“Ho portato un post-it che non è un semplice post-it: con questo vorrei dire che a volte la felicità arriva all’improvviso. E’ l’autografo di un attore del mio paese, Raffaello Balzo. Ero bambino quando me l’ha fatto. Lui ha lottato due volte contro la morte, a 1 anno durante il terremoto quando è stato salvato dalla nonna, e nel 2006 per un malore durante un programma televisivo. A volte la fortuna arriva all’improvviso come la felicità.” Questa è stata la gemma di A. (classe quarta).
A proposito della fortuna Rita Levi Montalcini ha detto: “Ai giovani auguro la stessa fortuna che mi ha condotto a disinteressarmi della mia persona, ma di avere sempre una grande attenzione nei confronti di tutto ciò che mi circonda, a tutto quanto il mondo della scienza, senza trascurare i valori della società.”
E’ un video quello proposto da M. (classe quarta): “Penso siano parole e immagini importanti per chi attraversa l’adolescenza e si trova ad affrontare problemi di scuola, amore e amicizia”.
Le parole che mi vengono in mente alla fine di questo filmato sono esattamente quelle di Sergio Barbarén della gemma 61 🙂
La gemma di K. (classe terza) è la storia del suo rapporto col padre: “Non è mai stato un rapporto facile, fin da piccola; in seguito si è ancora di più complicato. A un certo punto mi sono trovata davanti a una scelta: o mi dimenticavo di lui o dovevo perdonarlo. Ho scelto quest’ultima strada che ho fatto. Ho scritto la nostra storia su questo foglio che le chiedo di leggere: non arriverei fino in fondo.” E’ stata forte l’emozione in classe. Così si conclude lo scritto di K.: “Credo che la mia esperienza come molte altre possa rappresentare un invito a scegliere con il cuore riconoscendo che il segreto è nel presente e se prestiamo attenzione al presente possiamo migliorarlo, e se miglioriamo il presente anche quello che accadrà dopo sarà migliore.” C’è una canzone di Francesco Guccini che ho sempre trovato molto struggente e il cui testo è ricco di suggestioni e immagini. Certo non corrisponde alla lettera a quanto descritto da K., ma quelle ultime quattro parole sono tutte per lei: «E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola, che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola. E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano, non racconta più favole e ormai non ti prende per mano, sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare e sospesi fra voglie alternate di andare e restare. E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili e di caffellatte in cucina. E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati, persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi, sembra quasi il racconto di tanti momenti passati come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi. E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto. E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire, ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire, che sogni gestire. Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro, capirai che altra gente si è fatta le stesse domande, che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro e non è senza un prezzo salato diventare grande. I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati, lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici come oggetti di bimba, lontani ed impolverati, troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici. Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”».
