Pubblicato in: Etica

Facebook e Down


In questi giorni si sta parlando di quel gruppo su facebook contro i ragazzi con la sindrome di down. Eugenio Finardi è un cantautore italiano che 26 anni fa ha avuto una figlia down e a lei ha dedicato la canzone Le ragazze di Osaka che vi posto qui sotto.

 

Mi sento solo in mezzo alla gente
osservo tutto ma non tocco niente
mi sento strano e poco importante
quasi fossi trasparente e poi
resto fermo e non muovo niente
la sabbia scende molto lentamente
l’acqua è chiara e si vede il fondo
limpido finalmente
Ma no, non voglio essere solo no,
non voglio essere solo no,
non voglio essere solo mai.
Ma no, non voglio essere solo no,
non voglio essere solo no,
non voglio essere solo mai.
Al nord del tempio di Kasuga
sulla collina delle giovani erbe
mi avvicinavo sempre di più a loro
quasi per istinto e poi
sagome dolci lungo i muri
bandiere tenui più sotto il sole
passa un treno o era un temporale
sì, forse lo era.
Ma lei chinava il capo poco
per salutare in strada
tutti quelli colpiti da stupore.
Da lì si rifletteva chiara
in una tazza scura
in una stanza più sicura.
Ma no, non voglio esser solo no,
non voglio esser solo no,
non voglio esser solo mai.
No, non voglio esser solo no,
non voglio esser solo no,
non voglio esser solo mai

Un pensiero riguardo “Facebook e Down

  1. Posto anche un’intervista interessantissima allo stesso Finardi:
    Intervista a Eugenio Finardi. Più che un angelo, una Mercedes (2003)

    Il cantante, padre di Elettra, ragazza down, non ci sta: “La gente normale non sa quale sia l’impegno per un figlio disabile: come una cabriolet all’anno” (di Elena Catalfamo).

    Come angeli? «Un errore. Per uno che non crede in Dio, un down nasce per puro caso. Un errore. C’è chi nasce con due cromosomi e chi con tre. Elettra è nata down». Parole di disincanto per il cantautore Eugenio Finardi che ha una figlia down cui ha dedicato alcune delle sue canzoni più belle come Favola, Le ragazze di Osaka e Amore diverso. La voce solida si rompe mentre racconta della sua vita con Elettra, ormai ventunenne. Della rabbia e la solitudine di un genitore, di ogni genitore di un figlio disabile. Dell’incapacità della società contemporanea di dare un ruolo, altro che angeli, all’handicap. Alle difficoltà economiche e burocratiche che affliggono una famiglia con figlio down nell’Anno europeo per le persone disabili. «Quando è nata Elettra», racconta in una pausa del suo Cinquantanni tour, «è come se il sole si fosse spento». Era a Fano, in concerto, quando gli hanno detto, in una torrida notte d’estate, che il suo primo figlio stava per nascere. Ha lasciato tutto e in preda a una forte euforia è salito in auto per raggiungere la moglie Patrizia, 24 anni, a Milano. «Arrivato al casello, ho sentito come se qualcosa si fosse rotto». All’ospedale viene accompagnato in una saletta e avvertito della malattia della figlia. «Non sapevo neppure che cosa volesse dire sindrome di down. Poi mi hanno detto che avevo una figlia mongola e ho capito». Rabbia e rifiuto. Non si nasconde, Eugenio Finardi. Ha sperato che, in una crisi respiratoria, il viaggio in questa vita di Elettra finisse, ma così non è stato. Cè voluta una notte insonne e di lacrime per guardare con occhi nuovi, il giorno seguente, quella bambina così diversa. «E ci sono voluti anni di terapia per accantonare tutte quelle aspettative che uno proietta inevitabilmente sui figli e per accettare la mia eterna condanna alla diversità». Nell’Anno che l’Unione europea ha dedicato alle persone disabili, Finardi ha deciso di girare le piazze d’Italia per parlare anche di ciò che non va per i disabili e le loro famiglie, facendo tesoro della propria esperienza. «La burocrazia ti sfianca, oltre a sacrificare la vita di uno dei due genitori. Ricordo l’umiliazione di dover portare Elettra all’ospedale militare di Baggio, in mezzo agli omoni in fila per la leva, per accertare ogni anno l’invalidità di mia figlia e aver diritto alla pensione. I down sono down sempre, perché dovercelo ricordare ogni anno?» E cosa ci vorrebbe? «Un tutor in grado di aiutare la famiglia, già sotto shock per la nascita di un figlio disabile, a districarsi tra le leggi di settore che ci sono ma che non tutti conoscono e comprendono». «La scuola», continua, «è stata un’esperienza positiva per Elettra. Ha trovato insegnanti e compagni che l’hanno aiutata a fare un percorso di inserimento nel gruppo classe. I problemi sono arrivati dopo. Nell’adolescenza. Quando anche mia figlia avrebbe voluto avere un fidanzato, la comitiva e uscire con le amiche. Ma i ragazzi a quell’età sono fragili ed egoisti, non hanno tempo per reggere la diversità. E la nostra società oggi sembra eternamente in preda a una nevrosi adolescenziale, così inadatta a dare un ruolo ai disabili. In un mondo in cui le prime domande che ti fanno quando ti incontrano sono Chi sei? Cosa fai? Elettra è tagliata fuori». «Credo molto nella risorsa del volontariato», aggiunge Finardi. «Il volontario può sollevare la famiglia dalle piccole incombenze e aiutarla nella socializzazione in un mondo in cui non esiste più una famiglia allargata fatta del buon vicinato capace di stringere una rete intorno al bisogno dei genitori. Ma del volontariato non mi piace l’atteggiamento pietista che talvolta incontro». E oggi, a 21 anni, come vive Elettra? «L’età adulta», riflette, «è la più complessa da affrontare. E il pensiero del “dopo di noi” mi affligge. Che ne sarà di Elettra se non ci saremo più noi? Adesso vive in una casa famiglia. Un’ottima soluzione per i ragazzi disabili. Non una grande comunità ma un appartamento nel centro di Milano gestito dall’associazione di famiglie “Fraternità e amicizia” in cui vivono alcuni ragazzi down. Lei può realizzare il suo sogno di vivere da sola, ha un fidanzato, ma non ha un lavoro. È una struttura privata in cui le famiglie più abbienti finanziano anche chi non se la può permettere. Avere un figlio con handicap è un lusso, come concedersi una Mercedes cabriolet ogni anno. Il pubblico in questo ha ancora passi da gigante da fare».

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