Kurt, Marilyn, Lenny, Giona

Per me uno dei vantaggi più grandi della rete è la possibilità di ascoltare tutta la musica che voglio. Quando avevo 15 anni non era facile sperimentare nuovi ascolti: potevo solo contare sul giro di amici o piazzarmi con la radio o mtv accese e sperare che passasse qualcosa di interessante. Di certo non potevo permettermi di comprare un vinile o un cd per il gusto di provare: andavo sul sicuro, sulla musica preferita. Oggi sicuramente manca un po’ di affezione agli ascolti, sicuramente si ascolta un disco meno volte, ma si può facilmente sperimentare ed è una delle cose che preferisco fare mentre lavoro a casa. In questi giorni sto ascoltando Brunori Sas con il suo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi. Questa sera ho ascoltato più volte il brano “Kurt Cobain”: con un titolo del genere non poteva non attirarmi… (tra l’altro quest’anno sono 20 anni che il cantante dei Nirvana non c’è più). Nel ritornello vengono citati Kurt Cobain e Marilyn Monroe, due persone la cui morte è avvolta nel mistero (più o meno montato) e su cui vi è l’ombra del suicidio. Il tema centrale qui è l’insensatezza del successo, la fatica dell’essere sotto i riflettori e di non poter mai spegnerli o abbassarne l’intensità, la falsa sensazione di essere amati da tutti mentre in realtà si è soli: “Ma chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, chiedilo a Marilyn quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente e non avere più niente da dire”. Parole dure che mi portano alla mente “Circus” di Lenny Kravitz, in cui lui si ribella al circo mediatico e al turbine del successo: “che tipo di circo è questo? ma che genere di clown siamo? quando c’è l’ultimo spettacolo? cosa posso fare per liberarmi?”.
Nelle strofe di Brunori ci sono le similitudini: vivere è come volare, come nuotare, come sognare. Ma il senso della canzone non è così semplice e immediato, almeno per me. Nella prima strofa c’è qualcuno che è in difficoltà, che si sente un recipiente senza contenuto, che non si sente protagonista della propria vita, che si sente proprio in fondo alla “classifica” umana; un giorno può succedere che desideri capire se questo sia vero oppure no (“un giorno qualunque ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”). La terribile possibilità del togliersi la vita si legge sia nei riferimenti del ritornello, sia nelle parole “non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore” o “d’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore”. Ma è proprio in fondo alla seconda strofa che si può trovare altro, quello che voglio leggere come un’alternativa: “proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo”. Conoscersi, sapersi leggere, dare voce alle proprie emozioni, ascoltare i propri pensieri, con sincerità e schiettezza, con serietà e benevolenza, andando dai voli più alti alle profondità più oscure. Lo stesso Brunori afferma: “Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?”.
In sottofondo riecheggiano le parole di Marilyn Monroe: “Una volta celebri, sapete, potete leggere cose sul vostro conto, le idee di qualcun altro su di voi; ma ciò che conta — per sopravvivere, per affrontare giorno per giorno ciò che vi capita — è quel che pensate di voi stessi.”
Infine mi stacco dalla canzone con un personaggio biblico che mi è venuto in mente durante l’ascolto: Giona (di nuovo! Ne avevo scritto poco tempo fa qui). Dal ventre del pesce che l’ha inghiottito si rivolge a Dio e prega così: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.” (2, 6-9).

Come si fanno i papà

In questi anni mi è capitato di raccogliere i racconti di studentesse e studenti (una grande minoranza, per fortuna) che avevano la necessità di sfogarsi per la mancanza di qualcosa che ritenevano fondamentale, anzi, per la verità di qualcuno per loro essenziale: una figura genitoriale significativa, un adulto di riferimento, una madre, un padre nei quali potersi rispecchiare, dai quali essere riconosciuti, apprezzati, amati, ascoltati, rimproverati, abbracciati. Una delle canzoni più famose di Stromae, Papaoutai, afferma: “Tutti lo sanno come si fanno i bambini, ma nessuno sa come si fanno i papà”. Il video è dolorosamente bello: un ragazzo si confronta con un padre presente solo fisicamente. Il padre non parla, non si muove, non interagisce come fanno invece i genitori degli altri ragazzi e che il figlio invidia: solo nei suoi sogni ballano insieme. La conclusione è angosciante: il figlio si identifica con l’unica cosa che ha imparato dal padre e si mette immobile davanti alla tv con lo stesso sguardo perso ed ebete del genitore.

Dites-moi d’où il vient Enfin je serais où je vais
Maman dis que lorsqu’on cherche bien On finit toujours par trouver
Elle dit qu’il n’est jamais très loin Qu’il part très souvent travailler
Maman dit travailler c’est bien Bien mieux qu’être mal accompagné
Pas vrai? Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché!
Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai?
[COUPLET 2]
Quoi, qu’on y croit ou pas Y aura bien un jour où on y croira plus
Un jour où l’autre on sera tous papa Et d’un jour à l’autre on aura disparu
Serons-nous détestable? Serons-nous admirable? Des géniteurs ou des génies?
Dites nous qui donnait Sans soucis responsable!
Ah dites nous qui diar Tout le monde sait Comment on fait des bébés
Mais personne sait Comment on fait des papas
Monsieur j’sais tout On aurait hérité, c’est ça.
Trop d’sucer d’son pouce ou quoi? Dites nous où s’est caché, Ça doit…
Faire au moins mille fois qu’on a bouffé nos doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où est ton papa?
Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!

