Una risposta proporzionale alla domanda

onde

Un intervento dell’astrofisico Marco Castellani sull’ultima scoperta/dimostrazione dell’esistenza delle onde gravitazionali. All’inizio di quest’anno nelle quinte abbiamo letto “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli; a breve presenterò il pensiero di Vito Mancuso. Questo articolo e il video allegato, pubblicati su Darsi pace, sono decisamente utili per riflettere. Qui invece il blog personale di Marco Castellani.
Siamo abituati così, a lasciar scorrere la scienza così, appena accanto alle cose che ci interessano, di cui ci occupiamo giornalmente. Forse non una presenza scomoda, certo no. Però spesso ininfluente, nella vita quotidiana. Ci sono però momenti nei quali anche l’ambito solitamente ristretto ed impermeabile della ricerca, così usualmente ben confinato, deborda. E accade che improvvisamente i media si accorgano della quantità di persone e di risorse impiegate cercando di comprendere come funziona l’universo, nell’investigarne i meccanismi segreti, le dinamiche più riposte. Un anelito antichissimo, un tempo territorio del mito, oggi campo di indagine squisitamente razionale.
Dopo anni e anni impiegati nella affannosa caccia, nel pomeriggio del giorno 11 febbraio 2016 è stata finalmente annunciata la detezione delle famose onde gravitazionali. C’è un segnale, e sembra concreto.
Evidente che per noi astronomi sia un momento di esaltazione: in casi come questo avverto, lo confesso, il privilegio di sentire in modo palpabile l’eccitazione, percepirne l’onda affascinante ed elettrica, anche nei semplici dialoghi con i colleghi. E la confortante evidenza, a infrangere milioni di freddi universi di nonsenso (che l’anima troppe volte si trova a percorrere): può ancora succedere qualcosa, possiamo ancora stupirci. È indubbiamente confortante che il lavoro che faccio arrivi improvvisamente a trovare spazio in ambiti assolutamente inconsueti, come un telegiornale della sera. Ben vengano queste notizie, dunque. Ben vengano, se ci aiutano a pensare ai cieli sopra di noi.
Però forse c’è anche altro. Dietro questa scoperta si muovono anche cose più profonde, diverse e complementari rispetto alla mera registrazione dell’ennesimo progresso della ricerca scientifica, alla frettolosa celebrazione di un successo (anche) tecnologico.
Ma andiamo con ordine. Ovvero, stiamo al dato, così come ci si presenta.
È necessario infatti, per cogliere il punto che vorrei illustrare, percepire innanzitutto l’importanza propriamente scientifica di quanto è stato annunciato.
E questa importanza scientifica c’è, c’è davvero tutta. Di cosa si tratta, in poche parole? Perché è importante aver trovato queste onde? Ebbene, si tratta di una corroborante conferma del fatto che il nostro modello interpretativo dell’universo, quello accettato dalla grandissima parte dei cosmologi e percolato ormai profondamente nel senso comune, funziona. Spiega bene la realtà.
A ricevere conferma sperimentale (non certo la prima, ma una delle più eclatanti) è la stessa teoria della relatività generale di Albert Einstein, formulata esattamente un secolo fa. Difficile sopravvalutare l’importanza di tale formulazione teorica, davvero una cattedrale del pensiero dell’età moderna. L’ultima anche, ad essere stata edificata da un solo uomo: i grandi risultati successivi, come la meccanica quantistica – altra teoria epocale che ancora attende di essere compiutamente recepita – sono marcatamente risultati “di squadra”, impianti teorici elaborati dalla stretta collaborazione di molte persone.
Qui no. Questa cattedrale è stata costruita da un uomo solo. Un uomo, per giunta, completamente umano, non esente da grandi difetti e da limiti anche nell’ambito privato (come molte biografie ci hanno impietosamente indicato).
Ebbene, la teoria della relatività di Einstein prevede che si creino – in determinate circostanze – delle deformazioni del tessuto dello spazio tempo, capaci di propagarsi a grandissime distanze, proprio come onde. È una sorta di “radiazione gravitazionale”, che però genera episodi di particolare ampiezza (gli unici, del resto, che possiamo realisticamente sperare di rilevare empiricamente) solo in casi in cui delle ingenti masse modifichino in modo rapido la loro distribuzione. Tipico esempio, è quello della coalescenza di due buchi neri, che poi è proprio l’evento la cui rilevazione è stata annunciata il pomeriggio di giovedì 11 febbraio dal gruppo del rivelatore “Advanced LIGO” (per maggiori particolari vi rimando ad un post molto informativo su GruppoLocale.it).
Qui vorrei però esplorare alcuni aspetti che riguardano la nostra stessa concezione del mondo. Come interpretare allora questa notizia? Abbiamo appena ricevuto una conferma del fatto che non viviamo assolutamente in uno spazio cartesiano, in un universo imperturbabile o in un contenitore asettico, come ci viene sovente da pensare. Non siamo buttati dentro qualcosa che non si “piega” alla nostra mera presenza. Tutt’altro. Gli apparecchi più moderni questo indicano, che la semplice presenza di materia modifica la struttura dello spazio-tempo, lo fa vibrare come un’onda.
In altre parole, abbiamo una ulteriore preziosa conferma del fatto che l’universo, lungi dall’essere un asettico ed inossidabile contenitore di eventi, è invece una entità “viva” che interagisce e si modifica a seconda di quello che ospita, e di cosa avviene al suo interno. No, il cosmo non è affatto imperturbabile, il cosmo è tutt’uno con quanto avviene nel suo grembo. Vibra e si modifica per quanto avviene dentro di lui, ora ne siamo proprio certi. Potremmo vederlo come un universo “simpatetico”, che reagisce con quanto accade in lui, che vibra di quanto succede, nel modo in cui succede. In ultima analisi (così mi piace pensarlo, andando al senso etimologico della parola), che ha com-passione di quello che accade.
Estrapolazioni poetiche, se volete. Speculazioni metafisiche, davanti alle quali forse storcete il naso. Non lo so. Quel che è certo è che non possiamo più pensare allo spazio e alle cose che vi accadono dentro, come entità distinte. Lo spazio, il tempo, gli eventi, la presenza stessa dell’uomo… ogni evidenza empirica non fa che sottolineare sempre più come queste entità che – per pigrizia e bassa energia mentale – ancora pensiamo separate, sono invece profondamente e misteriosamente interlacciate tra loro. Collegate, in modo inestricabile. Relazionate, in maniera inestirpabile.
Non se ne abbia a male Cartesio, ma la sua visione cosmologica è ormai sorpassata. Anzi, defunta. Con tutto quanto ne consegue anche sul lato culturale, e perfino spirituale. Aver aperto una nuova “finestra” di indagine sul cosmo, come sta avvenendo con la neonata astrofisica gravitazionale, non è senza conseguenze. Del resto, è sempre stato così: l’universo ci mostra volta per volta solo quello che siamo in grado di capire. La risposta è modulata, da sempre, sulla sapienza della domanda.
Abbiamo appena aperto lo scrigno di un universo in cui è tutto davvero intimamente collegato, è tutto davvero in relazione. Ci stiamo lasciando alle spalle – grazie al cielo! – una concezione di corpi separati, divisi, ultimamente contrapposti (azione e reazione, forze uguali e contrarie), lascito fecondo ma drammatico della fisica e della cultura classica, nel suo massimo positivistico splendore. Dobbiamo però ancora capire cosa vuol dire entrare davvero in questo universo relazionale, anche in ambito umano. Dobbiamo lavorare per questo, superando resistenze fortissime.
Il vecchio universo (fuori e dentro di noi) infatti resiste accanitamente, ma è ogni giorno più rigido, più teso ed arrabbiato. Perché si sente il fiato sul collo, perché sta esaurendo il suo stesso spaziotempo, perché il suo gioco egoico è sempre più scoperto.
Per legare insieme le cose, per trovare un senso, non serve più la mutua collisione dei corpi, la ben nota dinamica che ne esaspera la distanza ed esprime, definendo (anche formalmente) ogni contatto ultimamente solo come un urto. L’energia che ne viene è energia malata, corrotta. Ci vuole qualcosa, Qualcuno, che leghi tutto insieme, che regali speranza.
Ci vuole un’onda, un’onda nuova.”