“Lettera a mio figlio sulla felicità” di Sergio Bambarén (2010) è il libro che C. (classe quinta) ha portato in classe. “E’ un regalo di mia mamma di 2 anni fa. L’ho riletto; è un padre che scrive una lettera sulla felicità, sul modo di vivere, al figlio Daniel intervallandola con racconti della sua vita personale. Leggo alcune frasi importanti anche per la mia vita: sono le cose che ci aiutano a vivere meglio. Le ho prese dalla lettera e non dalle esperienze del padre.” Ed ecco le pagine del libro:
“Sono persuaso, come lo ero da bambino, che il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipenda dalla direzione che si sceglie. E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore. Infatti, soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano, soltanto chi segue il proprio cammino ha la possibilità di vivere una vita basata sull’autenticità, l’amore, l’armonia. Soltanto chi cammina al cammino della propria musica è davvero libero. Perciò non seguire il sentiero tracciato da qualcun altro; piuttosto va’ dove una strada ancora non c’è e lascia la tua scia: se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare! Si vive una volta sola, ma se percorrerai la strada che appartiene a te e a te soltanto, una volta giunto al termine del viaggio avrai la sensazione di aver vissuto mille vite. La vita è meravigliosa, non importa che cosa ti diranno gli altri. Non dimenticare che la bellezza è negli occhi di chi guarda, sempre.” (pagg. 51-52)
“Poi passiamo a credere che la felicità arriverà quando noi o il nostro partner guadagneremo di più. Quando avremo i soldi per comperare una macchina più grande, quando potremo andare in vacanza, quando otterremo una posizione migliore in azienda, quando finalmente butteremo giù quei chili di troppo attorno al giro vita, quando andremo in pensione… E potrei andare avanti a oltranza. La verità, Daniel, a mio modesto parere, è che non c’è momento migliore per essere felici di adesso, qui e ora. Quando altrimenti? La vita sarà sempre piena di nuove sfide, di infinite posticipazioni. Tanto vale ammetterlo e convincersi che – lo ripeto – il momento per essere felici è semplicemente quello presente. Non illudiamoci che ci siano un domani o una strada da percorrere fino in fondo per raggiungere la felicità! La felicità e la strada per conquistarla iniziamo a costruirle a partire da questo istante, attimo dopo attimo. Perciò dai sempre valore al presente, mio piccolo Daniel, e non dimenticare mai che il tempo non aspetta nessuno. Negli anni a venire, non rimandare in attesa di finire la scuola, di innamorarti, di trovare un buon lavoro, di sposarti, se è ciò che vuoi, o di avere dei bambini… Perché un giorno i figli lasceranno il nido ed il tuo matrimonio potrebbe finire. Non abituarti ad aspettare un venerdì sera, un sabato mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno … Ma soprattutto non aspettare di avere esaurito il tuo tempo per capire che non c’è momento migliore per essere felice di questo! Non mi stancherò mai di ribadirlo: la felicità non si trova una volta tagliato il traguardo, ma proprio sulla strada che stai percorrendo, lungo il sentiero per raggiungere i sogni che hai deciso di inseguire. Tanto tempo fa ho letto da qualche parte queste parole. Mi auguro che siano per te un promemoria prezioso:
Lavora come se non ti servisse denaro,
ama come se non avessi mai dovuto soffrire,
e balla come se nessuno ti stesse guardando.
Questa è la vita!” (pagg. 56-58)
Le parole di Bambarén sono talmente pregne e cariche di significato che riesco solo a trovare una canzone che canti l’incredibilità della vita:
“Preferisco mostrare prima il video e poi commentarlo” ha detto V. (classe quinta).
“La questione expò non è importante per quello che voglio dire. Semplicemente mi sono immedesimata nel video: rispecchia la mia visione attuale del cibo, dopo un problema che mi ha fatto detestare il cibo. All’inizio, per me, il cibo era solo un mezzo di sostentamento, poi però è diventato problema che mi impediva di fare feste e stare con gli amici. Nel video si dice esattamente il contrario: il cibo è festa, condivisione, vita! E’ così che lo percepisco oggi!” Mi sono venute in mente le parole di Tiziano Ferro nella canzone “Mai nata”: “In quel frigo…si freddano le lacrime, in dispensa…rinchiudi le tue ansie e poi, sotto il letto…nascondi la tua polvere, poi non dormi…ti chiudi e rifletti. E’ la vita che unita al dolore si ciba di te e della tua strada sbagliata; e continui a pensare, placando il tormento, che bello se non fossi mai nata. Salpa salpa salpa, il raziocinio toglie l’ancora. Da una cerebrale come te nessuno se lo aspetta, parli parli parli, sei un vulcano inarrestabile, treno più che rapido, efficiente poco timida. Ma ti hanno detto mai che devi amarti un po’, puoi rallentare e poi pensare un po’ più a te. Che sicurezza mostri se i casini sai risolvere ma i problemi tuoi non li affronti proprio mai.” Nelle ultime parole la luce alla fine del tunnel: “E la smetti? Rilassati! Forza reagisci sei te che condizioni la tua strada. E, su, prova a pensare che bello sarebbe se invece amassi di più la tua vita”.
