Iran verso lo stop alla lapidazione?

Prendo da Nessuno tocchi Caino una bella notizia, speriamo si avveri.

Organi di informazione iraniani riferiscono che la pena di morte per i minorenni e la lapidazione sono stati eliminati dal codice penale della Repubblica Islamica. Prima del recente cambiamento l’adulterio era punibile in Iran con la lapidazione, tuttavia nel nuovo codice penale la lapidazione è stata sostituita dall’impiccagione. In base al nuovo codice, la condanna a morte non può essere emessa nei confronti dei minori di 18 anni o di coloro che non hanno raggiunto lo “sviluppo intellettivo”.
La revisione del codice penale è stata approvata dal Consiglio dei Guardiani, passaggio necessario affinché diventi ufficiale. Tre anni fa, esponenti della magistratura iraniana avevano emesso delle direttive che proibivano l’esecuzione di minori, tuttavia semplici direttive non hanno garantito il completo rispetto in tutti i casi. Gli attivisti per i diritti umani in Iran protestano di continuo contro l’esecuzione di minori e la lapidazione. I minorenni riconosciuti colpevoli di omicidio vengono generalmente condannati a morte dietro richiesta dei familiari della vittima, e la condanna viene sospesa fino al raggiungimento dei 18 anni. L’Iran ha ratificato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo ed il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che vietano la pena di morte per i minori. Fino ad oggi le bambine di 9 anni ed i ragazzi di 15 anni in base al calendario lunare (11 giorni più corto dell’anno solare) sono stati considerati pienamente responsabili dei crimini commessi.
“Nella nuova legge – ha dichiarato il portavoce della Commissione parlamentare di giustizia, Amin-Hossein Rahimi – il limite è stato portato a 18 anni per entrambi i generi e chi ha meno di 18 anni sarà considerato minorenne e condannato sulla base di una legge diversa da quella per gli adulti. Secondo l’esperto di Iran Drewery Dyke, esponente di Amnesty International, le riforme potrebbero invece nascondere qualcosa.
“L’esecuzione in Iran è uno specifico concetto legale. La punizione per omicidio è definita “castigo dell’anima”, ha spiegato Dyke, aggiungendo che i minorenni potrebbero ancora essere uccisi se riconosciuti colpevoli di omicidio. “Hanno anche eliminato la lapidazione per l’adulterio, tuttavia ancora non sappiamo quale tipo di punizione sia stata prevista nella nuova legge. C’è sotto più di quanto appaia, le riforme potrebbero ancora consentire l’applicazione della lapidazione”. (Fonti: iranwpd.com, 10/02/2012; Radio Zamaneh, 12/02/2012; telegraph.co.uk, 13/02/2012)

Ssssss, il silenzio è d’oro

La’ltro giorno, in una III, una studentessa ha presentato l’argomento della libertà di stampa. Ecco un piccolo estratto tratto da un articolo preso dai Rainews24

“Nelle notizie, tutti i membri dell’opposizione vengono descritti come traditori e i martiri trasformati in terroristi legati a bande al soldo di potenze straniere – ha affermato Malathi, giornalista del tg di punta della sera, nella sua prima intervista da quando ha lasciato la Siria – Solo il 10% dei siriani che lavorano nei media ufficiali crede in queste notizie. Un altro 10% simpatizza con la gente. Il resto rimane in silenzio perche’ teme per la propria vita e non vuole perdere il lavoro.”

Qui il seguito

Sull’orlo di una foiba

Preferisco ricordare. Tutto.

foibe.jpgMi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io, camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: “Alt!”. Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull’orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: ara arrivato il momento di morire.

Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mi consegno prigioniero al comando slavo. Vengo deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c’è l’umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all’orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro sghignazzano. Insieme ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell’ex palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un castigo diverso: una bastonata terrificante sull’orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più.

Eccoci a Fianona. Notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in un ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. “Maledetti in piedi!” strilla l’Ercole slavo. Vedo entrare due divise e in una delle due c’è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. “Avanti il più alto”, grida il gigante e mi prende per i capelli trascinandomi davanti alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell’arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba. Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo “Morte al fascismo, libertà ai popoli!”, uno slogan che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento il crepitio dei mitra mi tuffo dentro la foiba. Ero precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Riuscii a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All’improvviso le mie dita afferrano una zolla d’erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. L’unico italiano, ad essere sopravvissuto alle foibe. Si chiamava Giovanni, “Ninni” per gli amici. È morto in Australia qualche anno fa.”

(da: Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, A. Mondatori, Milano 1999).

