Profanata la memoria di Rehman Baba

Sempre a proposito dell’Islam è importante sottolineare che la maggiorparte dei musulmani non la pensa “alla talebana” e che per questo è preseguitata, come sottolineato in questo articolo.

Colpito un mausoleo sufi per “talebanizzare” il Pakistan

di Qaiser Felix

Peshawar (AsiaNews) – L’attacco terrorista al mausoleo del poeta sufi Rehman Baba dimostra il “modello di nazione” nel quale i “fanatici talebani” vogliono trasformare il Pakistan. Ancor più grave è che il tempio sia stato attaccato “perché era aperto anche alle donne”. In questo modo si va verso “il deterioramento del livello di sicurezza nel Paese”. È il grido d’allarme lanciato dalla Commissione pakistana per i diritti umani (Hrcp), secondo la quale il paese corre il rischio di una progressiva “talebanizzazione”.

Ieri a Peshawar – capitale della North-West Frontier Province, al confine con l’Afghanistan – i talebani hanno colpito il mausoleo del poeta sufi del 17° secolo, di lingua Pashtun, la cui figura è molto amata in tutta la provincia e nel vicino Afghanistan. Rehman Baba è considerato un simbolo di pace e tolleranza e i suoi scritti sono studiati ancora oggi per il loro messaggio di “amore a Dio” e di rispetto verso il prossimo. L’esplosione è avvenuta ieri alle 5.10 del mattino; l’edificio in marmo bianco ha subito danni pesanti, ma non vi sono morti o feriti.

Hrcp ricorda che Rehman Baba è un’icona “non solo del popolo Pasthun, ma di tutto il Pakistan” ed è “ironico” che il mausoleo di un poeta “riverito per la sua opposizione all’oppressione e la rivendicazione dei principi di pace e tolleranza sia stato oggetto dell’attacco dei talebani”.

Fonti del governo locale riferiscono che nei giorni scorsi i talebani hanno lanciato un avvertimento, esigendo il divieto per le donne di entrare nel mausoleo. Secondo la polizia il principale imputato per l’attacco è Mangal Bagh, capo del movimento estremista Lashkar-i-Islam. In passato gruppi di persone con capelli e barba lunga si erano più volti avvicinati al luogo dell’attentato.

Oggi la popolazione locale ha indetto una manifestazione di protesta contro l’attacco. Una dura condanna arriva anche dal premier pakistano Yusuf Raza Gilani, che chiede agli inquirenti “indagini approfondite” perché “siano consegnati alla giustizia” i responsabili.

Passi indietro per le donne pakistane

In III stiamo parlando dell’Islam. Purtroppo è di questi giorni la notizia di un abbruttimento della situazione delle donne pakistane. Da AsiaNews ho preso questo articolo preoccupante.

Per le donne iniziano i divieti con la Sharia nella Swat Valley

di Qaiser Felix

Peshawar (AsiaNews) – Da ieri le corti islamiche hanno preso in mano l’amministrazione della giustizia nella Swat Valley. Con l’entrata in vigore della sharia nel distretto di Malakand le donne non possono più muoversi da sole, parlare in pubblico ed il velo diventa obbligatorio. Le scuole femminili, per lo più legate ai missionari, ma frequentate per il 95% da ragazze musulmane, rischiano la chiusura definitiva dopo gli attentati esplosivi negli ultimi mesi che, pur non causando vittime, hanno reso impossibile a circa mille studentesse di frequentare le lezioni.

Per le comunità cattoliche e protestanti presenti nella regione, circa mille persone, si profila un futuro difficile. PAKISTAN_(F)_0317_-_Swat_valley_sharia.jpgImpiegati come manovali e spazzini, o presso gli ospedali e le scuole dei missionari, temono il clima di discriminazione e molti hanno già lasciato le loro case per spostarsi in altre città e zone in cui non vige la sharia. Dall’inizio dell’anno i talebani hanno compiuto centinaia di attentati contro scuole, negozi di musica e cd, barbieri e attività pubbliche e commerciali ritenute anti-islamiche.

Con l’introduzione della cosidetta Nizam-e-Adl Regulations 2009, sono decaduti i tribunali e di giudici civili ed il loro posto è stato preso dal sistema dei Qazis, i giudici islamici che rispondono alla legge coranica. Sono sette, per ora, i tribunali approvati nello Swat dopo l’accordo tra le milizie talebane del Tehreek-i-Nafaz-i-Shariat-i-Muhammadi (Tnsm) ed il governo del presidente Asif Ali Zardari. Sono stabiliti nei due distretti di Dir e in quelli di Buner, Malakand Agency, Shangla, Kohistan e Chitral. Iftikhar Hussain, ministro per le comunicazioni della  North West Frontier Province (Nwfp), ha affermato che i nuovi tribunali saranno da modello per gli altri distretti della provincia in cui non sarà necessaria l’approvazione presidenziale per l’instaurazione di corti islamiche.

Dando l’annuncio dell’entrata in vigore definitiva della sharia, Sufi Muhammad, capo delle milizie Tnsm,  ha spiegato che i tribunali islamici risponderanno ad una nuova corte suprema, la Darul Qaza, per cui sono già stati selezionati due dei tre giudici che la compongono. Sufi ha anche affermato che i qazis che non applicheranno nel modo corretto la sharia saranno subito sostituiti.

L’Alta corte di Peshawar ha espresso preoccupazione per le minacce del capo del Tnsm e chiesto alle autorità della Nwfp di garantire la sicurezza dei giudici.

Incenso o cannabis?

Visto che in II stiamo parlando di tossicodipendenze pubblico questo articolo uscito sul Corriere su un nuovo tipo di droga spacciata come incenso e di cui si è parlato a Trieste nell’ultimo weekend in occasione della Conferenza nazionale sulle politiche antidroga.