Le 12 tesi di Spong. 3

Pubblico la terza tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Il racconto biblico di una creazione perfetta e compiuta dalla quale noi, gli esseri umani, “siamo caduti” con il peccato originale è mitologia pre-darwiniana e non ha più senso.
(…). Questo mito delle origini includeva cinque grandi principi. Primo, si sono affermate la bontà e la peccato-originaleperfezione originali della creazione. Secondo, è stato l’atto umano di disobbedienza a provocare la caduta dall’opera perfetta di Dio, finendo per prendere il nome di “peccato originale”. (…). Terzo, si è narrata la storia di Gesù in termini di riscatto offerto da Dio per salvare dalla caduta un’umanità peccaminosa e un mondo peccaminoso. Il mito suggeriva che Gesù avesse realizzato tale proposito pagando il “prezzo” reclamato da Dio e assumendo il castigo, castigo che gli esseri umani meritavano in quanto peccatori. Questo atto di redenzione è stato compiuto mediante quello che è stato chiamato “il sacrificio della croce”. Da questa prospettiva teologica del IV secolo sono derivate le parole “Gesù è morto per i miei peccati”, che in un tempo relativamente breve sono diventate un autentico “mantra” cristiano. (…). Il nostro peccato è stato presentato come la causa e come la ragione della sofferenza di Gesù. Così, la colpa è diventata moneta di scambio nel cristianesimo. La salvezza veniva dal riconoscere che la sofferenza e la morte di Gesù per noi si erano prodotte perché Dio, nella persona di suo figlio, aveva assunto il castigo meritato da noi esseri umani.
Si è stabilito il battesimo come forma sacramentale con cui lavare il “peccato originale” di chi è appena nato. (…). L’eucarestia cristiana era il cibo che permetteva di assaporare per la prima volta il regno di Dio. La fede nella resurrezione significava che Gesù aveva vinto la morte dando compimento al castigo reclamato da Dio per il peccato di Adamo che aveva stravolto il mondo perfetto di Dio. (…). Infine, ci è stato insegnato che con il sacrificio della vita di Gesù noi esseri umani siamo stati ristabiliti nella nostra perfezione originaria e che la vita eterna è il culmine della nostra restaurazione. Questo quadro teologico è diventato così forte nella teologia cristiana (…) da impadronirsi di ogni aspetto del messaggio cristiano. (…). Questo quadro teologico ha prodotto anche cose terribili che per secoli non si sono colte. Ha trasformato Dio in un mostro che non sa perdonare. Lo ha dipinto come qualcuno che richiede un sacrificio umano e un’offerta di sangue prima di offrire il proprio perdono. (…). In secondo luogo, questa teologia ha reso Gesù una vittima cronica (…), in quanto i ripetuti peccati degli esseri umani esigono continuamente la sua sofferenza e la sua morte. (…). In terzo luogo, questa teologia ci ha oppresso con uno schiacciante e anche malato senso di colpa. (…). Un’analisi di questi temi, arrivati a costituire quella che abbiamo chiamato “teologia dell’espiazione”, ci convincerà rapidamente del fatto che questo modo di intendere Gesù e il racconto cristiano è distruttivo e contrario alla vita. (…).
Peccato-originale (1)La teologia dell’espiazione assume una teoria sulle origini della vita che, nel mondo astrofisico o biologico, oggi nessuno accetta. È dimostrabile che la premessa da cui parte è falsa. Da quando Charles Darwin pubblicò la sua opera a metà del XIX secolo, sappiamo che non vi è mai stata una perfezione originaria. La vita umana è, piuttosto, il prodotto di un viaggio biologico partito da semplici cellule apparse 3.800 milioni di anni fa. (…). Da 100-80 milioni di anni fa fino a circa 65, i rettili furono i signori del pianeta. (…). Sulla Terra, il dinosauro non aveva eguali e, pertanto, non aveva nemici. Tuttavia, un qualche tipo di disastro naturale colpì il pianeta circa 65 milioni di anni fa e (…) provocò un cambiamento nel clima che avrebbe condotto all’estinzione dei dinosauri e aperto la porta ai mammiferi, dando il via alla loro scalata verso il predominio. Da questi animali dal sangue caldo e vivipari emerse infine la linea dei primati, creature simili agli umani. E questo avvenne circa 4 o 5 milioni di anni fa. In questo tempo, il cervello di tali creature si ingrandì, la mandibola si ritrasse, scese la laringe, si sviluppò la capacità di parlare e, infine, queste creature attraversarono la grande linea divisoria, passando dalla semplice coscienza all’autocoscienza.
Ora, questa creatura era cosciente della propria separazione rispetto alla natura. E assunse anche la propria mortalità. Iniziò a pensare anticipatamente alla propria morte, maturando una sorta di inquietudine esistenziale cronica che nessun animale aveva conosciuto prima. Le inquietudini dell’autocoscienza erano così forti da indurre questa creatura a sviluppare meccanismi di difesa. La religione fu uno di questi. (…).
Tuttavia, nella misura in cui questa creatura umana acquisiva una maggiore conoscenza rispetto alle origini dell’universo, diventava chiaro che non c’era mai stata una perfezione originaria e che la creazione è un processo continuo, mai compiuto. (…). Nulla di ciò che ha a che vedere con la vita è statico. Non c’è mai stato nulla di statico riguardo alla vita e mai ci sarà. (…).
Vediamo ora quello che tali scoperte significano per la nostra comprensione del cristianesimo.
Se non c’è stata una perfezione originaria, non ha potuto esserci una caduta da questa nel peccato. Ciò significa che l’idea del “peccato originale” è semplicemente sbagliata. (…). Se non c’è stato peccato originale, neppure c’era necessità di qualcuno che salvasse da questo peccato o che riscattasse dalla caduta. (…). Improvvisamente, tutto il quadro che per secoli aveva configurato le basi del racconto cristiano è crollato. (…). Pertanto, non possiamo più pretendere di continuare a presentare con questi concetti il racconto cristiano nel nostro mondo contemporaneo. Semplicemente, non funziona. Allora, per molti, la domanda è: possiamo continuare a raccontare la storia di Cristo in qualche modo? Possiamo distinguere tra la realtà di Cristo e il quadro interpretativo del passato nel quale questa realtà è stata colta, e anche così trovare in Lui qualcosa che parla alla nostra umanità e la rende migliore? (…).
Le vecchie parole non ci condurranno mai a queste mete. (…). La ricerca di nuove parole con cui presentare il nostro racconto deve diventare il compito principale della Chiesa cristiana nel nostro tempo. Se non assumiamo questi cambiamenti, non ci sarà speranza di un futuro per il cristianesimo. (…). La salvezza del cristianesimo merita lo sforzo e il costo? Credo di sì. L’appello a una riforma radicale è la sfida a cui la nostra generazione deve rispondere. Comincerà con una nuova comprensione di ciò che significa essere umani. Non siamo peccatori caduti, siamo esseri umani incompleti. Non abbiamo bisogno di essere salvati dal peccato, abbiamo bisogno della forza per accogliere la vita in una forma nuova.”

Le 12 tesi di Spong. 1

teismo

Pubblico la prima tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Il teismo come modo di definire Dio è morto. Non può più intendersi Dio in modo credibile come un essere dal potere soprannaturale, che vive al di sopra del cielo ed è pronto a intervenire periodicamente nella storia umana, perché si compia la sua divina volontà. Pertanto, oggi, la maggior parte di ciò che si dice su Dio non ha senso. Dobbiamo trovare un nuovo modo di concettualizzare Dio e di parlarne. (…).
La persona che, a mio giudizio, diede inizio a una nuova visione della realtà che ancora oggi sfida la credibilità del modo tradizionale di esprimere la mentalità cristiana fu un devoto monaco polacco del XVI secolo, Niccolò Copernico. Tuttavia, (…) nessuno comprese la profondità della rivoluzione che aveva cominciato, tant’è che, alla sua morte, egli venne accolto nel seno della Madre Chiesa.
Il successore intellettuale immediato di Copernico fu un astronomo italiano del XVII secolo, Galileo Galilei, anche lui, come Copernico, profondamente cattolico. (…). La teoria di Copernico sulla localizzazione del sole al centro dell’universo era qualcosa di cui Galileo era giunto a convincersi. (…). A differenza di Copernico, tuttavia, Galileo, non viveva in convento. Era un noto scienziato, una figura pubblica abituata a pubblicare le proprie scoperte. Fu allora che scoprì che le sue opere stavano provocando dibattiti e controversie che lo avrebbero inevitabilmente condotto a uno scontro diretto con la gerarchia della Chiesa cattolica.
In quel momento storico, la Chiesa era ancora una potente forza politica. Il suo potere era nella sua pretesa, ampiamente accettata, di avere l’autorità per parlare in nome di Dio. (…). Di certo, qualunque dubbio che – da qualsiasi parte venisse – potesse erodere questo aspetto del ruolo della Chiesa avrebbe rappresentato una sfida alla sua autorità. (…). La Chiesa e il suo sistema di fede funzionavano, così, come un sistema di controllo incredibilmente potente del comportamento umano. Era questo, in sostanza, che tanto Copernico quanto Galileo sembravano mettere direttamente in discussione. Era una sfida non solo a ciò che si percepiva come la verità, ma anche al potere politico. (…) Così, Galileo venne accusato di eresia. (…).
Il processo ebbe molta risonanza. (…). La visione di Galileo era considerata contraria alla “Parola di Dio” così come era rivelata nelle Sacre Scritture, che, in quel momento, si credeva fossero state dettate da Dio in maniera letterale. Se Galileo aveva ragione, la Bibbia e la Chiesa si sbagliavano. Questa era la conclusione ecclesiastica che avrebbe segnato il destino di Galileo. Quasi in ogni pagina della Bibbia c’era un racconto secondo cui Dio viveva al di sopra del cielo, nello strato superiore di un universo organizzato su tre livelli. (…). Galileo aveva sfidato questa antica e universalmente accettata visione del mondo (…). Aveva alterato la forma dell’universo. L’intuizione di Galileo espelleva Dio dalla sua divina dimora e, in fin dei conti, lo trasformava in un senza tetto. Se Dio non abitava in cielo, dove si trovava? (…). Non sorprende che al processo fosse ritenuto colpevole di eresia. (…).
La verità, tuttavia, non può essere respinta semplicemente perché non risulta conveniente, e le scoperte di Galileo avevano la verità dalla loro parte. Nel dicembre del 1991 il Vaticano annuncerà finalmente che Galileo aveva ragione. (…).
Le antiche interpretazioni sulla configurazione del mondo e sul concetto di Dio a essa vincolato iniziarono a venir meno. Le nuove definizioni non si erano ancora chiarite del tutto, era ancora difficile assumerle intellettualmente ed emotivamente. Il cristianesimo e la sua autorità, tuttavia, cominciavano a traballare. Questo traballare sarebbe diventato più intenso, molto di più di quanto si percepisse allora, nella misura in cui, nella coscienza umana, iniziavano a farsi strada altre scoperte, in altre discipline. Galileo aveva fatto sì che il mondo sperimentasse un periodo di trasformazione e di crescita rapide, cosicché, precipitando tutti questi cambiamenti sulla coscienza umana, sarebbe presto divenuto ovvio come il cristianesimo, così come era stato inteso tradizionalmente, non trovasse più posto nel nuovo mondo che stava nascendo.
L’anno della morte di Galileo nacque, in Inghilterra, Isaac Newton. (…). Studiò la causalità, la gravità e l’interrelazione di tutti gli esseri viventi. Non c’era posto nell’universo di Newton per un Dio esterno che interviene in maniera soprannaturale nella storia umana. I margini per la realizzazione di ciò che chiamavamo “miracoli” si riduceva sensibilmente. (…). Dio, espulso dal cielo da Galileo, cominciava ora a essere svincolato da qualunque funzione relativa ai modelli climatici. (…). I traumi nel concetto tradizionale di Dio avrebbero continuato a farsi sentire nella misura in cui l’esplosione della conoscenza influiva su di noi, derivante anche da altre fonti. Ora, Dio non solo era un senza tetto, ma, progressivamente, stava diventando un disoccupato. (…).
Negli anni ’30 del XIX secolo, il naturalista inglese Charles Darwin iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo della Beagle. (…). Nel 1859, pubblicò le sue scoperte nel libro L’origine delle specie. Pochi anni dopo, sarebbe seguito il libro L’origine dell’uomo. In quelle opere, Darwin sosteneva che la vita si fosse evoluta nel corso di milioni e anche di miliardi di anni, a partire dalle semplici cellule. Cosicché tutta la vita era connessa: nessuna specie esisteva in forma permanente, bensì era sempre in divenire; l’umanità era sorta dalla famiglia dei primati e il racconto della creazione della Genesi non era corretta né biologicamente né storicamente. Iniziava a farsi evidente che non eravamo stati creati, in nessun senso, a immagine di Dio, bensì che Dio era stato creato a immagine dell’umanità. E, anche, che gli esseri umani non erano poco meno degli angeli, come suggeriva il libro dei Salmi (Sal 8), ma, di fatto, poco più delle scimmie. (…). Con sempre maggiore rapidità il concetto teista di Dio veniva messo all’angolo nella coscienza umana.
Al principio del XX secolo, il medico tedesco Sigmund Freud iniziò a esplorare la mente umana con il suo studio sulla natura dell’inconscio, sulle emozioni e sulle attività di quella che una volta chiamavamo “anima”. (…). Molti dei simboli che un tempo costituivano il nucleo del racconto cristiano apparivano ora assai diversi se analizzati nella prospettiva freudiana. Il “Dio Padre” del cielo era una mera proiezione dell’autorità paterna umana? Il potere della colpa, su cui si era basata una parte così importante della vita cristiana, era qualcosa di più di una forma di controllo del comportamento umano? Questa potente forza della colpa si era proiettata anche nell’altra vita, vita di eterna beatitudine o di eterni tormenti, ma ora, in modo piuttosto repentino, sembrava derivare non dalla rivelazione divina, ma da disordini psichici. (…). Il timore di Dio, che costituiva buona parte del cristianesimo, con le sue immagini del cielo e dell’inferno, iniziò a venire meno. (…).
Sempre nel XX secolo, il fisico tedesco Albert Einstein (…) cominciò a studiare quella che si sarebbe chiamata “relatività”. Si scoprì che il tempo e lo spazio non erano infiniti, ma finiti, e relativi sempre l’uno all’altro. (…). Tutto quello che facciamo e diciamo, lo facciamo e lo diciamo in mezzo alla relatività dello spazio e del tempo. Ciò significa che non c’è un qualcosa come una verità assoluta. Anche se ci fosse una verità assoluta, non potrebbe essere pensata né espressa nel quadro dell’esperienza umana.
Con questa conclusione, qualsiasi pretesa religiosa di oggettività veniva meno. Non c’è un qualcosa come “la religione autentica” o “la vera Chiesa”. Come un papa o una Bibbia infallibili. Come (…) una dottrina particolare che possa definirsi vera per tutti i tempi. La vita umana è vissuta, piuttosto, in un mare di relatività. (…). Nessuna istituzione umana, inclusa la Chiesa, possiede la verità eterna, né può possederla. Gli esseri umani e le loro istituzioni possono solo, per dirla con le parole di Paolo, vedere «come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12).
Questa cronaca dell’articolazione della conoscenza umano dal XVI secolo a oggi, così breve e pertanto imperfetta, ci rende almeno coscienti del fatto che la maniera in cui gli esseri umani hanno pensato a Dio nel passato è stata stravolta nei suoi fondamenti. E, tuttavia, nelle liturgie di tutte le Chiese cristiane continuiamo a usare concetti del passato come modello su cui disegnare il culto. Anche se, intellettualmente, tali concetti sono stati già rifiutati. Così, diciamo ancora «Padre Nostro che sei nei cieli». Una preghiera che si rivolge a un Dio concepito come essere dal potere soprannaturale, che abita nell’alto dei cieli di un universo disposto su tre livelli da cui crediamo ancora che controlli il nostro mondo. (…). Ci avviciniamo ancora a questo Dio, concepito come giudice, in ginocchio, supplicando misericordia, chiedendo favori e cercando salute. Quando una tragedia ci colpisce, ancora ci chiediamo perché e ancora ci domandiamo se tale tragedia sia un riflesso della volontà di Dio di punirci per i nostri peccati. «Che ho fatto per meritare questo?», ci chiediamo.
Definiamo “teismo” questo modo di intendere Dio. (…). Un concetto che non ha più senso nel nostro mondo. Non c’è una divinità soprannaturale al di sopra del cielo in attesa di venire in nostro aiuto. (…). Questo linguaggio, pertanto, è privo di senso. Ebbene, questo significa che Dio non ha senso? Questa è la questione più importante che il cristianesimo ha oggi di fronte a sé. (…). Possiamo rinunciare alle nostre definizioni teiste di Dio senza dover negare al tempo stesso la realtà di Dio? Credo che possiamo e so che dobbiamo provarci. (…). Se il cristianesimo, come religione, deve sopravvivere, deve sviluppare una comprensione del divino che abbia senso nel XXI secolo. Questa è diventata la nostra massima priorità.
(…). Tutti gli dei che gli esseri umani hanno concepito nella storia assomigliano sempre agli umani, ma senza i loro limiti. Ricorriamo ancora al linguaggio della liturgia. «Dio onnipotente ed eterno», diciamo nelle preghiere. Quello che stiamo dicendo è: Dio, tu non sei limitato nel potere o nel tempo. Questo Dio è anche quello che sa tutto, che scruta i segreti del nostro cuore. Questa divinità onnisciente è in definitiva poco più di una costruzione umana.
Se la comprensione teista di Dio è morta, allora si pone la questione se è Dio a essere morto o la definizione umana di Dio. (…). La Bibbia ha definito l’idolatria come il culto a qualcosa che è costruito da mani umane. Il teismo è una comprensione di Dio sviluppata da menti umane. (…). Il teismo è una manifestazione dell’idolatria umana. Di modo che respingiamo il teismo come una definizione creata da noi, gli umani, e ci proponiamo di cambiare strada, verso la realtà di Dio. Un passo molto più rivoluzionario di quanto la maggioranza di noi può immaginare, ma questo è il mondo nel quale il cristianesimo deve imparare a vivere.”

