Mai sarò messo a tacere

Da Missionline

«Ieri mi hanno minacciato dicendo che mia madre deve prepararsi a indossare l’abito nero150570_551269438222383_1857186432_n.jpg e che se non chiuderò la mia grossa bocca faranno in modo che resti spalancata solo per le preghiere. Le mie intenzioni non sono contro la mia nazione, non sono affatto un traditore, io amo il mio popolo: siete voi i veri traditori, voi che vi comportate così con la vostra gente. Giorno e notte ricevo telefonate e lettere, ma non posso stare in silenzio davanti al dolore e alla tragedia che vedo. Non ci sarà mai nella mia vita un momento in cui sarò messo a tacere, anche se questo dovesse portare alla mia morte. Signori, non potreste essere voi a chiudere la bocca e a porre fine alle ingiustizie in modo che noi non dobbiamo denunciarle? Ogni giorno affrontiamo arresti, torture ed esecuzioni di gruppo mai dichiarate ufficialmente, i prigionieri politici subiscono il peggiore trattamento, privati persino della presenza degli avvocati. Non lasciano neppure alle famiglie la possibilità di raccogliere informazioni sui loro cari detenuti. Che razza di legge è questa? Quale nazione senza legge si comporta così? Credete che far sopravvivere il vostro regime qualche giorno in più valga tutti questi omicidi ed esecuzioni? Non abbiamo più paura. Le violenze e le torture non fermeranno il nostro impegno a far uscire le notizie dall’Iran. Il vostro motto è: “Arresteremo, tortureremo, vi faremo tacere e non potrete più dare informazioni”. Ma il nostro è: “Vogliamo uscire dall’oppressione, otterremo la nostra libertà o con la fine della nostra lotta o con la fine della vostra ingiustizia”. Lunga vita all’Iran e agli iraniani e che la mia vita sia sacrificata per il mio Paese».

Così aveva scritto pochi giorni fa sul suo blog Sattar Behesti, 35 anni, uno dei blogger iraniani che diffondono le notizie sul dissenso mai spento a Teheran. Sapeva benissimo di essere nel mirino: le immagini di qualche settimana fa sulle manifestazioni nel bazar rilanciate attraverso i social network sono costate agli attivisti un nuovo giro di vita della cyber polizia degli ayatollah. Fatto anche di minacce personali, che per Sattar si sono tragicamente avverate: arrestato la scorsa settimana, ieri la sua famiglia ha ricevuto una telefonata dal carcere di Kahrizak. «Venite a ritirare il cadavere di vostro figlio». Secondo la ricostruzione dei siti dell’opposizione iraniana Sattar non è sopravvissuto alle torture. Si è avverato, dunque, quanto scriveva nel suo blog. Ma il vero problema è che si sta avverando anche il resto delle minacce rivoltegli dal regime iraniano. Quelle che non dipendono dalla violenza degli sgherri di Teheran, ma dall’indifferenza del resto del mondo. Perché purtroppo è vero: la morte di Sattar sta scivolando via nell’indifferenza. Diffusa ieri pomeriggio la notizia si è guadagnata qualche riga su qualche sito, ma non ce n’è già traccia – ad esempio – sui grandi quotidiani italiani di oggi. Ha scelto anche il giorno sbagliato per morire, Sattar, quello della sbornia da otto o dieci pagine sulle elezioni americane.

Mica è morto per finta

Su Sette ho trovato la triste storia di Mattia, raccontata da Cesare Fiumi e recuperata dal sito dell’Inail.

lavoro, morti bianche, sicurezza“Ci sono storie già accadute che qualcosa dovrebbero insegnare e che trovarsi di nuovo a raccontare fa più male. Storie di tragiche cadute per le quali una Repubblica “fondata sul lavoro” si dovrebbe vergognare e portare il lutto stretto per il patto disdettato nei confronti di un diritto proclamato. Storie di caduti sul mestiere improvvisato, senza rete, vada come vada – perché di lavoro non ce n’è e quando lo trovi, fosse solo per qualche ora, non puoi lasciartelo scappare. A costo di salire, in scarpe da ginnastica e senza protezione, sul tetto di un capannone da ripulire. Due anni fa, alla vigilia di Natale, toccò a Daniele Floris, sardo dell’Ogliastra. Daniele aveva vent’anni «ed era al suo primo giorno di lavoro» – spiegò chi era stato il suo titolare per un pugno di minuti, altro che ore – quando volò giù dal tetto di un cantiere dove c’erano da installare alcuni pannelli fotovoltaici. L’indomani avrebbe dovuto fare il figurante, vestito da pastore, nel presepio vivente di Villagrande. Lo portarono morente all’ospedale con un polmone perforato e in coma cerebrale: il giorno seguente, più nulla da fare. Quella tettoia non era fatta per reggerne il peso. Si era sbriciolata e quattro operai, tutti senza imbragatura di sicurezza, erano precipitati di sotto. Chi se la cavò con delle fratture, chi finì in prognosi riservata: ma Daniele, lì al cantiere, ci lasciò la vita. Accompagnato dal solito ritornello di belle parole: «Basta, un’altra fine così non si può tollerare». Salvo accatastare le due/tre lapidi giornaliere: tante sono le croci bianche che, in Italia, ci tocca quotidianamente piantare. Ma i117 ottobre scorso succede qualcosa che, tornando con la mente a Daniele Floris, lascia sconfitti e sconsolati. Appena tre giorni prima, domenica 14 ottobre, è stata celebrata in ogni sede istituzionale, compreso il Quirinale, la “Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro” per onorarne la memoria e «richiamare l’attenzione della pubblica opinione su questa drammatica realtà sociale». Ed ecco, mercoledì mattina, un altro 25enne pieno di vita, il futuro davanti, si ritrova anch’egli coniugato al passato remoto. Declinato con un “fu”. Mattia Pascai era di Quartu. Anche lui sardo. E anche lui precipitato dal tetto di un capannone dove era stato ingaggiato per pulire pannelli solari: di nuovo, beffardo contrappasso, le “fonti di energia alternativa” a fare da obitorio a formidabili energie disoccupate e inutilizzabili. A dispetto delle “rinnovabili” che sono chiamate a installare e mantenere. Mattia Pascai è volato giù da dieci meni, quando un pannello che doveva pulire è andato in frantumi. È morto perché doveva lavorare, pena non mangiare e non poter dare da mangiare, ché era sposato e aspettava solo un figlio. Oltre che una chiamata, anche a giornata, ché lui non si faceva pregare. Neanche se si trattava di salire lassù, senza ponteggio, senza casco e senza assicurazione: né quella di un’imbragatura, «né quella di una polizza», secondo quanto scrive l’Osservatorio indipendente dei morti sul lavoro. Guarda caso, un altro caduto “il primo giorno di lavoro”, come s’è affrettato a spiegare il suo datore. Ed è quello che il magistrato ora vorrà capire: se Mattia Pascai era saldato o meno in nero. Sì, perché l’ultimo giorno di vita di un operaio che la perde sul lavoro, corrisponde sempre più spesso al “suo primo giorno” di cantiere: troppe morti bianche da perenni esordienti. Bianche come i contratti mai vidimati, in perenne attesa di una firma rimasta sempre negli intenti. Quello stesso giorno sono morti sul lavoro anche altri cinque operai, tra Catania e Torino, Lodi e Leggiuno e, proprio quel giorno, le morti bianche nel 2012 hanno toccato e superato quota 1000, anche se Mattia Pascai non verrà conteggiato nel dato ufficiale dei decessi in cantiere, visto che non aveva neppure un’assicurazione. Ma mica è morto per finta, anche se di storie come la sua, di solito, non si parla. Piuttosto, è morto per nulla. Lui, che era un tipo fiducioso e si accontentava del lavoro che trovava. Lui, che aveva solo 25 anni e non era certo schizzinoso.”

Disposte a tutto?

Essere disposti a tutto pur di lavorare? Non sempre. E’ quello che emerge da questo articolo di Gian Antonio Orighi su La stampa. L’offerta per molte donne spagnole è allettante, ma al di là del fatto di vivere lontane da casa (in Arabia), a preoccupare è il rispetto dei diritti fondamentali.

“In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è women-of-saudi-arabia-2.jpgarrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa. Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni.”

Bloody sunday nigeriana

Ne avevamo parlato in classe a fine settembre. Avevo detto di tenere d’occhio la situazione della Nigeria per capire se si trattasse di proteste legate al filmato contro Maometto o di una ripresa delle violenze di qualche mese fa. Mi sa che si sta andando verso la seconda ipotesi… L’articolo è di Massimo A. Alberizzi.

St-Ritas-Catholic-church.jpg

“Ennesima domenica di sangue in Nigeria: ieri di prima mattina un terrorista suicida ha fatto esplodere la sua auto imbottita di dinamite nella chiesa cattolica di Santa Rita in Ungwan Yero a Kaduna, nel nord del Paese. Subito dopo è scattata la vendetta dei cristiani che hanno colpito case e negozi dei musulmani, ammazzando a sangue freddo alcuni fedeli di Allah. Un funzionario del NEMA (National Emergency Management Authority) ha confermato che i morti “sono almeno 10” ma sul numero di feriti non ha voluto essere preciso: “Decine e decine, almeno un centinaio”. Tra gli altri, in condizioni critiche, il sacerdote che stava officiando la messa. Subito dopo l’attacco suicida è partita la rappresaglia dei cristiani furibondi. Armati di bastoni e machete bande di giovani hanno assalito i musulmani e i loro beni. Il guidatore di un mototaxi, creduto seguace dell’islam, è stato bloccato dalla folla inferocita: l’uomo prima è stato picchiato, poi gli è stata rovesciata addosso la sua moto con il serbatoio aperto. Una volta ben inzuppato di benzina, gli assalitori gli hanno dato fuoco. Non è stato l’unico a essere stato ucciso per vendetta, ma la polizia non ha voluto fornire altri dettagli.

