La leggenda della “zingara rapitrice”

34711. ROMA-ADISTA. La ‘zingara rapitrice’? Un mito senza alcun fondamento: questi i risultati di una ricerca presentata lo scorso 10 novembre presso Radio Vaticana dalla Fondazione Migrantes. La ricerca, commissionata dalla Fondazione al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona, si è articolata in due diversi studi: il primo – a cura di Carlotta Saletti Salza e ancora in corso di pubblicazione – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione a famiglie gagé (così i romanì chiamano i non romanì); il secondo – a cura di Sabrina Tosi Cambini, già edito con il titolo La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – incentrato sui presunti casi di tentata sottrazione di minori gagé da parte di rom.

I risultati sorprenderanno, forse, quanti in questi mesi hanno cavalcato l’“isteria collettiva” che ha portato, tra l’altro, al pogrom di Ponticelli (v. Adista n. 43/08): sui quaranta casi presi in esame da Sabrina Tosi Cambini nessuno si è concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona (ci sono sì tre condanne, ma per tentato sequestro o tentata sottrazione di minore). Nessun bimbo gagiò scomparso è stato mai trovato tra rom o sinti. Il dato è sconcertante, ha affermato nel corso della conferenza stampa mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale della Migrantes, “non tanto in riferimento agli zingari, quanto in riferimento a chi punta il dito verso di loro”: “Sarebbe reato, crimine infamante rapire un bambino, ma non meno infamante e criminoso è attribuire a qualcuno questa infamia senza averne le prove; atto criminoso forse non giudiziariamente perseguibile, che tuttavia grava pesantemente sulla coscienza”. Risultato ancor più inquietante se confrontato con i dati emersi dalla ricerca condotta da Carlotta Saletti Salza: “La scelta – spiega la ricercatrice – è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità registrati presso le sedi dei tribunali minorili”. L’analisi mostra la facilità con la quale “la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura ‘altra’ potesse fare del male al bambino”. “L’intervento di tutela operato in molti contesti – continua la ricercatrice – diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom”. “L’antropologia – ha scritto il coordinatore della ricerca Leonardo Piasere nella presentazione al volume La zingara rapitrice – insegna da tempo che spesso una società crea dei miti che rappresentano il contrario di quanto avviene nella realtà”. “Il mito della zingara rapitrice fa pendant con un’altra denuncia, quella di rom e sinti che si vedono ‘sottratti’ i figli dai gagé. Ma quello non è un mito, è una realtà: inquietante e perciò censurata dai gagé e trasfigurata nel suo contrario: la zingara rapitrice”.

Anche il mensile Confronti ha ritenuto necessario, “in questo periodo di ‘strana euforia securitaria’”, un approfondimento sul tema e, con la collaborazione del Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), ha realizzato un dossier, Mamma li zingari!, allegato al numero di ottobre: “Questo dossier – spiega il direttore di Confronti, Gian Mario Gillio -, è un breve viaggio alla scoperta di un popolo ricco di tradizioni, musiche, storie, e che da tempi lontani abita il nostro Paese, ma non solo: un popolo di pace, che non ha mai fatto la guerra a nessuno”. (ingrid colanicchia)

Immigrazione

Il tuo Cristo era ebreo
La tua scrittura è latina
I tuoi numeri sono arabi
La tua democrazia è greca
Il tuo player musicale è giapponese
Il tuo pallone è coreano
La tua playstation è di Hong Kong
La tua camicia è thailandese
Le tue stelle del calcio sono brasiliane
Il tuo orologio è svizzero
La tua pizza è italiana

E tu pensi ai lavoratori immigrati come stranieri da disprezzare?

70 anni fa la Notte dei Cirstalli

Con il pretesto dell’uccisione a Parigi del terzo consigliere d’ambasciata da parte di un giovane ebreo per vendicare la deportazione della sua famiglia, venne attuata in tutta la Germania questa notte di terrore orchestrata dalla propaganda di Goebbels, per punire quest’ultimo oltraggio degli ebrei al popolo tedesco.R141.jpg

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 si consumava in Germania uno dei più odiosi e ignobili attentati contro la comunità ebraica tedesca, passato alla storia e tuttora ricordato come la “notte dei cristalli”.
Lo spunto fu l’atto di un ragazzo ebreo diciassettenne che, vistosi ripetutamente negato il rinnovo del passaporto, andò all’ambasciata tedesca di Parigi ed esplose cinque colpi di pistola al secondo consigliere, von Rath, ferendolo gravemente. E ancora una volta il caso giocò un ruolo determinante nella successione degli avvenimenti. Von Rath morì il 9 novembre, mentre tutti i “magnati” del regime erano a Monaco per festeggiare con Hitler il 9 novembre 1923: quel giorno, in uno scontro con la polizia berlinese che ne stroncò il tentativo insurrezionale, Göring era stato ferito e Hitler arrestato. Verso le ore 21, un messo si avvicinò a Hitler e gli sussurrò la ferale notizia: von Rath era morto. Cosa successe dopo lo dicono le cronache di allora. Un’orgia di sangue e di violenza, magistralmente guidata, si abbatté sulla comunità ebraica tedesca: migliaia di vetrine di negozi ebrei infrante a colpi di mazze e bastoni; sessanta sinagoghe incendiate; trentamila ebrei tirati giù dai propri letti nel cuore della notte, in parte ammazzati a bastonate mentre altri “barbari” buttavano dalle finestre i mobili; i superstiti trattenuti in arresto per essere inviati a morire a Dachau e a Buchenwald; le piazze delle città trasformate in enormi bracieri, ove furono bruciati migliaia di libri non graditi ai nazisti.
Si avverava la profezia del poeta Heinrich Heine, che quasi un secolo prima aveva ammonito: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Magdi Allam, il nuovo crociato

Allego una lettera aperta di Magdi Cristiano Allam al papa. E’ lunghetta, ma la fatica vale la pena di essere fatta.