Sogni e sognatori

Sogni di viaggi, di velocità, di tecnologie, di invenzioni, di idee geniali… incubi di pressioni, di premura, di superficialità, di menefreghismo, di lavoro allo sfinimento. E di quel sogno luminoso non restano che le ceneri…Ma a morire sono i sognatori, non i sogni. Quelli a bordo dell’R101, un dirigibile britannico schiantatosi e poi incendiatosi su una collina del nord della Francia il 5 ottobre 1930 nel suo volo inaugurale. La sua storia è raccontata in un bellissimo brano dai toni epici nel nuovo album degli Iron Maiden, “The Book of souls”, uscito il 4 settembre. L’ultima traccia è “Empire of the clouds”, il brano più lungo mai scritto dal gruppo britannico, 18 minuti (qui una traduzione).

https://www.youtube.com/watch?v=8CMY99WLRhc

La LIM? Obsoleta…

scuolaa
Questo post è rivolto, più che agli studenti, a colleghi, genitori e a tutte le persone interessate al mondo della scuola e soprattutto della didattica. Mi trovo spesso a riflettere e a confrontarmi con altri sulle possibilità che le nuove tecnologie offrono al lavoro di insegnante. L’intervista a Domizio Baldini pubblicata su Orizzonte Scuola mi sembra molto interessante.

