In prima, a inizio anno abbiamo parlato di solitudine. Ecco allora questa breve intervista rilasciata da The Niro a http://www.rockol.it e poi il suo video di presentazione del nuovo cd, il tutto in attesa dei testi…
Ha scelto come nome d’arte The Niro, e dopo l’Ep d’esordio “An ordinary man”, seguito dal primo album intitolato appunto “The Niro”, Davide Combusti (nato a Roma nel 1978,) ha dato alle stampe il suo nuovo disco di inediti, “Best wishes”, un album di undici brani introspettivi legati tra di loro da un unico filo conduttore: “A dire il vero mentre sceglievo i brani da inserire nel disco”, ha spiegato The Niro a Rockol, “non ho pensato di creare un concept album. E’ stato alla fine che, riascoltandolo, mi sono accorto che la solitudine era il sentimento che legava fra loro tutte le storie a cui ho dato voce in ‘Best wishes’. Ci sono alcune differenze sostanziali tra questo album e il precedente. Ci sono diversità nel messaggio, nelle tematiche… il primo parla di abbandono, è molto più struggente, c’era una malinconia di fondo. In questo invece viene dato spazio alla fase successiva dell’abbandono, la solitudine. Parlo di personaggi e di storie ma che in realtà sono maschere dei miei stati d’animo, descrivo una tematica priva di amore, dove i personaggi si trovano a combattere con la vita cercando un riscatto che non riescono ad ottenere”. Il disco è stato suonato quesi per interno dallo stesso The Niro, che per alcuni brani si è avvalso della collaborazione dei musicisti che lo accompagnano anche dal vivo: “Nel primo album avevo suonato quasi tutto io”, ha spiegato il cantautore, “mentre questa volta diciamo che ho suonato tutto io per tre quarti del disco, il minimo che posso accettare per considerarlo un prodotto mio. In fin dei conti nasco batterista, quindi mi viene spontaneo suonare tutto da me. Certo poi mi concentro molto sui testi, le tematiche per me sono fondamentali, non le lascerei mai in secondo piano. ‘Post atomic dawn’ è il brano che chiude il disco e che ho voluto anche rappresentare con la copertina del disco, che mi vede di spalle nel deserto, con una luce rossa. Mi sono immaginato un ragazzo che si sveglia dopo un’esplosione atomica e non sa dove andare, ma comincia a muoversi lo stesso seguendo qualcosa, che potrebbe essere, nel mio immaginario, il sole, anche se poi nel testo non l’ho scritto. Un altro brano particolare è ‘Circle’, dove parlo di possessività , di qualcuno che vuole controllare a tutti i costi le persone, senza accorgessi che è lui stesso poi all’interno di un cerchio ancora più grande, del quale non si rende conto. Un’altra cosa a cui presto molta attenzione è l’uso che faccio della mia voce. La utilizzo come fosse un vero e proprio strumento: a livello di costruzione delle canzoni ad un certo punto m’annoio e allora cerco di far qualcosa con la voce, per dare qualcosa in più al brano”
Nel 1987 è uscito un film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, in cui il protagonista Tito Valerio Tauro ha il compito di cercare e trovare il corpo di un uomo ucciso qualche anno prima, un certo Gesù, falegname galileo. Alla fine del film queste sono le sue conclusioni:
La mia missione è fallita, non ho trovato quel corpo e nemmeno un ribelle annidato fra le montagne …… Se c’è qualcuno che chiede di essere liberato, non dagli eserciti, ma dagli insegnamenti di un uomo crocifisso, allora il mondo sta già cambiando; questo è ciò che temevi, non è vero Tiberio, mio amato imperatore? …… La mia inchiesta è finita. Gesù di Nazareth è morto; sulla croce, dove lo abbiamo inchiodato. Ma i suoi seguaci hanno la certezza che è morto e risorto e aspettano il suo ritorno, senza sapere quando e come apparirà . …… Qui, in questa strana terra è nato un pericolo per l’impero. Bisogna indagare meglio: capire che cosa significano certe parole come “Ama il tuo nemico”. Capisci Pilato? Io dovrei amare te, e tu me! …… Con questa spada Roma ha conquistato il mondo. Lungo questo filo sottile corre la logica e la morale nella quale sono cresciuto… e se fosse tutto? e niente… Aiutami Trifone! Spingimi nel mistero”.