On the turning away

C’è un testo che viene spesso citato per commentare episodi di indifferenza, disimpegno o menefreghismo, un testo la cui origine è piuttosto oscura: qualcuno lo attribuisce al pastore luterano Martin Niemöller e qualcuno a Bertolt Brecht. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”. Sembra che Niemöller abbia pronunciato queste parole contro la passività degli intellettuali tedeschi nei confronti dell’ascesa nazista. Le sue parole mi sono tornate alla mente domenica sera, mentre ascoltavo per l’ennesima volta uno dei brani dei Pink Floyd che, da sempre, preferisco: “On the turning away”. Si viene invitati a non volgere lo sguardo altrove rispetto ai “pallidi e oppressi”, rispetto a parole pronunciate e difficili da capire per noi. Si viene invitati a non rassegnarsi ai dolori degli altri: “Non accettare che i fatti siano solo sofferenze altrui i ti scoprirai unito a chi si volge altrove”. Ci si rammarica del fatto che la luce della speranza si affievolisca e diventi ombra: l’egoismo porta a indurire il cuore, l’orgoglio porta alla solitudine (“È un peccato che a suo modo la luce trapassi in ombra e proietti il suo velo su tutto quanto sappiamo. Inconsapevoli del crescere dei ranghi, guidati da un cuore di pietra, potremmo scoprirci ben soli in un sogno d’orgoglio”). E’ con l’avvicinarsi di una nuova luce, di una nuova alba, di un nuovo giorno, di una nuova possibilità, che può rinascere la speranza di un cambiamento (“Sulle ali della notte, mentre si risveglia il giorno, mentre il popolo taciturno unito in accordo silenzioso con parole che scoprirete strane e ipnotiche come la luce della fiamma, percepisce il soffio del mutamento sulle ali della notte”). Basta distogliere lo sguardo da chi non ha forze ed è sfinito, dal freddo interiore: guardare in faccia la realtà e darsi da fare (“Non più volgersi altrove da chi è debole e esausto, non più volgersi altrove dal gelo interiore. Un solo mondo da condividere, non basta stare a guardare. È solo un sogno che si possa non più volgersi altrove?”). E’ uno dei testi dei Pink Floyd più chiari ed espliciti.

http://www.youtube.com/watch?v=iGSvTHpJPAs
On the turning away
From the pale and downtrodden
And the words they say
Which we won’t understand
“Don’t accept that what’s happening
Is just a case of others suffering
Or you’ll find that you’re joining in
The turning away”

It’s sin that somehow
Light is changing to shadow
And casting its shroud
Over all we have known
Unaware how the ranks have grown
Driven on by a heart of stone
We could find that we’re all alone
In the dream of the proud

On the wings of the night
As the daytime is stirring
Where the speechless unite
In a silent accord
Using words you will find are strange
Arid mesmerised as they light the flame
Feel the new wind of change
On the wings of the night

No more turning away
From the weak and the weary
No more turning away
From the coldness inside
Just a world that we all must share
It’s not enough just to stand and stare
Is it only a dream that there’ll be
No more turning away?
(Ho utilizzato la traduzione disponibile qui)

Fuori e dentro la tempesta

Oggi facciamo un salto indietro grazie al post di facebook di una collega (grazie Silvia) che ha citato un passaggio che riporto più sotto. Quello che chiedo di fare è un salto nel tempo e nello spazio.
Andiamo al 616 d.C. oltre il Canale della Manica. E’ appena diventato re il pagano Edwin, che chiede in moglie la cristiana Etelburga, figlia del re del Kent. Edwin garantisce di non interferire nella vita religiosa della futura sposa che quindi si mette in viaggio insieme al proprio cappellano Paolino per raggiungerlo. Secondo la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” del Venerabile Beda, Edwin è molto indeciso sul fatto di diventare cristiano o meno e decide di ascoltare il pare di alcune persone. Uno dei suoi consiglieri gli dice: “O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena con i tuoi dignitari d’inverno, con il fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.”. Edwin si battezza a York nel 627. Stop, fine del viaggio.
Mi piace molto l’immagine utilizzata nella metafora e la chiave di lettura cristiana è data dallo stesso Beda nell’ultima riga. Ma voglio giocare e vederla diversamente, facendo finta che quell’ultima riga non ci sia, e immaginare che il volo del passero rappresenti tutta la vita, fatta di tempeste e calme piatte, di momenti turbolenti e momenti sereni, con la consapevolezza che spesso proprio le tempeste ci permettono (o ci costringono) a rimettere a punto la nostra barca e a ricalcolare la rotta. Senza passare attraverso la burrasca il Jim Carrey di The Truman Show non potrebbe capire di essere immerso in una vita fittizia, né troverebbe il coraggio di disobbedire al regista Christo. Ci aggiungo un verso del brano La tempesta di Angelo Branduardi:
“Non c’è più vento per noi, tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi, tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida,la mano del destino
ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà”.