Nuova cannabis venduta come incenso

Gli esperti: difficile da identificare. Allarme dell’Istituto di sanità: fa più danni della marijuana naturale

TRIESTE — È venduto come incenso per profumare gli ambienti, viene comperato per essere fumato. Perché «Genie» (uno dei tanti nomi sotto i quali si nascondono mix di erbe aromatiche) contiene una nuova cannabis sintetica, molto più potente di quella naturale. Ed è in vendita negli smart shop italiani. L’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha appena scoperto, proprio in «Genie», un composto sconosciuto finora in Italia, che funziona come il Thc, o tetraidrocannabinolo, il principio attivo della cannabis. Quello che dà il piacere della droga. «Si chiama Jwh-018 — spiega Teodora Macchia dell’Iss che ha coordinato la ricerca — e stimola un recettore della cannabis che sta nel cervello. Questa sostanza appartiene a un gruppo di un centinaio di molecole che sono state studiate per la loro attività analgesica, ma che hanno poi rivelato un’azione simile a quella della cannabis. Sono di sintesi, non hanno niente a che fare con i prodotti naturali». Nel mix di erbe che vanno sotto il nome generico di «Spice » («speziate»: hanno, fra gli ingredienti, l’alchemilla vulgaris, la rosa gallica, e la leonotis nepetifolia, tanto per fare qualche esempio), la cannabis sintetica non ci è finita per caso. Esistono gruppi ben organizzati che producono queste sostanze da mescolare alle erbe e le erbe vengono poi vendute negli smart shop o nei negozi online. Sono le nuove droghe, difficili da identificare perché non c’è letteratura scientifica, perché non sono considerate droghe, e quindi non sono oggetto di sequestro, perché viaggiano su Internet e approdano su una grande quantità di siti ad altissima professionalità grafica per attrarre i giovani (in Italia, negli ultimi sei mesi, il numero di accessi ai siti Internet legati alla droga sono aumentati dal 40 al 60 per cento).

E, infine, perché ancora non esistono test di laboratorio capaci di identificarle, come hanno sottolineato a Trieste gli esperti che hanno partecipato alla «V Conferenza nazionale sulle politiche antidroga » organizzata dalla Presidenza del Consiglio. «Ci dobbiamo confrontare con una serie di nuove sostanze propagandate come legali — commenta Giovanni Serpelloni capo del Dipartimento per le Politiche antidroga —, ma che in realtà sono psicoattive. Sempre più spesso arrivano nei pronto-soccorso degli ospedali giovani con disturbi psicotici inspiegabili, a meno di non pensare all’uso di queste nuove droghe. Che, però, sono difficili da identificare proprio perché sono ancora poco conosciute, anche dai medici. E sono molto potenti ». «Siamo abituati a pensare alla marijuana che contiene 2-3% di principio attivo— aggiunge Macchia — e all’hashish che ne contiene il 7%, ma lo Skunk, ottenuto da un ibrido fra cannabis sativa e cannabis indica, arriva fino al 20%. Gli «Spice» hanno una potenza quattro-cinque volte superiore a quella della cannabis naturale. E il contenuto può variare da prodotto a prodotto, anche della stessa marca ». Per Gustavo Merola dell’Iss: «Gli Spice sono già stati proibiti in Germania, in Austria e da pochissimo anche in Francia».

Adriana Bazzi

Tempo di crisi: cosa ci dice Dante?

Quello che stiamo vivendo è sicuramente un periodo di crisi, economica ma non solo. Girovagando sulla rete ho trovato questo divertente pezzo di Pigi Colognesi su come Dante ha affrontato una crisi nell’Inferno.

La parola «crisi» è sulla bocca di tutti. Essa indica un dato di fatto innegabile, di fronte al quale è decisiva la posizione della persona.

Lo documenta un passaggio cruciale del viaggio di Dante nell’inferno. Quando il poeta giunge di fronte alle mura della città di Dite (alla fine del canto VIII) ha già visto un gran numero di dannati e osservato atroci pene. Ma ora gli si presenta una situazione del tutto nuova. Le porte della città sono chiuse e vigilate da stuoli di demoni. La sua guida, Virgilio, lo lascia solo per andare a parlamentare coi diavoli perché lascino libero il passaggio. Ma torna sconfitto: i custodi infernali si rifiutano di far proseguire i due pellegrini dell’oltretomba. È una situazione di «crisi», uno di quei momenti in cui le certezze su cui ci si appoggiava appaiono insufficienti per proseguire. Tanto che Dante si conferma che l’unica cosa da fare sia quella di tornare indietro, di rinunciare al cammino.

Il canto IX si apre, perciò, in un’atmosfera di paura e smarrimento. Sembra quasi, così interpreta Dante, che lo stesso Virgilio dubiti. Allora gli chiede, come a confermarsi di non aver riposto in lui una speranza vana, se mai avesse fatto il tragitto per il quale lo sta guidando. Tra le certezze che la crisi mette in discussione c’è quella su chi testimonia la possibilità stessa del cammino. È il dubbio più devastante.

Virgilio racconta di essere già stato fin nel fondo dell’inferno e, quindi, sollecita Dante a non temere. Il poeta fiorentino non è molto convinto, ma prima ancora che Virgilio abbia finito di parlare, Dante è distratto da nuove improvvise presenze che compaiono sulle mura ferrigne di Dite: sono le Furie. In esse la tradizione antica e medievale vedeva le varie forme del male e, insieme, il rimorso che perseguita chi ha sbagliato. Quasi a suggerirgli che è la propria debolezza morale a non permettergli nessun cammino positivo. Ma questo problema Virgilio lo aveva già sciolto all’inizio stesso del viaggio. Nel canto II, infatti, Dante aveva detto alla sua guida di non ritenersi degno di compiere lo stesso cammino che Dio aveva permesso a Enea e a san Paolo. Ma il poeta dell’Eneide gli aveva risposto che quel viaggio non gli era consentito per la sua dignità morale, ma perché «tre donne benedette» (Maria, santa Lucia e Beatrice) si erano preoccupate di lui e avevano mandato Virgilio stesso a guidarlo. Infatti ora, senza esitazione Virgilio dice a Dante di guardare bene in faccia le tre Furie e le addita addirittura per nome: non possono più nuocergli.