Lettera aperta al Papa Benedetto XVI.doc

Rispondo non con parole mie ma con le parole di 60 anni fa del Concilio, sperando che Benedetto XVI chiarisca una volta per tutte:

“La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

Il documento è la Nostra Aetate. Basta crociate, grazie!

PDM in Somalia

Dal Corriere della Sera

Somalia: lapidata adultera, un parente la aiuta e nel conflitto a fuoco muore bimbo

Sentenza eseguita dalle Corti islamiche. Ma per i familiari non ha ricevuto un processo coranico equo

CHISIMAIO (SOMALIA) – Miliziani somali fedeli alle deposte Corti islamiche hanno giustiziato in pubblico una giovane donna accusata di adulterio, ricorrendo all’arcaico e macabro metodo della lapidazione: lo hanno denunciato testimoni oculari, secondo cui l’esecuzione è avvenuta nella tarda serata di lunedì a Chisimaio, città portuale situata circa 520 chilometri a sud-ovest di Mogadiscio, davanti a centinaia di spettatori, molti dei quali costretti ad assistervi, parenti della vittima compresi.

La ragazza si chiamava Asha Ibrahim Dhuhulow e aveva 23 anni; tradizionale velo verde sul capo, il volto coperto da un panno nero, è stata condotta sul luogo del supplizio a bordo di un furgone per poi essere massacrata. Ai presenti è stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, e accettato il suo crudele destino: ma, al momento di essere trucidata, si è messa a urlare e a divincolarsi, mentre i carnefici la immobilizzavano legandole mani e piedi. A quel punto un congiunto le è corso incontro, tentando di aiutarla, ma gli integralisti di guardia hanno aperto il fuoco per fermarlo, e hanno ucciso un bambino. Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un processo coranico equo: «L’Islam», ha ricordato uno di loro, «non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non sono presentati pubblicamente l’uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto». I giudici fondamentalisti si sono però limitati a replicare che puniranno in maniera adeguata la guardia responsabile della morte del bimbo. È il primo episodio del genere di cui si abbia notizia in Somalia da due anni: da prima cioè che, alla fine del 2006, le truppe del governo transitorio di Mogadiscio sconfiggessero le Corti islamiche con il determinante appoggio militare dell’Etiopia. I ribelli hanno però intrapreso una guerriglia difficile da contrastare, e lo scorso agosto si sono reimpadroniti di Chisimaio, reimponendovi leggi ispirate alla più vieta concezione dell’Islam; in città, per esempio, è proibita qualsiasi forma di svago perchè considerata blasfema.

Essere donna in Bangladesh

BANGLADESH: Acido, la nuova arma per sfigurare il volto delle donne 1605673735.jpg

di Nozrul Islam

Dhaka (AsiaNews) – Le donne in Bangladesh soffrono di emarginazione. E le violenze contro di loro, in casa e fuori, crescono sempre di più. Ultimamente si è aggiunta una nuova arma di offesa: l’acido, che sfigura il loro volto e il corpo.

Il marito di Parul ha 30 anni. Nel 2000 il marito l’ha sfigurata gettandole acido in faccia, perché i famigliari non pagavano la dote concordata. La mamma della vittima ha presentato denuncia pochi mesi fa, perché fino ad allora non aveva potuto lasciare la figlia, sempre in ospedali vari. Il marito – che tutti sanno essere colpevole – è in libertà.

Nasima ha una figlia ritardata mentale che all’età di 11 anni è stata violentata. Ha denunciato i colpevoli due anni fa, e da allora ha subito continue minacce, finché le hanno devastato torace e schiena con l’acido. Ora promette che non denuncerà i colpevoli e ritirerà l’accusa precedente.

Campagne di sensibilizzazione interne e internazionali hanno spinto il governo a varare, nel 2002, una severa legge contro il costume di gettare acido in faccia a giovani donne per motivi economici,  o per gelosia, o perché resistono a proposte sessuali. Dopo un certo calo dei casi, ora si segnala una ripresa. Sono stati 1.428 dal 2002 al 2007, 116 casi da gennaio ad agosto 2007, saliti a 125 nello stesso periodo di quest’anno. Dal 2002, solo 190 i processi, in cui 254 colpevoli sono stati condannati: 11 a morte, 89 all’ergastolo. Nessuna autorità sa dire quante condanne sono state eseguite e quanti condannati siano di fatto in carcere.

Per legge, l’acido può essere comprato solo su licenza, ma chiunque può procurarselo sui normali mercati, al prezzo di circa 0,6 euro per un chilo: quanto basta a sfigurare una persona, spesso “sciogliere” completamente gola, trachea, esofago, fra sofferenze atroci.

Ultimamente, le vittime non sono più soltanto giovani donne, ma anche bambini, per vendetta contro i genitori, e uomini, specialmente per dispute su terreni e rivalità in amore.

