Penne al posto di armi

“Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani”, sono parole di Malala Yousafzai, una ragazza pakistana di 14 anni ferita alla testa e al collo da alcuni talebani che l’hanno seguita, si sono accertati che fosse lei e le hanno sparato, per ucciderla. Malala da diverso tempo difende il diritto allo studio delle ragazze pakistane. Interessante il video su Rainews24.

Dalla Verna all’Europa

San Francesco, il silenzio, la natura, la Verna, De Gasperi, l’Europa: tutto in questo breve articolo. Ne leggo il nome dell’autore e scopro che è una donna dal cognome “noto”. E’ Maria Romana De Gasperi, la figlia dello stesso politico di cui parla nel pezzo.

0537.jpg“A mille e cento metri, dopo aver attraversato grandi boschi, si vede alto sulla roccia il santuario de La Verna. L’uomo di oggi si può chiedere perché san Francesco avesse scelto per la sua preghiera un luogo tanto difficile da raggiungere, allora, a piedi. Era davvero necessario in un tempo già di per se stesso senza rumori se non quelli della natura stessa, delle ruote dei carri sul selciato, degli animali di cui erano abitati i boschi, andare a cercare quell’altezza per una più intensa preghiera? Noi che ci siamo costruiti una civiltà del frastuono ci sentiamo perduti di fronte al silenzio, lo fuggiamo perché non ci dà pace, ma paura. Il silenzio ci mette di fronte allo specchio della nostra anima e pretende quel tipo di verità che non siamo più abituati ad affrontare: quanto di noi sia reale, non teatro per gli altri, non costruzione di fatti sovrapposti per necessità o per convenienza. Il Convento anche nella maestosità delle sue proporzioni assunte negli anni e nella presenza di pellegrini sa offrire, come nella buona pittura, angoli e scorci di solitudine e di silenziosa preghiera. Di fronte al saio di san Francesco martoriato dall’amore di Cristo, ci sentiamo spogliati delle nostre vanità mentre i frati cantano le antiche parole del Cantico delle creature entrando nella chiesa con i piedi scalzi nei sandali che non fanno rumore. Fuori sul grande terrazzo il sole quasi acceca i nostri occhi venuti dall’ombra, cancella le case e le strade laggiù nella campagna e ci dà l’illusione di essere ancora ai tempi del santo frate quando l’orizzonte era segnato solo dai boschi e dalla linea del cielo. Faticoso rientrare nella realtà il 29 settembre quando il «Circolo verso l’Europa» ha voluto ricordare la visita di De Gasperi nel 1952 in questo luogo mettendo assieme vecchi e nuovi amici per un incontro con la storia. C’era allora un discorso non facile tra i giovani che si erano dati il nome di “Terza Generazione” e avevano fretta di cambiare e rinnovare la politica e il Presidente, che conosceva i tempi e la fatica di governare con la presenza di forti avversari e l’inevitabile equilibrio e la fede da mantenere nei confronti di un’Europa che stava appena nascendo. Eppure alla fantasia dei giovani, al loro coraggio egli aveva lasciato la costruzione di una Europa unita nelle leggi della democrazia, nella sicurezza della pace, per un nuovo ordine sociale contro il materialismo, contro le illusioni delle dittature. «Un lavoro imponente, che non potrà essere esaurito forse nel giro di una sola generazione, ma che bisogna intraprendere con coscienza e fermezza». Queste parole mi vengono alla mente quando tolgo il drappo a una lapide messa su queste mura a suo ricordo. I frati mi accompagnano con una melodia che non conosco. Una donna si asciuga le lacrime.”

L’erba schiacciata

Pubblico un articolo interessante di Andrea de Georgio trovato sul blog sui diritti umani gestito insieme da Corriere della Sera e Amnesty. Tratta del Mali, in particolare della zona settentrionale, e racconta la preoccupante storia di Alhader Ag Almahmoud.

“Ad Alhader Ag Almahmoud, tuareg di Ansongo, poche settimane fa è stata amputata la mali_small_map.jpgmano destra in nome della sharia. Lo ha raccontato lui stesso a Bamako il 20 settembre scorso durante un’affollata conferenza stampa di Amnesty International sulle amputazioni e le violenze che negli ultimi mesi stanno sfiancando la popolazione del nord del paese. Vestito con un’ampia tunica celeste, il volto coperto dal tradizionale turbante tuareg che normalmente lo protegge dalla sabbia e dal vento del deserto, l’uomo ha descritto nei dettagli la sua terribile disavventura mostrando, con riluttanza, il moncherino. Accusato di furto di bestiame, Alhader non è potuto scampare alla sorte che i gruppi terroristi di integralisti islamici del nord riservano ai presunti ladri. Nulla importa se, prima che la punizione fosse perpetrata, gli animali “rubati” erano stati ritrovati. Nulla importa se, con il loro ritrovamento nella foresta, l’accusa fosse decaduta.

“La sentenza era già stata emessa. Con un coltello da carne di quelli che si comprano al mercato il capo del Mujao (Movimento per la jhiad nell’Africa occidentale, ndr) mi ha tagliato la mano destra, dopo avermi avvolto il braccio in un sacchetto di plastica, per il sangue. Ci ha messo circa dieci minuti. Non ho urlato e, sebbene non mi abbiano fatto nessun tipo di anestesia, non sono svenuto. La cosa che più mi ha ferito è che prima di calare la lama sulla mia mano abbiano gridato: Allah akbar!”.

Il Mali e l’intero Sahel, nel quasi totale disinteresse dei media italiani, stanno attraversando la peggiore crisi della propria storia. Da mesi il paese è spezzato in due non più solo dall’enorme fiume Niger che ne divide da sempre la geografia. Nel gennaio scorso combattenti tuareg di ritorno dalla Libia post-gheddafi sconfitti e pesantemente armati hanno deciso di riprendere la lotta per l’indipendenza dell’Azawad (“terra del pascolo” in lingua tamashek, ossia l’ampia regione nord del Mali). Per anni abbandonati a se stessi da uno stato centrale onnivoro di fondi internazionali e per niente interessato alle dune settentrionali – e memori delle passate ribellioni finite male – i tuareg in un primo momento si sono alleati con la galassia di sigle jhiadiste e qaediste della zona (Mujao e Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico) trasformando le sabbie del Sahara nel santuario del terrorismo internazionale. L’Mnla (gruppo armato di tuareg per l’indipendenza dell’Azawad) insieme ai “barbuti” venuti da paesi limitrofi nel marzo scorso hanno conquistato le tre città-simbolo del nord, Timbouktou, Gao e Kidal, causando una vera e propria crisi politica nel paese. Amadou Toumani Touré, presidente democraticamente eletto ed emblema della stabilità nazionale è stato investito da durissime critiche per la mala gestione della questione settentrionale. Cavalcando l’onda del malcontento, il capitano Amadou Haya Sanogo nella notte fra il 21 e il 22 marzo 2012 ha preso il potere nel più classico dei colpi di stato militari africani. In poco tempo, nonostante la condanna unanime dell’atto di forza da parte della comunità internazionale, la sua giunta ha epurato le autorità e si è insediata nei posti di comando. Al nord la situazione invece che migliorare è degenerata fino alla dichiarazione da parte del Mujao e di Aqmi, sbarazzatisi nel frattempo degli scomodi e laici alleati tuareg, della sharia. Come racconta Amnesty International nel suo rapporto e Human Rights Watch : alle violenze arbitrarie contro militari e civili commesse dalla giunta al potere si sono sommate, negli ultimi mesi, quelle del nord. La lista che recita Saloum D. Traorè, direttore esecutivo di Amnesty Mali, è lunga: “Distruzioni di luoghi di culto cristiani e sufi, fra cui siti protetti dall’Unesco, divieto di ogni forma di musica, imposizione del velo integrale a tutte le donne, chiusura di scuole miste, ospedali e altri servizi sociali, arresti e omicidi sommari, bambini soldato, stupri di massa, lapidazioni. Sono almeno sette i casi accertati di amputazioni di mani e piedi, senza processo né testimoni, come invece prevedrebbe la legge coranica.”

Il Dottor Traorè è vestito con un grand bubu marrone, abito tradizionale maschile dell’Africa occidentale. Siede nel suo piccolo ufficio in una palazzina di Kalaban Kourà, quartiere periferico di Bamako che si affaccia sulla strada dell’aeroporto. Sul soffitto le pale di un vecchio e polveroso ventilatore cigolano svogliate, senza spostare né l’aria né le alte pile di scartoffie che affollano la sua scrivania. Il racconto continua. “Più di 350 mila persone dall’inizio della crisi sono scappate dai territori del nord cercando rifugio nella capitale o in paesi vicini come Niger, Burkina Faso, Mauritania e Senegal. La gente scappa anche dalla grave crisi alimentare che quest’anno sta decimando il Sahel.”

L’opinione pubblica della capitale, pur essendo un paese al 95% musulmano, condanna fermamente l’interpretazione anacronistica e radicale dei gruppi salafiti, rigettando la sharia e aspettando che l’esercito nazionale e la Cedeao (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) intervengano militarmente per liberare il nord e ristabilire l’integrità nazionale. Un intervento che, però, nasconde anche grandi interessi geopolitici e petroliferi di potenze mondiali quali Francia, Usa, Qatar e Algeria. Nell’attesa è la popolazione civile, come sempre, a soffrire. Come dice un proverbio africano: “quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” .”