Ergastolo a Duch

Prendo da Asianews. Ne abbiamo parlao in classe. A chi sia interessato ricordo che ho il dvd su S-21 in cui viene intervistato Van Nath, citato in questo articolo.

Phnom Penh (AsiaNews) – Il tribunale Onu per i crimini di guerra in Cambogia ha respinto oggi l’appello presentato dai legali di Kaing Guek Eav – meglio conosciuto come compagno Duch – commutando in ergastolo la pena a 30 anni di galera inflitta in primo grado. Nel proclamare la sentenza Kong Srim, presidente della Corte, ha sottolineato che i giudici hanno deciso di “comminare la pena del carcere a vita” perché i “crimini commessi […] sono indubbiamente fra i peggiori registrati nella storia dell’uomo”. E per questo l’ex comandante della famigerata S-21, il carcere di Tuol Sleng a Phnom Penh, merita “la pena più elevata possibile”. Centinaia di cambogiani – molti dei quali sopravvissuti al genocidio perpetrato dai Khmer rossi – hanno assistito al verdetto finale del procedimento. Il 69enne compagno Duch, il solo ad aver ammesso le proprie colpe e aver chiesto perdono, dopo un lungo cammino che l’ha spinto anche a convertirsi al cristianesimo, è stato arrestato nel 2010 e condannato a 30 in primo grado. Nella S-21 sono morte fra le 15mila e le 17mila persone, per fame, stenti, torture o esecuzioni sommarie. Egli ha appellato la sentenza, affermando che era “solo” un ufficiale di seconda fascia, costretto a seguire gli ordini impartiti dai leader Khmer rossi nel “timore di venire ucciso”. Tuttavia, i giudici non hanno creduto alle sue parole e hanno aumentato l’iniziale pena a 35 anni, poi ridotta a 30, comminando il carcere a vita.

Alla caduta del regime dei Khmer rossi il 7 gennaio 1979, con l’invasione di Phnom Penh delle truppe vietnamite, solo sette persone sono riuscite a fuggire dalla prigione, riuscendo a salvarsi e raccontare poi i drammi patiti in carcere. Fra questi vi era il famoso artista Van Nath, che è riuscito a salvarsi dipingendo ritratti di Pol Pot, del compagno Duch e altri leader dei movimento maoista. Le sue celebri opere hanno inoltre documentato un drammatico spaccato della vita nelle celle e delle quotidiane torture inflitte a uomini, donne, bambini e neonati massacrati senza pietà alcuna. Egli è morto il 5 settembre 2011 all’età di 66 anni.

La Cambogia porta ancora le ferite della dominazione dei Khmer rossi guidati dal sanguinario Pol Pot, che ha governato il Paese dal 1975 al 1979 seminando morte e distruzione. In pochi anni il regime ha eliminato – per fame o nei famigerati Killing Fields, campi di sterminio alle porte di Phnom Penh – quasi due milioni di persone (circa un quarto della popolazione). Molte delle vittime erano intellettuali, medici, insegnanti ed esponenti dell’elite culturale. Al momento è in corso un secondo processo contro altri tre leader Khmer rossi: Nuon Chea, conosciuto con il soprannome di “Fratello numero due”; Khieu Samphan, ex capo di Stato della Kampuchea Democratica; Ieng Sary, ex ministro degli Esteri del regime. Tuttavia i critici sottolineano che il Tribunale Onu, criticato per corruzione e inefficienze, ha colpito – in parte – solo i simboli del regime ma non ha garantito vera giustizia al popolo cambogiano. Pol Pot è morto nel 1998 per malattia e non ha mai subito processi né incriminazioni per le atrocità commesse sotto il suo comando. Inoltre, molti dei vecchi funzionari di secondo piano e vecchi quadri del movimento maoista sono ancora oggi liberi e in molti casi ricoprono importanti ruoli di governo.

Memorie

Per i ragazzi di quinta ( e per chi lo volesse) il materiale delle dispense viste in classe, quello sulla shoah e quello sui gulag. Non ho avuto tempo di correggere sviste ed errori 🙂

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

GULAG.doc

Burleigh a Percoto

Ieri a Percoto c’è stata la consegna dei premi Nonino. Uno dei premiati è stato Michael Burleigh. Appena riesco compro il libro che appare verso la fine di questa intervista molto interessante presa da Rai News.

Il mio dovere

Prendo dal sito di Avvenire un articolo di Riccardo Michelucci in cui si racconta la storia dell’iraniano Sardari che riuscì a salvare centinaia di ebrei dalle mani naziste.