Il modo per entrare nel mistero in questo caso è la morte… Ma penso che l’amore sia già un ottimo invito al mistero. E allora posto un brano di bellezza incredibile del corregionale David Maria Turoldo
“Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere.
Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti.
E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione.
Non già “la causa dell’uomo che continua”, ma dimensione biologica, tensione della terra: sempre vivo mistero del genere umano.
Egli è il solo frutto possibile, l’eterno presente ove t’infuturi, dandogli tu la carne e il sangue.
Nessuno può narrare l’evento. Leggenda che muove il mondo, essa è la storia più vera: allora finalmente crederemo.
Lingua non serve a dire le ragioni dell’ultimo donarsi, la suprema gratuità dell’amore.
Abbiamo appena fragili simboli; e cercare prove e sillogi alla fede è come voler spegnere il sole o incatenare il vento.
E quanto pagheremo amaramente: fede di atei, fede senza incantesimo e senza mistero.
Egli è la luce fattasi corpo, nato dalla creazione pura, nato da donna vergine per opera dello Spirito, venuto sotto la legge per amore.
Era nel principio e nulla ha vita senza di lui: e la vita è venuta e vive.
Cristo, unico uomo: l’uomo povero e libero, l’ultimo di tutti gli uomini! Mio Cristo, vero sacramento di Dio.”
(D.M. TUROLDO, Mio atto di fede, in O sensi miei, Rizzoli, Milano 1990).
Posto il video in inglese e sottotitolato in spagnolo della scena del Getsemani presa da Jesus Christ Superstar. Più sotto la traduzione del duro testo
E’ giovedì santo. Nel post del 20 marzo 2008 http://oradireli.myblog.it/archive/2008/03/20/giovedi-santo.html avevo messo quella che resta, a mio avviso, una delle pagine più belle e profonde sulla notte passata da Gesù nell’orto del Getsemani, scritta da Turoldo. Oggi posto un testo di Boris Pasternak, “L’orto del Getsemani”
Il 26 marzo 2010 è uscito il nuovo album dei Baustelle “I mistici dell’Occidente”. Vi rimando alla rete per tutte le notizie correlate e tutte le possibili interviste. Desidero intanto soffermarmi sulla prima traccia “L’indaco”. Premetto che il brano non mi piace particolarmente: lo trovo piuttosto noioso, salvo l’impennata finale che mi ricorda un po’ i Jethro Tull con quel flauto. Il testo però mi ha colpito e lo trovo interessante. L’invito generale della canzone è quello a non angustiarsi per i vari motivi di dolore che possono affliggere l’uomo: dal semplice andarsene delle rondini, segno però del passare delle stagioni e dell’avvicinarsi dell’inverno, all’interrogarsi davanti all’enigma della morte rappresentata dal carro funebre. Non buttarsi giù, non soffrire più è l’auspicio dei Baustelle: lascia andare le rondini, lascia passare il carro funebre, c’è un azzurro oltre le nubi, c’è forse un mare color indaco oltre lo stretto di Gibilterra… C’è un infinito oltre il finito?
In IV abbiamo affrontato induismo e buddhismo. A proposito di quest’ultimo abbiamo fatto un cenno allo zen e ai koan. I koan sono dei “problemi” che il maestro pone ai discepoli e che essi devono risolvere per via intuitiva e non intellettuale: alla fine di un koan non devo dire “ah! Ho capito”, ma “ah!”. Il koan deve spezzare il pensiero logico e per noi, figli di Socrate, Platone e Aristotele, la cosa non è immediata. Siamo all’interno dello Zen Soto. Qui sotto vi posto alcuni koan.
Un monaco domandò al maestro Nan-ch’uan: “Che cos’è lo Zen?” “È la vita di tutti i giorni.” “E come ci si avvicina ad esso?” “Più cerchi di avvicinarti, più te ne allontani.”
“Che cos’è lo Zen?” fu chiesto a un maestro. E lui rispose: “Si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, ci si copre quando fa freddo e ci si sventola quando fa caldo”.
Un novizio, appena entrato nel monastero, domandò al maestro Chao-chou: “Ti prego, spiegami che cosa devo fare per raggiungere l’illuminazione”. “Hai mangiato la tua zuppa?” “Sì.” “Allora, lava la ciotola.”