La storia e la memoria

Qualche anno fa, nelle quinte, in occasione dell’anniversario del 27 gennaio mostravo il Shlomo Venezia _2_.jpgfilm Gli ultimi giorni. Uno dei motivi per cui avevo scelto quel film era che metteva in risalto l’importanza della memoria. Uno dei più infaticabili trasmettitori di tale memoria è stato senza dubbio Shlomo Venezia, scomparso da poche ore. Lo storico Bidussa, su Linkiesta, riflette su questo argomento, sulla storia, sull’insegnamento della storia, sulla scuola. Lo ammetto: post per appassionati! 🙂

 

Con postmemoria intendo il contenuto culturale, emozionale, e mentale che ci troviamo a “governare” dopo “l’era del testimone”, come l’ha chiamata Annette Wieviorka. Non solo. Infatti la post-memoria è una condizione culturale che obbliga a riflettere da una parte su ciò che ereditiamo, sulle forme del sapere e della coscienza pubblica che abbiamo acquisito in seguito all’ascolto di narrazioni di coloro che hanno vissuto un tempo diverso da quello dei loro ascoltatori le cui storie personali sono forzate a farsi da parte dalla irruzione delle storie della generazione precedente con cui devono ancora “prendere una misura”; dall’altra, su quale sia il rapporto che intratteniamo col passato. Su tutto il passato del Novecento, per riflettere nel presente (Maus di Art Spiegelman è con molta probabilità il prodotto culturale che con più efficacia ha posto questo tipo di questione).

Per un errore di proiezione molti ritengono che questa condizione ci lascerà orfani di un supporto essenziale – la voce dei testimoni – e dunque il percorso incerto avviato con l’emergere del ruolo della testimonianza sui fenomeni di massa della storia, subirà un arresto, una deviazione, comunque sarà seriamente destinato a perdersi.

E’ molto probabile che la condizione in cui noi ci troveremo dopo registrerà incertezze, silenzi, marginalizzazioni. Probabilmente l’emergere di nuove centralità culturali e tematiche verrà percepita e interiorizzata come “regressione”. Tuttavia noi oggi se vogliamo che quel tema rimanga nell’agenda culturale della formazione civile dovremmo preoccuparci non tanto di cosa accadrà dopo i testimoni, ma di come noi siamo entrati nell’era del testimone, di ciò che ha significato questa fase, e dunque di che cosa tratteremo di essa.

Così come per i totalitarismi non c’è un individuo creato dal totalitarismo nel momento in cui questo si produce come sistema (mentre certamente esiste un individuo totalitario come effetto della durata di quel sistema), ma c’è una mentalità totalitaria in gran parte anticipata dall’avvento dei sistemi totalitari e anzi, per certi aspetti non solo adeguata ad essi, ma generativa della domanda di sistema totalitario e allo stesso tempo mentalità che rimane anche dopo il crollo di quei sistemi, noi dovremmo chiederci non cosa sarà di noi dopo i testimoni, ma quale sia il nostro rapporto con la storia nel momento in cui è iniziata l’era del testimone e quale sia oggi e prevedibilmente domani quel rapporto. Il problema a mio avviso è quanta consapevolezza storica noi oggi abbiamo, se ci sia uno scarto rispetto a prima; se siano cambiate le nostre domande rispetto al passato e se siamo in grado o meno di interrogare in forma critica e non a-prioristica il nostro presente. In breve se la nostra competenza storica (non la nostra conoscenza dei fatti) è aumentata.

La mia risposta discende da un duplice groviglio di questioni.

Sono convinto che nel momento in cui la testimonianza o la voce testimoniale è entrata a far parte a pieno titolo (legittimamente) delle fonti e dei documenti che uno storico deve prendere in carica se vuol tentare non solo di descrivere, ma anche di comprendere un fatto storico, quella fonte sia inovviabile e anzi sia indispensabile per discutere non solo di quell’evento, ma soprattutto della percezione e della comprensione, dopo, che un’opinione pubblica informata ha di quell’evento. Non solo quella fonte è indispensabile, ma la discussione se essa sia legittima o meno, se essa abbia un fondamento o meno, è parte di quella retorica che ha come fine la negazione di quell’evento. Sotto questo profilo la riflessione proposta da Pierre Vidal-Naquet è inoppugnabile sia sul piano della discussione metodologica sulle fonti, sia su quello dell’analisi storica tra narrazione della storia e discussione pubblica. Coloro che pretendono di negare l’esistenza del Genocidio ebraico – scrive Pierre Vidal-Naquet – cercano di colpire ciascuno di noi nella propria memoria individuale . Questa memoria non è la storia. Ma la storia è fatta anche dell’intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni. (Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, Viella, Roma 2008, p. 224). E’ una suggestione che costituisce una buona pista e che dice due cose: la memoria e la testimonianza non sono né un’alternativa né concorrenti contro la storia. Questa oggi, a partire dall’ “era del testimone”, ha un futuro solo se è in grado di saper trattare e includere le fonti testimoniali come parti della propria problematica di indagine. Ma questa questione non significa, peraltro, che oggi la storia sia l’indagine sui fatti accompagnata dalla testimonianza. Il gioco è più complicato e anche più sottile. Consideriamo il secondo groviglio di questioni.

La storia d’Italia che gli italiani sanno, chi l’ha raccontata? Il manuale del liceo o “La storia siamo noi”? E sulla base di quale scelta documentaria si reggono questi o quelli? Quale consapevolezza culturale si ricava dalla storia raccontata in televisione? Non è solo un problema delle competenze del conduttore. E’ anche un problema di fonti, del loro uso, della loro molteplicità e di come si presentano. La storia la raccontano i film, la fotografia, gli oggetti, i diari, i libri, le lettere, i cippi, i memoriali. Dietro ciascuno di questi documenti c’è sempre un autore (o un gruppo di autori), non c’è “la storia”o “l’evento com’è andato”. Ci sono scelte, c’è un’idea del passato e c’è una proposta di interpretazione. C’è soprattutto una selezione del passato presentata invece come se fosse tutto il passato. Ovvero c’è una scelta soggettiva presentata come oggettiva e dunque come autentica e vera. Una scelta che viene nascosta, perché a priori si presume che l’idea di scelta sia l’origine del racconto falso o falsato. L’uso politico del passato nasce proprio da questa convinzione. E’ una convinzione che la moltiplicazione dell’offerta di storia negli ultimi anni ha incrementato, anziché contribuire a ridurre. La storia visuale, gli strumenti di supporto, l’esplosione dell’offerta documentaria non hanno aiutato a farsi un’idea, ma hanno trasferito all’utente/fruitore del prodotto storico un kit di spiegazione senza dotarlo degli strumenti per giudicare. E’ accaduto con La meglio gioventù, lo sceneggiato dedicato alla storia italiana tra anni ’60 e fine secolo ma è anche accaduto con Il cuore nel pozzo, lo sceneggiato televisivo dedicato alle foibe. In entrambi i casi il vissuto di un protagonista contribuisce a esaltare la storia della persona, ma anche elimina le sfumature, impedisce di cogliere la complessità della realtà, inibisce i molti dati sociali. In breve la vicenda specifica sceglie, giustamente e opportunamente, ma la storia che si vuole proporre pretende di raccontare tutta la storia. Soprattutto non analizza il contesto. La condizione in cui si producono atti, convinzioni, parole, scelte. Per individuarli occorrono competenze di due tipi: competenze di interpretazione e competenze disciplinari specifiche. Nel primo caso si tratta di dedurre in assenza di documenti, o in condizioni di carenza, informazioni da ciò che abbiamo a disposizione. Non è solo una condizione che deriva dalla pazienza del lettore. A monte implica anche una chiarezza sulla possibilità di reperire documentazione diretta e in assenza, di trovare le vie attraverso le quali riuscire a sapere dati, informazioni che direttamente non troviamo. Nel secondo caso si tratta di dotarsi di competenze definite dalla natura stessa dei documenti che si usano. Ci sono competenze specifiche di analisi che riguardano i film, le fotografie, le testimonianze orali, i quadri, le lettere. L’analisi di ciascuno di questi documenti richiede una competenza specifica che non riguarda solo il linguaggio, ma anche la tecnica di montaggio. In breve ciascuno di questi documenti è un risultato, non è un documento che nasce in questa forma. Così un film è il risultato di un montaggio, include, per capire il prodotto che abbiamo di fronte, un’informazione sullo scarto, sulle tecniche di ripresa, sull’uso delle inquadrature p.e., ovvero chiede che ci siano delle informazioni tecniche inerenti la sua realizzazione specifica. Una fotografia, al contrario di ciò che comunemente crediamo non è l’originale (Adolfo Mignemi, Lo sguardo e l’immagine, Bollati Boringhieri, Torino 2003). L’originale è il negativo della fotografia. Ciò che ci troviamo di fronte spesso è solo una parte dello scatto originario, è uno sviluppo, un particolare. E inoltre dove la troviamo quella foto, chi ce la fornisce, in quale sequenza ce la fornisce. Una fonte orale include varie cose: un rapporto di fiducia tra intervistatore e intervistato; un confronto ripetuto; una tecnica di conduzione (Alessandro Portelli, Storie orali Donzelli, Roma 2007, pp. 5-24). La stessa questione, ovvero la competenza sul trattamento della fonte prescelta riguarda ovviamente i quadri e certamente le lettere, gli epistolari, i diari, comunque le fonti memoriali scritte. Fin qui si potrebbe dire la competenza di cui stiamo trattando concerne la grammatica, la sintassi comunque le regole di montaggio della fonte in relazione al supporto prescelto. Ma il tema delle fonti non è solo avere consapevolezza delle procedure tecniche relative alla loro costruzione in quanto documenti e dunque avere la competenza per “decostruirli”, ma anche avere la competenza per comprendere che cosa contiene quel documento, ovvero quante informazioni (intenzionali e non intenzionali) è in grado di fornirci. Un documento propone, ma poi bisogna anche farlo parlare. Per farlo parlare occorre sapere scavare dentro. Ovviamente occorre sapere la storia fattuale di ciò a cui quel documento di riferisce, ma bisogna anche avere un’autonomia rispetto al modo in cui quel documento si presenta. Il tema è la formazione degli insegnanti, la costruzione delle unità didattiche, il trasferimento di competenze per mettere nella condizione educatori e dunque cooperatori di divenire competenti ovvero analizzare fonti, connetterle, e costruire documenti, narrazioni, storie. L’obiettivo dunque è costruire capacità, non trasferire pacchetti di narrazione. L’investimento, più lento, ma certamente più solido è definire sensibilità professionali, l’obiettivo è formare, non sorprendere.