Secondo padre Anthony Zaka, il vicedirettore dell’ufficio stampa dell’arcidiocesi di Kaduna, il terrorista che ha devastato la chiesa doveva conoscere molto bene il posto. Probabilmente l’aveva visitato più volte in precedenza. Aveva scelto un angolo particolare dove immolarsi, per poter causare il maggior numero di vittime. Le chiese in Africa sono spesso in spazi aperti, in grandi parchi dove viene sistemato un altare. Così è quella di Kaduna, dedicata a Santa Rita. L’attentatore suicida ha superato il muro di cinta ed è entrato del giardino. Ha poi parcheggiato in una zona che si sarebbe riempita di folla da lì a poco. E’ rimasto seduto in auto finché la gente, per seguire la messa, non ha occupato tutto lo spazio disponibile, e solo allora si è fatto saltare in aria. “Cinque persone sono morte sul colpo – ha spiegato padre Zaka – e altre cinque subito dopo in ospedale per le ferite. Temo che il bilancio potrebbe aumentare perché ci sono parecchi ricoverati in fin di vita”. Nessuno ha finora rivendicato l’attacco, ma fonti diplomatiche non hanno dubbi: “E’ da attribuire a Boko Haram”, il gruppo islamista radicale che combatte il governo centrale del presidente Goodluck Jonathan. Ma è sbagliato ridurre la violenza che sta sconvolgendo la Nigeria a una semplice guerra interreligiosa tra cristiani e musulmani. La crisi ha radici più profonde: corruzione, povertà, disoccupazione degrado anche ecologico. La Nigeria è ricchissima di petrolio (ottavo produttore al mondo e primo africano) ma i proventi restano in mano a poche famiglie di miliardari. La scoperta di nuovi giacimenti a nord, nel bacino del lago Ciad ha moltiplicato i problemi. Sono troppe le mani rapaci che vogliono impadronirsi di quella fortuna. Leader senza scrupoli vogliono destabilizzare il nord. Plagiano i giovani, cui promettono lotta alla corruzione e alla miseria, opportunità di lavoro per tutti e salvaguardia della natura e dell’ambiente, e li convincono a combattere la guerra santa.”

1700 anni di cosa?

A Milano si è aperta una mostra che celebra i 1700 anni dall’editto di Milano (editto di Costantino). Sui giornali si celebra la bellezza dell’iniziativa e i tanti capolavori esposti. Spicca il parere tranciante di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma. Ecco cosa dice al giornalista Giacomo Galeazzi.

Rabbino Di Segni, perché teme un “uso strumentale” delle celebrazioni del 17° centenario costantiniano? 

«La conversione dell’imperatore al cristianesimo non è affatto l’inizio della tolleranza religiosa, anzi è da lì che hanno preso il via le persecuzioni inflitte alle altre religioni. Da quell’infausta data in poi tutti i non cristiani iniziarono ad essere perseguitati. Perciò costituisce palesemente una truffa fornirne un’interpretazione in termini positivi ed addirittura esaltarla come un passo in avanti per l’umanità».

Teme un’operazione di politica culturale? 

«Mi pare evidente. Ed è ancora più pericoloso e preoccupante se si vuole strumentalizzare un remoto passato per diffondere nell’odierna società globalizzata modelli inquietanti di predominio religioso che ostacolano la pacifica convivenza tra i credenti. La lezione da trarre da questa triste pagina semmai è un’altra. E questa sì andrebbe attualizzata».

E cioè quale? 

«Forzature così assurde testimoniano ancora una volta il dato amaro e incontrovertibile che la storia viene sempre scritta dai vincitori. Per questo, diciassette secoli dopo si può celebrare la conversione di Costantino decontestualizzandola e contrabbandando per autentica una finta “pacificazione” che in realtà altro non fu che l’inizio delle persecuzioni da parte dei cristiani».

Perché la ritiene una data infausta? 

«Con la conversione di Costantino è cambiato tutto. Quell’evento ha inciso in maniera decisiva sulla storia ed è strettamente connesso alla persecuzione antiebraica. Nulla dopo quella data fu più come prima e nessuno meglio del popolo ebraico può testimoniarlo. La conversione di Costantino costituisce uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata».

È compito degli storici porre rimedio alla “forzatura” che lei denuncia? 

«Negare ciò che quella data rappresenta va contro ogni evidenza storica. E questa vale in assoluto come principio, al di là del fatto che la conversione dell’imperatore fosse sincera oppure fosse solo un’astuta mossa politica».

Per una più completa informazione riporto l’editto:

editto.jpg“Già da tempo, considerando che non deve essere negata la libertà di culto, ma dev’essere data all’intelletto e alla volontà di ciascuno facoltà di occuparsi delle cose divine, ciascuno secondo la propria preferenza, avevamo ordinato che anche i cristiani osservassero la fede della propria setta e del proprio culto. Ma poiché pare che furono chiaramente aggiunte molte e diverse condizioni in quel rescritto in cui tale facoltà venne accordata agli stessi, può essere capitato che alcuni di loro, poco dopo, siano stati impediti di osservare tale culto. Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, giungemmo sotto felice auspicio a Milano ed esaminammo tutto quanto riguardava il profitto e l’interesse pubblico, tra le altre cose che parvero essere per molti aspetti vantaggiose a tutti, in primo luogo e soprattutto, abbiamo stabilito di emanare editti con i quali fosse assicurato il rispetto e la venerazione della Divinità: abbiamo, cioè, deciso di dare ai cristiani e a tutti gli altri libera scelta di seguire il culto che volessero, in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità. Con un ragionamento salutare e rettissimo abbiamo perciò espresso in un decreto la nostra volontà: che non si debba assolutamente negare ad alcuno la facoltà di seguire e scegliere l’osservanza o il culto dei cristiani, e si dia a ciascuno facoltà di applicarsi a quel culto che ritenga adatto a se stesso, in modo che la Divinità possa fornirci in tutto la sua consueta sollecitudine e la sua benevolenza. Fu quindi opportuno dichiarare con un rescritto che questo era ciò che ci piaceva, affinché dopo la soppressione completa delle condizioni contenute nelle lettere precedenti da noi inviate alla tua devozione a proposito dei cristiani, fosse abolito anche ciò che sembrava troppo sfavorevole ed estraneo alla nostra clemenza, ed ognuno di coloro che avevano fatto la stessa scelta di osservare il culto dei cristiani, ora lo osservasse liberamente e semplicemente, senza essere molestato. Abbiamo stabilito di render pienamente note queste cose alla tua cura perché tu sappia che abbiamo accordato ai cristiani facoltà libera e assoluta di praticare il loro culto. E se la tua devozione intende che questo è stato da noi accordato loro in modo assoluto, deve intendere che anche agli altri che lo vogliono è stata accordata facoltà di osservare la loro religione e il loro culto – il che è chiara conseguenza della tranquillità dei nostri tempi – così che ciascuno abbia facoltà di scegliere ed osservare qualunque religione voglia. Abbiamo fatto questo perché non sembri a nessuno che qualche rito o culto sia stato da noi sminuito in qualche cosa. Stabiliamo inoltre anche questo in relazione ai cristiani: i loro luoghi, dove prima erano soliti adunarsi e a proposito dei quali era stata fissata in precedenza un’altra norma anche in lettere inviate alla tua devozione, se risultasse che qualcuno li ha comprati, dal nostro fisco o da qualcun altro, devono essere restituiti agli stessi cristiani gratuitamente e senza richieste di compenso, senza alcuna negligenza ed esitazione; e se qualcuno ha ricevuto in dono questi luoghi, li deve restituire al più presto agli stessi cristiani.

Se coloro che hanno comprato questi luoghi, o li hanno ricevuti in dono, reclamano qualcosa dalla nostra benevolenza, devono ricorrere al giudizio del prefetto locale, perché nella nostra bontà si provvedeva anche a loro. Tutte queste proprietà devono essere restituite per tua cura alla comunità dei cristiani senza alcun indugio. E poiché è noto che gli stessi cristiani non possedevano solamente i luoghi in cui erano soliti riunirsi, ma anche altri, di proprietà non dei singoli, separatamente, ma della loro comunità, cioè dei cristiani, tutte queste proprietà, in base alla legge suddetta, ordinerai che siano assolutamente restituite senza alcuna contestazione agli stessi cristiani, cioè alla loro comunità e alle singole assemblee, osservando naturalmente la disposizione suddetta, e cioè che coloro che restituiscono gli stessi luoghi senza compenso si attendano dalla nostra benevolenza, come abbiamo detto sopra, il loro indennizzo. In tutto questo dovrai avere per la suddetta comunità dei cristiani lo zelo più efficace, perché si adempia il più rapidamente possibile il nostro ordine, così che grazie alla nostra generosità si provveda anche in questo alla tranquillità comune e pubblica. In questo modo, infatti, come si è detto sopra, possa restare in perpetuo stabile la sollecitudine divina dei nostri riguardi da noi già sperimentata in molte occasioni. E perché i termini di questa nostra legge e della nostra benevolenza possano essere portati a conoscenza di tutti, è opportuno che ciò che è stato da noi scritto, pubblicato per tuo ordine, sia esposto ovunque e giunga a conoscenza di tutti, in modo che la legge dovuta a questa nostra generosità non possa sfuggire a nessuno”.

A questo punto mi chiedo: è infausto l’editto o la storia che lo ha seguito? Fa problema l’editto o l’uso che ne ha fatto l’uomo? Non penso siano sofismi i miei. Certo, concordo col fatto che non si possa dire che da quel momento sono discesi 1700 anni di tolleranza religiosa, ma le premesse non mi parevano così negative.

Il terrorismo del Dalai Lama…

La Cina non sa più cosa fare per bloccare le auto immolazioni di coloro che manifestano a favore del Tibet. Ecco l’ultima trovata che ho letto su La Stampa.

“Taglia” anti-immolazioni da parte di Pechino: dopo più di un anno in cui decine di tibetani 2012_08_29_grabb_11804_0_rsz.jpge tibetane si sono dati alle fiamme per protestare contro le politiche cinesi sull’altipiano del Tibet, ecco che le autorità cinesi in alcuni villaggi tibetani hanno annunciato una sorprendente misura per contrastare il fenomeno, annunciando una ricompensa di 8000 dollari americani a chiunque sia in grado di fornire notizie su persone che stanno progettando di autoimmolarsi in protesta. Tremila dollari andranno invece a chi saprà fornire informazioni sui recenti casi già avvenuti – che hanno portato a 58 il numero di “torce umane” che hanno cercato di dimostrare la loro opposizione al controllo cinese del Tibet in modo così cruento, 48 delle quali sono morte. Già tre sono le persone che si sono date alle fiamme negli ultimi cinque giorni, dimostrando che l’ondata di tragici suicidi non fa che aumentare, e che i controlli sempre maggiori sull’altipiano non sono riusciti a invertire la tendenza. Le ultime autoimmolazioni sono avvenute nei dintorni del tempio di Labrang, nel Gansu, considerato una delle maggiori “università” della spiritualità tibetana, con una delle maggiori biblioteche di studio sul lamaismo (per quanto gli stessi monaci non abbiano accesso diretto alle scritture, la cui consultazione deve essere approvata da autorità laiche appartenenti al Partito, preposte alla sorveglianza del tempio). Pechino, fin d’ora, ha dato la colpa per i tragici eventi al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio, descrivendo le autoimmolazioni come “atti terroristici” ispirati dalla volontà di separare il Tibet dalla Cina del Dalai Lama. Come misura preventiva invece la polizia paramilitare cinese pattuglia le città e i villaggi tibetani con estintori, che sono stati aggiunti alle armi e divise d’ordinanza. E per quanto le autorità cinesi stiano cercando di moltiplicare i controlli preventivi per prevenire i suicidi, nessuna apertura politica che tocchi le ragioni profonde di tanto scontento è per il momento presa in considerazione. Anzi: mentre la Cina prepara l’apertura del 18esimo Congresso del Partito Comunista, a Pechino, il prossimo 8 novembre, nel corso del quale verrà selezionata la nuova classe dirigente cinese, sia le regioni a forte presenza di gruppi etnici minoritari, che le altre, stanno subendo un giro di vite per contrastare dissenso e proteste. (articolo di Ilaria Maria Sala)

Mi viene naturale chiedermi cosa ne possa essere di coloro additati come possibili auto immolatori da parte di qualcuno ingolosito dagli 8000 dollari…

Una tarda primavera rosa

Una settimana fa, quindi prima della vicenda successa a Sonia Dridi, la giornalista francese molestata in diretta tv in piazza Tahrir in Egitto, su Limes è apparso questo articolo di Luca Attanasio. Fa impressione leggere: “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita”. Il pezzo, di cui riporto solo un estratto, parla del ruolo delle donne nel dopo primavera araba in Tunisia, Egitto e Libia.

