Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

Fermento

In questi giorni a scuola c’è un po’ di fermento, ed è un fermento che mi piace. Pare, infatti, che quest’anno ci siano diversi studenti interessati a candidarsi come rappresentanti di Istituto, o comunque interessati a vivere da protagonisti attivi la scuola. Mi è venuta in mente la canzone “Lo scrutatore non votante” di Samuele Bersani. Il primo verso recita:

“Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica
ci tiene assai a dire oissa ma poi non scende dalla macchina
è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica
si mette apposta un po’ in disparte per dissentire dalla predica.”

Riassume l’atteggiamento di molte persone davanti alla politica, ma non solo: davanti alla società, o meglio, al sociale, al volontariato, agli impegni, persino allo sport. E’ la posizione di chi ha ben presente i problemi e a volte anche le soluzioni, ma piuttosto che mettere le mani in pasta preferisce mantenere quel tanto di distacco sufficiente a non lasciarsi coinvolgere del tutto. Per restare in ambito politico è un po’ come una forza che preferisce stare sempre all’opposizione a criticare o magari proporre soluzioni belle ma anche irrealizzabili. Ideali e parole sembrano non avere un legame diretto con la vita concreta: “prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita”. Ecco allora che vedo di buon occhio questo lavorio, questo brulicare di idee e desiderio di mettere le mani in pasta, con la speranza che, anche se non eletti, lo spirito resti quello della collaborazione fattiva e non della critica fine a se stessa. La canzone prosegue dicendo

“Lo scrutatore non votante
è sempre stato un uomo fragile
poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide”.

L’augurio è quello di vedere un bel po’ di farfalle…

Coraggio

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze.
Ci piace la tana.
Ci attira l'intimità del nido.
Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci al mare aperto.
Di qui la predilezione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo della fantasia.
(don Tonino Bello)

Rugby, sport e globalizzazione

Prendo da Linkiesta questo articolo molto interessante che fa vedere quanti interessi economici ci siano dietro i grandi eventi sportivi.

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Adidas versus Nike: il confronto si espande dai campi di calcio e atletica a quelli del rugby. I due più grandi colossi di abbigliamento sportivo del mondo – i loro fatturati messi assieme ammontano a 22 miliardi di euro – dopo essersi dati battaglia nei Giochi Olimpici e nei Mondiali di calcio, si stanno concentrando sul terzo evento sportivo del mondo per fatturato. La Coppa del mondo di rugby, che si sta disputando in Nuova Zelanda, genererà un volume d’affari stimato di 500 milioni di euro.

Il simbolo di questo nuovo fronte della guerra commerciale tra la multinazionale tedesca e quella americana sta tutto in una maglietta e, soprattutto, il suo colore. Lo scorso agosto la nazionale di rugby inglese (una delle più forti al mondo, vincitrice del Mondiale nel 2003), il cui sponsor tecnico è la Nike, ha svelato le due maglie con le quali presentarsi a sfidare il resto del mondo in Nuova Zelanda. La Federazione mondiale di rugby, per regolamento, obbliga tutte le rappresentative a presentarsi alla competizione con due modelli di maglia, una ufficiale e una di riserva. La prima divisa inglese non ha rivelato particolari novità rispetto al passato: bianca, con un motivo rosso ai fianchi che ricorda la Croce di S.Giorgio, simbolo dell’Inghilterra. Il colore della seconda maglia ha invece confermato alcune voci diffuse da alcuni mesi, che la volevano nera. Un sacrilegio, per la Nuova Zelanda. La nazionale dell’arcipelago oceanico gioca da sempre con una divisa completamente nera, tanto che il suo soprannome è All Blacks. «Pienamente coscienti del significato della maglia nera in Nuova Zelanda, ci siamo consultati con la federazione neozelandese, e ci ha risposto che non c’è alcun problema», ha spiegato la Federugby inglese in un comunicato. Per criticare la scelta cromatica, è sceso in campo niente meno che il primo ministro neozelandese, John Key: «Gli inglesi sono una banda d’invidiosi. C’è una sola squadra che porta con fierezza la divisa nera e si tratta degli All Blacks».

Dietro le strategie delle due multinazionali cercano di spartirsi il mercato globale sportivo. Se l’Adidas punta ad attaccare la statunitense Nike in casa sua, cercando di espandersi nel calcio e nel basket (di cui la marca tedesca è main sponsor dal 2007), il marchio del baffo contende a quello delle tre strisce il dominio nell’Europa dell’est (in vista dei prossimi Europei di calcio del 2012 in Polonia e Ucraina) e in Sudamerica. La Nuova Zelanda non è esclusa dalla competizione. Questo piccolo arcipelago composto da due isole è diventato un campo di battaglia senza esclusione di colpi. Cominciò tutto nel 1996. Da una anno il rugby era diventato un sport professionistico, alimentando il giro d’affari complessivo della palla ovale. Per il Mondiale del 1995 nel Sudafrica post-Apartheid gli spettatori furono 2,5 miliardi, per un totale di 150 paesi collegati per vedere la nazionale di casa vincere la Coppa, sollevata anche da Nelson Mandela. Gli introiti per i diritti televisivi furono di 50 miliardi di lire. Non vinsero quindi gli All Blacks, che però si rivelarono al grande pubblico. E alla Nike, che fu tentata di metterli sotto contratto.

Come svela il periodico americano Time, al quarto piano della sede principale della Nike a Beaverton, in Oregon, c’era nel 1996 una lavagna con i tre obiettivi futuri da centrare: la nazionale di calcio brasiliana (ovvero quella più famosa al mondo), gli All Blacks e un giovane golfista-fenomeno afroamericano di nome Tiger Woods. Con una mossa, giudicata da molti analisti a sorpresa, la Nike dopo aver incassato il sì della Federcalcio carioca, puntò tutto su Woods per un compenso record di 150 milioni di dollari, un investimento che dirottò gli All Blacks nell’orbita Adidas. Attualmente, tra Nuova Zelanda e tedeschi vige un contratto di 9 anni da 150 milioni di euro. Con una clausola, fino ad ora rispettata: la nazionale neozelandese deve vincere il 75% delle partite disputate ogni anno.

La scelta cromatica inglese, imposta dalla Nike, si inquadra quindi nel tentativo del brand a stelle e strisce di recuperare terreno nel mondo del rugby, sport nel quale si è registrato nell’ultimo decennio un trend del più 91% di sponsorizzazioni. Delle squadre che partecipano al Mondiale in corso, il baffo compare sulla squadra europea più forte assieme all’Inghilterra, la Francia. Paesi dove il rugby rappresenta un bacino d’utenza appetitoso. Il Sei Nazioni, ovvero il torneo di rugby più importante d’Europa giocato, oltre che da Francia e Inghilterra, da Galles, Scozia, Irlanda e Italia ha generato nel 2010 ricavi per 400 milioni di euro ed è stato visto da 1 miliardo di persone. L’Adidas non ha intenzione di restare ferma al palo. Tutt’altro. Vuole rilanciare, ma dopo la Coppa. L’emergente nazionale italiana, che fa parte del Sei Nazioni, avrà il contratto in scadenza con la Kappa nel 2012. E i tedeschi avrebbero tutta l’intenzione di accaparrarsi la sponsorizzazione di un movimento il cui giro d’affari sfiora i 90 milioni di euro l’anno. Un confronto di volumi d’affari che diventa impietoso, se paragonato con un’altra casa di abbigliamento sportivo: la Puma. Fondata da Rudolph Dassler, fratello di Adolf (fondatore dell’Adidas), la marca di Herzogenaurach fattura 2,5 miliardi di euro e sponsorizza al Mondiale solo l’Irlanda e la Namibia. Le mire della ‘sorellastra’ di Adidas si stanno concentrando, negli ultimi anni, nella Formula Uno. Puma sponsorizza infatti i colossi della Ferrari e dei campioni del mondo in carica della austriaca Red Bull, nel tentativo di raggiungere i 4 miliardi nel 2015. Nell’ambito della sua espansione, la Nike prevede di aumentare il proprio fatturato dai 13 miliardi di euro attuali a 19 miliardi nel 2015. Un lasso di tempo che abbraccerà gli Europei di calcio e i Giochi olimpici del 2012 e i Mondiali di calcio in Brasile del 2014. Per quanto riguarda le due competizioni calcistiche, il confronto con l’Adidas sarà serratissimo. La marca tedesca è partner ufficiale di Fifa e Uefa, per la quale disegna i palloni ufficiali e le divise degli arbitri. E il Mondiale di calcio in Sudafrica è stato vinto dalla Spagna, di cui è sponsor tecnico. Il tutto è valso alla Adidas un utile netto del +131%. Adidas ha annunciato di voler diventare brand leader della Polonia, sede dei prossimi Europei del pallone, proprio entro il 2015. E nell’aprile 2008, alla vigilia dei primi Giochi olimpici cinesi, il marchio aprì il più grande negozio monomarca sportivo del mondo nel centro di Pechino. Un’offensiva massiccia, che costa alla marca tedesca il 12% dei ricavi l’anno. La Nike, che sponsorizza grandi nazionali di calcio (Brasile, Olanda, Francia) e atletica (Usa su tutte), ha provato quest’anno a contrastarla offrendo alla nazionale di calcio tedesca, targata Adidas, un contratto da 500 milioni di euro, invano.

Il piacere e l’amore

In terza stiamo parlando dei valori. Ecco un breve pensiero di Herman Hesse:

“Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l’amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l’amore no.”

Una pace dello spirito che va sul concreto

“La pace nel mondo può passare soltanto attraverso la pace dello spirito, e la pace dello spirito solo attraverso la presa di coscienza che tutti gli esseri umani nonostante le fedi, le ideologie, i sistemi politici ed economici diversi, sono come membri di una stessa famiglia.”

Dalai Lama

Non daremo ragione ai terroristi

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Il 22 luglio verrà ricordato per sempre dal popolo norvegese. E’ il giorno della strage all’isola di Utoya avvenuta quest’anno. L’uccisore voleva difendere la “cultura cristiana” e arrivare allo scontro di civiltà diverse. Il 28 luglio, il sindaco di Oslo Fabian Stang ha rilasciato a Le Monde questa dichiarazione:

“Preferiamo concentrare i nostri sforzi a costruire scuole di qualità, a fare in modo che gli immigrati sappiano parlare il norvegese e trovino un lavoro. Tocca alla polizia prendere misure di sicurezza, ma io voglio una capitale aperta, trasparente. Non daremo ragione ai terroristi. Guardando ieri questa folla tranquilla, persone senza numero che si raccoglievano, questi fiori dappertutto, ho capito che l’uccisore aveva perduto: lo puniremo reagendo con più tolleranza e democrazia. Ci ha preso esseri cari, ma non ciò che siamo. Lui sperava di entrare nella Storia lanciando un messaggio al mondo intero: ci ha saldati e rafforzati. Alla fine dei conti ci si ricorderà delle vittime, non di lui.”