C’è dunque un compito preciso che abbiamo davanti. Questo compito riguarda la riflessione sulla storia, la capacità di far lavorare sul passato e che quella conoscenza più estesa sia il risultato di una capacità maggiore di saper lavorare sui documenti. Di non essere ripetitori, ma di dotarsi di una cassetta degli strumenti in grado di “muoversi” nella storia. E’ una sfida e non riguarda l’eroismo. E in ogni caso, proprio perché la conoscenza del passato solo in parte e solo formalmente coinvolge la scuola, noi dobbiamo sapere che la coscienza civile della generazione che domani sarà adulta non si forma solo al’interno di un’aula di scuola e dunque non possiamo ritenere responsabile la scuola, ovvero gli insegnanti dei nostri figli, come i soli, o i principali, responsabili della loro formazione.

Ciò detto, è corretto chiedere al corpo docente della scuola una qualità dell’insegnamento che abbia come obiettivo anche la formazione culturale e civile dei giovani. Ma è anche necessario capire che questa richiesta deve preliminarmente contenere una consapevolezza: la formazione professionale non è un optional o un generico “fai da te” dove vige l’arte di arrangiarsi. Perché ci siano insegnanti competenti occorre che ci sia non solo un sistema scolastico che funzioni, ma anche una società che capisce che niente è un atto dovuto, che sapere è avere gli strumenti, i mezzi, le opportunità perché quella richiesta abbia la possibilità di essere soddisfatta. Certo che occorrono volontà, determinazione e curiosità. Ma occorre anche una società che investe sul miglioramento della qualità di un servizio. Gli insegnati sono spesso soli, avvertiti come un mondo alieno, talora sono anche un mondo non “friendly”. Ma se vogliamo che domani sia meglio, se siamo convinti che il passato abbia dato prove pessime e soprattutto se non vogliamo che quelle eventualità si ripetano, e se siamo convinti che uno dei modi per impedirlo sia nella costruzione di una consapevolezza critica profonda, non abbiamo che da assumere una maggiore consapevolezza del ruolo di cittadini, di genitori, di operatori pubblici e mettere in condizione che un percorso sia possibile. Poi certamente vale la scelta degli individui, la loro disponibilità, a impegnarsi.

Lunga è la strada…

Notizie come questa, presa da Asianews, ci fanno capire quanta lunga è la strada ancora da fare  verso la pace e la convivenza…

b088ef76ef57cc323628431d832acdba.jpg“Dhaka (AsiaNews/Agenzie) – Circa 25mila musulmani hanno dato alle fiamme e distrutto 22 templi buddisti e centinaia di case nel sudest del Bangladesh, in uno dei più rari e violenti attacchi contro la comunità buddista del Paese. A scatenare l’aggressione, consumatasi nella notte del 29 settembre, è stata una foto apparsa su Facebook, giudicata “offensiva” contro l’islam. Secondo alcuni rivoltosi, un buddista della zona avrebbe postato l’immagine sul social network. Per il momento, le autorità hanno fermato un giovane, Uttam Kumar Barua, ma non è chiaro se sia davvero responsabile della diffusione della foto. Nei disordini, sono stati demoliti anche due templi indù. La violenza ha colpito decine di villaggi degli upazila (sotto-distretti) di Ramu, Ukhia, Patia e Teknaf (Chittagong Division). Le perdite più gravi si registrano a Ramu, dove 15 templi buddisti sono stati rasi al suolo e oltre 100 case date alle fiamme. Tutto è iniziato intorno alle 10 di sera (ora locale), quando centinaia di persone hanno invaso l’area di Choumuhani, inscenando una protesta. La folla si è presto ingrossata, raggiungendo il migliaio di persone e rompendo il cordone di sicurezza della polizia. Intorno a mezzanotte, la gente ha iniziato a spargere polvere esplosiva e benzina, e a dare fuoco a templi e abitazioni. Tra i luoghi di culto distrutti, vi era anche il tempio Shima Bihar, antico di 250 anni. Al momento, per i disordini la polizia ha arrestato 26 persone. Secondo le autorità locali, a fomentare le proteste sarebbero stati musulmani Rohingya, minoranza islamica originaria dello Stato Rakhine del Myanmar. Da mesi questa comunità è vittima di persecuzione di matrice etnica: il Paese, infatti, non riconosce i Rohingya come etnia, ma li considera immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh. Il Bangladesh è un Paese a maggioranza musulmana (90%). Con una popolazione di circa 161milioni di persone, è una delle nazioni più povere al mondo, ma il terzo Stato islamico più grande al mondo. Gli indù sono circa il 9% della popolazione, buddisti e cristiani una minoranza dalla percentuale irrisoria di appena l’1%. Tuttavia, la comunità buddista non ha mai sperimentato una violenza di tale portata.

Perdendo la trebisonda

Ho letto questo articolo di Alessandro Speciale in rete: ne sono rimasto sconcertato e ho concluso con una brevissima riflessione. Gesù, quanto ci manchi!

“Germania: niente soldi, niente sacramenti.

Potrebbe sembrare un’esagerazione eppure è proprio questo il senso del decreto varato la settimana scorsa dalla Conferenza episcopale tedesca, con l’approvazione della Santa Sede. Il decreto prevede che i fedeli che dichiarano all’anagrafe civile di non appartenere più alla Chiesa cattolica non potranno più partecipare in modo attivo alla vita della comunità ecclesiale e quindi alla vita sacramentale. In pratica, quei tedeschi che hanno chiesto di veder cancellata dallo Stato la registrazione della loro appartenenza cattolica – e che quindi non pagano più la ‘tassa ecclesiastica’ in vigore in Germania , pari a un 8-9% annuo – non potranno più confessarsi, fare la comunione o la cresima e, al momento della morte, non potranno ricevere un funerale cattolico; non potranno nemmeno fare volontariato in un’associazione cattolica o cantare in un coro, né tanto meno lavorare in un’istituzione della Chiesa come una scuola o un ospedale. La decisione dei vescovi risponde all’esodo dalla Chiesa che si è registrato negli ultimi anni, soprattutto dopo l’esplosione dello scandalo pedofilia. Nel 2010, 181mila tedeschi hanno ufficialmente rinunciato alla loro affiliazione cattolica. Si tratta di un numero in forte crescita rispetto alla media di 120mila abbandoni che si era registrata dal 1990, quando in molti avevano cominciato a far cancellare la loro affiliazione per compensare l’aumento delle tasse federali deciso per finanziarie la riunificazione con la Germania Est. Il caso di coloro che continuano a vivere nella Chiesa pur essendo ufficialmente cancellati è stato sollevato dal canonista Hartmut Zapp, che aveva annunciato nel 2007 di non voler più pagare la tassa ecclesiastica.

Pater_Hans_Langendoerfer_KNA.jpgIl decreto ha provocato molte polemiche in Germania perché esclude in modo assoluto dalla vita della Chiesa milioni di battezzati. “È un decreto che, in questo momento, manda veramente il segnale sbagliato da parte dei vescovi tedeschi che sanno bene che la Chiesa è in crisi profonda”, ha detto Christian Weisner, portavoce del movimento di riforma Noi Siamo Chiesa. Ma per il segretario generale della Conferenza episcopale, il gesuita Hans Langendoerfer, non si può pretendere di separare la dimensione “spirituale” della fede e dell’appartenenza ecclesiale da quella “civile”. “Si tratta di una dichiarazione precisa – ha spiegato all’emittente tedesca Domradio –. Chi chiede all’anagrafe di cancellare la sua appartenenza alla Chiesa cattolica non farà più parte in nessun modo della comunità ecclesiale. Non si può fuoriuscire dalla dimensione ‘civile’ della Chiesa e definirsi al medesimo tempo cattolico”. Per Langendoerfer, quella dei vescovi è una posizione già nota che adesso viene formulata in “modo ufficiale”. La “differenza con il passato”, spiega, consiste nel fatto che ormai “il parroco dovrà occuparsi direttamente di chi intende abbandonare la Chiesa”. Chi chiede di essere cancellato come cattolico dall’anagrafe riceverà una lettera dal suo parroco e gli verrà offerta la possibilità di un colloquio: “Si cercherà di capire in questo dialogo le motivazioni che hanno indotto a una tale decisione. Si spiegherà anche quali saranno le conseguenze collegate alla fuoriuscita. Ovviamente – sottolinea il segretario dei vescovi tedeschi –, i sacerdoti cercheranno di far cambiare idea a queste persone, così da poter loro dare la possibilità di partecipare alla vita della Chiesa, con annessi i doveri”.”

