è questa la mia esperienza. Anzi, la Chiesa cattolica vuole essere informata sulla conoscenza scientifica più solida e avanzata e farvi ricorso». Di fronte alla prospettiva di uno scontro tra visione scientifica e visione religiosa, lo studioso sottolinea come «il Vaticano e le università pontificie sostengano attivamente il dialogo tra la scienza e la Chiesa attraverso, ad esempio, il progetto Stoq (Scienza, teologia e ricerca ontologica)».
Certo, il dialogo è perseguito, ma i risultati? «Spesso si ottengono ottimi frutti». Intellettuale rigoroso, Arber preferisce l’asciuttezza che non lasci spazio a enfasi o ambiguità. Se il discorso si sposta sui rischi che certa scienza può portare all’uomo e alla sua dignità (dalla distruzione di embrioni alla selezione prenatale fino alla clonazione), preferisce vedere il lato costruttivo: «L’impegno comune tra mondo della scienza, mondo dell’economia e società civile (che è rappresentata sia dai leader politici sia dalla Chiesa stessa) possono spesso evitare gli abusi nell’applicazione della conoscenza scientifica».
Netto, il nuovo presidente della Pontificia accademia, è anche sulle sfide che naturalismo ed evoluzionismo portano a una concezione della vita che voglia mantenere spazio per la specificità dell’essere umano. «L’anima e la dignità dell’uomo – risponde – fanno parte del regno delle credenze. Non possono dunque essere oggetto di un’investigazione scientifica». Tuttavia, ciò non significa opporre alla ricerca sul mondo naturale un fideismo che immunizzi una parte dell’esistenza dalle acquisizioni della scienza.
«Al contrario, non ho mai sperimentato una contraddizione tra l’essere uno scienziato e credere nelle verità del cristianesimo, né difficoltà nel tenere insieme questi due ambiti. Piuttosto, può essere che le mie intuizioni scientifiche abbiano per qualche aspetto e in qualche misura influenzato le caratteristiche della mia fede. Ma ciò lo considero soprattutto un arricchimento». La teoria genetica che Arber è andato delineando in mezzo secolo di studi l’ha portato a ritenere che «la natura si prenda attivamente cura dell’evoluzione». Un’affermazione che, scorporata dal rigore dei dati molecolari, ha portato qualcuno a definirlo «un Nobel scettico su Darwin» e arruolarlo tra i sostenitori del cosiddetto “disegno intelligente”. In particolare, l’avere scritto che «sebbene sia un biologo, devo confessare di non comprendere l’origine della vita» e che «la possibilità dell’esistenza di un creatore, di Dio, per me rappresenta una soluzione soddisfacente al problema» l’ha fatto arruolare tra i creazionisti anche in una controversia pubblica negli Stati Uniti.
Tanto da dover precisare di aderire alla «teoria neo-darwiniana dell’evoluzione biologica, che ho contribuito a confermare e precisare a livello molecolare». E oggi tiene a ribadire, con la massima onestà intellettuale, senza timore di scontentare gli uni o gli altri, che «è un dato di fatto che la scienza, con i suoi mezzi, non possa né provare l’esistenza di Dio, né provare che Dio non esista».