Abdol-Hossein-Sard_2091010b.jpgEra il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio. Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati Djuguten, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli “esperti” di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca. Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Sardari è uno dei tanti eroi rimasti a lungo nell’oblio, com’accaduto ad Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e a tanti altri. Il primo a ricostruire la sua vicenda, una decina d’anni fa, è stato suo nipote Fereydoun Hoveyda, anch’egli un noto diplomatico (partecipò tra l’altro alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948). Sono stati i suoi ricordi a innescare il lavoro di Fariborz Mokhtari, ricercatore al Centro di studi strategici sul Vicino Oriente di Washington, che è recentemente confluito nel libro Lion’s Shadow, appena uscito in inglese.
Quella di Sardari è una storia degna di un copione cinematografico: dopo l’invasione della Francia, a lui si rivolse la comunità degli ebrei iraniani che viveva a Parigi. L’Iran, ufficialmente neutrale, aveva interesse a mantenere rapporti commerciali con la Germania e i nazisti avevano dichiarato l’Iran una nazione ariana e compatibile, dal punto di vista razziale, con la Germania. Il diplomatico usò allora la sua influenza e i contatti per esentare i suoi connazionali di religione ebraica dalle leggi razziali, sostenendo che i cosiddetti
Djuguten non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Richiamato in patria nel 1941 dopo l’invasione anglo-sovietica dell’Iran, decise di rimanere in Francia al loro fianco, senza stipendio e senza protezione, per proseguire il suo piano e salvare centinaia di esseri umani. Come Eliane Senahi Cohanim, che aveva solo sette anni quando riuscì a scampare alla deportazione insieme alla sua famiglia, grazie ai passaporti falsi e ai documenti di viaggio forniti da Sardari. «Mio padre ripeteva sempre che se ce l’abbiamo fatta è stata solo per merito suo», ricorda la donna, ormai quasi ottantenne. Tra le tante testimonianze e gli inediti d’archivio citati o riprodotti nel libro di Mokhtari, c’è anche la lettera con la quale Eichmann definisce la tesi di Sardari «il solito trucco degli ebrei», un documento citato anche negli atti dello storico processo all’architetto dell’Olocausto. Ciononostante, per decenni la Storia si è dimenticata di un eroe politicamente scorretto sia per gli arabi che per gli ebrei, e a lungo si è cercato di cancellarne la memoria. Nel dopoguerra Sardari non ricevette alcun riconoscimento, mentre la rivoluzione khomeinista lo spodestò della pensione e di tutte le sue proprietà, facendolo morire povero e sconosciuto a Londra, nel 1981.
«Non ho fatto nient’altro che il mio dovere, che era quello di salvare gli iraniani. Tutti, anche quelli di fede ebraica», ebbe modo di spiegare. Prima di essere celebrato in questo libro, il suo coraggio era stato ricordato nel 2004 con un riconoscimento postumo conferito dal Centro Simon Wiesenthal. Invece il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, anche a causa delle tensioni tra Israele e Teheran, non ha ancora deciso di annoverarlo tra i “Giusti dell’Islam”. Eppure la sua vicenda, figlia di una cultura millenaria del rispetto e della tolleranza, rappresenterebbe una risposta chiara e inequivocabile al negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad.

 

Il Comandante

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Prendo dal sito di Ferdinando Camon la sua riflessione su quanto successo all’isola del Giglio.