Per chi vuole una riflessione dello stesso autore, ecco il link

Il pesce avvelenato

E ancora una volta sono qui a pubblicare un articolo che approfondisce una questione toccata nelle classi in questi giorni. E’ di Alessandro Zaccuri, tratta della presenza dell’umorismo nel mondo islamico: è preso da Avvenire.

“Ogni tanto una battuta non riesce a coglierla neppure lui, il che è tutto dire. «Ma non9788843059942.jpg perché l’umorismo arabo sia impenetrabile – si affretta ad aggiungere Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano –. È che a volte, per scherzare, si ricorre al dialetto più stretto e lì qualcosa si perde, purtroppo». Studioso autorevole, Branca è un estimatore dichiarato di quello che, nel titolo di un saggio da lui curato lo scorso anno per Carocci con Barbara De Poli e Patrizia Zanelli, ha voluto definire Il sorriso della Mezzaluna. Da pochi giorni è fra l’altro in libreria il volumetto Islam (con Barbara De Poli; edizioni Emi, pagine 160, euro 12). Oggi Branca interverrà a Torino Spiritualità (Cavallerizza Reale, ore 18) per spiegare come e perché sia il caso di superare lo stereotipo del musulmano irriducibile al sense of humour. Compito impegnativo, specie di questi tempi. «In realtà, come dimostra il dibattito in corso, a essere in questione non è tanto il film blasfemo su Maometto, né la pubblicazione delle vignette da parte di Charlie Hebdo – ribatte il professore –, ma un principio che riguarda tutti, islamici e occidentali».

A che cosa si riferisce?

«Ai confini della libertà di espressione. Fino a che punto possiamo spingerci nel prendermi gioco della sensibilità altrui? Quando dobbiamo considerare l’eventualità di imporci un limite, di dirci: basta, più avanti di così non si può andare? Non sto invocando la censura, né tanto meno cercando di giustificare le reazioni violente e del tutto spropositate alle quali abbiamo assistito. Forse, però, è il momento di sottoporre a seria revisione il concetto, finora incontestabile, di autonomia assoluta dell’artista. Anche perché, alla fine, finisce per proteggere anche personaggi che artisti non sono e che probabilmente agiscono per fini tutt’altro che innocenti».

Stiamo parlando del famigerato film?

«Era in rete da tempo, ha iniziato a fare notizia proprio quando la campagna presidenziale negli Usa iniziava a entrare nel vivo. Non dimentichiamo che i Paesi del Golfo non hanno mai sostenuto Obama, nel 2008 il loro candidato era semmai McCain, portatore di un atteggiamento tradizionalmente più tollerante nei confronti dell’Iran. Oggi, nel clima di parziale delusione per l’esito delle Primavere arabe, che si parli d’altro, e non di politica in senso stretto, può fare comodo a molti».

D’accordo, ma il Corano ammette o non ammette l’umorismo?

«A differenza dell’Antico Testamento, nel quale convivono generi letterari diversi, il Corano è un testo esclusivamente ascetico, che quindi non riserva spazio al linguaggio del riso o anche solo dell’ironia. Ma questo non ha impedito che a fianco del Libro sacro fiorisse una letteratura in cui, se non Maometto, almeno i suoi primi compagni potessero fornire qualche spunto di umorismo».

Per esempio?

«Beh, si potrebbe ricordare l’aneddoto del musulmano scroccone, che non perde occasione per presentarsi, non invitato, a pranzo o a cena. “Che cosa c’è di buono oggi”, domanda sempre, fino a quando qualcuno non gli risponde: “Pesce avvelenato”. Quello, anziché scoraggiarsi, si siede e aspetta di essere servito. “Ma come, non hai paura di morire?”, gli chiedono. E lui: “Perché vivere se muoiono i compagni del Profeta?”».

Sembra una barzelletta.

«Ma la cultura araba è tutta percorsa da facezie e motti di spirito. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di popoli mediterranei, estroversi e a volte perfino chiassosi. Gli egiziani, poi, vantano una tradizione ininterrotta di barzellette sul potere, lungo una linea che va da Nasser fino a Mubarak. L’Egitto, per chi lo conosce bene, è la terra della risata».

Vale solo per la satira politica?

«Anche qui vale la regola generale: in presenza di un regime oppressivo e occhiuto l’umorismo diventa una naturale valvola di sfogo. In questo le Primavere hanno fornito rappresentazione di una realtà che esisteva, ma in modo sotterraneo, nascosto. In precedenza, l’unica forma di presunta satira a godere di libera circolazione era quella di stampo antisemita, gradita ai regimi e adoperata in chiave anti-israeliana, con tutti gli odiosi stereotipi che purtroppo conosciamo».

Nel web circola molta comicità demenziale: vale anche per il mondo arabo?

«Solo per quanto riguarda gli arabi che vivono all’estero. Negli Stati Uniti, per esempio, opera un gruppo di cabaret che si chiama polemicamente (e ironicamente), Axe of Evil, e cioè l’Asse del male, l’espressione coniata da George W. Bush dopo l’11 settembre. In Francia, poi, c’è stato il caso di Allah Superstar di Yassir Benmiloud, un giornalista di origine algerina non nuovo a provocazioni di questo tipo. Ma nulla di simile, al momento, si trova nei Paesi arabi, che del resto vivono una condizione culturale molto diversa dalla nostra. A livello sociale lì sono ancora ben salde alcune gerarchie implicite che l’Occidente considera invece superate: i giovani devono rispetto agli adulti, le donne sono sottomesse agli uomini, il gruppo prevale sull’individuo».

Mi scusi se torno a chiederlo, ma in tutto questo l’islam non riveste alcun ruolo?

«Per il musulmano Dio non è soltanto clemente e misericordioso, due appellativi che tra l’altro rimandano etimologicamente all’utero, e dunque a una dimensione femminile, materna. Dio è anche “sottile” e perfino “simpatico”. Vede, il fondamentalismo sta cercando di imporre l’idea per cui tutto è proibito, tranne ciò che è permesso. Ma il lettore del Corano sa bene che, semmai, è vero il contrario: tutto è permesso, tranne ciò che è proibito. L’umorismo non è certo il cuore della predicazione di Maometto, però lo stesso Profeta esorta a vivere “in serenità”. Con il sorriso sulle labbra, potremmo dire».”

L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”

Un po’ qua, un po’ là

Dato che sono stato sul sito di Asianews vi segnalo qualche articolo.

Il primo è sulle proteste in Egitto sul lavoro dell’assemblea costituente che pare abbia inserito nell’articolo sulla parità dei diritti tra uomo e donna una postilla “scomoda”: “le donne hanno uguali diritti rispetto agli uomini, in accordo con i precetti della tradizione islamica”. Altri aspetti sono approfonditi nell’articolo.

Il secondo è sul Kashmir, dove più di cinquanta sarpanch (capo-villaggio) hanno annunciato le loro dimissioni, dopo le minacce di morte ricevute da gruppi fondamentalisti islamici.

Il terzo e ultimo, per cambiare argomento, è sulle parole del Dalai Lama in un recente discorso: “Anche se il mondo immaginato da Marx ha alcuni punti che possono essere condivisibili, il modo in cui i regimi controllano la vita e il pensiero degli esseri umani è inaccettabile”.

Il puzzo della brillantina

Ha 15 anni e frequenta il liceo Gozzano. Scrive questo articolo, da cui promanano una passione travolgente e una rabbia contro noia, apatia e indifferenza: lo pubblica sul giornale della scuola. E’ il 1942. Domani, se mi ricordo, vi dico chi è 😉

“Un turbine caotico, vorticoso che si abbatte sulla terra tutto distruggendo nella sua furia irresistibile, istituzioni, ideali, posizioni di fortuna che vengono completamente sconvolte. Un succedersi continuo di avvenimenti, un perenne capovolgimento di situazioni. Ecco le caratteristiche del momento che viviamo.

chagall.jpgMomento storico paragonabile a pochi, forse a nessuno nella storia dell’umanità e destinato ad avere ripercussioni storiche, politiche e sociali non limitate a un breve spazio né per poco tempo. Questo è un aspetto del nostro tempo, ma ve n’è un altro non meno consolante, ed è precisamente l’abbozzolarsi di alcuni, purtroppo anche giovani, nel loro involucro meschino coperto di muffa e di polvere, degnando di uno sguardo supremamente passivo gli avvenimenti che stanno cambiando la faccia del mondo. È precisamente il rinchiudersi in una tana maleodorante di brillantina e tabacco. È precisamente l’osservare dalla finestra ciò che succede, pronti a rinchiuderla e a sbarrarla alla prima corrente d’aria un po’ forte. E non sanno questi tali che da un momento all’altro il bozzolo verrà schiacciato, che nella tana buia e profonda penetrerà accecante la folgore della realtà quotidiana.