Nuove tecnologie sui banchi per coinvolgere gli studenti e personalizzare i loro percorsi di apprendimento, ma senza abbandonare penna, foglio e libri di carta. I suggerimenti di Domizio Baldini (docente di scuola secondaria, Formatore De Agostini Scuola, Apple Education tutor, Tutor TIC) per una didattica efficace e multicanale.
Innanzitutto, che cos’è la didscuolabattica multicanale?
Mi piace citare una definizione dell’amico e collega Prof. Alberto Pian che ha pubblicato un ebook interessante ed utile che mi permetto di consigliare, La didattica Multicanale. Lo potete trovare sui vari store on line: “La grande sfida di una didattica multicanale integrata consiste nel tentativo di parlare a tutti usando i canali di tutti e impiegando diversi codici linguistici e comunicativi. Tutti i mezzi possibili devono essere strumenti della divulgazione, ma in modo integrato, armonioso, che renda possibile anche un godimento estetico della fruizione”. Credo che la didattica multicanale sia una delle risposte innovative che la scuola può dare per fornire agli studenti la competenza necessaria alle sfide di una società nuova e sempre più complessa”.
Come si costruisce una buona lezione in ottica multicanale?
Per prima cosa occorre esplorare la ricchezza presente in rete, occorre quindi soprattutto che i docenti siano sperimentatori e curiosi loro stessi. Solo così si potrà trasmettere la passione, la curiosità infinita, l’entusiasmo, il “demone” della ricerca. Trovare il vecchio filmato della RAI con Ungaretti che legge le sue poesie, usare Benigni e le sue letture pubbliche per la Divina Commedia, fare vedere Cassius Clay (allora si chiamava così) e la corsa di Berruti sui 200 m. alle Olimpiadi di Roma del ’60 e studiarne i movimenti atletici, mostrare sulla rete la foto del manoscritto originale dell’infinito di Leopardi o di una poesia di Cesare Pavese, un filmato di un esperimento scientifico da riprodurre in classe, sono solo alcuni esempi di risorse oggi disponibili in rete in ogni ambito disciplinare e interdisciplinare (Cassius Clay non serve solo per mostrare la sua intelligenza cinestetica, ma, per esempio, anche per introdurre la condizione di segregazione dei neri americani e, con il cambio di nome in Muhammad Ali, il trauma della Guerra del Vietnam).
Il lavoro vero dell’insegnante è poi quello di fornire il percorso ai propri studenti, ben sapendo che i modi dell’apprendere sono diversi e che ci saranno quelli che useranno più il canale visuale che non quello testuale o quello uditivo. L’abilità del docente sarà quella di fornire un percorso chiaro con obiettivi verificabili. La frase che si sente spesso “andate su internet a trovare risorse” non ha senso, è come mandare gli studenti alla Biblioteca Nazionale e dire loro: “cercate i libri che vi occorrono”. Occorre insegnare un metodo di ricerca fornendo loro percorsi costruiti anche insieme in classe, ma anche richiedere agli studenti di presentare loro stessi dei percorsi personali di ricerca privilegiando così diversi canali di apprendimenti e comunicativi (Flipped classroom) . La tecnologia oggi permette questo in modo facile ed intuitivo. Sarebbe , secondo me, un errore storico sottovalutarne le potenzialità didattiche”.
Una didattica, quindi, che oggi fa a meno di sussidi multimediali deve necessariamente considerarsi obsoleta?
Una didattica che non usi ANCHE le tecnologie oggi a disposizione è senz’altro una didattica più povera, meno coinvolgente, lontana dalla realtà di tutti i giorni, favorendo quell’errato sentimento comune che la scuola non serva poi a molto. Una volta andando a scuola si percepiva un mondo “altro”, con libri in biblioteca e lavagne appese nelle aule (la prima tecnologia pervasiva…), si respirava un’aura di “sapere” con Maestri e Professori che dispensavano contenuti seduti su cattedre di solito sopraelevate rispetto ai banchi, marcando così anche spazialmente la distanza tra i discenti (ignoranti) e i Docenti (che sapevano tutto).
Oggi non è più così. Lo studente spesso trova scuole vecchie, cadenti, con tecnologie obsolete ed antiquate o senza alcun sussidio tecnologico ed anche con docenti che affermano decisamente che “la tecnologia non serve a scuola”. Poi non ci dovremmo lamentare che gli studenti ormai tendono a considera l’istruzione scolastica come una volta veniva percepito il servizio Militare di leva: un cosa che si deve fare ma la cui utilità era quanto meno dubbia.
Per concludere posso dire che la vera sfida del docente del XXI secolo è quella di essere sempre più capace nella pratica quotidiana di inserire contenuti utilizzando più canali comunicativi. Personalmente ho adottato questa metodologia da tempo ed i risultati sia di interesse e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista dei risultati scolastici conseguiti, sono stati estremamente positivi. Con grande soddisfazione dei genitori e mia personale”.
E’ vero che i docenti italiani sono più riottosi al cambiamento rispetto ai colleghi degli altri Paesi? Come mai secondo lei?
Il nuovo spaventa sempre un po’, quindi sarebbe sbagliato pensare che i docenti italiani siano meno pronti a mettersi in gioco e sperimentare nuove didattiche. Ho esperienza di insegnamento all’estero essendo stato docente di Italiano come Lingua Straniera in una scuola a Londra per sette anni ed ho quindi una esperienza diretta di come si possano affrontare le novità. Erano i primi anni 90’ ed ebbi a disposizione dalla scuola il mio primo computer Macintosh, scelto da me per le possibilità di produzioni multimediali che offriva. La produzione di materiali originali da proporre in classe determinò un interesse e dei risultati scolastici così evidentemente migliori di prima da avere un numero di studenti sempre crescente ogni anno, doppiando e triplicando le scelte dell’Italiano sull’altra lingua straniera tradizionalmente proposta, cioè il Francese.
Lì ho percepito senza ombra di dubbio che quella era una strada da percorrere ed ora faccio parte di una comunità globale di Docenti (Apple Distinguished Educators) che, dalla Scuola dell’infanzia alla Università, cercano nuove strategie didattiche con l’uso di tecnologie oggi disponibili e che hanno la possibilità di far emergere le potenzialità degli studenti. Occorre fare una precisazione, frutto anche di una esperienza ormai trentennale di Formatore (MIUR, IRRE, INDIRE etc): non tutte le tecnologie sono uguali. Per quanto mi riguarda l’uso dell’Ipad non è paragonabile con quello di altri tablet in commercio e produrre materiali multimediali con computer Windows non è come farlo sul MAC. Si dovrebbero scegliere strumenti che facilitino il lavoro del docente non che lo complichino.
Archivio_territorio_ribol1382La LIM è stata una tecnologia rivoluzionaria 10 anni fa, oggi è obsoleta. Chi comprerebbe oggi una automobile che ha bisogno della manovella per mettersi in moto? Lo dico da utilizzatore e tutor di LIM per più di dieci anni.
Nel sistema inglese e in altri paesi che conosco, le scelte che i Board della scuola fanno sono semplicemente obbligatorie per tutti i docenti e si basano sui risultati finali. La presenza di esami uguali per tutti, fatti lo stesso giorno e corretti da docenti esterni, garantisce l’attendibilità dei risultati finali, permettendo un accesso alle Università basato su dati reali ed attendibili (la scelta delle Università non è libera ma basata sulle valutazioni degli esami finali) ed anche una valutazione del lavoro svolto dai docenti, premiando così il merito, l’aggiornamento professionale e le capacità didattiche dell’insegnante ed anche la sua partecipazione ATTIVA al progetto educativo proposto dalla scuola.
Questa strada è necessariamente da percorrere anche in Italia: tecnologia, formazione obbligatoria e valutabile, merito e valutazione del lavoro scolastico in modo più efficiente, trasparente, democratico e non autoreferenziale”.
I ragazzi utilizzano le tecnologie in maniera disinvolta, la vera novità per loro non sarebbe imparare a farne a meno?
Nella maggior parte delle scuole italiane la tecnologia non c’è, oppure non viene usata od usata malissimo. E’ questa la realtà! E’ vero che i ragazzi utilizzano la tecnologia in maniera disinvolta, ma questo non significa che la sappiano veramente usare! C’è un metodo, una riflessione che a loro manca e se non è la scuola, quale altra agenzia educativa può oggi fornirla? Le aziende? Altri Enti Statali? La risposta mi sembra chiara: la Scuola deve riacquistare la centralità del processo educativo e non è chiudendosi a riccio, non accettando il confronto che può riuscirci. Mi sia permesso un esempio un po’ provocatorio: sono stato un insegnante di lettere per più di quaranta anni e mi sento coinvolto quando leggo sulle statistiche ufficiali che solo il 3,6% degli italiani legge più di 10 libri l’anno. La scuola non ha un po’ di responsabilità? Possiamo considerarlo un successo “democratico”? E’ facile dare la colpa agli studenti ed al mondo che cambia… Lo diceva anche mia nonna cinquanta anni fa! Eh sì il mondo cambia. E la scuola? Penso che ci debba essere una seria riflessione ed un cambiamento reale da parte di tutti, senza steccati ed atteggiamenti manichei.
Prima della riforma della scuola media alla fine degli anni ’60 e della libera apertura all’istruzione Universitaria, alle scuole superiori ci andavano in pochi, con uno stesso background culturale ed anche, aggiungo, generalmente con le stesse possibilità economiche. I modelli comunicativi erano sempre gli stessi con i quali gli stessi insegnanti erano cresciuti. La società di quel tempo aveva quindi valori e modelli simili, con un forte deficit democratico, possiamo dire oggi.
Con l’ampliamento della platea studentesca l’insegnante si è trovato impreparato a gestire la molteplicità di “intelligenze”, come ci dice H. Gardner, e si è sempre più rifugiato nella ripetizione del solo modello a lui conosciuto, magari sostituendo l’autorevolezza con l’autoritarismo. La scuola ha cominciato a staccarsi dalla realtà proponendo modelli sempre più considerati obsoleti e inutili, perdendo quell’aura di centro del sapere che era prima.
Da questa scuola sono uscite anche eccellenze, docenti bravissimi ed anche innovatori, ma questo non deve essere un alibi, poiché la scuola italiana nel suo complesso è oggi una istituzione educativa che non riesce a raggiungere in generale, con le dovute eccezioni, validi risultati nelle valutazioni internazionali dell’OCSE PISA, per esempio. Od anche qui è colpa degli esami proposti?”.
Alcuni studi riferiscono che la didattica non tradizionale aumenterebbe il coinvolgimento degli studenti in difficoltà, ma non gioverebbe all’apprendimento e al profitto di quelli più dotati; il filosofo Roberto Casati ha lanciato l’allarme sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione. Qual è il suo commento?
Mi ritrovo a citare mia nonna e poi mia madre che mi hanno detto in sequenza: non leggere troppo che ti fa male agli occhi, la televisione ti rovina e poi il computer ti fa diventare scemo.
Come in tutte le cose ci vuole equilibrio nei giudizi, non partendo sempre dalla sola nostra esperienza e sapendo che i nostri studenti sono veramente diversi ed hanno bisogno anche di canali comunicativi diversi. Un certo tipo di tecnologia mobile già prima citata oggi permette di PERSONALIZZARE il percorso educativo, in modo semplice e facile, senza perdite di tempo in tecnicismi inutili, venendo incontro sia alle esigenze di studenti con caratteristiche diverse e in difficoltà sia favorendo anche percorsi educativi di eccellenza per non mortificare i talenti presenti. E’ questa la mia esperienza di formatore e moltissimi docenti sono già su questo percorso di esperienza ed innovazione.
Questo, sia chiaro, non vuol dire che si debbano abbandonare la penna, il foglio ed i libri cartacei, ma che occorre integrare sempre di più strumenti tecnologici che possano aumentare la produttività e ampliare l’esperienza educativa dei nostri studenti. Scrivere su un programma di elaborazione testi una relazione NON è usare tecnologia innovativa; inserire elementi multimediali al testo e fornire anche una verifica interattiva è già aggiungere una valore all’oggetto didattico altrimenti non possibile con i mezzi tradizionali. Il tutto naturalmente in modo semplice, facile e creativo.
Poiché gli studenti sono coinvolti in un lavoro che li vede protagonisti attivi, la distrazione non avviene. Una affermazione come quella del Prof. Casati sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione dovrebbe essere comparata dall’attenzione che oggi mediamente gli studenti mostrano in classe. Basterebbe guardare il loro diario scolastico per avere una risposta non proprio positiva. E poi è sempre l’uso che conta, non oggetto in sé. Anche l’auto ha un potere distrattivo ed anche la penna!”.
Il ricorso alla rete nella didattica dovrebbe aiutare a liberarci da errori e approssimazioni, ma non crede che fino a una certa età i ragazzi abbiano bisogno di sapere che gli adulti ne sanno più di loro? Che i docenti non sono soltanto dei ‘facilitatori’?
La scuola non è solo una istituzione che trasmette contenuti, è un ambiente educativo più ampio. Se non riesce a trasmettere il senso delle attività che vi si svolgono va incontro al fallimento. L’Italia non è più fortunatamente quella del Maestro Manzi, oggi le competenze che si richiedono sono anche quelle della comunicazione con i mezzi tecnologi, del saper cercare le risorse “valide” nella grande rete a disposizione. Si ritorna al discorso precedente, secondo me è la scuola che dovrebbe fornire gli strumenti e le competenze per fronteggiare le sfide complesse della globalità. Gli insegnanti posseggono la padronanza dei contenuti e non devono saperne di più di tecnologia, ma insegnare COME usarla a scuola, nella vita e domani nella professione è compito dell’istituzione scolastica, la sola che può fornire competenza tecnologica e contenutistica insieme. Per mia esperienza professionale nei molti incontri di formazione e negli eventi ai quali partecipo come relatore, ormai questa consapevolezza è patrimonio di un numero sempre maggiore dei docenti italiani. Sono quindi inguaribilmente ottimista per il futuro”.

Uscire dai buchi neri

black-holePrendo dalla Redazione Online del Corriere della Sera una notizia delle 11.30 di stamattina:
«Se vi sentite come se foste finiti in un buco nero non disperatevi, c’è modo di uscirne». Magari in un altro universo. A dirlo Stephen Hawking, il celebre astrofisico britannico, fra i più importanti e conosciuti del mondo, noto soprattutto proprio per i suoi studi sui buchi neri e l’origine dell’universo. In una conferenza a Stoccolma, al Kth Royal Institute of Technology, Hawking ha annunciato la sua nuova teoria sui buchi neri su cui il professore e i suoi colleghi pubblicheranno, a breve, una relazione. In estrema sintesi per il fisico non tutto è perduto se si finisce in un buco nero.
Nel corso di una lezione a Stoccolma, Hawking ha detto scherzando: «Se sentite di essere in un buco nero, non mollate. Vi è una via d’uscita». Ha quindi detto di aver scoperto un meccanismo «attraverso il quale le informazioni riescono a trovare una uscita dal buco nero». Nella conferenza a Stoccolma lo scienziato ha focalizzato la sua attenzione su quello che è conosciuto con il nome di paradosso delle informazioni del buco nero. Secondo le teorie esposte dallo stesso Hawking in passato, i buchi neri emettono delle radiazioni che Stephen-Hawkingfarebbero perdere energia al buco stesso fino a farlo scomparire. Il paradosso allora è: cosa resta della materia all’interno del buco nero? Sparisce a sua volta? I fisici credono che queste informazioni non siano davvero perse per sempre. Lo scienziato ha così proposto una possibile soluzione: «Io credo che le particelle che entrano in un buco nero, lasciano traccia delle loro informazioni . Quando con il fenomeno della radiazione le particelle escono fuori nuovamente, portano fuori le informazioni, conservandole».
Hawking sostiene che le informazioni che entrano nei buchi neri possono trasformarsi in due modi: o in una sorta di ologrammi sul ciglio del buco nero, oppure trovano una via d’uscita verso un universo alternativo. «Il buco nero avrebbe bisogno di ingrandirsi e così facendo, ruotando, si scava un passaggio in un altro universo. Ma non si può più tornare al proprio universo – ha concluso Hawking – Il senso di questa conferenza è che i buchi neri non sono così neri come li abbiamo pensati fino ad oggi. Non sono quelle eterne prigioni. Qualcosa può uscirne, magari sbucando in un altro universo».”

Più là che qua

La linea del tempo dell'Universo, dal Big Bang (a sinistra) fino a casa nostra. La galassia EGSY8p7 si situa proprio là dove le particelle presenti nell'Universo di 500-600 milioni di anni dopo il Big Bang iniziano a unirsi a formare stelle e subito dopo galassie
La linea del tempo dell’Universo, dal Big Bang (a sinistra) fino a casa nostra. La galassia EGSY8p7 si situa proprio là dove le particelle presenti nell’Universo di 500-600 milioni di anni dopo il Big Bang iniziano a unirsi a formare stelle e subito dopo galassie

Ho intenzione, nel nuovo anno scolastico, di procedere, con le classi quinte e in accordo con colleghe e colleghi di scienze, fisica e filosofia, alla lettura integrale del libro “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli. Il tutto per stimolare quesiti e interrogativi, ma anche per permettere una lettura consapevole di brevi articoli come questo pubblicato su Focus da Luigi Bignami.
Un gruppo di astronomi ha individuato la galassia più lontana mai osservata, EGSY8p7, a 13,2 miliardi di anni luce dalla Terra. Ciò significa che hanno trovato un agglomerato di stelle, una galassia appunto, che esisteva già appena 600 milioni di anni dopo il Big Bang. Mai nessuno prima era riuscito a individuare una galassia così lontana nel tempo e nello spazio.

