Dio non è necessario

Una delle cose che mi bloccano nella lettura di un blog è la lunghezza dei post. Se superano uno o due colpi di scroll è molto difficile che vada avanti, a meno che l’argomento non sia estremamente avvincente. Ecco perché mi sforzo di farli piuttosto brevi. Ma quando ripubblico un articolo esterno non posso decidere la lunghezza. Certo, potrei mettere semplicemente il link al pezzo senza stare a ricopiarlo: sarebbe persino più veloce per me. Ma temo che prima o poi quel link possa diventare cieco, e che l’articolo venga spostato o tolto dall’autore.
Oggi pubblico un articolo estremamente ricco dal punto di vista dei contenuti. Potremmo farci sopra uno o più anni di lezione… E’ un’intervista di Franco Marcoaldi a Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale. Proprio a causa della lunghezza del testo mi sono permesso di fare una cosa che detesto quando vedo fatta sui libri: ho evidenziato in grassetto dei passaggi chiave. Buona lettura.

Paolo20Ricca20small2002«Per un agnostico, o un ateo, affidarsi al “giudizio di Dio” e dunque alla sua Legge, può suonare come la definitiva resa di ogni possibile giudizio critico individuale. Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale, la pensa esattamente all’opposto: proprio la Legge di Dio offre la massima libertà all’essere umano. “Il discernimento del bene e del male è possibile là dove si sa che cosa siano il bene e il male. Nella visione biblica questa capacità l’uomo non ce l’ha. E quindi anche il suo discernimento è offuscato. Perciò è necessaria la parola di Dio”.
Ma nella modernità occidentale, diciamo da Montaigne in avanti, l’uomo presume, a torto o a ragione, di disporre di quella capacità. Cosa la spinge, nel 2012, a cercarla ancora nella parola di Dio?
“Almeno due buone ragioni. La prima ha a che fare con Kant, il grande maestro critico della modernità, e con la sua idea di imperativo categorico. Ovvero con la rinuncia della singola persona a decidere che cosa può “imperare” nella sua propria coscienza. Seconda ragione: l’evidenza di ciò che accade intorno a noi, ogni giorno. Le pare che l’umanità nel suo insieme, e non parlo dell’arbitrio del singolo individuo, sia in grado di organizzare un sistema di leggi volte al bene comune?”.
Però esistono tradizioni di pensiero, penso ad esempio al confucianesimo, in cui il fondamento etico-sociale della legge ha una base tutta mondana.
“Sì, ma l’aspetto più sorprendente del discorso biblico è che la Legge viene dopo l’Esodo. Ovvero, Dio prima libera il suo popolo e soltanto dopo gli dà la legge, fondata dunque sulla libertà raggiunta, che impedirà di tornare a uno stato di schiavitù. Lei porta l’esempio del confucianesimo, per dimostrare che non è necessario Dio per avere una legge. Ma Dio, che peraltro non è mai “necessario”, ci indica la strada per dare alla legge il suo vero significato: non come sottrazione di libertà, ma come suo massimo dispiegamento. Io penso che dobbiamo liberarci da questa idea secondo cui Dio deve esserci. Bonhoeffer parla di “un Dio che c’è, non c’è”, proprio per riaffermare che Dio non è necessario. Che Dio è libertà, non necessità. La rivelazione della Bibbia è tale proprio per questo. Rivelare, togliere il velo, vuol dire aiutare l’uomo a capire ciò che non vede: Israele ha creduto in un Dio liberatore, prima che in un Dio giudice e legislatore. È un messaggio formidabile. Certo, sempre se uno ci crede!”.
Per chi è cresciuto tra le braccia della Chiesa cattolica la prima parola che viene in mente pensando alla religione, non è certo “liberazione”. Semmai il trittico dostoevskjiano “mistero, miracolo, autorità”.
“Lo capisco. Ma Dio non è la Chiesa. Sono due piani del discorso che vanno tenuti accuratamente separati”.
Veniamo al Dio legislatore e dunque ai dieci comandamenti. Lei li trova ancora utili per il nostro tempo?
“Assolutamente sì. Pensi al primo comandamento, che impone di distinguere tra gli idoli e Dio. Più attuale di così! Oppure, pensi al comandamento del riposo applicato a una società come la nostra, in cui il tempo libero è ancor più schiavizzato di quello del lavoro. Purtroppo, nella cultura religiosa italiana i dieci comandamenti sono poco predicati. Alcuni sono stati addirittura stravolti: per esempio, quello sul riposo è diventato “santifica le feste”, una definizione del tutto impropria. Obbedendo a una tendenza gnosticizzante del cattolicesimo romano, l’Antico Testamento è stato messo progressivamente da parte, a esclusivo vantaggio del Vangelo. Il che spiega varie cose anche sul fronte morale. Perché il discorso sulla centralità dell’amore va bene, ma quando si arriva al comandamento “non rubare”, le cose si fanno un po’ più complicate”.
Ha appena accennato al nuovo comandamento di Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù, però, oltre a obbedire, trasgredisce la legge.
“Certo, perché non c’è libertà senza trasgressione bisogna trasgredire alcune leggi degli uomini in nome della legge di Dio, nella quale si manifesta appieno la nostra libertà”.
Mi faccia un esempio.
“Gesù viene condannato a morte per due motivi: come trasgressore della legge sabato e come distruttore del tempio. E perché trasgredisce la legge del sabato? Perché i teologi avevano costruito attorno a quel comandamento una serie di norme assolutamente fuori luogo. Del tipo: nel giorno del riposo puoi fare al massimo dieci passi. Così, se l’uomo caduto a terra è lontano da te dodici passi, non puoi aiutarlo. Ma mille altri sono i casi in cui è giusto trasgredire le leggi umane, in nome di una superiore legge divina. Pensi all’obiezione di coscienza: non prendo in mano il fucile per ammazzare il prossimo, anche se lo Stato me lo impone”.
Capisco cosa intende dire. Però intravedo anche il rischio opposto: ogni legge dello Stato laico può essere messa in forse sulla base di una legge superiore. Pensi all’aborto.
“Ma non c’è nessuna legge divina che vieta l’aborto. Quella è una legge della Chiesa, che naturalmente ha il suo peso e il suo valore. Però nella Bibbia non si parla di aborto. Di nuovo, bisogna saper distinguere tra legge divina, legge ecclesiastica e legge civile”.
Qual è il luogo simbolico per eccellenza in cui si manifesta il giudizio di Dio?
“La croce di Gesù, e questo è il paradosso dei paradossi: ovvero, il giudizio di Dio viene “giudicato” nell’uomo, e nell’uomo messo in croce. “Dio mio, perché mi hai abbandonato”, dice Gesù. È il momento della lacerazione completa dell’idea stessa di Dio. Paolo definisce la croce “pazzia” per i greci, i laici, e “scandalo” per i giudei, per i religiosi come me. La verità è che se si va alla radice del discorso cristiano, il giudizio di Dio ci conduce a un’afasia totale. Perché si assiste al capovolgimento completo tra un Dio giudicante e un Dio giudicato”.
Il primo a portare Dio “in tribunale” è Giobbe, quando verifica sulla propria pelle che l’idea secondo cui se fai il bene ti ritorna il bene, non è così automatica.
“Il suo è il grido di disperazione dell’innocente che soffre ingiustamente. E protesta. La risposta di Dio, in verità non tanto chiara, lo metterà a tacere. Ancora non si dà quel rovesciamento in cui il Dio giudicante viene giudicato. Anche se già nell’Antico Testamento si affaccia l’idea secondo cui il giudizio di Dio si associa alla misericordia e non alla giustizia retributiva. E questo ci porta dritti al Nuovo Testamento, alla vita di Gesù, alla sua passione, quintessenza dell’ingiustizia: un processo farsa, la condanna, la flagellazione, la condanna a morte. Gesù subisce, ma non partecipa. Dice a un certo punto: potrei chiamare dodici legioni di angeli, ma non lo faccio. Non mi metto sullo stesso piano di Pilato, di Erode. Ed ecco il salto ulteriore, sul piano della fede. Non soltanto io non rispondo al tuo male con la stessa moneta, ma prendo su di me la tua colpa. E muoio non soltanto per la tua malvagità, ma perché ti perdono. Ora tutto questo è straordinario. Il paradosso è che le ragioni per cui uno crede o non crede, potrebbero essere le stesse. E rimandano sempre alla figura della croce. Ecco perché non posso prendermela con gli atei. Loro dicono: come posso credere a un Dio messo in croce? E io obietto: gli credo proprio perché è stato messo sulla croce“.
Le ripropongo la domanda iniziale, rovesciata. Non c’è il rischio che affidandosi al giudizio di Dio si verifichi una deresponsabilizzazione dell’individuo?
“Se intende un atteggiamento fatalista nei confronti di tutto ciò che accade, come se tutto fosse sempre e comunque frutto della volontà di Dio, allora sì, c’è questo rischio. Ma cito ancora Bonhoeffer quando dice: non tutto quello che accade è volontà di Dio, mentre in tutto ciò che accade c’è un sentiero che porta a Dio. Siamo partiti dalla parola discernimento. Ebbene, io credo che Dio, inteso come libertà d’amare, sia innanzitutto luce. E questa luce illumina il nostro cammino, aiutando o addirittura determinando il nostro discernimento. In fin dei conti, è la luce che ci consente di vedere. E discernimento vuol dire capacità di vedere, quindi capacità di giudicare, dopo aver visto. Non alla cieca”.»

