Gemme n° 482

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La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.

Gemme n° 469

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Ho portato il depliant dell’ultimo concerto della JuniOrchestra Santa Cecilia, di cui ho fatto parte fino a poco tempo fa; per me è stata come una famiglia composta da una novantina di persone. Sette anni fa ho fatto un’audizione quasi per scherzo, non mi aspettavo di essere presa; invece è iniziata quest’avventura dove ho incontrato le persone più importanti della mia vita. Ho vissuto anche esperienze negative ma mi hanno formata e resa quel che sono. Il direttore si comporta quasi come un padre. Siamo divisi per capacità ed età e c’è anche un sottogruppo di ensemble di arpe, un’altra mini-famiglia, ed è raro trovare persone amichevoli in un ambiente in cui vi può essere molta competizione. Questo è stato il mio ultimo concerto: ero un po’ triste anche se siamo sempre rimasti in contatto. Le vere amicizie rimangono nonostante la lontananza.” In questo modo B. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Una citazione di Pennac, a metà tra scuola e orchestra: “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini”.

Gemme n° 463

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Mika è il mio cantante preferito e anche la canzone mi piace molto. L’ho scelta perché il video è stato girato a Udine, come anche il film di cui è colonna sonora, e per il significato. Le parole sono molto importanti e possono fare più male di alcune azioni: «Dici che sono solo parole e che tutto sarà più facile col tempo, niente è solo una parola è così che i cuori vengono spezzati». Dedico questa gemma a chi non reagisce agli insulti e fa fatica a credere in se stesso”.
Un’altra canzone a commento: è di Francesco Guccini e ha ormai vent’anni. Il personaggio di cui parla è uno dei più noti del teatro, Cyrano de Bergerac. Perché l’ho scelta? Per l’importanza delle parole.

Gemme n° 459

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Queste le parole con cui V. (classe quinta) si è espressa: “La mia gemma è una foto insieme a S.: ci conosciamo praticamente da 19 anni, ma a settembre lei andrà per un anno negli Stati Uniti. Sarà strano non averla qua tutti i giorni. La foto fa pensare a tempi felici e sicuri senza dubbi e incertezze; ora è un po’ diverso, ma questo vuole anche essere un augurio ad entrambe di restare quel che siamo”.
E’ uno dei momenti che prediligo nel lavoro che faccio: vedere i ragazzi di quinta prendere il volo… “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.” (Lao Tse)

Gemme n° 444

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Questa è la foto col mio corrispondente francese: è stata un’esperienza bella per tutti, ci siamo affezionati a loro. Gli voglio bene e mi ha colpito anche il fatto che io sono italiana e cristiane, mentre lui francese ed ebreo: c’è bel rapporto di amicizia che va oltre le religioni e le cittadinanze”. Così si è espressa I. (classe terza).
Mi piace riportare una frase di Tiziano Terzani alla quale sono molto legato e anche molto grato per alcune suggestioni suscitatemi: “Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.”

Gemme n° 442

jobs

S. (classe terza) ha chiesto a me di leggere le parole che Steve Jobs dedicò ai laureandi di Stanford nel 2005:
Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.
La prima storia è sull’unire i puntini. Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina.
Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”.
Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi.
Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo.
Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare.
Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo.
Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così.
Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica.
Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità.
Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita. Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte.
Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcuni mesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa.
Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La mia terza storia è a proposto della morte. Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”. Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.”
Ho scelto questo testo perché quando l’ho letto mi ha fatto riflettere molto e mi ha preso molto personalmente. Mi ritrovo soprattutto nella prima storia e poi penso che se non fossero successe certe cose oggi non sarei quel che sono. Anche la terza mi è piaciuta molto: non so cosa fare dopo il liceo, ma voglio fare qualcosa di importante e importante per me. Penso sia fondamentale avere obiettivi e fare di tutto per raggiungerli”.
Sono talmente numerosi gli spunti forniti dalle parole di Jobs… Riporto solo un ricordo personale: quel pomeriggio in auto con mio padre di ritorno dall’Università di Trieste a metà del secondo anno di geologia “Papà, devo dirti una cosa non facile. Sento che quella che sto percorrendo non è la strada per me… Voglio lasciare geologia”. Non è stato facile, per niente. Ma benedetto sia quel viaggio!

Gemme n° 416

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La mia gemma è questo libro, l’autobiografia di Malala Yousafzai in cui racconta della vita della sua famiglia in Pakistan e di come essa sia cambiata con l’arrivo dei talebani. Presenta la sua attività per l’istruzione e per i diritti delle donne, fino al tentato omicidio che ha subito. Oltre a far capire le differenze della sua cultura, fa apprezzare cose che sembrano banali come la scuola e il diritto all’istruzione”. Questa è stata la gemma di G. (classe seconda).
L’unica cosa che mi sento di fare è di dar voce a Malala: “Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola… Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie.”

Tante belle teste

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Essendo insegnante in tutte le cinque classi di un liceo mi rendo conto del percorso e della crescita dei miei studenti ai quali cerco di concorrere ponendo ostacoli e quesiti via via crescenti. Non di rado con i grandi dell’ultimo anno forzo un po’ le cose, oso… ricavando a volte le loro rimostranze “prof, ma è incasinata ‘sta cosa!”. Ecco, in questo passo scritto da Mircea Eliade negli anni’30, si può trovare la ragione di quelle sfide:
Comprendere il senso dell’esistenza è divenuto estremamente raro per un moderno. Comprendere l’uomo o il suo destino è ancora più raro. Tutto questo fa si che ci si chieda se l’intelligenza non abbia funzionato per troppo tempo a vuoto, applicandosi a oggetti accessori o a un numero minore di oggetti di quello che era assolutamente indispensabile. La maggioranza delle persone che ho incontrato si guardavano dall’accogliere tutte le domande che si ponevano loro. La superstizione più pericolosa consiste nell’ignorare certe questioni fondamentali, o nel risolverle automaticamente, con una semplice formula che, a un’analisi più profonda, si dimostra priva di senso.” (Oceanografia, pag.8)
E devo ammettere di essere molto cresciuto grazie alle risposte di quelle belle teste che mi sono passate sotto gli occhi in questi 18 anni… (mamma mia! Sono un prof maggiorenne adesso!!!)