Dubbio non ammesso

Su giornali, tg, siti di oggi c’è un gran parlare dell’esecuzione capitale del 42enne Troy Davis. Ecco una sintesi dell’articolo del Corriere della Sera.usa-troy-davis-300.jpg

“Dopo una lunga serie di rinvii, sospensioni e ritardi, è stata infine eseguita la condanna alla pena capitale inflitta a Troy Davis, 42 anni, divenuto suo malgrado l’ennesimo simbolo, dentro e fuori l’America, della battaglia contro la pena di morte: in un carcere di Jackson, in Georgia, gli è stata praticata la prevista iniezione letale. A nulla sono servite le manifestazioni a suo sostegno in varie città del mondo e gli appelli di alte personalità per salvargli la vita. Una campagna che ha visto nelle scorse settimane l’adesione di papa Benedetto XVI, dell’ex presidente Jimmy Carter, dell’arcivescovo Desmond Tutu e di molti esponenti politici e personaggi pubblici americani e internazionali…

Davis era stato condannato a morte per l’uccisione nel 1989 a Savannah di un agente di polizia, Mark MacPhail, che seppur fuori servizio era intervenuto di notte in difesa di un senzatetto che era finito al centro degli scherzi violenti di un gruppo di teppisti. All’epoca, Davis aveva 19 anni…

Dalla condanna di Davis, sette dei nove testimoni hanno modificato o ritrattato le proprie dichiarazioni, alcuni dicendo di essere stati costretti dalla polizia a testimoniare contro di lui. Nessuna prova fisica collegava Davis all’omicidio. La maggior parte di coloro che avevano avviato la campagna per salvarlo sostenevano che, per la scarsa consistenza delle prove a suo carico, avrebbe dovuto avere almeno un altro processo. In particolare, un esperto come l’ex direttore della Cia ed ex giudice William Sessions aveva sottolineato che sulla sua colpevolezza c’erano «seri dubbi, alimentati da ritrattazioni di testimoni, accuse di coercizione da parte della polizia, e mancanza di serie e concrete prove». Tutti argomenti che hanno portato per quattro volte, dal 2007, a rinviare l’esecuzione. L’ultima volta, per appena tre ore e mezza, ancora mercoledì sera, per dare alla Corte suprema il tempo di esaminare e respingere l’ultimo disperato ricorso della difesa. Uno stillicidio. «Il trattamento riservato a Troy Davis – sostiene Brian Evans di Amnesty – si può paragonare alla tortura, soprattutto quando più volte si è trovato a poche ore dalla morte, dopo aver già dato i suoi ultimi addii». Questa volta, alle 11.10 locali (le 5.10 di giovedì mattina in Italia), l’incontro con il boia per Troy Davis è però infine arrivato. Inesorabile.

Riga o fune?

Se tracci col gesso una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso. Se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l’aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi del mondo. Ciò che conta è tutto dentro di noi; da fuori nessuno ci può aiutare. Non essere in guerra con se stessi, vivere d’amore e d’accordo con se stessi: allora tutto diventa possibile. Non solo camminare su una fune, ma anche volare. (Hermann Hesse)

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E’ vietato calpestare i sogni!

Copio dal blog Ho ascoltato il silenzio questo piccolo intervento. Aggiungo che sulla miaÈVIETA~1.JPG stufa c’è un piccolo sasso verniciato con una scritta “E’ vietato calpestare i sogni!”. Un prof che lascia calpestare i sogni può smettere di fare il prof, così come uno studente, ma un prof che li calpesta è veramente un cattivo prof…

Le dirò che io quest’anno a scuola non ci volevo proprio tornare. Pensare che voi (lei e i suoi colleghi) mi farete perdere il primo mese di scuola per ambientarmi (è l’undicesimo anno che varco quella soglia!), che comincerete già dalla seconda ora a parlarmi degli esami di maturità quando mancano ancora tre anni, che parlerete male di Berlusca e dei suoi inservienti, che mi riempirete la testa della nuova Manovra e dell’incapacità del Governo di rappresentarci e che condirete il tutto intervallandolo con i vostri problemi familiari ed esistenziali un po’ mi fa incavolare. Perchè lei, prof, dovrebbe sapere che sotto la mia faccia da asino ci sta un alfabeto di desideri: di correre, di gridare, di piangere, di amare, di sognare, di diventare grande, di sognare da capitano. Per fare questo le sue frustrazioni mi sono più d’intralcio che d’aiuto. Scusi se glielo dico, ma se ci torno a scuola è perchè anche quest’anno – mi creda: non giochi con la bontà degli studenti – spero che la musica cambi per davvero. Io vorrei tanto vederla piangere mentre spiega la sua materia, scoprire dentro il suo sguardo la passione per quello che dice, inabissarmi nel suo entusiasmo per poi scoprire che lei è davvero quello che dice. Sentirmi raccontare di quando Pasteur tratteneva il fiato sopra il suo miscroscopio, di quando Cèzanne immobile e muto scrutava il mare dentro i suoi quadri, di quando Platone s’accorse di consumare più olio nella lampada che vino nella coppa. Quest’estate ho sognato tante notti di entrare in classe e scoprire che la mia prof crede davvero che la vita abbia un senso splendido da far sbocciare, che noi non siamo qui per caso, che dentro noi c’è un microcosmo meraviglioso da illuminare. Quando penso che alla mia età Mozart già componeva musica, Domenico Savio era già santo, Alessandro Magno stava per vincere la battaglia di Cheronea e Pascal già scrivera opere, sento nascere la passione nel mio cuore. Le chiedo solamente, prof, che qualora lei non l’avvertisse questa passione mi faccia il piacere di starsene a casa quest’anno: s’inventi una scusa qualsiasi, ma ci faccia il favore di non scegliere ancora noi come destinatari della sua frustrazione esistenziale. C’abbiamo grandi aspettative noi ragazzi. E tanta speranza che qualche prof entri in classe e ci faccia finalmente innamorare delle cose più alte e nobili. Di Berlusca ne parli pure. In sala docenti, però.

Di generazione in generazione…

I tempi non sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori. (Papiro egizio, 3000 a.C.)

Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura. (frammento babilonese di argilla, 1000 a.C.)

Non nutro più alcuna speranza per il futuro se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.” (Esiodo, 700 a.C.)

Musica di libertà

In prima quasi ogni anno riusciamo a vedere il film Swing Kids. Ecco che sull’ultimo numero di XL Carlo Lucarelli ne parla in un pezzo.

Immaginiamo una sera, ad Amburgo, metà anni 30, nel cuore della Germania nazista. C’è un gruppo di ragazzi che ne incontra un altro proveniente dalla direzione opposta. Sono vestiti in modo simile, hanno la stessa cultura, lo stesso stile di vita e quando si incontrano si salutano alzando il braccio: «Swing heil»! È un errore? Un difetto di pronuncia? Il saluto nazista è «sieg heil!», ma no, l’hanno fatto apposta. Perché presi dall’abitudine e visto il luogo e il periodo abbiamo immaginato quei ragazzi vestiti con le divise brune della Gioventù hitleriana e invece sono tutti giovani appassionati di musica jazz, quello di Count Basie, Duke Ellington e Benny Goodman. Così appassionati da vestirsi nello stesso modo e parlare con lo stesso gergo, come più avanti succederà a rockabilly, punk, dark e così via.

Sono gli Swingjugend, la gioventù dello swing, raccontata dal film Swing Kids, di Thomas Carter, e rispetto ai vari gruppi di tendenza che verranno dopo hanno qualche problema in più. Perché non si tratta soltanto di subire le critiche dei genitori e le occhiate della gente “normale”, o di evitare risse coi gruppi rivali tipo mod e rocker o skin e punk. Siamo nella Germania nazista e per ballare lo swing o per ascoltare jazz i ragazzi erano costretti a incontrarsi clandestinamente in qualche locale o a casa per sentire la Bbc, la radio inglese proibita dai nazisti, o per mettere sul grammofono qualche disco fatto arrivare di nascosto dalla Danimarca. La sera c’era il coprifuoco, gli eventi notturni sopravvivevano solo grazie al passaparola, ad una lista segreta di invitati che si dovevano presentare all’ingresso con una parola d’ordine per poter entrare e al continuo spostamento dei luoghi in cui venivano tenute le feste. Sembrava che per poter ballare lo swing si dovesse appartenere a una società segreta. E anche se i ragazzi a volte lo trovavano divertente, c’era poco da scherzare, perché il rischio era quello di finire in un campo di concentramento. Gli Swingjugend indossavano vestiti all’inglese, con giacche lunghe che arrivavano a metà coscia e pantaloni stretti alle caviglie, scarpe larghe a punta, con suole spesse e appositamente non lucidate. Portavano un cappello, quasi sempre una bombetta, e il colletto rotondo della camicia era sorretto da stecche di legno inserite sotto il papillon, o anche sotto sciarpe sgargianti. Portavano capelli lunghi, disordinati, lucidati con l’olio, perché la brillantina in quel periodo di grave austerità era difficile da trovare. E poi un ombrello, che non aprivano mai, neppure sotto la pioggia. Le ragazze, invece, indossavano maglioni a collo alto sotto cappotti di pelliccia, facesse freddo o caldo, e portavano i capelli lunghi fino alle spalle, con grandi boccoli. Scarpe e gonne molto corte. Si segnavano le sopracciglia con la matita e si truccavano con rossetto e smalto. Per vestirsi così in quegli anni di ristrettezze economiche a cavallo della Seconda Guerra I Mondiale ci voleva l’appoggio dei genitori, oppure fare sacrifici, ricorrere al mercato nero o rimediare qualcosa adattando vecchi vestiti dismessi. Ma non era soltanto una questione di soldi. Perché anche se ufficialmente non c’era niente di politico nel vestirsi così e nell’ascoltare jazz e swing, solo la voglia di divertirsi e di seguire una moda originale, essere uno Swingjungend significava mettersi nei guai con la Gestapo, la polizia politica nazista, intanto perché stile e musica venivano da Inghilterra e Stati Uniti, paesi nemici, ma soprattutto perché un sistema totalitario come quello nazista non può tollerare uno stile di vita alternativo.