La scalatrice e il teologo

sinai
Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
sinai meroi mancusoL’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»

Se vuotare il sacco non basta

sacco-di-patate--patate--object--sano_3198529Una storia molto carina; questa volta arriva dal taoismo e l’ho trovata qui.
«Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
“Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco”.
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
“Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana” disse il saggio. “Poi ne parleremo”.
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po’, divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato. Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era diventato anche sgradevole.
Finalmente, la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo. “Nessuna riflessione sulla cosa?”
“Sì, maestro” rispose il discepolo. “Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi e, dopo un po’, peggiora.”
“Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?”
“Dobbiamo sforzarci di perdonare”.
“Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?”
“Ci ho pensato molto, Maestro” disse il discepolo. “Mi è costato molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti”.
“Molto bene, possiamo togliere tutte le patate. Ci sono altre persone che ti hanno offeso o irritato nell’ultima settimana?”
Il discepolo rifletté per un momento e ammise che ce n’erano. Improvvisamente rimase sgomento, quando si rese conto che il sacco vuoto si sarebbe riempito di nuovo.
“Maestro” chiese, “se continuiamo così, non ci saranno sempre patate nel sacco, settimana dopo settimana?”
“Sì, finché ci saranno persone che diranno o faranno cose contro di te in qualche modo, tu avrai sempre patate”.
“Ma Maestro, noi non potremo mai controllare quello che gli altri fanno. Cosa c’è di buono nel Tao allora?”
“Questo non è ancora il Tao. Quello di cui abbiamo parlato finora è l’approccio convenzionale al perdono. E’ quello che tante filosofie e religioni predicano – dobbiamo costantemente sforzarci di perdonare, perché questa è una virtù importante. Questo non è il Tao, perché non c’è sforzo nel Tao”.
“Allora cosa è il Tao, Maestro?”
“Prova ad immaginarlo. Se le patate sono le emozioni negative, allora cosa è il sacco?”
“Il sacco è… quello che mi permette di trattenere la negatività. E’ qualcosa dentro di noi che ci fa persistere sui sentimenti offesi… Ah, è il mio tronfio senso di auto-stima”.
“E cosa succede se te ne liberi?”
“Allora… le cose che la gente fa o dice contro di me non sembrano più un gran problema”.
“In tal caso, non avrai nessun nome da scrivere sulle patate. Questo significa niente più peso da portare e niente più puzza. Il Tao del perdono è la decisione cosciente non solo di togliere le patate… ma di abbandonare l’intero sacco”.»

Un po’ d’astuzia

tiger6Traggo da questo sito una fiaba che arriva dall’India.
“C’era una volta un bramino, un sacerdote dell’India, che celebrava cerimonie religiose in luoghi non facilmente raggiungibili. Quel giorno doveva attraversare una foresta per raggiungere un villaggio che c’era al di là. Ad un tratto trovò una gabbia nella quale era stata rinchiusa una bellissima tigre. Il bramino provò pietà per la tigre e decise di liberarla, anche se sapeva che le tigri potevano mangiare gli uomini. La tigre gli disse: “Ti giuro che non mangerei mai il mio benefattore!”. Il bramino la liberò ed allora l’animale disse: “Come potevi pensare che giurassi il vero? Ho fame!”.
Il bramino le chiese: “Prima di mangiarmi, sentiamo cosa ne pensa questo albero!”. L’albero rispose: “Gli uomini sono cattivi. Io offro loro riparo e refrigerio, e loro per tutta ricompensa mi tagliano e mi uccidono. Mangialo pure, per me!”.
Il bramino decise di chiedere un altro parere: poco lontano, in una radura, un asino stava brucando. Ma l’asino rispose: “Gli uomini? Creature perfide! Ci sfruttano tutta la vita, e quando siamo vecchi ci abbandonano. Mangialo pure!”.
A quel punto lì, videro che stava arrivando una volpe: “Chiediamo anche a lei”, disse il bramino, “e se anche lei dirà di mangiarmi, potrai mangiarmi!” La volpe guardò i due e disse: “Voi mi state prendendo in giro: ma come faceva una tigre così grande a stare in una gabbia così piccola?” La tigre disse che era la verità, e la volpe continuò: “Sì, e io vi credo! Figuriamoci un po’, per me mi state prendendo in giro!”.
Arrabbiata, la tigre entrò nella gabbia: a quel punto la volpe la richiuse dentro e poi disse, rivolta al bramino: “Certo che senza un po’ d’astuzia tu proprio non te la cavavi!”.”

La nave va

Etty Hillesum è una ebrea olandese, morta ad Auschwitz nel 1943, all’età di 27 anni. Di lei ci restano un diario e molte lettere, scritte a Westerbork, un campo di smistamento dove ha lavorato come assistente sociale dal luglio del 1942 al 7 settembre 1943. In una pagina del suo diario scrive:

etty_2“L’essenziale è stare nell’ascolto
di ciò che sale da dentro.

Le nostre azioni spesso
non sono altro che imitazione,
dovere ipotetico o rappresentazione erronea
di che cosa deve essere
un essere umano.

Ma la sola vera certezza
che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti
che zampillano nel profondo di noi stessi.

Si è a casa sotto il cielo
si è a casa dovunque su questa terra
se si porta tutto in noi stessi.

Spesso mi sono sentita,
e ancora mi sento, come una nave
che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va,
libera di navigare dappertutto.

Dobbiamo essere la nostra propria patria.”

Segnalo che mercoledì 29 gennaio su Rai5, alle 21.15 andrà in onda “Ascoltami bene”, uno spettacolo teatrale liberamente tratto dalle lettere e dai diari di Etty Hillesum.
Suggerisco anche questo breve video (8 minuti sul Diario e Le lettere)

Perché?

Pubblico un breve racconto (la lunghezza è un’apparenza, le battute sono molto brevi) dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz, nobel per la letteratura nel 1988. Un dialogo tra padre e figlia dal titolo “Il paradiso dei bambini”. La conoscenza e l’amore su ogni cosa.