“A quasi due anni di distanza, la situazione delle donne dei paesi travolti dalla primavera araba è cambiata? Se sì, il cambiamento è stato in meglio? Cosa pensano le donne dell’avvento al potere di partiti islamisti? Che posto si sono guadagnate nelle loro società storicamente patriarcali? Ne abbiamo parlato con alcune delle voci più rappresentative dei movimenti femminili in Egitto, Tunisia e Libia.

egitto_donne.jpgSecondo Youad Ben Rejeb, direttrice dell’Università femminista Ilhem Marzouki e membro del direttivo dell’Association tunisienne des femmes démocrates, al grande sforzo garantito dalle donne per liberarsi del regime e dare un corso più democratico alla Tunisia non è corrisposto il dovuto riconoscimento politico, economico e sociale. “Abbiamo giocato un ruolo primario nel preparare il terreno alla rivoluzione e nel condurla in porto, siamo state protagoniste nell’Haute instance pour la réalisation des objectifs de la Révolution (una sorta di costituente, ndr) riuscendo a imporre liste con quote ‘rosa’ al 50% e il principio dell’alternanza (nella composizione delle liste a un candidato uomo segue obbligatoriamente un candidato donna o viceversa, ndr) e abbiamo girato il paese per convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, giungendo allo storico risultato di 3.890.000 tunisini over 18 iscritti (il 45% donne, ndr). Dopo tutto questo lavoro abbiamo avuto solo il 7% di donne capolista, mentre nell’Assemblea nazionale costituente siedono 58 donne, il 26%” (in Italia circa il 20%!, ndr). C’è stata, in ogni caso, una netta inversione di tendenza e cresce, tra le donne, la consapevolezza di poter giocare un ruolo sempre più determinante nella scena politica nazionale. Si spiegano così la continua partecipazione massiccia a forme di protesta contro i tentativi di ‘confessionalizzare’ il nuovo Stato e l’incessante pressione sul governo e l’Assemblea costituente che, proprio in queste settimane, ha portato al ritiro dell’emendamento alla costituzione che puntava a sostituire la parola “uguaglianza” con il termine “complementarietà”.

Va peggio alle donne egiziane. Dopo aver partecipato in massa alle dimostrazioni pacifiche che hanno condotto alla caduta di Mubarak, aver conquistato a caro prezzo visibilità e spazi, essere assurte a leader politiche e mediatiche della rivolta, nel periodo della giunta militare (Scaf) sono passate attraverso repressioni, violenze di ogni tipo, test di verginità, volgari e continue derisioni, e registrano oggi arretramenti nei diritti oltre a una presenza molto inferiore a quella di cui godevano sotto il regime in ogni sfera decisionale (anche se, all’epoca, quella presenza era spesso di mera facciata). “Le donne elette – denuncia Bothaina Kamel, unica donna a correre per le presidenziali, arrestata, maltrattata, allontanata dalla conduzione del notiziario della televisione per cui lavorava e minacciata – raggiungono a malapena il 2%; la loro presenza nei gangli decisionali è davvero minima, mentre le uniche tre donne facenti parte della commissione governativa non sono particolarmente rappresentative della società civile femminile”. “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita e uno dei primi effetti di ciò è il fatto che, come suggeriscono gli ultimi indicatori, le ragazze vanno meno a scuola: di conseguenza, i matrimoni in giovane età per le donne sono nuovamente in ascesa”. Preoccupano le impunità dei crimini perpetrati dallo Scaf, le scelte anti-democratiche del governo Morsi – che “ha vinto solo perché moltissima gente non è andata a votare o ha scelto lui perché vedeva in Shafik l’assurda riposizione del vecchio regime” – e proposte di emendamenti alla nuova costituzione in cui si prevede l’uguaglianza tra uomo e donne senza, però, “contraddire i precetti della Legge Islamica”. “Ma il tabù sulle capacità femminili di presenza in politica, economia e vita sociale è infranto – è sicura la Soliman – e da qui in poi non si tornerà più indietro”.

La Libia è un caso davvero singolare nel panorama dei paesi travolti dalla primavera araba. Similmente all’Albania post Enver Hoxha, esce da un periodo lunghissimo di dittatura durante la quale ha sperimentato repressione, povertà e chiusura pressoché totale al mondo esterno. Inoltre, in Libia, si è combattuta una lunga e sanguinosissima guerra. “Questo – spiegano due rappresentanti di una ong che richiedono l’anonimato per le continue minacce subite – ha un’immediata, drammatica ricaduta sulla questione femminile”. Sì, perché all’arretratezza sociale ed economica endemica di questo paese che ha relegato la donna a un ruolo di esclusione si aggiunge il fenomeno degli stupri di massa consumati lungo tutto il conflitto (perpetrati, in realtà, anche su uomini e bambini). Nella cultura islamica lo stupro subìto comporta il definitivo isolamento della donna, mentre parlare di violenza sessuale è praticamente impossibile. Il ruolo delle donne libiche che affrontano con grande coraggio, tra i tanti, anche quest’ultimo tema, è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno, e la loro presenza nelle istituzioni, la partecipazione alla politica, l’economia, la società, è senza precedenti. Alle ultime elezioni le donne andate alle urne sono state tra il 40 e il 50% “e in parlamento – racconta Amina Megheirbi, eletta con The National Force Alliance – abbiamo conquistato 33 seggi su 200, il 16,5%. Le ong femminili, poi, sono letteralmente esplose dalla metà del 2011 in poi, andando a riempire gli enormi vuoti di potere”.

Turchia d’Africa

NIZAMIYE-MOSQUE-After-SunSet-01s.jpg

La più grande moschea di tutto l’emisfero australe si trova in un paese in cui i musulmani rappresentano il 2% dell’intera popolazione. E tale costruzione è l’edificio religioso più grande di quel paese. Sto parlando del Sudafrica, della strada fra Pretoria e Johannesburg, dove da poco è stata inaugurata Nizamiye: quattro minareti di 55 metri, una cupola da 24 metri di diametro, tre anni di lavoro e annessi una scuola, un bazar, un centro sportivo e una clinica chiesta da Mandela. Si tratta di una replica della moschea del 16esimo secolo di Selimiye che si trova nella città turca di Edirne, protetta dall’Unesco; non è un caso che all’inaugurazione abbiano partecipato il ministro dell’economia turco Caglayan e diversi imprenditori turchi. La Turchia sta cercando proprio in Africa nuovi spazi di influenza e nuovi mercati. Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha affermato che il tempio servirà a promuovere la tolleranza fra le diverse religioni.

L’inferno in terra

Quello che posto è un articolo di Ettore Mo, scritto per Sette. E’ un pezzo duro e crudo che parla di prostituzione infantile, di ricatti, di donne colpite dall’acido…

infanzia,india,prostituzione“”L’India è uno dei quattro Paesi più pericolosi del mondo per le donne”. Questa è la conclusione cui è giunto un team di scienziati ed esperti al termine di un’ampia e meticolosa inchiesta sulle condizioni socio-economiche del Paese. Affermazione che non manca di sorprendere, se si tiene conto che le tre più alte cariche dello Stato (presidente, primo ministro e speaker della Camera) fino a poco tempo fa erano in mani femminili, mentre è una donna il capo dell’opposizione. Ma esiste veramente un “campo” dove il fatto di essere donne e, come tale, esercitare la professione “più vecchia del mondo” comporta paure, rischi e pericoli che qui appaiono ancor più gravi che altrove: per cui non esiterei a includere il Bangladesh tra i quattro Paesi che costituiscono una perenne minaccia per il gentil sesso. E per conoscerlo meglio ho fatto un pellegrinaggio dal quartiere a luci rosse di Faridpur ai luoghi d’incontro della città di Daulatdia fino a quell’incantevole eremo che è l’isola di Bania Shanta, interamente popolata da prostitute. Non è quindi fuori luogo sostenere che il mercato del sesso è una delle fonti più cospicue dell’economia nazionale.

Tanto intensa è l’attività dei bordelli di Faridpur che, un giorno, il flusso dell’acqua nelle fogne cittadine è stato bloccato da una massiccia staccionata di preservativi. Ogni giorno a Daulatdia – il casino numero uno del Paese e uno dei più grandi del mondo – 1.600 “sex workers” – ovvero operaie del sesso – “smaltiscono” 3.000 clienti. La pressione esercitata sulle autorità di Dhaka per far chiudere i postriboli è finita nel nulla. Così come è fallito anche l’ultimo tentativo quando 10mila persone, istigate dagli integralisti islamici, si sono ammassate attorno al più grande bordello di Maridpur, che è anche il più longevo, coi suoi 150 anni, e dà lavoro a 500 ragazze. Per molte delle quali, il “mestiere” è una tradizione di famiglia, trasmesso in illo tempore dall’antenato alla bisnonna, quindi alla nonna e alla madre e giù giù sulle stesse ataviche lenzuola, fino alle nipoti e nipotine. Oggi, una mamma vende la propria figlia ai trafficanti del sesso (se il dato risponde a verità) per circa 20mila taka – circa 250 dollari – e questi provvedono a rivenderla, col dovuto compenso, al lupanare che ha bisogno di “carne fresca”, da dove non uscirà mai più. Chi rimane incinta – ciò che avviene spesso – spera di dare alla luce una bambina : che le resterà accanto fino all’ultimo giorno della sua vita e potrà così continuare la tradizione di famiglia. Non sembra esserci alternativa alla prostituzione, in Bangladesh: dove una bambina di neanche undici anni confessa di essere stata violentata da uno zio grosso e malvagio; o dove – da come riportano le cronache – le giovani e “maritalmente inappagate” signore dei postriboli, nascondono i piccoli sotto il letto affinché non sentano le urla e i gemiti del connubio con lo spasimante o col cliente di turno, che alla fine lascerà sul cuscino un bel mucchietto di taka. Nonostante le veementi proteste del clero e degli integralisti islamici, non sarebbero meno di 100mila le donne che nel Bangladesh offrono sesso a pagamento: che in media possono contare su una ventina di clienti per settimana. In pieno sviluppo l’industria dei preservativi, che avrebbe ridotto al minimo gli “incidenti sul lavoro” delle ragazze, il cui ingresso nelle “case chiuse” non sarebbe consentito prima dei 14 anni, anche se una legge del 1982 lo posticipa ai diciotto.