Gemma n° 381

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Ho appena passato tre mesi di studio in Francia, un’esperienza significativa che mi ha segnata sotto vari aspetti. Ho deciso di portare questa gemma perché è quello che sento veramente importante in questo momento.” Così A. (classe quarta) ha presentato la propria gemma, che è consistita in un montaggio video di alcune foto della sua esperienza.
La prima canzone scelta da A. come colonna sonora del video è stata “Buon viaggio” di Cesare Cremonini. “Coraggio, lasciare tutto indietro e andare, partire per ricominciare…”. Non avrei fatto la stessa scelta di A. durante il mio quarto anno di liceo; da un lato sarei stato un ufo in quegli anni (non si usava), dall’altro non sarebbe proprio stato nelle mie corde. Ma ho visto l’entusiasmo di A. al ritorno e ho letto la sua contentezza nelle mail inviate durante la sua esperienza in Francia… “per quanta strada ancora c’è da fare amerai il finale”.

Gemme n° 369

presepe

La mia gemma è una lettera scritta da me; so che verrà usata per pretesti, litigi, ma il mio intento è assolutamente pacifico.” Questa è stata la premessa di L. (classe quinta) alla sua gemma che ora segue: “La mia gemma è un oggetto piccolo, direi piccolissimo per dimensione ma grande per significato. Si tratta di un presepe di pochi centimetri che il 9 dicembre ho portato in classe per condividere un evento per me importante, la Natività. Per non offendere chi, a differenza di me, legittimamente non crede o crede in un altro Dio, l’avevo scelto appositamente piccolo. Voleva essere un segno, nulla di più, ma anche nulla di meno in nome della libertà di espressione, di culto e intellettuale che ha sempre contraddistinto i discorsi in classe in tutte le materie, da filosofia a storia, da italiano a ovviamente religione. Alle proteste di una compagna, il resto della classe presente si è dichiarato favorevole in nome dello stesso Credo o del rispetto reciproco, senza sentirsi infastidito ma anzi gradendo la condivisione di una festività.
In questa classe ci siamo indignati all’unisono dinanzi alle stragi di Parigi. Ci siamo commossi all’unisono per quei coetanei uccisi dall’intolleranza e dall’incapacità di rispettare la libertà degli altri, fosse di stampa o di religione o “semplicemente” di ascoltare musica.
Ebbene, pochi giorni dopo quelle lacrime espresse a parole e quel grido di libertà che ha unito il mondo, nel microcosmo della nostra classe è andata in scena l’intolleranza. Il Bambinello è stato nascosto sotto un pezzo di carta fermata dal nastro adesivo, come se il solo vederlo mettesse a rischio la serenità di 27 persone. Non ho detto nulla, triste più per la viltà del gesto che per l’offesa arrecata alla mia fede. Mi sono limitata a “spacchettare” il piccolo Gesù.
Ma quel presepe bonsai, a dispetto delle sue dimensioni, rappresenta un grande affronto per una o più persone, quelle stesse che ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese di questi ultimi due anni hanno elargito all’intera classe, ad ogni occasione anche la più pretestuosa, lezioni di politica non richieste e non gradite eppure civilmente e pazientemente ascoltate da tutti, sebbene recentemente mal sopportate.
Ebbene ieri, giorno in cui ero assente per una indisposizione, quel piccolo simbolo di libertà, tolleranza e condivisione, a scanso di equivoci è finito dritto dritto in un angolo nascosto dell’armadio di classe.
Sono sinceramente amareggiata. Per due volte ho visto lesa la mia e altrui libertà di credere in un Dio. Chi ha agito nell’ombra ha soprattutto dimostrato quanto sia enorme la distanza tra le parole e i fatti in tema di rispetto, uguaglianza, solidarietà e dialogo interculturale.
Non vorrei essere fraintesa. Il gesto non merita commenti e neppure diventare un casus bellico, ma – secondo me- deve essere lo spunto per una riflessione comune.
Credo nella tolleranza, nel rispetto reciproco, nella cultura italiana e multietnica, nel saper ascoltare il cuore e non solo la mente.
Credo che questo episodio, indubbiamente piccolo se rapportato ad altri drammi, debba comunque ricordarci che la libertà non ha prezzo. Nella vita tutti noi, prima o poi, incroceremo lungo le nostre strade persone che, con prepotenza, ignoranza e ipocrisia, cercheranno di imporsi e di annullare le nostre libertà. Oggi come domani non dovremo farci intimidire.
Noi siamo il futuro. Il mondo sarà presto nelle nostre mani. Non ci saranno scusanti. Le scelte che verranno fatte saranno le nostre e non potremo nasconderci nell’anonimato o accusando altri.”
Una vita che nasce, una coppia che diventa generatrice di vita, un aiuto dato e ricevuto, delle persone povere e umili chiamate a condividere qualcosa che ha cambiato la storia (i pastori), l’uguale dignità del primo e dell’ultimo, la pace e la convivenza, l’incontro con altre culture e altri popoli (i magi), la natura non solo cornice ma protagonista della scena, gli animali coinvolti nella scena, l’attenzione centrata sul soggetto debole ma protagonista del futuro, dei fuggitivi che trovano un riparo. Ho pensato di buttare giù al volo dei significati che una persona non cristiana può trovare in un presepe. Vuole vederci altro? E’, appunto, una questione di volontà. E la volontà ha mille sfaccettature. E’ la volontà che mi porta a pensare che incontro, apertura, dialogo, conoscenza, corrispondano a un di più e non a un di meno. Qualsiasi simbolo, qualsiasi cosa, può essere interpretata in modi diversi, talora opposti. Qual è la volontà che mi guida in tale lettura? La volontà di incontrarmi o quella di scontrarmi?
Pongo qui sotto una citazione. Ho tolto una parola per non renderla riconoscibile. Quando chiedo in classe chi possa aver scritto queste parole vengono nominati il papa, Gandhi, Manzoni (quella provvidenza con la P maiuscola…), Mandela, Obama… A pochi viene in mente il vero autore. “Quando guardo agli ultimi cinque anni che stanno dietro di noi non posso fare a meno di dire: questa non è stata opera solo dell’uomo. Se la Provvidenza non ci avesse guidati spesso, non sarei stato in grado di percorrere questo cammino vertiginoso. C’è qualcosa che i nostri avversari dovrebbero sapere sopra ogni cosa. Che noi, …, siamo fondamentalmente dei devoti. Non abbiamo scelta: nessuno può fare la storia di una nazione o la storia del mondo se le sue azioni e le sue capacità non sono benedette dalla Provvidenza.”
Cosa voglio vedere?
Quale volontà mi guida? La volontà di incontrarmi o quella di scontrarmi?