“- papà…nagib
– dimmi.
– io e Nadia stiamo sempre insieme.
– certo, tesoro: è la tua amica…
– in classe, in cortile, anche alla ricreazione.
– bene! Nadia è una bambina bella e bene educata.
– nell’ora di religione però io vado in un’aula e lei in un’altra.
Lanciai un’occhiata alla mamma e la vidi sorridere mentre era intenta a cucire. Sorrisi anch’io dicendo:
– ma è solo nell’ora di religione…
– e perché?
– perché tu hai una religione e Nadia un’altra.
– come?
– tu sei musulmana e Nadia è cristiana.
– perché, papà?
– sei ancora piccola. Un giorno capirai.
– no. Io sono grande!
– ma no che sei piccola, tesoro!
– e perché sono musulmana?
Dovevo essere disponibile e accorto e soprattutto non tradire i nuovi sistemi educativi alla prima difficoltà.
– il tuo papà è musulmano e la tua mamma è musulmana, per questo anche tu sei musulmana.
– e Nadia?
– i suoi genitori sono cristiani, perciò è cristiana pure lei.
– forse è perché il suo papà porta gli occhiali…?
– non c’entrano gli occhiali. E’ che anche suo nonno era cristiano… dissi, deciso a risalire le generazioni senza smetterla finché non si fosse stancata e avesse finito per cambiare argomento. Ma ella riprese:
– chi è meglio?
Riflettei un poco, poi risposi:
– la musulmana è buona e anche la cristiana è buona.
– una dev’essere migliore per forza.
– son buone tutt’e due.
– e se mi faccio cristiana per stare sempre con Nadia…?
– non si può, amore. Ognuno deve restare come il suo papà e la sua mamma.
– e perché?
Ecco qua la tirannia dei nuovi metodi educativi!
– non vuoi proprio aspettare quando sarai grande?
– no, papà.
– bene. Lo sai cos’è la moda? A uno piace una moda, all’altro un’altra. Essere musulmani è l’ultima moda, per questo devi rimanere musulmana.
– allora quella di Nadia è una moda vecchia!
Benedette tu e la tua Nadia! Nonostante la mia prudenza mi ero sbagliato e avevo finito col mettermi in un bel pasticcio.
– e´ una questione di gusti… però ognuno deve restare come i suoi genitori.
– dirò a Nadia che la sua è una moda vecchia e che la mia è nuova.
– tutte le religioni sono buone – mi affrettai a dire – chi è musulmano adora Dio e chi è cristiano anche.
– ma perché lei lo adora in un posto e io in un altro?
– perché da una parte lo si fa in un modo e dall’altra in un altro modo.
– e perché?
– lo saprai l’anno prossimo, o quello dopo. Per ora basta che tu sappia che sia i musulmani sia i cristiani adorano Dio.
– e chi è Dio, papà?
Restai sorpreso. Riflettevo, mentre prendevo tempo.
– cosa ti ha detto la maestra?
– ci ha letto una sura del Corano e ci ha insegnato le preghiere. Però chi è Dio non lo so.
Ci pensai su ancora, nascondendo un sorriso.
– è il creatore di tutte le cose.
– di tutte?
– di tutte.
– e che vuol dire creatore?
– vuol dire che è lui che ha fatto ogni cosa.
– e come ha fatto?
– con la sua grande potenza…
– e dove vive?
– ovunque nel mondo.
– e prima del mondo?
– lassù.
– in cielo?
– sì.
– lo voglio vedere.
– non si può.
– nemmeno in tv?
– nemmeno.
– nessuno lo può vedere?
– nessuno.
– e tu come lo sai che è lassù?
– lo so.
– chi te l’ha detto?
– i profeti.
– i profeti?
– sì, come Muhammad.
– e lui come ha fatto a saperlo?
– aveva una forza speciale.
– una forza speciale negli occhi?
– sì.
– e perché?
– è Dio che lo ha creato così.
– perché?
Mi dominai e risposi:
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– e quando lo ha visto com’era?
– grande, forte, potente…
– come te, allora.
Trattenni una risata:
– nessuno gli è simile.
– e perché vive lassù?
– la terra non basta a contenerlo, ma egli vede ogni cosa.
Si distrasse per poco, poi riprese:
– ma Nadia dice che ha vissuto sulla terra.
– è perché vede ogni luogo, così è come se vivesse dappertutto.
– Nadia ha detto che lo hanno ucciso.
– no, amore mio, hanno creduto di averlo ucciso, ma egli è vivo e non muore mai.
– e il nonno, è vivo anche lui?
– no, il nonno non c’è più.
– lo hanno ucciso?
– no. E’ morto da solo.
– e come è morto?
– si è ammalato ed è morto.
– allora la mia sorellina che è malata morirà anche lei?
Mi adombrai e prevenni la reazione della mamma affrettandomi a dire:
– ma no, guarirà!
– e allora il nonno perché è morto?
– il nonno si è ammalato da grande.
– anche tu ti sei ammalato da grande. Perché non sei morto?
Questa volta la mamma la rimproverò ed ella restò smarrita a guardare ora l’uno ora l’altra.
– moriamo quando lo vuole Iddio.
– e perché Dio vuole che moriamo?
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– la morte è bella?
– oh no, tesoro.
– e perché dio vuole una cosa brutta?
– e´ bella quando è lui a volerla.
– ma tu hai detto che è brutta.
– mi sono sbagliato, amore.
– perché la mamma si è arrabbiata quando ho detto che tu muori?
– perché ancora Dio non lo ha voluto.
– e perché lo vuole, papà?
– è lui che ci fa nascere e fa che ce ne andiamo.
– e perché?
– vuole che facciamo delle cose belle prima di andarcene.
– e perché non restiamo?
– non ci sarebbe spazio per la gente se tutti restassero.
– così lasciamo tutte le cose belle.
– andiamo dove ci sono cose migliori.
– dove?
– lassù.
– da Dio?
– sì.
– e lo vedremo?
– sì.
– e sarà bello?
– certo.
– allora dobbiamo andare.
– ma non abbiamo ancora fatto tante belle cose…
– il nonno le ha fatte?
– sì.
– che cosa ha fatto?
– ha costruito una casa e ha coltivato un giardino.
– e cosa aveva fatto Totò, il mio cuginetto?
Mi rattristai per un istante, poi volsi uno sguardo commosso alla mamma e risposi:
– anche lui ha costruito una piccola casa prima di andarsene.
– il figlio dei vicini invece mi picchia e non fa niente di bello.
– è proprio un ragazzaccio.
– allora non morirà.
– solo quando Dio lo vorrà.
– anche se non farà nessuna bella cosa?
– tutti si muore. Chi fa cose buone va dal Signore e chi le fa cattive va all’inferno.
Lei sospirò e tacque.
Avvertii quanto la cosa fosse stata impegnativa, ma non sapevo dire se avessi risposto bene o male. La fila dei perché aveva risvegliato domande celate dentro me. La piccola non lasciò passare molto tempo prima di sbottare:
– voglio stare sempre con Nadia.
Guardai verso di lei con aria interrogativa.
– anche nell’ora di religione!
Scoppiai a ridere. Anche la mamma rideva. Soggiunsi sbadigliando:
– non me lo immaginavo che si potesse parlare di cose simili a questo modo.
Intervenne la mamma con aria consolatrice:
– la bimba crescerà e un giorno potrai spiegarle tutte le cose che sai a riguardo.
Mi girai allora alterato verso di lei per capire fino a che punto avesse parlato sul serio o se piuttosto mi prendesse in giro. Ma già aveva ripreso il suo lavoro di cucito.”
(da “Il bambino nell’Islam”, in Aa.Vv. Il bambino nelle religioni, Editrice Ancora, Milano 1992)

L’anima in pace

Hui-k'oOggi pubblico una storiella breve e folgorante della tradizione buddhista. Questa la fonte.
Un giorno Hui-k’o si presentò a Bodhidharma e gli disse: “La mia anima è tormentata: ti prego, dalle pace!”
“Portami qui la tua anima e io le darò pace.”
“Come faccio? Quando la cerco, non la trovo.”
“Allora è già in pace.”