Ma quello dei 300 bambini che vivono tuttora nei bordelli accanto alle loro mamme, completamente ignari delle ragioni che li hanno costretti a trascorrere la propria infanzia in uno spazio tanto limitato e triste, è il dramma che più intenerisce e allo stesso tempo ti sconvolge: anche perché molti di loro sono vittime non solo della vicenda della prostituzione ma anche della guerra scatenata da mariti, amanti e fidanzati respinti che hanno deturpato per sempre il volto delle loro donne, alterandone orribilmente i lineamenti con spruzzate di acido solforico. Un gioco diabolico e crudele che produce un’infinità di mostri. Si raccontano storie incredibili: come quella di Durjoy, un bimbo di appena un mese nutrito con acido nel biberon e costretto a respirare attraverso un buco che gli era stato aperto in gola. Ma nessuno – ha ammesso la madre, Etie Rani – è stato assicurato alla giustizia e punito per un simile reato, per cui è prevista, dal 2002, la condanna a morte, anche se ogni anno vengono segnalati non meno di cinquecento attacchi contro minori. Il ricorso all’acido è un fenomeno in continua espansione fra i criminali del Bangladesh che cercano le loro vittime soprattutto fra i bambini e le donne. E non di rado i delitti vengono commessi fra le pareti domestiche: come è accaduto a una donna di 21 anni, Hawa Akther, sposata, cui il marito – Rafiqui Islam – ha tranciato di netto le dita della mano destra perché s’era iscritta a un corso di studi senza il suo permesso ed era evidentemente geloso del suo successo scolastico. Aveva preparato e compiuto con calma e precisione la sua operazione punitiva: legata e imbavagliata la moglie, si è servito di una scure da macellaio e ha buttato nel bidone della spazzatura quanto restava delle dita recise sotto le nocche, in modo che non potesse mai più dilettarsi con la scrittura. L’accusa che siano talvolta le donne stesse a provocare gli attacchi con un comportamento frivolo e disinibito come insegnano certi manuali sull’arte della seduzione, francamente non regge. «La nostra faccia è il nostro destino», commenta Monira Rahman, dello Asf (Acid Survivors Foundation) in funzione dal 2004. «Quando la si cambia, anche il nostro destino cambia. Le donne e le ragazze sono spesso così cheap (di poco valore) che gli uomini hanno la sensazione di poterle manipolare e distruggere come vogliono». Nei 17 bordelli del Bangladesh, tutti legalmente autorizzati a svolgere la propria attività, le ragazze più giovani, generalmente mingherline, prendono una pillola per dare maggiore consistenza e rotondità al proprio fisico, la stessa pillola che si dà alle mucche, appunto “cow pill”, pillola delle vacche, o meglio ancora, per rispettare il linguaggio scientifico, Oradexon. La sensazione che ho avuto, credo condivisa dal fotografo Luigi Baldelli, in questo esotico (ma non in senso estetico) pellegrinaggio tra bordelli urbani e rurali, è di una umanità sofferente e quieta, rassegnata al proprio destino. Il primo bordello in cui approdiamo è in realtà un villaggio molto esteso, di case basse a un solo piano con tetti di lamiera arroventati dal sole e lacere tende invece della porta e senza neanche una finestruola che faccia entrare un po’ di luce. Alcune abitazioni hanno i piedi in acqua, e lungo il selciato vedi donne che lavano energicamente i propri indumenti mentre altre indugiano in chiacchiere sui pontili e sulle barche.

Dalla capitale Dhaka sono sufficienti cinque ore di macchina per raggiungere Shatkira, città del Meridione che qualcuno ha definito «museo delle sfigurate poiché nelle sue strade passeggiano non poche donne sul cui volto l’acido degli integralisti fanatici ha lasciato tracce. Alcune sono rimaste completamente cieche, altre totalmente sorde ed è molto difficile», commenta amaramente il Dr. Samanta Lal Sen, primario del Dhaka Medical College Hospital, «che si riesca a restituire la fisionomia originale a una donna o a un uomo i cui volti abbiano subito oltraggi e alterazioni davvero spaventose». È comunque molto amara la constatazione di Amiruzzaman, funzionario di ActionAid, la grande organizzazione non governativa, quando affronta il problema della condizione delle donne nel Bangladesh, «ritenute fra le più disperate del mondo», e aggiunge che gran parte della responsabilità «debba essere attribuita all’immobilismo di un governo e di istituzioni che non hanno alcuna intenzione di ridimensionare il ruolo del maschio, che qui non ha una moglie ma una schiava, come sono schiave le sue figlie e come lo saranno le sue nipoti». Sarebbe tuttavia scorretto ignorare che ci sia stato qualche non lieve cambiamento: solo qualche anno fa sembrava impossibile che in queste remote regioni asiatiche la donna potesse accedere all’università o che il suo salario fosse equiparato a quello del marito fino all’ultimo centesimo. Tuttavia ancora sopravvive il maschio che taglia le dita alla moglie perché non gli ha chiesto il permesso di frequentare l’università.

Libertà e democrazia

In classe abbiamo parlato a lungo proprio di quello di cui scrive su Sette Stefano Jesurum. L’argomento è ancora il video Innocence of Muslims. Ecco un interessante estratto dell’articolo.

“… l’involontario cortocircuito credo imponga di ragionare su un tema vitale per le nostreislam, democrazia, tolleranza, laicità (e le loro) società: il rapporto tra sensibilità cultural-religiosa e democrazia come libertà di espressione. Perché la reazione dei fondamentalisti che hanno devastato e ucciso non ha affatto per bersaglio stupide vignette o pellicole blasfeme bensì la natura stessa degli Stati che ne permettono la diffusione e non esercitano la censura: le democrazie appunto. Ciò che sarebbe necessaria, dunque, è una profonda primavera araba delle idee. Tuttavia è pur vero che, lo ha ricordato Branca (Paolo, docente di Islamistica all’Università Cattolica di Milano), la libertà va sempre coniugata con la responsabilità. O ci serve forse una legge che dica fino a che punto è legittimo insultare gli altri? O vogliamo educare i giovani a fare ciò che passa loro per la testa ignorandone le conseguenze? Sono interrogativi non più rimandabili, che tornano a riproporsi ciclicamente attraverso fatwe come la condanna a morte di Salman Rushdie per i suoi Versi satanici, insurrezioni e sgozzamenti per vignette danesi o francesi che siano, pellicole e altro materiale più o meno volgarmente in contrasto con l’aniconismo, che non è prerogativa unicamente dell’Islam. Non si tratta affatto di scusare chi considera la laicità un peccato da punire con la morte né tanto meno di tacere di fronte alle farneticazioni criminali di sedicenti guardiani di non si sa quali ortodossie. Si tratta però di non cadere negli stereotipi, evitando l’insensata paura, evitando di vivere l’arabo come popolo truce che brandisce la scimitarra contro il mono esterno. Anche perché, constata il professor Branca, loro sono un miliardo e mezzo, e se fossero tutti come quelli che hanno infiammato le piazze noi non saremmo qui a parlarne.”

Un popolo moderno

Sono un follower di Lorenzo Jovanotti su twitter. Oggi pomeriggio ho pescato un suo tt su un articolo scritto da lui e pubblicato su La Stampa, in cui parla del mito e del popolo americano e del senso della modernità. Eccolo.

404231_10151195146504322_346140027_n.jpg“Sto girando l’America in lungo e in largo. Sto seguendo un consiglio che mi ha dato Tiziano Terzani l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, a Firenze. «Se avessi ancora le forze – mi disse – oggi farei un viaggio nel cuore dell’America, per capire cosa rende quel Paese quello che è, perchè tutto il mondo lo ha adottato come modello di mercato, di politica, di libertà, di cultura. È lì che andrei, Lorenzo», mi disse. Eccomi. Qui la mia musica è piccola e la mia faccia sconosciuta e questo mi permette di confondermi tra la folla, di andare a sentire un concerto nel locale dove – la sera dopo – suonerò io, di attaccare discorso in modo anonimo. Allo stesso tempo sto sperimentando la loro immensa macchina da entertainment, che gira a pieno ritmo nonostante anche qui ci sia la crisi del cinema, della televisione, della discografia. La crisi c’è e la risposta è darsi da fare di più, detto in poche parole. È una grande esperienza. Ogni giorno imparo qualcosa. Sto cercando di capire che cosa, di quello che vedo e respiro, potrebbe servire dalle nostre parti, se esiste qualcosa che potrebbe tornarci utile. Esiste.

La prima cosa: il mito. L’America è il Paese delle contraddizioni, e questa è una bella frase fatta (quale Paese non lo è?). È che qui fanno qualcosa di speciale che li rende quello che sono. O forse la fanno perché sono quello che sono: non perdono occasione per celebrare il proprio stesso mito, in continuazione, all’esasperazione. Intendetemi, non si può liquidare questo parlando di nazionalismo estremo, sarebbe un errore. Si tratta di senso dell’impresa bello e buono, si tratta di continuare a spingere la frontiera in avanti. Tutto quello che nutre la loro stessa contraddizione nutre anche una mitologia. La loro epica è adesso. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui si crede che l’epica sia in atto ora, non che sia un racconto di gesta passate, l’epica è oggi, è quella in atto, e scusate se è poco. Tutti partecipano a scrivere questo grosso poema collettivo, dall’homeless al grande tycoon, dal dissidente a quello che espone la bandiera a sostegno dei militari. Il proprio verso del poema se lo scrivono sulla maglietta, anche in senso letterale. Se lo tatuano sulla pelle.

La musica è il mio campo e tendo a trasformarlo in metafora per mille altre cose. Ebbene, questo Paese, il Paese che ha inventato lo star system , il pop di plastica, in realtà si fonda su una visione completamente FOLK della musica e dell’entertainment. L’hip-hop, per fare un esempio, arriva sulle nostre tavole come un prodotto di fabbricazione industriale, quasi fosse una bibita gasata. In realtà qui l’hip-hop è musica folk. E lo stesso vale per il rock, per il jazz, per i dischi di Lady Gaga e dei Green Day. È una musica che rappresenta un’identità di popolo, di una parte di popolo che partecipa a comporre il mosaico. E il mosaico è fondamentale, è ciò che vediamo noi da fuori, perché è quello che si vede quando ci si allontana un po’.