“Ho portato questi cd che alcuni amici mi hanno regalato in occasione del mio compleanno con foto e altre cose condivise. L’amicizia è importante, anche vissuta a distanza: mi hanno fatto capire di esserci sempre.” Questa è stata la gemma proposta da A. (classe terza). Propongo un brano su cui ho meditato spesso e che propongo in prima, ma che non ho mai ripreso sul blog. E’ tratto da “Il profeta” di Kahlil Gibran:
“Poi un giovane disse: Parlaci dell’Amicizia. Ed egli rispose, dicendo: Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E’ il campo che seminate con amore e che mietete ringraziando. Egli è la vostra mensa e la vostra dimora perché, affamati, vi rifugiate in lui e lo cercate per la vostra pace. Se l’amico vi confida il suo pensiero non nascondetegli il vostro. Quando lui tace il vostro cuore non smette di ascoltarlo, perché nell’amicizia ogni pensiero, desiderio, speranza nasce nel silenzio e si partecipa con gioia. Se vi separate dall’amico non addoloratevi, perché la sua assenza v’illumina su ciò che più in lui amate. E non vi sia nell’amicizia altro intento che scavarsi nello spirito a vicenda. Condividetevi le gioie sorridendo nella dolcezza amica, perché nella rugiada delle piccole cose il cuore scopre il suo mattino e si conforta.”
Sono scorse le immagini di una delle scene più famose de “La vita è bella” di Roberto Benigni nella classe quarta grazie alla scelta di M. “E’ una delle scene che mi è rimasta più impressa. Mi ha colpito il film, apprezzo Benigni che riesce a trattare argomenti pesanti in modo leggero. Emerge l’amore del padre per il figlio in una situazione tragica, riesce a fargli vivere tutto come un gioco: penso sia una delle cose più difficili dell’essere genitore”.
Eugène Ionesco, in “Note e contronote”, scrive: “Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a sé stessi) c’è il campo di concentramento.” Sembra di essere all’opposto di film come “La vita è bella” o “Train de vie”. E allora viene in mente un’altra citazione di Herman Hesse, presa da “Il lupo della steppa”: “Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non si fosse in rinuncia: tutte queste esperienze di un’altra saggezza di vita si possono realizzare solo con l’umorismo”.
E’ uscita dal banco con una custodia nera in mano, l’ha appoggiata sulla cattedra. G. (classe quarta) ha esordito dicendo: “Dentro la custodia c’è un flauto traverso: lo suono a sette anni ed è un modo per distaccarmi dalla realtà, dal mondo, dalle tensioni scolastiche. Quasi ogni giorno cerco di studiare e suonare i pezzi che mi piacciono di più. Ho scelto il flauto per suonare in gruppo, nella banda: questo mi ha fatto conoscere nuove persone alle quali altrimenti non mi sarei avvicinata.” Immediata è stata la richiesta della classe dell’esecuzione di un brano e così in classe sono risuonate le note della “Sonata in do maggiore” di Bach (terzo tempo). In particolare, nel video qui sotto, dal min 4.54 al min 6.41 circa.
A commento riporto una frase di Heinrich Neuhaus: “Mentre suono Bach, mi sento in accordo con il mondo e lo benedico”.
“La prima volta che ho visto questo filmato mi sono commossa perché mi ha colpito molto: contiene un messaggio forte, con temi anche pesanti e impegnativi, ma verso la fine c’è un messaggio molto bello.” Sono le parole di E. (classe seconda), che così ha continuato: “Penso che nella vita si soffra, capiti di essere derisi, però bisogna andare oltre, senza credere a quanto ci viene detto. Se siamo qui, c’è un motivo; coloro che dicono queste cattiverie hanno torto, perché noi abbiamo un valore. Mi piacciono molto il tono di voce e la scelta delle parole.”