Tra fede, finanza e moschee

moscheaDal sito di Nigrizia prendo questo forte e discusso articolo di Mostafa El Ayoubi pubblicato sul numero di gennaio.
“Finanza e fede. È il binomio sul quale si basa gran parte della politica estera del Qatar, specie quella che riguarda l’Europa. Sul versante finanziario dispone di ingenti investimenti in diversi settori: bancario, immobiliare, del calcio ecc. In Europa il mondo politico e quello economico-finanziario lo considerano un grande partner da corteggiare. Quanto alla variabile fede, il Qatar ha un’alleanza strutturale con i Fratelli musulmani (Fm) molto ramificati in Europa. Il piccolo emirato, che sogna un pan-islamismo sotto il suo controllo, considera i Fm uno strumento per estendere il suo potere sulla sfera religiosa. Persa di recente la sua influenza sul mondo arabo a favore del gigante saudita, il Qatar sta concentrando la sua crociata finanziaria e religiosa altrove. In Africa i “missionari” del Qatar sono al lavoro: dal Niger al Senegal, attraverso la rete di moschee, sono in sensibile espansione attraverso ingenti “donazioni” che fanno gola ad organizzazioni islamiche e governanti locali. Ma è verso il vecchio continente che la strategia espansionistica del Qatar sembra più orientata. Lo scopo è di estendere la sua egemonia sull’islam in Europa. Attraverso il finanziamento per la costruzione delle moschee, il Qatar sta spiazzando i tradizionali paesi dai quali proviene l’immigrazione islamica in Europa: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Pakistan, Turchia ecc. E investe logicamente nei luoghi di culto sotto controllo dei Fm. In Francia svariati milioni di euro sono stati investiti nella realizzazione di nuove moschee, attraverso la Qatar Charity. Questa ong “caritativa” ha contribuito economicamente alla costruzione di diverse moschee: quelle di Nantes e Mulhouse, e quella di Marsiglia (ancora da realizzare). In Irlanda, il Consiglio municipale ha autorizzato la costruzione di una moschea – finanziata in parte dal Qatar – nella periferia di Dublino, città dove risiede l’European Council for fatwa and Research di cui al-Qaradawi (ideologo dei Fm) è il massimo esponente. Gli sceicchi del Qatar corteggiano i musulmani anche in Germania: a Monaco è prevista, con il loro contributo, la realizzazione di una moschea su 6000 mq con tanto di minareto, biblioteca, palestra, ristoranti, sala congressi e altro. In Italia, dal dicembre 2012 all’ottobre 2013, sono state inaugurate tre grandi moschee con ingenti contributi della Qatar Charity: la prima a Catania, la seconda a Ravenna e l’ultima a Colle di Val d’Elsa (Siena).
In passato non sono mancate aspre polemiche sulle moschee in Europa, sul ruolo dei finanziamenti stranieri e sul controllo finanziario e ideologico che i donatori esercitano sui musulmani. Oggi invece su questi finanziamenti si mantiene un profilo basso: i politici non ne fanno più un oggetto di propaganda e i media ne parlano poco, perché il Qatar è un paese amico con il quale si fanno molti affari. Il problema però è che l’ingerenza del Qatar (e altre petro-monarchie) negli affari della “diaspora” islamica in Europa nuoce alla sua integrazione e all’evoluzione di un islam europeo. Con il suo denaro il Qatar, oltre a comprare la coscienza di tanti musulmani in Europa, dispone anche del consenso di realtà politiche e culturali che si considerano attente alle questioni della libertà religiosa e dei diritti umani. Eppure si sa bene che attraverso le sue “donazioni” il Qatar – con l’ausilio dei Fm – diffonde la sua visione arcaica e approssimativa della religione islamica, che considera il dialogo interreligioso come uno strumento di proselitismo e di conversione. Nel “filantropo” Qatar, milioni di immigrati sono trattati come degli schiavi. Ad oggi sono morti decine di immigrati utilizzati nella costruzione degli impianti per i mondiali del 2022. E il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati dovrebbe far riflettere molto i musulmani in Europa – in gran parte di origine immigrata – sull’insidiosa carità dei principi qatarioti. È meglio una sala di preghiera piccola e dignitosa di una sontuosa moschea costruita con il contributo di uomini (ricchi) che ancora oggi schiavizzano i loro simili!”

La capra in casa

tav05Pubblico una storiella dalla tradizione ebraica tratto da questo sito:
Un uomo, poverissimo di beni, ricco di fede e di figli, viveva con la moglie, i suoceri e otto bambini in una misera capanna di una sola stanza, torrida d’estate e gelida d’inverno.
Andò dal suo rabbino e lo implorò di aiutarlo a trovare una soluzione: “Rebbe, non possiamo più vivere così, uno sull’altro, che posso fare?” il rabbino gli disse: “Hai per caso una capra?” “Sì Rebbe! Una capra per il latte e il formaggio! La mia unica ricchezza!” “E dove la tieni questa capra?” “Legata fuori dalla capanna, Rebbe, nel piccolo cortile” “Ebbene, porta la capra nella capanna a vivere con voi” “Ma come Rebbe! Ti ho detto che è una stanza piccola e già affollata!” “Fai come ti dico e torna da me tra una settimana”.
Dopo una settimana il povero torna da Rebbe sempre più disperato. “Rebbe, lo sporco, la puzza, è un disastro, non ne possiamo più!!!” “Ok”, dice il rabbino, “Ora porta fuori la capra, legala al palo e torna da me tra una settimana”. Passata la settimana, l’uomo torna dal Rebbe, tutto felice. “Caro Rebbe, come stiamo bene! La stanza è pulita e profumata, e senza la capra c’è spazio per tutti!”

L’orlo

Pubblico un altro racconto, questa volta appartenente alla tradizione indiana, tratto da questo sito.
Camminare sull’acqua
Un brahmano aveva costruito il suo eremo vicino al grande fiume. Tutti i giorni arrivavabattesimo-di-gesu-colored una ragazza che attraversava il fiume con un traghetto e gli portava un po’ di latte da parte del pastore che abitava sulla riva opposta. Talvolta era in ritardo e ciò irritava il brahmano. La ragazza si scusava: «Succede che devo aspettare il traghetto perché è ancora dall’altro lato o è appena partito». «Il traghetto? Stupidaggini!» esclamò il brahmano con disprezzo, e spazientito continuò: «Figliola, con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, un uomo che crede può camminare sulle onde del mare sconfinato e circolare delle morti e delle rinascite senza fine, per giungere alla lontana sponda della liberazione. E lo scorrere dell’acqua di un fiume è sufficiente a fermare il tuo piede?» La ragazza stava davanti al sant’uomo ammutolita e piena di vergogna. Si inchinò al suo cospetto, prese la polvere che stava ai suoi piedi e se la mise sulla fronte.
L’indomani la ragazza arrivò puntuale con il latte e così anche nei giorni successivi. Il brahmano fu soddisfatto dello zelo e dopo qualche tempo le chiese: «Come fai ad arrivare sempre così puntuale?» La ragazza rispose: «Signore, faccio come tu mi hai detto. Con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, cammino con fede sull’acqua, senza che il mio piede affondi. Non ho più bisogno del traghetto».
Il brahmano si meravigliò in silenzio per il potere prodigioso del nome di Dio in una creatura così semplice; non se ne fece accorgere e commentò: «Bene. Voglio venire con te per vederti camminare sull’acqua; voglio attraversare il fiume insieme a te». Era curioso: come faceva la ragazza a compiere il miracolo? Se davvero la giovane aveva successo, sicuramente anche lui ce l’avrebbe fatta.
Giunti alla sponda, le labbra della ragazza presero a muoversi silenziosamente; il suo sguardo era rivolto verso un punto lontano. La giovane mormorava continuamente il nome di Dio e, leggera come una piuma, cominciò a scivolare sull’acqua. La corrente fluiva veloce e gorgogliante sotto di lei senza spruzzarla; le piante dei piedi non sembravano toccarla.
Il brahmano stupefatto alzò un po’ la veste, cominciò a sussurrare il nome di Dio e pose il piede sull’acqua. Ma non riuscì a restare accanto alla ragazza che, come una rondine, sembrava volare dolcemente. Stava per annegare. La giovane se ne accorse, scoppiò in una fragorosa risata e gridò, allontanandosi: «Non meravigliarti se stai affondando! Come può il nome di Dio farti camminare sull’acqua, se quando lo chiami ti sollevi la veste perché temi di bagnarne l’orlo?»
(Heinrich Zimmer – Racconti dall’India)

Per lui è tutto

Ho intenzione di proporre sul blog alcuni scritti provenienti dalle diverse tradizioni religiose. Alcuni saranno tratti dai libri che ho a casa, altri da siti che di volta in volta segnalerò. Inizio con un delicato racconto della tradizione islamica sufi, preso qui.