L’altra settimana ho suonato in un festival rock. C’erano centomila persone, ad Austin, tre giorni di musica dalla mattina alla notte. Nel cast c’erano tutti, dalla dance elettronica sperimentale a Neil Young. Ho suonato di venerdì, primo e unico italiano di sempre a salire su quel palco, e mi hanno accolto con la curiosità con cui si guarda passare un camion del circo che trasporta la gabbia della giraffa. Io mi ci sento benissimo a fare la giraffa, non chiedo di meglio, non è questo il punto. Il punto è che sono entrato nel cuore di quel festival, per tre giorni mi sono infangato e ho sentito tutta la loro musica, mi sono guardato intorno come se fossi sbarcato su un pianeta sconosciuto e quello che ho trovato non me l’aspettavo: ho trovato un popolo, nel senso più classico del termine, non in senso etnico, perché la questione etnica la vediamo noi, che guardiamo il mosaico da lontano. Loro SONO il mosaico e ogni tessera percepisce se stessa per quello che è e fa la sua parte. Scrive un pezzo del poema. A questo festival c’erano i tipi con la cresta ossigenata e le signore con la sedia di stoffa portata da casa, insieme nello stesso spazio, e non si davano alcun fastidio, al contrario, scrivevano insieme il poema epico della loro «gens». Esistono una serie di regole fondamentali, riassunte nella loro costituzione, rigide e accettate da tutti. Il resto è folklore, nel senso più avanzato del termine.

Lo ripeto, l’America è forte perché è folk, anche quando suona elettronica o distorta l’america è folk, l’Uomo Ragno è folk, McDonald’s è folk. Quello che per noi è massificazione per loro è esattamente il contrario, e qui c’è da imparare qualcosa di importantissimo, che ci può servire. Ci può servire per guardare oltre, oltre ciò che rischiamo di diventare se non entriamo finalmente nella modernità, la zona in cui non si esiste in misura dell’essere contro qualcosa, ma in misura dell’essere in qualcosa. Il mio viaggio in questo pezzo di mondo è appena cominciato. Anche se qui sono venuto un sacco di volte, è solo lavorandoci che si aprono certe porte, perché è sempre il mercato sulla piazza del paese il luogo dove si percepisce lo spirito che anima i cittadini del luogo. Il commercio e l’amore sono le ragioni per cui la gente si muove, i due grandi motori della conoscenza, sia che si tratti di commercio di frutta e verdura sia che si tratti di canzoni ed emozioni. Tutto quello che non è amore è pubblicità, diceva qualcuno, e aveva ragione. L’America, l’amore e la pubblicità sembrano incontrarsi in un punto che è nevralgico. È il punto in cui si scatenano i venti del nuovo mondo, la frontiera su cui si gioca ancora la scoperta di cosa siamo e di cosa possiamo e vogliamo essere.”

Con le unghie e con i denti

Donne che lottano contro la mafia. Questa è la storia di Piera Aiello, raccontata su Avvenire da Antonio Maria Mira.

piera-aiello.jpg«Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo». Così Paolo Borsellino parlava a Piera Aiello. Erano davanti allo specchio e la giovane vi si guardava senza speranza. Già ma chi era, chi è Piera? Ce lo racconta lei, nel libro, intenso e commuovente, Maledetta mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, scritto col giornalista Umberto Lucentini (San Paolo, pagine 176, euro 12, in libreria nei prossimi giorni).
«Ho due vite che corrono parallele. Ho due vite che a volte si incrociano, si sovrappongono, si respingono e si fondono. Ho due vite che si accompagnano da quando, una mattina, la morte mi è entrata in casa a soli ventuno anni. Sono stata la moglie di un piccolo boss di un paese della Sicilia. Poi sono diventata vedova di un mafioso, vestita a lutto come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. È in quel momento che il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria. È allora che ho deciso di cambiare tutto. Devo dire grazie a molte persone per avermi aiutato a tracciare per la mia esistenza una strada diversa. Tra loro c’è un uomo che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei Carabinieri». Piera è una figlia di Sicilia, nata a Partanna, paesone agricolo del Belice. Profumi di zagare e uliveti a perdita d’occhio. Famiglia di lavoratori, il padre costretto a emigrare in Venezuela. Bella ragazza, alta, magra. Da corteggiare. Nicola lo fa con insistenza, ma lei inizialmente lo raffredda. Donna forte e indipendente, anche se poco più che maggiorenne. Ma poi l’insistenza si fa più forte. E interviene il padre di Nicola, don Vito Atria, boss mafioso locale. Piera alla fine cede, forse in realtà ama Nicola. Ma non cede alla mafiosità, prova a cambiare il giovane marito. Prova ad avere una vita “normale”. Ma alla fine la violenza piomba su di lei. L’assassinio di don Vito, le armi che entrano in casa (Nicola la obbliga a tenere una mitraglietta nella borsetta), la vendetta sul killer del suocero e infine la morte, davanti ai suoi occhi, del compagno. È il punto di volta per Piera e, poco dopo, della cognata Rita, figlia di don Vito e sorella di Nicola, che la segue nella decisione di collaborare. Non “pentite” perché le due giovani nulla hanno commesso, ma testimoni di giustizia. Sostenute, aiutate, accompagnate da «zio Paolo», come si faceva chiamare l’allora procuratore di Marsala. Prima in codice poi per vera amicizia. Mi ha fatto, scrive Piera, «capire fino in fondo il vero significato della parola “legalità”: un termine che vuol dire dare se stessi per certi valori senza chiedere nulla in cambio». Così Piera lascia il suo paese per Roma. Sotto tutela costantemente, assieme alla figlia e poi anche con Rita. Parlano, raccontano. Testimonianze preziose, dall’interno del mondo mafioso. Nel rapporto con magistrati sensibili.
È la storia, breve, di un rapporto intenso. Al punto che Piera, affida tutto a Borsellino: «Se mi succede qualcosa ti affido mia figlia». La prima e unica volta che gli dà del tu. Lui sorride e risponde con un terribile: «Non ti preoccupare Piera, perché tanto ammazzano prima me». Arrivano infatti le stragi di Capaci e via D’Amelio. Tutto sembra crollare. Soprattutto per Rita. Piera cerca di sostenerla, proprio nel ricordo di “zio Paolo”. «Dobbiamo andare avanti, per lui e per noi, non può certamente finire tutto così». «No, è finito tutto», sussurra Rita. «Un’altra delle mie stelle è volata via, me l’hanno strappata dal cuore». Non regge il cuore della ragazzina di appena 17 anni che pochi giorni prima in un tema a scuola, dopo la morte di Falcone, aveva scritto: «Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo». Il 25 luglio si lascia cadere dal palazzo romano dove vive sotto tutela. «La vita di Rita Atria e la mia sono una storia unica – scrive Piera –: Rita non sarebbe diventata testimone di giustizia se non avesse seguito di sua spontanea volontà il mio esempio; io non sarei stata presa in considerazione fino in fondo se lei non avesse fatto il gesto estremo di togliersi la vita». Già, Piera non si arrende. Continua a parlare, a denunciare. Ma nel 1997 decide di lasciare il sistema di protezione. Nuovo nome, per lei e la figlia, nuova casa, lontana dalla sua Partanna. Un marito e un lavoro. («Mi sono ricostruita una vita lottando con le unghie e con i denti»). E l’impegno nelle scuole per raccontare la sua vita e quella di Rita. La piccola Rita che ancora non conosce pace. La sua tomba è ancora senza nome perché la madre non ha accettato il “tradimento” e ne dà la responsabilità proprio a Piera che neanche quest’anno, in occasione del ventesimo anniversario, ha potuto partecipare al ricordo al cimitero, col vescovo di Mazara, Mogavero e don Luigi Ciotti. Che nella postfazione al libro le dedica queste delicate e forti parole: «Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarti una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva».

Battersi il petto

7-28 ottobre 2012: a Roma si sta tenendo il Sinodo dei Vescovi sul tema della nuova evangelizzazione. Riporto alcuni “mea culpa” emersi in questi giorni:

sinodo1.jpg

Padre Adolfo Nicolas, superiore dei gesuiti. «La nuova evangelizzazione deve imparare dagli aspetti buoni e meno buoni della prima evangelizzazione. Mi sembra che noi missionari non l’abbiamo fatto con la profondità richiesta. Abbiamo cercato le manifestazioni occidentali della fede, e non abbiamo scoperto in che maniera Dio ha operato presso altri popoli. E tutti ne siamo impoveriti».

Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: «Ci siamo rinchiusi in noi stessi. Mostriamo un’autosufficienza che impedisce di accostarci come una comunità viva e feconda che genera vocazioni, tanto abbiamo burocratizzato la vita di fede e sacramentale».

Socrates Villegas, arcivescovo filippino: «Perché in alcune parti del mondo c’è una forte ondata di secolarizzazione, una tempesta di antipatia o pura e semplice indifferenza verso la Chiesa? La nuova evangelizzazione richiede nuova umiltà. Il Vangelo non può prosperare nell’orgoglio. L’evangelizzazione è stata ferita e continua ad essere ostacolata dall’arroganza dei suoi agenti. La gerarchia deve evitare l’arroganza, l’ipocrisia e il settarismo. Dobbiamo punire quanti tra noi sbagliano, invece di nascondere gli errori».

Timothy Dolan, presidente della Conferenza episcopale Usa: «La risposta alla domanda “cosa c’è di sbagliato nel mondo?” non è la politica, l’economia, il secolarismo, l’inquinamento, il riscaldamento globale… No. Come scrisse Chesterton, “la risposta alla domanda cosa c’è di sbagliato nel mondo sono due parole: sono io».

Il destino su un pianerottolo

Ghetto-di-Roma.jpg

È il 16 ottobre del 1943. E’ il terzo giorno della festa delle Capanne, Succòt, del 5730 secondo il calendario ebraico. E’ una festa che ricorda agli ebrei i quarant’anni di deserto dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini nel ghetto di Roma. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Racconta l’ingegnere Nando Tagliacozzo: “A volte il destino si ferma su un pianerottolo, a due metri da te. Sceglie, il destino. Non bussa alla tua porta, ma a quella di fianco, dove ci sono tua sorella di otto anni e tua nonna: e le porta via, per sempre. Tu sei ad un soffio da loro, la porta accanto è quella che ti sta risparmiando l’oblio. E la parabola della tua vita si staglia in quel metro che ti separa da quella porta sullo stesso pianerottolo. E ti lascia vivere, il destino. Forse ha scelto te, in memoria di milioni di morti. Dovrai testimoniare, fino a quando avrai fiato in gola.”