Ma le Furie hanno in riserva un’altra, più terribile arma. Esse invocano Medusa. E subito Virgilio ordina a Dante di abbassare la faccia, di non guardarla e lui stesso gli copre gli occhi con le sue mani. Medusa, infatti, la donna coi crini di serpente, è la personificazione della disperazione. Guardarla significa diventare di pietra, bloccarsi nell’impossibilità.

Solo dopo aver superato questa estrema tentazione che ogni momento di crisi porta con sé la situazione si sblocca. Preceduto dal vento e dal frastuono di un temporale, appare sulla scena un messo celeste. Senza dire neppure una parola ai due pellegrini ansiosi e impauriti, minaccia i diavoli per la loro «oltracotanza» e con una semplice «verghetta» apre quella porta che sembrava un ostacolo insormontabile. La disperazione della crisi è vinta; il cammino può riprendere.

Anziano rock

Vi posto un articolo di Alessandro Peroni che mi ha divertito moltomick-jagger.jpg ed è preso dal numero di Diogene Magazine che è da pochissimo in edicola. E’ un bel testo su chi, pur avendo una certa età, è ancora in grado di fare del buon rock.

Duemila anni fa lo storico e filosofo Plutarco (46-120 d.C.) scriveva un testo nel quale si chiedeva se la politica fosse un’attività alla quale gli anziani potessero liberamente dedicarsi. Le sue conclusioni erano, in realtà, assai ampie: la politica è un compito in cui tutti i cittadini devono impegnarsi: “Solo gli stolti non fanno politica. Chi invece è socievole, umano, amante autentico della Patria fa sempre politica, sia che esorti i potenti o si offra da guida a chi ne ha bisogno, oppure sia di sostegno a chi deve prendere decisioni importanti, sia che distolga dal male i cattivi e incoraggi gli onesti” (Plutarco, Se un anziano debba fare politica, 260). La politica, dunque, è un’attività nella quale tutti gli uomini devono investire, consacrandovi le proprie forze, sia quando sono giovani e valenti, sia quando sono più anziani, allorché, con la loro esperienza, possono consigliare e sostenere gli altri.

Plutarco era infatti uno strenuo sostenitore dell’impegno “civile”, che si esplicava anche nell’esercizio quotidiano della filosofia: “La maggior parte delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall’alto di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che tuttavia sfugge, a persone del genere, è la filosofia che si vede esercitata nelle opere e nelle azioni di ogni giorno. Socrate non si sedeva su una cattedra professorale, non aveva un orario fisso per discutere o passeggiare con i suoi discepoli, ma scherzando con loro, bevendo o andando alla guerra o in piazza, egli ha fatto filosofia. È stato il primo a dimostrare che, in ogni tempo e luogo, in tutto ciò che ci accade, la vita quotidiana dà la possibilità di filosofare” (ibidem).

Il profondo umanesimo di questo testo di Plutarco mi ha sempre colpito, sicché mi sono chiesto se esso potesse, in qualche modo, essere applicato anche alla musica rock. Questa, come ben sappiamo, è la musica “dei giovani” ormai da oltre mezzo secolo: per questo motivo, i sopravvissuti della prima ondata del rock’n’roll si trovano oggi a essere “giovani” di circa settant’anni. Uno di questi, Jerry Lee Lewis (detto The Killer), ha annunciato che tornerà presto in tour all’età di 72 anni, cantando Great Balls Of Fire e percuotendo il pianoforte con il suo stile selvaggio. Ha poi destato viva impressione un paio d’anni fa, durante la tournée mondiale dei Rolling Stones, la grande vitalità di Mick Jagger (classe 1943), che per tutta la durata dei lunghissimi concerti continuava a correre e saltare per il palco senza stancarsi, senza incappare in cali di voce, e con una simpatia e un’ironia molto british che in passato non aveva mai palesato on stage. Merito senz’altro della sua vita sanissima, della dieta equilibrata e di un’attività fisica controllata.

Poiché ho avuto modo di assistere a un concerto di questa tournée, sono testimone dell’esuberanza del vegliardo, così come delle precarie condizioni di salute di altri membri del gruppo. Degli altri tre Stones rimasti, il batterista Charlie Watts eseguiva il suo lavoro di onesto artigiano, come sta facendo da più di quarant’anni; i due chitarristi Keith Richards e Ron Wood destavano invece qualche preoccupazione, mentre, appoggiati l’uno all’altro in un angolo del palco quasi a sostenersi a vicenda, traevano note talora improbabili dai loro strumenti. Fortunatamente, la nutrita schiera di musicisti di supporto rendeva meno traumatica la resa sonora.

Questo esempio ci dimostra un’amara verità: purtroppo non tutti invecchiano allo stesso modo, nemmeno se militano da sempre nello stesso gruppo, come si è visto pure nel recente concerto italiano degli Who, dove la presenza sul palco del cantante Roger Daltrey era principalmente decorativa, poiché a cantare e suonare la chitarra provvedeva l’ancor tonico Pete Townshend. Recentemente Robert Smith, seppure fisicamente “appesantito”, ha dimostrato che i suoi Cure possono esprimere ancora molto dal vivo. Eric Clapton, il “dio della chitarra” degli anni Sessanta, oggi ha ancora molto da insegnare, David Bowie sembra eternamente giovane e siamo in attesa di vedere gli esiti dell’annunciata reunion dei Led Zeppelin.

Ma cosa possono ancora comunicare questi anziani signori del rock che non abbiano già espresso decenni fa? Dal punto di vista discografico, tutto sommato, spesso pubblicano opere valide. Ad esempio, certi inossidabili come gli Ac/Dc o i Motörhead sfornano da una trentina d’anni dischi dignitosi, seppure a fasi alterne: certo, ripropongono sempre lo stesso sound o le stesse idee, ma finché queste scalderanno i cuori dei fan dai 15 ai 50 anni (e oltre) e ispireranno i giovani a prendere uno strumento e mettersi a suonare, il loro ruolo “sociale” (nel senso inteso da Plutarco) dovrà essere riconosciuto e rispettato.