L’acqua del paradiso
Nel corso della loro vita da nomadi, Harith il Beduino e sua moglie Nafìsa erano soliti piantare la loro logora tenda dove potevano trovare qualche palma da dattero, qualche ramoscello rinsecchito per il loro cammello, o uno stagno di acqua salmastra.
Erano anni che facevano questa vita e ogni giorno Harith compiva gli stessi gesti: con la trappola prendeva i topi del deserto per via della loro pelle, e con le fibre di palma intrecciava corde che vendeva alle carovane di passaggio.
foto_deserti_002_Basin_Snow_Canyon_UtahUn giorno, tuttavia, una nuova sorgente sgorgò dalle sabbie del deserto. Harith si portò l’acqua alle labbra e gli sembrò l’acqua del paradiso. Quell’acqua, che noi avremmo trovato terribilmente salata, era infatti molto meno torbida di quella che era abituato a bere. “Devo assolutamente farla assaggiare a qualcuno che sappia apprezzarla”, si disse Harith.
Si incamminò quindi sulla strada per la città di Bagdad e per il palazzo di Harun El-Rashid, fermandosi solo per sgranocchiare qualche dattero. Portava con sé due otri pieni d’acqua: uno per sé e l’altro per il califfo.
Alcuni giorni dopo raggiunse Bagdad e andò direttamente a palazzo. Le guardie ascoltarono la sua storia e, non potendo fare altrimenti – era questa l’usanza – lo ammisero all’udienza pubblica tenuta dal califfo.
“Comandante dei credenti”, disse Harith, “sono un povero beduino e conosco tutte le acque del deserto, benché sappia ben poco di altre cose. Ho appena scoperto quest’Acqua del Paradiso e ho subito pensato di portarvela perché, in verità, è un regalo degno di voi”.
Harun il Sincero assaggiò l’acqua e, dato che capiva i suoi sudditi, ordinò alle guardie di far accomodare il beduino e di trattenerlo finché non avrebbe fatto conoscere la sua decisione. Poi chiamò il capitano delle guardie e gli disse: “Ciò che per noi è niente, per lui è tutto. Al calar della notte conducetelo fuori dal palazzo. Non lasciate che veda il possente Tigri; scortatelo fino alla sua tenda senza permettergli mai di bere acqua dolce. Poi dategli mille monete d’oro con i miei ringraziamenti per i suoi servigi. Ditegli che lo nomino guardiano dell’Acqua del Paradiso e che dovrà offrirne da bere a mio nome a tutti i viaggiatori”.
Questo racconto s’intitola anche: “La storia dei due mondi”. Risale ad Abu El-Atahiyya, della tribù degli Aniu, contemporaneo di Harun El-Rashid e fondatore dei dervisci Maskhara, ‘Gaudenti’, in Occidente sono conosciuti col nome di ‘Mascara’ e hanno adepti in Spagna, Francia e in altri paesi. El-Atahiyya è stato chiamato “il padre della poesia araba sacra”. Morì néll’828.

Che ne sarà di Hagia Sophia?

hagia-sophiaChe ne sarà di Hagia Sophia? Se lo chiede Stefano M. Torelli in un breve pezzo nella sua rubrica MediOrienti. Attualmente, quella che è stata una chiesa bizantina fino al 1453 e una moschea fino al 1935, è un museo di notevole richiamo (nel 2012 quasi 3.500.000 di visitatori, il primo in Turchia). Voci provenienti dal governo affermano l’intenzione di far ridiventare moschea la costruzione di Istanbul, il che potrebbe impicare tutta una serie di rivendicazioni (e pure l’oscuramento dei mosaici di ispirazione cristiana). Ma il governo di Erdogan sarebbe così costretto a rinunciare ai circa 25.000.000 € di incasso annuale del museo… Che ne sarà di Hagia Sophia?

Tra arte e uomo

Un consiglio: leggete le brevi parole in corsivo che posto subito qui sotto. Se vi interessa sapere di cosa si tratta andate oltre, altrimenti possono bastare quelle. Sono le parole di una lettera ricevuta dal giornalista Marco Aime da parte di Asco Ousmane, un suo amico del Mali. L’articolo appare su Nigrizia di dicembre, a cui sono abbonato da anni; non l’ho trovato in rete per cui nel caso violassi leggi di copyright è sufficiente segnalarmelo e rimuoverò immediatamente il post.

Caro amico,
volevo dirti che il mio silenzio non è un oblio, ma è perché tutti i cavi delle comunicazioni sono stati danneggiati dai ribelli. Sono tre mesi che la rete telefonica non funziona. Nessuno qui è ormai sicuro, la popolazione vive nel panico totale. La psicosi è diventata la regina madre della città, ma sono riuscito a mandare mia moglie e i miei figli a Bamako. Io sono rimasto a Timbuctù per cercare di salvare il lavoro.
La città si è svuotata, due terzi della popolazione è fuggita e l’esercito ci ha abbandonato alla nostra triste sorte. Non c’è stata resistenza: i militari hanno abbandonato caserme, armi e divise per vestirsi come i civili e nascondersi nelle case della gente. Le tre regioni del nord in 72 ore sono cadute in mano a gruppi di islamisti, l’Mnla è diventato il padrone della città. Quelli dell’Mnla si sono installati all’aeroporto, Ansar Dine nella caserma. Questi vogliono instaurare la shari‘a. Il velo alle donne è diventato obbligatorio, anche per le bambine, i bar sono stati saccheggiati, le banche svuotate, tutti i servizi bloccati.
È la crisi totale, Marco. Con la presenza di questi islamisti non ci saranno più scuole, tranne quella coranica. Un uomo non può più acquistare nulla da una donna e viceversa, non si può più giocare a carte o suonare, né fumare per la strada. Una donna non può camminare con un uomo per strada, se non è suo marito. È la disperazione.