«La gioventù tedesca del futuro», scriveva Hitler, «deve essere snella e agile, veloce come un levriero, forte come il cuoio e dura come l’acciaio Krupp». Per l’ideologia nazista jazz e swing erano considerati offensivi, erano “Negermusik”, musica composta e suonata da afroamericani, diffusa dall’industria dei media dominata dagli ebrei, e dunque considerata “entartete kunst”, arte degenerata. Era vista come prova di inferiorità delle razze non ariane. Insomma, per i nazisti in quella musica c’erano tutti gli ingredienti con i quali non volevano avere a che fare: americani, ebrei e neri. Altro che swing, per i giovani nella Germania nazista c’era solo la Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Il suo compito era modellare i giovani con una rigida disciplina, fatta di obbedienza, cameratismo e senso del dovere, per farla diventare il futuro esercito del Terzo Reich. Le altre associazioni furono sciolte, a partire da quelle sportive, del tempo libero e quelle religiose. Dal 1936 la Hitlerjugend divenne l’organizzazione unica per tutti i giovani di età compresa tra i 10 e i 18 anni e arrivò a inquadrare 8 milioni di ragazzi.

All’inizio non è che i nazisti avessero le idee chiare su come comportarsi con questi ragazzi appassionati di musica che non erano una vera e propria organizzazione. Erano botte quando si incontravano con quelli della Gioventù hitleriana e il fatto che non si preoccupassero del coprifuoco, dei divieti di danza, o del divieto di ascolto delle stazioni radio nemiche, dava la possibilità alla polizia di intervenire con arresti e chiusura dei locali. Il problema, però, è la loro stessa esistenza. Swingjugend, swing heil, il loro stesso stile di vita, così trasgressivo e ironico, è una presa in giro e quindi una critica che un regime non può tollerare. Non è più solo divertimento, o meglio, proprio in quanto tale è “politica”. Intanto arriva la guerra e l’intolleranza nazista alla musica “degenerata” si fa più dura. E non solo in Germania. Nel 1940, con l’invasione di Parigi, i nazisti hanno a che fare con una capitale brulicante di vita notturna. Così si preoccupano subito di chiudere tutti i night club in cui si suonava il jazz. Almeno ufficialmente, e per quelli non frequentati da ufficiali e soldati in libera uscita, che devono arrangiarsi in un altro modo. E così che nasce il termine discoteca, dal nome di un locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque. Da allora il termine servì per indicare un night club che,

invece delle performance live dei musicisti, offriva un fonografo per suonare i dischi e un disc jockey per selezionarli.

Ad Amburgo, considerata il centro della Swingjugend la Gestapo e la polizia si accaniscono con arresti, interrogatori e torture. Nel 1941 più di trecento Swingjugend vengono arrestati e l’anno successivo Himmler stesso interviene con una lettera per dare ordine che i leader di questo “gruppo sovversivo” vengano internati nei Jugendschutzlager (i campi di detenzione per la gioventù). I ragazzi finiscono a Moringen e le ragazze a Uckermark. Dal 1942 gli ebrei presenti tra gli Swingjugend furono isolati e deportati in altri campi, come Bergen-Belsen, Buchenwald o Auschwitz.

Nel gennaio del 1943 Günter Discher, uno dei più attivi tra i “giovani dello swing”, viene arrestato e portato a Moringen. È sopravvissuto a quella devastante esperienza e oggi, a ottantacinque anni, ricorda che nella miniera di sale che stava al campo c’era un’ottima acustica. Anche là Günther e i suoi coetanei improvvisavano concertini jazz con strumenti di fortuna o addirittura usando solo la voce per riprodurne il suono. Era una strategia di sopravvivenza. Ancora oggi, Discher coltiva la sua passione per il jazz con una collezione di circa 25.000 lp e oltre 10.000 cd.

Ha una propria etichetta e per la Günter Discher Edition ha realizzato diverse compilation di tracce rare della sua collezione privata che sono state restaurate e rimasterizzate con suoi interventi personali in cui illustra le caratteristiche dei vari artisti jazz. Tiene conferenze alle università in cui racconta del suo amore per la musica swing ed è il più anziano dj della Germania. Con lui la musica, il suo swing, il jazz di Benny Goodman e Duke Ellington, hanno vinto sul nazismo di Hitler.

Perdono e giustizia

Pubblico un altro pezzo di Enzo Bianchisulla questione del male e in particolare sul rapporto tra perdono e giustizia.

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Perché il perdono è un tema così decisivo nella nostra vita umana e cristiana? Perché la nostra vita conosce il male, questa contraddizione, questa negazione del bene che non possiamo rimuovere né negare. Il perdono ha a che fare con il male, il male che noi facciamo a noi stessi e agli altri, il male che gli altri ci fanno. Il male – nelle sue varie forme del cattivo pensare, del malvagio agire, dell’offensivo parlare – è una realtà nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Il male – dice Gesù – è ciò che nasce dal nostro cuore e diventa aggressività, violenza, odio verso gli altri e verso noi stessi (cf. Mc 7,20-23; Mt 15,18-20). Il male è ciò che io faccio nonostante voglia fare il bene, confessa l’Apostolo Paolo (cf. Rm 7,18-19). Non a caso le domande che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù, sono: «Non abbandonarci alla tentazione» e «Liberaci dal male» (Mt 6,13); e queste richieste sono precedute da quella del perdono di Dio, invocato perché ci renda capaci di perdonare i nostri fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Il male come azione malvagia compiuta da noi esseri umani ci accompagna per tutta la vita. Nel quotidiano il più delle volte non è epifanico, non ha conseguenze vistose; in alcune circostanze invece esplode e ci spaventa, provocando in noi indignazione. In ogni caso, il male è sempre banale… L’uomo si abitua al male, e soprattutto la violenza può nutrire il male, farlo crescere fino alla negazione dell’altro, degli altri. Siamo sinceri con noi stessi: non arriviamo talvolta alla tentazione di voler vedere scomparire chi ci è nemico, di voler vedere escluso dal nostro orizzonte un altro che ci ha fatto del male? Non siamo tentati di ripagare con lo stesso male chi ci ha fatto del male? Non giungiamo perlomeno a sperare il male per chi ci ha fatto soffrire?

Questo è il nostro istinto di conservazione: vogliamo vivere e vivere a ogni costo, anche senza gli altri e magari contro gli altri. Siamo tutti malati di philautía, l’egoistico amore di noi stessi, e quando siamo offesi il nostro istinto è quello di difenderci attaccando, non diversamente dagli animali. Siamo tentati di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alimentando così una spirale di odio e di vendetta che ben presto finisce per mostrare la sua qualità mortifera. Noi esseri umani, in verità, sappiamo che per intraprendere il cammino di umanizzazione in vista di una vita piena di senso, di una vita segnata dalla qualità della convivenza, dobbiamo impedire la vittoria del male su di noi e la spirale di violenza che ne consegue: è qui che si colloca il perdono, che è innanzitutto, umanamente, un’interruzione del male, un porre un argine al male, un dire no a una logica di morte.

Gesù con la sua vita ha cercato di narrarci questo volto di Dio fino a vivere lui stesso, in prima persona, il perdono fino all’estremo. Perdono donato anche ai suoi carnefici, ai suoi aguzzini, a quanti lo hanno condannato a morte, a quanti lo hanno angariato durante la sua esecuzione: «Padre, perdona loro perché non sanno né quello che dicono né quello che fanno» (cf. Lc 23,34). Proprio per aver ricevuto la testimonianza e l’insegnamento di Gesù, Paolo nella Lettera ai Romani ha potuto rivelarci Dio quale fonte di ogni perdono. Ascoltate questo straordinario annuncio dell’Apostolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5,8-10).

È una scandalosa simultaneità: mentre noi odiamo Dio, Dio ci ama e ci perdona; mentre noi siamo peccatori, Dio ci riconcilia con sé. Questo è il cristianesimo, a tal punto che Hannah Arendt, una filosofa ebrea e non credente, è giunta a scrivere: «A scoprire il ruolo del perdono nell’ambito delle relazioni umane fu Gesù di Nazaret» (Vita activa. La condizione umana V,33 [orig., 1958; Bompiani, Milano 200814, p. 176]). Questo è lo scandalo della croce di Cristo (cf. 1Cor 1,23), e solo nella folle logica della croce (cf. 1Cor 1,18.23.25) si può comprendere il perdono di Dio verso di noi, e quindi il nostro perdono verso noi stessi e gli altri.

Ma nel nostro cuore, di fronte a questo perdono così radicale ed esteso, sorge una domanda, un dubbio: e la giustizia? Sentiamo dire: misericordia, perdono; e ci chiediamo: sì, ma la giustizia? Certo, la giustizia è anch’essa un attributo del Nome di Dio («… non lascia senza punizione, castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione»: Es 34,7). Ma guai a noi se misurassimo la giustizia di Dio con i nostri criteri umani, se proiettassimo in Dio la nostra giustizia. La giustizia degli uomini è necessaria, è capace di arbitrare, di sanzionare il male, talvolta anche di arginarlo; ma solo la misericordia sa rendere all’uomo la sua dignità, sa fare del colpevole una creatura nuova, perché l’uomo ha bisogno certamente della giustizia, ma anche dell’amore e della gratuità del perdono. Solo la misericordia permette di fare giustizia senza vendicarsi, senza umiliare il colpevole, e di perdonare senza svuotare la legge, il diritto. Noi cristiani dobbiamo fare un ulteriore passo avanti nella comprensione della giustizia e nel cammino di umanizzazione. È stato il beato Giovanni Paolo II a farci il dono di aprire il cammino alla comprensione di come sia possibile coniugare insieme perdono e giustizia. Nel suo Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002 egli ha innanzitutto confessato che, confrontandosi con la Parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, era giunto a comprendere che il Vangelo esige che il principio «perdono» sia immanente al principio «giustizia» (cf. § 2). Così ha potuto coniare un’affermazione lapidaria, che dà il titolo all’intero suo testo: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Questo il messaggio annunciato ai cristiani e anche ai non cristiani, messaggio straordinario che osa chiedere a tutti una prassi di perdono affinché sia possibile edificare insieme una polis, una città segnata da giustizia, pace, solidarietà comune. Ma Giovanni Paolo II con forza e audacia ha anche chiesto che l’esercizio del perdono non avvenga soltanto a livello personale, ma sia una virtù proposta all’intera comunità civile. Così scriveva: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una «politica del perdono», espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (ibid.§ 8).