Del resto, è noto che la musica richiede tempi lunghi di maturazione, forse più di qualsiasi altra attività umana. Nella politica, con buona pace di Plutarco, l’inamovibilità di certi vecchi è cagione, sappiamo, di gravi danni per la società; l’invecchiamento precoce a cui poi vanno incontro i “giovani politici” è un fatto ancor più preoccupante. Nella filosofia, tranne che in rari casi, la grande idea e l’intuizione potente arrivano in gioventù: per il resto della loro (spesso lunga) vita, i filosofi affinano la loro intuizione giovanile, la “nobilitano” (o imprigionano) in ponderosi sistemi o, peggio, la rinnegano per aprire a un imbarazzante “nuovo corso” del loro pensiero.

Così non è per la musica. Certo, capita il caso in cui un autore non riesca mai a superare il proprio capolavoro giovanile (come fu il caso di Mascagni con Cavalleria rusticana), ma nella maggior parte dei casi i grandi compositori si rendono artefici di lunghe e fruttuose maturazioni. Un esempio su tutti, Giuseppe Verdi, che produsse le sue opere più complesse e tutt’altro che anacronistiche in tarda età, potremmo addirittura dire “fuori tempo massimo”. Per quel che riguarda gli interpreti, è noto che i grandi strumentisti e direttori vivono a lungo, come Horowitz, Toscanini o Karajan. Di quest’ultimo, possiamo ricostruire tutta la lunghissima carriera attraverso le testimonianze discografiche, dal disco a 78 giri fino al CD, confrontando come si è evoluto il suo apporto interpretativo.

Per quel che riguarda i musicisti rock, il genere comincia a essere abbastanza duraturo da poter azzardare qualche considerazione. Purtroppo, la vita sregolata fatta di eccessi ha causato la prematura scomparsa o la decadenza fisica e intellettuale di molti “grandi”; inoltre, le esigenze del mercato hanno cancellato o relegato a produzioni di nicchia alcuni artisti che forse avrebbero ancora qualcosa da dire; altri personaggi a tutt’oggi attivi a livello di grande pubblico oscillano tra l’eccellente e l’imbarazzante. Quello che conta, comunque, è sempre, come ci dice Plutarco, la capacità di comunicare, di consigliare, di ispirare.

Ma, come ci insegna ancora il pensatore di Cheronea, le attività umane non si svolgono solo nelle grandi occasioni, come in un grande concerto (eventualmente con un’unità coronarica dietro le quinte pronta a intervenire, come nell’ultima tournée dei Rolling Stones), ma anche nei piccoli spazi o sulla pubblica piazza, e tutti sono chiamati a impegnarvisi.

Cosa dire, allora, a tutti quelli che arrivano a una certa età: alle fatidiche soglie dei 30, 40, 50 o 60 anni? Per rispondere, andiamo a ripescare un film, uno storico rock movie che si intitola No Nukes (1980) e fu ricavato dalle riprese di un grande concerto collettivo contro il nucleare. Nel corso della sua straordinaria esibizione, Bruce Springsteen si rende protagonista di un divertente siparietto: durante una travolgente versione di Thunder Road, il Boss finge istrionicamente un collasso e si getta a terra. Rialzato dai membri della band, si scusa con il suo pubblico: “Non posso andare avanti così! Ho già trent’anni e il mio cuore sta cominciando ad andarsene…”. Da quel concerto al Madison Square Garden sono passati esattamente trent’anni: Springsteen è “andato avanti così” e scrive tutt’ora magnifiche canzoni che continua a proporre dal vivo. Qui sta la chiave del fare musica, al di là dell’età: avere buone idee da proporre (o, al limite, ri-proporre) e tanta energia per tenere concerti. Doti che non sono scontate nemmeno per i giovani, che spesso devono lottare più di quanto avevano fatto i loro padri (o nonni) per proporre una musica che esca dai canoni stabiliti dal mercato più commerciale. Per chi ha una certa età, la passione e l’esperienza sono sempre gradite anche dal pubblico più giovane, ed è proprio la presenza e l’apprezzamento di quest’ultimo a segnalare che si ha ancora qualcosa da dire. Certo, come insegna Mick Jagger, per continuare a calcare il palcoscenico è essenziale che non si trascurino le cautele del caso: vita sana e regolare, niente fumo e alcool, esercizio fisico di preparazione, visite regolari dal geriatra di fiducia… In questo modo, non si finirà in quel limbo cantato tristemente dai Jethro Tull: Too Old to Rock ’n’ Roll: Too Young to Die (Troppo vecchio per il rock’n’roll, troppo giovane per morire).

Sull’amicizia

Nelle prime stiamo parlando di relazioni. Abbiamo dato anche un’occhiata a questo brano sull’amicizia. immaginemanico7.jpgRicordo a chi può interessare che “L’amico ritrovato” fa parte di una trilogia, per cui suggerisco di leggere anche “Niente resurrezioni per favore” e “Un’anima non vile”. Se qualcuno desiderasse leggerli è sufficiente che me lo dica, li posso prestare.

“Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico. Non c’era niente in lui che non mi piacesse. […] Il problema era come attirarlo a me. Cosa dovevo fare per conquistarlo, chiuso com’era dietro le barriere della tradizione, dell’orgoglio naturale e dell’altezzosità acquisita? Senza contare che sembrava perfettamente soddisfatto di starsene solo e di non mescolarsi agli altri, che frequentava solo perché vi era costretto. Come attirare la sua attenzione, come fargli capire che io ero diverso da quella folla opaca, come convincerlo che io e solo io avrei dovuto diventare suo amico, erano tutti quesiti di cui non conoscevo la risposta. […] Tre giorni dopo, il quindici marzo – una data che non dimenticherò più – stavo tornando a casa da scuola. Era una sera primaverile, dolce e fresca. [… ] Davanti a me vidi Hohenfels; pareva esitare come se fosse in attesa di qualcuno. [… ] L’avevo quasi raggiunto, quando si voltò e mi sorrise. Poi con un gesto stranamente goffo ed imprecìso, mi strinse la mano tremante. «Ciao, Hans», mi disse e io all’improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno… e tuttavia io sentivo che quello era solo l’inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.”