Non mi venite a dire che voi sapete dov’è il Sangro, dove si trova Isernia, che sapete la distanza tra Krivoj Rog e il Bug e il vero accento dei nomi dei generali russi. Non mi venite a dire che conoscete il numero dei motori del nuovo apparecchio tedesco né pronunciatemi il nome esotico di un’isola del Pacifico. Tutto questo non basta, si può far così ed esser più morti che mai nel vivere questo momento storico, più inerti dell’operaio che non sa tante cose ma agisce sul serio per strappare la fabbrica al padrone, più inerti dell’uomo della strada che dice Reic ma si prepara a pescare dal torbido un posto che non sia tra gli ultimi della società futura. Perché il domani, nero e pauroso come una notte senza luna, sarà di chi saprà prenderselo, di chi si troverà con le armi in mano per lottare, anche duramente, contro tutto e contro tutti per il trionfo di una causa di giustizia. Domani emergeranno dalla massa quelli che avranno una base solida, una formazione intellettuale e morale sicura. Perché ognuno dovrà crearsi da sé il suo avvenire, faticosamente, pezzo per pezzo, con tenacia e sacrificio; riuscirà meglio chi sotto al lavoro e al sacrificio abbia già saputo piegare le spalle e incurvare le gambe. Noia, apatia, indifferenza, peggio che mai esasperazione contro il nostro dovere sono un delitto contro noi stessi. Ottimismo facilone e pessimismo astenico sono uno scavarci la fossa sotto i piedi. Esigenze anacronistiche sono un coprirci di ridicolo. Ho chiesto a un giovanotto impomatato perché leggesse tanti romanzi: «Evado – mi disse con sussiego – dalla realtà quotidiana». Allora ho avuto un fremito e ho rimpianto di non essere un violento, del resto il puzzo della brillantina mi faceva schifo.”

No, dai, scherzavo, chi vuol sapere di chi si tratta può andare qui.

Provocazioni

In linea con l’articolo di ieri sulla complessità del mondo musulmano ecco un ulteriore elemento di complicazione: la questione nigeriana. Ne parla questo articolo de Il sussidiario.

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Un altro attentato in una chiesa nigeriana. Un kamikaze si è fatto esplodere nella città di Bauchi, nell’area di Wunti, mentre si celebrava una messa. Per la Croce rossa, l’obiettivo era la chiesa cattolica di San Giovanni. Il bilancio è di almeno tre morti e di 22 feriti. Lo Stato di Bauchi ha già subito ripetuti attacchi da parte della formazione fondamentalista Boko Haram. La polizia nigeriana ha circondato l’area dell’attentato. Ilsussidiario.net ha intervistato padre Alex Longs, priore dei Padri Bianchi del convento di Jos in Nigeria.

Padre Longs, qual è il clima nel Paese dopo questa ennesima domenica di sangue?

Le persone stanno incominciando a essere molto arrabbiate per questi attentati a ripetizione. Di recente avevamo attraversato un momento di pace, che è stato interrotto da questo attentato.

Qual è la posizione della Chiesa nigeriana di fronte alla situazione nel Paese?

Il nostro impegno è quello di cercare di mantenere la pace, evitando di accusare i musulmani. Non sappiamo chi ci sia veramente dietro gli attentati, tutto ciò che sappiamo è che nel Paese esistono dei fondamentalisti. Alcuni cristiani sono convinti che sia giusto vendicarsi per quanto è avvenuto oggi, ma la nostra religione non ce lo permette. Quindi continuiamo a camminare verso la pace.

La responsabilità degli attentati è dei musulmani in quanto tali?

Alcuni dei musulmani stanno lavorando per la riconciliazione, ma altri non sono pronti perché essa avvenga. Qualcuno afferma che la responsabilità sarebbe dei politici, qualcun altro che ci sarebbero delle influenze straniere, e quindi al momento è molto difficile saperlo. Sappiamo però che l’estremismo di altri Paesi sta giocando un ruolo, perché in Nigeria il fondamentalismo in passato non è mai stato particolarmente forte. Chi attacca i cristiani è stato addestrato all’estero.

C’è il rischio di scontri tra cristiani e musulmani?

Sì. Finora però ciò non è avvenuto, in parte perché le persone stanno divenendo più consapevoli, in parte perché le forze dell’ordine controllano l’area, impedendo qualsiasi ritorsione. La maggior parte dei nigeriani, inclusi alcuni musulmani, sono stanchi di questi attentati, ma c’è un nucleo di irriducibili che continua a prendere di mira i cristiani.

Qual è il vero obiettivo dei terroristi?

I terroristi vogliono provocare i cristiani a vendicarsi sui musulmani, scatenando degli scontri interconfessionali nel Paese. Al momento però i cristiani si rifiutano di lasciarsi provocare, e speriamo che continuino a mantenere i nervi saldi.

Quanto è avvenuto ieri ha anche a che fare con il film su Maometto?

E’ possibile, anche se è difficile dirlo con certezza. Tutto ciò che sappiamo è che per diverse settimane la situazione era rimasta tranquilla, e che all’improvviso ieri è esplosa di nuovo la violenza.

Chi c’è veramente dietro a Boko Haram?

Questo è molto difficile saperlo, perché gli attacchi provengono da diverse parti, quindi non sappiamo chi siano i responsabili, qual è la loro identità, da dove provengono.

I principali imam hanno preso posizione contro Boko Haram?

Sì, alcuni imam hanno dichiarato che dobbiamo sederci tutti insieme attorno a un tavolo e dialogare. Altri, come il Sultano di Sokoto, Sa’ad Abubakar, la massima autorità religiosa dei musulmani in Nigeria, ha dichiarato che è sbagliato che un fedele islamico attacchi delle altre persone. Quando si parla di Islam, è però molto difficile capire quale seguito possa avere una presa di posizione come questa, perché nel mondo musulmano ci sono sempre sette e approcci differenti.

 

Ci facciamo del male da soli

L’altro giorno in classe ci siamo chiesti: e gli islamici moderati? Dove sono in tutte queste proteste? E ci siamo anche detti: i musulmani sono praticamente un miliardo, a scendere in piazza è una piccola percentuale… Ecco che oggi ho trovato su Asianews un articolo di ieri che ci dà una mano a guardare uno spaccato delle proteste più accese… e delle contrarietà alle proteste…

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Islamabad (AsiaNews) – “Stupida violenza”; “ci facciamo del male da soli”; “distruggiamo le nostre cose per criticare un film fatto negli Usa”; “Vergogna sul Pakistan: bruciare, saccheggiare, uccidere la nostra gente… in nome di Allah!”: sono questi alcuni dei commenti sul quotidiano “The Dawn”, dopo una giornata di ferro e di fuoco nella capitale e in altre città pakistane, che hanno causato la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 200. Ieri il governo pakistano aveva lanciato la “giornata in amore del profeta”, per criticare il film anti-islam prodotto negli Stati Uniti, reputato blasfemo nei confronti di Maometto. Ma vari gruppi di decine di migliaia estremisti hanno sfruttato l’occasione per violenze, uccisioni, incendi, furti a Peshawar, Lahore, Islamabad, Karachi e in altre città. Il giorno precedente, personalità del governo e leader religiosi avevano esortato la popolazione a manifestare contro il film anti-Islam in modo pacifico. L’onda d’urto delle violenze è iniziata poco dopo la preghiera del venerdì. Le manifestazioni erano guidate da diversi gruppi religiosi come la Jamiat Ulema-i-Islam, Jamaat-i-Islami, Sunni Tehrik e la Majlis-i-Wahdatul Muslimeen. Questi avevano promesso di mantenere pacifiche le dimostrazioni. Ma in seguito sono giunti militanti e attivisti che hanno aizzato la fiumana di persone. Nella capitale, la folla furiosa ha bruciato quattro sale da cinema, sei banche, quattro camionette della polizia, due ristoranti, molte automobili. Per ore essa ha continuato a saccheggiare le banche e altri edifici lungo la strada del corteo. La polizia aveva messo container e posti di blocco per proteggere l’ambasciata americana, ma presto i gruppi di militanti, armati di pietre e bastoni, hanno cominciato ad attaccare i cordoni delle forze dell’ordine. I poliziotti hanno prima lanciato lacrimogeni, poi sparato in aria, infine hanno colpito con proiettili veri la folla. Fra le persone uccise vi sono anche tre poliziotti. In altre città come Lahore e Karachi i manifestanti hanno cercato di avvicinarsi ai consolati Usa, ma sono stati respinti dalla polizia. Secondo diversi analisti, lo scandalo verso il film anti-islam è stata solo un’occasione sfruttata da gruppi religiosi per accrescere la loro influenza e potere in vista delle elezioni. Insieme a questi, vi sono anche bande che hanno interesse a destabilizzare il governo ed emarginare gruppi rivali. In altre città, come al Cairo e a Kuala Lumpur, si sono svolte manifestazioni del tutto pacifiche.

Da dove nasce tutto?

Prendo da Limes un bellissimo e interessante articolo di Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring) e docente di questioni arabe e mediorientali presso vari istituti.