Un giorno Chao-chou trovò un discepolo inchinato davanti ad una statua del Buddha e lo colpì con un bastone. Il monaco protestò: “Non è un atto meritorio adorare il Buddha?” “Sì,” rispose il maestro “ma è ancora più meritorio lasciar perdere gli atti meritori.”
Pubblico un link a un articolo del Corriere della Sera di oggi. Un prof distrugge con l’azoto liquido un portatile: detto così possiamo pensare che sia impazzito. Poi si legge tutto e si capiscono tante cose…
In questi giorni in III stiamo parlando dell’Islam e degli Islam, mentre in V a breve inizieremo a trattare l’argomento del terrorismo di matrice ideologica e religiosa. Allora posto questo articolo di Nicola di Mauro tratto dall’ultimo numero di Dimensioni Nuove.
Tanto negli States quanto in Europa. Allarmi improvvisi, che per fortuna rientrano, creano tensione e insicurezza. Con la crisi economica che sembra non finire, il terrorismo aprirà le porte a un futuro inquietante?
I guerriglieri martiri, i terroristi, le cellule integraliste islamiche, i kamikaze della Jihad, la guerra santa in nome di Maometto, hanno una nuova, sconcertante identità : vengono formati anche tra giovani occidentali, di nazionalità , per esempio, belga, olandese, o francese, che i servizi segreti europei azzardano a definire come «più pericolosi e fanatici». Caso paradigmatico di questa inquietante realtà relativa al terrorismo internazionale di matrice integralista islamica, in base alla documentazione rilasciata dalla polizia belga, è quello di Muriel Degauque, una giovane donna di nazionalità belga, di 37 anni, con i capelli biondi e gli occhi chiari.
Si era fatta esplodere in Iraq. Proveniva da Charleroi, una cittadina povera a sud di Bruxelles (dove abitano molti italiani ex minatori). La sua esistenza poteva comunque già definirsi di quelle «a rischio». Aveva un temperamento svogliato e aggressivo. Frequentava cattive amicizie, faceva uso di droga, svolgeva qualche lavoretto saltuario. Il padre impiegato della Previdenza sociale, e la madre segretaria in uno studi medico. La ragazza si era sposata con un turco, ma la relazione non continuò, così fece la conoscenza a Bruxelles di Issam Goris, un belga di genitori marocchini, e di sette anni più giovane di lei. Viene convinta a convertirsi all’islam, prende il nome di Myriam, studia anche l’arabo, porta il velo, il burka e si trasforma in una jihadista, una guerrigliera integralista. Il 9 novembre 2005, a Baghdad, Muriel, la prima kamikaze di origine europea, s’immola facendo una strage in nome di Allah. Da allora sono passati cinque anni, e l’onda rosa delle kamikaze aumenta.
«Ad abbracciare l’islam radicale sono giovani precari, per lo più senza lavoro, non frequentano le scuole, e vivono in aree fortemente urbanizzate». Di questo tenore era un’informazione passata dai servizi segreti transalpini a proposito dei giovani che vogliono sacrificare la propria vita come «combattenti islamici». Oggi sappiamo che non è più così. Possono essere benestanti e acculturati, parlare tre lingue e amare la bella vita. I proseliti e seguaci sono anche di nazionalità europea. Il processo di conversione all’islam avviene intorno ai 30 anni. È il salafismo la forma di culto a cui tendono ad aderire. Si tratta di un movimento religioso che educa all’odio verso l’Occidente, ha come fine precipuo la rottura definitiva con la cultura, i costumi, il modo di vivere occidentali, definiti «corrotti», perciò da annientare. Da un’indagine resa pubblica dalla testata francese di Le Monde, nel 37% dei casi sono giovani nati in suolo francese, con genitori maghrebini, e abitanti nelle periferie; il 27% diventa salafista in seguito a matrimoni o concubinati; il 15% è oggetto o vittima di predicazione, plagio e proselitismo; il 4% si converte all’islam integralista anche dietro le sbarre, in prigione. E se quasi il 50% di questi giovani non ha un diploma, molti sono laureati. Ma quello che spinge è il consenso che questi gesti trovano presso le masse islamiche, specie fra i disoccupati. Questa base sostiene le «cellule dormienti». Per loro, basta un niente e scatenano l’inferno.