Talebani e Afghanistan

Tratto da www.combonifem.it

 

Fermato il coraggio di Malalai, protettrice delle donne
Ieri mattina a Kandahar è stata uccisa Malalai Kakar, la poliziotta afghana che aveva tolto il burqa per dirigere il Dipartimento Crimini contro le donne. L’assassinio è stato rivendicato dai talebani

29.09.2008: L’hanno aspettata fuori casa per ucciderla, perché aveva osato disobbedire al divieto di lavorare, andando oltre, assumendo un incarico di potere che le consentiva di disporre di un’arma, prerogativa per il fondamentalismo afghano prettamente maschile. L’hanno assassinata perché aveva avuto la “sfacciataggine” di mettersi a capo di un Dipartimento chiamato Crimini contro le donne, in una città storicamente talebana come Kandahar.
E ieri mattina dopo averle sparato, gli stessi talebani, che lapidavano le donne per molto meno di quel che aveva ardito fare lei, hanno emanato un glaciale comunicato dal linguaggio militare: “Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo l’abbiamo eliminato”.
E’ finita così la vita della poliziotta afghana divenuta simbolo di libertà e di lotta delle donne. Malalai, 40 anni, madre di 6 figli, aveva scelto una strada difficile, con coscienza e coraggio, sapendo ogni giorno il rischio che affrontava. Dal 2005 aveva tolto il burqa e dall’età di 15 anni aveva scelto di studiare per entrare in polizia e seguire la strada del padre e dei fratelli. Ma ha fatto la stessa fine della donna che, due anni fa, aveva sostituito. Perché quel Dipartimento Crimini contro le donne continua a dar fastidio a chi non riconosce la legge scritta e vorrebbe l’intero mondo femminile avvolto in un burqa che cancelli i diritti umani.

Spunto

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi, e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht

Lotta USA contro il terrorismo

Visto che in quinta stiamo parlando di terrorismo ho trovato sul sito di Limes questo articolo, magari un po’ complicato, ma decisamente interessante se qualcuno vuole approfondire l’argomento

 

Nuova strategia antiterrorismo cercasi

di Fabrizio Maronta

Il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley presenta una nuova politica antiterrorismo. A prima vista niente di nuovo, ma in realtà la novità c’è e non è di poco conto.

Lo scorso 8 febbraio, presso il Center for International Security and Cooperation dell’università di Stanford, il consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley ha pronunciato un discorso passato quasi inosservato nel clamore dello sfibrante duello Clinton-Obama. È un peccato, perché le implicazioni potenziali di quel discorso vanno ben oltre il voto presidenziale del prossimo novembre.
Di fronte ad un uditorio selezionato, Hadley ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno adottato recentemente “una nuova politica per scoraggiare i terroristi dall’usare armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti, i loro amici ed alleati”. La novità consiste nel minacciare di serie ritorsioni “quegli Stati, organizzazioni o anche singoli individui che possano consentire o facilitare l’acquisizione e l’uso di armi di distruzione di massa da parte dei terroristi”. A prima vista, niente di nuovo sotto il sole. In realtà, la novità c’è e – come alcuni analisti statunitensi hanno segnalato – non è di poco conto.
Il nuovo approccio contraddice uno dei capisaldi della politica antiterrorista fin qui seguita dall’amministrazione Bush, secondo il quale la deterrenza (ovvero la minaccia di ritorsioni) verso l’ambiente di “coltura” del terrorismo sarebbe quasi o del tutto ininfluente sulle capacità offensive degli attori ostili agli Stati Uniti. Le quali, viceversa, possono essere fiaccate solo mediante un’azione offensiva, meglio se preventiva (ovvero precedente al verificarsi dell’azione terroristica ostile). Nel suo discorso, invece, Hadley non solo conferma la necessità di fare pressione sugli “Stati-santuario” del terrorismo internazionale, ma si spinge più in là, estendendo la minaccia di ritorsione agli attori non statali che si rendessero colpevoli di complicità con il nemico o anche solo di negligenza rispetto ai loro compiti di controllo.
La svolta parte dalla constatazione che dietro ogni attentatore suicida vi è una rete di persone che finanzia, sostiene, rifornisce, addestra gli esecutori materiali dell’attentato. Una rete fatta di falsari, corrieri, doganieri corrotti, addestratori, magazzinieri, impresari compiacenti e quant’altro, senza i quali gli attentatori, per quanto fanaticamente motivati, non andrebbero lontano. Da qui la consapevolezza di dover far sentire ad ogni potenziale “complice”, più o meno diretto e volontario, dell’azione terroristica, la minaccia della vendetta statunitense.
Hadley è rimasto sul vago per quanto concerne la natura e l’estensione della ritorsione americana, salvo specificare che questa sarà “schiacciante”. Al suo discorso, peraltro, non sono seguite altre esternazioni dell’amministrazione Bush al riguardo, ragion per cui i contorni della nuova strategia rimangono sfumati. La loro definizione spetterà, probabilmente, alla prossima amministrazione, che erediterà una situazione non facile in Iraq, Afghanistan e sugli altri fronti aperti della guerra al terrorismo.
In ogni caso, la correzione di rotta disegnata da Hadley rappresenta insieme un’opportunità e un rischio. L’opportunità sta nell’apparente presa di coscienza, da parte dell’amministrazione in carica, dell’effettivo peso dell’elemento “sociale” nella fisionomia della minaccia terroristica. Un peso, questo, ripetutamente sottolineato da più parti, negli Stati Uniti e non. L’incognita risiede nel modo in cui il governo americano farà fronte a quest’aspetto, finora sottovalutato, della guerra asimmetrica: con un’“offensiva” d’intelligence, ovvero (come le parole di Hadley sembrerebbero indicare) con l’ulteriore estensione dell’approccio punitivo, prettamente militare, alle entità sub-statali, ivi compresi i singoli individui? Su questa non trascurabile alternativa potrebbe giocarsi, in parte, lo scontro politico per la Casa Bianca.

