Tra dei e fedeli, tra idoli e fan club


Un bel pezzo di Marina Venegoni uscito la scorsa settimana su La Stampa. Dentro vi sono diversi argomenti che abbiamo toccato in classe, tra cui la musica attuale, lo scandalo, la pubblicità, la fedeltà a un idolo…
“Tra canzone e società è scoppiato il grande freddo. La forma artistica che per un secolo ha accompagnato amori, rabbie e nostalgie dell’esistenza umana, rischia di giacere per sempre sepolta dall’incuria alla quale l’esplosione delle tecnologie e l’assenza di nuova creatività l’hanno relegata.
justin-bieberLe ultime tre significative notizie dal mondo pop? Il tweet di Justin Bieber che annunciava la pensione precoce, subito smentita dopo una valanga di tweet negativi dei fans; il primo posto nella hit americana di Beyoncé, conquistato (invece che con le solite fanfare) con la sorpresa totale nell’uscita: pura strategia di marketing; infine, il nuovo video di Miley Cyrus Adore You, nel quale la ragazzaccia, miley-cyrus-adore-youcantando en passant, si masturba sotto le lenzuola. Piccoli segnali, dai quali si converrà che il 2013 non si conclude in bellezza per le sorti della musica popolare, sempre più affidate non a nuove canzoni da cantare e nuovi autori da scoprire, ma a birichinate di marketing e marchette tout-court. Strumenti che hanno decisamente preso il sopravvento negli States, nei confronti dei quali noi siamo educande, con l’unica notizia (proprio di ieri) del ritorno al rock di Finardi nell’inedito Come Savonarola. «Urlo alla luna e al sole/ le inutili parole che nessuno sa ascoltare», canta Eugenio.

E il suo sfogo si rivela metafora illuminata di un’arte che ha allevato quasi un secolo di umani, ma ora nel mondo intero non sa catturare più l’immaginario collettivo, privata com’è di quella funzione identitaria che ne ha guidato per decenni il percorso e l’ascolto attraverso il riconoscimento del sé nelle novità che uscivano accompagnate dalla risposta pronta del pubblico, giovanile e non.
Triste verità. L’ascolto si è fatto superficiale e distratto, più che altro si consuma facendo altro. La musica non ha più appeal, è stata sepolta dall’evoluzione della tecnologia che si è mangiata quella che un tempo era l’attenzione al contenuto. Già gli Anni Zero, adesso che si può vedere un poco indietro, si sono distinti per essere stati privi di uno stile proprio, in cui si potesse identificare chi è cresciuto ascoltando i nomi e i titoli che fanno il ricordo sonoro di un’adolescenza e di una giovinezza.
Da lì in poi, la situazione si è ancora sfilacciata, decomposta in mille rivoli di ultranicchia. I filoni che hanno qualche successo, come soprattutto da noi il rap (con i suoi bravi vent’anni di ritardo), vengono sfruttati senza pudore. I film continuano ad essere divisi in belli e brutti, il pop invece no: perché anche il giudizio sulla musica è scomparso, seppellito dal gradimento diretto via Facebook o dal numero di followers su Twitter dell’idolo di riferimento. Tanto seguito, tanto onore. E se esce una porcata, tutti zitti. È una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno significativa, che ha due soli contrappesi, ben legati fra di loro: gli idoli acclarati e i fan club.
Gli idoli. In prima fila i figli dei Talent Show, Mengoni in testa (il più votato dai lettori de La Stampa), per passare poi a Emma e Amoroso; Chiara la tengono su con le stampelle e gli spot, ma poco succede. Come fenomeno apparentemente indie, i rapper da Fabri Fibra fino a Salmo, che spuntano come i funghi dopo la pioggia d’autunno. Poi, i nomi della musica tradizionale: in testa Jovanotti il cui successo trova seguito anche fra i più giovani grazie alla capacità rigeneratrice del personaggio; e ancora, certo, Luciano Ligabue il cui team è una (gioiosa) macchina da guerra; e Vasco, che però fila sottotono a una canzone per volta in attesa di piazzare sorprese e stadi esauriti.
Il più vitale? Suonerà strano ma è Franco Battiato, più richiesto che mai in duetti nobilitanti, reduce da un pregevole album dal vivo con Antony, per coltivare nuove esperienze che mettano radici. Gente di primo piano come Samuele Bersani, che è da ascoltare, gode di un seguito tutto sommato ridotto.
Ma la musica popolare è soprattutto, oggi, guerra per bande. Ad essere scomparso è l’ascolto complessivo. Tecniche di marketing conquistano agli idoli stormi di agguerriti membri di fan club, regalando loro l’illusione di far parte di una setta, con piccoli privilegi come i raduni alla presenza della star, doni e soprattutto vendite di gadget, biglietti dei concerti in anteprima. Finisce che si segue un nome solo e si ignora il resto, e se in Rete leggono commenti negativi, i fans piombano giù come gli stukas. In fondo, per avere un’audience assicurata, sono gli stessi artisti che coltivano i demolitori dell’arte che più è stata vicina alla gente comune. Accompagnandone la crescita, i sogni e le speranze nei decenni.”

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...