Questa la risposta vera alle patologie della società, ai conflitti che dividono gli uomini e li contrappongono tra loro. L’ordine sociale e la costruzione della polis non possono avvenire senza coniugare tra loro giustizia e perdono. In quest’ottica – lo ripeto – è particolarmente necessario situare il perdono anche nell’ambito giuridico: occorre sì arginare e disarmare il colpevole, occorre anche la detenzione per impedirgli di reiterare i delitti; ma nello stesso tempo occorre pensare a una rieducazione, ad apprestare un cammino di umanizzazione e di reinserimento nella società, mostrando anche la possibilità di un perdono, di un condono. Nel contesto politico, già ad Atene, nell’antichità, si conosceva la legge dell’amnistia, con lo scopo della riconciliazione tra partiti politici e della pace nella polis. Nel contesto economico, il perdono può essere esercitato con la remissione del debito dei paesi poveri, dando loro la possibilità di un’economia che conosca uno sviluppo. Sì, il perdono, come ha detto Giovanni Paolo II («Le famiglie, i gruppi, gli stati, la stessa comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale»:ibid.§ 9), a livello giuridico, politico ed economico internazionale non è solo un atto che vuole dimenticare un passato che altrimenti potrebbe solo alimentare il conflitto, ma è un atto che apre a un nuovo futuro. Perdonare è prendere coscienza che è necessario rinnovare la comunicazione, la relazione con l’altro, per non negarlo, per non lasciarlo nella condizione di nemico. Si pensi al perdono reciproco che si è attuato tra neri e bianchi in Sudafrica o a quello assolutamente necessario tra ebrei e palestinesi al fine di giungere a una pace vera e duratura. Il cammino del perdono è il cammino dell’umanizzazione, è il cammino di Dio per noi uomini.

Fine dell’economia globalizzata?

Prendo da www.ariannaeditrice.it questo articolo di Gunter Pauli (imprenditore e autore di “The Blue Economy”) che ci sarà utile in quinta appena ricomincia la scuola.

16/08/2011 La realtà dimostra che nell’economia globalizzata, la povertà è l’unico fenomeno sostenibile

L’economia mondiale per decenni ha seguito la strada della globalizzazione. Il timone è stato tenuto dalle economie di scala ogni volta più grandi a costi marginali sempre più bassi, spingendo il settore manifatturiero a standardizzare e a ridurre radicalmente i costi attraverso l’outsorcing e il controllo della catena delle forniture. Così si sono imposti la concentrazione dei fornitori e l’eliminazione delle inutili gestioni interne, la promozione delle fusioni e delle acquisizioni e la riduzione dei costi per assicurare un maggior ritorno per gli investitori e prezzi più bassi per i clienti, in modo da aumentare il loro potere di acquisto e ingrossare le fila della cosiddetta classe media. Si supponeva che questo processo globalizzatore di crescita portasse ricchezza dagli strati sociali più alti fino ai più bassi, distribuendola e permettendo a più membri della classe media di diventare ricchi. Però la realtà dimostra che, nell’economia globalizzata, la povertà è l’unico fenomeno sostenibile. Anche se si può sostenere che c’è stata la crescita e l’espansione del mercato, la quantità di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno non sono mai state tante come ora.

Si riteneva che il controllo dell’esplosione demografica fosse un fattore chiave per uno sviluppo sociale equo per tutti nel pianeta. Però controllare la crescita della popolazione non è sufficiente. L’azione più decisiva che è necessaria – e la meno dibattuta – è cambiare il modello di business. Il nostro sistema economico è sempre stato organizzato per l’efficienza, ma però nessuno ha considerato la sufficienza. L’avidità, invece della necessità, è stata la musa ispiratrice della dinamica imprenditoriale. E il baratro tra i più ricchi ed i più poveri del mondo non è mai stato tanto ampio come ora. L’alternativa, proposta dalla Blue economy è quello di soddisfare le nostre necessità di base con quel che abbiamo. E’ finta l’ora di cessare il consumo di più della capacità reale del pianeta.

Per uscire dalla trappola della scarsità ed entrare nel mondo della sufficienza per tutti gli esseri senzienti, e non solo per la specie umana, dobbiamo introdurre innovazioni e tecnologie che forniscano nutrienti ed energia a cascata, proprio come fanno gli ecosistemi. Amory Lovins ed i suoi esperti energetici del Rocky Mountain Institute hanno dimostrato che la società moderna ha raggiunto nel 2007 il “picco del petrolio” – nel momento in cui l’estrazione annua dei combustibili fossili raggiunse il suo punto più alto – e che da allora si stanno riducendo progressivamente le riserve. In questa situazione, abbattere il consumo e cercare fonti rinnovabili di energia è una necessità assoluta. Ma la fine dell’era dell’accesso illimitato ai combustibili fossili porta con sé il “picco della globalizzazione”.

Le imprese che si sono espanse fino a trasformarsi in multinazionali ora si confrontano con una tendenza di dinamica decrescente. Le vincitrici saranno le piccole e medie imprese, ispirate da milioni di impresari che sapranno rispondere alle necessità di base delle loro comunità con le risorse locali disponibili. Questo cambiamento permette di concepire un sistema competitivo nel quale il libero commercio ed il libero flusso degli investimenti stranieri diretti non saranno più la chiave per il successo economico. Il nuovo modello offrirà opportunità alle imprese locali che saranno capaci di creare un’ampia alleanza di attività economiche e sociali con molteplici guadagni e benefici. Questo modello è l’alternativa alla camicia di forza imposta dal mantra dell’uniformato e globalizzato mondo contemporaneo: il giro di attività e competenze essenziali e il suo feticcio, le analisi dei flussi di cassa. Abbandonare il modello dell’Harvard Business School, che obbliga i manager a concentrarsi su un prodotto e un processo alla volta, permetterà che Davide vinca un’altra volta Golia. Davide vincerà, non perché ha un accesso privilegiato ai mercati globali di capitale, lavoro, energia e minerali, ma perché l’accelerata espansione che ha incentivato la globalizzazione avrà lasciato i giganti estremamente vulnerabili. E, a differenza delle 500 corporazioni più grandi che elenca la rivista Fortune, pochi imprenditori aspirano a rimpiazzare questi giganti e saranno soddisfatti se ognuno riuscirà a mordere una porzione del 2 o 3% del mercato dei loro formidabili avversari.

Questo nuovo paradigma faciliterà la venuta di sistemi decentralizzati di produzione e consumo che sono già competitivi e tecnicamente percorribili in tutti i settori dell’economia, incluse il minerario, la forestazione, l’agricoltura, i metalli, la chimica l’energia e l’industria cartiera. Il portafoglio di 100 innovazioni descritte in “Blue economy” e i loro crescenti successi di mercato in tutti gli angoli del mondo, dimostrano che questi singoli successi non sono isolati ma parte di una nuova tendenza che chiamiamo “La fine della globalizzazione”. Anche se la penetrazione completa della blue economy nel nostro tessuto sociale ed economico potrebbe richiedere qualche decennio, sta già forgiando forze competitive guidate dalle necessità e dalle risorse locali. Così nascerà una nuova società nella quale si creeranno posti di lavoro sufficienti, dove i migliori prodotti per la salute e l’ambiente saranno meno costosi e si creerà capitale sociale con la semplice dinamica di essere più produttivi e competitivi. In definitiva, questo è quello che spera l’economia umana: realizzare molto di più con molto meno.

Questo intervento è stato pubblicato su Tierramérica l’8 agosto 2011 con il titolo “Tras el pico del petróleo, la globalización se irá a pique”

Arroganza versus debolezza

Ieri, navigando nel web mi sono imbattuto in un articolo di un mese fa del priore di Bose Enzo Bianchi che conduceva un elogio della debolezza. Oggi nella sezione di economia del sito del Corriere della Sera leggo un pezzo breve dal titolo “Sei odioso? Fai carriera e guadagni di più”. Potremmo dire di essere agli antipodi: li posto entrambi.

Corriere della Sera, 17 agosto 2011

gordon_gekko.jpgMILANO – Quanto aiuta nella carriera essere arroganti, sgradevoli e magari anche profondamente antipatici? Moltissimo. Se poi sei uomo la scalata verso il successo è assicurata. A giungere a questa conclusione è un team di ricercatori guidati da Timothy Judge, docente di Managment presso il Mendoza College of Business dell’Università statunitense di Notre Dame, e al quale hanno partecipato anche Beth Livingston, della Cornell University e Charlice Hurst della University del Western Ontario. I ricercatori hanno raccolto e analizzato i dati di venti anni di studi, aggregando i risultati di interviste e sondaggi a più di 10 mila dipendenti e impiegati e interpretandoli in un report dal titolo «Do Nice Guys—and Gals—Really Finish Last?». In vetta alla classifica degli impiegati più premiati ci sono gli uomini odiosi, o quantomeno giudicati tali dai colleghi. Gli antipatici e sgradevoli infatti arrivano a percepire un reddito addirittura il 18,31 per cento superiore rispetto alla loro controparte gentile. Mentre le signore insopportabili guadagnano mediamente il 5,47 per cento in più delle colleghe simpatiche e solidali. Il che significa che nello scalino più basso della carriera lavorativa si trovano le donne piacevoli e amabili. Dunque va notato che il premio all’odiosità è molto più alto per gli uomini che per le donne e che la par condicio tra sessi non esiste nemmeno a questo proposito. In sostanza, come spiega Judge in un’intervista, la percezione dei colleghi cambia di fronte all’arroganza maschile e femminile, forse perché nella società la prevaricazione e la fermezza vengono tollerati meglio da parte di un uomo, quando addirittura non vengono visti in un’accezione positiva e associate all’abilità nell’essere ottimi negoziatori. Se un maschio è capace di imporsi con durezza, anche a costo di essere sgradevole, dimostra autorevolezza, mentre se una donna si afferma in modo troppo deciso rischia di essere etichettata come maniaca del controllo, pur essendo vista meglio rispetto alla collega dolce e gentile (che nel lavoro equivale a dire «mollacciona»). La gradevolezza è in tutti i casi una penalità, a conferma del luogo comune che rappresenta il vincente sul lavoro come un vero duro, poco umano, poco affabile e molto deciso. EMANUELA DI PASQUA