“Cosa dice il comandante della Costa Concordia in segreto, come se parlasse a se stesso, quando il disastro è ormai chiaro, la nave è squarciata e imbarca acqua, ogni pericolo si fa reale, morti, dispersi, affondamento, inquinamento, che cosa dice? Solo, in disparte, col cellulare in mano, sta parlando con un amico lontano, e uno dell’equipaggio lo sente mormorare: “Stavolta perdo tutto, la mia carriera finisce qui”. Cosa vuol dire “tutto”? Il comando. Questa è una tragedia causata dall’“ebbrezza del comando”. Un comando assoluto, com’è quello di un capitano sulla nave. Un comando al quale si può sottrarsi col più traumatico e pericoloso dei modi: l’ammutinamento. È per mostrare il comando, l’ebbrezza del potere, che il capitano ha guidato la nave fin sopra gli scogli. Fino a 900 metri dalla costa la nave fu guidata dagli strumenti, a 900 metri il capitano afferrò il timone (che qui è un joystick) dicendo: “Adesso comando io”. E puntò verso la riva. La distanza dalla riva quand’è avvenuto l’urto sulla punta aguzza dello scoglio è stata misurata ieri: si tratta di 92-96 metri. Una sfida mortale. Un record. Il comandante voleva firmare questo record. In una di quelle case doveva esserci (ma in quel momento non c’era) un altro comandante come lui, che era stato il suo precedente comandante, su una nave sorella di questa. Era una specie di “visita a domicilio”. Uno dei piaceri che dà il potere è questo: poterlo mostrare. L’esibizionismo. Tra potente e potente si crea un legame di clan, fatto di omaggi. Chi seleziona i candidati al comando è questo che dovrebbe esaminare: se il candidato pecca di questo peccato, il vanto del potere. Se ha questo peccato, è pericoloso per coloro su cui ha potere. A un certo punto qui s’impose la scelta: conservare l’orgoglio e lasciar perdere tutto, o umiliarsi e salvare le vite altrui. Il comandante fece la prima scelta. Per 40 minuti mentì a tutti, dichiarando che non c’erano pericoli. Se avesse ammesso l’errore e il dramma, e dato l’ordine di evacuazione, i marinai dicono che si sarebbero potuti salvare tutti, perché si sarebbero calate le scialuppe da ambedue le murate, ancora dritte. Ma quanto più alto è l’esibizionismo del potere, tanto più difficile è piegarsi all’umiliazione, ammettere l’errore, contraddirsi. Qui il capitano non lo fece mai. L’equipaggio ha una doppia obbedienza: una al comandante e l’altra alla nave e a chi c’è dentro. La seconda obbedienza sta al di sopra della prima. Un gruppo di ufficiali in seconda decise l’evacuazione 13 minuti prima che la decidesse il capitano. Quando un comandante sbaglia palesemente e gravemente, qualunque soldato può disobbedirgli. Nei film vediamo comandanti ubriachi rivelare ordini segreti nell’imminenza di un’operazione, e la ronda arrestarli. La ronda è composta di soldati semplici. Sulla “Concordia”, il gruppetto di ufficiali in seconda che prese decisioni in contrasto col comandante superiore, tecnicamente commise un ammutinamento. Ma poteva e doveva farlo. Visto che il comandante aveva abbandonato il posto di comando, e si era messo in salvo su una scialuppa, la Capitaneria di porto lo degradò, impartendogli ordini: “Torni sulla nave”. Il comandante non obbedì, preferì tenersi in salvo. Anche questo è un ammutinamento. Questo naufragio del Giglio è segnato da due ammutinamenti. Ma tra i due ammutinamenti c’è una differenza: quello degli ufficiali in seconda fu commesso per eroismo e altruismo, quello del comandante per viltà. A qualcuno son tornati in mente altri naufragi, come il Titanic e l’Andrea Doria. Ma non c’è paragone possibile. L’iceberg che squarciò il Titanic non era certo segnato sulle carte, e il comandante dell’Andrea Doria rimase sul ponte di comando anche dopo che tutti avevan lasciato la nave. I suoi ufficiali dovettero tornare indietro e portarlo via con la forza.”

Mare al mattino

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Ho appena terminato di leggere tutto d’un fiato “Mare al mattino”, l’ultimo libro di Margaret Mazzantini, il regalo di Natale che ho fatto a mia moglie. Mi sono commosso. Parla della Libia, parla della Libia del passato e della Libia del 2011, della Libia dei libici e della Libia degli italiani, parla del Mediterraneo, di quel mare da attraversare, di un mare che può essere vita e speranza ma anche morte e disperazione. Dopo una mezz’ora passata a lasciare decantare le ultime pagine del libro ho sfogliato la rivista Dimensioni Nuove che mi è arrivata ieri per posta e ho trovato un articolo di Patrizia Spagnolo, di cui riporto una parte:

“Ritrovati a bordo di un peschereccio i corpi senza vita di 25 ragazzi morti per asfissia nella sala macchine dell’imbarcazione. Un altro passeggero sarebbe invece stato gettato in mare dopo una colluttazione durante la traversata (1 agosto 2011, Ansa).

Sbarco in Sicilia, tra Sciacca e Ribera, ritrovato morto uno dei passeggeri, un ragazzo egiziano di 15 anni, probabilmente ucciso dall’elica del motore (24 giugno 2011, Repubblica).

Linosa, ritrovato un cadavere tra gli scogli. Probabilmente è uno degli oltre duecento dispersi del naufragio del 6 aprile (13 aprile 2011, Ansa).

Imbarcazione si rovescia in mare durante un’operazione di soccorso a causa del mare in tempesta, a 39 miglia al largo di Lampedusa. Disperse in mare almeno 213 persone, tra cui molte donne e bambini (7 aprile 2011, Repubblica).