Giorno grigio

Le parole sono pietre. Ferite che hanno bisogno di molto tempo per guarire e che comunque lasciano una cicatrice. Quelle che intaccano la dignità, ciò in cui credi, in cui investi il tuo tempo e a cui dedichi tutto te stesso. Fanno male.

Gemme n° 325

Ho scelto di portare il trailer di un film visto qualche tempo fa; in realtà è abbastanza triste, ma mi è piaciuto perché tratta l’argomento della scuola ma non solo”. Questa la proposta di G. (classe terza).
Nel film, ad un certo punto, l’attore Adrien Brody afferma: “Ho provato a cambiare qualcosa. Ci ho provato. Onestamente. Questa è la fregatura. E’ che tutti noi abbiamo troppe storie di cui occuparci e questo ci distrae dall’obiettivo. Così ci lasciamo vivere. Certi giorni va meglio, altri va peggio e così, lo spazio per noi e per gli altri, si riduce”. Qual è il nostro obiettivo? Cosa ci distrae dal perseguimento?

Fame di anima

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E’ dal 15 ottobre che sul blog compaiono “soltanto” le gemme. Sono stato assorbito da impegni di lavoro stringenti, l’ultimo dei quali, ieri pomeriggio, mi ha lasciato l’amaro in bocca e la sensazione che il lavoro che ho scelto di fare si stia lentamente trasformando in altro se non sto attento a mettere in chiaro delle cose con me stesso e con gli altri. Non è la prima volta che succede e ormai ho capito quale sia la migliore medicina in queste occasioni: nutrire la mia anima con quella di qualcun altro. Ho scelto le parole di Alda Merini e di una pagina del suo “Cantico dei Vangeli”:

Alzatevi dalle vostre sedie di dolore
e mangiatevi un corpo d’anima
e dimostrate a tutti
che senza denti voi divorate l’acqua
e che i secoli discendono dalle montagne.

Voi siete padroni dei secoli;
cosa vale un tradimento
di un miserrimo Giuda
di fronte all’incantesimo del mio respiro?
Io alito su tutte le cose,
sono il germe di Dio,
sono il fabbriciere delle nuvole,
dei tuoni,
delle profondità della terra.
Vi do il mio pane
perché sappiate di quanta abbondanza
un giorno voi sazierete la vostra anima.
Voi avete fame di anima,
e io ve la regalo
perché l’anima è come un feto
che sta nel vostro grembo
e non riesce a giungere
al nono mese
né riesce a risalire
le correnti del grande dolore.
Ma io vi stupirò
dimostrando che voi vivete
accanto all’uomo
che è identico a voi stessi,
che sono io,
io, la vostra anima.”

Gemme n° 310

Ho scelto questo video perché è la mia serie preferita e perché mi piacerebbe fare chirurgo e questa è una delle scene più belle”. Questa è stata la gemma di S. (classe terza).
Nel giro di brevissimo tempo due gemme sono state centrate sul “da grande vorrei…”. Trovo adorabile vedere sognare i miei studenti, appassionarsi ad una professione e poi darsi da fare per alimentare quel progetto: “I sogni sono come le conchiglie che il mare ha depositato sulla riva. Bisogna raccoglierle e ascoltare la loro voce” (Romano Battaglia).

Gemme n° 306

La canzone che voglio presentare denuncia episodi di bullismo e omofobia soprattutto a scuola. Secondo me, in una fase iniziale e quando siamo più piccoli, è naturale provare una certa repulsione perché si notano delle diversità; poi, crescendo, possiamo riconoscere gli altri come uguali a noi e amici. Capiamo anche che non si dovrebbe mai cambiare solo perché qualcuno non ci accetta per quello che siamo”. Questa è stata la gemma di F. (classe quarta).
Il video è duro, anche se poi finisce positivamente; i nomi che vengono citati sono quelli di persone la cui vicenda non si è conclusa bene. Penso che troppe volte non ci rendiamo conto del peso che possono avere i nostri gesti, le nostre frasi. Oppure a volte ci rifiutiamo di fare uno degli esercizi più importanti che possano esserci: camminare per un po’ con le scarpe degli altri, immedesimarci in loro e provare a guardare le cose anche dalla loro prospettiva.