Propongo una storiella raccolta da Bruno Ferrero: basta poco, veramente poco a far scoppiare chi ha raggiunto il limite. Basta poco, altrettanto poco, a farlo stare meglio. Perché sempre più persone fanno fatica a vedere i talenti che hanno dentro?
“Dimmi, quanto pesa un fiocco di neve?”, chiese la cinciallegra alla colomba.
“Meno di niente”, rispose la colomba. La cinciallegra, allora, raccontò alla colomba una storia: “Riposavo sul ramo di un pino quando cominciò a nevicare. Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi, come un sogno. Siccome non avevo niente di meglio da fare, cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo. Ne caddero 3.751.952. Quando, piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.751.953esimo – meno di niente, come hai detto tu – il ramo si ruppe…” Detto questo la cinciallegra volò via.”
I Coldplay sono stati portati in classe da M. (classe terza). “Siamo adolescenti, ci stiamo affacciando all’essere adulti e le sofferenze iniziano: ci sono momenti in cui ci sentiamo giù. Questa canzone l’ho sentita moltissimo e ogni volta che sono giù è l’unica canzone in grado di tirarmi su. Il titolo sembra non c’entrare nulla col testo, sembra allegorico. Mentre la ascoltiamo, proviamo a pensare a qualcuno o a qualcosa che ci faccia dire “viva la vita”. Viviamo di queste cose, di questi ricordi.”
Parto da lontano per arrivare a una canzone che mi fa dire “viva la vita”. C’è un personaggio biblico che deve affrontare un viaggio nella profonda solitudine esistenziale, una di quelle che fanno più male, perché è la condizione dell’abbandonato, o meglio, di colui che è divenuto merce di scambio: e la cosa che crea più dolore è che il commercio è stato organizzato da chi dovrebbe esserti più vicino, in quanto legato a te dal sangue. Mi sto riferendo a Giuseppe, il figlio di Giacobbe, venduto a dei mercanti ismaeliti dai suoi fratelli. C’è una canzone dello svedese Avicii che nelle prime due strofe si adatta bene alla condizione di Giuseppe. Il brano è “Wake me up” (2013) e le parole sono: “Sento la mia strada nell’oscurità, guidato da un cuore che batte, non so dove il viaggio si concluderà ma so da dove iniziare”. E continua con quello che voglio leggere come un accenno alle invidie e gelosie dei fratelli di Giuseppe nei confronti della benevolenza del padre verso il figlio di Rachele e la sua capacità di sognare e interpretare i sogni: “Hey! Loro mi dicono che sono troppo giovane per capire, dicono che sono rinchiuso in un sogno. La mia vita mi passa davanti se non apro gli occhi, a me va bene così”. Ascoltare i sogni delle persone e con essi leggere il futuro: questo dono, che poi diventa l’ancora di salvezza per Giuseppe, all’inizio è un regalo scomodo. Ho già scritto che è uno dei motivi di odio dei fratelli; immagino anche che non sia stato facile per lui riferire al capo dei panettieri del faraone la sua triste sorte. Dai tre canestri di pane bianco che tiene sulla testa e che vengono divorati dagli uccelli, Giuseppe deduce, di lì a tre giorni, l’impiccagione dell’uomo e la lacerazione delle sue carni da parte dei volatili… Provo a vestire gli abiti di Giuseppe e penso che non è facile, che vien voglia di non dormire più per evitare quei sogni, che vorrei non dover chiudere gli occhi quando viene sera, che desidererei restituire gentilmente quel dono (un po’ come i precog del film “Minority report” che abbiamo visto in classe). Ma sento anche che se questo è il Suo disegno un motivo deve esserci, e che forse anche io, prima o poi, scoprirò il senso di questo essere qui in Egitto, lontano da mio padre e mia madre, forse anche io capirò il significato del mio viaggio, forse anche io saprò chi sono. Ancora Avicii: “Svegliami quando sarà tutto finito, quando sarò saggio e vecchio… Vorrei rimanere giovane per sempre, non temo di chiudere i miei occhi. La vita è un gioco fatto per tutti e l’amore è il premio. Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso e non sapevo che mi ero perso”.