Per chi vuole approfondire ecco un sito.

Un punto fermo

Amo le storie delle persone. Sull’inserto Letture del Corriere della Sera di ieri c’era la vicenda di Rosa Parks raccontata da Paola Capriolo: merita di essere conosciuta.

rosa parks, discriminazione, stati uniti, martin luther king“Esiste, io credo, una semplicità del bene, che è l’esatto opposto di quella «banalità del male» della quale Hannah Arendt si è servita come di una chiave di lettura per comprendere la possibilità degli orrori nazisti; e forse nessuno ha incarnato questa semplicità in modo così esemplare come Rosa Parks. Semplice, Rosa lo era di origini e di condizione: una donna «di colore», cresciuta poveramente tra i campi di cotone dell’Alabama, che si guadagnava da vivere cucendo vestiti per un grande magazzino e, dopo il lavoro, militava nelle file della Naacp, l’associazione sorta per rivendicare i diritti dei neri americani, svolgendovi con modestia la «femminile» funzione di segretaria. Una modestia connaturata, che faceva tutt’uno con la sua fierezza indomabile e che l’avrebbe portata a subire quasi controvoglia la celebrità e il ruolo di eroina nazionale. Ma semplice soprattutto, di quell’ardua eppure disarmante semplicità che è il sigillo delle vere rivoluzioni, è il gesto con cui quella signora fragile e minuta arrivò a cambiare la storia del suo Paese.

Siamo negli Stati Uniti d’America, negli anni Cinquanta del Novecento. La schiavitù è stata abolita da quasi un secolo, eppure nel Sud della nazione domina ancora la discriminazione razziale. I neri sono cittadini come tutti gli altri e hanno il diritto di voto, ma per esercitarlo devono sottoporsi a un umiliante esame o trovare un bianco disposto a «garantire» per loro; la Costituzione li proclama uguali agli altri di fronte alla legge, ma in una terra dove il linciaggio è all’ordine del giorno nessun tribunale si è mai sognato di condannare un bianco per l’assassinio di un nero; da soldati, hanno combattuto come gli altri nella Seconda guerra mondiale, ma ai caduti di colore toccavano funerali, sepolture, persino colonne dei necrologi sui giornali, rigorosamente separati da quelli dei loro commilitoni bianchi, mentre quanti riuscivano a tornare a casa venivano aggrediti e malmenati dai fanatici razzisti se osavano mostrarsi in pubblico con la divisa dell’esercito americano. Nella vita di tutti i giorni, poi, la discriminazione si traduce in un minuzioso sistema di segregazione razziale, molto simile all’apartheid sudafricano: scuole, fontane pubbliche, ospedali sono rigidamente divisi tra quelli per i bianchi e quelli per i coloured; un nero non può entrare liberamente in qualsiasi bar e farsi servire una tazza di caffè, e la legge, per evitare ogni «contaminazione», gli proibisce addirittura di provarsi un vestito in un negozio. Ma la forma di segregazione più invisa agli afroamericani è quella in vigore sui mezzi pubblici, dove le prime file sono a uso esclusivo dei bianchi, mentre i neri possono occupare le ultime file, a loro riservate, oppure quelle intermedie, ma con l’obbligo di alzarsi su ordine del conducente per cedere il posto a un membro della «razza superiore» che non trovi da sedersi altrove.

Così andavano le cose negli Stati del Sud, questo era il trattamento al quale la gente di colore doveva assoggettarsi, finché, nel pomeriggio del 1° dicembre 1955, accadde qualcosa di inaspettato. Accadde che a Montgomery, capitale dell’Alabama, una sarta quarantaduenne di nome Rosa Parks, che come ogni giorno aveva preso l’autobus per rincasare dal lavoro, alla richiesta dell’autista di lasciare a un bianco il suo posto rispondesse: «No». Una parola semplice, addirittura un monosillabo; ma fu come se dietro quel «no» si radunassero a battaglia tutte le schiere degli angeli.

L’autista, sbalordito, ripete il suo ordine, ma lei rimane seduta. «Guarda», minaccia l’uomo, «che se non ti alzi ti faccio arrestare»; e Rosa risponde tranquillamente: «Sì, lei può farlo». Molti tra coloro che la conobbero affermano che quell’umile sarta aveva qualcosa di «regale», e proprio così, con la dignità di una regina, la immagino attendere l’arrivo della polizia e compiere il penoso tragitto verso il carcere. Non poteva aspettarsi niente di diverso, dato che il suo rifiuto di alzarsi equivale a un reato per la legge dell’Alabama. Rosa però è stanca: non, come dichiarerà in seguito, per la giornata faticosa, non per i piedi gonfi e la schiena indolenzita. È stanca di arrendersi, di chinare il capo di fronte all’ingiustizia, e nei giorni successivi, proprio grazie al suo caso, tutta la popolazione nera di Montgomery scopre di essere altrettanto stanca.

Per iniziativa di un gruppo di persone coraggiose, tra le quali un pastore battista ventiseienne di nome Martin Luther King, i neri decidono dunque di organizzare un boicottaggio: sugli autobus li si tratta in quel modo? Bene, allora andranno tutti a piedi. Ha inizio così una lotta che presto richiamerà l’attenzione dell’America, anzi, del mondo, suscitando intorno alla cittadina di Montgomery una straordinaria ondata di solidarietà: una lotta alla quale Rosa, rilasciata su cauzione, partecipa in prima fila, sia nei giorni che precedono il processo, sia dopo la sentenza di condanna che, «macchiandole» la fedina, la consacra per sempre al ruolo di «madre dei diritti civili». Nonostante gli espedienti più o meno legali escogitati dalle autorità per farlo cessare, nonostante intimidazioni e violenze di ogni specie, il boicottaggio si prolunga per tredici mesi, mandando quasi in fallimento la compagnia dei trasporti, e si conclude con una vittoria clamorosa: il 13 novembre 1956, dopo un lungo e travagliato iter legale, la Corte suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus, primo passo di un cammino che condurrà, sia pure a prezzo di molto sangue e di molte sofferenze, alla piena integrazione razziale e che forse non sarebbe stato possibile senza il coraggio e la fermezza di una donna. Come scrisse in seguito Martin Luther King, il gesto di Rosa è «un’espressione individuale di un anelito eterno alla dignità e alle libertà umane»; a inchiodarla a quel sedile furono «il cumulo di iniquità dei giorni passati e le sconfinate aspirazioni di generazioni non ancora nate»: aspirazioni tra le quali (perché no?) poteva esserci anche quella di vedere un nero insediarsi alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti d’America.

Rosa Parks non fece in tempo ad assistere a questo trionfale «lieto fine»: morì il 24 ottobre del 2005, tre anni prima dell’elezione di Obama, che da parlamentare tenne per lei un discorso commemorativo al Senato. Nel frattempo le toccò pagare caro il suo gesto, in conseguenza del quale perse il lavoro e fu bersagliata a tal punto da telefonate anonime e minacce di morte da essere costretta con il marito a cambiare città. Una vita difficile, quella dei giusti: una vita semplice in un mondo che, della semplicità, spesso non ne vuole sapere. Non credo che Rosa abbia mai pensato di aver compiuto un atto di eroismo; solo di aver fatto ciò che, in quelle circostanze, avrebbe dovuto fare chiunque. O per dirla con le sue parole: «Doveva esserci un punto d’arresto, e sembra che quello sia stato per me il punto in cui smettere di lasciarmi bistrattare e scoprire quali fossero, se mai ne avevo, i miei diritti di essere umano».”

Un osso nella gola

Mara Gergolet racconta, sul Corriere di oggi, un capitolo di storia contemporanea non molto distante dalle nostre terre: ci fa percepire quanto “fine della guerra” non significhi per forza “pacificazione”.

Bosnia_Herzegovina_maps.jpg


“BANJA LUKA – «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un’unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l’ombrello»), stufetta elettrica perché non c’è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent’anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l’aveva. «Entrarono in sei – dice rivolta a padre Davor – in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il ’92 e il ’93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d’un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo.

Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un’origine religiosa. Komarica l’ha detto [Esplora il significato del termine: BANJA LUKA – «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un’unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l’ombrello»), stufetta elettrica perché non c’è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent’anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l’aveva. «Entrarono in sei – dice rivolta a padre Davor – in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il ’92 e il ’93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d’un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo. Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un’origine religiosa. Komarica l’ha detto ] dieci giorni fa a San Gallo, in Svizzera, alla conferenza dei vescovi europei, prima ancora all’Europarlamento, lo ripete da anni. «A noi non hanno dato una chance di sopravvivere – spiega nell’episcopato -. In questi saloni ho ricevuto delegazioni di europei, americani, la Nato. E uno, un grande nome, è sbottato: “Per noi, voi valete al massimo quanto i cavalli nelle stalle”. L’ho ringraziato: “Eccellenza, lei almeno ha detto la verità. Io non tradirò il suo nome, ma può star certo che ripeterò questa sua frase a tutti”».

È questa la grande accusa dei cattolici all’Europa del Nobel per la pace: d’aver sì imposto la fine della guerra con gli accordi di Dayton, ma fallito la pacificazione. «Dayton ha legalizzato i crimini», dice Komarica. Per Ivo Tomasevic, portavoce della Conferenza episcopale, «non c’è peggior ingiustizia di quella imposta per legge». Quegli accordi andrebbero riscritti, ma l’Ue non ci sente. La mappa etnica della Repubblica Srpska è impietosa: 152 mila cattolici prima della guerra, 11.900 adesso. Una comunità di vecchi. Per i giovani, niente lavoro né case. A Zlatan Psudka l’hanno occupata nel ’95 i profughi serbi in fuga dalla Croazia della reconquista di Tudjman. La sua famiglia ha accettato uno dei famigerati «scambi», il baratto immobiliare tra profughi, spostati nella regione come patate. Ma era una truffa: arrivati a Navir, in Croazia, hanno trovato una casetta per il weekend senza finestre, mai registrata al catasto. Da allora, 17 anni e 10 mila euro dopo, ha vinto due processi: entrambi annullati. Casi simili ce ne sono a centinaia. Darja Rakic, unico magistrato croato a Banja Luka, licenziata per far posto a una serba, lotta da 10 anni nei tribunali e giura che per riavere il posto andrà fino a Strasburgo. È in questo lento ostruzionismo dei tribunali, una «farsa istituzionalizzata», dice, che i serbi spengono i tentativi di ricostruire una comunità. «Qui combatte solo la Chiesa».