timbuctu_esercito_maliLa Patisserie Asco, piccolo ristorante all’aperto all’ingresso di Timbuctù, era un punto di riferimento per molti abitanti della città. Soprattutto per una certa intellighenzia. Seduti ai tavolini, all’ombra delle acacie, incontravi insegnanti, magistrati, amministratori, che spesso discutevano di politica e di molte altre cose, con Asco che partecipava attivamente a ogni discussione. Distrutto. Il locale è stato distrutto come tutti gli altri. Quando ricevetti questa mail, mi vennero le lacrime agli occhi nel pensare al dolore di tanta gente, di molti amici che a Timbuctù come a Kidal, a Gao e in molti altri villaggi stavano provando a causa della guerra.
I racconti che sono arrivati da altri conoscenti, parlavano di mani amputate pubblicamente sulla piazza del mercato, donne stuprate davanti ai figli e ai mariti, uomini fucilati pubblicamente. In una mail successiva, Asco mi raccontava di avere mandato nella capitale moglie e figli anche perché ha una bambina di dodici anni e i jihadisti pretendevano di scegliere come spose le ragazzine che ritenevano più carine.
Timbuctù il cui suolo, secondo il cronista tunisino del XVII secolo es Sadi, non era mai stato toccato dagli idoli pagani, aveva saputo mantenere per secoli una tradizione di tolleranza e di apertura. Islamica fin dalla sua fondazione, nel XII secolo, Timbuctù è stata popolata da una borghesia commerciale, aperta al mondo, curiosa, che ha saputo fondere i caratteri del mondo arabo con quelli della tradizione africana ed è contro i segni di questa tradizione di tolleranza, che si è scagliata la furia iconoclasta dei jihadisti, che hanno distrutto tre storici mausolei: quelli di Sidi Mahmoud, di Sidi Moctar e di Alpha Moya. Sanda Ould Boumama, portavoce del gruppo, dopo aver annunciato altre distruzioni, ha dichiarato che costruire tombe è contrario all’Islam e pertanto proibito. Questi episodi hanno immediatamente acceso l’attenzione dei media, che avevano fino a quel momento appena accennato alle violenze perpetuate sulla popolazione. Nel gennaio del 2013 le truppe francesi entrano a Timbuctù, mettendo in fuga i jihadisti che la occupavano dall’ottobre dell’anno precedente. Immediatamente ha fatto il giro del mondo la notizia che costoro avevano dato alle fiamme migliaia di antichi manoscritti conservati nel Centro Ahmed Baba. Testimonianze scritte della secolare tradizione culturale di Timbuctù. Per fortuna (se di fortuna si può parlare in questo frangente) i responsabili delle biblioteche hanno messo in salvo la maggior parte dei manoscritti, prevedendo l’accanimento degli islamisti.
Ciò che accomuna questi tragici fatti (era accaduto lo stesso per i Buddha di Bamayan) è la loro capacità di smuovere l’opinione pubblica, molto di più di quanto riescano a fare azioni simili perpetuate sugli individui. Le statue, i manoscritti, i monumenti. Questi manufatti, di indubbio pregio e valore storico, sembrano colpirci più della sorte delle persone. Perché ci commuoviamo in maniera più intensa davanti a un monumento danneggiato che di fronte alle tragedie umane? Che il delirio iconoclasta degli “studenti islamici” fosse un segno di barbarie è fuor di dubbio, ma non è certo stata l’espressione peggiore del loro fanatismo. Ci siamo però accorti della loro furia solo quando hanno violato il sacro tempio dell’arte, quasi che sentissimo più vicina a noi questa realtà piuttosto che quella umana. Percepiamo l’arte come un universale, come un qualcosa che ci appartiene. Perché? La cultura occidentale contemporanea, grazie anche alle politiche dell’Unesco, ci ha portati a pensare all’arte e alla natura come universali, come parte di un patrimonio appartenente a tutti: il patrimonio dell’umanità. Non riusciamo invece ad abbandonare l’idea che gli esseri umani siano in qualche modo marchiati da una nazionalità, da una cittadinanza, da un legame con un territorio che, se non è il nostro, li rende automaticamente stranieri. Nascita e nazione sembrano diventati un binomio indissolubile, sul quale costruire le nostre identità. Quando c’è un incidente o una guerra si sente parlare dei “nostri” morti, quelli degli altri contano meno. Natura e arte ci emozionano e ci uniscono, perché, percepite come universali, diventano anche extra territoriali. L’umanità ci rende diversi e talvolta nemici. Attraverso l’arte abbiamo materializzato la storia, rendendola visibile e pertanto utile a conservare la memoria. Accade poi che con il tempo questi oggetti di venerazione siano via via svuotati e ridotti a simulacri di un valore universale e assoluto. Abbiamo divinizzato l’arte al punto di ritenerla al di sopra delle parti, sovrumana.
Potremmo riflettere su questi temi, magari rileggendo ancora una volta questi versi del grande poeta israeliano Yehuda Amichai:
«Un giorno sedevo sui gradini dell’entrata della Torre di Davide.
Avevo appoggiato le mie due borse della spesa di fianco a me.
Un gruppo di turisti circondava la sua guida e io divenni il loro punto di riferimento.
“Vedete quell’uomo con le borse della spesa? Proprio a destra della sua testa c’è un arco di epoca romana. Appena a destra della sua testa”. “Ma si sposta! Si sposta!” . Io mi dicevo: la redenzione verrà solo quando la loro guida dirà loro: “Vedete quell’arco di epoca romana? Non è importante: ma lì vicino in basso, un po’ a sinistra, c’è un uomo seduto, che ha comprato frutta e verdura per la sua famiglia”».

Quale stagione?

Pubblico un articolo molto interessante di Luca Geronico. Rivolgendo uno sguardo al recente passato della cosiddetta primavera araba, e in particolare all’Egitto, il giornalista prova a gettare una fugace occhiata all’immediato futuro.
“«L’islam è la soluzione». «Al-islam huwa al-hall». Come un mantra per i Fratelli Musulmani d’Egitto che dal 1928, anno della loro fondazione a Ismailiyya, è stato ripetuto quasi compulsivamente dal Nilo a Sinai: mormorato negli anni della repressione sotto Nasser, sussurrato in quelli di ambiguo fiancheggiamento a Sadat come nell’ultimo trentennio sotto Mubarak, l’ultimo faraone. Parola d’ordine, e per questo semplificazione brutale, della lunga dissidenza della rinascita islamica contro i regimi autocratici di tutto il Medio Oriente. Tuttavia la folla oceanica di piazza Tahrir (Libertà), icona di una rivolta popolare repentina quanto imprevista, resta ancora tutta da decifrare. Chi erano quelle centinaia di migliaia che l’11 febbraio del 2011 festeggiarono fra canti e balli la caduta di Mubarak? Chi erano, invece, quelle centinaia di migliaia che alla fine di giugno del 2013 ottennero, spalleggiati dall’esercito, la deposizione di Mohamed Morsi, il primo presidente della fratellanza? Sedici mesi che hanno sconvolto l’Egitto e fatto carta straccia delle più recenti “dottrine del mondo arabo”.
La prima piazza Tahrir, quella contro Mubarak, venne frettolosamente salutata come l’imprevista vittoria di una società post-islamica al grido di slogan secolari, «pane, libertà, giustizia», agitati dai social network. Quella piazza sancì la crisi del modello che «aveva consentito ai regimi in carica» alleati e sorretti dall’Occidente, «di sopravvivere oltre la fine della guerra fredda e degli anni dell’emergenza della lotta al terrorismo islam contro islamtransnazionale», afferma Giovanni Sale in Islam contro islam (Jaca Book, pp. 166, euro 14). Rivolta prettamente politica dunque, e non solo “del pane”, nata da un moto laico e spontaneo. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, l’islam politico, inizialmente defilato ma ben radicato nel profondo Egitto, ritornò prepotentemente sulla scena: i Fratelli Musulmani vinsero le prime elezioni libere, come in Tunisia il partito islamico di al-Nahda guidò il dopo Ben Alì. Ma nel giro di pochi mesi, cogliendo ancora di sorpresa le opinioni pubbliche occidentali, l’Egitto che aveva scacciato l’ultimo faraone, liquidava pure Mohamed Morsi: 22 milioni di firme e una piazza Tahrir nuovamente straripante determinarono il 3 luglio di quest’anno un rocambolesco avvicendamento al vertice dello Stato, con l’esercito, di nuovo, nel ruolo di garante. Per alcuni un intervento di salvaguardia contro il tentativo di instaurare uno stato basato sulla sharia; un vero colpo di Stato consumato nel silenzio di Usa e Ue, per altri. Di certo un guado pericolosissimo, che l’Egitto, con il resto del mondo arabo, non ha ancora attraversato.
Ma è corretto decretare, con il fallimento di Morsi anche quello dell’islam politico? Più in generale: una religione dal valore anche politico come l’islam può rapportarsi alla democrazia nata in Occidente? Nell’agile miscellanea L’autunno delle primavere arabe a cura di Roberto Tottoli (La scuola, pp. 90, euro 8,50) Massimo Campanini, molto esperto della fratellanza, ribadisce che nel pensiero politico islamico contemporaneo esistono «tentativi di elaborazione dottrinale che potrebbero individuare un comune terreno con la democrazia». Il dibattito sui concetti di shura (consultazione) e di dawla madaniyya (stato civile) potrebbe giungere alla legittimazione dal basso del potere sovrano. Concetti, osserva Campanini, ancora «incerti e imprecisi» mentre i Fratelli Musulmani nel biennio 2012-’13 si sono trasformati da movimento a partito politico. La sfida e l’opportunità è di giungere a un partito islamico moderno superando l’automatismo dogmatico per cui «La soluzione è l’islam» e accettando il dibattito con le forze liberali e laiche. Se questo è il tormento dell’Egitto, stato simbolo del mondo arabo, nell’Africa subsahariana (in Mali e Nigeria in particolare) il vuoto di potere e le ripercussioni della guerra di Libia hanno dato nuova linfa a uno jihadismo fondamentalista di recente costituzione in quelle terre tribali e desertiche. Un’emergenza che rimanda all’altro buco nero mediorientale: la tragedia della Siria già destabilizzante per Iraq e Libano. Una situazione che sta trasformando la tradizionale condizione di dhimmitudine (sottomissione) della minoranza cristiana in Medio Oriente in impossibilità di sopravvivenza. Nuovi equilibri e sistemi politici da sperimentare, ma che saranno tanto più nefasti se alla fine – dopo tanta “brezza di primavera” e tanto dolore innocente di popoli – si constaterà il fallimento di qualsiasi esperimento democratico. Per questo Giovanni Sale addita come fondamentali per l’evoluzione di tutta la sponda sud del Mediterraneo le elezioni politiche del marzo 2014 annunciate pochi giorni fa dal governo ad interim del Cairo. Lo spettro, ammonisce Sale, è una nuova guerra civile come in Algeria nel 1991-92: in tal caso un nuovo inverno arabo avrà soppiantato il dilemma se il presente sia una primavera non sbocciata o un lungo autunno che non finisce mai.”