La sequenza de “L’attimo fuggente” che E. (classe seconda) ha scelto di proporre alla classe è una delle più famose del film: “In questa scena del film si dice di cogliere il momento, di non aspettare troppo tempo, di essere anche un po’ impulsivi per afferrare ciò che si vuole”.
Stacco un po’, cogliendo solo un aspetto del “cogliere il momento”: ci sono volte in cui la propria decisione di prendere il treno che sta passando possa essere giusta. Può capitare però che ad essere sbagliato sia il treno su cui si è saliti… E’ quello che mi è venuto in mente ascoltando la recente “Magnifico” in cui Fedez si è fatto accompagnare da Francesca Michielin (lasciando perdere il video decisamente banale, a mio avviso): “Sorridi quando piove, sei triste quando c’è il sole, devi smetterla di piangere fuori stagione. Dai proviamo e poi vediamo che succede, per ogni mia parte che ti vuole, c’è un’altra che retrocede… Quante volte ad un “Ti Amo” hai risposto “No, non posso”, hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso. Parliamo allo stesso modo ma con diversi argomenti, siamo nello stesso hotel ma con due viste differenti.” E quindi? Desistere? Continua Fedez: “L’amore è un punto di arrivo, una conquista. Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista. Anche se poi tutto è magnifico”.
“Ho portato la canzone che accompagna la mia storia d’amore; è anche il brano che ha ispirato quella che per me è la canzone migliore che io abbia scritto.” Così A. (classe quinta) ha introdotto la sua gemma. “Mi piacciono il testo e la melodia, e il pezzo esprime il rapporto all’interno degli Slipknot, che è quello che dovrebbe esserci all’interno di ogni gruppo: amore, amicizia, esserci per gli altri.”
Per restare su genere e tematica mi affido a “Alone in heaven” dei Sonata Arctica: il concetto è semplice. Che senso ha una gioia, una felicità se sono da solo a viverla, se non posso condividerla con nessuno? “Mi chiedo soltanto, tutto questo può essere il paradiso se i miei migliori amici bruciano all’inferno? Paradiso. Che diavolo farei in quel luogo senza te? In paradiso, solo in paradiso… Non ti lascerò mai indietro. È tutti per uno, e tutti per la vita.”
Le gemma proposta da M. (classe seconda) era articolata su due parti: una sua foto insieme a due amiche che gli mettono serenità e pace e un video della Ballata n° 2 di Chopin. “Questo brano da un lato mi ricorda una ragazza che si è iscritta al conservatorio di Trieste, dall’altro rispecchia anche il mio carattere: passo in breve tempo da uno stato d’animo tranquillo ad uno agitato, un po’ come questi artisti dell’800”.
Direi che le parole con cui il musicista Franz Liszt parla di Fryderyk Chopin bene si accompagnino a quelle di M. “Mai il carattere di Chopin ha nascosto un solo movimento, un solo impulso dettato dal più delicato sentimento d’onore e dalla più nobile intesa degli effetti. Eppure, mai natura fu più atta a giustificare degli scatti, dei difetti, dei capricci e delle singolarità brusche. La sua immaginazione era ardente e i suoi sentimenti arrivavano sino alla violenza. La sua struttura fisica era debole e malaticcia. Chi può misurare le sofferenze scaturite da queste cose opposte? Devono esser state tremende, ma non ne diede mai spettacolo. Ne conservò il segreto, lo nascose a tutti gli sguardi sotto l’impenetrabile serenità di una fiera rassegnazione.”