F. UHLMAN, L’amico ritrovato, Feltrinelli, Milano 1990, p. 23-30

Tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue

Solitamente, quando vedo, all’interno di un blog, un post molto lungo non inizio neanche a leggerlo. Eppure stavolta sono io a farlo semplicemente perché penso che ne valga veramente la pena. Ho deciso di postare due pagine dell’ultimo libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” (pp 313-315). Vengono descritte le prime granate piovute su Sarajevo, quelle che il 27 maggio 1992 colpirono il mercato di via Vase Miskina mentre la gente era in coda per il pane. Sono parole che mi hanno commosso profondamente e allora voglio condividerle.

La gente camminava tranquilla, quella mattina, donne con i foulard, uomini con la cravatta. Bisognava mostrare il pugno chiuso con il medio fuori a quelli lassù, al club delle tre dita cetniche. È un messaggio per loro, infilatevi nel culo i vostri fucili di precisione. Quei foulard, quei passi ordinati, stavano lì a dire quello. A testimoniare che la vita continuava. La clinica ostetrica era stata colpita, l’edificio di “Oslobodjenje” era ormai un bersaglio per tiratori sfaccendati. Chi non aveva niente da fare gli sparava un colpo. La città pareva vuota, poi si rianimava, come un pascolo. Sul muro sotto casa era apparsa una scritta:

NON SIAMO MORTI STANOTTE.

La guardavo tutte le mattine dalla finestra, mi si chiudeva la gola.

C’era stata buriana il giorno prima, era bruciato lo stadio Zetra, nel villaggio olimpico, si era liquefatto quel cappello di metallo così caro a tutti. I pompieri e i volontari s’erano affannati per ore. Ormai la gente sapeva che dopo le grandinate peggiori la montagna taceva per un po’. Era stato ordinato il cessate il fuoco, senza più revoche, erano state messe sanzioni a quelli di Belgrado. Non si poteva non fare la fila. Per l’acqua, per il pane, per le medicine… si rischiava la ghirba a star lì tutti insieme come piccioni, ma quella era una giornata di fiducia, di donne che chiacchieravano sul marciapiede, di ragazzini che scappavano tra le gambe. C’era il sole. Era in via Vase Miskina, dove adesso c’è una delle rose più grandi. Anche la piccola porta c’è ancora, non vendono più il pane ma c’è.

I nomi sono scritti, piccoli, ordinati, accanto alla stella e alla luna musulmane, accanto a un versetto del Corano.

Erano donne, uomini, bambini che giocavano… E non sapevano che sarebbero stati incisi sul muro, fotografati dai cellulari dei turisti all’infinito. Era la fila per il pane, c’era un buon odore. Era una giornata di fiducia, di lepri che mettono la testa fuori. Era fine maggio, le rondini becchettavano le briciole di chi smozzicava il pane per strada. Qualche fortunato ci fu. Gente più svelta, più tempestiva, che s’era messa in fila presto, prima degli altri, e se n’era appena andata con il suo filone di pane o una di quelle pagnotte senza lievito e senza sale. Ma ci fu anche qualcuno che rimase per caso, che si mise a parlare, a scambiare due battute con un conoscente. Caddero tre granate, due per strada, una al mercato lì davanti. E tutti quelli che c’erano fecero un viaggio, schizzarono. La piazza divenne una scena teatrale, stracci rossi ovunque. Avrebbe fatto il giro del mondo, quello schifo rosso. Quel pane zuppo di sangue.

«Non credevo che un bambino avesse tanto cervello» disse un vecchio uomo aggrappato a un bastone. «Non finiva più di uscire, quel cervello.»

Una donna era seduta sul muretto, non piangeva. Stringeva due figli morti, uno di qua e uno di là, come fiori recisi. Un’altra cercava di riacchiapparsi la sua gamba, le andava dietro strisciando sui gomiti. Un uomo era più buffo degli altri. Riverso come uno di quei guanti che la gente trova per strada e appoggia a una transenna, perché magari chi lo ha perso ripassa di lì. Guanti spaiati, tristi, sporchi di fango. Ecco, lui se ne stava lì come un guanto appoggiato a uno di quei tubi di ferro che dividono le strade. Ma non aveva più la pancia. Solo un grosso buco circolare, un po’ sfilacciato. Dietro si vedeva la gente in fuga, le barelle, e lui era lì come un effetto speciale.

Gojko quel giorno sembrava impazzito, era corso subito lì, urlava ai giornalisti di filmare…

«Così adesso si accorgeranno di noi!»

Raccolse una pagnotta, la spezzò, la mollica era intrisa di sangue rosso come sugo. La offrì ai giornalisti.

«Ecco, tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue…»

Poi schizzò via, disperato come Giuda che va a impiccarsi.

Più tardi la città taceva. Era stata una giornata di fiducia. Erano arrivati quei giovani con le tute mimetiche e i caschi azzurri come il cielo… la gente si era illusa che fossero angeli custodi, che fosse finita. Invece adesso l’ospedale era pieno di carne da ricucire. Anche la montagna taceva. Le televisioni del mondo non facevano che passare quel nastro truculento. E gli animali lassù s’erano rintanati a bere rakija per festeggiare la fama.