Preoccupazioni

Traggo da peacereporter l’inizio di 2 notizie di oggi:

Mattatoio Sri Lanka

Ieri la più feroce battaglia degli ultimi anni

E’ stata la più feroce battaglia da un anno e mezzo a questa parte. Ieri, migliaia di soldati dell’esercito governativo e guerriglieri delle Tigri tamil (Ltte) si sono scontrati sul fronte nord, nella penisola di Jaffna, lungo quella che viene chiamata la Linea Muhamalai : sette chilometri di trincee scavate nella sabbia e bunker di cemento nascosti tra prati riarsi dal sole e punteggiati da poche palme. Ieri pomeriggio, al termine dei combattimenti, che sono durati per dieci ore consecutive e hanno visto il massiccio impiego di artiglieria pesante da entrambe le parti, sul terreno sono rimasti almeno centocinqunata, forse duecento morti e un migliaio di feriti.

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Somalia, la fine delle speranze

Dopo i 100 morti del weekend i colloqui di pace sono in pericolo

“La situazione oggi in città è calma rispetto ai giorni scorsi” riferisce a PeaceReporter Bashiir Yusuf, residente a Mogadiscio, “Ma in generale la situazione peggiora in continuazione”. Più di cento morti in tre giorni di scontri, uno tra i bilanci più pesanti degli ultimi due anni di guerra. Dopo mesi di un conflitto a bassa intensità, i miliziani vicini alle Corti islamiche da una parte e gli eserciti somalo ed etiope dall’altra, sono tornati a darsi battaglia per le strade di Mogadiscio. Compromettendo, soprattutto, il lavoro diplomatico degli inviati Onu, che puntavano ai colloqui di pace del prossimo 10 maggio, in programma a Gibuti. 

 

 

Ancora sul Tibet

Ho ricevuto questa mail dal centroi buddhistico di Polava

 

 

Vi invito a guardare la foto!0245037013cef6287324ec740ef34ca2.jpg

(via satellite, from:Britain’s GCHQ, the government
communications agency)scattata prima degli scontri
e la rivolta di Lhasa in Tibet.

Questi monaci hanno causato violenze a in tibet?

Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet.
Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20]

Tibet

marcia di solidarietà

per il popolo tibetano

UDINE 

giovedì 3 aprile 2008

ore 19.30/20.00

ritrovo e partenza

da piazza matteotti

“la non violenza non è solo assenza della violenza. Essere

non-violenti significa astenersi dal far male quando se ne avrebbe

l’occasione. La non-violenza è come il riflesso dell’espressione

dell’amore umano e della compassione umana”

S.S. il XIV° Dalai Lama

Ideali

LA FIGLIA DEL MARESCIALLO UCCISO
 UNA RAGAZZA CI INSEGNA COS’È L’IDEALE

di  DAVIDE RONDONI

P
oi arriva Giusy, che ha solo di­ciott’anni e un dolore che non si può capire. Perché le hanno ammazzato il padre mentre faceva il soldato. Arriva lei e con addosso un dolore che non si può capire dice una cosa che invece si capisce benissimo. Arriva con addosso un amore che non si può capire e dice una cosa che si capisce benissimo. Di­ce cos’è un ideale. Dice ‘non ti voglio ricordare in una bara’. Dice ‘continuerò il tuo lavoro’. Dice cose così umane da mettere quasi paura. Perché ormai sia­mo così rattrappiti nel cuore e nella mente da pensare che cose così esista­no solo nei film o nei momenti specia­li. E invece questa è l’Italia, questa è Giu­sy.
 
In piedi signori presidenti, signori pro­fessori, signori dei signori di questo Pae­se che troppo spesso avete ridotto nei vostri pensieri prima ancora che nelle vostre azioni a selva di retorica e di gio­chi di potere, a noia, a banalità. Deve arrivare ancora una ragazza a dirci co­sa è l’ideale. Che è cosa diversa dall’e­mozione. Diversa dal sogno. E diversa dall’ideologia. L’e­mozione non ba­sta a far parlare così. I sogni passa­no col tempo, l’i­deale invece in lei è cresciuto nel tempo, anche gra­zie a quel padre vi­cino e lontano. L’i­deologia vuole ca­pire e possedere il mondo, l’ideale invece vuole servi­re. Per ideologia si diventa potenti o intellettuali. Per i­deale si diventa soldati, servitori con la maiuscola.
  Non prendete in giro Giusy, non tratta­tela come se fosse un ‘bel momento di retorica’. I suoi diciotto anni non sono per nulla retorici. Il taglio doloroso di essere rubata in tal modo del padre non è retorica, è vita durissima. E l’ideale è fatto della stessa pasta della vita. Ma non si conosce cosa è l’ideale se non si co­noscono uomini che ne vivono davve­ro.
 
 
 Giusy conosceva suo padre. Come lo conosceva sua madre, che ha chiesto ve­nisse avvolta nel tricolore la bara. E non per consuetudine retorica o militaresca, ma ‘perché lui lo amava’. Fermiamoci un attimo, un attimo prima della cam­pagna elettorale, prima di guardare fuo­ri dalla finestra, un attimo prima di di­re il nome delle persone che ci sono ca­re, dei luoghi che ci sono cari. Per guar­dare cosa c’è dentro queste frasi di fi­glia e di madre. Cosa c’è dentro questo ritratto di padre e marito. E di donna e di ragazza. Se non si considera quanto pesa, e quanto s’innalza la natura del­l’ideale, se non si considera quanto be­ne e quanta giustizia e quanta verità il cuore di queste persone ha visto e vede in un ideale, non si capisce più niente dell’Italia. Se non si onora questo idea­le, si finisce per disprezzare tutto.
  Giusy ha capito di più l’Italia di tanti po­litici, di tanti presidenti, di tanti anali­sti economici o sociali. Ha capito che la vita di un uomo è innanzitutto il suo i­deale. Cioè l’obbedienza a quel che il cuore desidera veramente. Non il suo conto in banca, non quante tasse paga, non che tipo di contratto ha. Ha capito che la vita di suo padre ha un anticipo di infinito già ora perché ha vissuto un ideale. E che se non si nutre, se non lo si continua, se non lo si assume come responsabilità la vita sa già di morte, co­me l’Italia di tanti tromboni della poli­tica o della cultura o della tv sa già di mummia. Giusy è arrivata senza orgo­glio a dire queste cose. Ha chiesto aiu­to, perché l’ideale non lo si sostiene da soli. Ha chiesto a suo padre di starle vi­cino. Anche ora che non è in un lonta­no Afghanistan, ma così vicino come quando abbracci una persona e non la vedi più.