“Ho portato come gemma la mia canzone preferita perché mi ha spesso emozionato. Gli A7X l’hanno dedicata a The Rev, il batterista del gruppo, morto nel 2009. Per loro era come un fratello, dato che erano cresciuti insieme. Dice il testo : “Come posso vivere senza coloro che amo? Il tempo ancora gira le pagine del suo libro bruciato”. Inoltre ho voluto portare questo brano per mostrare che anche un gruppo heavy metal può fare canzoni melodiche e toccanti”. Così M. (classe quarta) ha presentato “So far away”.
Quella che mi è venuta in mente è una canzone dei Dream Theater che faccio ascoltare in classe: The spirit carries on. “Da dove siamo venuti? Perché, siamo qui? Dove andiamo dopo la morte? Che cosa ci attende? E cosa poniamo davanti? C’é qualcosa di certo nella vita? Dicono: “La vita e` troppo breve” “L’ora e l’adesso” e “ti viene dato soltanto una possibilità.” Ma poteva esserci di più se fossi vissuto prima, o potrebbe essere tutto ciò che abbiamo?”. La trovo in linea con il genere musicale e con l’argomento.
“Con la mia gemma desidero affrontare un tema serio in modo leggero”. Così B. (classe quarta) ha voluto presentare la sua gemma, un’intervista a Jim Carrey al David Letterman Show (fino al min. 4,30).
“Anche io penso che il paradiso sia qua, ma credo che vada cercato e costruito, attraverso il modo in cui si affrontano le cose. Si possono creare situazioni in cui c’è il paradiso. In estate ho avuto un brutto litigio con una carissima amica, e in conseguenza di quello ci siamo staccate a lungo. Tre settimane fa, ho deciso di vivere il mio paradiso, sono andata da lei e l’ho solo abbracciata: abbiamo iniziato a tremare e a ridere, era come se fossimo in paradiso. Non serve aspettare per arrivare in paradiso”. Mi sono venuti in mente la sequenza finale di Una settimana da Dio e un racconto:
“Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. “Monaco”, gli disse “insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!”. Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: “Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto.” Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco. “Questo è l’inferno”, mormorò il monaco. Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace. “E questo è il paradiso”, mormorò il monaco.” (Bruno Ferrero, L’importante è la rosa)
La gemma proposta da L. (classe quinta) ha toccato corde delicate, per cui sul web non metterò tutto quanto è stato detto e vissuto in classe. La sua gemma è uno zio che da poco tempo non c’è più e L. ha desiderato condividere un ricordo. “C’è stato un giorno in cui mio fratello non voleva più andare a scuola. Allora è intervenuto lo zio dicendogli: «Ve bene, non andarci per due giorni, però fai così. Il primo giorno, prendi un piccone, vai nel cortile della scuola e lo tieni sollevato tutta la mattinata. Il secondo giorno, prendi una penna, vai nel cortile della scuola e la tieni sollevata tutta la mattinata. Rifletti sue queste due fatiche». Questo è un caro ricordo che porterò sempre con me”. Quella che mi è venuta in mente è una canzone poco conosciuta dal grande pubblico di Gianna Nannini. E’ dedicata al padre col quale il rapporto non era semplicissimo: “Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui. Babbo stammi ancora addosso, la vita mi fa freddo se non mi copri più. E vai via dalle mani, babbino caro, accendo il sole per te e non ti perderò. E la vita non è come un angelo che si alza e danza sulla punta dei piedi. E la vita che hai e che vedi andar via, io vorrei ridartela come se fosse mia.”
“Se mi mettessi a commentare la canzone che ho portato, sarei banale, per cui lascio parlare Bono” ha esordito M. (classe quinta).
“E’ un brano che può avere più sfaccettature, più piani di lettura, lascia molto alla riflessione personale e alla libera interpretazione. Personalmente mi fa pensare alle piccolo cose quotidiane.” Beh alla fine, M. qualcosa l’ha detto 🙂 Quello che è venuto in mente a me è la necessità dell’amore: è come se non si potesse cadere più in basso senza percepire l’amore ordinario, comune, ma neppure volare più in alto senza accettarlo. E i pensieri vanno a un altro ritornello: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare. Quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare, cos’è l’amore, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore”.