http://www.youtube.com/watch?v=CoB6qMgbhU4

La speranza di Bruce

Nell’ultimo album di Bruce Springsteen “High Hopes”, uscito a metà gennaio, c’è un brano difficile da comprendere senza un minimo di coordinate bibliche: “Heaven’s wall”. C’è un costante riferimento ad alzare le mani, ma ben diverso dal “discotecaro” o “concertaro” “Su le mani!”. Lo si evince dal senso complessivo del brano: è un alzare le mani al cielo, al trascendente, al Dio della Bibbia. Emergono diversi protagonisti: si inizia dalla donna samaritana che al pozzo di Sicàr accoglie da Gesù la richiesta di essere dissetato e ricorda la promessa di salvezza ricevuta da lui (“C’era una donna che attendeva al pozzo tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu. Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti, curerà le malattie”). Vengono poi nominati in breve successione altri personaggi dell’Antico Testamento: “Venite uomini di Gedeone, venite uomini di Saul, venite figli di Abramo”. Gedeone è un uomo che da contadino diventa uno dei condottieri di Israele e giudice. Saul è il primo grande re di Israele. Abramo è il grande patriarca della famiglia israelitica. L’invito di Bruce Springsteen è rivolto per tanto a tutto Israele, che va inteso, secondo l’esegesi biblica, rivolto a tutta l’umanità: “Attendiamo fuori dal muro del paradiso”. L’ultimo personaggio a comparire è uno dei più famosi e citati della Bibbia: Giona. Egli, chiamato e inviato da Dio a Ninive, si rifiuta e si imbarca su una nave. In mezzo alla tempesta si rende conto di essere il responsabile dell’ira divina e racconta tutto ai compagni di viaggio invitandoli a gettarlo in mare. Qui viene inghiottito da un pesce (Bruce cede al racconto tradizionale in quanto nella Bibbia non si parla di una balena) e si salva. Giunge poi a Ninive ottenendo la conversione degli abitanti ma rammaricandosi per il mancato castigo divino. E’ un racconto sulla fede e sul perdono, sulla misericordia. Ecco i versi di Bruce: “Vide un sorvegliante alle porte della città. Giona nel ventre della balena ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio, la sua misericordia non fallì”.
E nel ritornello, oltre alle mani alzate, c’è un forte versetto di speranza: “E insieme cammineremo nella terra di Canaan”. E’ la promessa di Dio al suo popolo, il luogo dei sogni, delle aspettative, delle speranze (non dimentichiamoci il titolo del cd “High hopes”). E non è la prima volta che Bruce canta di una terra promessa: ne avevo già scritto qui.

http://www.youtube.com/watch?v=liSFFFihbYs

Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

Uno, due, tre, quattro
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

C’era una donna che attendeva al pozzo
Tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu
Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti
Curerà le malattie
Venite uomini di Gedeone
Venite uomini di Saul
Venite figli di Abramo
Attendiamo fuori dal muro del paradiso
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Vide un sorvegliante alle porte della città
Giona nel ventre della balena
Ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio
La sua misericordia non fallì
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Volevo amarlo

Metto insieme quello che hanno portato in classe due alunne di prima. Stamattina è stata proposta la canzone “She will be loved” dei Maroon 5. A circa metà brano si ascolta: “Non sono sempre arcobaleni e farfalle, è l’aver raggiunto un compromesso che ci fa muovere”. Il pensiero è andato subito alla citazione che un’altra studentessa aveva portato sabato, una delle pagine finali di “Bianca come il latte rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia:
«Mamma, perché hai sposato papà?»
«Secondo te?»
«Perché ti ha regalato una stella?»
Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni mia tempesta.
«Perché volevo amarlo.»

E poco prima c’è un altro passo interessante:
«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».

Commento il tutto con una canzone “complessa”, dal testo molto ricco, di un cantautore italiano che ha annunciato qualche mese fa il suo ritiro dalle scene, Ivano Fossati. Certamente non è un genere di canzone che va per la maggiore tra gli adolescenti, ma, ancora una volta, non è questo il mio intendimento 🙂

http://www.youtube.com/watch?v=k8w0lefS1YE

Fuori c’è un sole che brilla

Oggi mi lascio andare a una canzone metal dalle sonorità molto epiche. Autore ne è il gruppo power metal finlandese Stratovarius, l’anno di pubblicazione è il 1998, il titolo sia della canzone che dell’album è “Destiny”.
Si parte da uno sguardo cupo sulla realtà dai toni apocalittici (“Il tempo passa, il tempo stringe, l’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo? Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo”). Ogni tentativo di trovare una risposta a tanto sfacelo, a tanto dolore non ha avuto esito, è stato faticoso e infruttuoso: “Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta che non ho mai trovato”. Vi è una breve citazione del Qohelet (Qo 3,1-15) a riassumere la vita di un uomo (“C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire”) che non può comunque sfuggire a quanto è deciso per lui (“ma nessuno può sfuggire al destino”). Segue un tentativo di bilancio della vita stessa, un’occhiata oggettiva e sincera su se stessi: “Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente. È questo il modo di tirare avanti? Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi. Un lupo nei vestiti di un agnello?”. E’ il momento di tirare le somme, di tracciare una riga, vedere il risultato e decidere che fare.
Qui parte l’invito, la spinta, l’incoraggiamento e il brano svolta anche musicalmente: “Lascia sempre il tuo spirito libero, attraverso la finestra della tua mente. Libera la tua anima dall’odio, tutto quello di cui hai bisogno è la fede”. Si devono prendere le decisioni e lo possiamo fare solo noi in prima persona, anche se possiamo essere costretti a confrontarci con una forza più grande che guida le vite: “Io controllo la mia vita, io sono l’unico. Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino”. Sarebbe interessante fermarci e chiederci cosa si intende per destino: un qualcosa di scritto per filo e per segno? una sorta di predestinazione generica? qualcosa di simile al fato? La natura stessa delle cose e quindi qualcosa molto simile al caso? Sembra esserci una risposta nell’ultima strofa della canzone: “È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere. Tu crei il tuo destino, so che troverai la via”. Quindi, sembrano dire gli Stratovarius, sì, c’è un destino, ma è l’uomo stesso ad esserne l’artefice con le proprie scelte, la propria vita. Chiude il brano un classico del gruppo finlandese: la speranza (ne avevo già scritto qui). “E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene. Io un giorno tornerò indietro verso di te, per favore, aspettami”.
In rete non ho trovato un video ufficiale, allora ho scelto questo che abbina la canzone ad alcune sequenze del Signore degli anelli. Direi che la cosa ci sta…