Essere cristiani oggi

A fine dicembre su Adista è comparsa questa intervista a Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, ripresa poi a fine gennaio da Rocca. Non è molto semplice e, pur consigliandone la lettura a tutti, la suggerisco alle V visto l’argomento che stiamo trattando (il concetto di Dio dopo Auschwitz)

 

Adista Contesti N.90 – 22 Dicembre 2007

POCHI MA BUONI

intervista a Enzo Bianchi a cura di Jean-Marie Guénois per “ La Croix ”

Lei arriva ad affermare che la fine della cristianità è una chance per il cristianesimo…

E lo confermo, perché il cristianesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di «essere» cristiani senza doverlo diventare, di essere praticante senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amore sono infatti le condizioni della fede cristiana. Non sono più un caso o una necessità.

Il diventare minoritari può essere un passo verso la scomparsa: questo non la preoccupa?

Essere minoritari non vuol dire essere insignificanti.

Ci sono minoranze efficaci, che agiscono nella società perché sia compreso il messaggio cristiano. Bisogna vigilare perché questo statuto di minoranza non conduca ad uno spegnimento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica in seno all’umanità.

Da minoritari, i cristiani devono cercare di esercitare un’influenza sulla società?

Intanto non bisogna avere l’ossessione dell’influenza, come non bisogna averne paura.

La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo un’arte di vivere umanamente. Se gli uomini percepiscono che i cristiani hanno una vita buona, vera e felice, si porranno la questione del fondamento di questa vita, e l’annuncio di Gesù Cristo diventerà quasi naturale. Si farà nel dialogo, senza imporsi.

La transizione da un’epoca segnata da un cristianesimo dominante a questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. E da lei?

È un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna avere paura. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è in effetti capace di misurare quanto dura l’influenza del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.

Lei perciò non è preoccupato per il futuro?

Io ho una grande fiducia, perché se crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli a questo, verrebbero da noi, non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di dare entusiasmo con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con Cristo un autentico capolavoro.

Lo stato di minoranza può accompagnarsi ad un complicato riflesso comunitario: che ne pensa?

Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità sono diventati più difficili, perché suscitano diffidenza e noi stiamo attraversando una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un pericolo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa capisce che pregare Gesù per l’unità non è una moda ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.

È ottimista!

Ho davvero speranza. È un momento che passerà. Una volta ancora, il cristianesimo supererà tutte queste contraddizioni.

Ma come evitare il peggio?

Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il crsitianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che si troverà nel ministero di Pietro un ministero di unità che è necessaria per tutte le Chiese, come ha voluto il Signore. Il papa in effetti può avere un suo ruolo da giocare perché si realizzi la comunione delle

Chiese. Così è stato durante il primo millennio del cristianesimo. Oggi soffro per lo spirito ecumenico perché nelle Chiese ci sono persone che lavorano contro l’unità o mettono in atto prassi difensive. Non prevarranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola dei peccatori, è morto fra due malfattori… La Chiesa è il suo corpo, non può seguire altra rotta che quella del suo Signore! Ma deve avere il coraggio di essere uno spazio di incontro e di ascolto di ogni uomo allora il Vangelo potrà dilatarsi e raggiungere tutti.

L’avvenire dei cristiani passa anche attraverso un accresciuto dialogo con le altre religioni?

Bisogna essere molto chiari su questo punto.

Io non sono d’accordo quando si afferma che il cristianesimo è uno dei tre monoteismi. Il cristianesimo è un monoteismo speciale, perché la via che ci porta a Dio come comunione e Trinità è un uomo. È per l’umanità di Cristo che possiamo andare a Dio.

Un’altra specificità è che il cristianesimo ha stabilito tre rotture: fra il sangue e la famiglia, fra la terra e la patria, fra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi…

Certo, la verità resta una – è Cristo! – ma l’antropologia cristiana è plurale, e deve assolutamente passare attraverso un’interpretazione umana.

Una terza specificità crsitiana consiste nel credere che ogni uomo è ad immagine e somiglianza di Dio. Anche se un uomo perde la somiglianza con Dio, conserva in sé l’immagine di Dio e resta perciò sempre capace di fare il bene.

A partire da queste specificità, e con questa capacità di ascolto, è necessario che portiamo avanti un dialogo per essere insieme fratelli. Questo non vuol dire progredire nel dialogo interreligioso con spirito irenico, ma condurre questi dialoghi sul piano dell’umanità e sul piano della ragione.

Avendo il coraggio del confronto, e di chiedere all’Islam come all’ebraismo di leggere i testi come parole umane dove si può ritrovare la parola di Dio, ma senza dare spazio al fondamentalismo o a letture senza rapporto con la realtà.

Pensa che il futuro del cristianesimo possa essere offuscato dallo scontro di civiltà?

È sull’etica che si avrà lo scontro di civiltà. In Italia, per esempio, vedo montare un anticlericalismo che non c’era dieci anni fa, si trasforma anche in anticristianesimo.