Portateli altrove (!)

Torino_083 fbIn quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano.
Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì. (Mt 19, 13-15)
Lunga è la strada… (scatto fatto a Torino sulla porta della chiesa di San Filippo Neri)

Greco-ortodossi di Turchia

Scrive Giuseppe Mancini su Limes a proposito dei greco-ortodossi presenti in Turchia:

halki.jpg“Sono molti gli insoddisfatti per il contenuto del “pacchetto di democratizzazione”, presentato il 30 settembre scorso dal premier turco Recep Tayyip Erdoğan: la delusione maggiore è stata quella dei greco-ortodossi (rum in turco, romei in italiano), gli ultimi rimasti – secondo le stime, da 2 mila a 4 mila – della fiorente e influente comunità d’epoca ottomana. Ancora una volta è mancato ciò che invocano da decenni: la riapertura del seminario teologico sull’isola di Heybelianda/Halki, proprio di fronte a Istanbul, chiuso nel 1971 per motivi di laicismo e ostilità; al suo interno tutto è pronto, le aule e i vecchi banchi in legno sono rimasti quelli di allora: solo gli studenti, futuri sacerdoti e patriarchi, sono assenti. La sua riapertura è stata promessa più volte dal governo turco, che però si aspetta mosse analoghe da parte del vicino greco nei confronti delle proprie minoranze turcofone e musulmane. I rum, che sono cittadini turchi a tutti gli effetti, a seguito del conflitto greco-turco e del trattato di Losanna del 1923 si sono trovati a vivere in condizioni di inferiorità formale e sostanziale: minoranza poco tollerata, soggetta a vessazioni di ogni tipo e indotta all’emigrazione (come poi avvenuto nel corso di diverse ondate), i rum si sentono tutt’oggi come stranieri in casa propria. Il momento più basso di questo odioso processo è stato toccato nel 1955 con il pogrom del 6 e 7 settembre, nel corso del quale furono distrutti negozi, profanate chiese, assalite e umiliate le persone. L’esodo cominciò allora, inarrestabile. Non è un caso, tantomeno un vezzo letterario, se Méropi Anastassiadou e Paul Dumont, autori di Les Grecs d’Istanbul (Cerf, 2011), hanno titolato l’introduzione del loro saggio “Il rifiuto dell’estinzione” in quanto tributo verso i tenaci superstiti. Si tratta per la maggior parte di cristiani ellenofoni, benché ad Antiochia esistano anche dei gruppi turcofoni e arabofoni: il turco rimane comunque la lingua franca, parlata da tutti. L’istruzione infatti – anche nelle scuole private, gestite autonomamente – è bilingue.

Negli ultimi anni la loro condizione “sta cambiando drasticamente”, racconta Laki Vingas, rappresentante delle fondazioni non-musulmane e uno degli artefici della rinascita della comunità. Le riforme varate dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) stanno infatti restituendo ai diversi gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico nazionale turco diritti, dignità e visibilità; dall’agosto del 2011, anche parte dei beni immobili – orfanotrofi, scuole, chiese, ospedali, terreni, persino cimiteri – confiscati dall’establishment kemalista a rum, armeni, siro-ortodossi ed ebrei. Ne è un esempio la scuola elementare greco-ortodossa di Galata, trasformata in centro culturale, che ospita la Biennale del design, la Biennale di arte contemporanea e concerti di musica classica. Il risveglio culturale è uno degli aspetti che più colpisce: il ritorno del coloratissimo e rumorosissimo carnevale nelle vie di Tatavla, la formazione a opera di Stelyo Berber del gruppo di musica tradizionale Café Aman (con composizioni in fasıl e rebetiko), la nascita nel 2012 della Istos, casa editrice che pubblica in greco i suoi scritti, mentre il quotidiano Apoyevmatini – il cui primo numero risale al 1925 – non ha mai cessato di pubblicare. Secondo Vingas “La Turchia sta tornando a essere polifonica” e i rum di Istanbul stanno contribuendo fattivamente al ripristino dei meccanismi pluralisti di origine ottomana, sacrificati sull’altare del nazionalismo esclusivista. “I turchi stanno riscoprendo il loro passato e la loro storia”: per lunghi secoli fatta di condivisione, rispetto e armonia. Il passo successivo, sostenuto a gran voce da tutte le minoranze di Ankara, è presto detto: la riforma della cittadinanza, su base individuale e non più etnica, da inserire nella carta costituzionale attualmente in fase di revisione.

Il cardine della comunità greco-ortodossa è il patriarca ecumenico Bartolomeo, originario dell’isola di Imbros (situata all’imbocco dei Dardanelli) e in carica da 20 anni; tra l’altro, anche lui ex allievo del seminario di Heybeliada. È il punto di riferimento per tutti i rum, dai più anziani fino alle nuove generazioni; ha trasformato il patriarcato del Fener in tappa obbligata per i leader politici stranieri di passaggio in città; visita incessantemente le piccole parrocchie e celebra messe in chiese ormai chiuse da decenni: come avviene ogni 15 agosto dal 2010 nel monastero di Sümela, sito nei pressi di Trabzon.

Il fenomeno più inatteso è la recente inversione delle dinamiche demografiche. Tutto merito della crisi: perché al patriarcato e alle varie fondazioni caritatevoli arrivano richieste sempre più numerose da parte di rum emigrati in Grecia che vogliono tornare in Turchia per trovare un lavoro e recuperare le proprietà immobiliari; o anche di greci – soprattutto giovani e intraprendenti – che sempre per motivi economici desiderano stabilirsi sul Bosforo. Gli adolescenti greco-ortodossi di Istanbul, fino a non molto tempo fa destinati a espatriare dopo gli studi superiori, sono ben felici di poter rimanere in Turchia.”