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“Innocence of Muslims è il titolo del controverso film che lo scorso 11 settembre, undicesimo anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, ha fatto piombare l’Occidente – e assieme ad esso il mondo arabo-islamico – in un nuovo “autunno” che mette a repentaglio i già delicati rapporti fra i due mondi e soprattutto le rinate società arabe post-rivoluzioni. Può il trailer di un film aver scatenato tutto ciò? Cosa ha spinto milioni di musulmani in tutto il mondo, sunniti e sciiti, a condannare un video che probabilmente non avevano neanche visto? Infine, cosa è accaduto nei giorni precedenti l’11 settembre 2012 e cosa potrebbe accadere da domani?

Innocence of Muslims è un film indipendente statunitense della cui produzione e regia era stato inizialmente accreditato un certo Sam Bacile, qualificatosi come immobiliarista 56enne di fede ebraica. Per la produzione del film, Bacile avrebbe raccolto circa 5 milioni di dollari da oltre cento donatori; tra questi sembra ci fosse anche il discusso pastore americano Terry Jones, noto alle cronache per la sua proposta di incendiare il Corano. Successivamente è emerso che il vero nome di Sam Bacile sarebbe Nakoula Basseley Nakoula e che non si tratterebbe di un immobiliarista ebreo ma di un copto egiziano. Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer. Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek. Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico. Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda. La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

A una settimana da questo nuovo undici settembre, è bene fare una riflessione serena e matura per comprendere cosa spinga le masse islamiche a rispondere con la violenza a un atto che buona parte degli occidentali percepisce come “libertà d’espressione”. Era già accaduto con le vignette satiriche sul profeta Maometto (Muhammad) nel 2005, e a seguito della lectio magistralis di papa Benedetto XVI nel 2006, a Ratisbona, per citare gli episodi più noti. Ma è bene ricordare che cose del genere avvengono ogni giorno, lontano dalle cronache, in tutti i paesi arabo-islamici. L’istinto profondamente intollerante, coltivato dal pensiero salafita-jihadista nei confronti di ogni ragionamento critico su questioni religiose, è costato la vita (e continua a farlo) a decine di fedeli musulmani. Se nella storia del Cristianesimo è stata già affrontata e superata, seppure a caro prezzo, la questione della revisione critica di alcuni concetti religiosi, l’Islam – una fede più giovane rispetto a quella cristiana – non ha invece ancora attraversato questa delicata fase. Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano, che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale. Può accadere dunque che un Bin Laden e un Al-Zawahiri, citando alla lettera alcuni versetti del Corano e soprattutto diversi passi della Sunna – la raccolta dei detti e dei comportamenti in vita di Maometto, il secondo testo sacro dell’Islam dopo il Corano – diventino a loro volta una sorta di al-Azhar per soggetti che si ispirano al salafismo, divenuto oggi e in particolare a seguito delle rivolte arabe l’ala politica e dottrinale dell’azione jihadista. Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro. Due sono i concetti chiave per esaminare la crisi del nuovo 11 settembre, partita dal Cairo e non ancora rientrata.

In primis, il rapporto fra Islam e idolatria. Fin dalla nascita della fede musulmana, il profeta Maometto aveva compreso che una delle principali minacce teologiche al monoteismo era rappresentata dall’idolatria. L’accusa di idolatria è più grave rispetto a quella di miscredenza, in quanto intacca il primo dei cinque pilastri dell’Islam, la professione di fede (shahada), che recita: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”. Da qui il divieto assoluto di rappresentare con immagini o statue non tanto Allah quanto il profeta Maometto, che è anche uomo. La distruzione da parte dei talebani delle due statue di Buddha di Bamiyan, in Afghanistan nel 2001, le violente manifestazioni contro le vignette satiriche nel 2005, la recente distruzione di tombe e mausolei in Libia e, da ultime, le proteste contro il film statunitense, sono solo alcuni fra i più celebri esempi di traduzione in pratica del divieto sopra accennato.

In secondo luogo, bisogna considerare le proteste in base alle circostanze geopolitiche e sociologiche in cui hanno avuto luogo. A oltre un anno dalla cosiddetta “primavera araba”, che per obbligo di correttezza dovremmo cominciare a chiamare “primavera islamista”, il risultato è stato che i vecchi regimi totalitari sono stati sostituiti da governi islamisti chiaramente ispirati alla Fratellanza musulmana. È infatti quest’organizzazione che è riuscita a raccogliere sistematicamente il frutto delle proteste giovanili. Ciò ha creato un terreno fertile per il proliferare delle correnti salafite che, pur esistendo già durante i regimi deposti, ancora non si vedevano. È probabilmente a questo che fa riferimento l’attuale leader di al Qaida nel suo recente messaggio dello scorso 11 settembre, diffuso apparentemente per confermare la morte, avvenuta a giugno, di Abu Yahya al-Libi (il libico), alto leader della storica organizzazione qaidista. “Al Qaida è divenuta oggi un messaggio per la Umma islamica affinché combatta contro l’oppressione crociato-sionista e la corruzione interna”, sostiene lo sceicco egiziano. “Più sangue viene versato tra gli esponenti di Al-Qa’ida, più i loro messaggi e le loro parole si ravvivano”. In quella che è già stata definita la quarta fase di al Qaida si evidenzia il trionfo del jihad della parola (in arabo jihad al-kalam): una lotta non più combattuta con la meticolosa pianificazione di azioni teatrali come quelle del World Trade Center, ma attraverso le parole e dunque con il web, i social media, le manifestazioni, i sit-in e gli slogan. È il modo di al Qaida per dire che ad aver trionfato in queste rivoluzioni non sono né le masse arabe né, tantomeno, gli americani, ma lo spirito del jihad – inteso come lotta dell’intera Umma, la comunità dei fedeli islamici, contro “l’oppressione, la tirannia e l’arroganza occidentale”, che ricorda quanto dichiarato dal profeta Maometto in risposta a una domanda di un suo Compagno su quale fosse la migliore forma di jihad: “Dire una parola di verità al cospetto di un tiranno”. Non a caso, prima di lanciare i loro slogan contro l’America, i salafiti che hanno assaltato le ambasciate al Cairo e a Bengasi dichiaravano all’unisono: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”, innalzando la bandiera nera su cui è riportata questa testimonianza di fede. Proprio tale bandiera è la stessa utilizzata da tutte le formazioni jihadiste per chiedere il ritorno del Califfato: un’unità islamica globale e solidale, in nome dell’Islam come religione e Stato.”

La Francia ferma le proteste

Altro articolo interessante preso da Il sussidiario.

“Mentre nel resto del mondo le proteste per il film Innocence of Muslims pian piano sembrano placarsi,drapeau-france.jpg in Francia un’iniziativa del premier Jean-Marc Ayrault rischia di rinfocolare la tensione. E’ stato disposto il divieto, infatti, di protestare, a Parigi, contro il film ritenuto dai fedeli islamici blasfemo. «È stata presentata una richiesta di manifestazione, ma sarà seguita da un divieto», ha dichiarato Ayrault, facendo presente che la Repubblica non alcuna intenzione di lasciarsi intimidire. Così, mentre il settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha pubblicato oggi diverse vignette su Maometto e per precauzione, venerdì, saranno chiuse decine di scuole e ambasciate in una ventina di paesi islamici, Ayrault ha ribadito che in Francia è «garantita la libertà d’espressione, compresa la libertà di satira». Chi si sente offeso dal film o dalle vignette, ha concluso, potrà rivolgersi ai tribunali. Khaled Fouad Allam, islamologo e profondo conoscitore dei recenti fenomeni relativi al mondo musulmano (ha appena pubblicato Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo. Letture delle rivolte arabe, Marsilio), ci spiega come interpretare la decisione francese.

Che idea si è fatto, anzitutto, della vicenda legata al film e alle successive sommosse?

Da una parte, non possiamo non registrare come il film rappresenti un’offesa per popoli musulmani e per l’Islam, che reputano Maometto persona sacra e inviolabile; d’altro canto, le manifestazioni non sono nient’altro che il frutto di una strategia politica di alcuni movimenti e gruppi radicali che, nel contesto delle primavere arabe, cercano di sfruttare l’occasione per esacerbare i rapporti tra le parti. E’ la prima volta, del resto, che i gruppi in causa si trovano al potere. E sono costretti a confrontarsi con la democrazia, con minoranze, diritti, e diverse religioni.

Chi, in particolare, trae vantaggio dalla situazione?

Siamo in una fase di incognite rispetto al futuro dei Paesi islamici che devono decidere la forma di governo e le istituzioni che assumeranno nei prossimi anni; in un tale scenario di incertezza, i salafiti cercano di creare scompiglio per contare, nel futuro delle società islamiche, il più possibile.

Che impressione le suscita la decisione della Francia?

Forse, sarebbe l’ora che si iniziasse a distinguere, a livello concettuale, la sana laicità dall’esasperazione degli effetti della secolarizzazione. D’altro canto, è pur vero che la Francia moderna si è costituita contro la sua stessa identità religiosa. Sta di fatto che Parigi, fino a pochi decenni fa una delle “capitali” del mondo arabo in occidente, non è più in grado di governare il rapporto tra identità e religione dei suoi abitanti, perché intrappolata in una visione ideologica del concetto di laicità tipicamente francese; tale visione afferma, in sostanza, che la religione deve essere relegata unicamente nella sfera privata. Ovvero, a casa propria. Se questo concetto, di per sé sbagliato, era tuttavia sostenibile a livello pratico fino a trent’anni fa, oggi non lo è più.