I tempi stanno cambiando così velocemente, mi chiedo quanto dureranno
Il tempo passa, il tempo stringe
L’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo?
Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente
È questo il modo di tirare avanti?
Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi.
Un lupo nei vestiti di un agnello?

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Lascia sempre il tuo spirito libero,
attraverso la finestra della tua mente
Libera la tua anima dall’odio,
tutto quello di cui hai bisogno è la fede

Io controllo la mia vita, io sono l’unico.
Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino

È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere
Tu crei il tuo destino, so che troverai la via
E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene
Io un giorno tornerò indietro verso di te
per favore, aspettami.

Aspettando in silenzio

Il compito assegnato agli studenti di prima era quello di portare in classe qualcosa (una canzone, un film, un libro, un oggetto, una foto, una quadro…) sull’amore e spiegare ai compagni il motivo della scelta. Propongono sempre cose interessanti e mai banali, se non altro per il fatto di metterci qualcosa di loro e presentarlo ai compagni. Ci sono, tuttavia, delle volte in cui mi stupisco della scelta, perché magari anacronistica, o perché si collega a qualche ricordo personale. Mi è successo oggi, quando un’alunna ha presentato un capolavoro di Mina, e ha scelto proprio questo video, non il rifacimento moderno di Irene Grandi. Testo breve, poche parole che però toccano una delle esperienze più comuni da adolescenti, uno dei grandi tormenti di quell’età: “E non sai quanto bene ti ho dato, e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me”.

Sono come tu mi vuoi
ti amo come non ho amato mai
Io sono la sola che possa capire
tutto quello che c’è da capire in te.
Forse se tu baciassi me
forse capiresti meglio
che io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai quanto bene ti ho dato
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me
per capire quello che già sai
che sono, sono come tu mi vuoi, come tu mi vuoi.
Io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai …

Il padre, la madre, i Queen

Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.

Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.

Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.

 

Tra dei e fedeli, tra idoli e fan club

Un bel pezzo di Marina Venegoni uscito la scorsa settimana su La Stampa. Dentro vi sono diversi argomenti che abbiamo toccato in classe, tra cui la musica attuale, lo scandalo, la pubblicità, la fedeltà a un idolo…
“Tra canzone e società è scoppiato il grande freddo. La forma artistica che per un secolo ha accompagnato amori, rabbie e nostalgie dell’esistenza umana, rischia di giacere per sempre sepolta dall’incuria alla quale l’esplosione delle tecnologie e l’assenza di nuova creatività l’hanno relegata.
justin-bieberLe ultime tre significative notizie dal mondo pop? Il tweet di Justin Bieber che annunciava la pensione precoce, subito smentita dopo una valanga di tweet negativi dei fans; il primo posto nella hit americana di Beyoncé, conquistato (invece che con le solite fanfare) con la sorpresa totale nell’uscita: pura strategia di marketing; infine, il nuovo video di Miley Cyrus Adore You, nel quale la ragazzaccia, miley-cyrus-adore-youcantando en passant, si masturba sotto le lenzuola. Piccoli segnali, dai quali si converrà che il 2013 non si conclude in bellezza per le sorti della musica popolare, sempre più affidate non a nuove canzoni da cantare e nuovi autori da scoprire, ma a birichinate di marketing e marchette tout-court. Strumenti che hanno decisamente preso il sopravvento negli States, nei confronti dei quali noi siamo educande, con l’unica notizia (proprio di ieri) del ritorno al rock di Finardi nell’inedito Come Savonarola. «Urlo alla luna e al sole/ le inutili parole che nessuno sa ascoltare», canta Eugenio.