Il drappo nero

Si è da poco concluso il periodo clou del pellegrinaggio a La Mecca (Hajj), tra il 13 e il 18 ottobre. Scrivo per far conoscere uno degli aspetti forse meno conosciuti: ogni pellegrinaggio-mecca-2013-01.jpganno la kiswa, il drappo nero che ricopre la Kaaba, viene calato e sostituito con uno nuovo (di notevole valore e peso: si tratta di quattro teli di circa 13 m per 13 m, di seta nera, con scritte e versetti coranici decorati in oro, dal peso complessivo di circa 670 kg). I pellegrini sperano di essere tra quei fortunati che riceveranno una striscetta del vecchio drappo che nell’occasione viene sminuzzato. Nel video qui sotto la sostituzione di quest’anno. Aggiungo anche che da quest’anno è stato installato un nuovo percorso sopraelevato per permettere anche ai fedeli con disabilità, di percorrere i canonici 7 giri intorno alla Kaaba.

Moda nascosta a Teheran

Ancora da Sette prendo questa breve notizia di Stefano Torelli:

url.jpg“Se la moda non conosce limiti, sicuramente ciò è vero anche per l’Iran. Nonostante l’immagine di Paese conservatore, quasi bigotto, che viene spesso presentata in Occidente, la Repubblica islamica è sempre capace di riservare sorprese e di presentare una generazione di ragazzi e ragazze che, in termini di modernità e avanguardia, non hanno niente da invidiare ai coetanei europei o statunitensi. E così, mentre a livello politico il nuovo presidente Rouhani sembra volersi impegnare sulla strada del dialogo e del disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti e il mondo occidentale in generale, Teheran è interessata da un fenomeno di natura sociale ed economica sempre più diffuso. Si tratta delle cosiddette maison iraniane, di fatto delle piccole boutique di moda, costituite per lo più da appartamenti e locali privati e concessi in affitto ai gestori. Lontano dai riflettori della vita pubblica. Il motivo di tanta riservatezza è semplice: gli stilisti e i curatori di immagine sono declinati al femminile. Una generazione di donne che, sfidando gli stereotipi di una società comunque ancora patriarcale, ha deciso di mettersi in proprio e dare libero sfogo alla propria passione, quella della moda, appunto. Le maison sono dei locali in cui le donne svestono il velo e lasciano libere le chiome con pettinature alla moda, in cui si concedono a manicure e trucchi sul viso. E in cui, soprattutto, si emancipano non solo dal punto di vista sociale, ma anche economico. Spesso in queste boutique le proprietarie, infatti, vendono le proprie creazioni e i propri capi di abbigliamento, traendone un profitto che, in alcuni casi, si rende necessario per il proprio mantenimento. Molte ragazze sono single, oppure donne vedove che non hanno più l’aiuto dei mariti e devono guadagnarsi da vivere. La pubblicità viene fatta attraverso i giornali locali o chiamando direttamente i potenziali clienti e il giro di affari si alimenta con il passaparola. Le sanzioni economiche imposte all’Iran sulle importazioni di alcuni beni industriali rendono i prezzi dei capi d’abbigliamento piuttosto fluttuanti, ma tutto sommato ancora in grado di reggere alla concorrenza dei canali tradizionali di vendita. Ed è anche così, tramite lo shopping clandestino, che una nuova generazione porta avanti la propria piccola rivoluzione.”

Cambia la popolazione, cambia la religione

Uno sguardo sulla Cina e sulla situazione delle religioni. Articolo di Fabrizio Mastrofini preso da Vatican Insider.

malacca_tempio_cinese.jpg“Nel vasto «pianeta cinese» è in corso una profonda trasformazione che investe la religione. Il punto di partenza è dato dall’esodo dalle campagne verso le città, un fenomeno che ha dimensioni bibliche. Secondo le statistiche ufficiali gli abitanti nelle città hanno superato quelli delle campagne: 690,79 milioni contro 656,56 alla fine del 2011. Gli effetti sul piano religioso sono rilevanti. A dedicare servizi a questi aspetti e a documentare i problemi ci sono due agenzie stampa specializzate sull’Asia: Ucanews con sede a Honk Kong ed Eglise d’Asie della Società delle Missioni Estere di Parigi, con sede nella capitale francese. I dati raccolti, le testimonianze, le analisi, convergono nel sottolineare che la trasformazione demografica ha cominciato ad avere effetti sul piano religioso. Ucanews ha preso ad esempio la storia di Bosco Wang, migrante cattolico, dalla campagna a Guangdong e poi da qui in una cittadina a sud di Shangai. Il primo gravissimo problema che ha affrontato è stato linguistico: trovarsi con sacerdoti in grado di esprimersi solo in cantonese e non in mandarino. «Ho visto – ha raccontato – numerose persone che durante la messa recitavano il rosario senza seguire la celebrazione. Poi ho capito che non erano in grado di comprendere il sacerdote». E casi simili sono in grande aumento. Eglise d’Asie in un recente servizio sul problema nota come l’esodo dalle campagne stia ristrutturando sia la Cina sia il cattolicesimo. Come accade nel villaggio di Erquanjing, nel nord-ovest della provincia di Hebei, diocesi di Xiwanzi. Qualche anno fa contava oltre duemila abitanti, praticamente tutti cattolici; oggi sono ridotti ad un centinaio. E secondo le statistiche dell’Istituto di antropologia dell’Università di Pechino ogni giorno spariscono tra 80 e 100 villaggi a causa dell’esodo massiccio verso le città. Un parroco – don Joseph Yang, nel distretto di Yang – ha dichiarato che ogni settimana si trova davanti a volti nuovi nelle sue messe, con la conseguente grande difficoltà di dare risposte pastorali efficaci.

Ma anche le altre religioni e confessioni cristiane affrontano sfide difficili. Ad esempio il mondo buddista, in grande crescita e nonostante sia favorito dal governo perché viene visto come una religione tradizionale dell’Asia, a differenza del cristianesimo che viene percepito come una religione occidentale, dunque importata. Il professor Ji Zhe, sociologo e specialista in storia delle religioni cinesi, dirige un progetto di ricerca internazionale sull’evoluzione del buddismo in Cina. Attualmente – ha dichiarato a Eglise d’Asie – delle cinque religioni ufficialmente riconosciute (buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo, islam), i buddisti costituiscono il più numeroso gruppo di credenti e praticanti». In particolare parliamo del buddismo Mahayana Han, con 100 milioni di fedeli, mentre sono 7,6 milioni i buddisti tibetani e 1,5 milioni i buddisti Theravada. Secondo lo studioso il buddismo è sostenuto dal governo per motivi politici e per interessi economici. Per questi ultimi il caso esemplare è quello del tempio Shaolin nella provincia di Henan, molto famoso per la grande tradizione nelle arti marziali. È un luogo di turismo che raccoglie decine di migliaia di visitatori ogni anno ma i proventi del biglietto di ingresso vanno al 70% al governo locale. E la comunità monastica è sottoposta ad uno stringente controllo amministrativo su come spende quel 30% di introiti che ha a disposizione. Inutili le vibranti proteste che ogni anno vengono sollevate dai monaci. Quanto ai motivi politici l’analisi del professor Ji Zhe è precisa. «La religione che si sviluppa di più in Cina è il protestantesimo, soprattutto evangelico, che è più attivo e rivendicativo, non esita a invocare la libertà religiosa ed il rispetto dei diritti dell’uomo, anche grazie ai legami con l’estero e grazie all’organizzazione specifica, difficile da controllare per lo stesso governo. Cattolicesimo ed islam sono ugualmente problematici per il governo centrale, sia sul piano diplomatico, sia sul piano etnico. Ed allora si cerca di favorire l’espansione del buddismo Mahayana Han – gli Han sono l’etnia maggioritaria alla quale appartiene il 92% della popolazione cinese – per tentare di contenere l’espansione di altre religioni».”