Perché?

Il mondo è cambiato, e sotto impulso della globalizzazione la Francia ha al suo interno diverse popolazioni che, ormai, fanno integralmente parte del Paese. Ci sono milioni di persone con la cittadinanza francese che si professano islamici, ma anche buddisti, animisti, indù e via dicendo.

Tornando alla manifestazione: cosa si sarebbe dovuto fare?

La satira è nata nel periodo della Rivoluzione francese, proprio in Francia, dove nessuno mette in discussione la libertà d’espressione. I suoi contenuti possono rattristare un’intera popolazione, ma questo fa parte della stessa democrazia. Ora, se viene accettato un tale principio, coerenza vorrebbe che si accettasse anche il risvolto della medaglia. Che si consentisse, cioè, a chi è contrario, di poter manifestare il proprio pensiero.

Quindi?

Si doveva permettere a chi voleva protestare di farlo. Ovviamente, mettendo in piedi le dovute misure di sicurezza, e consentendo di manifestare unicamente a chi intendeva farlo pacificamente. Vietare la manifestazione, oltretutto, fa il gioco dei salafiti; consente loro di giustificare, in seno alla comunità islamica, l’odio contro l’occidente. Questi episodi, infine, creano sacche di emarginazione e incomunicabilità dentro la nazione.”

Libertà da conquistare

Mi ero detto “basta per oggi”. Ma poi mi sono imbattuto in questo articolo e non ho potuto fare a meno di pubblicarlo, in particolare per i ragazzi di quinta. E’ di Eric Jozsef, pubblicato su Internazionale: parte dalle Pussy Riot, passa per Varlam Šalamov e il muro di Berlino e arriva alla Siria di Assad.

“Condannate a due anni di carcere senza condizionale con l’accusa di teppismo, le tre Pussy Riot Nadežda Tolokonnikova, Maria Alëkhina ed Ekaterina Samutsevič hanno accolto la sentenza con lodevole spirito combattivo e fiducioso. “Qualunque sia il verdetto, stiamo vincendo”, hanno affermato con la convinzione che la storia renderà giustizia alla loro battaglia per la libertà e la democrazia in modo inequivocabile e probabilmente a breve termine. È un atteggiamento che contrasta radicalmente con quello dei dissidenti ai tempi del regime comunista, prima della caduta del muro di Berlino. Durante lo stalinismo (ma anche dopo, per esempio per i membri de la Charta 77 in Cecoslovacchia), l’orizzonte della fine della dittatura era lontano, quasi irragiungibile. Vivevano la lotta come un’esigenza etica e politica, senza neppure immaginare la fine delle loro persecuzioni. Quando Varlam Šalamov è stato mandato nei lager della Kolyma, non pensava di uscirne vivo. Il comunismo sovietico sembrava immutabile e non solo nell’Europa orientale. Erano pochi quelli che profettizzevano la sua implosione e la sua scomparsa.

L’89 ha cambiato radicalmente la prospettiva storica ed è nata una forma di determinismo storico della democrazia (e anche del libero mercato). È quello che ha teorizzato Francis Fukuyama all’inizio degli anni novanta nel suo libro sulla fine della storia, ritenuto uno spiartiacque generazionale e intellettuale. Per la maggiore parte dei cittadini adulti dell’epoca, sia dell’est sia dell’ovest, era impensabile che il muro di Berlino cadesse, scrive Fukuyama. Per quelli nati dopo, invece, era chiaro che il muro un giorno sarebbe caduto, abbattuto dall’inesorabile marcia della storia democratica. Quest’ultima analisi si è in seguito diffusa un po’ ovunque, come se la conquista delle libertà fosse un’ovvietà e un eventuale passo indietro sarebbe stato comunque solo provvisorio.

Questa convinzione è stata rafforzata dalla diffusione dei mezzi di comunicazione, in particolare di internet, che fanno credere che non si può più nascondere niente. È la stessa ottica secondo la quale in queste settimane si scrive che in Siria il regime di Assad è condannato. Che il dittatore di Damasco ha già perso la battaglia. Ma intanto ha già causato la morte di quasi trentamila persone e le recenti violenze nel mondo arabo hanno oscurato i bombardamenti a tappetto nella regione di Aleppo. Siamo così sicuri che Assad cadrà? Abbiamo forse dimenticato che la rivolta dei giovani iraniani dopo le elezioni fraudolente del 2009 è stata repressa nel sangue? Mentre le tensioni crescono in tutto il mondo sarebbe urgente riappropriarsi dell’idea che la storia non è unidirezionale, che le libertà sono sempre dei beni da conquistare e difendere. È ora che l’opinione pubblica, sopratutto in occidente, esca delle sue false certezze.”

 

Endji, ragazza tatara

A volte pubblico dei post lunghetti… Questo è un articolo che è apparso oggi su Limes: parte dalla storia di Endji, una ragazza tartara, per descrivere la situazione dei movimenti radicali islamici in Tatarstan. Mi è sembrato molto interessante.

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“Endji ha solo 23 anni. Attraverso il finestrino guarda i boschi di betulle che si diradano per lasciare il posto alle ciminiere in mattoni rossi e agli enormi blocchi di palazzi bianchi che annunciano la periferia di Mosca. Endji è tatara. È salita poco dopo l’una di notte sul treno che ogni sera collega Kazan’ a Mosca. Non è contenta di aver dovuto lasciare per l’ennesima volta i suoi genitori e il villaggio in cui ha trascorso l’infanzia. Tre anni fa, quando si è trasferita a Mosca per studiare turismo, immaginava un futuro ricco di novità e di opportunità. Ben presto si è accorta che i soldi che i genitori le spedivano mensilmente non bastavano neanche per la sopravvivenza quotidiana. Si è così impiegata come commessa in un negozio di telefoni cellulari. Due mesi fa un uomo è entrato nella rivendita e approfittando di un momento di distrazione della ragazza ha sottratto alcuni telefoni per un valore di circa 2000 euro. Il titolare, che probabilmente ha voluto risparmiare sulle telecamere e sui sistemi di sicurezza, ha incolpato Endji del furto e ha preteso che lavorasse gratis per sei mesi. Endji ha pensato a lungo se restare a Mosca o tornare al suo villaggio, dove il capo difficilmente l’avrebbe cercata. Alla fine ha deciso di accettare il ricatto dell’uomo: Mosca dà comunque più speranze e opportunità di quante non ne offra il Tatarstan. La ragazza guarda malinconica le gocce di pioggia che rigano il finestrino, mentre dietro al vetro le nuvole nere basse e pesanti confondono i contorni degli edifici più alti, quelli di epoca staliniana che hanno ancora la stella rossa sul pennone innalzato al cielo. Endji, come molti altri tatari, considera Mosca una città straniera che si trova lontano, lontanissimo dal Tatarstan e dal suo capoluogo, Kazan’.

Il Tatarstan è una repubblica autonoma grande come la Baviera e facente parte della Federazione russa, abitato da circa 70 nazionalità. I tatari costituiscono il 53% dell’intera popolazione, che ammonta a circa 4 milioni di persone, e i russi il 40%. Seguono poi una miriade di componenti, la più numerosa delle quali è quella dei ciuvasci (circa il 3% della popolazione). A Kazan’ si trovano il parlamento e la residenza del presidente della Repubblica. Dopo l’avvento di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa, l’autonomia del Tatarstan (così come di tutte le altre regioni e repubbliche autonome) è diventata soltanto nominale. All’inizio degli anni Novanta il potere centrale era piuttosto debole e le regioni più periferiche dell’Urss hanno proclamato l’indipendenza: il Tatarstan non ha potuto fare altrettanto perché dista solo 800 km da Mosca e qualsiasi tentativo separatistico sarebbe stato punito dai russi con un rapido intervento militare. Sin dal 2000 Putin ha promosso una forte centralizzazione del paese e Mosca – sempre in preda alla paura della dissoluzione della Russia – controlla severamente tutte le entità politiche autonome. Ovviamente tiene in pugno anche le risorse economiche: l’85% della ricchezza prodotta in Tatarstan finisce nelle casse federali. Il Tatarstan è una delle zone più sviluppate della Russia: l’industria chimica, la lavorazione del legno, l’estrazione del petrolio e le raffinerie costituiscono la spina dorsale dell’economia tatara. Gli abitanti della Federazione considerano lo strapotere e la prepotenza di Mosca cosa normale, anche perché non esiste una vera opposizione in Russia, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa sono strettamente controllati dal Cremlino. I tatari invece sono enormente insoddisfatti. Nel parlamento locale regna incontrastata Russia Unita, il partito di Putin, di cui fanno ovviamente parte anche i principali esponenti della comunità tatara. Un parlamentare che vuole restare anonimo, alla domanda sul perché le élite politiche della Repubblica appoggino Putin risponde: “Se non puoi batterli, ti devi unire a loro. Questo centralismo rende vana ogni autonomia, non potrà durare a lungo”.