Non si capiscono i croati bosniaci senza la Chiesa. Una comunità di 440 mila persone, 358 sacerdoti e 475 francescani, 158 seminaristi, chiese piene ogni domenica. Neppure la cattolica Polonia, in percentuale, può tanto. A Banja Luka la Caritas ha restaurato tremila case, costruito una casa di riposo, creato cooperative contadine («grazie anche ad aiuti italiani, da Mantova al Trentino»). «Per i serbi – dice Komarica – siamo un osso nella gola: non possono inghiottirci, non possono sputarci». Duecento chilometri a Sud, a Sarajevo, i cattolici sono di nuovo minoranza. Stavolta tra musulmani. Trentamila durante la guerra, 10 mila adesso. (Solo in Erzegovina, al Sud, comandano loro). Ma come si fa a restare, con la disoccupazione al 44%, se per 100 euro hai il passaporto di Zagabria in tasca e l’Europa oltre il confine?

Certo, non tutti sono pessimisti. Non monsignor Franjo Tomic: «Uno vede ciò che vuol vedere». Questo prete-intellettuale, che pare uscito da Todo Modo di Sciascia, dirige Napredak, durante la guerra sfamava la gente e ospitava Christian Amanpour della Cnn . Oggi guida la più potente associazione culturale bosniaca: concerti, mostre, una squadra in serie B, dove quasi tutti sono musulmani. «Dio ci ha creati diversi», dice, e lui tra i musulmani è popolarissimo. «Qui purtroppo anche la gente religiosa guarda con occhi nazionali». Nella Sarajevo invasa dai capitali del Golfo, si aspetta sette anni il permesso per costruire un centro cattolico giovanile. Renata lavora lì. «La convivenza con i musulmani? I 18enni vi diranno: ci amiamo». Ma a 35 anni, dice, si nota che i musulmani tra loro si salutano «salam aleikum» e a te dicono «dober dan», che il supermercato BBI non vende carne di porco, che a Ramadan nei bar sparisce la birra. «Prima della guerra era tutto… normale!». Non ha paura per sé. «Ma ho una figlia di nove anni. Che destino avrà?».”

La storia di Gilad Shalit

Su Israele e Palestina in internet si trova di tutto. Leonard Berberi ha creato un blog con questo fine: “Offrire un’altra visione delle due realtà. Non per battaglie politiche. Ma per puro spirito giornalistico. E perché, in fondo, una notizia in più è sempre meglio di una in meno. Qui non troverete tesi precostituite. Anzi, è molto più probabile che leggiate tutto e il contrario di tutto. Esattamente com’è la vita in questo pezzo di terra bellissimo, ma travagliato”. Sul suo blog si trovano molte storie: questa è l’ultima che ha pubblicato.

Gilad-Shalit-health-007.jpg

“La pazzia. C’è stato un momento in cui, ai piani alti di Gerusalemme, più di qualcuno – un anno fa – s’è chiesto se avesse senso quello scambio appena concordato con il nemico: 1.027 carcerati palestinesi da liberare in cambio di un soldato israeliano, ostaggio da più di cinque anni nella Striscia di Gaza. Un giovane che, per le sue condizioni di detenzione, poteva aver perso la testa. E chissà cos’altro.

Un anno dopo quell’elemento viene a galla. Ma stavolta a parlarne è il diretto interessato: Gilad Shalit. Il protagonista del più drammatico – e positivo – caso di rapimento sul suolo israeliano da parte dei miliziani di Hamas s’è concesso in una lunga intervista – la prima volta – per la tv Channel 10 che verrà trasmessa i prossimi giorni.

Il soldato ha raccontato molti dettagli – anticipati in parte dal quotidiano Yedioth Ahronoth ­– sulla sua prigionia. Ha detto, Gilad, che i militanti l’hanno trattato sostanzialmente bene per la maggior parte del tempo. Ma ha anche rivelato di quando, a un certo punto, ha iniziato a pensare che non sarebbe mai stato liberato. «Pensavo di fare la fine di Ron Arad, il pilota abbattuto nel 1986 con il suo jet in Libano e non ancora tornato a casa», dice il giovane 26enne. Ma «cercavo anche di essere ottimista, mi concentravo sulle piccole, belle cose che avevo lì davanti a me».

I militanti, svela Gilad nell’intervista, giocavano con lui a scacchi e domino. «Mi permettevano anche di guardare le notizie sulla tv araba. È così che ho imparato anche un po’ la loro lingua». Poi dice che gli è stato data anche una radiolina. «Così potevo sentire quello che succedeva a casa mia e in ebraico».

«Spesso ho anche riso insieme ai miei rapitori», continua il soldato. «Soprattutto quando guardavamo un film o una partita di calcio». «Una volta i miliziani sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando un israeliano, Eran Zahavi, ha fatto gol nella partita di Champions League Hapoel Tel Aviv – O. Lione. Non potevano credere che una squadra israeliana potesse giocare in quel modo. Fu una delle cose che mi aiutarono a restare sano di mente».

Un’altra cosa che, dice, l’avrebbe aiutato a non impazzire sarebbe stato anche il suo Paese. «Ho fatto spesso schizzi sulla mia città, per non dimenticarla. Anche se ho cercato sempre di nascondere quei disegni per non indispettirli». Perché la prigionia è sempre prigionia. E tempo – e modo – di tenere un diario, di quelli buoni per farci poi un libro e un film e una serie televisiva, ecco, tempo – e modo – per quello proprio non c’era. L’unica cosa che resta, ancora, un mistero è il posto in cui è stato rinchiuso.

«All’inizio – ha ricordato Gilad – è stato difficile, ma poi ho sviluppato una sorta di routine giornaliera: mi svegliavo e andavo a dormire praticamente alle stesse ore». Così, per 1.941 giorni di fila. Fino a quando non ha toccato il suolo israeliano. Fino a quando non ha abbracciato papà e mamma, i fratelli, i nonni, gli amici. Fino a quando non ha messo piede a casa sua, a Mitzpe Hila, nell’Alta Galilea. Fino a quando non s’è addormentato nel suo letto, in quella camera – la sua – che mamma Aviva aveva lasciata intatta perché, ne era convinta, «il mio Gilad prima o poi tornerà».”

Il Concilio e la complessità

Sul Corriere della Sera di venerdì scorso ho letto questo interessante articolo di Giuseppe concilio_vaticano_2.jpgDe Rita e Luca Diotallevi sul Concilio (I pericoli e l’illusione (vinta) del Concilio). Oggi l’ho trovato in rete: eccolo qui.

“Nel cinquantesimo anniversario del Concilio ci avviamo verosimilmente verso un ulteriore momento di confronto — tutto interno al mondo cattolico — fra progressisti e conservatori, cioè fra chi considera sempre più attuale quella mobilitazione di fede collettiva che il Concilio avviò; e chi considera invece necessario un anche crudo revisionismo delle scelte conciliari. Quanto è successo alla recente morte del cardinale Martini non fa prevedere nulla di nuovo. Forse è giunto il momento di prendere atto di quanto stia diventando inutile rimestare «da dentro» l’andamento e gli esiti della svolta conciliare. Crediamo sia più giusto guardarli anche «da fuori», cercando di capirne le relazioni con l’evoluzione complessiva della società del ventesimo secolo, nella progressiva autocomprensione della Chiesa non più come societas perfecta, ma come mistero e sacramento. E da questo angolo visuale si colgono subito tre coincidenze temporali e tre insegnamenti strutturali. Ci sono anzitutto coincidenze temporali importanti, pur senza star qui a discutere su chi ha anticipato l’altro fra Chiesa e dinamica socioeconomica mondiale.

La prima riguarda la accettazione della globalizzazione. A parte le guerre mondiali e le relative conferenze di pace, all’inizio degli anni Sessanta non c’era nella cultura che si diceva moderna la consapevolezza del carattere sempre più globalizzato dei fenomeni, dei problemi, delle decisioni da affrontare; in questo deficit di cultori aver convocato un evento così improssivamente globale come il Concilio fu un atto non solo di profezia ecclesiale ma anche di collettiva e laica consapevolezza planetaria.

La seconda coincidenza riguarda il fatto che il Concilio, forse per andar contro la ferrea logica piramidale della gerarchia cattolica, si rivelò una assise segnata da una grande molteplicità di variabili e di responsabilità (socioculturali oltre che religiose); e divenne quindi una proposta forte di un modello di governo di tipo policentrico, ad architettura distribuita del potere, su cui non a caso si va misurando oggi tutta l’evoluzione degli apparati istituzionali, nazionali e internazionali.

E la terza coincidenza risiede nel fatto che, come tutte le riforme vere, il Concilio fu «slegamento dei soggetti», orientamento di cui fanno testimonianza sia quella secolarizzazione soggettiva e di massa che contraddistingue gli ultimi decenni (e che qualcuno, in sacrestia, ha addirittura addebitato al Concilio), sia una proliferante soggettività ecclesiale — anche di tipo associativo — che rende oggi articolata e ricca la quotidiana presenza della Chiesa.

Non mette conto, lo ripetiamo, star a discutere su chi è arrivato prima, fra Chiesa e società moderna, a coltivare la dimensione globale, quella policentrica e quella soggettiva del mondo in questo passaggio di secolo. Quel che importa è che, dopo tanti secoli, la Chiesa non è andata a rimorchio della cosiddetta modernità, si è misurata nel Concilio con gli stessi parametri di riferimento cui si rifanno tutti i più dinamici sistemi sociali. Ma c’è qualcosa di più delle coincidenze temporali, c’è anche una elaborazione culturale complessa che si è esercitata e si è sviluppata nel Concilio e che può essere di insegnamento per tutti i grandi soggetti storici oggi operanti nel mondo.

Il primo di tali insegnamenti è stato di sapere sviluppare un policentrismo governato (fuori dei pericoli di inerzia tipica dei sistemi a troppi poteri). Il Vaticano II è stato un grande tentativo di fare governo senza sovranità. I pastori di comunità locali che si riunivano in San Pietro, lo facevano per decidere; non per protestare né per delegare, ma per prendersi delle responsabilità su cui sapevano di possedere potere da spendere. Altrimenti non sarebbe seguito così tanto governo della Chiesa, dalla riforma della liturgia alla riforma del diritto canonico.

La seconda lezione è stata quella di avere lavorato in una logica di continuità con la grande tradizione storica della Chiesa, di «continuismo» si dovrebbe dire, se il termine non avesse assunto valenza negativa. Il Concilio scelse la via lenta e media, la via che introduce ai cambiamenti più profondi, quelli che il conservatorismo nega o rimanda, quelli che il massimalismo ingenuo o ipocrita non si sogna neppure di conseguire. Chi sceglie la riforma nella continuità scopre che con tale scelta le risposte possono arrivare prima delle domande, le soluzioni prima dei problemi. Così, anche nella Chiesa, gli sprovveduti, quando sono arrivati i problemi, li hanno interpretati come il fallimento di quelle soluzioni che invece solo allora mostravano tutto il proprio valore.