Avvenire, 10 luglio 2011 5244468932_66d37bb74b_b.jpg

Come scriveva Gilbert K. Chesterton, il paradosso attraversa il tessuto della fede cristiana. E così la debolezza, l’asthenía che nasce dalla malattia, dall’handicap, dall’umiliazione, dalla sofferenza imposta dalla vita, nel cristianesimo se è vissuta come un cammino pasquale può diventare addirittura un luogo in cui si fa sentire la forza di Dio. Questo viene proclamato da Gesù nel discorso della montagna, quando afferma che sono beati, felici, convinti di poter andare avanti con fiducia e di essere nella verità quanti sono poveri, miti, disarmati, perseguitati, affamati (cf. Mt 5,1-12). L’Apostolo Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi compone addirittura quello che potrebbe essere definito un inno alla debolezza: «Il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si esprime pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché metta la sua tenda in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). In questo testo vanno sottolineate due espressioni che normalmente sfuggono al lettore: la potenza del Signore si esprime pienamente nella debolezza e la potenza di Cristo mette la sua tenda – la Shekinah, cioè la presenza di Dio – là dove trova la debolezza dell’uomo. Si faccia però attenzione. Questo canto alla debolezza non è un canto al male, alla sofferenza, alla prova, alla miseria – come Friedrich Nietzsche ha imputato al cristianesimo –, ma è una rivelazione: la debolezza di fatto può essere una situazione in cui, se chi la vive sa viverla con amore (cioè continuando ad amare e ad accettare di essere amato), la potenza di Cristo raggiunge la sua pienezza. Ma questo messaggio, peraltro centrale nel Nuovo Testamento, è scandaloso e può sembrare follia (cf. 1Cor 1,18-31), e noi cristiani abituati a tali parole siamo disposti a ripeterle ma non a viverle nell’amore: quest’ultima è la vera sfida, perché la debolezza è fondativa dell’antropologia cristiana.

Confessiamolo però con onestà: quando osserviamo la vita nel suo svolgersi quotidiano, quando tentiamo di leggere la storia e le storie, constatiamo che sono la potenza, la forza, l’arroganza, la violenza ad avere successo, e perciò ci diventa arduo scorgere nella debolezza una possibile beatitudine. Siamo capaci di accogliere la nostra debolezza, che si presenta a noi sovente come umiliazione? Siamo disposti a vedere in essa un’occasione di spogliazione, per essere condotti all’«unica cosa necessaria» (Lc 10,42)? Non solo individualmente, ma come comunità, come chiesa siamo capaci di leggere nella debolezza il linguaggio della «discreta caritas», dell’amore discreto che è vissuto quotidianamente senza alzare la voce, senza voler «dare testimonianza» a noi stessi? Forse solo quando smettiamo di parlare di poveri, di handicappati, ma siamo di fronte a un uomo o a una donna in carrozzella, a una persona colpita nei mezzi abituali di comunicazione; quando ci troviamo davanti a un corpo ferito e dilaniato dalla malattia e dal dolore; quando stringiamo le mani di un povero che le ha tese verso di noi, mettendo le nostre mani nelle sue, forse solo allora comprendiamo il dramma della debolezza e siamo capaci di discernere dove Cristo ha messo la sua tenda.

C’è poi anche una forma particolare di debolezza, che non può essere dimenticata: quella dell’umiliazione che nasce dal nostro peccato, a volte dal nostro vizio o peccato ripetuto, in cui cadiamo e poi ci rialziamo, cadiamo e poi ci rialziamo ancora… Siamo umiliati davanti a Dio e agli uomini, anche in questo sia come singoli cristiani sia come chiesa. «Bene per me essere stato nella debolezza» (Sal 119,71), prega il salmista davanti a Dio, ma è bene anche per la chiesa essere umiliata, conoscere giorni di non-successo, di sterilità, di impotenza tra le potenze di questo mondo, a volte addirittura di insignificanza. Non è stato forse questo il tragitto di Gesù nell’ultima parte del suo ministero, dopo i successi e la favorevole accoglienza iniziale? Sì, dobbiamo nuovamente confessarlo: facile a dirlo, difficile da accettare e soprattutto da vivere senza tradire l’amore. San Bernardo, colui che conobbe forse il più grande successo possibile per un monaco nella storia, sperimentò pure un’ora di umiliazione, di fragilità e di miseria anche esistenziale. Fu, per sua stessa ammissione, una crisi spirituale e morale che lo obbligò a vivere per un anno fuori dal suo monastero. In quel tempo comprese molte cose della vita cristiana che non aveva capito prima; comprese soprattutto che nella debolezza si impara meglio la relazione con gli altri e con Dio, e conobbe veramente cos’è la grazia, la misericordia di Dio. E così giunse ad esclamare: «Optanda infirmitas!», «O desiderabile debolezza!» (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7). Sì, è possibile giungere ad affermare questo, ben sapendo però che nel mestiere di vivere la debolezza appare sempre anche come prova, come faticosa prova. ENZO BIANCHI

Brucia il denaro: che ne è della cenere?

“Sono stati bruciati dalle borse europee xyz milioni di euro in poche ore”. In questi giorni è una notizia che si ascolta frequentemente durante i telegiornali quotidiani. Mi sono sempre chiesto: è mai possibile che siano volati nel nulla senza che qualcuno li abbia intascati? Un vivace articolo si Marco Savina comparso su Limesfa qualche ragionamento a tal proposito

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Inutili le volte nelle quali, in tempi non sospetti e proprio in questa autorevole rivista, si è detto che la crisi del 2008 sarebbe stata solamente propedeutica ad una maggiore, che si verifica, guarda caso, in una onda molto lunga e devastante ça va sans dire, proprio nel 2011. Politica e Mercato non sono mai andati d’accordo. Lo scriveva Niccolò Machiavelli nella sua opera “Il Principe” edita nel 1532 e tali sono rimaste le relazioni interpersonali tra i due poteri nel corso dei secoli. La politica apparentemente dovrebbe rappresentare l’arte dell’impossibile, ma purtroppo tuttavia appare come un moloch globalmente cieco, sordo e muto ai desideri ed alle necessità dei popoli. Di quale categoria sono i popoli? Non importa, qualunque tipo di gente ha il diritto di vivere con dignità e compostezza. Se questo non accade, l’aspetto fa riflettere su tanti altri percorsi che la globalizzazione ha imposto. Ovvero, crescita della povertà relativa rispetto agli standard di minima sopravvivenza anche in paesi industrializzati, ritorsione su consumi basici, sensazione di insicurezza e per finire sfruttamento insensato delle risorse basiche del pianeta. Come dire, il 15 % detiene l’85% del rimanente. Right or wrong, così stanno le cose. La “middle class” post seconda guerra mondiale dei “white collars” già stenta ad esistere e fa fatica a vivere quotidianamente. Di fronte ai tanti top managers che, giustamente o no, guadagnano 50 o 60 mila euro netti al mese plus bonus di ogni tipo e scelta, ci sono decine di migliaia di persone per bene che non arrivano alla fine del medesimo mese. Non per questo sono cittadini di serie B. Però vengono perseguiti con vessazioni pari a quelle imposte da un satrapo feudatario medioevale. Se poi parliamo della lotta all’evasione fiscale che in Italia sempre rappresenta una piaga purulenta, abbiamo l’ultimo ottimo esempio del ministro dell’Economia che paga in nero migliaia di euro al mese per godere di una casa affittata a nome di altri e dove può farsi, è proprio il caso di dirlo, i fatti propri. Per carità, tutto il mondo è paese, però come sempre esiste forma e maniera per le cose private. Su questo punto specifico, l’Italietta insegna a tutto il mondo. Nessuno si dimette e i tagli alla spesa “politica” del paese chissà perché, anche se a gran voce richiesti da tutto l’arco costituzionale, in finale stentano ad essere approvati.