E il suo sfogo si rivela metafora illuminata di un’arte che ha allevato quasi un secolo di umani, ma ora nel mondo intero non sa catturare più l’immaginario collettivo, privata com’è di quella funzione identitaria che ne ha guidato per decenni il percorso e l’ascolto attraverso il riconoscimento del sé nelle novità che uscivano accompagnate dalla risposta pronta del pubblico, giovanile e non.
Triste verità. L’ascolto si è fatto superficiale e distratto, più che altro si consuma facendo altro. La musica non ha più appeal, è stata sepolta dall’evoluzione della tecnologia che si è mangiata quella che un tempo era l’attenzione al contenuto. Già gli Anni Zero, adesso che si può vedere un poco indietro, si sono distinti per essere stati privi di uno stile proprio, in cui si potesse identificare chi è cresciuto ascoltando i nomi e i titoli che fanno il ricordo sonoro di un’adolescenza e di una giovinezza.
Da lì in poi, la situazione si è ancora sfilacciata, decomposta in mille rivoli di ultranicchia. I filoni che hanno qualche successo, come soprattutto da noi il rap (con i suoi bravi vent’anni di ritardo), vengono sfruttati senza pudore. I film continuano ad essere divisi in belli e brutti, il pop invece no: perché anche il giudizio sulla musica è scomparso, seppellito dal gradimento diretto via Facebook o dal numero di followers su Twitter dell’idolo di riferimento. Tanto seguito, tanto onore. E se esce una porcata, tutti zitti. È una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno significativa, che ha due soli contrappesi, ben legati fra di loro: gli idoli acclarati e i fan club.
Gli idoli. In prima fila i figli dei Talent Show, Mengoni in testa (il più votato dai lettori de La Stampa), per passare poi a Emma e Amoroso; Chiara la tengono su con le stampelle e gli spot, ma poco succede. Come fenomeno apparentemente indie, i rapper da Fabri Fibra fino a Salmo, che spuntano come i funghi dopo la pioggia d’autunno. Poi, i nomi della musica tradizionale: in testa Jovanotti il cui successo trova seguito anche fra i più giovani grazie alla capacità rigeneratrice del personaggio; e ancora, certo, Luciano Ligabue il cui team è una (gioiosa) macchina da guerra; e Vasco, che però fila sottotono a una canzone per volta in attesa di piazzare sorprese e stadi esauriti.
Il più vitale? Suonerà strano ma è Franco Battiato, più richiesto che mai in duetti nobilitanti, reduce da un pregevole album dal vivo con Antony, per coltivare nuove esperienze che mettano radici. Gente di primo piano come Samuele Bersani, che è da ascoltare, gode di un seguito tutto sommato ridotto.
Ma la musica popolare è soprattutto, oggi, guerra per bande. Ad essere scomparso è l’ascolto complessivo. Tecniche di marketing conquistano agli idoli stormi di agguerriti membri di fan club, regalando loro l’illusione di far parte di una setta, con piccoli privilegi come i raduni alla presenza della star, doni e soprattutto vendite di gadget, biglietti dei concerti in anteprima. Finisce che si segue un nome solo e si ignora il resto, e se in Rete leggono commenti negativi, i fans piombano giù come gli stukas. In fondo, per avere un’audience assicurata, sono gli stessi artisti che coltivano i demolitori dell’arte che più è stata vicina alla gente comune. Accompagnandone la crescita, i sogni e le speranze nei decenni.”

Persone silenziose

In questi giorni vedo passare molto spesso il video della canzone “Persone silenziose” sui canali che si occupano di musica. Lo trovo un ottimo testo, una poesia in musica scritta da quello che ritengo uno degli autori più sensibili del panorama italiano, Luca Carboni (che qui canta con la partecipazione di Tiziano Ferro). Mi vengono in mente molti studenti, quelli più taciturni, che abbassano lo sguardo se il mio si posa su di loro, che non alzano mai la mano, che preferiscono essere impallati da qualche compagno mentre i prof scannerizzano la classe… e che custodiscono dentro di loro un mondo prezioso fatto di perle di incredibile valore. Questo pezzo è per loro.

Di persone silenziose ce ne sono eccome
sono timide presenze nascoste tra la gente
Ma il silenzio fa rumore e gli occhi hanno un amplificatore
quegli occhi ormai da sempre abituati ad ascoltare
Persone che non san parlare che mettono in ordine i pensieri
persone piene di paura che qualcuno possa sapere
i loro piccoli e grandi contraddittori pensieri
E all’improvviso scappi via senza salutare
i tuoi occhi scendono le scale non so cosa vanno a fare
se a commuoversi o a sognare ad arrabbiarsi o a meditare
ma nell’anima si sa c’è sempre molto da fare
Persone che non san parlare che mettono in ordine i pensieri
persone piene di paura che qualcuno voglia giocare
coi loro piccoli e grandi contraddittori pensieri
All’improvviso scappi via senza salutare
… vorrei essere un angelo per poterti accompagnare

Primo amore

“Prof, ma lei che ascoltava e ascolta musica heavy metal, cosa ci trova?”
Oggi ho trovato una citazione che risponde perfettamente a questa domanda. Max compra i suoi primi dischi, ma non avendo il giradischi va da un amico: “La sera ero da lui, a centellinarmi goccia dopo goccia quell’assalto frontale. Brividi lungo la schiena, caldo sul viso, negli occhi. Le mani strette alle cuffie. Quella sì che era vita. Altro che mio cugino Filippo. Altro che disco-dance. Heavy rombante che ti penetrava i timpani e si distribuiva nel tuo sangue, nelle tue ossa. Sentivi le corde delle chitarre che ti strappavano dentro, ti arrivavano ai nervi… Era roba magica. Da quel momento fu metal” (P. Wolf, C’era una volta il metal).
Avevo 18 anni, e rompevo i timpani dei miei genitori con i miei idoli, loro:

Sony_Walkman_WM_A602Uno dei momenti migliori della giornata? La notte, sveglio ad ascoltare la loro musica nelle cassette che giravano nel walkman (quello in foto è proprio lui), con volume al massimo e bassi regolati giusti giusti per non far gracchiare gli auricolari… Poi sono arrivate le Sennheiser a salvarmi l’udito… “Mi spiace mamma, ma il metal non si può ascoltare a basso volume…”

 

Cercavo semplicemente l’amore

Chi frequenta spesso e assiduamente queste pagine sa che amo leggere più libri in Matrimonio Cate e Vince_0088fb.jpgcontemporanea. Leggo quello che mi va nel momento in cui decido di leggere, ed avendo una psiche instabile devo tenere aperte più porte. A volte capita che la domanda posta in un libro trovi tentativo di risposta nelle pagine di un altro. In “Il principio passione” Vito Mancuso cita Lucio Dalla:

“Vorrei seguire ogni battito del mio cuore

per capire cosa succede dentro

e che cos’è che lo muove

da dove viene ogni tanto questo strano dolore.

Vorrei capire insomma che cos’è l’amore

dov’è che si prende, dov’è che si dà”.

Due giorni dopo aver letto queste parole, mi sono imbattute in quelle di Erri De Luca in “Il contrario di uno” (un libro che, tra l’altro, mi ha deluso parecchio): “Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi”. Vi ho ritrovato il Simone tra i 16 e i 20 anni, alla costante ricerca della persona da amare. Un’immagine era costantemente presente nei miei sogni ad occhi aperti: una ragazza di spalle davanti a me con le mie braccia che la racchiudevano in un abbraccio. Non vedevo un volto preciso, non la identificavo in una persona specifica. Cercavo semplicemente l’amore, molto più di altre cose. Fino a quando, nella vita reale, quella ragazza si è voltata…

Io sono la terra

Il video punta un po’ sull’epica. Il mio pensiero, leggendo il testo tradotto, preso qui, è andato agli emigranti di ieri e di oggi, al loro carico, di dolore, sofferenza, sacrifici, aspettative, sogni. Del pezzo si può anche fare una lettura metaforica: il cammino di ogni vita col suo bagaglio di speranze per il domani e un sogni di libertà. Loro sono i Sonata Arctica e il pezzo si intitola “Flag in the ground”

“Lasciando alle spalle la mia vita, il mio giovane amore e il nascituro, avevo solo una ciocca dei suoi capelli… E bruciavo d’amore dentro. Dopo quaranta giorni pieni di lavoro e notti insonni, le vele sono illuminate dalle luci di Boston… Ed eccoci… Giù dalla nave! Verso l’avventura, l’unica per definire le nostre vite. Faticaccia quotidiana e una piccola stanza. “Sono arrivato sano e salvo, Amore. Ho un indirizzo, fino alla primavera, poi dovrei girare per il paese, spero di sentirti presto…”. Le sue lettere lette… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

Flag_in_the_Ground_by_Cyrgaan.jpgOra che ho fatto i soldi che ci occorrono per il sogno, il miglior cavallo che io abbia mai visto, un carro e tutto ciò che mi serve… Andrò per la mia strada verso l’ignoto, in ogni momento spero che tu sia qui con me… “Per favore, dimmi che va tutto bene. Ti penso, pensando che sei fuori dalla mia vista ogni notte, quando mi corico, le mie lacrime mi trovano. Per favore sbrigati, caro, torna indietro e salvami…”

No, non sono uno sconosciuto, tra la gente di qui… Tuttavia non mi sono mai sentito così solo… A mezzogiorno il rumore rimbomberà e comincerò a viaggiare per il paese che possiamo chiamare casa. Pianto la mia bandiera sul terreno, urlando e gridando. Non mi sono mai sentito così orgoglioso, amore! Adesso siamo salvi dalla servitù eterna. Ti sto per portare a casa, mia luce! Nove, otto, sette, sei, contando i giorni. Solo! Cinque, quattro, tre, due, insieme per sempre! Solo! Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Io sono la terra e la terra è me. La libertà è tutto e noi siamo liberi. Ho fatto la mia strada verso l’ignoto, una terra vicino al fiume e una nuova casa costruita. Ogni notte, quando guardo la nuova luna piena ti stringo e so che siamo liberi…”

Quel caos davanti

Matrimonio Cate e Vince_0092fb.jpg

“Ancora adesso ho questo caos davanti, non solo su di me, ma vedo che questo caos permane in generale. Per cui dico: mi raccomando, non perdetelo completamente questo caos, perché credo sia un segno divino nella vita dell’individuo… una sorta di mistero che viene dall’alto” (Lucio Dalla)

Svegliami, salvami

Bring_Me_To_Life.jpgIl 4 aprile di 10 anni fa il mondo conosce Amy Lee e gli Evanescence. E’ in quel giorno, infatti, che esce il singolo “Bring me to life”, una canzone che parla di un risveglio a nuova vita, di un incontro che dà colore e calore alle giornate grige, spente e gelide. E’ come se fino a quel momento lì la vita fosse stata un sogno, anzi un incubo, in attesa che arrivasse qualcuno capace di vedere attraverso gli occhi per scendere nell’intimo e rimettere in moto qualcosa che si era inceppato. Quel qualcuno sveglia Amy, le fa tenere gli occhi aperti e la salva. Essere chiamati per nome (e quindi riconosciuti e accettati nella propria identità), essere salvati dalle tenebre prima di essere distrutti, far sì che il sangue torni a scorrere nelle vene… come molti testi hard-rock e metal il vocabolario risente notevolmente di testi mitici e religiosi.