Il telescopio Keck, alle Hawaii
Il telescopio Keck, alle Hawaii

Per questa ricerca gli astronomi hanno utilizzato uno spettrografo a infrarossi (uno strumento in grado di osservare le caratteristiche chimiche di un oggetto) del telescopio Keck, alle Hawaii, e sono riusciti a mettere in luce l’idrogeno gassoso fortemente riscaldato dalla radiazione ultravioletta emessa dalle stelle neonate della galassia. In particolare, il team guidato da Adi Zitrin (California Institute of Technology di Pasadena) ha studiato quella che viene chiamata emissione Lyman-alfa dell’idrogeno, uno dei traccianti più affidabili della formazione stellare. «Il risultato è di grande interesse perché getterà nuova luce su come l’Universo si è evoluto nella sua giovinezza», ha commentato Zitrin.”

A debito

Earth-Overshoot-Day-1

Da oggi siamo a debito nei confronti della Terra. Ieri abbiamo finito l’energia che il nostro pianeta ci mette a disposizione per un anno. Pubblico un articolo della redazione di Scienze, di cui ho modificato solo i riferimenti cronologici (l’articolo è di ieri). Se qualcuno volesse approfondire un po’ come funziona il calcolo ecco greenreport.

Ieri è stato l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse energetiche e i beni ecologici che la Terra è capace di rigenerare in un anno. Detta altrimenti, è la data in cui abbiamo consumato le risorse che avremmo dovuto esaurire in un anno. Nel 2015 l’Earth Overshoot Day è il 13 agosto. Nel 2014 fu il 19 agosto e nel 2013 il 21. Insomma, andiamo sempre peggio.
Per capire il significato di questo giorno, bisognerebbe immaginare il mondo da oggi, ossia dal momento in cui, esaurite le risorse dell’anno, non se ne possono consumare altre. Dal 14 agosto non correrebbe energia elettrica, non ci sarebbe più alcuna luce e gli appartamenti refrigerati dal condizionatore conoscerebbero finalmente il caldo dell’estate. Non si avrebbe più alcun accesso al gas, né a qualsiasi altro combustibile, con conseguenze drammatiche sulla produzione. Insomma, torneremmo ad uno stile di vita primitivo.
Ed invece possiamo consumare le risorse del futuro. E’ per questo motivo che, sebbene ieri si siano esaurite le risorse dell’anno, continueremo comunque a godere di tutti i confort della società moderna. Sottrarremmo energia e capacità produttiva dei campi alle generazioni future, anticipando di anno in anno l’Earth Overshoot Day. A dispetto dell’urgenza del problema, tradurre i buoni propositi enunciati a livello politico in una strategia comune di riduzione dei consumi appare più difficile di quanto ci si possa attendere. O – meglio – affrontare di petto il problema è più difficile dell’alternativa: scaricare i danni sulle generazioni future.
L’umanità avrebbe bisogno di oltre una Terra e mezzo (precisamente 1,6) per poter rispondere alla propria fame di energia e beni naturali senza depauperare il pianeta. Gli italiani, invece, necessiterebbero di 3,8 “Italie”. L’ultima volta che l’impronta ecologia della nostra specie era sostenibile dal pianeta Terra correva l’anno 1970. Allora l’umanità contava circa 3,5 miliardi di persone, contro le oltre 7 di oggi. Se il trend dovesse restare immutato per il 2030 saranno necessarie due Terre per rispondere al fabbisogno energetico della nostra specie, ma la rotta potrebbe essere invertita se solo le emissioni  di carbonio fossero ridotte del 30%. In questo modo nel 2030 l’Earth Overshoot Day cadrebbe il 16 settembre. Certo, sarebbe ancora poco ma segnerebbe un’inversione di rotta in un contesto demografico in crescita. Un risultato che oggi – nonostante i grandi risultati in tema di energie rinnovabili – appare ancora lontano.”

GFN_EOS_infographic_v5

Pura bellezza

ein

Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi.” (Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”).
Sono passati 100 anni: l’articolo in cui Einstein presenta la sua teoria scientifica è del novembre 1915.

Cosa siamo noi?

salvador_dali_metafisica

Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offre la fisica contemporanea? Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco di incastri di spazio e di particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Ma allora da dove viene quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persone che prova ciascuno di noi? Allora cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro sapere? Cosa siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?” (Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, pag. 71)

L’amore è il vero motivo

Sto sempre meno volentieri sui social network. Non mi succede da molto tempo, ma vedo che più passano i giorni, più mi sento a disagio. I toni sono sempre più accesi e violenti, i commenti sono spesso superficiali ma stigmatizzanti, le bufale sono sempre più frequenti e rilanciate, il protagonismo è sempre più forte e non si tiene mai conto di chi potrebbe leggere quelle parole; si augurano malattie e morte a persone antipatiche o che semplicemente non la pensano come noi, si evocano dalla storia luoghi di disumanità inaudita sperando che costoro ci finiscano. A giugno c’era stata sui giornali una polemica nata da una dichiarazione di Umberto Eco: «“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. […] La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità,” osserva Eco che invita i giornali “a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno. I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno”.» (citazioni prese da La Stampa).

Gli ha risposto Gianluca Nicoletti (e cito sempre La Stampa): “… Ora, chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori. Stare buoni e zitti, leggere giornali scritti da noi, leggere libri scritti da noi, guardare programmi in tv in cui al centro eravamo noi, ascoltare lezioni che facevamo noi. E’ finita purtroppo l’epoca delle fortezze inespugnabili in cui la verità era custodita dai suoi sacerdoti. Oggi la verità va difesa in ogni anfratto, farlo costa fatica, gratifica molto meno, ma soprattutto richiede capacità di combattimento all’arma bianca: non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza. […] Chi siamo noi per negare il diritto all’imbecillità di evolvere con strumenti individuali? Non credo ai comitati di saggi, ai maestri di vita digitale che fanno dai giornali l’analisi critica della rete. Le loro sentenze avrebbero quel profumino di abiti conservati in naftalina che oggi emanano le muffe lezioncine sulla buona televisione, sul servizio pubblico, sulla qualità dei programmi, su questo è buono e questo fa male. Siamo tutti intossicati, per questo oggi l’intellettuale deve fare sua la follia del funambolo. Chi vorrebbe curare gli altri e ancora si proclama sano, è in realtà (digitalmente) già morto.”

Quello di cui sento il bisogno lo intravedo in una canzone di Filippo Neviani, più famoso come Nek: ci sono una domanda e una risposta. Il brano “Hey Dio” del 2013 “è nato come uno sfogo nell’osservare l’attuale periodo storico, dove si stanno smarrendo dei valori importanti. Non può fare sempre notizia il male o il negativo, e tacere su quanto di buono fanno in tanti. È una realtà distorta. Nella canzone, mi rivolgo a Dio come fosse mio padre, per risolvere i dubbi. E la risposta che si può trovare è una sola: l’amore, per come mi è stato insegnato da credente. E questo amore passa attraverso il rispetto per il prossimo e la condivisione. Se fossimo più attenti verso gli altri la nostra vita sarebbe più ricca. Bisogna capire che non bastiamo a noi stessi” (da Dimensioni Nuove).
Hey Dio, avrei da chiederti anch’io, cos’è quest’onda di rabbia, che poi diventa follia, che c’è da stare nascosti, per evitare la scia, di questo tempo che ormai, è il risultato di noi… Hey Dio, vorrei sapere anche io, se questo mondo malato, può ancora essere mio, e se il domani che arriva, è molto peggio anche di così, ma infondo sai cosa c’è, hai ragione sempre te… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per tutto quello che ho, per cominciare da capo e ritrovare una coscienza, per fare a pezzi con le parole questa indifferenza…
Hey Dio, permettimi di dire che qui, è solo l’odio che fa notizia, in ogni maledetto tg, non c’è più l’ombra di quel rispetto, il fatto è che sembra andar bene così, ma infondo sai cosa c’è, hai ragione sempre te… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per tutto quello che ho, per cominciare da capo e ritrovare una coscienza, per fare a pezzi con le parole questa indifferenza…
E dopotutto sai, che sono quello di sempre, che non potrei stare fermo mai, davanti a un mucchio di niente… In qualche angolo c’è, chi la pensa come me… Che c’è bisogno d’amore, è tutto quello che so, per un futuro migliore, per ogni cosa che ho, e per sentirmi più vivo, io voglio cominciare da qui, l’amore è il vero motivo, per essere più liberi…”

Utili collisioni

cern

Pubblico dal sito del Corriere un breve articolo di Paolo Virtuani su un esperimento svolto stamattina al Cern.
«È un passo storico per la fisica e la tecnologia». Fabiola Gianotti non usa mezzi termini per descrivere quanto avvenuto mercoledì mattina all’acceleratore di particelle Lhc di Ginevra. Dopo il test perfettamente riuscito eseguito nella notte tra il 20 e il 21 maggio con soli due fasci di protoni, il 3 giugno sono avvenute le prime collisioni utilizzando migliaia di fasci di particelle subatomiche all’energia record di 13 teraelettronvolt (13 Tev), ossia 13 mila miliardi di elettronvolt (unità di misura dell’energia utilizzata a livello atomico).
«È stato possibile anche grazie all’importante contributo dell’Italia», ha aggiunto Gianotti, che dal prossimo 1° gennaio assumerà la direzione del Cern. «Si tratta di un passo in avanti senza precedenti, a cui hanno contribuito l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e l’Ansaldo, che ha costruito oltre un terzo dei magneti superconduttori dell’acceleratore». «È un risultato fantastico!», ha detto l’attuale direttore generale del Cern, Rolf Heuer. «Adesso non dobbiamo avere fretta: i risultati non arriveranno domani, né fra una settimana, ma sicuramente arriveranno e saranno straordinari».
Il significato di queste ricerche lo spiega la stessa scienziata italiana: «Le collisioni a questa energia ci permettono di affrontare questioni di fisica fondamentale e diventa possibile trovare risposte a domande aperte, come quella relativa alla natura della materia oscura. Diventa anche possibile scoprire perché l’universo è fatto prevalentemente di materia». Sono le principali due domande alle quali il Modello standard (l’attuale teoria fisica che cerca di spiegare la natura dell’universo) non ha ancora dato una risposta: cioè di cosa è composta la materia oscura (che da sola vale il 25% di tutto ciò che è presente nel cosmo) e l’asimmetria tra materia e antimateria (quest’ultima è di fatto quasi assente) nonostante si ritenga che entrambe siano state prodotte in uguale misura dal Big Bang.”

Gemme n° 215

So che sembro ripetitiva quando parlo di questo argomento, ma lo faccio perché per me è molto importante, veramente molto importante”. Con queste parole M. (classe quarta) ha presentato la sua gemma, questo video:

La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero Creato, la bellezza del Creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo… Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!… Quando parliamo di ambiente, del Creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il Creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il Creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti…”. Sono tutte frasi dell’attuale pontefice.

Gemme n° 161

Vita-di-Pi_05_rid

“Ho portato come gemma una citazione dal film Vita di Pi. Un padre spiega al figlio cosa sia credere e non credere «…perché voler credere in tutto allo stesso momento corrisponde esattamente a non credere in niente. […] Ascoltami, invece di saltellare continuamente da una religione all’altra perché non cominci con la ragione? In poche centinaia di anni la scienza ci ha fatto capire l’Universo più di quanto la religione non abbia fatto in diecimila anni. […] Sì, alcuni mangiano carne, altri mangiano verdure, non mi aspetto che tutti concordino su tutto ma preferisco che tu creda in qualcosa con cui io non concordo piuttosto che accettare tutto ciecamente, e questo, comincia col pensare razionalmente…»”. Questa citazione è stata la gemma di E. (classe seconda). La accompagno con una citazione del fisico tedesco Max Planck: “Solamente quando ci sentiamo sotto i piedi il saldo terreno dell’esperienza della vita reale ci è lecito darci senza timore ad una concezione del mondo fondata sulla fede in un ordine razionale dell’universo”.