Ci fermiamo. L’elenco è incredibilmente lungo, lo potete trovare su Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande (fortresseurope.blogspot.com) che documenta la morte in mare dal 1988 ad oggi di quasi 18 mila persone, di cui oltre 2 mila nel 2011, basandosi sulle notizie negli archivi della stampa internazionale. Ma il numero è decisamente maggiore, e per quantificarlo bisognerebbe raccogliere le testimonianze di mamme, mogli, figlie, sorelle di coloro che non hanno più fatto ritorno dal lungo viaggio intrapreso verso l’Europa e di cui si sono perse le tracce… Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ragazzi, giovani. Per tutto il 2011, quasi ogni sera la Tv dava notizia di morti in mare durante il disperato viaggio verso il benessere, il consumismo, le grandi opportunità. O verso un luogo che li proteggesse da persecuzioni, guerre, carestie. Mentre cenavamo scorrevano le immagini di naufraghi recuperati, di barconi sfasciati, di effetti personali a galleggiare sull’acqua, di bambini presi in braccio dai soccorritori… “Poveracci”, commentavamo. Poi cambiavamo canale e la nostra attenzione veniva subita accalappiata da qualche reality show o film. Lo spettacolo deve andare avanti.

… In una lettera pubblicata sul Corriere della sera il 4 giugno scorso, Claudio Magris sottolineava come queste tragedie siano ormai diventate una cronaca consueta cui abbiamo fatto il callo. Consueta al punto da non destare più emozioni collettive. “Questa assuefazione che conduce all’indifferenza – scrive – è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. Forse una delle più grandi miserie della condizione umana – continua Magris – consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali”.Reali per pochi giorni, il tempo che le notizie spariscano dai giornali. E, con esse, la nostra angoscia, cui non è stata data la possibilità di esprimersi e tradursi nel bisogno di non farsi scivolare addosso certi fatti, per sentirsi ancora “vivi” e capaci di emozioni. Quelle emozioni che trascinano verso la solidarietà e la partecipazione.”

Indigeni-Chevron 1-0 (per ora…)

Prendo questo articolo di Tancredi Tarantino: si parla del processo intentato contro la Chevron-Texaco in Ecuador.

laoilboyfinal.jpgLa corte d’appello di Sucumbios, nell’Amazzonia settentrionale dell’Ecuador, lo scorso 4 gennaio ha confermato la condanna inflitta in primo grado a Chevron-Texaco per i danni ambientali causati in quasi trent’anni di sfruttamento petrolifero. Una multa da 8.641 milioni di dollari, a cui si aggiunge un 10 per cento a titolo di risarcimento in favore delle popolazioni indigene e l’obbligo imposto al colosso statunitense di chiedere pubblicamente scusa se non vuole vedersi raddoppiata la condanna. Secondo quanto ribadito dai giudici, dal 1964 al 1992 la Texaco, in seguito acquistata da Chevron, ha sversato circa 80 miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e scarti di petrolio nei fiumi della foresta ecuadoriana, decimando comunità indigene e culture ancestrali e modificando per sempre un patrimonio unico di biodiversità. Alla lettura del pronunciamento della Corte esulta l’Asamblea de afectados, il comitato vittime che ha promosso la class action, mentre il loro avvocato Pablo Fajardo, premiato nel 2007 dalla Cnn come eroe dell’anno per la battaglia legale portata avanti in Amazzonia, pensa già al prossimo passo. “Useremo tutti gli strumenti legali a nostra disposizione per rendere esecutiva la sentenza – dichiara entusiasta Fajardo – attraverso il sequestro delle raffinerie, il congelamento dei conti corrente all’estero e degli attivi di Chevron”.

Di segno opposto la reazione della compagnia californiana che, attraverso un duro comunicato stampa, fa sapere che la sentenza è soltanto un esempio “della corruzione del sistema giudiziale ecuadoriano”, negando peraltro che l’Ecuador sia uno Stato di diritto.

Un affondo che filtra tra le fitte fronde dell’Amazzonia ecuadoriana. “E’ una vittoria dell’umanità – ribatte un commosso Luis Yanza, fondatore del Fronte di difesa dell’Amazzonia e coordinatore del comitato vittime – una vittoria di tutti contro un gigante che ha investito milioni di dollari per distruggere il paese e questo processo, tentando di corrompere giudici e depistare le indagini”. Rompe il silenzio anche il presidente Rafael Correa, dopo mesi di no comment per non influenzare il giudizio della Corte. “ È una lotta di Davide contro Golia” dichiara soddisfatto il capo di Stato, complimentandosi per la vittoria degli indigeni “nonostante le forze impari messe in campo”.