In Europa ci sono venti milioni di musulmani: di origine algerina in Francia; marocchina in Spagna; turca in Germania; pakistana in Gran Bretagna. Sono in molti a volersi integrare e salire la scala sociale. Ma da parte dei figli e nipoti islamici europei di seconda e dunque terza generazione, si sta verificando un preoccupante dietro-front. Che si configura nella non volontà a integrarsi, ad assimilarsi culturalmente, trovando nella fede islamica una barriera di opposizione efficace, decisa e perentoria. Questi giovani possono costituire un potenziale di contrasto violento non indifferente, già manifestatosi in maniera eclatante nelle rivolte recenti delle periferie parigine, facilmente adescabile dai predicatori fondamentalisti islamici. Diventano facile humus per il terrorismo di matrice islamica, per la Jihad. Non a caso, la rivista Time li ha identificati con l’espressione generation Jihad.
Morire martire in Iraq o in Afganistan è il sogno del più fervente terrorista islamico. Chi abbraccia l’ideologia di Al Qaeda ed è pronto a eseguire attentati suicidi o sparare a morte contro soldati e gente innocente proviene per la maggior parte dai Paesi confinanti o circostanti: saudiani, siriani, kuweitiani, giordani, maghrebini, algerini, tunisini, marocchini, libici. L’aspirante suicida o guerrigliero di Allah ha un’età compresa tra i 19 e i 25 anni; è studente in scienze, genio civile, medicina, diritto religioso, studi islamici, informatica; è anche sposato; possiede o no figli; e vive anche agiatamente, quasi da benestante; fa il commerciante o svolge una professione amministrativa. Solo una bassa percentuale è reduce dall’Afghanistan, dalla Cecenia o dal Kashemire. Molti poi non hanno nemmeno un’esperienza militare, non provengono tutti da campi d’addetramento, e imparano però presto a imbracciare e usare il kalashnikov.
A volte non esiste nessun legame diretto con Al Qaeda, Bin Laden o Abu Zarqawi. Il terrorista, che può agire con il suo carico di morte in una qualunque città europea, è soltanto animato da odio e da una fanatica e insensata determinazione a uccidere. Possono essere soggetti – secondo le descrizioni fornite da intelligence europei, in particolare britannici -, che svolgono la loro missione assassina, senza coordinazione alcuna, senza che vi sia dietro un «cervello», collegato con una rete del terrorismo internazionale. Cellule isolate e impazzite. Può trattarsi di persone che non sono state indottrinate in moschee, ma che hanno deciso di immolarsi per Allah, di propria iniziativa, decidendo di comune accordo con altri all’interno di un bar, di una casa privata, di una palestra. Costituiscono pertanto una minaccia difficile da controllare e intercettare, essendo «unità autosufficienti, che possono colpire in ogni momento», così almeno trapela dai documenti d’indagine delle polizie occidentali.
I terroristi – in base alle informazioni e le analisi dei servizi segreti europei, americani e israeliani – possono interagire secondo tre modalità d’attacco. La più catastrofica delle ipotesi di strage prevede l’esplosione nel centro di una metropoli di un mini-ordigno nucleare primitivo, venduto al mercato nero e proveniente dagli arsenali ex-sovietici, che si può installare nell’interno di uno zainetto. Con danni irreversibili e incalcolabili, che richiederebbero 4 anni prima che la vita torni normale nell’area devastata. Il secondo scenario comprende l’uso di agenti chimici come il gas nervino, che può arrivare a uccidere il 95% delle persone che si trovano nel raggio d’azione, con danni per 350 milioni di euro. Il ritorno alla normalità è previsto intorno ai 4 mesi. Una terza opzione di aggressione terroristica è quella configurabile con bombe di costruzione artigianale o meglio casalinga, fai-da-te, che possono essere fatte scoppiare dentro stazioni, mezzi di trasporto, luoghi pubblici frequentati o metropolitane. Il numero di morti può essere limitato, ma l’impatto psicologico di questo tipo di attacco è molto forte, l’effetto bomba è poi continuato dalla diffusione mediatica della notizia della strage terroristica. A noi non resta che una domanda: si può uccidere in nome di Dio?
Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze. La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità , una volta condivisa, si ritrova raddoppiata.
In V stiamo affrontando l’argomento del confronto tra lager e gulag. Vi posto il testo che abbiamo letto in classe più un altro di brevi testimonianze e una mappa dei gulag nell’Unione Sovietica.
In questi giorni si sta parlando di quel gruppo su facebook contro i ragazzi con la sindrome di down. Eugenio Finardi è un cantautore italiano che 26 anni fa ha avuto una figlia down e a lei ha dedicato la canzone Le ragazze di Osaka che vi posto qui sotto.
Mi sento solo in mezzo alla gente osservo tutto ma non tocco niente mi sento strano e poco importante quasi fossi trasparente e poi resto fermo e non muovo niente la sabbia scende molto lentamente l’acqua è chiara e si vede il fondo limpido finalmente Ma no, non voglio essere solo no, non voglio essere solo no, non voglio essere solo mai. Ma no, non voglio essere solo no, non voglio essere solo no, non voglio essere solo mai. Al nord del tempio di Kasuga sulla collina delle giovani erbe mi avvicinavo sempre di più a loro quasi per istinto e poi sagome dolci lungo i muri bandiere tenui più sotto il sole passa un treno o era un temporale sì, forse lo era. Ma lei chinava il capo poco per salutare in strada tutti quelli colpiti da stupore. Da lì si rifletteva chiara in una tazza scura in una stanza più sicura. Ma no, non voglio esser solo no, non voglio esser solo no, non voglio esser solo mai. No, non voglio esser solo no, non voglio esser solo no, non voglio esser solo mai
Ci vuole coraggio per guardare in faccia l’esperienza. Soprattutto quando la realtà sembra contraddire il desiderio. Quelle dei Mountain Goats sono da sempre canzoni coraggiose: affrontano la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più crudi. Sulla scia di “The Life Of The World To Come”, John Darnielle ci svela la stoffa delle sue canzoni, sempre tese a interrogare ogni circostanza per cercare di catturarne il significato, senza timore di paragonarsi con una possibilità di risposta. Un’occasione per andare alla riscoperta della fitta discografia di uno dei più brillanti autori di canzoni degli ultimi anni, dallo spartano fai da te degli anni Novanta fino alle più rifinite atmosfere degli album realizzati per la 4AD. Sempre all’insegna di un songwriting dallo spirito letterario e di una vibrante e incontenibile urgenza.
I tuoi primi dischi sono fatti di nudi bozzetti a base di voce e chitarra acustica. Hai mai creduto in una sorta di “estetica lo-fi” o si è trattato semplicemente di una questione di necessità ?
Entrambe le cose, più o meno… Nel senso che non avevo a disposizione niente di più sofisticato di un registratore a cassette, ma la ragione per cui l’ho usato è che mi piaceva come suonava. Se non mi fosse piaciuto il suono, probabilmente non avrei continuato a registrare. L’estetica aveva un’attrattiva, ma non era la cosa principale, era più come una bella sorpresa.
Pensi che anche l’imperfezione possa essere usata come mezzo espressivo?
Qualche mese fa hai presentato al talk-show The Colbert Report il tuo ultimo disco, “The Life Of The World To Come”. Stephen Colbert ha battezzato la tua musica come “allegra desolazione”: che cosa ne pensi di questa definizione?
Sì, penso che fosse appropriata. Il punto delle storie che racconto è che c’è una sorta di orgoglio animale che puoi avere nelle circostanze della tua vita, non importa di che circostanze si tratti. Anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di divertente, o un raggio di luce, mi pare.
Nel tuo ultimo disco ogni brano trae ispirazione da un versetto biblico. Secondo te che cosa rende quelle parole capaci di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo?
Oh wow, questa è una domanda complessa. Voglio dire, per la società occidentale, le storie contenute lì dentro sono il nostro immaginario collettivo; sono le storie che più o meno conosciamo tutti. È qualcosa di profondo; una storia condivisa è una valuta comune, un linguaggio comune. E poi c’è il modo in cui tutti noi abbiamo sentito quelle parole un sacco di volte; i protestanti dicono che la ripetizione è inutile, ma io sono cattolico e per me le parole ripetute hanno un vero potere e così una frase che hai ascoltato più e più volte assume un potere ipnotico e fondamentale. Ci sono moltissime ragioni per cui i versetti biblici conservano il loro potere, e lo aumentano persino.