Sulla nostalgia

4078432209_273e0aa6ac_oUn articolo di Roberto Cotroneo molto fertile.
In una pagina meravigliosa del suo libro L’ignoranza, Milan Kundera parla della nostalgia, e racconta come questa parola sia diversa da lingua a lingua, anche nei suoi significati, nelle sue sfumature. Sappiamo che nostalgia viene dalle parole greche nóstos e da álgos: ritorno e sofferenza. La sofferenza di non poter più tornare. Di non riuscirci più. Dunque la sofferenza di un mondo che non c’è, di persone lontane, di luoghi che non vedi da anni, di ritorni che appaiono impossibili. I portoghesi la chiamano saudade e in certi paesi si distingue tra nostalgia vera e propria e rimpianto della propria terra. Ad esempio gli islandesi, che hanno un lingua antichissima dicono söknudur per nostalgia, e heimfra, per il rimpianto. E gli spagnoli usano añoranza, che viene dal catalano enyorar, e a sua volta dal latino ignorare.
La nostalgia è non poter tornare e non poter sapere. Si dice con molte parole diverse, ma anche con espressioni che sono entrate nel linguaggio comune: «mi manchi», o in francese «je m’ennuie de toi», sento la tua mancanza. I tedeschi, ci spiega Kundera, preferiscono dire sehnsucht, «desiderio di ciò che è assente». La mancanza delle propria terra, dei propri luoghi, dell’amore, e ancora la distanza, il non poter sapere, il non poter vedere. Le nostalgie di Ulisse, il più grande avventuriero di tutti i tempi ma soprattutto l’uomo di nóstos e di álgos.
Agli inizi del secolo scorso, esploratori e scrittori coniarono l’espressione “mal d’Africa”. Il mal d’Africa era quella strana sensazione, alle volte improvvisa, che ti faceva rimpiangere il continente africano, anche se ci eri stato una sola volta e per poco: come un richiamo, ancestrale, arcaico, come una malattia priva di cure e alle volte irresistibile. Il luogo originario, il punto lontano da tutto dove hai bisogno di tornare è un tema fondante da sempre. La nostalgia diventa quasi uno spazio sacro, un rito di lontananza, nel nome dell’añoranza, dell’ignoranza. Solo che ormai nóstos e álgos hanno perso il loro valore. Non c’è più ritorno e dunque sofferenza, non c’è più lontananza, non c’è più immaginazione.
La grande rivoluzione non è soltanto il web, e non è soltanto la condivisione, ma è in quelle che chiamiamo le wearable technologies, ovvero le tecnologie portabili ed indossabili, modellate attorno al corpo delle persone, che permettono di fare molte cose: dal monitorare la nostra salute, rilevando dati corporei, al registrare emozioni, al tenersi in collegamento e in connessione con qualcun altro fino a condividere movimenti, immagini, musica, e quant’altro.
Molte startup si concentrano su queste tecnologie di ultima generazione, molti pensano che, a cominciare dall’Apple Watch, avremo davanti una nuova strada da percorrere, molto interessante. Con soluzioni che in alcuni casi possono essere straordinarie. Tutte le applicazioni mediche wearable permetteranno di monitorare e tenere sotto controllo la salute della popolazione anziana. Oppure, se siete diventati genitori da pochi giorni e volete stare tranquilli, potete far indossare al vostro neonato un abitino in cotone chiamato Howdy, prodotto da un’azienda di Monza, che tiene sotto controllo il suo cuore, la sua respirazione i suoi movimenti, e trasmette i dati al vostro tablet.
Ma al di là di questi prodotti specifici, e oltre quelli pensati per il fitness, che esistono da sempre, il futuro è molto orientato anche a un nuovo modo di indossare la nostalgia, per tenere lontana l’añoranza. Sistemi che permettono di avere con sé una vicinanza artificiale di immagini, sensazioni ed emozioni altrui che puoi indossare e sentire con te. Un passo ulteriore per prosciugare quel grande mare dove navigò Ulisse, il mare che gli restituì la via del ritorno. Si torna per poter raccontare, e lo stare lontani permette di ricordare. Oggi non ci sono partenze e ritorni, c’è un tempo misto, ibrido che non consente ricordi che non siano memoria di un presente indifferente, dove esserci o mancare è solo una connessione accesa o spenta, che cancella sogni e nostalgie.”

L’oceano della verità

Grado febb 2015_0092 fbNon so come potrò apparire al mondo, ma a me sembra di essere un bambino che gioca sulla sabbia del mare e si rallegra se di quando in quando trova un ciottolo più liscio degli altri o una conchiglia più bella delle altre, mentre il grande oceano della verità sta inesplorato dinanzi a lui” (Isaac Newton).

Il Dio delle lacune?

Da Il Sole 24 ore prendo questo articolo di Vincenzo Barone sul libro “Perché la scienza non nega Dio” di Amir D. Aczel.
aczel«Dobbiamo postulare l’intervento divino? Dobbiamo tirare in ballo Dio per creare la prima corrente della nebulosa di Laplace o per dare avvio al fuoco d’artificio cosmico immaginato da Lemaître? Confesso di non essere disposto a portare in scena Dio in questo modo… Gli uomini hanno pensato di trovare Dio nella creazione della loro specie, o nel momento in cui la vita e l’intelligenza sono comparse sulla Terra. Ne hanno fatto il Dio delle lacune della conoscenza umana…. È perché nell’Universo fisico trovo un pensiero, un progetto e una potenza che dietro di esso vedo Dio come creatore». La questione del rapporto tra scienza e fede è riassunta tutta qui: nelle parole del matematico, teologo e vescovo di Birmingham, Ernest William Barnes, che scriveva – dato da sottolineare – nel 1933 (il brano è tratto dall’opera Scientific Theory and Religion).
Il Dio del progetto e il Dio delle lacune: il primo è quello che per Barnes scaturisce dalla razionalità dell’universo e dalla sua armonia; il secondo è quello che già allora qualcuno vedeva aleggiare sull’atomo primitivo di Lemaître (antesignano del Big Bang), e che al prelato anglicano proprio non piaceva. Il teismo «scientifico» diffusosi negli ultimi decenni, e incarnatesi in una moltitudine di opere, di progetti di ricerca e di centri di studio, è meno selettivo di quanto fosse Barnes e usa abbondantemente sia l’argomento del progetto sia quello delle lacune per sostenere la tesi che la scienza non allontana da Dio, ma conduce a lui. Nessuno dei due argomenti ha il minimo fondamento alla luce della scienza vera (non di quella dei resoconti divulgativi, delle metafore e delle ricostruzioni di comodo di cui sono pieni i libri dei teisti), ma il Dio delle lacune che Dietrich Bonhoeffer ribattezzerà nel 1944 «Dio tappabuchi», con un’espressione di origine nietzschiana – appare inammissibile anche a molti teologi: un Dio relegato negli spazi sempre più angusti lasciati scoperti dalla visione scientifica dell’universo è, in effetti, un Dio in costante ritirata, destinato a scomparire.
Eppure, il Dio delle lacune è vivo e vegeto. Lo troviamo ben rappresentato nell’ultimo libro del divulgatore statunitense Amir Aczel, Perché la scienza non nega Dio, un campionario delle tesi del teismo «scientifico» sostenute e propagandate con dovizia di espedienti retorici. Il bersaglio diretto di Aczel è il movimento noto come «Nuovo Ateismo», un insieme eterogeneo di autori (i saggisti Sam Harris e Christopher Hitchens, il biologo Richard Dawkins, il filosofo Daniel Dennett e altri) che hanno condotto una critica serrata alla religione e al teismo su vari piani, incluso quello scientifico. Sebbene la foga polemica porti spesso Aczel a divagare e a confondere gli ordini del discorso, il tema principale che egli affronta è l’atteggiamento della scienza nei confronti di Dio. Su questo bisogna fare subito una precisazione. Se la questione fosse quella dell’esistenza o non esistenza di Dio (come va notato – l’italiano «nega» traduce il più forte disprove), la si potrebbe liquidare in poche battute. La scienza non dimostra la non esistenza di Dio per il semplice fatto che, in via del tutto generale, è impossibile dimostrare l’inesistenza di alcunché (peraltro, come ricordava Bertrand Russell, è colui che sostiene l’esistenza di qualcosa a doversi assumere l’onere della prova).
La domanda significativa non è di natura ontologica, bensì epistemologica: l’idea di Dio come principio esplicativo trova posto nella scienza? È ammissibile, o addirittura necessaria? Aczel risponde di sì e per sostenere la propria posizione riesuma l’argomento delle lacune. La scienza, nel corso del Novecento, ha scoperto una serie di limiti intrinseci nella descrizione della natura: ha scoperto, per esempio, che certe grandezze fisiche non possono essere determinate simultaneamente con precisione assoluta (il principio di indeterminazione di Heisenberg), e che certi processi, anche molto semplici, non sono esattamente predicibili, a causa della sensibilità della dinamica alle condizioni iniziali (il caos deterministico). È in queste lacune, diventate una sorta di riserve protette, che Aczel e i teisti «scientifici» vedono Dio: un Dio nella cui mente la posizione e la velocità di una particella hanno valori definiti, e l’evoluzione di un sistema caotico è perfettamente nota. Non sappiamo quanto questo Dio possa piacere ai teologi più avveduti (il vescovo Barnes sarebbe sicuramente inorridito). Ma agli occhi di uno scienziato tutto ciò appare frutto di un equivoco – dell’idea distorta che l’indeterminazione quantistica, il caos, il teorema di Godet e altri risultati del genere siano sintomi di un’insufficienza del sapere scientifico, e non invece straordinarie conquiste della conoscenza umana. A Napoleone che gli chiedeva come mai non ci fosse alcun riferimento a Dio nella sua Mécanique Céleste, Laplace rispose che l’ipotesi di Dio non era necessaria per spiegare il moto degli astri. Commentando queste parole, un altro grande matematico dell’epoca, Lagrange, disse che quell’ipotesi spiegava però molte cose. Ma Lagrange sbagliava per difetto: l’ipotesi di Dio, una volta che venga accettata, può «spiegare» ogni cosa (nel senso che può ricondurre ogni evento a una causa sovrannaturale), e proprio perciò non spiega in termini scientifici, e non predice, nulla. Chi di noi, dopo tutto, anche tra coloro che invocano questa ipotesi nei laboratori, la accetterebbe in altri contesti – un ospedale, un’aula di giustizia, un consiglio comunale?
Chiunque è libero di preferire una visione teistica dell’universo a una razionale e naturalistica, ma non può legittimamente affermare la compatibilità di tale visione con la scienza. Non si tratta di una questione accademica: in gioco è la solidità di quell’elemento basilare del vivere sociale che Dennett chiama «il nostro comune tessuto epistemologico». (Amir D. Aczel, Perché la scienza non nega Dio, Raffaello Cortina, Milano, pagg. 230,21,00).