La partita non è ancora chiusa e Chevron farà certamente di tutto per delegittimare il processo e, con esso, il sistema giudiziario del piccolo paese andino. Ma la favola dei trentamila indigeni che portarono in giudizio una delle sette sorelle del petrolio costringendola al risarcimento e alle pubbliche scuse si fa sempre più realtà.

Corea del Nord. E ora?

Estratto del comunicato odierno di Amnesty dopo la morte di Kim Jong-il, leader della Corea del Nord. L’intero comunicato lo trovate qui.

La morte del leader nordcoreano Kim Jong-il e l’assunzione del potere da parte del figlio, Kim Jong-un,054702777-2ea7fee8-685e-422f-a505-85ac35599b68.jpg presentano un’importante opportunità per migliorare il catastrofico primato del paese in tema di diritti umani, secondo quanto dichiarato oggi da Amnesty International. ‘Kim Jong-il, come suo padre prima di lui, ha lasciato milioni di coreani intrappolati nella povertà, senza accesso a cibo sufficiente e a cure mediche, e centinaia di migliaia di persone detenute in brutali campi di prigionia’ – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. ‘Con questa transizione, speriamo che il nuovo governo si allontani dalle politiche orribili e fallimentari del passato’. Tuttavia, recenti denunce ricevute da Amnesty International suggeriscono che il governo nordcoreano abbia epurato centinaia di funzionari, considerati una minaccia per la successione di Kim Jong-un, mettendoli a morte o destinandoli ai campi per prigionieri politici. ‘Le informazioni che abbiamo ricevuto nell’ultimo anno lasciano intendere che Kim Jong-un e i suoi sostenitori cercheranno di consolidare il loro nuovo ruolo intensificando la repressione e stroncando ogni possibilità di dissenso’ – ha aggiunto Zarifi.

La terra rende

“Movimento terra nei cantieri. Spaccio di cocaina. Gestione dell’ortofrutta. Night Club. Diversificare sembra la priorità della ‘ndrangheta in Lombardia, che ha visto chiudersi con oltre 100 anni di condanne il suo processo lombardo, “Infinito”. Tra tutte le attività, una di quelle prevalenti è il movimento terra per lavori pubblici e privati.” Questa è l’introduzione de Linkiesta a un articolo di Giovanni Tizian sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Milano. L’articolo è lunghetto ma serve quantomeno a farsi un’idea…

Occhi che parlano

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Ieri sera sono stato nel Salone d’Onore del Municipio di Palmanova a sentire la storia di Eugenio. Eugenio è il papà di una mia compagna di squadra ed è allenatore di pallavolo. L’anno scorso, insieme alla moglie Tiziana e a due amici Anna e Mario con il piccolo Matty, ha fatto un viaggio in Uganda. Lì ha conosciuto molte realtà locali fuori dalle rotte tradizionali del turismo. Una di queste è stata Kisenyi, un villaggio sul lago Edward. Qui ha visitato la locale scuola e si è innamorato degli occhi dei bambini, del loro sorriso, delle loro smorfie, delle loro lacrime, che parlano e fanno riflettere. Ha visto le condizioni della scuola, ha parlato con i maestri e una volta tornato in Italia ha pensato di fare qualcosa di concreto per aiutare Kisenyi. Eugenio è appassionato di fotografia; ha quindi creato un semplice book fotografico che ora sta presentando per il Friuli e ha fondato una Onlus per raccogliere fondi e ristrutturare quattro aule della scuola. Qui trovate maggiori notizie www.onluskisenyi.com. Appena ci organizziamo un attimo lo invito a scuola per farvi conoscere una persona normalissima che ha deciso di fare qualcosa di speciale… Dice Eugenio: “Sarà una goccia nell’immenso lago Edward ma vi assicuro che ne basta una per veder sorridere chi non ha nulla… e nonostante tutto ci sorride!”.

Monaci tibetani in manette

“Monaci ammanettati, trascinati via con la forza da poliziotti in tenuta anti-sommossa. E poi i cartelli appesi al collo, con sopra scritto nome e “crimine”: sono questi i metodi che il governo comunista cinese utilizza per cercare di fiaccare lo spirito di coloro che resistono all’invasione culturale del Tibet da parte del regime di Pechino.” E’ un estratto dell’articolo di Asianews, con relativo reportage fotografico. Ecco il link

Chiara e Francesco

Prendo da Avvenire un articolo di Roberto I. Zanini su san Francesco e santa Chiara.