Scuola, tra prestazionali e impressionisti

Dopo i due articoli dell’altroieri sulla scuola, pubblico questo pezzo di Christian Raimo che una collega ha condiviso su fb dal sito di Internazionale.
Il dibattito sulla scuola rischia sempre di alimentare due retoriche contrapposte: una, quella dell’innovazione come panacea di tutti mali, dei tablet in classe, dei prof 2.0, dei test Invalsi come unico metro di misura dell’esistente; e l’altra, quella dello studio come si affrontava una volta, della missione salvifica degli insegnanti, degli studenti svogliati e distanti da riavvicinare alla conoscenza.
Da una parte c’è un gruppo di persone che potremmo chiamare “prestazionali”, quelle che vivono con un’ansia da risultati mescolata al feticismo della tecnologia, che insieme danno vita a un perverso pedagogismo, sempre in cerca di una presunta misurabilità dei metodi educativi.
Dall’altra ci sono gli impressionisti – quelli che prendono la propria esperienza personale e ne ricavano un paradigma, a prescindere da qualunque confronto con i dibattiti pedagogici, dal dovere di considerare i dati che abbiamo sull’istruzione, dal fondamentale confronto con bibliografie aggiornate.
scuola-2.0Queste due retoriche sono due scorciatoie. E siccome aggiornarsi, fare bene il mestiere del professore è impegnativo, chi non ha tempo, e voglia, è meno capace di mettersi in discussione e di pensare l’istruzione come una forma continua di autocritica, e imbocca una delle due scorciatoie sentendosi rassicurato: sta nel giusto, si pensa innovativo, è migliore degli altri, ai quali spesso addirittura fa la morale.
La maggior parte degli insegnanti per fortuna non è così. La maggior parte degli insegnanti in Italia è sottopagata e nonostante questo prepara bene le lezioni, è dubbiosa, si forma, studia, segue corsi d’aggiornamento, cerca di capire come rispondere al meglio ai problemi degli studenti, capitalizza quello che impara in classe per provare a immaginare strategie d’istruzione: seria, dedicata, professionale.
Perciò queste due retoriche sono dannose. Perché di fronte ai veri bisogni dei docenti – più soldi, più formazione qualificata, più conoscenza del mondo, più libertà pedagogica – rispondono con la fiacca illusione di due vie facili. E gli insegnanti meno critici, o anche semplicemente quelli più stanchi, si lasciano abbindolare.
Ecco che così, proprio in questi giorni, la maggior parte dei collegi docenti – invece di pensare a come reclamare più reddito e più aggiornamento, a strutturare un serio piano formativo – si trova ad avere a che fare con l’inutilissima bega della formazione dei cosiddetti comitati di valutazione dei docenti stessi.
Questi organismi – presieduti dal dirigente scolastico, e formati da tre insegnanti, due rappresentanti dei genitori, e un componente esterno – sono pensati dalla riforma della Buona scuola per fare in modo che la scuola si uniformi alle aziende, quelle aziende dove già dagli anni novanta si è affermato il management per obiettivi.
È ormai pacifico che i presidi e i comitati di valutazione hanno a loro disposizione i risultati dei test Invalsi, e in base a quelli improntano le loro decisioni.
Ma se ci riflettiamo, i test Invalsi si concentrano sulle prestazioni e di fatto trascurano completamente i contesti sociali, storici, culturali degli studenti, sottovalutano la complessità dei rapporti umani e dei processi sociali, non tengono conto del fatto che le interazioni nel contesto educativo sono dinamiche e in continua evoluzione. A che servono veramente?
Qualunque sociologo metterebbe in discussione la loro validità svincolata dal contesto; e invece – cosa terribile – i test Invalsi finiscono per trasformare i numeri in minacce. Mettiamo che la scuola A abbia più studenti con voti alti della scuola B – gli insegnanti delle scuola B sono chiamati a recuperare. In base ai risultati si riceveranno più fondi, bonus, premi. Come si sposa tutto questo con la libertà del docente?
E soprattutto cosa ha a che fare tutto questo con la ricerca pedagogica? Come fa notare un recente articolo di Alain Goussot, non è tanto l’arretratezza dei docenti ma l’approccio pedagogico a sembrare l’unica vittima delle ultime riforme della scuola.
Molti insegnanti hanno spesso una scarsa preparazione pedagogica, non conoscono i fondamentali delle varie correnti metodologiche in educazione, hanno un grosso deficit di sapere sul piano delle didattiche vive che sanno inventare e creare situazioni di apprendimento lì dove sembrava impossibile.
Quanti insegnanti oggi sono mai entrati in contatto con i testi e il pensiero, e quindi le pratiche, dei grandi pedagogisti ed educatori del passato? Quanti hanno letto non solo Rousseau e Pestalozzi, ma anche Maria Montessori, Ovide Decroly, John Dewey (…) Ernesto Codignola, Giovanni Maria Bertin, Mario Lodi?