Sul dubbio

dubbio

Da un bel po’ di anni non mi capitava di prendermi l’influenza… Alla fine è arrivata. Ieri la febbre non mi ha dato tregua e quindi via pc, via libri, un filo di tv in sottofondo e tanto sonnecchiare. Oggi le cose vanno un po’ meglio e desidero condividere, soprattutto con le classi quinte, questa intervista di Michele Turrisi a Emanuele Angeleri, pubblicata lo scorso settembre su Kasparhauser. Come si può leggere sullo stesso sito, Emanuele Angeleri (1932), dottore in fisica, è stato ricercatore industriale nel settore dell’energia nucleare e delle telecomunicazioni (25 anni) e poi professore associato alla cattedra di Teoria della Informazione e della Trasmissione presso l’Università degli Studi di Milano (20 anni).
Professore: Lei è uno studioso di scienze fisiche e un tecnico; eppure si interessa di religione e legge la Bibbia in ebraico. A cosa deve tanta familiarità col Testo Sacro?
Per rispondere a questa domanda non posso evitare di ricorrere a un ricordo autobiografico. Ho davanti agli occhi la cucina di casa mia di quando ero un bimbetto di sei anni, ormai tanti anni fa. Il tavolone dove si era cenato veniva sparecchiato e tutta la famiglia vi sedeva attorno, alle 8.30 di sera: mio padre, mia madre e noi quattro fratelli, ciascuno con la sua Bibbia davanti. Cominciava mio padre con un versetto, poi veniva mia madre col successivo, seguiva mio fratello maggiore, poi mia sorella, poi il fratello subito più grande di me e per ultimo io, in braccio alla mamma che mi aiutava nella mia traballante lettura. Il giro si ripeteva finché si era letto un capitolo, che mio padre di volta in volta sceglieva secondo un suo criterio. Finita la lettura c’era una breve discussione in cui si facevano delle domande alle quali rispondevano mio padre e mia madre. Alle volte si cantava anche un inno della raccolta della nostra assemblea. Oggi, dopo un’infinità di anni, la sera, prima di addormentarmi, in quei momenti indistinti fra la veglia e il sonno sopravveniente, risento quel coro famigliare, risento con vivezza nelle orecchie la bella voce melodiosa di mia madre… Quelle sere erano un’occasione di incontro famigliare che ricordo con acuta nostalgia, se penso che delle sei persone sedute attorno a quel tavolo intente a leggere la Bibbia, ne sono rimaste soltanto due: mio fratello maggiore ed io, il più piccolo. Si può calcolare che se si procede con un capitolo per sera è possibile leggere tutta la Bibbia in cinque anni. In realtà a causa dei vari inconvenienti che la vita presenta il tempo che si impiega mediamente si aggira sui sette anni. A diciotto-diciannove anni se tutto va bene la Bibbia l’hai letta due volte. Questo era il programma. Ma ci fu la guerra, il rituale fu interrotto, la famiglia in parte si disperse e il programma non fu portato a termine come previsto. Ho fatto in tempo a leggere la Bibbia in quel modo una volta e un po’! La Bibbia fa parte del mio imprinting personale: è stata una componente essenziale della mia vita e tale rimarrà per sempre.
Allo studio dell’ebraico sono stato avviato ancora giovinetto da un mio zio, un fratello di mia madre. In quel periodo ho imparato alcuni salmi in ebraico a memoria e alcune benedizioni rituali che posso recitare ancora. Ho continuato a leggere la Bibbia nell’originale ebraico nel corso di tutta la mia vita. Mio zio alla morte mi ha lasciato la sua ricca biblioteca di ebraico (consistente in numerose edizioni critiche del testo biblico, vocabolari, grammatiche e un’ampia letteratura sull’argomento), che conservo gelosamente e spesso consulto. Un salto nella mia conoscenza dell’ebraico è avvenuto in età matura a seguito dell’incontro con un rabbino dal quale ho imparato molte cose e dell’amicizia con un collega ebreo, col quale mantengo strette relazioni tuttora. Questo amico mi ha convinto anni fa a fare un lungo giro in Israele, assieme alle nostre mogli. Su di una macchina a nolo siamo stati quasi dappertutto. Alloggiati in un Qibbùtz, mi sono reso conto di come la mia conoscenza dell’ebraico biblico fosse sufficiente a permettermi qualche semplice scambio per le necessità di tutti i giorni. Tornato a casa mi sono dedicato all’aggiornamento sull’ebraico moderno che continua tuttora, cosa che ho la gioia di condividere anche con mia moglie. (Nel frattempo la biblioteca di mio zio si è arricchita di altri volumi).
Ma forse sto divagando troppo. In ogni modo, circostanze fortuite (ma cosa significa esattamente fortuito?) mi hanno legato strettamente alla Bibbia e alla sua lingua facendomela diventare un compagno fedele dal quale non mi separerei mai. Tra i fisici sono in buona compagnia: Isaac Newton, profondo studioso e conoscitore delle Scritture, era convinto che nella Bibbia ci fosse un tesoro nascosto di verità preziose non dogmatiche e assolute, ma dotate della eccezionale particolarità di svolgersi e avverarsi nel tempo. Sta all’uomo leggerla in ogni epoca e scoprire in essa le verità annunziate per quel tempo. Sono pienamente d’accordo con R. Popkin il quale arditamente capovolge la domanda che si sente correntemente porre da chi per la prima volta scopre gli interessi biblico-teologici del grande scienziato: «Come mai uno scienziato del suo calibro ha perso tempo con assurdi problemi teologici?» chiedendosi invece provocatoriamente: «Come mai uno dei più grandi teologi del ‘600 ha perso tempo a scrivere opere scientifiche?».
Lei si dichiara agnostico. A che punto della sua vita e perché ha realizzato di non potersi più dire credente?
Non c’è un punto preciso della mia vita in cui mi sono ‘convertito’ all’agnosticismo. È una convinzione che è maturata progressivamente nel tempo, quando diventato adulto ho cominciato a riflettere seriamente sul problema della vita, della morte e sul significato del Tutto. Un ruolo importante in questa mia presa di posizione l’ha avuto Kant, sulla cui filosofia ho riflettuto nel corso della mia vita. (Dopo lo studio al liceo mi era rimasta la persuasione che valesse la pena approfondirne la conoscenza). C’è una sua proposizione che recita testualmente: «Il concetto di Dio è un concetto originale, che non appartiene alla fisica, e cioè non alla ragione speculativa, ma alla morale» (Critica della ragion pratica, 252). Con la ragione non si può dimostrare né l’esistenza né la non-esistenza di Dio. Di questo mi sono convinto e pertanto, se devo darmi un’etichetta, mi dichiaro un “agnostico, non insensibile a quell’importante componente dell’esperienza umana indicata come religiosità”. Ma c’è un’altra osservazione di Kant che completa e rafforza la mia posizione agnostica: «Il reggitore del mondo ci lascia soltanto congetturare e non scorgere o dimostrare chiaramente la sua esistenza e maestà … perché ove la sua esistenza potesse essere logicamente dimostrata… Dio e l’eternità, nella loro tremenda maestà, ci starebbero continuamente davanti agli occhi… e … la condotta dell’uomo, rimanendo la sua natura quale è adesso, sarebbe dunque mutata in un semplice meccanismo in cui, come nel teatro delle marionette, il tutto gesticolerebbe bene ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna» (ibidem, 265-266).
Circa l’origine del mondo e di tutte le cose in esso, da fisico Lei ritiene che l’ipotesi di lavoro “Dio” sia ammissibile o piuttosto una divagazione inutile?
Bisogna intendersi sul significato che vogliamo dare alla parola ‘Dio’. Se con questo termine si intende il Dio provvidente e misericordioso predicato da tutte le grandi religioni monoteistiche, cercare questo Dio nella fisica è sicuramente operazione inutile. Parole come ‘Dio’, ‘anima’, ‘spirito’ non fanno parte della fisica e non sono argomento di studio dei fisici, i quali — com’è noto — usano come criterio di verità la verifica sperimentale. Però chi si occupa di fisica seriamente si trova in continuazione a confrontarsi con la raffinatissima intelligenza della Natura, con il Deus sive Natura di Spinoza, descritto meravigliosamente da Einstein con queste bellissime parole: «[Lo studio della fisica produce in me] un’ammirazione estatica delle leggi della Natura, rivelandomi una mente così superiore che tutta l’intelligenza, messa dagli uomini nei loro pensieri, non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo… »; e ancora: «[Questa sensazione si manifesta in me] come una sorta di ebbrezza gioiosa e di meraviglia al cospetto della bellezza e della grandiosità del mondo, di cui l’uomo può costruirsi solo una vaga idea. Questa gioia è il sentimento dal quale l’autentica ricerca scientifica trae il proprio nutrimento spirituale, ma che sembra anche trovare espressione nel canto degli uccelli» (Religione e scienza, 1930). Il problema sta nel far coincidere il Dio provvidente e misericordioso delle religioni tradizionali con il Dio di Spinoza, per il quale si dovrebbe concepire l’amor Dei intellectualis proposto dal filosofo, che è una ben misera consolazione a fronte della inestinguibile sete di amore e protezione che l’uomo cerca in Dio. Spinoza considerò il suo Dio inconciliabile con il Dio della tradizione biblica e sia gli ebrei che i cristiani del suo tempo concordarono con lui, a tal segno che fu considerato ‘eretico’ da entrambe le religioni.
Che cos’è per Lei la fede? Credenza, fiducia, certezza?
Mi scuso, ma citerò ancora Kant, il quale afferma che «la speranza comincia soltanto con la religione» (Critica della ragion pratica, 235). Ed io, concordando con il filosofo, affermo conseguentemente che per me fede significa speranza. È mia precisa convinzione che il termine fede abbia perso il significato originario assumendo nel tempo un significato dogmatico con una connotazione di certezza che esso non ha. Il termine è quello arrivatoci attraverso il cristianesimo con la parola greca πίστις (pístis) che è stata tradotta in latino con fides, da cui deriva il corrispondente italiano fede. Il vocabolo greco e quello latino, rimontando entrambi a radice indoeuropea, sono parenti stretti sul piano etimologico, in quanto connessi alla radice greca πείϑειν (= persuadere, convincere), e si corrispondono quasi perfettamente. In realtà il greco pístis significa semplicemente “credenza, convinzione, fiducia [in qualcuno o qualcosa], attendibilità” — tutti concetti che rimandano a incertezza, più o meno marcata, una incertezza che si può risolvere soltanto con un atto personale soggettivo. Viceversa nel mondo cristiano per la parola fede si è andato consolidando un significato di “certezza irrefutabile”, al segno che in tempi per fortuna ormai lontani asserire di avere dei dubbi sulla fede poteva essere la base per l’accusa di eresia che poteva addirittura costare la vita!
Questo spostamento di significato del termine è chiaramente rilevabile nelle varie traduzioni del famoso passo di Ebrei 11,1 dove della fede si dà una definizione che nella versione Riveduta suona così: «Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono». Quello che l’orecchio italiano non rileva è che alla parola πίστις/fede — il cui significato originario rimanda, come dicevamo, a incertezze soggettive, del tipo plausibilità, attendibilità, credenza — viene attribuito un significato di certezza oggettiva relativamente a un concetto carico di dubbio quale la speranza o a realtà aleatorie quali le cose che non si vedono. Consultando le versioni più importanti a partire dalla Vulgata fino alle varie versioni moderne, l’ossimoro “incertezza/certezza” viene mantenuto. L’unica versione che si sforza di aderire al significato originario della parola πίστις è quella di Lutero. Il riformatore ha reso correttamente la parola greca con Glaube (= credenza), dopodiché l’ossimoro della definizione non poteva non essere rilevato. Lutero ha conseguentemente fornito una traduzione decisamente diversa da tutte le altre che conosco. Riportando in italiano la versione di Lutero si legge: «Ora la credenza [πίστις/Glaube] è fiducia certa in ciò che si spera e un non dubitare di ciò che non si vede». Come salta subito agli occhi, la traduzione di Lutero cerca di attenersi rigorosamente all’originale. La fede diventa una speranza, ovvero un’aspettazione fiduciosa («fiducia certa»), e uno sforzo teso a «non dubitare» delle cose invisibili. Dunque un cambiamento interpretativo non da poco, che associa al concetto di fede quello di dubbio. Mi vengono alla mente le parole di Hermann Hesse: «Dubbio e fede si corrispondono reciprocamente e si contrappongono in forma complementare. Chi non ha mai dubitato non ha nemmeno rettamente creduto».