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 Chiara e Francesco? Molto diversi da come li presenta la vulgata che si è affermata con film, libri, fiction e canzoni. Se proprio abbiamo bisogno di immagini è «meglio affidarsi all’iconografia giottesca di Assisi». Nei fatti, sottolinea la medievista Chiara Frugoni, autrice per Einaudi, del libro Storia di Chiara e Francesco «sono due persone che hanno avuto una vita piena di sofferenze, di incomprensioni. Vivono per un progetto che riescono a realizzare solo in parte. Il Francesco degli ultimi anni, cieco, provato dalle malattie» sfigurato nel volto, quantunque trasfigurato dalle stimmate, «è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si immagina. Comincia in maniera gioiosa con l’idea di mettere in pratica il Vangelo, insieme ai compagni di sempre, gente entusiasta e di alto livello. Poi arriva il successo, il numero dei frati aumenta a dismisura e il livello di spiritualità e volontà di sacrificio si abbassa, iniziano le divergenze e le divisioni».

Vuole dire che il “francescanesimo” pensato da Francesco non è quello che si realizza? «Per esempio, nella prima regola (quella non approvata) si afferma, lo ricordo a senso: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella regola del ’23 (quella approvata), è il contrario: possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti. E non c’è più il concetto del “vivere fra i saraceni”».

Un’idea tanto innovativa da riemergere solo con personaggi come Charles de Focauld, sette secoli dopo. «Francesco pensa a una vita fra i musulmani in reciproco rispetto. Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio. Per lui è l’esempio nella carità che diventa lievito. E aveva stima degli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, di ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di persone che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera».

Gli ultimi sono anni difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. «Era disperato, solo, con poca stima dei compagni. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani».

È il racconto famoso del Santo che per tre volte apre il Vangelo. «In realtà i racconti sono due. Secondo Tommaso da Celano per tre volte lo apre alla pagina del Getsemani a conferma di dover bere al calice della volontà di Dio, che si materializzano nelle stimmate. Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio racconta il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo».

Diceva di una vita piena di sconfitte. «Dal punto di vista dello storico certamente. Una vita triste, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori. Chiara vede approvata la sua regola solo il giorno prima di morire e non è la stessa che lei voleva… È la grande spiritualità dei due santi a volgere tutto in gioia».

Che rapporti c’erano fra i due? «Una profonda intesa spirituale. Chiara giovinetta vede in Francesco l’immagine stessa del suo futuro. E colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro. Resiste alle pressioni di Gregorio IX. Dopo la morte di Francesco si affida a frate Elia che però si schiera con Federico II e viene scomunicato. Trova appoggio nella principessa Agnese di Boemia divenuta monaca, ma il Papa obbliga Agnese a non seguire Chiara. Alla fine diventa la prima donna a scrivere una regola solo per le donne. Anche se dopo la sua morte Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste».

Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa? «Identica. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne. Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata».

Poi, anche lei trova enormi difficoltà. «Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente».

È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco. «Tornando al dialogo con le religioni, invita a cercare i punti che avvicinano, non quelli che allontanano. Ai musulmani, come a tutti, chiede di fare frutti degni di penitenza, intesa nell’accezione evangelica di conversione, perché solo ripensando le proprie scelte si possono trovare punti di contatto. Fa conoscere i concetti di solidarietà e di ascolto, con l’idea di dare la giusta importanza al punto di vista dell’altro».

Due cose totalmente mutuate dai Vangeli. «La vera modernità è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale».

Il Dio del Novecento

Segnalo a chi fosse interessato l’incontro “Il Dio del Novecento”. Raniero La Valle presenta il libro “Quel nostro Novecento – Costituzione, Concilio e Sessantotto: le tre rivoluzioni interrotte”. Centro Balducci di Zugliano Lunedì 12 dicembre ore 20.30

Nella terra di nessuno

Nella tristezza leggo questo articolo preso da PeaceReporter.