È come se questo patrimonio storico-pedagogico di esperienze vive nel campo educativo non fosse parte del loro bagaglio culturale: invece nel loro bagaglio troviamo i manuali di una didattica meccanica e standardizzata, i vari trattamenti provenienti dalle correnti comportamentali e cognitivistiche, i kit applicativi con tanto di griglie e schede che funzionano come tanti schermi che gli impediscono di vedere e vivere la realtà scolastica e relazionale per quello che è.
A questa smania valutativa che nasconde – nemmeno troppo – forme di controllo si affianca la reazione scomposta di rimpiangere la scuola com’era una volta. La paladina di questa ideologia nostalgica è Paola Mastrocola. Il suo libro appena uscito, La passione ribelle, è la summa di una serie di pregiudizi che la mastrocola_R400probabile buona fede e il consenso di cui gode la sua voce non rendono meno pericolosi.
Mastrocola guarda al mondo dei ragazzi e descrive un panorama distopico, un paesaggio postapocalittico in cui nessuno studia più.
In classe nessuno segue, a casa nessuno fa i compiti, davanti a un libro nessuno riesce a capire nulla, in biblioteca perdono tutti tempo. Per affermare questo genere di tesi, Mastrocola però non cita nemmeno un dato, non pensa sia doveroso fornire una bibliografia pur minima a conferma, si avventura in campi come la neuroscienza o l’economia che evidentemente non padroneggia senza però temere di essere imprecisa, scrive in modo così trasandato che le accuse di approssimazione e sciatteria che muove ai ragazzi in generale risultano poco credibili.
Eppure i suoi interventi sono letti. I suoi libri sono citati, circolano nelle sale insegnanti. Perché? Perché consolano. Perché danno a quei professori sostanzialmente reazionari e poco volenterosi una sorta di credito morale, in nome del quale possono lanciare strali sul mondo moderno con le sue diavolerie (le lavagne interattive! I registri elettronici! Perfino le macchine fotocopiatrici!).
È un vero peccato insomma che il dibattito sulla scuola si sia ridotto a questo. Perché invece saper leggere i dati e usarli per progetti pedagogici coraggiosi ci farebbe comprendere come la politica scolastica può rappresentare la vera leva dello sviluppo di questo paese.
Per esempio? Non pensando di ridurre l’alunno a una unità di misura identificabile con il suo comportamento.
Per esempio? Rivalutando la psicanalisi, e imbracciando la sfida delle difficoltà di apprendimento senza appiattirla a un problema di medicalizzazione attraverso la pioggia di diagnosi di bisogni educativi speciali (Bes) e disturbi dell’apprendimento (Dsa), evitando che tutto passi da una rilevazione di “comportamenti problema”, di difficoltà e di sintomi da incasellare in qualche griglia prefabbricata e prodotta dagli esperti del comportamentismo e del cognitivismo.
Per esempio? Pensando che la scuola non è separata dalla società. La scuola è la società. E le problematiche sociali devono essere affrontate con una politica scolastica studiata.
Per dire: la questione meridionale – tornata nei dibattiti in questi mesi – è un nodo ancora irrisolto perché in Italia esiste un’asimmetria sociale talmente ampia che nemmeno centocinquant’anni di scuola unitaria sono riusciti a modificare; un interessante libro appena edito da Donzelli, L’istruzione difficile, a cura della Fondazione Res lo conferma, dati alla mano.
E se vogliamo problematizzare quella che ormai è una weasel word – una parola che vuol dire tutto e niente – come valutazione, possiamo rileggerci il bel numero di Aut aut dedicato al tema (qui trovate l’intero pdf).
Mentre, per rispondere ai catastrofismi sulla scuola e sull’educazione in generale con qualcosa di più della nostalgia dei tempi antichi, è utile riprendere un libro uscito nel 2014 che ha avuto poca fortuna, La congiura contro i giovani di Stefano Laffi.
Ossia uno dei pochissimi testi recenti che – invece di costruire un alibi per gli educatori liquidando i giovani con un ritratto da nichilisti, disimpegnati, ripiegati su stessi – sottolinea una mancanza evidente di molti dibattiti sulla scuola: quando si parla di educazione non possiamo sottrarci al dovere di criticare con radicalità i capisaldi della società in cui viviamo.
Sulla scorta di Paul Goodman e del suo meraviglioso La gioventù assurda (Einaudi 1971; tra l’altro perché nessun editore italiano lo ripubblica?), Laffi ci mostra che fare scuola, pensare la scuola, è, o dovrebbe essere, sempre un atto di critica politica: e la critica non può essere rivolta a quello che fanno i ragazzi ma a coloro che evidentemente hanno il potere, e che vogliono – attraverso l’educazione – replicare un universo pieno di merci, tecnocratico, ipercompetitivo.
L’inutile versione in piccolo del brutto mondo che già noi adulti abitiamo.”