Partimmo due giorni dopo. Era tornata la corrente, tutte le lavatrici di Sarajevo si erano messe a funzionare nella notte. Mi sembrò un buon segno. Raggiungemmo Zagabria su un pullman che aveva addirittura l’aria condizionata, era uno di quelli che solitamente portavano i pellegrini a Medjugorje. Da lì riuscimmo a prendere tranquillamente un aereo. Volevo dire tante cose a Diego, gli dissi: «Un piatto di spaghetti, ci pensi?».

Diego sorrise.

I suoi occhi erano rossi, bisognava portarlo da un medico, era la prima cosa che contavo di fare. Adesso pensavo che Dio non ci avrebbe mai più lavato gli occhi.

Terrorismo fondamentalista

In V abbiamo parlato del terrorismo e di quando esso si lega ai fondamentalismi religiosi. Abbiamo poi letto la parte iniziale di questo documento che qui vi allego per intero e che così potete downloadare. Il testo è del prof. Giovanni De Sio Cesare.

IL TERRORISMO ISLAMICO.doc

Nei momenti no

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui ci si sente a terra, fragili e vulnerabili. E’ la situazione descritta in questa canzone di Pacifico che mi piace molto per i suoi continui contrasti tra stati d’animo interiori e aspetti esteriori e ambientali. E apprezzo molto la conclusione “E sembri di carta di paglia di cera, la fiamma più debole che resisteva”

E sembri una foglia

Sola, ti protegge una coperta, e niente sembra farti bene. Guardi le mani, le vedi ingrassate, le unghie di smalto sporcate. Quadri, pareti gialline, tendine, ditate sui vetri. Tu guardi dovunque, chissà cosa vedi. Basta, non vuoi più sapere non vuoi più rialzarti così non potrai più cadere. Vene, qualcosa ti scorre lì dentro, lo sento. Sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. E sembri una foglia una vela leggera, una barca minuscola in questa bufera.

Sola, ti scalda una coperta. Ti stringi, ti metti sul fianco, ogni oggetto è fuori fuoco, è opaco, ogni cosa si copre di bianco. Tutto scorreva, tu andavi, non c’era motivo eppure sbandavi tremavi perché lo sentivi che non c’era più spiegazione. E sei caduta in ginocchio sotto una doccia bollente, hai sentito lo strappo e infine più niente, non sentivi più niente. E ora sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. E sembri di sfoglia, di tela leggera. Una barca minuscola in questa bufera.

Fuori c’è una sigaretta, una maglietta indossata storta, una lunga coda alla frontiera, una spiaggia nera. Fuori vento, temporale, fogli di giornale a volare agitati sui viali dei parchi spogliati. Fuori

buche da saltare, strade in salita, biglietti da fare, qualcuno che invita, che viene a chiamare. Fuori è arrivata l’estate. E’ una notte di frasi avverate, di carte girate. E sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. Sembri di sfoglia, di tela leggera, barca minuscola in questa bufera. E sembri di carta di paglia di cera, la fiamma più debole che resisteva.

 

La libertà secondo Gibran

In III stiamo parlando della libertà e allora posto un testo molto importante di Kahlil Gibran preso da Il Profeta.

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.

E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide. Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione. E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercareprisonerofmyownbyshimoda75bm.jpg la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze. Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli. Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio? Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole. E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi? L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte. Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute. In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. E quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

Accoglienza

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La leggenda di Johnny Cash

Johnny Cash, vero eroe americano di Walter Gatti 

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Frasi tratte da un libro: «La vita di Cash diventò caratterizzata da uno spirito di gratitudine. Sentiva che aveva avuto una vita benedetta e non ne avrebbe cambiato un solo minuto». «Alla fine Johnny ha realizzato il sogno di vivere una vita che semplificasse il potere della redenzione. Ha combattuto la battaglia giusta. Ha partecipato alla gara. Ha mantenuto la fede». A chi chiede “ma chi è questo Johnny Cash”? la risposta non è “un uomo religioso, un monaco”, bensì “un cantante americano, uno dei più famosi per giunta”. Un cantante country, che ha vissuto con la chitarra in una mano e la Bibbia nell’altra. Un uomo che ha vissuto il successo totale condito di alcool e anfetamine, che mille volte è caduto e mille si è ripreso, sempre cercando di rendere grazie a Dio. Tutto questo, storia e risvolti umani, è contenuto in uno dei più bei libri musicali che mi sia capitato di leggere: Johnny Cash, la vita, l’amore e la fede di una leggenda americana (Ed. Kowalsky; titolo originale: The man called Cash). Scritto da Steve Turner, già autore di Paperback Beatles e di Conversations con Clapton, il libro racconta la vita di Cash con una partecipazione e una ricchezza di particolari da condurre per mano il lettore-ascoltatore dentro una storia umana di intensità sconosciuta. La storia di questo musicista è già stata in parte portata sullo schermo in Quando l’amore brucia l’anima, ma il film – con Joaquim Phoenix – si fermava ben lontano dalla realtà storica, non fosse altro perchè concudeva la sua narrazione negli anni Sessanta, nei giorni del matrimonio felice con June Carter. La vicenda musicale di Johnny è nata insieme alla nascita del rock’n’nroll, nei giorni di Elvis e Carl Perkins, si è snodata attorno a canzoni immortali come Folsom Prison Blues e Ring of fire, ha assunto toni di leggenda negli anni Settanta e Ottanta grazie alla sua voce inconfondibile, ed è diventata negli ultimi anni punto di riferimento per musicisti di generazioni più recenti, come Bono (U2), Nick Cave e Trent Reznor. Il libro racconta e racconta, nella migliore tradizione delle biografie “sul campo”: decine di interviste, testi, ritagli di giornale, citazioni mai supponenti, tratteggiando con partecipazione le ombre e le luci di una figura che negli States è stata influente come quella di Elvis Presley o di Bob Dylan. Ci sono i dischi e i concerti, il folk e il gospel, le amicizie e l’umanità («Johnny Cash è un vero eroe americano. Era di origini umili, come Abramo Lincoln, ed è diventato amico e fonte di ispirazione di carcerati e presidenti. Aveva il dono di far sentire chiunque la persona più importante del mondo»: queste le parole di Kris Kristofferson, cantante country e attore, nella prefazione), le milioni di copie vendute, i soldi sperperati, i 5 figli – John, Rosane, Tara, Kathy e Cindy – amati e a volte dimenticati, c’è l’universo dell’America tradizionale, quella del Sud, che prova a vivere i vecchi valori in una società cambiata, rivoluzionata, un’America che sbatte la testa, che prova a rialzarsi, che prega. L’onestà intellettuale di Turner, l’autore, salta fuori nei capitoli del racconto della fede di Johnny Cash. Una fede totale, continua: i periodi bui, autodistruttivi di Johnny, sono raccontati con accento freddo, come pure le “resurrezioni”, narrate come un continuo ritorno a casa del figliol prodigo. Su tutto la certezza del musicista che le cadute erano le prove per costruire una fede più grande: «Suo figlio, John Carter, riteneva che la sua forza spirituale fosse il risultato di tutte le avversità affrontate. Lui era come Pietro per Cristo. Credo che Dio sapesse che mio padre avrebbe sofferto, che sarebbe caduto, ma vide in lui qualcosa che sarebbe stato un fondamento per molte persone, così come Cristo vedeva qualcosa in Pietro». Johnny Cash è morto il 12 settembre 2003, a 71 anni, pochi mesi dopo sua moglie. Il Time gli ha dedicato una celebre copertina. Una delle sue ultime parole è stata «Il Signore della vita è stato buono con me». Questo libro ne racconta la storia. Vale la pena leggerlo.