Come evitarlo?

Bisogna cercare uno stile di ascolto. I cristiani – e soprattutto i cattolici – ascoltano troppo poco. Senza ascolto, niente comunicazione e niente avvenire comune. Solo l’esercizio dell’ascolto può condurre alla comunicazione, e poi la comunicazione portare alla comunione. La Chiesa , nel campo etico, vuole essere al servizio della dignità dell’uomo: com’è possibile che certe volte passi per fondamentalista? Ci espriamiamo con interdetti, e allora non siamo capiti. Dobbiamo parlare ai credenti e ai non-credenti con altri termini che non siano quelli della catechesi. Se noi presentiamo la legge naturale come l’abbecedario della qualità umana dell’uomo, potremo partecipare alla costruzione di un’etica mondiale.

Dalai Lama in Italia

Governo tibetano: l’economia è importante, ma i diritti umani vengono prima
Commentando l’accoglienza riservata al Dalai Lama dal governo italiano, il portavoce del Dipartimento rapporti internazionali del governo tibetano in esilio spiega ad AsiaNews che non si vuole mettere in imbarazzo nessuno, ma questo non giustifica che la causa dei diritti umani sia sottoposta ai vantaggi commerciali. Importante il sostegno popolare al leader buddista: dimostra che la causa tibetana non è morta. 

4e68cea41c571b59e55bd21e84e661ab.jpgRoma (AsiaNews) – I governi europei “hanno tutto il diritto di pensare alla loro stabilità e crescita economica, ma non dovrebbero dimenticare che questi fattori si fondano sui diritti umani e sulla libertà di espressione:  il Dalai Lama è uno dei campioni di questi valori, e non incontrarlo significa metterli in secondo piano”. E’ quanto dice ad AsiaNews Thubten Samphel, portavoce del Dipartimento rapporti internazionali del governo tibetano in esilio, commentando l’accoglienza ricevuta dal leader buddista in Italia.
Secondo il rappresentante tibetano, “il Dalai Lama non vuole mettere in situazioni imbarazzanti nessun governo o politico, se questi non possono riceverlo: eppure, sarebbe un buon modo per conoscere la reale situazione del popolo e della regione tibetana”. E’ inoltre “comprensibile il nuovo atteggiamento di tanti governi, che cercano di limitare o comunque dare meno peso alla presenza del Dalai Lama nel loro territorio. La Cina ha aumentato il suo peso internazionale, economico e diplomatico, ed è noto l’atteggiamento paranoico di Pechino nei confronti dei tibetani”.
I governi europei “devono però ricordare che il commercio e l’economia sono molto importanti, ma non sono la base di una civiltà: il primo posto l’avranno sempre il rispetto dei diritti umani, della libertà personale e di quella di espressione. Avere un’economia stabile è possibile soltanto se gli uomini che la mantengono sono liberi”. Per questo, “bisogna guardare al governo tedesco, che gioca un ruolo importante nell’economia mondiale ma è allo stesso tempo fermo sulla questione dei diritti umani e non ha mai fatto passi indietro, nei confronti del Dalai Lama ma anche di tante altre situazioni in cui l’essere umano è perseguitato o in catene”.
Tuttavia, “noi siamo molto felici e diamo molta importanza al fatto che il nostro leader venga sempre accolto con sentimenti di simpatia e di rispetto dalle popolazioni di tutto il mondo, che dimostrano il loro affetto nei confronti suoi e della causa che rappresenta”. Proprio queste manifestazioni “ci consentono di andare avanti, nonostante l’esilio e la dominazione cinese della nostra regione. Sono la dimostrazione che vi è una preoccupazione internazionale per la questione tibetana, e che la nostra battaglia non è perduta. Sono molto importanti”.
Per quanto riguarda le ultime polemiche, legate alla partecipazione di Miss Tibet ad un concorso di bellezza internazionale, Samphel ha un atteggiamento chiaro: “Noi, di base, non apprezziamo queste manifestazioni e riteniamo poco opportuno che questa elezione avvenga a Dharamsala, la casa del Dalai Lama. Ritengo inoltre che la cosiddetta Miss Tibet, chiunque essa sia, viene invitata in giro per il mondo perché si sa che questo scatenerà Pechino, portando pubblicità all’evento. E’ comunque pesante dover sostenere che la Cina non consente mai, in nessuna occasione, l’affermazione di un’identità tibetana”.

Arrivederci

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“Io credo che il compito della televisione è parlare alla gente e parlare della gente. Non esiste per noi problema di rapporti. Il politico o il farmacista o il collega: trattiamo tutti con lo stesso rispetto”

Pakistan

Raid e arresti a Lahore contro Giustizia e pace e la Commissione diritti umani

di Qaiser Felix

Lo denuncia Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione episcopale giustizia e pace, che invita a mantenere saldo l’impegno contro la dittatura militare. Nadeem Anthony, membro del Consiglio della Commissione per i diritti umani del Pakistan, ha telefonato ad AsiaNews durante il suo arresto. Da allora è sparito.

63a564a1569b6f70e73d213f132a0a75.jpgLahore (AsiaNews) – Durante il neo-proclamato stato di emergenza, i soldati dell’esercito pakistano hanno attaccato anche gli uffici della Commissione pakistana per i diritti umani, ed arrestato uno dei membri della Commissione episcopale Giustizia e Pace, Irfan Barkat. Al momento, è difficile viaggiare e comunicare all’interno del Pakistan, così che molti impegni della Commissione sono stati annullati. Lo denuncia ad AsiaNews Peter Jacob, segretario esecutivo dell’organismo.