Così intesa, la fede è un dono che non ci separa dagli altri. Qual è la sua idea di laicità?
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, «mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione» (n. 1213; corsivo nostro). In parole semplici, il battesimo (ricordiamolo: impartito agli infanti) trasforma ipso facto in cristiani. Ogni dubbio o diversa opinione su punti definiti “materia di fede” colloca l’individuo nella categoria degli ‘eretici’. Da speranza soggettiva, che il credente con un suo percorso personale si deve sforzare di convertire in fiducia senza incertezze, la fede viene trasformata in un fatto oggettivo, trascendente e irrefutabile. L’umanità viene inevitabilmente divisa fra coloro che accettano dichiarandosi credenti senza dubbi (o comunque tenuti per sé) e coloro che invece manifestano dei dubbi e che pertanto devono pentirsi ed essere recuperati alla fede, se battezzati, oppure convertiti e battezzati.
Penso che la fede non possa neppure essere indicata come un ‘dono’, ma deve piuttosto essere intesa come una conquista quotidiana da realizzare in ogni momento della vita. Tutta la nostra vita è fondata sull’incertezza, si dubita di tutto in un senso o nell’altro: il credente cede alla tentazione del non credere e il miscredente si lascia vincere dal desiderio di certezze. Siamo “fratelli nel dubbio”; e in questo stato di debolezza ci dobbiamo amare e rispettare.
L’interpretazione dogmatica della fede storicamente si è combinata con la creazione di una struttura regale-sacerdotale articolata in ciò che viene definito “clero” e nel conseguente “potere clericale”. Il primo seme di laicità lo ha gettato Lutero evidenziando come l’annuncio evangelico implichi la fine di ogni sacerdozio. Siamo stati fatti «sacerdoti e re» a Dio. Che grande e rivoluzionaria scoperta: tutti sacerdoti, tutti re, nessuno sacerdote, nessuno re! Da qui il “libero esame” e la rivalutazione dell’uomo come attore unico e come unico responsabile della sua vita, delle sue idee e delle sue azioni, in perfetta autonomia decisionale rispetto a qualunque condizionamento ideologico morale o religioso di poteri costituiti. Il mio modo di intendere la laicità sta in queste poche parole. La religione resta come fatto squisitamente personale e la chiesa diventa puramente e semplicemente il luogo dove alcune persone che hanno sensibilità religiosa affine si riuniscono nel nome di Cristo, o nel nome di JHWH, o nel nome di Allah…
Originariamente filosofia e fisica non erano due discipline distinte. La grande discriminante in età moderna sarà, come sappiamo, il concetto di verifica sperimentale. C’è interdipendenza tra le due discipline? Lei parla di conseguenze filosofiche di alcune sconvolgenti evidenze sperimentali inerenti alla fisica novecentesca. Ci aiuti a capire di cosa si tratta.
È vero, fisica e filosofia (e aggiungerei teologia) nell’antichità non erano distinte né distinguibili. Quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla realtà in cui si trova immerso e sul significato della sua presenza in essa, si è posto domande sulle esperienze che più lo inquietavano sollevando problemi che successivamente sono stati inquadrati ed esaminati in grandi aree di ricerca. La fisica (si pensi all’antica designazione come philosophia naturalis) non è che una costola distaccatasi dal corpo della filosofia (così anche la teologia). Gli elementi distintivi della fisica rispetto alla filosofia sono sintetizzabili nei due seguenti punti: 1) la verifica sperimentale nello studio dei fenomeni naturali, come criterio ultimo di verità; 2) il potenziamento della logica con il metodo matematico. La fisica, concentrandosi sullo studio della natura, ha subito un inevitabile processo che potremmo dire di ‘specializzazione’. Com’è noto, l’introduzione del metodo sperimentale e l’uso della matematica ha consentito alla fisica progressi inimmaginabili sul piano concreto della manipolazione della natura, riuscendo a imporsi all’attenzione generale, grande pubblico compreso, con la scoperta dell’energia nucleare e la terrificante realizzazione della bomba atomica. Questa circostanza ha generato in una parte del mondo dei fisici un atteggiamento presuntuoso nei riguardi della filosofia, considerata da alcuni come un esercizio mentale astratto e improduttivo. Per contro la fisica è una scienza volta a descrivere ciò che esiste — la realtà — e l’esperienza non è altro che un semplice criterio che ci permette di discriminare fra enunciati veri ed enunciati falsi relativamente a questa realtà.
Agli inizi del ’900 l’osservazione di alcuni fatti sperimentali (che non esito a qualificare come ‘sconvolgenti’) per i quali i fisici non riuscivano a trovare spiegazione nell’ambito della fisica classica, portò alla fondazione di una nuova fisica — denominata in seguito meccanica quantistica — che costrinse a rivedere i fondamenti della fisica classica stessa.
Riassumerei così tre punti fondamentali per la fondazione della nuova fisica: a) Principio di sovrapposizione degli stati. Nel mondo microscopico, stati differenti e inconciliabili, come essere un oggetto ben localizzato e dotato di massa (per es. un elettrone) o essere un’onda non ben localizzata e diffusa nello spazio, possono coesistere. b) Principio di separabilità. La fisica classica si attiene a questo principio che si enuncia nella forma seguente: L’influenza che due oggetti fisici contigui possono reciprocamente esercitare l’uno sull’altro è decisamente superiore a quella che si manifesta fra due oggetti fisici a distanza remota. Esso è decisamente violato da un fenomeno fisico che si osserva fra particelle elementari noto con il nome di entanglement (= intreccio, correlazione). Due particelle legate in questo particolare stato, portate anche a distanza grandissima “restano in contatto”. Una misura fatta sull’una è immediatamente “sentita” dall’altra. I fisici si sono trovati nella necessità di esaminare seriamente la possibilità che la realtà possa essere immaginata come un Tutto Inseparabile. D’Espagnat, eminente fisico teorico francese, ha avanzato l’ipotesi che la separazione spaziale degli oggetti sia in parte anch’essa un modo della nostra sensibilità, al pari del tempo e dello spazio. c) Sperimentazione o partecipazione. La fisica moderna parla di partecipatore piuttosto che di sperimentatore. Lo sperimentatore, che interviene sulla realtà modificandola suo malgrado, come quando fa collassare mediante una misura uno stato in sovrapposizione in uno dei suoi stati stabili (per es. la sovrapposizione onda/particella in onda o in particella), partecipa attivamente al processo di collasso e quindi assume la figura di partecipatore piuttosto che quella di sperimentatore. Ne segue la necessità di definire gli oggetti fisici studiati dalla meccanica quantistica più appropriatamente come “essibili” (ingl. beable) piuttosto che come “osservabili” (ingl. observable).
I fatti ‘sconvolgenti’ sopra menzionati hanno aperto la strada a un altro modo di intendere la fisica. D’Espagnat definisce la fisica come la scienza dell’esperienza umana comunicabile relativa a un certo suo dominio. Possiamo dire che la nuova fisica rivaluta l’antica ipotesi filosofica nota come idealismo. Si sono aperti nuovi spazi per un’efficace e feconda collaborazione tra le due discipline. L’apparizione di più vasti orizzonti lascia sperare in interessanti e stimolanti risultati.
La fede, il dubbio e la loro «parte migliore» (Lc 10,42)
Il primo libro della Bibbia, la Genesi, comincia con la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, la Beth, il cui geroglifico è “la casa”. La Genesi con il racconto della creazione ci parla della nascita della Natura, la nostra “grande casa”, che per essere sotto il segno della Beth, del numero 2, è regno della divisione, dei contrasti e della contrapposizione di opposti. L’uomo, inserito in questa realtà contraddittoria, è ossessionato dalla inconciliabilità dei contrari: bianco/nero, grande/piccolo, giusto/ingiusto, vita/morte… e più in generale tesi/antitesi. La contraddizione più lacerante si riassume nella coppia dubbio/certezza. L’uomo drammaticamente vive nell’incertezza su tutto e aspira a cancellare ogni forma di dubbio per ottenere certezza. Ogni opera d’uomo che ci circonda, caratteristica della nostra civiltà, è destinata a surrogare quelle certezze che non abbiamo: la casa, la famiglia, il lavoro, le assicurazioni, le previdenze, la ricerca scientifica… La fede è uno dei concetti elaborati per risolvere il binomio dubbio/certezza. Sul piano della pura logica aristotelica, gli opposti sono inconciliabili: tertium non datur. Sul piano razionale non esiste composizione di opposti. Su ciò si fonda il mio agnosticismo. La contrapposizione dialettica tesi/antitesi insolubile logicamente, si può risolvere soltanto con una sintesi, elaborando un Oberbegriff, ossia un concetto sovraordinato che a un più alto livello riesca a coniugare e conciliare i due concetti contrapposti. La sintesi deve realizzare il miracolo di non essere nessuno dei due concetti antitetici e al tempo stesso di poter essere entrambi. Nel nostro caso nella sintesi non ci deve essere né dubbio, né certezza, ma al tempo stesso dubbio e certezza devono poterci essere e coesistere. Il concetto di aspettazione fiduciosa sembra realizzare la sintesi desiderata. La fiducia certa di cui parla Lutero nella sua traduzione non è altro che aspettazione fiduciosa, che non è certezza e non è dubbio, ma tenta di realizzare uno stato a livello superiore che si esplica in un’attesa speranzosa in cui possono residuare dubbi che solo la speranza può tacitare. L’apostolo Paolo parla di salvezza in speranza, ossia della possibilità di salvarsi dalla disperazione del dubbio sperando: «Poiché siamo stati salvati in speranza» (Rm 8,24).
La parte peggiore della pístis sta nello scambiarla per uno dei suoi poli dialettici: la certezza, da un lato, che porta al dogmatismo e il dubbio, dall’altro, che porta alla disperazione (= mancanza di speranza). La parte migliore della pístis sta nella conquista di una fiduciosa attesa, dove dubbio e certezza residuano ancora ma perdono il carattere di drammaticità che caratterizza ogni contrapposizione. Occorre saper prendere le distanze dal mondo della Beth, dal dualismo della realtà in cui siamo immersi, dalle innumerevoli contraddizioni della quotidianità (come ha saputo fare Maria in Lc 10,38-42). Nello stato di fiduciosa attesa il dubbio non scompare, ma si sublima in uno stato d’animo che si colloca in un livello più elevato di comprensione. Il dubbio ha infatti una sua valenza positiva troppo spesso e troppo facilmente trascurata. Esso stimola un continuo processo di revisione dinamica delle proprie convinzioni, aprendo l’individuo a una maggiore e più ampia tolleranza nei confronti di posizioni differenti. Dubitare è un buon antidoto contro il pericolo di assumere posizioni statiche e improduttive, sbilanciate verso atteggiamenti dogmatici e settari.”