Quindi e senza fare nomi, la qualità degli esseri umani in politica è pessima. Tanto pessima che nessuno degli attuali alti vertici è in condizione di varare norme atte a mettere un freno alla odierna, seppure insita nel sistema, crisi dei mercati. Ci vuole coraggio, ci vogliono attributi, ci vogliono capacità, ci vuole credibilità, ci vuole esperienza, ci vuole conoscenza, ci vuole molta professionalità, ci vuole anche sentiment dello Stato, inteso come il conglomerato di attitudini tra chi governa e chi subisce l’essere governato. Magari ogni tanto a questa platea gli girano anche le balle e con ragione, uomo o donna che sia. Il tema non è destra, sinistra o centro, laburisti o conservatori, repubblicani o democratici. Il vero dilemma sono i bisogni pragmatici di chi vive tutti i giorni, la scuola, l’educazione, il rispetto, il lavoro, oltre ai pochi valori rimasti nella vita quotidiana e che si vanno erodendo, globalizzando oltremodo una pervicace forma di “mors tua, vita mea”, affatto contraria non tanto ai dogmi delle varie religioni, quanto al consueto vivere civile. Egoismo, scaltrezza, indifferenza e casta stanno concependo un mondo imperfetto che, meno male, sta implodendo sotto il suo stesso peso. Bid & Ask sono le uniche parole conosciute in borsa. E un mercato in 3D le pone ancora più riflettenti ed opache se non si usano gli appositi occhialini. Che succede? Niente, se non l’assurdo. Che una oncia troy di oro pari a 31,11 grammi circa valga quasi milleottocento dollari sembra uno scherzo di cattivo gusto. Che faranno gli investitori con questo oro? Lo sfoglieranno e se lo metteranno in mezzo a due fette di pane, ammesso che ci sia ancora pane commestibile. Come sempre la mente umana è capace di qualunque tipo di pervicace nefandezza. I più ricchi, inclusi i così detti fondi sovrani non sanno dove mettere i soldi che hanno accumulato con traffici più o meno leciti. Usura, droga, prostituzione, gioco d’azzardo e affari sul limite, rendono miliardi di dollari o euro a chi li maneggia. In momenti di crisi dove vengono diretti tutti questi stimabili denari a cui qualunque governo fa l’occhiolino? Sull’oro. Ovvero sul niente. A che serve l’oro? Qualche uso industriale, gioielleria per ricche signore arabe e indiane e poi? Niente. Non è strategico e non serve per usi militari. Fort Knox è tanto desueto, così come la convertibilità delle divise che non pareggia più con il pur gustoso minerale color giallo zafferano. Infatti anche James Bond adesso preferisce giocare a poker. Quindi si torna al bid & ask, al mercato che non fa prigionieri, al mercato che vive di impeto e non di ragionamento. “Buy the rumors & sell the news”, normale pratica ovviamente di quando escono le notizie e pertanto non ci sono più notizie su cui appendersi. Men che meno da quelle della politica. In fondo, il mercato odia la politica. Il mercato si è fatto i propri circuiti viziosi dai quali mangia e muore. Il mercato si è costruito tali e tanti sistemi sintetici e virtuali per cui alla fine si apparenta ad un Avatar che o stacca la spina ai pc, o termina collassato sotto la spinta non tanto delle informazioni giornalistiche di miliardi “bruciati”, visto che i miliardi bruciati in sedute di borsa non esistono. Il denaro non brucia, solo va da una parte differente, che è quella di chi gode di grandi capacità di manovra. Come dire, se sei Citigroup o Goldman Sachs, solo per fare un esempio, sei tu che fai il mercato e molte volte ti remi contro senza accorgertene. Ecco perché alla fine il gioco estremo non dà ritorno. Nessuno vince e nessuno perde. Somma zero. La vittoria di Pirro dei poveri che non hanno niente da perdere. Ai ricchi una bella sforbiciata e i meno abbienti rimangono quello che sono, pagando però ogni volta lo scotto di aumenti sconsiderati dei prezzi atti a calmierare le perdite dei ricchi. Certo nessuno vorrebbe essere nei pantaloni di qualche esimio banchiere di Miami, dovendo giustificare inusuali sparizioni milionarie a cocaleros messicani, paraguayos, peruviani, boliviani, argentini o comunque centro e latino americani. Non è gente che convive con l’algido aplomb della Angela Merkel, un poco avara nel portafoglio, ma comunque sempre pronta a fare cassa con i titoli di stato di altri paesi amici dell’area euro. Magari nessuno gli racconta che anche la grande Germania è in pericolo di sopravvivenza, così come la Francia dell’arrogante Sarkozy e il Regno Unito dell’inetto David Cameron alle prese tra l’altro, ciliegina sopra la torta, con una notevole sequenza di teppisti e delinquenti che gli stanno mettendo a fuoco mezzo paese. Parecchi opinionisti ritengono che Barack Obama sia una specie di stolto, arrivato per caso alla Casa Bianca. Nessuno ricorda che gli USA negli ultimi due secoli si sono risollevati da tante traversie ed hanno alla fine vinto a loro modo tante di quelle situazioni per le quali un dime di scommessa sarebbe stato troppo. Che serve?

Per l’appunto, un quantum leap, un colpo d’ala. Il ritorno alla grande di un John Nash, sarebbe oltremodo magico. Di gente che parla a vanvera, il mondo ne detiene in quantità industriale. Inclusi coloro che dissertano sulla Cina, l’eccellente economia globale a due cifre fatta tutta di numeri falsi, esattamente come i loro prodotti. Per questo se la fanno sotto se gli Stati Uniti hanno seri problemi. E’ come lasciare la calda e comoda cuccia di una madre amorosa e andare per la strada a vendere a prezzi stracciati il poco di copiato che si ha in tasca. In quattro fra gli stati più importanti latinoamericani, dove sarebbe il caso di mettere ordine economico, sono casualmente fuggiti dalla finestra negli ultimi sei mesi qualcosa come cinquecentontoventi miliardi di dollari. Questo la dice lunga sull’effetto mercato vs. politica. Ma chi rischia e rimane sa che potrà godere di rendite indefinite, perché il costo della politica lo permette. D’altro canto non è una primizia dell’emisfero sud del mondo, piuttosto in questa parte del globo le risorse primarie sono ancora voluminose, considerevoli e appetitose. Morale della favola, l’incompetenza regna sovrana ma la supponenza dei politici, commentatori economisti, falsi esperti e affini sempre vuole fare la differenza. Questa volta la pellicola è diversa. Con buona pace dei suonatori e pure dei suonati.

Intanto in Cina…

In quinta trattiamo sempre l’argomento della globalizzazione e facciamo qualche cenno all’economia. Questo articolo è a firma del dissidente cinese Wei Jingsheng ed è tratto da Asianews.

Washington (AsiaNews) – I dati di ricerca accademica presentati dall’Accademia cinese per le Scienze sociali mostrano che il 99% delle imprese cinesi sono di statura media o piccola. Queste piccole e medie imprese (Pmi) contribuiscono circa al 60% del Prodotto interno lordo, forniscono più del 50% del gettito fiscale e danno circa il 75% dei posti di lavoro nelle aree urbane. Il fatto che nello scorso anno il 40% delle Pmi sia stato chiuso pone delle domande, che la gente rivolge nei confronti dei dati del governo. Data l’iper-produzione nel mercato automobilistico, alla fine del 2011 ci saranno 10 milioni di veicoli in eccesso in Cina. Questo dato supera l’intera produzione giapponese del 2009. Un altro grande problema viene dal surplus del mercato immobiliare, che ha creato una bolla pari al 30% dell’intera situazione abitativa. Al momento ci sono 64,5 milioni di appartamenti vuoti nel Paese, abbastanza per dare una casa a 200 milioni di persone.

Nel Paese, si stima che 1.300 persone controllino circa mille miliardi di dollari di investimenti. Secondo un sondaggio condotto da alcune istituzioni finanziarie occidentali, l’1,5% della popolazione cinese possiede il 45% dei depositi bancari e il 67% degli asset finanziari. Il coefficiente Gini (che misura la disparità negli stipendi) ha raggiunto lo 0,57. Nei primi anni Ottanta, esso era pari allo 0,25; negli anni Novanta arrivava allo 0,39. Questo coefficiente odierno è di gran lunga superiore allo 0,43 degli Stati Uniti e allo 0,37 dell’India. In Cina, la popolazione che vive nei pressi dell’assoluta povertà -ovvero un guadagno quotidiano uguale o inferiore ai 2 dollari al giorno – è pari alla metà dell’intera popolazione (1,3 miliardi di persone).

Le imprese controllate dallo Stato succhiano circa il 75% del totale degli investimenti, oltre a controllare circa i 2/3 degli asset totali. Durante la crisi economica e finanziaria che ha colpito il mondo fra il 2008 e il 2010, alle aziende statali è andato il 90% dell’intero pacchetto di aiuti economici per stimolare l’economia. Eppure, l’80% dei profitti aziendali in Cina proviene dalle 120mila Pmi (private) e da circa 12 delle maggiori industrie statali. Soltanto grazie a queste condizioni di monopolio è stato permesso ad aziende enormi come la Sinopec di realizzare enormi profitti.

Dopo aver letto tutti questi dati, possiamo immaginare cosa è andato male: dove sono nati i problemi economici e sociali della Cina. Il “modello Cina” è veramente un modello economico di tipo socialista che, come un vampiro, succhia il sangue dall’impresa privata e ottiene i vantaggi della cosiddetta “economia orientata alle esportazioni”, in modo da ottenere benefici danneggiando gli altri. Le economie di mercato semi-privato devono usare i profitti che ottengono dal mercato internazionale grazie al basso costo del lavoro per riparare i danni dell’economia statale e delle imprese rette da un gruppetto di capitalisti burocrati. Ma i capitali accumulati verranno usati per espandere e migliorare gli elementi tecnici dell’economia cinese? Molto probabilmente, no. Sono pochissime le Pmi che, ottenuti dei profitti dal mercato straniero, decidono di investirli in miglioramenti tecnologici: e questo avviene perché i vantaggi che si possono ottenere con il lavoro a basso costo – che sfrutta delle enormi violazioni ai diritti umani dei lavoratori – sembra sempre la strada più conveniente. Fino a che si riescono a vendere dei prodotti di bassa qualità, a che serve spendere denaro per migliorare la tecnologia? Accoppiata con l’ingiustizia e la corruzione del governo, questa situazione fa sì che i profitti ottenuti non siano poi così alti. Molti degli investitori privati, che guidano le Pmi, stanno iniziando a trasferire la maggior parte dei propri capitali all’estero, in modo da aiutare loro e le proprie famiglie a sopravvivere ai cambiamenti sociali in corso. Chi potrebbe comprare queste compagnie, una volta compiuti dei miglioramenti tecnologici? Nessuno, ed ecco perché i padroni attuali non fanno nulla e non beneficiano la popolazione.

Di conseguenza, il cosiddetto “modello Cina” dominato dall’economia orientata verso l’esportazione non ha fatto quello che doveva, con i profitti eccessivi ottenuti dopo aver riempito di spazzatura i mercati occidentali. Non ha formato o consentito un effettivo accumulo nella società cinese, ha a stento migliorato di poco i contenuti tecnologici dell’entità economica del Paese. I risultati di questo strano fenomeno si vedono adesso. Appena si verifica un problema nei mercati internazionali, praticamente la metà delle Pmi chiude. Eppure per la Cina i calcoli statistici prevedono un raddoppio nella crescita del Pil del prossimo anno: ma questa crescita è il risultato di inflazione e frode del sistema statistico. La vera crescita economica, al momento, è negativa. Oltre al fattore tecnologico delle Pmi, la politica finanziaria del governo cinese è il secondo fattore per importanza che spiega l’enorme chiusura delle aziende nel Paese. Durante la recessione economica globale, il governo ha aumentato gli investimenti per salvare l’economia: e questo è comprensibile. Tuttavia, questo denaro non è stato usato per salvare le Pmi, ma è stato versato quasi tutto in quelle aziende statali, o in mano a burocrati dello Stato, che l’hanno ottenuto grazie alla corruzione politica. Le imprese del grande capitale, che non avevano bisogno di fondi, hanno usato le iniezioni economiche governative per speculare: questo ha creato la bolla immobiliare. Così da una parte vediamo la chiusura di piccole e medie imprese che creano profitto, mentre dall’altra si deforma il mercato immobiliare con i fondi che servivano per salvare le Pmi.