In una recente intervista, hai detto che la maggior parte della gente della nostra generazione vuole dire di pensare con la propria testa, mentre a te interessa di più pensare con la testa di un altro e poter dire “Mi fido di te”. L’idea di fede che emerge da “The Life Of The World To Come” non è quella di un’illuminazione irrazionale, ma di un percorso che porta a fidarsi di qualcun altro. Da che cosa nasce per te questa concezione?
Pensi che i personaggi delle tue canzoni, con tutto il loro carico di contraddizioni e speranze, possano essere considerati in qualche modo dei testimoni della possibilità di vivere avendo fiducia in qualcuno o in qualcosa?
Sì, penso di sì. Penso che sia il motivo per cui racconto le loro storie; per vedere come ci si sente, per vedere come si sentono altre persone, per fare esperienza di questo sentimento.
Pensare alla “vita del mondo che verrà ” potrebbe suonare consolatorio. Le tue canzoni, però, sono percorse dall’esigenza che di questa vita sia possibile fare esperienza qui e ora, nonostante la morte e il dolore…
In inglese sono le ultime parole del Credo che si recita al termine della Messa: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà ”. In latino è semplicemente vitam aeternam, ma la frase inglese è piena di meraviglia e mistero per me.
Pensi che sia possibile trovare una positività anche nelle cicatrici del passato, come suggerisce “Genesis 3:23”?
Non ho una risposta chiara su questo! A volte sì, altre volte mi sento come se cercare di raccogliere qualcosa di buono da un passato malato fosse soltanto inutile. Penso sempre a questa domanda!
Nelle tue canzoni hai messo spesso a nudo i tuoi ricordi più intimi. C’è qualche brano che non riusciresti mai a suonare in pubblico o per te è comunque una sorta di esperienza catartica?
Sì, ce ne sono un paio. Semplicemente non li suono, e di solito non li pubblico nemmeno. Ci sono un sacco di canzoni che sono private e sono fatte per rimanere tali.
Che cosa occorre a una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità ?
La cosa principale sono delle buone liriche. Tutto il resto è secondario. Allo stesso tempo, però, stamattina ho ascoltato soprattutto rock strumentale e ci ho trovato moltissimo da apprezzare, per cui è difficile da dire. Una grande melodia può penetrare tanto profondamente quanto un buon testo. Ma quanti grandi autori di melodie ci sono in giro? È difficile trovarne.
Senti mai il bisogno di esprimerti in una forma letteraria più ampia della canzone, come un romanzo?
Sì, ne ho scritto uno che è stato pubblicato nel 2008 (“Master Of Reality”, ispirato all’omonimo album dei Black Sabbath, ndr) e sto lavorando a un altro.
Ci racconteresti qualcosa della tua collaborazione con un altro brillante songwriter come John Vanderslice? Avete trovato un terreno comune?
Oh sì, abbiamo lavorato insieme per anni, ma solo di recente abbiamo realizzato un disco come collaborazione (“Moon Colony Bloodbath”, pubblicato nel 2009, ndr). Abbiamo deciso che il modo migliore per registrarlo fosse assumere un produttore esterno e lasciarlo dirigere, così abbiamo preso come produttore Chris Stamey (dei dB’s). È stato un piacere!
Nella scena musicale attuale c’è ancora spazio per un songwriter nel senso più classico del termine?
Sai, non riesco proprio a pensarci… Pensare troppo alle “scene” e cose simili, ai songwriter classici contro quelli moderni o quello che è, sono cose che non fanno per me. Posso solo fare quello che faccio. Se stessi a pensare alle scene, allora starei spendendo la mia energia creativa nei posti sbagliati.
Nei tuoi versi si trovano spesso riferimenti al cinema horror. Che cosa occorre secondo te a un film dell’orrore per essere davvero spaventoso? Se fossi uno sceneggiatore, quale sarebbe la trama del tuo film horror?
In IVDL, in attesa di andare al Centro Balducci di Zugliano, abbiamo ripassato l’argomento “Islam” affrontato l’anno scorso dando un’occhiata a stereotipi e pregiudizi. Pubblico i tre files letti stamattina in classe.