Secondo Jacob, “la situazione attuale è preoccupante: la Commissione è molto colpita da quello che è successo sin dal colpo di Stato del presidente Musharraf. Le televisioni private e straniere sono state staccate, e tutto quello che si sente è propaganda pro-regime”.

Lo stato di emergenza, continua, “è stato formalmente proclamato per fermare i militanti e gli estremisti, ma in pratica vengono arrestati attivisti per i diritti umani e persone comuni, magari contrarie al governo. Noi cerchiamo di tenere sott’occhio la situazione ed adottare la miglior strategia possibile, ma dobbiamo cercare di mantenere alto anche il nostro impegno contro la dittatura militare, e lavorare per una vera democrazia”.

Fra gli arrestati delle ultime ore vi è anche Nadeem Anthony, membro del Consiglio della Commissione per i diritti umani del Pakistan, che ha telefonato ad AsiaNews durante il raid della polizia nei suoi uffici. Nel corso della telefonata, ha confermato che “oltre 50 persone della Commissione, fra cui anche donne, sono state arrestate”. Subito dopo, si è udito l’ordine di chiudere il telefono, e da allora non se ne hanno più notizie.

Dalai Lama

PECHINO: “SERIE RIPERCUSSIONI” SE IL DALAI LAMA INCONTRA IL PAPA
Il leader buddista dovrebbe essere a Roma il prossimo 13 dicembre. Pur non avendo relazioni diplomatiche con la Santa Sede , il ministero cinese degli Esteri minaccia danni ai rapporti bilaterali in caso di incontro fra Benedetto XVI ed il Dalai Lama.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il governo cinese ha minacciato ieri il Vaticano di “serie ripercussioni” alle relazioni bilaterali se il Papa dovesse incontrare il Dalai Lama, che dovrebbe essere a Roma il prossimo 13 dicembre. Al momento, Pechino e la Santa Sede non hanno rapporti diplomatici.
 

Liu Jianchao, portavoce del ministero cinese degli Esteri, ha detto: “Speriamo che il Vaticano non faccia nulla che possa colpire i sentimenti della popolazione cinese, e mostri sincerità nel migliorare i rapporti con la Cina intraprendendo azioni concrete”.

Pechino ha sempre sostenuto che il Dalai Lama non è un leader religioso, ma un pericoloso separatista che cerca l’indipendenza del Tibet, invaso dalle truppe cinesi nel 1950. In quest’ottica, il governo cinese ha condannato con forza i recenti incontri fra il leader tibetano ed i vertici politici di Stati Uniti, Canada e Germania avvenuti nell’ultimo anno.

Il governo americano, inoltre, ha conferito al Dalai Lama la medaglia d’oro del Congresso, la più alta onorificenza civile del mondo statunitense. In risposta, Liu ha sostenuto che “quei Paesi che decidono di trattare bene il capo dei separatisti tibetani, danneggiano la propria immagine”.

Myanmar

Pubblico dal sito di Limes questo articolo comparso su La Repubblica del 5 ottobre. Non è di facilissima lettura perchè dà alcune cose per scontate, ma cercando di andare oltre i molti nomi citati si afferra qualcosa di quanto sta succedendo:

Vecchi e nuovi alleati per la prigione Myanmar

di Raimondo Bultrini

Il sorprendente flusso di informazioni e immagini via Internet dall’interno della Birmania ha scavalcato per 10 giorni le spesse mura di questo Paese Prigione producendo un’ondata emotiva di un’intensità senza precedenti. Ma presto al moto di spontanea partecipazione per la struggente lotta dei monaci scalzi e dei cittadini in longgi sotto il diluvio monsonico è subentrato un inevitabile senso di impotenza e sconfitta sia fuori che – soprattutto – dentro i confini geografici dell’Unione di Myanmar.

Ora che le manifestazioni sono state disperse a Rangoon e altrove dai lacrimogeni e dai proiettili dei soldati guidati dal generalissimo Than Shwe – autoisolato dentro un bunker della nuova capitale ribattezza Naypyidaw, Città dei Re – altre notizie dal mondo hanno inevitabilmente retrocesso le cronache birmane nelle pagine interne dei quotidiani e tra le notizie brevi dei telegiornali.

Metaforicamente è come se le sbarre si fossero di nuovo richiuse alle spalle di 50 milioni di esseri umani, condannati senza appello dai tempi del golpe di Ne Win del 1962 da un manipolo di ufficiali corrotti e superstiziosi, alternatisi nel tempo alla guida di governi dittatoriali definiti Consiglio Rivoluzionario, Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine (SLORC) e – infine – Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC).

Molti si domandano a cosa debba la sua imbattuta longevità il più impenetrabile regime militare dell’Asia, sopravvissuto alla caduta in disgrazia a turno dei suoi uomini di vertice, come lo stesso Ne Win, Sein Lwin, Saw Mong (che “vide” Gesù Cristo in Tibet prima di proclamarsi reincarnazione di un antico re guerriero) e Khin Nyunt (agli arresti per corruzione). Se a lungo si è attribuito il merito agli inconfessabili alleati delle mafie che gestivano per loro conto i traffici di oppio del Triangolo d’Oro e all’appoggio incondizionato di Pechino, in questa fase storica di globalizzazione sono usciti allo scoperto nuovi e sorprendenti partner attratti dalle risorse naturali del paese, dai suoi passaggi di terra e di mare verso mercati redditizi, dall’affidabilità del suo esercito in termini di sicurezza strategica.