Il problema più ingente viene però dai 3mila miliardi di dollari di debito estero americano che Pechino ha in cassa. Queste riserve dovrebbero essere usate come scambio per emettere altra valuta durante i terremoti economici. In recessione, il governo dovrebbe applicare una politica di mantenimento della valuta interna per tenere a bada l’inflazione. Questo approccio specifico è molto semplice: permettere la libera conversione della valuta straniera da una parte e dall’altra alzare il tasso di scambio di valute. In questo modo la circolazione della moneta interna sul mercato verrebbe ridotta, e l’inflazione declinerebbe in maniera naturale. Ma perché il governo cinese si mantiene sulla sua posizione, e non applica queste semplici misure? A causa delle differenze fra la politica democratica e quella governata dal capitalismo dei burocrati. Dal punto di vista di questi ultimi, eliminare l’inflazione non è un beneficio dato che comunque continuano ad accumulare profitti in eccesso. Radunare gli yuan della popolazione e alzare i tassi di scambio, favorendone la libera circolazione, ed eventualmente inviare all’estero i profitti eccessivi rimane per loro la strada migliore. Inoltre, apprezzare lo yuan renderebbe ancora più difficile trovare compratori per gli immobili in eccesso che già gravano sul mercato. Il collasso del mercato immobiliare cinese sarebbe un danno diretto ai burocrati capitalisti. Si tratta di un danno che loro, che controllano la politica, non sono disposti ad accettare. Naturalmente, neanche il regime del Partito comunista cinese – che gode del sostegno di questi capitalisti, è disposto ad accettarlo. La politica è divenuta la politica dei capitalisti, ancora più lontana dai problemi e dagli interessi della media della popolazione. E questo è il motivo alla base dell’impossibilità di risolvere i problemi sociali ed economici cinesi. Dal punto di vista dell’interesse nazionale della popolazione cinese, la questione è totalmente rovesciata. Aprire il libero scambio della valuta e aumentare il tasso dello yuan, insieme all’apertura di un mercato corretto delle importazioni, eliminerebbe entro sei mesi il problema dell’inflazione. Non sarebbe migliore soltanto la vita dei cinesi: il miglioramento delle tecnologie nelle Pmi creerebbe condizioni di lavoro migliore. Insieme a una relativa espansione del mercato dei consumatori interni, queste politiche aiuterebbero la sopravvivenza di quelle imprese. E questo migliorerebbe la vita della gente senza colpire nessuno. Ma questo renderebbe impossibile ai capitalisti dal cuore nero di fare soldi. Ancora più importante, rischierebbero la bancarotta quei tycoon del settore immobiliare che hanno avuto enormi vantaggi dalle demolizioni forzate e dai terreni espropriati con la forza dal governo. E quindi la Cina perderebbe la metà dei propri miliardari. Allo stesso tempo, i prezzi delle case crollati dopo le bancarotte ridurrebbero della metà la popolazione che non trova un posto dove stare. In questa guerra di interessi, vediamo con chiarezza che tipo di governo sia quello del Partito comunista cinese. Un potere politico, in mano ai capitalisti, che lotta contro la propria popolazione.

Quando la paura uccide la libertà

La libertà religiosa, la libertà di professare una fede, la libertà di seguire una cerimonia religiosa, la libertà di pregare, la libertà di parlare della vita di Gesù o di quella di Siddharta Gautama, la libertà di seguire il Ramadan… Non tutto è scontato: prendo da Asianews

Due donne iraniane in pericolo di morte per apostasia dall’islam.

IRAN_(f)_0816_-_Donne_apostate_e_bibbie.jpgSono state arrestate nel marzo scorso, anche se la conversione sembra risalire ad almeno dieci anni fa. Finora in Iran non è mai stata eseguita una condanna a morte con questa motivazione. Le autorità temono una diffusione del cristianesimo: sequestrate 6500 Bibbie. Teheran (AsiaNews/Agenzie) – Due donne iraniane, rinchiuse nella famigerata prigione di Evin per essersi convertite dall’islam al cristianesimo potrebbero affrontare una condanna a morte per apostasia. La notizia è stata diffusa da radio Farda. Amir Javadzadeh, giornalista di un emittente cristiana londinese, ha dichiarato che le due donne potrebbero essere condannate a morte anche se “non erano politicamente attive. Volevano solo servire il popolo in base alla Bibbia”. Marzieh Amirizadeh, 30 anni, e Maryam Rustampoor, 27 anni, sono state arrestate a marzo, anche se la conversione data a 10 anni fa. Javadzadeh ha aggiunto che sono diventate cristiane dopo “aver speso molto tempo studiando testi religiosi e aiutando gli altri”. La legge iraniana non prevede la pena di morte per apostasia, ma alcuni tribunali locali l’hanno comminata di recente (anche se non è mai stata eseguita) basandosi su testi religiosi. Le autorità sembrano preoccupate per un aumento della diffusione del cristianesimo, soprattutto evangelico. In questo contesto si colloca il sequestro di 6500 bibbie annunciato ufficialmente da Majid Abhari, consigliere del Comitato per gli affari sociali del Parlamento iraniano. Abhari ha attaccato “quei missionari che hanno a disposizione grandi somme di denaro e ,cercando di deviare i nostri giovani, hanno cominciato una grande campagna per sviare l’opinione pubblica. Quelle bibbie, a formato tascabile, stampate con la migliore carta del mondo, ne sono la prova”.

Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco, un italiano Presidente

Prendo da Jesus questo interessante pezzo di Roberto Carnero

È la prima volta che un italiano viene nominato alla presidenza del Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco. Ma Stefano Semplici tale traguardo se l’è meritato con un curriculum di tutto rispetto in questo delicato settore. Eletto durante i lavori della diciottesima sessione, che si è svolta a giugno a Baku, in Azerbaijan, Semplici, classe 1961, è professore ordinario di Etica sociale all’Università di Roma “Tor Vergata” e direttore scientifico del Collegio universitario “Lamaro Pozzani” della Federazione nazionale Cavalieri del lavoro. È uscito in questi giorni nelle librerie, pubblicato dalla Editrice la Scuola, il suo volume Invito alla bioetica.

Professore, come ha accolto l’elezione a presidente del Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco? col5a.jpg

«Prima di tutto, come credo si possa facilmente comprendere, con grande emozione. Quando fui nominato nel 2008 membro del Comitato dal direttore generale dell’Unesco, avevo già considerato un privilegio la possibilità di fare questa esperienza in un contesto davvero globale, che raccoglie 36 esperti che vengono da tutto il mondo. Aver ricevuto da questi colleghi e amici la responsabilità di guidare il Comitato per i prossimi due anni è stata per me la più bella conferma della validità del lavoro che abbiamo fatto insieme, ma anche un atto di fiducia che mi sento ovviamente impegnato a ripagare. Il presidente è eletto dal Comitato e non nominato. Questo significa che la prospettiva è in primo luogo quella del lavoro di squadra, con quel pizzico di lievito in più che viene da momenti davvero intensi e belli di convivialità. Le sessioni del Comitato durano quasi una settimana e i rapporti che si creano sono spesso profondi e duraturi. La mia elezione è poi avvenuta il 2 giugno: non avrei potuto immaginare, come italiano, una coincidenza più felice».

Di cosa si occupa il Comitato?

«Il Comitato è stato istituito nel 1993. La sua funzione, così come viene indicato dallo Statuto, è essenzialmente quella di promuovere la riflessione sulle questioni etiche e giuridiche che emergono nell’ambito delle scienze della vita e delle loro applicazioni, incoraggiando, in particolare attraverso i canali dell’educazione, lo scambio di idee e di informazioni. La sua specificità è appunto quella di mettere a confronto intorno allo stesso tavolo culture e tradizioni diverse, voci che sono espressione di contesti anche molto lontani per stili e prospettive di vita, livello di benessere, organizzazione istituzionale. È un lavoro difficile, ma proprio per questo appassionante. La molteplicità delle esperienze e delle linee argomentative non ha peraltro impedito al Comitato di produrre in questi anni documenti importanti, fino alla Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti dell’uomo, che è stata adottata per acclamazione dalla Conferenza generale dell’Unesco nel 2005».

Quali sono i temi più scottanti su cui si svolge la riflessione?

«Proprio per la sua dimensione globale, il Comitato dà nella sua agenda ampio spazio sia alle questioni bioetiche emergenti nei settori di punta dello sviluppo scientifico e tecnologico, sia a quelle che continuano a generarsi lungo le faglie della povertà e dell’ingiustizia e che costituiscono altrettante minacce persistenti alle quali far fronte per una effettiva tutela della vita e della sua dignità. In concreto: il Comitato, come è accaduto in questa ultima sessione, entra nel merito di problemi come la clonazione e la ricerca sulle cellule staminali embrionali, ma guarda con almeno pari attenzione alle ragioni di fondo per le quali ci sono uomini e donne che, a seconda della parte del mondo nella quale è toccato loro in sorte di nascere, hanno davanti a sé una speranza di vita che può essere di quaranta, anziché di ottanta anni. La bioetica dell’Unesco non può che prendere drammaticamente sul serio la sfida di questa dignità letteralmente dimezzata, come abbiamo cercato di fare anche nel rapporto sulla vulnerabilità e sul rispetto dell’integrità umana che abbiamo approvato a Baku».

Quali sono gli argomenti sui quali lei pensa di impegnarsi maggiormente in prima persona?

«Il Comitato dell’Unesco ha il compito di mettere a fuoco le questioni che, a partire soprattutto dalle scienze biomediche, sollecitano la responsabilità dei Governi, dei protagonisti della vita economica e sociale e in ultima analisi di ognuno di noi. Occorre far crescere sia la consapevolezza di questi problemi sia la volontà di affrontarli con strategie condivise. Nel mio intervento conclusivo a Baku, ho cercato di sottolineare in questa prospettiva l’importanza delle bridging issues, cioè di quei temi che più immediatamente esprimono questa interconnessione fra i popoli. Sia perché la scienza è globale e le nuove domande che essa pone non si fermano ai confini degli Stati, sia perché proprio la bioetica, intesa nel senso ampio al quale ci stiamo riferendo, è diventata il luogo nel quale misurarsi, per combatterle, con vecchie e nuove forme di sfruttamento e discriminazione. Si pensi, solo per fare qualche esempio, alla difficoltà di bilanciare la tutela del diritto alla proprietà intellettuale con il dovere inderogabile di garantire a tutti i farmaci indispensabili; a pratiche come il commercio di organi o la delocalizzazione nei Paesi più poveri di attività di ricerca inaccettabili o addirittura vietate in quelli più ricchi; alle asimmetrie crescenti dei fattori socio-economici che incidono direttamente sui livelli di salute delle persone. C’è poi, evidentemente, il capitolo degli argomenti bioetici al quale siamo più abituati: l’ingegneria genetica, le neuroscienze, le biobanche. Il presidente del Comitato, in ogni caso, non ha il compito di scrivere l’agenda. Deve aiutare a organizzare il lavoro di tutti in modo che il contributo di tutti possa essere pienamente valorizzato e ci si concentri sui problemi che a livello globale sono davvero prioritari».