E la terza grande lezione sociopolitica (e di vera teologia politica) del Concilio sta nel superamento dell’idea che ci fosse una società perfetta, una polis ben governata, interpretata nei secoli dallo Stato e/o dalla Chiesa. Con il Concilio questa illusione di perfezione scompare ed oggi la cosa è ancor più evidente per la perdita di sovranità che colpisce tutti i soggetti istituzionali esistenti. Se non c’è più sovranità non c’è più polis, non c’è più società perfetta: c’è solo «civitas», la formazione progressiva di un’identità collettiva figlia di condivisione e non di sovrapposto disegno ideologico o confessionale. Lezione straordinaria se si vuole affrontare con cultura adeguata il pericolo di nuovi fondamentalismi, anche civili e non solo religiosi.

Riflettiamo quindi laicamente e storicamente sul Concilio, orgogliosamente consapevoli, noi cattolici, di esser portatori non solo di una fede privata, ma di una visione dal mondo che aiuta tutti a capirlo e gestirlo, in una crescente coscienza della sua complessità.”

No femminile alla sharia

timbuctu.jpg

Una storia di coraggio tutta al femminile, presa dal Corriere. L’ha scritta Monica Ricci Sargentini

“Erano solo duecento ma è come se fossero state migliaia. Sì perché ci vuole coraggio per scendere in piazza a Timbuktu, una delle città nel nord del Mali finite sotto il controllo dei gruppi estremisti islamici, per protestare contro le limitazioni alle libertà imposte dai salafiti in nome dell’applicazione della sharia. Le donne hanno sfidato l’ira dei radicali manifestando contro l’obbligo a portare il velo, a girare per la città solo accompagnate dal marito o dal fidanzato, a essere frustate pubblicamente per la minima violazione di regole così rigide che impongono loro persino un coprifuoco serale. Gli islamici hanno sparato alcuni colpi in aria per disperderle. Fortunatamente non ci sono stati feriti. Timbuktu è la “città misteriosa” del Sahara, neo capitale del “nuovo Stato indipendente di Azawad”, autoproclamatosi tale nel nord del Paese. Indipendente e islamico in senso qaedista e wahhabita, per cui — a parte le considerazioni politiche — ogni deviazione dal più rigido monoteismo è “shirq”, idolatria. In un’area vasta quanto la Francia ormai si applica rigidamente la versione fondamentalista della legge islamica. Le distruzioni del patrimonio artistico, le amputazioni di mani e piedi, le lapidazioni, le fustigazioni e più di recente le esecuzioni sommarie sono fatti all’ordine del giorno denunciati in un recente rapporto di Amnesty International. Innumerevoli anche i casi di stupro di donne e il reclutamento sempre più massiccio di bambini soldato. Tutto questo sta spingendo la comunità internazionale a valutare seriamente l’ipotesi di un intervento militare per scacciare i terroristi, richiesto tra l’altro in più occasioni dal presidente ad interim maliano, Dioncounda Traorè. La Comunitá economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) ha già pronta una forza militare di 3.000 uomini circa, ma il Mali chiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nei giorni scorsi, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha annunciato la nomina dell’ex primo ministro Romano Prodi come inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel per cercare di risolvere la complessa crisi in cui versa l’area.”

Già e non ancora

Per Rainews24 Pierluigi Mele intervista Mons. Bettazzi sull’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II:

Concilio_Vaticano_II.jpg

“L’11 Ottobre è il 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II. Quel grande evento, che cambiò la storia della Chiesa cattolica, si aprì con il famoso discorso di Papa Giovanni XXII “Gaudet Mater Ecclesia”. In quell’intervento c’è tutto il senso del Concilio voluto dal Papa. Nello stesso discorso Roncalli si rivolse anche ai «profeti di sventura», gli esponenti della Curia più avversi all’idea di celebrare un Concilio: «Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa ». Nella stessa sera il pontefice pronunciò inoltre il celebre “Discorso alla luna”. Vogliamo ricordare questo straordinario avvenimento con un testimone importante: Monsignor Luigi Bettazzi. Bettazzi è tra le figure più significative del cattolicesimo italiano. Vescovo emerito di Ivrea, ha partecipato al Concilio Vaticano II in quanto ausiliare del Cardinale Lercaro (uno dei quattro moderatori dell’assise conciliare). Per diversi anni è stato Presidente di Pax Christi. Nel 1976 scrisse una lettera a Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, che fece molto discutere l’opinione pubblica italiana.

Monsignor Bettazzi, Lei, in Italia, è tra i pochissimi testimoni viventi di quel grande evento che cambiò la storia della Chiesa Cattolica. Con che spirito, dati i tempi attuali della Chiesa, vive questo cinquantenario dell’inizio del Concilio? Con nostalgia?

Un pò di nostalgia per il fervore e l’entusiasmo che c’era allora, non solo dentro all’assemblea, ma soprattutto al di fuori, e anche con grande speranza perché se è vero quello che diceva padre Congar che se il grande concilio viene completamente capito e attuato solo dopo cinquant’anni, voglio sperare che l’anno della fede susciti davvero e porti di nuovo profondamente a capire e attuare questo Concilio II.

Veniamo al Concilio. Per Papa Giovanni XXIII, il Concilio, doveva essere una “nuova Pentecoste” per la Chiesa Cattolica. A vedere, oggi, certi comportamenti della gerarchia cattolica sembra “vincente” la linea dell’allora “minoranza” conciliare (quella più conservatrice). Per Lei?

È vero che per muovere secoli di atteggiamento dominante, in cui era la posizione del papa che era un re e doveva fare il re ci vuole un po’ di tempo anche perché il decentramento, la collegialità, la collaborazione dei vescovi non è sottrarre autorità ma dare autorevolezza al governo della Chiesa. Sicuramente il 68 e 69 hanno avuto delle eccedenze che hanno la sua portato a richiudersi, lo stesso Papa Benedetto fu scosso dalle rivoluzioni della facoltà di Tubinga. Voglio sperare che queste spinte portino dopo tanta prudenza ad una nuova apertura. Vediamo se questo sinodo di ottobre e l’anno della fede sia una vera Pentecoste, come la chiamava Papa Giovanni.

Torniamo, per un attimo, a Giovanni XXIII. Nell’ultima pagina, famosa, del Giornale dell’anima affermava, rispetto alle critiche reazionarie che avevano investito la sua enciclica Pacem in terris: “non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Le chiedo: è questo il profondo dinamismo delle riforme del Concilio?

Io penso di sì, per esempio la Pacem in terris rappresenta una novità, perché per la prima volta un Papa non parla di questioni religiose rivolgendosi ai cattolici, ma di un grande valore umano, come la pace, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà. E questo poi ha spinto il concilio alla costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, la Chiesa presenta i valori cristiani a tutta l‘umanità, anche a coloro che non sono cristiani, perché, pur non diventando Chiesa, continuino a camminare verso il Regno di Dio, che è il mondo che si apre ai grandi valori, di cui Dio è il sommo e che si apre agli altri; la Chiesa deve essere fermento e lievito per tutta l’umanità, perché diventi migliore. Il grande valore dell’uomo, della famiglia e di ogni famiglia, della cultura e di ogni cultura, dell’economia e di ogni economia, i valori della fede, in cui il cristiano trova il motivo in più per essere un buon cittadino, un buon essere umano, come tutti dobbiamo essere.

Il Concilio, nei suoi documenti, ha esaltato il ruolo dei laici nella Chiesa. Questo, nell’immediato post-Concilio, ha portato in Italia, con alcuni limiti, ad un grande protagonismo laicale. Oggi, pare, invece assistere, nell’ambito dei laici “impegnati”, ad una “rincorsa” a chi è più conformista nei confronti della gerarchia. E’ così?

Forse è vero che dopo tanti secoli clericali si fa fatica ad ammettere la corresponsabilità dei laici, la Chiesa richiama i principi, ma sono i laici che devono dare la loro testimonianza, la loro coerenza. Le mie diffidenze sono nate prima ancora che con la lettera a Berlinguer, con la lettera che avevo scritto al segretario della Democrazia cristiana, dopo Tangentopoli, quando il presidente della Democrazia cristiana aveva detto: “vi meravigliate che facciamo così? in politica tutti fanno così” No, allora non dire che sei cristiano: perché il cristiano deve portare in politica la traduzione della sua coerenza con il Vangelo nella onestà legalità nell’apertura nella solidarietà verso i più poveri e disagiati. Questa dovrebbe essere la testimonianza dei laici e come gerarchia dovremmo richiamarlo di più, e forse è una delle cose in cui il 50esimo del Concilio dovrebbe richiamare la priorità del popolo di Dio sulla gerarchia. Il primo testo della Chiesa era “Chiesa, gerarchia, fedeli”, i vescovi hanno voluto che fosse “Chiesa, popolo di Dio e gerarchia”.

C’è spazio, oggi nella Chiesa, per una fede “adulta”?

Credo che il richiamo a questi principi, al fatto che non sono stati profondamente attuati, voglio pensare che sia un’occasione per ripartire e attuare il concilio. Lo dice anche il Papa: La nuova evangelizzazione è l’attuazione del concilio. L’occasione credo che sia buona e che abbiamo speranza: come il concilio è arrivato all’improvviso, se ognuno nella chiesa fa quello che può, quello che deve, credo ci possa essere questo rinnovamento profondo nell’attuazione del concilio.

Laicità e principi “non negoziabili”. Alla luce del Vaticano II come si dovrebbe sviluppare il rapporto tra questi due “poli”’?

Per me il grande principio non negoziabile è la solidarietà, e dovremmo far capire che contro l’aborto e l’eutanasia sono due forme di situazioni di solidarietà nei confronti del più debole, non siamo convincenti se difendiamo la vita all’inizio e alla fine e non nel suo corso: se non siamo contro la guerra, se non cerchiamo di favorire il lavoro per i giovani, la possibilità del matrimonio perché le situazioni sono tali che li scoraggiano, la difesa della vita all’inizio e alla fine non è convincente se non è difesa nel suo corso. Il vero principio non negoziabile è la solidarietà nei confronti dei più deboli e dei più poveri.

Allora cosa resta, oggi nella Chiesa cattolica, di quello spirito rinnovatore, la “Pentecoste” appunto, che animò i Padri conciliari?

Io dico “già e non ancora”, perché è vero che se guardiamo a prima del concilio, qualcosa si è fatto, si legge di più la Parola di Dio, e anche il fatto che si discuta di queste cose, prima non se ne sarebbe certo parlato; il non ancora è che questi principi devono essere portati fino in fondo, attuati nella loro profondità, il rischio è di leggere il concilio come fosse un testo di diritto, e si sa il diritto lo si interpreta e lo si applica al minimo, ecco questo testo deve essere interpretato al massimo. Voglio sperare che questo anno della fede possa portare più speranza.”