Studiare è ancora inevitabile

passioCome spesso mi capita, sono solo in parte d’accordo con quello che pensa Paola Mastrocola. E pubblico queste sue parole, tratte dal sito della Laterza, subito dopo il predente post non perché vi trovo delle contraddizioni, ma per pura casualità.
Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente.
Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono.
La cosa più incredibile è che non importa a nessuno.
Di fatto, noi non intendiamo mai lo studio nella sua accezione più profonda; non entriamo nello specifico della sua sostanza immaginando l’atto di studiare in sé, fino alle sue naturali ed estreme conseguenze. Lo dico meglio: quando diciamo che i nostri ragazzi devono studiare, non vogliamo dire che debbano passare gran parte del loro tempo chini sui libri, pomeriggio e sera, soli e concentrati. Non vogliamo dire questo perché questo non ci piace per niente, e mai augureremmo loro una vita del genere. Eppure, quando speriamo che studino e che proseguano fino all’università, noi li indirizziamo a un siffatto stile di vita, giacché è ancora vero (non so per quanto) che per avere un’istruzione bisogna stare tanto, sui libri. E cartacei o digitali che siano, nulla cambia.
Lo studio è, ancora, inevitabile. Per quanto gli insegnanti si producano in performance sempre più accattivanti; i saperi si esternalizzino; le scuole si dotino di LIM, DVD, app, wi-fi e bluetooth; per quanto limiamo asperità e livelliamo strade azzerando ogni sorta di difficoltà; per quanto puntiamo al saper fare e alle competenze e al problem solving, e non più al sapere; ebbene, c’è sempre un momento in cui lo studente deve mettersi a studiare: piazzarsi seduto, aprire un benedettissimo libro, e starci sopra parecchio, e anche parecchio concentrato e attento. Che sia una semplice verifica, un’interrogazione virtuale, un esonero all’università, un test di ammissione per la Normale di Pisa o l’assunzione presso una ditta di surgelati, a un certo punto della vita i ragazzi dovranno dimostrare di sapere qualcosa. Quindi dovranno, bene o male, poco o tanto, studiare.
Non abbiamo ancora inventato sistemi alternativi, grazie ai quali evitare lo studio, questo spiacevole disagio, questo disturbo, percorso a ostacoli, noiosissimo impiccio che intralcia, deprime, sporca leggermente il meraviglioso luna park che pensiamo debba essere la vita. A un certo punto dobbiamo scendere dalla giostra dei cavallini e studiare: intollerabile! Non ci piace per niente.
E infatti stiamo lavorando per trovarli, questi sistemi alternativi. Nell’ultimo decennio direi che non facciamo altro: ministri, funzionari, professori, burocrati, intellettuali di grido e scrittori si danno un gran da fare a smantellare l’idea di un’istruzione fondata sullo studio e sui libri, cioè sull’universo logico-verbale (il modo “simbolico-ricostruttivo” dell’apprendimento, come dicono gli psicologi). L’ultima trovata è dire che tutto ciò è vecchio, screditarlo come retaggio arcaico e dinosaurico di un mondo che non c’è più. Insomma, è la solita solfa del mondo che è cambiato, dunque perché noi ci attardiamo su macerie invece di proiettarci dritti dentro il futuro? Siamo gli ultimi in Europa, siamo decrepiti, meritiamo di morire eccetera eccetera. E, dulcis in fundo, i giovani hanno ben ragione a non studiare, questo sistema non fa più per loro e se non ci sbrigheremo a trovarne un altro li perderemo tutti.
L’abbiamo risolta in questo modo: siccome nessuno ha più voglia di studiare, noi smantelliamo l’universo dello studio. L’idea geniale è che si tratti di adeguarci al cambiamento, assecondarlo invece di arroccarci.
Personalmente, più sento dir così, più mi arrocco. Mi viene uno spasmodico amore per tutte le rocche, il più inerpicate e sole possibile. Inaccessibili e lontane, con la nuvoletta in cima. Da lassù contempleremo le magnifiche sorti e progressive. Tanto, di una cosa sola siamo molto consci: che nulla possa arrestare la marea. Quindi, tanto vale godersela dall’alto, noi arroccati.
Chiusa la parentesi rocciosa, dicevo che ci piace molto che i ragazzi vadano a scuola, ma non che studino. È un controsenso, lo so. Una specie di dissociazione, un’autocontraddizione in cui ci siamo imbrogliati come in un groviglio e di cui non sembriamo per nulla consapevoli. Magie della mente umana. Un fraintendimento. Un equivoco, gigante. Una incomprensione granitica reciproca fatta a forma di montagna. Potessi disegnarla, sarebbe la catena dell’Himalaya.
Forse potremmo dir così, che la parola “studio” ha oggi come per miracolo due significati. Si è divaricata. Spaccata. Si è creata un’ambiguità terminologica, che ha prodotto tra noi tutti una confusione. Un intrico di rami. Detto in breve, quando diciamo “studiare” intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama percorso formativo); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, stare sui libri, passare ore chiusi da qualche parte, isolati, concentrati, fermi.
Studio 1 e studio 2. Per quanto possa sembrare strano i due significati oggi, nella nostra testa, non vanno insieme. Fino a pochi decenni fa erano, ovviamente, inscindibili; oggi invece possono dissociarsi, andare ognuno per conto proprio. Così che si crea il seguente paradosso: da una parte siamo tutti d’accordo che si debba studiare, dall’altra non ci piace per niente studiare.
E può succedere che le famiglie tengano moltissimo allo studio 1 dei loro figli: si dedicano con grande cura alla scelta della scuola, e seguono i figli molto più di una volta. Arrivano a fare i compiti con loro, e si prodigano a offrir loro tutti i supporti possibili, libri, computer, lezioni private a iosa. E può succedere, allo stesso tempo, che queste stesse famiglie, che tengono così tanto allo studio 1 dei loro figli, non si preoccupino molto dello studio 2. Può succedere addirittura che questo studio 2 dia loro fastidio: in qualche modo peggiora la vita quotidiana di tutti, è un problema e tendono quindi a ostacolarlo, o relegarlo in qualche zona buia e ristretta della vita.
Insomma, se noi genitori tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri figli, non faremmo le vite che facciamo e non avremmo la scuola che abbiamo. E se noi insegnanti tenessimo davvero allo studio 2 dei nostri allievi, non chiuderemmo un occhio: saremmo più esigenti, fin dalle elementari; ci preoccuperemmo meno di divertirli, distrarli, ammaliarli con effetti speciali, gite, teatri, balletti in maschera. Insegneremmo loro, molto umilmente, le materie di base, dando loro gli strumenti di base per possedere le nozioni di base. E non penseremmo, così facendo, di offrire cose troppo banali e povere né ci preoccuperemmo di annoiare i bambini: avremmo ben chiaro in mente di fare la cosa migliore per loro.
Perché è dalla base che si parte per costruire qualsiasi edificio. Se no, crolla.”