Ci sono questioni che, come lei diceva poc’anzi, siamo più abituati a discutere. Questioni “sensibili” – fecondazione assistita, ricerca sulle cellule staminali, disposizioni sul fine vita, aborto… – sulle quali in Italia il confronto appare spesso aspro, conflittuale, talora persino antagonistico, soprattutto tra la cultura laica e quella cattolica, che sembrano incapaci di trovare una mediazione. È possibile uscire da questa situazione di stallo?

«I dissensi che coinvolgono tali argomenti hanno effetti particolarmente laceranti, perché in essi sono in gioco il principio fondamentale del rispetto per la vita umana, il riconoscimento dei soggetti ai quali tale rispetto è dovuto e il modo in cui le persone lo assumono all’interno del loro progetto di vita. Per allentare la tensione occorrerebbe prima di tutto “smilitarizzare” la bioetica: essa viene spesso praticata e soprattutto comunicata come strumento di battaglia politica, utile a raccogliere consensi, cementare appartenenze, spingere le persone alla sistematica bipolarizzazione di problemi che hanno invece bisogno della pazienza e del tempo di una ricerca attenta e dai toni pacati. Sono problemi, soprattutto, che non si prestano alla semplificazione che ci vorrebbe sempre e soltanto “o di qua o di là” e che, appunto per la loro difficoltà, non consentono di liquidare chi arriva infine a conclusioni diverse come l’oscuro predicatore di medioevali servitù della coscienza o, viceversa, come l’apripista di un rovinoso nichilismo. La gran parte degli studiosi che ho avuto la fortuna di conoscere in questi anni, e potrei dire la stessa cosa per la platea di gran lunga più ampia dei non addetti ai lavori, è fatta di persone che sono sinceramente interessate a pensare insieme e a trovare soluzioni il più possibile condivise. Il che non significa eludere il dissenso o cercare di edulcorarlo. Non sono però queste persone, purtroppo, che occupano gli spazi del confronto pubblico, che parlano in televisione o scrivono sui giornali».

In che modo, in particolare, la Chiesa cattolica potrebbe offrire contributi costruttivi?

«Nella Dichiarazione sull’eutanasia del 1980, per prendere un tema di particolare attualità in Italia in questo momento, la Chiesa cattolica riconosceva che “in molti casi la complessità delle situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di applicare i principi della morale”. E da questo riconoscimento si traeva la conclusione che, nella concretezza di tali situazioni, “prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso”. Oggi, invece, i principi sono diventati “non negoziabili”. Ma credere che in questo modo essi vengano rafforzati potrebbe essere, alla resa dei conti, un’illusione. Ciò spinge a privilegiare, per la loro tutela, la forza esteriore della legge rispetto all’esemplarità della testimonianza che si propone senza costrizione. Ai principi astratti, preferisco l’ultima pagina dell’enciclica dell’attuale Pontefice Deus caritas est, in cui si additano come esempi sublimi di carità figure assolutamente concrete come Giuseppe Cottolengo e Teresa di Calcutta».

Fino a qualche mese fa la discussione sul Testamento biologico era nell’agenda politica italiana. Oggi l’argomento è stato messo in ombra dalla crisi dell’attuale maggioranza, ma prima o poi il Parlamento dovrà tornare a occuparsene. Secondo lei, quali aspetti vanno tenuti in considerazione per arrivare a una buona legge?

«Questo è davvero, a mio avviso, un esempio di tutto ciò che una legge su un argomento bioetico non dovrebbe essere. La proposta ha preso forma sotto la spinta emotiva di un episodio che ha profondamente coinvolto l’opinione pubblica, quello di Eluana Englaro, mentre il legislatore dovrebbe al contrario non essere coinvolto da passioni troppo “calde”. Si è subito cominciato a contestare da una parte l’invasione di campo delle gerarchie ecclesiastiche e il carattere strumentale della posizione di alcuni dei suoi più zelanti sostenitori e, dall’altra, la volontà dissimulata di arrivare a una vera e propria normativa eutanasica. Il risultato è che, ancora oggi, ci troviamo di fronte a un testo pieno di ambiguità e contraddizioni, tutto concentrato sull’obbligo della nutrizione artificiale, che è probabilmente insostenibile in questi termini, e assai meno attento ai rischi impliciti nella formulazione di alcuni articoli. Siamo in molti a pensare che l’esito potrebbe essere paradossale e che proprio applicando la legge si potrebbe arrivare all’abbandono di malati non più in grado di esercitare “qui e ora” il proprio diritto all’autodeterminazione. Si tratta a mio avviso di insistere proprio sulla differenza fra la volontà attuale e quella ora per allora, bilanciando in modo diverso, rispetto a tutti i trattamenti sanitari, i due principi della tutela della salute come interesse della collettività e del rispetto dell’autodeterminazione, che sono entrambi costituzionalmente rilevanti. Si può ancora fare: a condizione di abbandonare gli argomenti e i comportamenti della bioetica “con l’elmetto”».

Lei ha una formazione filosofica e insegna Filosofia all’università. Che cosa ha da dire specificamente la filosofia (ad esempio, rispetto alla politica e alla religione) sui temi legati alla bioetica?

«La bioetica ha una natura essenzialmente interdisciplinare e la filosofia può aiutare a coltivare questa sensibilità aperta, insieme all’abitudine alla contaminazione di linguaggi e metodi diversi. È vero però anche l’opposto. Stephen Toulmin ha scritto che proprio la medicina ha salvato l’etica, spingendo la filosofia a recuperare la sua capacità di dire qualcosa di rilevante e concreto per la vita e i problemi reali degli uomini. Le due cose vanno probabilmente di pari passo. E comunque anche il mio predecessore alla guida del Comitato dell’Unesco, Donald Evans, è un filosofo».

Fato? Fatto!

Ospito ancora una volta un articolo di Ferdinando Camon che si interroga, prendendo spunto da un fatto di cronaca, sul fato, sul destino, su Dio…

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Gli antichi, quattrocento-cinquecento anni prima di Cristo, avebbero detto: «È il Fato». Chi altri potrebb’essere, a volere la morte di un triestino, nel lontano Messico, in un incidente così banale come uno scontro stradale? E quando il fratello riceve le ceneri del morto, e le porta sulla montagna più alta delle Alpi Giulie, a 2.745 metri, 800 metri al di sopra del “limite della vegetazione”, per disperderle sul mondo, e viene colpito da un fulmine, che scendendo dal cielo piomba dritto sulla sua scala ferrata come un proiettile sparato da un cecchino dalla mira infallibile, e così folgorato precipita per oltre 40 metri e in breve tempo muore, quale altra causa si può inventare, quale altro colpevole si può accusare, se non il Fato? La morte dei due fratelli Dean, uno in Messico e uno qui sulle Alpi  Giulie, sembra il frutto di una volontà superumana e maligna, alla quale la volontà umana non può sottrarsi. Era un pensiero gentile, civile e umano, quello di portare le ceneri del fratello, morto così lontano, così solo, così fuori della vista e dell’aiuto dei suoi, portarle il più in alto possibile, dove la vegetazione non cresce più, e sei nudo sotto il nudo cielo, esposto allo sguardo di chi dà la vita e la toglie, e da lì spargerle e lasciarle trasportare dai venti: è come depositare il fratello su tutto il mondo, in un ultimo abbraccio globale. Del resto, questa era la volontà del morto: dopo la morte, disperdersi sul mondo.  Chi ama la montagna, sa come il trovarsi al di sopra del limite della vegetazione dia il senso di un contatto con l’assoluto, il supremo, quel qualcosa che era prima della vita e che è dopo la morte. Gli antichi lo chiamavano Fato, e lo collocavano al di sopra degli dèi. Gli dèi stessi ne avevano paura. Qui il Fato, o chi per lui, ha visto il fratello salire per le montagne, portando le ceneri del fratello morto, per spargerle all’aria col gesto con cui il vivo saluta il morto, un gesto che nessuno ha mai insegnato ma che ognuno impara da sé, perché sta sepolto nell’inconscio di ognuno. Con quel gesto il vivo dice al morto: “Una Forza superiore t’ha strappato a me”. Ma la Forza superiore vedeva e sentiva tutto, e rispondeva: “Ma io non voglio separarvi, io vi voglio prendere tutt’e due”. L’evento che è seguito ha l’astuzia e la malignità dell’agguato: nei cieli si raduna un temporale, dai nuvoloni scoccano tuoni e lampi, un lampo fila dritto sull’uomo inerme che ha appena compiuto un’opera pia, onorare un morto, quell’opera dalla quale, secondo i poeti, trae la sua vera origine la civiltà umana, il lampo di fuoco percorre tutta la scala ferrata e  stacca l’uomo e lo fa precipitare. Con la loro rozza teoria, del Fato che tutto può e contro il quale niente è possibile, gli antichi spiegavano tutto. Noi non possiamo più ragionare così. Noi questi eventi li subiamo e basta. Sono il segno della nostra impotenza, della nostra rassegnazione. La Palma d’Oro di Cannes quest’anno è stata vinta da un film mistico, del regista Malick, all’inizio di questo film una famigliola vive serena e felice in una fattoria americana, è composta di padre madre e tre figli, un figlio muore senza che ci venga detto come e dove, e dalla Terra si sente una voce che sale in alto a chiedere: “Cosa siamo noi per te?”. La risposta dall’alto dà lo sgomento: “Dov’eri tu, quand’io creavo le galassie e gli abissi?”. Già, dov’eravamo noi? Cos’eravamo? Cosa siamo? Cosa sono questi due fratelli, morti uno in Messico e l’altro qui, per pura fatalità? Nell’economia del mondo, non contano niente. Per noi, ci rivelano tutto. Siamo tutti come loro. Esposti ai colpi della fortuna. E senza diritti. Neanche quello di far domande.