I tatari non possono fondare un proprio partito perché una legge voluta dallo stesso Putin vieta la formazione di organizzazioni politiche su base etnica. I tatari convivono pacificamente con i russi ma – a differenza delle altre nazionalità presenti nella Federazione – mantengono una forte connotazione identitaria, da cui deriva anche il malcontento verso le autorità centrali e la refrattarietà nei confronti della propaganda e della politica assimilatoria di Mosca. Le cause di un simile atteggiamento vanno cercate nella storia di questo popolo: giunti nell’area del Volga centrale nel XIII secolo insieme ai mongoli dell’“Orda d’oro”, i tatari si stanziarono nel territorio dei Bulgari del Volga, la cui capitale era Bulgar. Gli attuali tatari considerano i Bulgari i loro diretti antenati, ma una simile tesi non è suffragata da adeguate prove archeologiche e serve soltanto a giustificare una presenza antica su un territorio oggi controllato dai russi. Nel XV secolo, dopo la dissoluzione dell’impero mongolo, i tatari costituirono uno Stato autonomo, il Khanato di Kazan’; in questi anni cominciò a svilupparsi Kazan’, mentre Bulgar decadde completamente. Nel 1552 Ivan il Terribile conquistò Kazan’, cominciarono così i tentativi di russificare la regione, tentativi che proseguirono nei 200 anni successivi. A quei tempi non esisteva l’idea di “nazione” e ciò che divideva russi e tatari era la religione. I russi sono infatti ortodossi, i tatari musulmani (nell’area del Volga centrale l’Islam ha una lunga tradizione: i Bulgari si convertirono all’Islam nel 922 d.C.). Nel 1774 su 536 moschee presenti in tutto il Tatarstan ne vennero distrutte 418. Solo Caterina II capì che non era possibile piegare i tatari e nella seconda metà del ’700 concesse a tutti i popoli presenti in Russia la libertà religiosa. Da allora, i tatari conobbero una fioritura culturale senza precedenti: iniziò infatti una diatriba costruttiva fra gli intellettuali islamici – cioè tatari – sul ruolo dell’Islam nella società dell’epoca: il fenomeno, conosciuto con il nome di Giadidismo (che in arabo significa “Riforma”), portò le élite illuminate non solo a interpretare il Corano, cosa fino ad allora inaudita – ma anche a introdurre nelle scuole musulmane – le madrase – l’insegnamento di materie scientifiche e tecniche. Come accadde in Italia durante l’Umanesimo, la religione veniva separata dai restanti campi del sapere, anche se in Tatarstan continua a ricoprire un ruolo fondamentale: quello di fondare l’identità tatara. Così è nata la nazione tatara e si è sviluppato anche uno spirito nazionalista, che non si è mai colorato di revanscismo ma è stato ed è tuttora assolutamente laico, pronto a dialogare e a cercare la mediazione con Mosca e con il popolo russo. A partire dalla fine ’700 e per tutto il XIX secolo si è aperto anche un dibattito sulla lingua tatara, un idioma turco: fino al XX secolo nella scrittura veniva utilizzato l’alfabeto arabo, agli inizi del ’900 si passò a quello latino e in epoca sovietica venne imposto il cirillico. Pochi mesi fa, il parlamento tataro ha votato una mozione che prevede il ritorno all’alfabeto latino, ma la Duma russa – il parlamento federale – ha bocciato la proposta per paura che l’abbandono del cirillico fomenti una non ben precisata ondata nazionalista volta a ottenere l’indipendenza.

La vita politica tollerante e tranquilla del Tatarstan è stata sconvolta il 19 luglio scorso, quando in un attentato è stato ferito il Mufti Ildus Faizov e contemporaneamente un’altra esplosione ha ucciso il vice Mufti Valiulla Yapukov, un politico molto influente. La polizia ha incolpato le sette wahabite che negli ultimi vent’anni sono fiorite un po’ ovunque nella regione. Dopo la caduta dell’Urss, molti missionari sono arrivati in Russia dall’Arabia Saudita e hanno diffuso gli insegnamenti dell’Islam radicale. In Tatarstan le teorie wahabite hanno un seguito sempre maggiore, soprattutto fra gli strati più poveri della società. I wahabiti riconoscono solo Allah come entità divina (e non per esempio Maometto, che è per loro un uomo come gli altri) e le loro azioni violente prendono di mira esclusivamente i musulmani non wahabiti e non i seguaci di altre religioni. “Se Mosca non prende al più presto delle serie misure repressive nei confronti di questa setta, rischiamo la bosnizzazione della regione. Il Tatarstan diventerà un nuovo Daghestan”, dice Jaroslav Buharev, professore di Storia delle religioni all’università federale di Kazan’. Damir Ishakov, storico e intellettuale di prestigio, sostiene che “wahabismo e sufismo in Tatarstan possono soltanto creare scompiglio e scontri violenti, perché sono nati in società chiuse, senza contatti con l’esterno. Il Tatarstan è invece una regione aperta, multiculturale”. Le élite intellettuali e politiche tatare fanno di tutto per salvaguardare l’eredità del Giadidismo, che 200 anni fa rispose efficacemente alla questione con cui oggi si deve confrontare tutto il mondo islamico: modernizzare l’Islam o islamizzare la modernità? Il governo tataro può fare ben poco poiché l’autonomia della Repubblica è solo nominale. La soluzione deve venire da Mosca, che finora ha solo vietato l’ingresso in Russia ai missionari arabi e ha blindato i luoghi pubblici per paura di nuovi attentati. Molti giovani tatari vanno però a studiare in Arabia e al loro ritorno diffondono fra i connazionali gli insegnamenti dell’Islam radicale. Il vero problema, sostiene Ishakov, è tutto nella politica di Putin: la Russia, e di conseguenza il Tatarstan, non hanno portato a termine il processo di transizione. L’intera Federazione resta sospesa fra comunismo e capitalismo, fra democrazia e dittatura.

Ciò che può davvero contribuire a fermare la radicalizzazione dell’Islam e del nazionalismo religioso tataro è una nuova ed equa politica sociale ed economica: bisogna redistribuire la ricchezza (che in Russia è enorme) fra tutti gli strati della società e lo Stato deve non solo controllare il popolo, ma aiutarlo con un welfare state poderoso ed efficiente. “Gli abitanti della Russia sono ancora sudditi; è tempo che diventino cittadini. È necessario che a Kazan’ come nel resto del Tatarstan si formi una classe media, aperta, illuminista e illuminata, che abbia a cuore le sorti della regione e dell’intero paese”. Solo così, secondo Ishakov, il Tatarstan potrà tornare a rifiorire culturalmente ed economicamente nell’ambito della Federazione Russa e nello stesso tempo evitare odi e scontri interetnici e religiosi. Solo così Endji potrà ripartire da Mosca alla volta del suo villaggio con un biglietto di sola andata.”

 

Satira o blasfemia?

Nel triennio stiamo approfondendo quello che sta succedendo in questi giorni nel mondo islamico. Ecco un articolo su quanto ho segnalato stamattina in alcune classi, magari per riflettere insieme se possa o debba esserci un limite tra umorismo, satira e blasfemia, se tale limite possa essere uguale o diverso a seconda delle religioni, se ci debba essere un rapporto tra laicità dello stato e rispetto delle religioni o, più largamente, delle opinioni, ecc ecc

islam,vignette,proteste,maometto,francia“Mentre ancora il mondo islamico è in subbuglio per il film che attaccava la figura del Profeta Maometto, la situazione potrebbe tornare a incendiarsi. Il settimanale satirico francese Charlie Hebdo infatti ha pubblicato alcune vignette satiriche con soggetto proprio Maometto. Non è la prima volta che succede e anche allora ci furono proteste. Questa volta è intervenuto però anche il primo ministro francese chiedendo a tutti, con riferimento al giornale, senso di responsabilità nell’evitare di provocare i credenti di fede islamica. La replica del direttore del giornale è stata esplicita: le vignette sconvolgeranno solo chi vuole farsi sconvolgere, ha detto. Intanto il sito web della rivista è offline, oscurato da questa mattina all’alba. Si pensa a un attacco da parte di hacker islamici: la polizia francese è stata messa a difesa della sede del giornale che in passato per un episodio analogo fu attaccata e data alle fiamme da estremisti islamici. E’ intervenuto anche l’imam della moschea più importante di Parigi per chiedere ai musulmani di non reagire e di comportarsi in modo sensato, allo stesso tempo si è dichiarato stupito e intristito per quanto pubblicato dal giornale: “Questa pubblicazione rischia di aumentare l’oltraggio percepito nel mondo musulmano, dopo il caso del film islamofobo realizzato negli Usa, ma io mi appello affinché i fedeli non versino benzina sul fuoco” ha detto. Intervento anche del presidente del Consiglio francese di culto musulmano dicendo che la pubblicazione di queste vignette sono un insulto nei confronti del profeta dell’Islam (si vede ritratto in atteggiamenti sessualmente espliciti): condanna per un nuovo atto islamofobico, ma allo stesso tempo ha chiesto ai musulmani francesi di non cedere a quella che ha definito una provocazione. Proprio ieri Al Qaeda ha invitato gli islamici di tutto il mondo a riprendere gli attacchi contro le ambasciate occidentali, che la settimana scorsa hanno causato diversi morti tra cui l’ambasciatore americano in Libia. Folle di migliaia di persone hanno scatenato attacchi dalla Tunisia all’Indonesia.”