La LIM? Obsoleta…

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Questo post è rivolto, più che agli studenti, a colleghi, genitori e a tutte le persone interessate al mondo della scuola e soprattutto della didattica. Mi trovo spesso a riflettere e a confrontarmi con altri sulle possibilità che le nuove tecnologie offrono al lavoro di insegnante. L’intervista a Domizio Baldini pubblicata su Orizzonte Scuola mi sembra molto interessante.

Nuove tecnologie sui banchi per coinvolgere gli studenti e personalizzare i loro percorsi di apprendimento, ma senza abbandonare penna, foglio e libri di carta. I suggerimenti di Domizio Baldini (docente di scuola secondaria, Formatore De Agostini Scuola, Apple Education tutor, Tutor TIC) per una didattica efficace e multicanale.
Innanzitutto, che cos’è la didscuolabattica multicanale?
Mi piace citare una definizione dell’amico e collega Prof. Alberto Pian che ha pubblicato un ebook interessante ed utile che mi permetto di consigliare, La didattica Multicanale. Lo potete trovare sui vari store on line: “La grande sfida di una didattica multicanale integrata consiste nel tentativo di parlare a tutti usando i canali di tutti e impiegando diversi codici linguistici e comunicativi. Tutti i mezzi possibili devono essere strumenti della divulgazione, ma in modo integrato, armonioso, che renda possibile anche un godimento estetico della fruizione”. Credo che la didattica multicanale sia una delle risposte innovative che la scuola può dare per fornire agli studenti la competenza necessaria alle sfide di una società nuova e sempre più complessa”.
Come si costruisce una buona lezione in ottica multicanale?
Per prima cosa occorre esplorare la ricchezza presente in rete, occorre quindi soprattutto che i docenti siano sperimentatori e curiosi loro stessi. Solo così si potrà trasmettere la passione, la curiosità infinita, l’entusiasmo, il “demone” della ricerca. Trovare il vecchio filmato della RAI con Ungaretti che legge le sue poesie, usare Benigni e le sue letture pubbliche per la Divina Commedia, fare vedere Cassius Clay (allora si chiamava così) e la corsa di Berruti sui 200 m. alle Olimpiadi di Roma del ’60 e studiarne i movimenti atletici, mostrare sulla rete la foto del manoscritto originale dell’infinito di Leopardi o di una poesia di Cesare Pavese, un filmato di un esperimento scientifico da riprodurre in classe, sono solo alcuni esempi di risorse oggi disponibili in rete in ogni ambito disciplinare e interdisciplinare (Cassius Clay non serve solo per mostrare la sua intelligenza cinestetica, ma, per esempio, anche per introdurre la condizione di segregazione dei neri americani e, con il cambio di nome in Muhammad Ali, il trauma della Guerra del Vietnam).
Il lavoro vero dell’insegnante è poi quello di fornire il percorso ai propri studenti, ben sapendo che i modi dell’apprendere sono diversi e che ci saranno quelli che useranno più il canale visuale che non quello testuale o quello uditivo. L’abilità del docente sarà quella di fornire un percorso chiaro con obiettivi verificabili. La frase che si sente spesso “andate su internet a trovare risorse” non ha senso, è come mandare gli studenti alla Biblioteca Nazionale e dire loro: “cercate i libri che vi occorrono”. Occorre insegnare un metodo di ricerca fornendo loro percorsi costruiti anche insieme in classe, ma anche richiedere agli studenti di presentare loro stessi dei percorsi personali di ricerca privilegiando così diversi canali di apprendimenti e comunicativi (Flipped classroom) . La tecnologia oggi permette questo in modo facile ed intuitivo. Sarebbe , secondo me, un errore storico sottovalutarne le potenzialità didattiche”.
Una didattica, quindi, che oggi fa a meno di sussidi multimediali deve necessariamente considerarsi obsoleta?
Una didattica che non usi ANCHE le tecnologie oggi a disposizione è senz’altro una didattica più povera, meno coinvolgente, lontana dalla realtà di tutti i giorni, favorendo quell’errato sentimento comune che la scuola non serva poi a molto. Una volta andando a scuola si percepiva un mondo “altro”, con libri in biblioteca e lavagne appese nelle aule (la prima tecnologia pervasiva…), si respirava un’aura di “sapere” con Maestri e Professori che dispensavano contenuti seduti su cattedre di solito sopraelevate rispetto ai banchi, marcando così anche spazialmente la distanza tra i discenti (ignoranti) e i Docenti (che sapevano tutto).
Oggi non è più così. Lo studente spesso trova scuole vecchie, cadenti, con tecnologie obsolete ed antiquate o senza alcun sussidio tecnologico ed anche con docenti che affermano decisamente che “la tecnologia non serve a scuola”. Poi non ci dovremmo lamentare che gli studenti ormai tendono a considera l’istruzione scolastica come una volta veniva percepito il servizio Militare di leva: un cosa che si deve fare ma la cui utilità era quanto meno dubbia.
Per concludere posso dire che la vera sfida del docente del XXI secolo è quella di essere sempre più capace nella pratica quotidiana di inserire contenuti utilizzando più canali comunicativi. Personalmente ho adottato questa metodologia da tempo ed i risultati sia di interesse e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista dei risultati scolastici conseguiti, sono stati estremamente positivi. Con grande soddisfazione dei genitori e mia personale”.
E’ vero che i docenti italiani sono più riottosi al cambiamento rispetto ai colleghi degli altri Paesi? Come mai secondo lei?
Il nuovo spaventa sempre un po’, quindi sarebbe sbagliato pensare che i docenti italiani siano meno pronti a mettersi in gioco e sperimentare nuove didattiche. Ho esperienza di insegnamento all’estero essendo stato docente di Italiano come Lingua Straniera in una scuola a Londra per sette anni ed ho quindi una esperienza diretta di come si possano affrontare le novità. Erano i primi anni 90’ ed ebbi a disposizione dalla scuola il mio primo computer Macintosh, scelto da me per le possibilità di produzioni multimediali che offriva. La produzione di materiali originali da proporre in classe determinò un interesse e dei risultati scolastici così evidentemente migliori di prima da avere un numero di studenti sempre crescente ogni anno, doppiando e triplicando le scelte dell’Italiano sull’altra lingua straniera tradizionalmente proposta, cioè il Francese.
Lì ho percepito senza ombra di dubbio che quella era una strada da percorrere ed ora faccio parte di una comunità globale di Docenti (Apple Distinguished Educators) che, dalla Scuola dell’infanzia alla Università, cercano nuove strategie didattiche con l’uso di tecnologie oggi disponibili e che hanno la possibilità di far emergere le potenzialità degli studenti. Occorre fare una precisazione, frutto anche di una esperienza ormai trentennale di Formatore (MIUR, IRRE, INDIRE etc): non tutte le tecnologie sono uguali. Per quanto mi riguarda l’uso dell’Ipad non è paragonabile con quello di altri tablet in commercio e produrre materiali multimediali con computer Windows non è come farlo sul MAC. Si dovrebbero scegliere strumenti che facilitino il lavoro del docente non che lo complichino.
Archivio_territorio_ribol1382La LIM è stata una tecnologia rivoluzionaria 10 anni fa, oggi è obsoleta. Chi comprerebbe oggi una automobile che ha bisogno della manovella per mettersi in moto? Lo dico da utilizzatore e tutor di LIM per più di dieci anni.