“La mia gemma si compone di due parti. Prima faccio ascoltare un branno di Ennio Morricone che all’inizio mi rilassa e mi proietta in un altro mondo, mentre poi mi dà la carica. La ascolto almeno 4-5 volte alla settimana”. Ecco la canzone proposta da A. (classe quarta):
“La seconda parte della gemma, invece, è un breve pezzo preso dal film Rocky 6, in cui Sylvester Stallone si rivolge al figlio Robert ormai grande parlandogli delle difficoltà della vita. Mi ci rivedo in molti aspetti”. Ascoltando il pezzo di film mi è venuta in mente questa frase al cui autore non sono mai riuscito a risalire: “Ogni volta che punti un dito contro qualcun altro, ricordati che ce ne sono tre rivolti verso di te”.
E’ stata sintetica nel presentare la sua gemma S. (classe quarta). “Non ho molto da dire. E’ una canzone sull’importanza di vivere la propria vita al 100%”. Ecco il video:
“Voglio lasciare le mie orme sulle sabbie del tempo. So che c’è qualcosa che ho lasciato alle spalle; quando lascerò questo mondo, me ne andrò senza rimpianti. Lascerò qualcosa da ricordare, così non mi dimenticheranno. Ero qui … Ho vissuto, ho amato. Ero qui … Ho fatto, ho fatto, tutto quello che ho voluto ed è più di quello che ho pensato sarebbe stato. Lascerò il mio segno, la mia anima, tutti sapranno che ero qui …” Alex è un amico che se n’è andato il 2 gennaio 1999 a causa di una malattia. Pochi giorni prima di andarsene queste sono state alcune delle sue parole: “Giovani amate la vostra vita, non buttatela in stupide sciocchezze. Amatela fino in fondo, lottate per essa, abbiate coraggio e speranza sempre, in ogni momento… Che la vostra vita non sia una vita sterile… siate utili… “lasciate traccia”.”
La gemma proposta da S. (classe seconda) è composta da quattro citazioni. La prima è di Giordano Bruno: “Un’unica Forza, l’Amore, lega e dà vita a infiniti mondi”, l’amore come forza vitale e creatrice, capace di essere sostegno unico e indispensabile. La seconda è Di Jimi Hendrix: “La pazzia è come il paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire..sei vicino al cielo”. Ha detto S.:”Questa frase per me è significativa perché mi è capitato di essere esclusa e giudicata per il mio modo di essere. Ne sono uscita fortificata quando ho imparato a non badare al giudizio degli altri”. La terza frase è di Cicerone: “Finché c’è vita, c’è speranza”. S. ha valutato la speranza come uno dei valori fondamentali per lei. Infine una frase “con la quale voglio sottolineare l’importanza dell’amicizia e del riuscire a intendersi con uno sguardo, un cenno”. E’ una frase di Gandhi: “Se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino, ma se stai in silenzio solo chi ti ama ti ascolta..”.
Mi soffermo sulla seconda frase, quella di Jimi Hendrix, restando in ambito musicale e proponendo una vecchia canzone di Vasco Rossi. “Jenny non vuol più parlare, non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire. Jenny non vuol più capire, sbadiglia soltanto, non vuol più nemmeno mangiare. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny ha lasciato la gente a guardarsi stupita, a cercar di capire le cose. Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny non può più restare, portatela via, rovina il morale alla gente. Jenny sta bene, è lontano… la curano, forse potrà anche guarire un giorno. Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo. Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi che restiamo a guardarla ora. Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire.” E nel ritornello la voce di chi la conosce davvero: “Io che l’ho vista piangere di gioia e ridere, che più di lei la vita credo mai nessuno amò. Io non vi credo, lasciatela stare, voi non potete!”.