Penso che moltissimi abbiano ascoltato o canticchiato una volta nella loro vita la filastrocca “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi. Ebbene, ecco cosa ho trovato su internet.
Il canto originale scaturisce dall’antichissima tradizione della cena per la Pasqua ebraica, in cui si celebra il miracolo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Al termine della lettura del libro della Narrazione della Pasqua, interrotta secondo tradizione dalla cena pasquale dopo aver mangiato l’ultimo pezzo di pane azzimo (rappresentante il pane dell’afflizione assaporato nel Deserto), si intonano le 10 strofe di questo bellissimo canto. Nella versione originale, però, non si parla di un topolino, ma di un capretto. Il canto, come tutto il testo della Narrazione, cela una quantità di significati profondi
1. Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due soldi.
2. E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due soldi.
Il gatto (una specie di gatto selvatico) rappresenta il secondo regno, quello di Babilonia, sotto il re Nimrod. Il re, che odiava il Creatore e il suo messaggero Abramo, venne e mangiò il capretto. Secondo la tradizione ebraica, infatti, Abramo fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì però miracolosamente.
Il bastone sarebbe la verga che Dio consegnò a Mosè per colpire gli Egizi, lo strumento prodigioso che si tramutava in serpente, toccava le acque del Nilo per trasformarle in sangue e che spezzò, infine, la dura schiavitù. Simboleggia il quarto regno, quello d’Israele sulla propria terra, dove gli ebrei, sotto il segno dello scettro (di nuovo il bastone) del regno di Giuda costruirono il santuario di Gerusalemme. Fino a quando non venne il fuoco…
5. E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…
Quando il popolo ebraico si allontanò dalla Torah, un leone di fuoco scese dal cielo, assumendo la forma del regno babilonese di Nabucodonosor e bruciando il bastone (il potere temporale) d’Israele: il tempio fu divorato dalle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Ma contro il fuoco c’è un rimedio…
6. E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…
Il sesto regno è quello di Persia e Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.
7. E venne il bue, che bevve l’acqua, che…
Il toro è il segno celeste che secondo la tradizione ebraica contraddistingue le fortune della Grecia, una presenza che i saggi del Talmud associano all’oscurità spirituale: i greci cercarono di oscurare la vista degli ebrei riproponendo loro l’immagine del bue e ricordando di aver perduto la connessione con il Creatore a causa dell’episodio legato a un quadrupede della stessa specie, il vitello d’oro. Il toro della Grecia macedone si bevve in un sorso l’acqua della Media.
8. E venne il macellaio, che uccise il bue, che…
Il destino del bue di Macedonia finì poi nelle mani del macellaio di Roma! Nessun’altra cultura più di quella romana è tinta nella tradizione ebraica con maggior decisione nel rosso del sangue. Affermatosi sotto il segno guerresco del pianeta Marte, Roma è la discendente spirituale di Esaù, il primo figlio di Isacco, che nacque, secondo la Genesi, coperto su tutto il corpo di una peluria rossastra. Roma rappresenta il dominio di una cultura materialistica, lo stesso al quale secondo la tradizione rabbinica sottostiamo ancora oggi attraverso il potere dei suoi eredi spirituali.
9. E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…
10. E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…
Alla decima strofa il cerchio si chiude con il necessario ritorno al punto di partenza. L’Eterno rimuoverà definitivamente tutto il veleno spirituale cosparso sulla Terra. Anche l’istinto di fare del male (l’angelo della morte) sarà sradicato. «Allora Dio», promette il Talmud, «asciugherà le lacrime da ogni viso e riprenderà possesso del suo regno». Solo quando il circolo sarà completo la gioia potrà regnare in un riconciliato rapporto tra l’uomo e il suo Creatore.
Chi verrà dopo di noi, può già rivendicare oggi dei diritti? Tutelare i diritti di chi vivrà nel futuro può aiutarci anche a vivere meglio il presente?
Oggi sul Corriere è uscito questo articolo sul fatto che sempre meno insegnanti siano disponibili ad accompagnare le classi in viaggio. Che ne pensate?
Personalmente penso non sia affatto così e che la fede intesa alla Veronesi sia un’ideologia e non una fede che ha come baluardo ultimo la coscienza. Al Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes 16 si è scritto:
“L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità . Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.”