Come riesci a vedere dentro i miei occhi come se fossero porte aperte,

arrivando nelle profondità del mio corpo, dove sto diventando così insensibile.

Senza un’anima, il mio spirito sta dormendo in qualche luogo freddo

fino a che non lo ritroverai e lo riporterai a casa.

Rit. (Svegliami) Svegliami dentro (Non riesco a svegliarmi)

Svegliami dentro (Salvami)

Chiama il mio nome e salvami dalle tenebre (Svegliami)

Ordina al mio sangue di scorrere (Non riesco a svegliarmi)

Prima che io venga distrutta (Salvami)

Salvami dal nulla che sono diventata

Ora che so cosa mi manca non puoi lasciarmi

Respira in me e rendimi vera Riportami in vita

Rit.

Riportami in vita (Ho vissuto nella menzogna non c’è niente dentro)

Riportami in vita

Ghiacciata dentro, senza il tuo tocco, senza il tuo amore, caro

Solo tu sei la vita in mezzo alla morte

Per tutto questo tempo non potevo credere,

non riuscivo a vedere, chiusa nell’oscurità

ma tu eri lì di fronte a me

Mi sembra di aver dormito un migliaio di anni

Devo aprire i miei occhi di fronte a tutto

Senza un pensiero senza una voce senza un’anima

Non lasciarmi morire qui

Ci deve essere qualcos’altro da fare Riportami in vita

Rit.

Non senza il suo nome

identità, scuola, solitudine, coraggio, relazioni, amicizia, sogno, eva, nightwishImmaginiamo una bambina o una ragazzina sensibile (“un cuore più generoso di tutti gli altri che mi ha sempre fatto vergognare del mio”) che, all’interno della propria classe, se ne resta piuttosto appartata in quanto viene spesso presa di mira dalle prese in giro dei compagni (“Eva vola via, sogna il mondo lontano, in questo crudele gioco di bambini non c’è un amico che chiami il suo nome, Eva prende il largo sogna il mondo lontano”). Eppure, nonostante l’isolamento, Eva non perde la propria identità (“lei cammina da sola, ma non senza il suo nome”). Se ci fosse anche solo una parola gentile sopporterebbe di restare ancora un po’ in quella situazione a cullare il sogno di un mondo migliore, di un paradiso, di un Eden (come la prima donna che aveva il suo stesso nome)… invece ci sono i compagni ad uccidere quel sogno e quel cuore buono. Fino a quando qualcuno, anche uno solo, non fa un passo e apre ad Eva un campo di girasoli…

6:30 di un mattino d’inverno

La neve scende, nell’alba silenziosa

Una rosa di qualche altro nome

Eva lascia la sua casa di Swanbrook

Un cuore più generoso di tutti gli altri

che mi ha sempre fatto vergognare del mio

Lei cammina da sola, ma non senza il suo nome

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

Derisa dall’uomo fino al più profondo disonore

Una ragazzina con una vita davanti

Per il ricordo di una parola gentile

Rimarrebbe in mezzo ai bruti

Tempo per un altro audace sogno ancora

Prima della sua fuga, splendore dell’Edencampo_di_girasoli.jpg

Che uccidiamo insieme al suo cuore amorevole

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

(Eva, Nightwish)

Quattro proiettili da una Cadillac bianca

tupac, rap, unconditional love, amore, famiglia, riscatto, dio

Era il 7 settembre 1996; aveva appena assistito all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Si stava recando in un club, quando la sua auto venne avvicinata da una Cadillac bianca: dagli occupanti di quell’auto si prese 4 proiettili che lo portarono, sei giorni dopo, alla morte. Il protagonista di queste righe è Tupac Shakur, della cui morte oggi è, appunto, l’anniversario. Pubblico il video di Unconditional Love, un brano che parla di droga, povertà, famiglia, voglia di riscatto, bisogni amore senza condizioni, Dio, amicizia, fama, amore… La traduzione l’ho presa qui.

(cosa volete tutti?)

Amore incondizionato (senza dubbio)

parlando delle cose che non vengono via quello non scompare

durerà per tutti questi pazzi giorni queste pazze notti

sia che tu abbia torto o ragione

ti amerò ancora proverò ancora qualcosa per te

sarò ancora lì per te non importa cosa,

tu sarai sempre nel mio cuore con amore incondizionato

Vieni a sentire i miei pensieri più veri, i miei sentimenti più veri

tutti i miei soci scontano anni di pena per spaccio di droga

di quante bare possiamo essere testimoni prima di vedere

che è difficile vivere questa vita senza Dio,

quindi dobbiamo chiedere perdono

ho chiesto a mia madre perché Dio meritò di morire

sono stato testimone delle lacrime che scendevano libere dai miei occhi

prima che lei potesse rispondere

anche se non eravamo nati con i cucchiai d’argento

la mia TV scassata faceva vedere i cartoni nel mio salotto (ehi!)

un giorno ho sperato di farcela un giocatore in questo gioco

mamma non piangere, finché proviamo può darsi che le cose cambino

forse è solo una fantasia una vita dove non abbiamo bisogno

di quella merda di stato sociale con tutta la nostra famiglia

forse sono io che l’ho causato

il picchiare e il farmi male nella mia camera piangendo

perché non volevo essere un fardello

ho visto mamma aprire le braccia per abbracciarmi

e non sono più preoccupato di nessuna dannata cosa, con l’amore incondizionato

[Rit.]