marc3adaentierradenadie4.jpgMarcela Zamora, cineasta salvadoregna, per quattro volte ha percorso con la sua macchina da presa il cammino che ogni anno migliaia di donne centro-americane intraprendono per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti, attraversando 5.000 chilometri di territorio messicano, terra di nessuno, alla mercé di banditi, trafficanti e poliziotti corrotti. La maggioranza dei migranti che compiono questo viaggio sono donne, secondo il Tavolo nazionale per le migrazioni del Guatemala: per loro è quasi una certezza l’ipotesi di diventare vittime di stupro. Stando alle stime di Argan Aragon, sociologa della Sorbona, “sei, otto donne su dieci vengono violentate” durante il tragitto messicano. Il documentario realizzato dalla Zamora si intitola “Maria en tierra de nadie” ed è una raccolta di testimonianze di questa tragedia. Prima di partire le donne, consce del pericolo, fanno incetta di anticoncezionali. Se è praticamente impossibile convincere uno stupratore ad indossare un preservativo, molto più sicuro è un’iniezione di Depo-Provera, un composto anti-concezionale costituito da un solo ormone, il medroxiprogesterone, che ha un’efficacia del 97 percento. Il farmaco, facilmente acquistabile nelle farmacie del centro-America, è ormai così comune tra le migranti da essere stato ribattezzato “l’iniezione anti-Messico”. Ma le Ong statunitensi ne denunciano la pericolosità per la salute. E inoltre non protegge da Hiv e dalle altre malattie veneree. Oltre al Depo-Provera, le migranti ricorrono anche ai “maridos”, i mariti, ossia uomini anch’essi diretti negli Usa che in cambio di prestazioni sessuali offrono la loro protezione e quindi la speranza di poter realizzare il sogno di una vita migliore.

La raccolta delle clementine

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Non posto tutto l’articolo perché lunghetto, lo trovate qui. Si racconta di sfruttamento, ‘ndrangheta, clementine (sì, sì, i frutti), immigrazioni, omertà, sopravvivenza…

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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E’ il 25 novembre 1960: le sorelle domenicane Mirabal, Patria, 36 anni, Minerva, 34 anni, Maria Teresa, 24 anni, si recano in prigione a far visita ai mariti delle due sorelle minori. Il marito di Patria è rinchiuso in un carcere diverso. Gli agenti del Servizio Segreto militare le fermano, le portano in un luogo nascosto, le torturano, le massacrano di botte e le strangolano. I tre corpi vengono messi nella loro auto che viene fatta precipitare in un burrone per simulare un incidente. Per conoscere meglio la storia delle sorelle che hanno combattuto contro la dittatura(1930-1961) del dominicano Rafael Trujillo, con il nome di battaglia Las Mariposas (Le farfalle), consiglio questa pagina. Dal 1999 il 25 novembre, per volere dell’ONU, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Qui sotto posto un video che arriva da Genova.

Fuori dal dimenticatoio

Per non dimenticare quanto successo nel 2008. Prendo da Asianews.

Pechino (AsiaNews/Rfa) – A tre anni dallo scandalo del latte in polvere alla melamina,news35998.jpg centinaia di bambini rimangono affetti da malattie ai reni. Test pagati in privato – dato che il governo vieta agli ospedali di aiutare le famiglie delle vittime – mostrano che i bambini presentano calcoli ai reni e molti di essi hanno sangue nelle urine. Zhao Lianhai, papà di uno dei 300 mila bambini colpiti dal latte alla melamina, ha lanciato una campagna per sottomettere i piccoli a nuovi test per vedere il decorso della malattia. Lo scandalo è scoppiato nel 2008, quando si è scoperto che il latte in polvere per l’infanzia di diverse ditte venditrici conteneva un alto tasso di melamina, usato per innalzare il livello di azoto presente nel latte, facendo credere che esso è ricco di proteine. A causa del suo uso, sette bambini sono morti e altri 300 mila sono rimati affetti da calcoli ai reni. Il governo ha arrestato Zhao Lianhai condannandolo a due anni e mezzo di prigione per “disturbo dell’ordine pubblico” e lo ha rilasciato solo lo scorso novembre per problemi medici. Le autorità hanno anche proibito a ospedali, medici e avvocati di farsi paladini delle richieste di risarcimento dei genitori. L’associazione dei genitori, con a capo Zhao Lianhai, ha raccolto donazioni per 100mila yuan (circa 10mila euro) e con questi soldi ha iniziato a compiere test medici sui bambini malati. La madre di un bambino di Lushan (Sichuan) ha detto che il suo piccolo ha iniziato ad avere sangue nelle urine; un altro ha dichiarato che suo figlioletto ha molti calcoli a entrambi i reni; un altro piccolo continua da tre anni ad avere acidità nelle urine, con due piccoli calcoli ai reni. “I medici – essi affermano – ci dicono che non vi sono trattamenti per migliorare la loro salute”. Dopo lo scoppio dello scandalo, Pechino ha arrestato 21 persone. Due di esse sono state condannate a morte. Il governo afferma che tutto il latte alla melamina è stato distrutto, ma ogni tanto emergono notizie di prodotti ancora inquinati.