Crisi mondiale

Posto da www.ilsussidiario.net due articoli molto interessanti sull’economia, utili alle quinte ma non solo. Il primo è un articolo molto interessante di Mauro Bottarelli sulla crisi economica mondiale. Certo, il linguaggio è un po’ tecnico, ma penso valga la pena leggere il pezzo per capire che le avvisaglie della crisi hanno radici piuttosto lontane e che evidentemente a qualcuno sia convenuto far finta di niente… Il secondo articolo è invece un’intervista al corrispondente di Repubblica da Pechino Federico Rampini su come viene vissuta la stessa crisi economica mondiale in Cina. Buona lettura

Crisi economica. Il 9 agosto 2007.doc

La crisi economica in Cina.doc

Cane gatto

Pubblico una simpatica breve presentazione sull'”amicizia”

amico.pps

Musica e Dio / 3

Tanti falsi agnelli di Dio, tante false vittime della storia vengono messe in luce da De Gregori prima di arrivare all’agnello di Dio riconosciuto dai cristiani, la reale vittima di soprusi, violenze e inganni.

L’AGNELLO DI DIO

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Ecco l’agnello di Dio / che toglie i peccati del mondo / disse la ragazza slava / venuta allo sprofondo, / disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare.

Ecco l’agnello di Dio / che viene a pascolare / e scende dall’automobile per contrattare

Ecco l’agnello di Dio / all’uscita della scuola / ha gli occhi come due monete / il sorriso come una tagliola. / Ti dice che cosa ti costa / ti dice che cosa ti piace / prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace / e intanto due poliziotti / fanno finta di non vedere.

Oh, aiutami a fare come si può / prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so. / Dimmi quante maschere avrai / e quante maschere avrò.

Ecco l’agnello di Dio / vestito da soldato / con le gambe fracassate / col naso insanguinato. / Si nasconde dentro la terra / tra le mani ha la testa di un uomo.

Ecco L’agnello di Dio / venuto a chiedere perdono / si ferma ad annusare il vento / e nel vento sente odore di piombo.

Percosso e benedetto / ai piedi di una montagna / chiuso dentro una prigione / braccato per la campagna / nascosto dentro a un treno / legato sopra un altare.

Ecco L’agnello di Dio / che nessuno lo può salvare / perduto nel deserto / che nessuno lo può trovare.

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove andare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Oh, aiutami a stare dove si può / e prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so

E dimmi quante maschere avrai / regalami i trucchi che fai / insegnami ad andare dovunque sarai sarò

E dimmi quante maschere avrò / se mi riconoscerai / dovunque sarò sarai.

Musica e Dio/2

Chi prende l’Inter?

Dove mi porti?

E poi soprattutto perché?

Ligabue accusa Dio: non risponde! O, quantomeno, lui non riesce a sentirlo. Sente di avere qualcosa in cui credere ma non riesce a ricordare cosa esso sia. Si sente solo come solo, in fondo si deve sentire Dio.

E allora, per lo meno, vorrebbe sapere se il viaggio (= la vita) sia unico. Cosa c’è dall’altra parte?

Sono i perché esistenziali dell’uomo…

HAI UN MOMENTO DIO 

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C’è un po’ di traffico nell’anima

Non ho capito che or’è

E c’ho il frigo vuoto

Ma voglio parlare perciò paghi te

Che tu sia un angelo od un diavolo

Ho tre domande per te

Chi prende l’Inter

Dove mi porti

E poi dì soprattutto perché

Forse la vita capisce

Chi è più pratico

Hai un momento Dio

Non perché sono qua

Insomma ci sarei anch’io

Hai un momento Dio

O te o chi per te

Avete un attimo per me

Li pago tutti io i miei debiti

Se rompo pago per tre

Quanto mi costa una risposta da te

Dì su! Quant’è

Ma tu sei lì

Per non rispondere

E indossi un gran bel gilet

E non bevi niente

O io non ti sento com’è perché

Perché

Ho qualche cosa in cui credere perché

Non riesco mica a ricordare che cos’è

Hai un momento Dio

non perché sono qua

se vieni sotto offro io

hai un momento Dio

lo so che fila c’è

ma tu hai un attimo per me

nel mio stomaco son sempre solo

nel tuo stomaco sei sempre solo

ciò che sento

ciò che senti

non lo sapranno mai

almeno dì se il viaggio è unico

e se c’e il sole di là

se stai ridendo

io non mi offendo però perché

perché

nemmeno una risposta ai miei perché

perché

non mi fai fare almeno un giro

col tuo bel gilet

hai un momento Dio

non perché sono qua

insomma ci sarei anch’io

hai un momento Dio

o te o chi per te

avete un attimo per me

ueh ueh ueh ueh

ueh ueh ueh ueh

Musica e Dio/1

Dice Antonello Venditti:

Sono comunista, ma ciò non toglie che sia anche profondamente cattolico. Credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce. Questi due mondi possono coesistere e compenetrarsi l’un l’altro. Per me è così…  Vorrei che tutti fossimo accomunati nel nome di Cristo… Un tema che mi sta a cuore è la solidarietà, ma credo anche che la solidarietà con le canzoni sia un terribile inganno. Nessuna azione è vera se non è sorretta dallo spirito di carità. La solidarietà è vera solo se ha un contenuto spirituale. L’impegno più vero è quello personale e non andrebbe mai reso pubblico”

DIMMI CHE CREDI 
http://delmo.myblog.it/media/02/00/3ebbe942da2014d5b749387078e8cee3.mp3

“Se tu ragazzo cercherai nella stagione dei tuoi guai

un po’ d’amore un po’ d’affetto,
e nella notte griderai, in fondo al buio troverai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Molti si bucano, altri si estasiano,
e non troviamo mai giustizia,
e non si parlano, e poi si perdono,
perché non amano abbastanza.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarà diverso.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo cielo,
come ci credo io.
Il tuo sorriso tra la gente
passerà forse indifferente,
ma non ti sentirai più solo,
sei diventato un uomo.
 

E nella notte cercherai, nella stagione dei tuoi guai,
un po’ d’amore, un po’ d’affetto,
e disperato griderai, e in fondo al buio stringerai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
Per ogni lacrima, per ogni anima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo mondo,
come ci credo io.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarai diverso.
Non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Che sia. Che sia.”

Modifica

Visto la scarsa partecipazione alle categorie divise per classi ho deciso di eliminarle… restano le categorie normali. Eventualmente più avanti proverò a suddividerle meglio. Mandi

Essere donna in Afghanistan

Da www.corriere.it

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»

HERAT—Sorride dolce Leilah, l’assassina. Arrossisce Fatemeh, l’adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l’intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l’onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L’uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna. Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l’aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l’Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire “no” diventa reato».

Se l’adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c’è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L’esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l’Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello —. A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all’Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l’uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

Andrea Nicastro

07 febbraio 2009

La scuola oggi

Prendo questo interessante pezzo da www.ilsussidiario.net

Pubblichiamo il giudizio espresso dallo studente di un liceo romano in merito alla situazione educativa attuale nel nostro Paese. In queste righe si svela la sorprendente maturità di un alunno a confronto con la logica “protettiva” che riduce la classe docente a fornire informazione senza più educare

Anno 2009, qual è la missione della scuola italiana? Quali gli obiettivi da perseguire se ancora ce n’è rimasto qualcuno?

Partiamo dal mio punto di vista, quello di studente. Dunque, sono convinto che la scuola debba essere protagonista nella vita dell’adolescente, nel sapergli lasciare non solo una quantità più o meno cospicua di informazioni, ma soprattutto delle risposte, dei valori, delle certezze che siano utili e veri per il ragazzo una volta uscito dall’istituto e immesso nel fiume della vita, perché egli possa relazionarsi con il lavoro, con gli amici e con tutte le sfide che la quotidianità gli proporrà.

Tuttavia, come spesso accade, se guardiamo la teoria rischiamo di evadere dalla realtà, e questo perché da noi le cose non vanno esattamente così: la scuola si configura, nel migliore dei casi, sempre più come semplice veicolo di informazioni e conoscenze, uno sterile strumento che spesso non riesce nemmeno a fornire un’adeguata preparazione. Male, a maggior ragione oggi, quando l’istituzione scuola dovrebbe rispondere allo studente, alle sue incertezze, al suo desiderio di vivere visto che il compito di porlo davanti alla realtà è indubbiamente della famiglia e degli educatori, chiamati a svolgere una compito davvero importante e unico nella società.

Tuttavia oggi educare è forse la missione più ardua, i governanti fanno orecchie da mercante e non ascoltano l’eco di un’emergenza educativa sempre più grave, il relativismo diventa l’unico principio appreso a scuola: tutto è vero, tutto non è vero, ognuno la pensa come vuole, secondo il suo punto di vista… ma, è sempre vero tutto ciò?

Senza dubbio ognuno deve maturare liberamente un proprio senso critico e delle convinzioni ma il dialogo può iniziare solamente se alla base vi sono dei fattori comuni, valori forti e concreti che, almeno loro, non siano in balia di relativismo e compagnia bella.

Qualcuno potrebbe asserire che dare risposte vorrebbe dire che i professori “impongano” il loro credo, le loro idee, il loro pensiero. No, non è così, non si tratta infatti di plagiare o plasmare nuovi ragazzi, si tratta invece di testimoniare loro ciò che di bello e di vero ha incontrato nella propria esperienza l’insegnante, si tratta di proporre loro ciò che per lui è davvero importante, si tratta di volere il loro bene.

Perché educare vuol dire accompagnare i ragazzi, aprire loro gli occhi, dar loro risposte, saperli ascoltare ma anche far sì che essi diventino uomini in tutto e per tutto, ma questa serie di “miracoli” non si può realizzare se alla base del rapporto non vi è l’amore e l’interesse per l’altro, perché educare è amare. Più semplice di così.

Quand’è che un governo si sveglierà e si impegnerà realmente per sostenere i nostri educatori, perché una società senza educazione è instabile e precaria, senza un futuro certo, perché da quelle essenziali acquisizioni nasce un popolo consapevole e maturo, esattamente il contrario della nostra classe dirigente odierna!

(Marco Fattorini)