Da decenni il mondo sa che molti villaggi birmani sono veri e propri campi di concentramento dove si scavano a mani nude i rubini, i diamanti e la giada venduti nei mercati di Singapore, Seoul, Pechino, Amsterdam o New York, dove si costruiscono col lavoro forzato i gasdotti e le dighe per rifornire di energia le industrie di Bangalore, Kunming e Bangkok.

E’ il crudo contesto economico e geopolitico che ha condizionato e – salvo improbabili scrupoli di coscienza della nuova generazione dei militari – condizionerà anche in futuro la sorte dei 50 milioni di birmani, karen, shan, karenni, kachin e mon, per citare alcune delle innumerevoli etnie coinvolte senza troppe speranze in una guerra contro 400mila uomini armati e motivati dai benefici concessi alle truppe fedeli.

Nei giorni in cui i monaci venivano arrestati e picchiati, la vecchia alleata Cina – spinta dagli Usa a chiedere blandamente ai generali di non esagerare con l’uso della violenza – non era la sola a bloccare una risoluzione di condanna delle Nazioni Unite. Il presidente russo Vladimir Putin definiva le repressioni “un fatto interno” mentre i suoi inviati firmavano a Naypyidaw un trattato che permetterà a due imprese nazionali – la governativa Zarubezhneft e la privata Itera Oil – l’esplorazione in joint venture con l’indiana Sun Group e la birmana MOGE dei giacimenti di gas naturali al largo del Mare delle Andamane. Non a caso le stesse parole di Putin verranno usate dal nuovo comandante dell’esercito indiano che ha stretto un’alleanza con i tadmadaw (i soldati birmani) per impedire ai Naga e alle altre etnie ribelli dell’Assam e di Manipur di rifugiarsi oltreconfine. A firmare il trattato di Naypyidaw nello stesso giorno delle rivolte c’era il ministro del Petrolio indiano Murli Deora, membro della compagine governativa del Congresso di Sonia Gandhi che anni fa insignì Aung San Suu Kyi del prestigioso premio Nehru “Per la Comprensione Internazionale”.

L’amicizia tra Delhi e Rangoon (prima del cambio di capitale) risale formalmente all’ottobre del 2004 quando Than Shwe fu ricevuto con tutti gli onori dopo 24 anni di gelo diplomatico. Il cambio di prospettiva geopolitica da parte della progressista India fu certamente accelerato dalla scoperta che la Cina – a forza di spingersi verso Occidente grazie all’amicizia con i generali – aveva piazzato basi di monitoraggio davanti a casa propria, nelle isole Coco in pieno Oceano Indiano. Senza contare i progetti di superstrade che da Kunming nello Yunnan porteranno un giorno le merci cinesi fino al Golfo del Bengala e da qui in Medio Oriente ed Europa, sfruttando eventualmente il porto di Chittagong – qualora il Bangladesh aderisse al progetto – o un altro eventuale porto lungo le coste centro-settentrionali del Myanmar.

Che i diritti umani passino in secondo piano nella spietata competizione di mercato tra India e Cina lo dimostra la posta in gioco nella gara tra tutti i paesi vicini per accaparrarsi dalla giunta – tra gli altri – i diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas chiamati A1 e A3 Shwe (in omaggio al generalissimo?) al largo del porto di Sittwe nello stato di Arakan.

Se la Cina ha il vantaggio di un legame storico con la giunta e la possibilità di sfruttare in senso inverso l’eventuale gasdotto per gli acquisti dai paesi africani e del Medio Oriente, alla gara di Sittwe concorre anche un altro paese limitrofo guidato da una giunta installata dopo un golpe militare, la Thailandia , dove vivono gran parte dei tre milioni di birmani spinti a emigrare dalla fame.

Da anni il governo di Bangkok è il principale partner commerciale della Birmania soprattutto in termini di volume di acquisti, non la Cina come molti ritengono. Vende tecnologie e importa energia con diversi progetti in ballo oltre al gas, come le due grandi centrali idroelettriche sul fiume Salween per le quali – ancora una volta – è in competizione con la Cina. I thai non fanno mistero che un’eventuale adesione al cartello occidentale per le sanzioni contro la giunta potrebbe favorire Pechino. Lo stesso vale per ognuno dei tredici paesi – alcuni insospettabili – che operano nei progetti di sfruttamento delle risorse energetiche birmane, dall’Australia all’Inghilterra, dal Canada all’Indonesia, alla Corea del Sud, alla Malesia, senza contare la francese Total e l’americana Unocal, coinvolte in polemiche e scandali finiti nelle aule dei tribunali internazionali.

Sull’onda delle proteste domate nel sangue per l’elevatissimo aumento del carburante, ben pochi si sono posti il problema del paradosso – come sottolinea l’analista della sicurezza Alfred Oehlers sulla rivista Irrawaddy – per cui la Birmania tanto ricca di materia prima importi a prezzi esorbitanti gran parte del combustibile raffinato, specialmente il diesel usato per gran parte degli automezzi e dei generatori che suppliscono la cronica carenza di elettricità nelle città e nelle campagne. All’interno del paese esistono due mercati, uno legale gestito dal ministero per l’Energia che distribuisce a prezzi di rimessa il combustibile per gli uffici dell’amministrazione statale, uno semi-clandestino gestito spesso dai comandanti dell’esercito che rivendono le loro quote a prezzi molto più alti sul mercato nero.

Molti avanzano l’ipotesi che l’ultima impennata di aumenti sia servita per favorire le imprese di un tycoon molto vicino al generalissimo Than Shwe. Quanto fosse calcolato il conseguente rischio di rivolta è difficile da stabilire. Di certo la famosa Convenzione Nazionale per la Democrazia in corso da anni per riscrivere la costituzione e ridimensionare eventualmente i poteri della giunta, è ora rinviata a data da destinarsi.