Nel sistema inglese e in altri paesi che conosco, le scelte che i Board della scuola fanno sono semplicemente obbligatorie per tutti i docenti e si basano sui risultati finali. La presenza di esami uguali per tutti, fatti lo stesso giorno e corretti da docenti esterni, garantisce l’attendibilità dei risultati finali, permettendo un accesso alle Università basato su dati reali ed attendibili (la scelta delle Università non è libera ma basata sulle valutazioni degli esami finali) ed anche una valutazione del lavoro svolto dai docenti, premiando così il merito, l’aggiornamento professionale e le capacità didattiche dell’insegnante ed anche la sua partecipazione ATTIVA al progetto educativo proposto dalla scuola.
Questa strada è necessariamente da percorrere anche in Italia: tecnologia, formazione obbligatoria e valutabile, merito e valutazione del lavoro scolastico in modo più efficiente, trasparente, democratico e non autoreferenziale”.
I ragazzi utilizzano le tecnologie in maniera disinvolta, la vera novità per loro non sarebbe imparare a farne a meno?
Nella maggior parte delle scuole italiane la tecnologia non c’è, oppure non viene usata od usata malissimo. E’ questa la realtà! E’ vero che i ragazzi utilizzano la tecnologia in maniera disinvolta, ma questo non significa che la sappiano veramente usare! C’è un metodo, una riflessione che a loro manca e se non è la scuola, quale altra agenzia educativa può oggi fornirla? Le aziende? Altri Enti Statali? La risposta mi sembra chiara: la Scuola deve riacquistare la centralità del processo educativo e non è chiudendosi a riccio, non accettando il confronto che può riuscirci. Mi sia permesso un esempio un po’ provocatorio: sono stato un insegnante di lettere per più di quaranta anni e mi sento coinvolto quando leggo sulle statistiche ufficiali che solo il 3,6% degli italiani legge più di 10 libri l’anno. La scuola non ha un po’ di responsabilità? Possiamo considerarlo un successo “democratico”? E’ facile dare la colpa agli studenti ed al mondo che cambia… Lo diceva anche mia nonna cinquanta anni fa! Eh sì il mondo cambia. E la scuola? Penso che ci debba essere una seria riflessione ed un cambiamento reale da parte di tutti, senza steccati ed atteggiamenti manichei.
Prima della riforma della scuola media alla fine degli anni ’60 e della libera apertura all’istruzione Universitaria, alle scuole superiori ci andavano in pochi, con uno stesso background culturale ed anche, aggiungo, generalmente con le stesse possibilità economiche. I modelli comunicativi erano sempre gli stessi con i quali gli stessi insegnanti erano cresciuti. La società di quel tempo aveva quindi valori e modelli simili, con un forte deficit democratico, possiamo dire oggi.
Con l’ampliamento della platea studentesca l’insegnante si è trovato impreparato a gestire la molteplicità di “intelligenze”, come ci dice H. Gardner, e si è sempre più rifugiato nella ripetizione del solo modello a lui conosciuto, magari sostituendo l’autorevolezza con l’autoritarismo. La scuola ha cominciato a staccarsi dalla realtà proponendo modelli sempre più considerati obsoleti e inutili, perdendo quell’aura di centro del sapere che era prima.
Da questa scuola sono uscite anche eccellenze, docenti bravissimi ed anche innovatori, ma questo non deve essere un alibi, poiché la scuola italiana nel suo complesso è oggi una istituzione educativa che non riesce a raggiungere in generale, con le dovute eccezioni, validi risultati nelle valutazioni internazionali dell’OCSE PISA, per esempio. Od anche qui è colpa degli esami proposti?”.
Alcuni studi riferiscono che la didattica non tradizionale aumenterebbe il coinvolgimento degli studenti in difficoltà, ma non gioverebbe all’apprendimento e al profitto di quelli più dotati; il filosofo Roberto Casati ha lanciato l’allarme sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione. Qual è il suo commento?
Mi ritrovo a citare mia nonna e poi mia madre che mi hanno detto in sequenza: non leggere troppo che ti fa male agli occhi, la televisione ti rovina e poi il computer ti fa diventare scemo.
Come in tutte le cose ci vuole equilibrio nei giudizi, non partendo sempre dalla sola nostra esperienza e sapendo che i nostri studenti sono veramente diversi ed hanno bisogno anche di canali comunicativi diversi. Un certo tipo di tecnologia mobile già prima citata oggi permette di PERSONALIZZARE il percorso educativo, in modo semplice e facile, senza perdite di tempo in tecnicismi inutili, venendo incontro sia alle esigenze di studenti con caratteristiche diverse e in difficoltà sia favorendo anche percorsi educativi di eccellenza per non mortificare i talenti presenti. E’ questa la mia esperienza di formatore e moltissimi docenti sono già su questo percorso di esperienza ed innovazione.
Questo, sia chiaro, non vuol dire che si debbano abbandonare la penna, il foglio ed i libri cartacei, ma che occorre integrare sempre di più strumenti tecnologici che possano aumentare la produttività e ampliare l’esperienza educativa dei nostri studenti. Scrivere su un programma di elaborazione testi una relazione NON è usare tecnologia innovativa; inserire elementi multimediali al testo e fornire anche una verifica interattiva è già aggiungere una valore all’oggetto didattico altrimenti non possibile con i mezzi tradizionali. Il tutto naturalmente in modo semplice, facile e creativo.
Poiché gli studenti sono coinvolti in un lavoro che li vede protagonisti attivi, la distrazione non avviene. Una affermazione come quella del Prof. Casati sul potenziale distrattivo dei mezzi in questione dovrebbe essere comparata dall’attenzione che oggi mediamente gli studenti mostrano in classe. Basterebbe guardare il loro diario scolastico per avere una risposta non proprio positiva. E poi è sempre l’uso che conta, non oggetto in sé. Anche l’auto ha un potere distrattivo ed anche la penna!”.
Il ricorso alla rete nella didattica dovrebbe aiutare a liberarci da errori e approssimazioni, ma non crede che fino a una certa età i ragazzi abbiano bisogno di sapere che gli adulti ne sanno più di loro? Che i docenti non sono soltanto dei ‘facilitatori’?
La scuola non è solo una istituzione che trasmette contenuti, è un ambiente educativo più ampio. Se non riesce a trasmettere il senso delle attività che vi si svolgono va incontro al fallimento. L’Italia non è più fortunatamente quella del Maestro Manzi, oggi le competenze che si richiedono sono anche quelle della comunicazione con i mezzi tecnologi, del saper cercare le risorse “valide” nella grande rete a disposizione. Si ritorna al discorso precedente, secondo me è la scuola che dovrebbe fornire gli strumenti e le competenze per fronteggiare le sfide complesse della globalità. Gli insegnanti posseggono la padronanza dei contenuti e non devono saperne di più di tecnologia, ma insegnare COME usarla a scuola, nella vita e domani nella professione è compito dell’istituzione scolastica, la sola che può fornire competenza tecnologica e contenutistica insieme. Per mia esperienza professionale nei molti incontri di formazione e negli eventi ai quali partecipo come relatore, ormai questa consapevolezza è patrimonio di un numero sempre maggiore dei docenti italiani. Sono quindi inguaribilmente ottimista per il futuro”.

Il dio di comodo

Attraverso la matita di Zerocalcare, riprendo dal sito di Wired, una delle idee di Dio più diffuse che ci siano: il Dio di comodo, quello che funziona a chiamata, fa da tappabuchi e viene invocato e utilizzato in base alle necessità…

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La stessa musica

overhead

Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica”.
(D. Pennac, Diario di scuola, 2007)
Far conoscere la stessa musica, questa è la sfida.