In questo gioco la lezione è da vedere nei tuoi occhi

anche se le cose cambiano, il futuro è ancora dentro di me

dobbiamo ricordare che dopo l’oscurità viene il domani

quindi sarai sempre nel mio cuore, con amore incondizionato

Ho appena ricevuto il messaggio che hai chiamato tutta settimana

sono stato fuori a sbattermi su queste strade e non ho avuto occasione di parlarti

ma sai, tra me e te è sempre viva, fratello

non potremmo mai essere nemici, perché sei sempre stato un così buon amico per me

dove sarei senza i miei soci

non chiedermi perché, quando i tempi diventano difficili

perché non è facile essere quelli che siamo

guidati dalle mie ambizioni, desiderando posizioni più alte

quindi procedo a fare milioni, eternamente in missione

è essere più che un musicista rap

l’elevazione della generazione di oggi

se potessi farli ascoltare!

la prigione non è ciò che ci serve, non più bloccati nella miseria

è ora di giocare e programmare, la mia famiglia deve mangiare

quando tiriamo fuori qualcosa dal nulla

non c’è piacere nella sofferenza, il vicinato sarebbe buono

se si potessero tagliar via tutti gli spari

i liquori, il fumo e le volgarità

mando amore per il mio quartiere

la lotta non finisce mai – amore incondizionato

Probabilmente non capirò mai i tuoi modi

ed ogni giorno giuro che ti sento

che cerchi di cambiare i tuoi modi mentre vieni ripagata allo stesso tempo

appena avuto un bambino con gli stessi occhi

qualcosa dentro, per favore lasciatemi morire sono tempi strani

com’è possibile che non ce l’ho mai fatta

forse è il modo in cui ho agito nel mio cuore

sapevo che un giorno sarei dovuto essere una star

le mie speranze e i miei desideri così tante immagini vivide,

e tutto il contante che non riuscirò mai a vedere

questa vita veloce ci schiaccia presto

perché dopo tutte le luci e le urla

nient’altro che i miei sogni importano

sperando in giorni migliori

magari una notte pacifica, baby non piangere

perché tutto andrà bene

semplicemente appoggia la tua testa sulla mia spalla

non preoccuparti di niente bimba io sono un soldato (uh)

non mi hai mai trattato male, non importa chi fossi

sei comunque venuta a me con quell’amore incondizionato

Mare alto

4140697763_5eaa3b2f11_o.jpgStamattina, sfogliando il numero settembrino di XL, mi sono imbattuto nella rubrica che Marco Lodoli tiene sul mensile, uno dei passi per me imprescindibili. Anche stavolta, ne è valsa la pena. Scrive dei primi passi che un ragazzo può compiere nel mondo della musica, dalla sua camera o dal suo garage, al piccolo club o palco, al palcoscenico, alla radio, ai concerti… “L’underground trova una consacrazione ufficiale, diventa cultura popolare, collettiva, condivisa. Così funziona la cultura in un paese sano. Così non funziona più in Italia. Ciò che viaggia in un circuito alternativo, resta lì, ha il suo pubblico, ma è comunque un pubblico selezionatissimo, una sorta di aristocrazia del gusto, e a poco a poco la spinta si ammoscia, la cantina soffoca l’immaginazione nata per correre in piazze e strade. In Italia si è drasticamente interrotta la comunicazione tra la novità e l’ufficialità. […] Il noto scansa l’ignoto, e così facendo entrambi si spengono tristemente.”

Mentre leggevo queste parole la mia mente, in questo mese che segna la riprese delle attività didattiche, è andata alla scuola, agli studenti che tra una settimana ricomincerò a vedere ogni giorno, a quelli “nuovi”, con le loro storie tutte da scoprire, a quelli “vecchi”, in piena corsa nel cammino del liceo che hanno scelto, a quelli “stravecchi”, che parlano delle superiori al passato. E ho trovato, nell’ultimo paragrafo dell’articolo di Lodoli, l’augurio per questo nuovo anno scolastico: “Il nuovo resta ai margini, ignorato, schifato. I ragazzi bussano e la porta non si apre. I musicisti suonano e le note gli ricadono addosso, pioggia gelata, acqua malinconica. […] il pop nazionale e internazionale non lascia più quasi nessuno spazio, si va sul sicuro, e ciò che è sicuro ristagna e marcisce in una top ten, in una playlist, in un gerontocomio di lusso”. Bene. Ho voglia di lasciare acque stagnanti, ho bisogno di mare alto, ignoto, sconosciuto, largo. Sono pronto a navigare sopra le profondità per poi potermi immergere: là c’è spazio per tutti.

Desiderio del mare

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“…e coloro ai quali quella musica giunge, sempre poi la odono nei propri cuori, e il desiderio del mare mai più li abbandona” (J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion)