Maometto o Muhammad?

Un interessante articolo de Il Post sulla possibilità e opportunità di utilizzare il nome Muhammad al posto di Maometto.

Muhammad, Messaggero di Dio. Iscrizione presente sulla porta della Moschea del Profeta a Medina (fonte)

“In italiano il fondatore dell’Islam viene chiamato normalmente “Maometto” e non, con una traslitterazione dall’arabo, “Muhammad”. Per molte persone musulmane, però, questa scelta dipende da una visione denigratoria e offensiva del profeta dell’Islam: e sembrano suggerirlo anche le ricostruzioni filologiche di come, nel corso dei secoli, si sia arrivati alla versione italiana “Maometto”. Da un lato dunque c’è una lunga tradizione italiana che utilizza la forma “Maometto”, compresa da tutti e divenuta anche la voce di riferimento nei dizionari, senza che questa abbia più un valore negativo per le persone che la usano. Dall’altro c’è una forma più fedele alla lingua araba, che alcuni musulmani rivendicano rifiutando una traslitterazione che ritengono riflettere, storicamente, pregiudizi negativi nei confronti della loro religione.

Della questione si è parlato negli anni anche in Spagna e in Francia, paesi con numerose e attive comunità musulmane, dove all’italiano “Maometto” corrispondono rispettivamente “Mahoma” e “Mahomet”. Sul quotidiano Le Monde Fatima Bent, dell’associazione femminista e antirazzista Lallab, aveva denunciato un «paternalismo e una mancanza di rispetto» verso la figura sacra dell’Islam e aveva spiegato che “Mahomet” «è una forma di offesa: perché voler decidere per noi il nome del nostro profeta?».

Muhammad è considerato il fondatore della religione islamica e, per i credenti musulmani, la persona che ha concluso il ciclo della rivelazione iniziata da Adamo: è il messaggero di Allah e colui che ha rivelato il Corano, ma l’ortodossia islamica insiste sul carattere esclusivamente umano della sua persona. Secondo le fonti principali sulla sua vita, Muhammad nacque a La Mecca intorno al 570, rimase orfano quando era bambino, crebbe in condizioni modeste fino al matrimonio con una ricca vedova. A quarant’anni (intorno al 610 circa) iniziò a predicare un nuovo messaggio monoteistico che gli era stata rivelato, basato sull’esistenza di un unico Dio creatore onnipotente, sulla conduzione di una vita casta, sull’osservanza di alcuni precetti, sull’aiuto verso il prossimo soprattutto se indigente, sul giudizio universale e sulla retribuzione in bene e in male delle azioni umane.

Grazie alla sua predicazione Muhammad riuscì a formare a La Mecca una piccola comunità di fedeli che via via crebbe e si espanse. Il profeta, che dai musulmani è considerato un esempio da seguire, morì nel 632 a Medina dopo una breve malattia lasciando la sua comunità senza capo designato, ma con una cerchia dei suoi più validi seguaci che si impegnarono a continuarne l’opera.

L’esperto francese di Islam Olivier Hanne ha spiegato che il cronista persiano del X secolo al-Tabari dice che «i nomi con cui il profeta aveva l’abitudine di riferirsi a se stesso erano “Muhammad”, “Ahmad” e “Al-Aqib”». “Muhammad” designa l’uomo “degno di lode”; “Ahmad” ha un significato molto vicino al precedente e si ritrova nel Corano, sura 61, versetto 6. “Al-Aqib” vuole invece dire “l’ultimo” con riferimento, appunto, all’ultimo dei profeti. Di questi tre nomi propri, solo il primo, cioè Muhammad, è sopravvissuto nel tempo per designare il fondatore dell’Islam. Presente nelle moschee, nelle preghiere, negli ornamenti domestici e trasmesso tra credenti, il nome “Muhammad” è il più sacro per le persone musulmane.

Marco Lauri, docente a contratto di Letteratura araba, Filologia araba e Islamistica presso l’Università di Macerata e altre università, spiega che in arabo «esiste una forma standard con una pronuncia canonica che è “Muhammad”», ma aggiunge anche che «non abbiamo dei documenti che ci dicano con assoluta certezza che questa forma fosse usata nella sua pronuncia standard dal profeta e dalla sua cerchia alla Mecca al suo tempo». Anche nei paesi di lingua araba e nel mondo islamico, dunque, e fin dai tempi antichi, esiste una certa variabilità del nome del profeta che viene sistematicamente e ordinariamente adattato: «Nelle lingue dell’Africa occidentale “Muhammad” diventa “Mammadu”, ad esempio», ma altrove diventa “Mohammad”, “Mohammed” o “Mahmoud”, traslitterazioni che attestano la molteplicità dei dialetti parlati nel mondo musulmano e le variazioni delle pronunce.

Claudio Lo Jacono, autorevole storico, islamista e arabista italiano, sostiene che sia normale che in altre lingue ci siano forme adattate del nome del profeta dell’Islam, proprio poiché tale variabilità si ritrova nelle stesse lingue dei popoli musulmani. Per lo stesso motivo, anche le forme distorte delle lingue neolatine avrebbero una loro validità.

Secondo Miloud Gharrafi, professore di lingua araba all’Università di Lione, la distorsione in contesti cristiani del nome del profeta risale al Medioevo e più precisamente alle prime traduzioni latine del Corano, dove “Muhammad” è stato trascritto “Mahumet”. Questa forma è attestata ad esempio nella prima traduzione del Corano in latino, commissionata dall’abate di Cluny Pietro il Venerabile all’inizio del 1100 e intitolata “Lex Mahumet pseudoprophete”, cioè “Legge di Maometto il falso profeta”. Il testo rimase, per diversi secoli, una delle principali fonti di informazione sull’Islam disponibile in Occidente.

Lauri spiega che il nome di “Muhammad” si ritrova in greco e in latino già in una varietà di forme: Mahmed, Moammed, Moammet, Machometus, Macometus, Makometus: «Una variabilità di rese che ovviamente tengono conto delle pronunce regionali e di come chi ha scritto ha percepito quella sequenza fonetica». Questa variabilità di forme latine ha poi influito sulle attestazioni in lingua volgare del nome del profeta che «iniziano nel XIII secolo e che si ritrovano in modo più abbondante in epoca rinascimentale».

Lauri dice anche che la versione “Malcometto” è presente anche in una delle versioni del Milione, il resoconto dei viaggi in Asia di Marco Polo fatti tra il 1271 e il 1295 e che Rustichello da Pisa trascrisse sotto dettatura di Marco Polo stesso mentre i due si trovavano nelle carceri di San Giorgio a Genova. “Malcometto” è un nome considerato spregiativo perché facilmente interpretabile come “mal commetto”, cioè «commetto il male». La forma “Malcometto” o varianti simili si trovano in molti altri testi «e in molti di questi testi», dice Lauri, «l’accezione dispregiativa è assolutamente evidente».

Per Lauri, dunque, anche se nell’adattamento di un nome di per sé non c’è nulla di strano o scorretto, la tesi che l’evoluzione del nome in “Maometto” risenta di una potenziale connotazione dispregiativa sembra fondata: «Intanto perché l’adattamento-storpiatura in italiano produce un’assonanza con il suffisso diminutivo, e quindi indirettamente dispregiativo».

E poi perché anche se Maometto è stato utilizzato per secoli, e non sempre con accezione dispregiativa, «quel nome nasce da una tradizione, quella cristiana medievale, che generalmente vede l’Islam come un inganno, un’eresia, una religione falsa o addirittura come una forma di idolatria, che dunque considera negativamente il profeta, come già scriveva Dante che aveva collocato “Maometto” nell’inferno in quanto “seminatore di scandalo e scisma”». In altri testi medievali il profeta dell’Islam viene presentato come un impostore e come un ingannatore e, conclude Lauri, «c’è infine la derivazione dal nome di “Maometto” di quello di una figura effettivamente demoniaca: Bafometto della tradizione medievale e rinascimentale».

Il nome “Maometto” ha insomma un’evoluzione fonetica che in parte riflette queste accezioni, «anche quando viene usato da autori che invece non avevano questa intenzione esplicita». Per Lauri, dunque, «nel momento in cui oggi, in un contesto storico diverso, si propone di usare una forma più vicina a quella araba standard, questa stessa richiesta sembra essere ragionevole».”

Gemma n° 2512

“Alla mia G.
come Meredith e Cristina siamo legate da un’intesa profonda, forgiata attraverso i momenti brutti e i trionfi che abbiamo condiviso. Ricordo le notti senza sonno, quando il peso del mondo sembrava troppo da sopportare, ma tu eri lì, con la tua presenza rassicurante, come un porto sicuro in mezzo alla tempesta.

Come Rachel e Monica, abbiamo riso insieme, pianto insieme e attraversato ogni altalena emotiva che la vita ci ha lanciato addosso. I nostri momenti di gioia sono incisi nella mia memoria come pagine di un libro, scritte con amore e complicità.

E proprio come Blair e Serena, abbiamo attraversato periodi di distanza e di riavvicinamento, ma alla fine siamo sempre tornate l’una verso l’altra, più forti e più unite di prima. Abbiamo condiviso segreti, sogni e aspirazioni, creando un legame che nessun’altra potrà mai comprendere completamente.


Le risate che quasi ci facevano soffocare e i pianti fatti mentre ci stringevamo in un abbraccio.
Ogni momento trascorso insieme è un tesoro prezioso che tengo nel mio cuore, un riflesso della bellezza e della forza della nostra amicizia, che possiamo continuare a coltivare insieme, mano nella mano, affrontando tutto ciò che il destino ha in serbo per noi, sapendo che una accanto all’altra, non c’è niente che non si possa superare.
Non sono una persona che riesce facilmente a dimostrare affetto e magari non lo dico spesso come dovrei ma grazie per essere la mia migliore amica, la mia persona e la mia compagna di avventure in questo viaggio chiamato vita” (S. classe quarta).

Gemma n° 2511

“Amore, amore, amore, amore, amore A M O R E, ma in fin dei conti cos’è l’amore?
L’amore sono le farfalle nello stomaco? La montagna russa di emozioni quando vedi la persona che ti piace? La gioia di incrociare quel determinato sguardo?
Io non so definire l’amore, l’amore è tutto e niente. Una cosa così bella, così primordiale, così perfettamente imperfetta non si può definire secondo me.
L’amore credo sia la cosa più pura che l’essere umano possa provare sulla sua pelle.
Amare qualcuno. Dedicargli il proprio tempo, le proprie attenzioni, scoprire le nostre insicurezze, lasciarsi guardare dentro.
Non tutti sono in grado di amare, perché non tutti hanno la forza di farsi guardare dentro.
Per amare ci vuole coraggio, e prima di amare qualcun altro dobbiamo amare noi stessi. Dobbiamo tentare di amare tutto di noi, anche i demoni nascosti, solo la nostra facciata di finta perfezione. Nel mondo c’è talmente tanta apparenza che anche la realtà sembra quasi distorta, ma noi dobbiamo essere bravi ad amare quella realtà ingenua.
Amarsi.
Nel periodo adolescenziale tra l’altro, io credo che sia così difficile amare se stessi, c’è chi non ci riesce nemmeno dopo una vita.
Il 2023 è stato un anno movimentato, fino a giugno per me andava abbastanza bene, ero innamorata persa di un ragazzo che ha saputo amare me per come realmente sono.
Mi ha amata con tutte le mie paranoie, le mie insicurezze, le mie ansie, i miei problemi, mi amava e basta come io amavo lui.
Amavo i suoi occhi, il sorriso, le braccia che mi facevano sentire a casa, al sicuro, protetta.
Amavo il suo carattere, molto affine al mio, amavo il modo in cui pronunciava il mio nome, amavo lo sguardo pieno di amore e denso di una tale dolcezza.
Non ho mai amato nessuno così. Non so se amerò ancora così, il che mi spaventa, perché so di aver amato con l’anima.
Purtroppo la relazione finì. Lui mi ha insegnato che oltre ad amare incondizionatamente gli altri devo amare altrettanto me stessa. Che amarsi è giusto e bisogna farlo.
Nonostante tutto il dolore che lui mi ha fatto provare alla fine della relazione, e per tutti i mesi successivi, mi ha veramente dimostrato che l’amore esiste.
Ci sono persone che ti sanno guardare nell’anima così a fondo che potrebbero navigarci dentro, e lui sapeva farlo, sapeva capirmi, gli bastava uno sguardo e io scioglievo tutte le mie difese.
Lui è stato il mio primo amore, forse il mio grande amore, non lo so; so solo che ci siamo amati.
Nella mia anima porterò sempre il ricordo di quei mesi insieme, le prime esperienze, custodirò tutto gelosamente nella memoria e nel cuore.
L’amore però non è solo questo, tutti nella loro vita hanno incontrato o incontreranno l’amore.
L’amore per me è mia zia che anche in fin di vita, mi ha sempre dato un motivo per sorridere, mi ha sempre dato forza.
L’amore è la voglia di vivere che lei aveva, tutte le lezioni che mi ha insegnato e tutti i bellissimi ricordi che ho con lei. Mia zia era una persona meravigliosa, che purtroppo se n’è andata a causa di una brutta malattia.
Io la ricordo con il sorriso, ricordo la sua risata così tanto contagiosa, ricordo le sue frasi che mi scaldavano il cuore.
Mi ricordo la sua grande sensibilità, la grande emotività che aveva, la gioia che sapeva portare in ogni singola stanza appena entrava.
L’amore è mia zia che durante una camminata mi dice di cercare di essere sempre felice nella mia vita, ed è un insegnamento che spero tutti quanti possano ricevere.
La vita bisogna godersela perché non si sa mai quando può finire, bisogna viverla a pieno sempre e comunque.
La vita non è brutta, ci sono momenti più difficili, ma bisogna saper trovare il bello in tutto.
Questo mi ha insegnato lei, vivere, anzi vivere di amore.
Mi ha insegnato che l’amore è così tanto forte che va oltre a tutto quanto, e che l’amore si può ritrovare ovunque in qualunque momento, e che amore è anche amicizia.
L’amicizia per me è una forma di amore.
Quando si è amici si è complici, con uno sguardo ci si capisce, in una amicizia si può trovare un’anima così tanto affine a noi che possiamo definirla gemella.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di trovare dei veri amici, e li ringrazio ogni giorno di più.
Personalmente ho difficoltà a fidarmi, a mostrare la mia anima, ma quando incontro un vero amico, so che posso farlo e che lui/lei può farlo con me.
Tra i banchi di scuola ho incontrato delle persone che per me sono speciali.
E. é una delle persone a cui tengo di più, abbiamo un’amicizia particolare, ma bellissima.
In prima mi ricordo che non mi stava così simpatica, poi con il passare del tempo ho capito quanto lei fosse speciale.
Entrambe abbiamo il nostro caratterino, ma se lei non ci fosse le mie giornate sarebbero più grigie.
Parlando con lei, mi ha detto che nell’amicizia c’è amore: è lei che ne dà molto, si prende cura di me quando ne ho bisogno, mi asciuga le lacrime quando piango, e la stessa cosa faccio io per lei, difatti sono grata di avere lei come amica.
La mia gemma dunque è questa, sono le persone che porto nel cuore, che io amo, i veri amici o gli amori, persone che comunque mi hanno cambiata e anche influenzata nel corso del tempo.”
(G. classe quarta).

Gemma n° 2510

“Questa è l’ultima gemma e questo mi dispiace molto in quanto pensare che l’anno prossimo non avrò più un momento così bello, intimo e profondo mi rattrista parecchio e quindi voglio subito lasciare un messaggio a chi leggerà questa gemma: godetevi ogni anno questo momento e portate veramente qualcosa di significativo per voi perché è veramente un bel momento, non sprecatelo.
Questa gemma è iniziata molto tempo fa, l’ho iniziata a scrivere a luglio del 2023, prima del concerto di Blanco del 20 luglio, poi l’ho lasciata in sospeso per un po’, l’ho ripresa a scrivere verso fine agosto e poi l’ho conclusa pochi giorni prima di presentarla in classe.
I temi erano vari e non sapevo di cosa parlare, se della mia famiglia, se dell’amore e dell’amicizia, se del valore della vita o dei problemi di essa… alla fine ho deciso di parlare un po’ di me stesso con l’intento di lasciarvi un messaggio e ho deciso di portare 2 canzoni, con la speranza attraverso questa gemma di lasciare un messaggio almeno a qualcuno e di far riflettere.
La prima si intitola Mezz’ora di sole di Blanco e riporterò qua di seguito una parte del testo, non tutto, che poi commenterò.

“Mi sento rinato
Sono figlio del tempo
Sono in quel parco, nel 2018
Sporco di fango, mi volevo ammazzare”
Mi sento rinato nel senso che in questo percorso delle superiori mi sento cresciuto e maturato e mi reputo una persona migliore, soprattutto rispetto al 2018 che Blanco cita, anno in cui i miei genitori si sono lasciati ed è stato un periodo veramente brutto per me, in cui ho pensato veramente di volermi ammazzare in quanto ero piccolo e pensavo di essere io il problema. Alla fine però questa separazione è servita in quanto ora sia i miei genitori che io stiamo bene. Inoltre Blanco si definisce figlio del tempo, e in un certo senso anche io. C’è un aspetto positivo ossia il fatto che mi lascio trasportare dal tempo e mi vivo la vita così come va (Blanco in una sua canzone dice “Vada come vada, la vita è un’autostrada”), invece l’aspetto negativo è che il tempo scorre e non me ne rendo conto. Questo lasciar trascorrere ti porta sempre a non preoccuparti, a dire che c’è tempo, che sono giovane e ho una vita davanti (grande cazzata). La vita è molto breve e non si può sempre rimandare e lasciarsi trasportare.
“E ti porto con me
Dove il cielo si fa buio
Dove BLANCO è poi cresciuto
Dove tutto è maledetto, eh, eh
E ti porto con me
Perché ho paura da solo
Perché violenti il mio sfogo
Però ne ho troppo bisogno, oh”
Questo pezzo di canzone è dedicato alla gemma, nel senso che attraverso essa vi porto con me, nella mia parte più intima e personale “dove il cielo si fa buio e dove sono cresciuto” e inoltre la gemma “violenta il mio sfogo” anche se poi mi rendo conto che forse esporre questi problemi non serve a nulla se non a sfogarmi, serve appunto a liberarmi per quella “mezz’ora” in classe però poi una volta finito tutto devo fare i conti con me stesso e rendermi conto che questi problemi ci sono ancora.
“Dammi mezz’ora di sole
A peso morto nel mare, tra le, tra le onde
Mezz’ora di sole, chiuso in questa prigione
Da-dammi libertà, ah”
Questa canzone è una richiesta di libertà, che io al momento, nonostante sia maggiorenne e dunque certe scelte possa compierle da solo, non mi sento di avere; non mi sento libero da me stesso e dalle scelte che faccio e dunque mi sento chiuso come in una prigione.
“Ho toccato il fondale
Senza mai respirare
Strillando in labiale mentre andavo giù
Fanculo a questo dolore
La gente non lo capisce”
Questo ultimo pezzo della canzone invece è sempre collegato all’episodio che ho raccontato all’inizio, ed è vero che la gente non capisce ancora il dolore che ho provato e quanto io “abbia toccato il fondale” più volte nel corso della mia vita, ma questo è anche dovuto al fatto che sono una persona molto riservata, che non condivide molto della sua vita e mi faccio conoscere veramente solo da poche persone.
Infine trovo il video della canzone molto simbolico in quanto vedo il faro del video come una prigione, da dove lui è scappato per avere solo mezz’ora di sole, per sentirsi un momento libero, però poi ci rendiamo conto che non si può scappare dai nostri problemi e bisogna affrontarli e risolverli e dunque verso la fine del video torna verso la prigione per probabilmente chiudere i conti con se stesso e con il passato.

Poi ho deciso di portare una seconda canzone che si intitola Essere me ed è di Villabanks e Tananai.

Prima di analizzare parte del testo (non tutto)  ci tenevo solo a dire che per me questa canzone è qualcosa di veramente speciale e profondo, con un testo molto bello e maturo che fa riflettere e piangere.
“Perché stare qua mi chiedevo a cosa serve
Sicuramente a un cazzo se scordo le cose belle”
Spesso tendiamo a trascurare i momenti belli della vita, soprattutto quando abbiamo dei momenti no, ma è proprio in quei momenti che dobbiamo avere la forza, in mezzo a tutto quel nero, di tirare fuori le cose belle che ci circondano per uscirne fuori e stare meglio. Credo che i momenti no ci servano a crescere e a maturare come persone, però non si può sempre stare male e come dice Villa, non serve a nulla chiedersi a cosa serve la vita se ci dimentichiamo il vero valore di essa e le cose belle.
“Ho dato un senso alla mia vita, miro a qualcosa d’eterno
Me ne fotto d’avere un Range Rover
E spero mi capisca almeno la mia generazione
Credo lo vogliano anche loro un mondo migliore
E se lo creano con ogni singola azione
Molti sono persi
È facile farsi tentare dal male”
Questa parte di testo forse è un po’ scollegata dal resto della canzone e dal suo significato principale e anche dal tema un po’ variegato che io vorrei portare con questa gemma, però come ho detto all’inizio, mi sento di dover dare un messaggio alla mia generazione e vorrei dirvi di costruirvi da soli il vostro futuro, con le vostre mani, anche se cadrete e vi farete male, alzatevi e andate avanti mirando a qualcosa che possa durare in eterno, lo so che è difficile. Createvi il vostro mondo con ogni singola azione e non fatevi tentare da ciò che vi potrebbe allontanare dal vostro obiettivo principale. Infine mirate a qualcosa di veramente significativo e non a un semplice “Range Rover” che è qualcosa di effimero, che non vi serve, ed è solo uno strumento per apparire e per farvi vedere, ma così farete vedere quello che non siete veramente, farete vedere la vostra maschera e non il vostro “io interiore”.
“Quando ero piccolo non sapevi chi ero
Perso nel sentiero perché in fondo anch’io non lo sapevo
Non mi sono permesso di essere fragile, vulnerabile
Di essere me”
Spesso quando siamo piccoli siamo immaturi e non ci rendiamo conto di chi eravamo. Io a 14 anni ero perso nel sentiero e ora che ci ripenso mi sentivo piccolo, non capivo molte cose. Però allo stesso tempo sono stato sempre me stesso, nonostante tutto, sia per le cose giuste che per quelle sbagliate.
“Non cercarti mai dentro gli occhi che
Che non sono i tuoi, non cercarti in me
Ci vedremo poi dentro ville che
Sognavamo che avremmo avuto da grandi
E so che ce le avremo (te lo giuro)
Quelle certezze che avrebbero reso la vita più facile
Meno piena di domande (perché?)Un giorno ce ne andremo (lontano)
E lasceremo dietro solo tante pagine
Di testi che fan piangere (no)
Ringrazio il cielo (il cielo)
Che fai parte della mia esistenza
Non so stare in tua assenza
Anche se in fondo è quello il senso
Dare tutto, tutto se stesso”
Questa è la parte finale della canzone ed è anche quella più triste, più malinconica, che fa piangere.
Parte dicendo che non bisogna mai cercarsi dentro gli occhi degli altri, perché sì, nella vita non si può stare soli ed è vero, abbiamo bisogno per forza di qualcuno al nostro fianco, che sia un amico o fidanzato… ma bisogna sempre avere le spalle larghe perché nella vita ho imparato che non si sa mai… e i miei genitori ne sono stati la prova… alla fine non esiste un per sempre e quindi non bisogna mai fare affidamento sugli altri al 100%, ma bisogna anche imparare ad essere forti da soli ove dovesse andare male e ci dovessimo ritrovare a rialzarci da soli senza nessuno. Infine credo che le ultime frasi non abbiano bisogno di spiegazione… la vita non è sempre facile e a tutti farebbe comodo avere quelle certezze soprattutto sul futuro che ci renderebbero tutto più facile, però la vita è una sfida e va vissuta e ci sono momenti sì e momenti no.
Per concludere volevo ringraziare il prof. Del Mondo per avermi dato durante questi 5 anni l’opportunità di aprirmi in questa maniera così profonda con la classe e con “gli altri” che leggono.
Porterò sempre con me questo bel ricordo della gemma che mi ha fatto in un certo senso riflettere molto su vari aspetti della vita e di me stesso e posso dire di essere cresciuto anche grazie ad essa”.
(G. classe quinta).

Gemma n° 2509

“Come ultima gemma ho deciso di portare mia sorella. Potrebbe sembrare un qualcosa di cui ho già parlato, ma in verità ho portato sempre cose legate a lei, come i disegni che mi fa, ma mai lei come persona.
Mia sorella si chiama G., ha 13 anni e frequenta la terza media.
Quando devo parlare di lei piango perché il legame che c’è tra di noi è qualcosa di speciale.
Purtroppo solo negli ultimi anni ci siamo avvicinate così tanto e ho imparato a conoscere lei e me stessa.
Siamo incredibilmente molto simili e sebbene lei sia più piccola di me, mi ha aiutata a crescere. La cosa più importante che mi ha insegnato è che non sempre bisogna essere amati per poter amare: nello stesso anno in cui è nata, la mia nonna paterna si è ammalata di Alzheimer. Ciononostante, G. le ha voluto bene sebbene non l’avesse mai realmente conosciuta, ma soprattutto senza mai chiedere qualcosa in cambio: per me lei è la prova dell’amore senza “ma” e senza “se”.”
(G. classe quinta).

Camminare sull’abisso, oltre il sepolcro

Antonio De Paoli, Eros e thanatos (qui)

Ho letto, sul nuovo numero di Rocca (n. 7 del 1 aprile 2024) un articolo molto bello e interessante di Selene Zorzi dal titolo La morte come buco nero. Vengono trattati argomenti di teologia e di scienze, di morte, amore e di buchi neri e bianchi. Vengono citati Carlo Rovelli, Shelly Rambo e Hans Urs von Balthasar. Attenzione, però, non ha niente a che vedere con l’ambito delle dimostrazioni scientifiche. “Possiamo usare le parole della scienza in analogia…”: sono esplicite le parole della teologa. E molto affascinanti: “Il filo dell’amore non si spezza al bordo della realtà, anzi accade che mentre procediamo in quel tempo e spazio deformati nel trauma del dolore, ha luogo una trasformazione. Ci accorgiamo che lo stiamo costeggiando quel bordo, poi ci ritroviamo a camminare accanto ad esso, infine ci accorgiamo di aver camminato sull’abisso e di aver ripreso a vivere”. Buona lettura. La fonte è qui.

“La teologia è fede che vuole comprendersi e dirsi con le parole, i concetti e le conoscenze del proprio tempo, per parlare ai contemporanei e per – come si dice nella prima lezione di teologia – rendere ragione della fede (cfr. 1Pt 3,15: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»).
Cosa può dire la fisica quantistica alla teologia? Può forse offrire un linguaggio o delle metafore per poter parlare alla fede? In un entusiasmante testo, il fisico teorico e divulgatore scientifico Carlo Rovelli, nel suo recente libro Buchi bianchi parla dello spazio come granulare, come una rete, dicendo che la struttura profonda della stessa materia dell’universo è fatta di relazione. Non è in fondo ciò che intende dire la Bibbia quando dice che l’essere umano è «ad immagine» di Dio (Gn 1,26) e che siccome il Logos è costitutivamente pros ton theon, rivolto verso il seno del Padre (Gv 1,1;18) l’essere «presso» è il costitutivo creaturale, infatti tutto è fatto «in vista di lui» (Col 1,16).
Scienza e fede sono due discipline autonome ma anche intrecciate nei loro contenuti e nelle loro dinamiche.
Se consideriamo il buco nero come l’orizzonte dell’esistenza oltre il quale nessuno riesce a guardare e dal quale «nessuno è tornato mai a raccontare» (Buchi bianchi p. 47) esso può ben essere una metafora di quello che la teologia cristiana prova a dire sulla morte. Rovelli lavora «sull’ipotesi che i buchi neri si possano trasformare in bianchi» (p.17).
La fisica dell’infinitamente piccolo, la fisica quantistica, ci dice che la tessitura del mondo, la realtà è una rete tessuta all’interno di una relazione; che «la struttura profonda della materia è granulare» (p. 68), dunque non si spezza perché il suo fondamento è la relazione.
Immaginando quindi una massa che cada in un buco nero essa si condenserà sempre. Secondo Rovelli tuttavia questa caduta non sarà infinita. Perché lo spazio che è fatto di questa materia relazionale non si può spezzare.

La relazione come struttura del tutto
Anche la prospettiva cristiana afferma che la struttura profonda del tutto è relazionale; la Scrittura lo dice affermando che siamo fatti «ad immagine di Dio» (Gn 1,26) che questo Dio è relazione in se stesso (Trinità). Quando diciamo che «Dio è amore» (1 Gv 4,16) intendiamo dire questo.
Propongo quindi un’interpretazione della Risurrezione secondo il paradigma della testimonianza: un modello diverso da quello che abbiamo imparato a vedere nelle figurine dei catechismi.
Non si tratta cioè di seguire il modello trionfalistico della risurrezione, che contrappone la vita alla morte, che salta direttamente dalla crocifissione alla risurrezione, dal Venerdì Santo alla Domenica, che vedrebbe un Gesù risorgere in carne e ossa «più bello che pria», con la bandierina in mano, salire folgorante e vittorioso verso il cielo. Questo modello non prende sul serio né il dolore, né la morte, né i nostri traumi.
Ripropongo la lettura dalla teologa femminista Shelly Rambo, in Quel che resta del dolore. Il trauma e la testimonianza dello Spirito (Ed. San Paolo, 2013).
Il fisico ipotizza che la materia assorbita dal buco nero, cadendo dentro questo campo, dove spazio e tempo sono deformati, entrerebbe in una sorta di imbuto che tuttavia non è infinito: in fondo c’è ancora qualcosa e questo qualcosa è la rete granulare dello spazio che non si spezza e che forse potrebbe trasformarsi in un buco bianco. Secondo la fisica quantistica la materia presenta una tessitura profonda, come una rete granulosa che non può bucarsi (p. 68)?
La Tradizione cristiana parla della Discesa agli inferi di Cristo (1Pt 3,19), e l’arte ha dipinto questa discesa al fondo della morte dove Cristo ha ritrovato Adamo che era caduto nel vuoto e con esso ha liberato tutti, proprio tutti (Adam è l’umanità), dalla morsa della morte, risalendo alla vita. La liturgia parla di un amore divino che non ha potuto abbandonare Cristo nel sonno della morte (cfr. Sal 15).

Il vuoto del Sabato santo
Il teologo H. U. v. Balthasar parlava del Subabbraccio dell’amore di Dio nel vuoto del Sabato santo. Tra il Venerdì di passione e la domenica della vita c’è, infatti, un interim del Sabato santo, un luogo strano dove c’è ancora la morte, non c’è la vita risorta ma resta ancora l’amore.
Per il credente è lo Spirito, il tra dell’amore divino, che delicatamente vibra sul caos (come all’inizio della creazione, Gn 1,1), che si esprime nel linguaggio balbettato (i gemiti inesprimibili dello Spirito, Rm 8,26) perché quando la vita va a finire in un buco nero, la vita di chi rimane sul bordo è una vita costantemente segnata dall’esperienza della morte. Questa continua sofferenza di una vita che continua dopo una morte, è l’enigma del trauma (cfr. S. Rambo).
Nel trauma la morte persiste nella vita; vita e morte non hanno più confini precisi così come spazio e tempo sono deformati. Il tempo del lutto è un tempo che si riferisce a chi è fuori. Dentro non c’è tempo lineare.
Chi ama oscilla continuamente tra le fratture della vita, resistendo agli strappi. Così al fondo della morte, resta l’eros, il legame dell’amore, la relazione alla persona amata.
La struttura profonda dell’esistenza è la relazione.
Ecco perché abbiamo bisogno della testimonianza di Maria Maddalena, ecco perché lei è la prima. Maria resta al bordo del sepolcro dimora nell’amore, senza comprendere, né vedere bene (Gv 20,11), ma rivolgendosi a quell’intimità della relazione con Gesù che, sebbene sia stato inghiottito dal buco nero della morte, non sarà assorbita all’infinito nel nulla. Quella relazione resta (Gv 20,16). La morte non può assorbire l’amore (non più come diceva il Primo Testamento: «forte come la morte è l’amore», Ct 2,8): così anche al bordo della vita può continuare la relazione con Colui che è stato per lei il senso della sua vita. Il filo dell’amore non si spezza al bordo della realtà, anzi accade che mentre procediamo in quel tempo e spazio deformati nel trauma del dolore, ha luogo una trasformazione.
Ci accorgiamo che lo stiamo costeggiando quel bordo, poi ci ritroviamo a camminare accanto ad esso, infine ci accorgiamo di aver camminato sull’abisso e di aver ripreso a vivere. Perché lo Spirito cova sull’abisso (Gn 1,2). Certo è un amore debole, un filo, come il «mormorio di un soffio leggero» (1Re 19,12): in fondo abbiamo semplicemente continuato a respirare nonostante il dolore.
La Ruah mantiene il ponte dell’amore nel suo punto più fragile e ci rende capaci di rimanere (menein Gv 15), di persistere; non di trionfare o di conquistare. Tra morte e vita persiste lo Spirito Paracleto, promesso da Gesù come continua presenza di Dio con i discepoli, nell’assenza fisica di Gesù. Essi stessi ora dovranno essere il luogo della nuova forma di vita in cui Dio verrà ad abitare: rimanete nel mio amore (Gv 15,9); «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).
Dice Rambo che tutta la forza dello Spirito sta nella capacità di farci immaginare una vita quando non la si riesce più a concepire. Una vita riconcepita attraverso, dentro la tempesta stessa.
Tornando al nostro fisico teorico: «la struttura quantistica dello spazio del tempo impedisce alla materia di schiacciarsi ulteriormente. È diventata una stella di Planck, che rimbalza e inizia ad esplodere» (p. 126).

Il buco bianco della Risurrezione
Il buco bianco della Risurrezione «potrebbe essere – cito il fisico – come un pezzettino di capello che fluttua» (p. 129) e siccome «non interagisce con la luce, non la si vede». Eppure ciò che non vediamo potrebbe essere costituito da «miliardi e miliardi di questi delicati piccoli buchi bianchi che ribaltano il tempo dei buchi neri ma non troppo e fluttuano lievi nell’universo come libellule» (p. 130).
La struttura quantistica dello spazio e del tempo impedisce lo schiacciarsi ulteriormente dell’amore nel nulla da cui Dio mantiene permanentemente in essere l’universo.
La trasformazione da morte a vita non può essere semplicemente vista. Nessuno vide l’ora della tua Risurrezione.
Forse la nostra vita è piena di tanti fili di Resurrezione che non vediamo. Il credente sa che la struttura stessa della vita è relazione: è relazione il Dio trinitario, è relazione la creazione, è relazione quel restare amoroso al bordo della morte. Questa relazione amorosa che resta come un sottile alito di vita è il Tra del Padre e del Figlio, è l’alito dello Spirito, che in ebraico è femminile. È il debole amore che resta nei traumi di quando perdiamo qualcuno che amiamo e che è finito oltre l’orizzonte.
Questo «restare attaccati all’inferno» (come diceva Serafino di Sarov) può diventare una spinta che spinge verso la vita. Insomma, che l’universo sia prodotto da un Big Bang o da un rimbalzo cosmico come un Big Bounce poco importa: possiamo usare le parole della scienza in analogia per dire come in Cristo, l’uomo che ha amato fino in fondo, la creatura che ha accolto totalmente le potenzialità offerte da Dio realizzandole fin nelle estreme possibilità umane e facendo della sua stessa esistenza l’apertura totale a questa relazione e a questo amore, entrando nel buco nero della morte ha ribaltato il tempo. Ecco perché diciamo che «Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre» (Eb 13,8). Ecco perché il credente non torna indietro a celebrare un sepolcro ma è sospinto verso la vita («va’ dai miei fratelli», Gv 20,17).”

Gemma n° 2508

“Come mia prima gemma ho scelto di portare il brano Summertime Sadness di Lana Del Rey.
Ho scelto proprio questa canzone, tra tutte quelle che mi piacciono di quest’artista, perché la ascoltavo spessissimo durante l’estate del 2023, che per me fu un periodo molto triste poiché persi il mio nonno paterno a luglio e il mio nonno materno a settembre.
Ogni volta che la ascolto penso a loro e a tutti i bei momenti passati insieme in famiglia.
E, come dice Lana, penso che mi mancheranno per sempre come alle stelle manca il sole nel cielo mattutino” (M. classe prima).

Gemma n° 2507

“Questo è Yago. É stato il mio cane per 8 anni. L’abbiamo preso quando avevo 6 anni ed è morto quando ne avevo 14, quindi l’anno scorso. L’ho scelto come gemma perché ho tantissimi ricordi felici con lui e anche se ogni tanto mi saltava addosso mordendomi gli ho sempre voluto bene” (G. classe prima).

Gemma n° 2506

“Dovrei partire dicendo che scegliere l’argomento di questa gemma sia stato difficile ma non è così. Mi è stato detto scegli una cosa che ti rappresenta, che ti fa stare bene e la prima cosa a cui ho pensato è stata la danza: la  mia più grande passione, ma a volte anche la mia più grande delusione, il posto in cui tutti i miei pensieri scompaiono e fanno posto alla leggerezza, il posto in cui mi sento me stessa al cento per cento e dove posso esprimermi senza parole, dove tutto mi sembra perfetto.
Con lei ho un rapporto di amore e odio: la felicità ad aver fatto un passo in maniera corretta, ma anche la delusione di non riuscire a fare quel passo provato una marea di volte, l’euforia prima di salire sul palco, ma il non sentire di aver dato il massimo appena finito di ballare e infine la sensazione di vuoto dopo una gara andata male. Tutte queste sensazioni, tutte queste emozioni ormai fanno parte di me e anche se sono emozioni negative mi fanno capire che sto facendo la cosa giusta, la cosa che mi fa stare bene. Oltre alle tante emozioni e alle tante esperienze che mi ha regalato, la danza mi ha dato delle amiche vere con cui entrare in sala ogni lezione: ciò mi sprona ancora di più e senza di loro ogni emozione provata non sarebbe stata la stessa. Ci supportiamo e sopportiamo a vicenda nei momenti di tensione e di felicità e ci siamo sempre l’una per l’altra” (B. classe prima).

Gemma n° 2505

“Ho deciso di portare questa gemma perché l’ho trovata in realtà molto carina e anche divertente.
Mia mamma per le vacanze di Natale ha deciso di comprare questo per appenderlo sulla parete della casa. lo all’inizio mi sono messa a ridere perché le renne con sopra i nostri nomi erano troppo simpatiche. Poi l’ho portata perché come dice la frase “insieme è sempre Natale” è quella che più ci rappresenta come famiglia, perché siamo molto uniti e ho un legame bellissimo sia con i miei genitori che con i miei fratelli. E sono molto grata di questo” (M. classe quarta).

Gemma n° 2504

Un individuo senza memoria non è nessuno questa era la frase che più attirava la mia attenzione quando entravo in una delle aule principali della mia scuola media. Ogni mattina leggevo questa frase cercando di immaginare chi sarei stata senza ricordi, senza memoria, ed ogni volta mi sorprendevo per quanto mi spaventasse l’idea di perdere me stessa. Sempre negli stessi anni, riordinando meticolosamente la mia stanza per procrastinare, trovai una scatola con scritto il nome di mia madre. Particolarmente incuriosita decisi di aprirla. Con grande sorpresa trovai una serie di foto ed oggetti della sua infanzia ed adolescenza. Corsi in soggiorno per mostrarle questa mia grande scoperta. Ricordo ancora quanto mia madre si illuminò di gioia alla vista di quei ricordi ormai lontani. Da quel momento mi si accese qualcosa dentro: la paura di dimenticare e di essere dimenticata. Da quel momento in poi iniziai (quasi ossessivamente) a memorizzare più cose possibili cercando di catturare ogni momento come una fotografia e a raccogliere “pezzi” significativi della mia vita all’interno di vecchie scatole di scarpe. Ogni scatola ha al suo interno una “me diversa”, ed ognuna di queste porta con sé tanti piccoli souvenir che la rappresentano in tutto e per tutto. Molti mi hanno definito come una persona romantica e nostalgica, sempre accompagnata da quella strana malinconia che tutti abbiamo vissuto almeno una volta nella nostra vita. Negli ultimi anni mi sono resa conto di quanto io viva di ricordi: li avvolgo e riavvolgo all’infinito come se la mia testa fosse un proiettore degli anni ‘60. Recentemente però, ho anche realizzato quanto vivere nel passato non mi consenta di vivere al 100% nel presente e, senza dimenticare il peso e l’incidenza che hanno i ricordi, ho compreso che se voglio avere in futuro altri ricordi da vivere, devo immergermi nell’attimo e assaporarlo lentamente cercando di lasciarlo sciogliere senza avere fretta. Questo perché il “presente” di oggi sarà il “passato” di domani, ed il futuro sarà a sua volta il “presente” di questo domani, dunque il segreto per avere splendidi ricordi “da vivere” è, banalmente, vivere.
Probabilmente ho detto una delle cose più scontate su questa terra, a volte però dando sempre per scontato qualcosa, alla fine si finisce per dimenticarla/trascurarla. Il mio obiettivo è quello di avere in mano tutte le esperienze, tutti i momenti, tutti gli attimi, tutti i sorrisi, tutto il mio vissuto, “registrato” e custodito, così da poterlo rivivere di nuovo e poterlo condividere con le persone che amo. I ricordi permettono di rivivere momenti ed emozioni senza lasciarli morire, se qualcosa non viene dimenticato non si può definire effettivamente morto. Proprio per questo amo fare foto e video, voglio ricordare e raccontare, voglio che resti qualcosa di tutta questa meraviglia.
Questa è la scatola 2022-2023. Non la riapro spesso, ma ogni volta che lo faccio trovo sempre qualcosa che credevo di avere dimenticato”.
(C. classe quarta).

Gemma n° 2503

“Mia madre è la persona più importante della mia vita; quando ho bisogno la trovo sempre vicino a me e non mi ha mai lasciato da solo e senza risposta. Ha fatto tutto, ha speso tanto per me e io devo restituirle tutto quello che ha fatto per me e i suoi sacrifici” (A. classe prima).

Gemma n° 2502

“Ho deciso di portare l’anello che mi ha regalato la mia ragazza al mio compleanno perché per me è molto importante. Infatti, durante i momenti difficili in cui non sono con lei, guardarlo mi aiuta a sentirmi meno sola. Mi aiuta a ricordarmi che lei ci sarà sempre per me come io ci sarò sempre per lei” (E. classe quarta).

Gemma n° 2501

“In questa gemma ho deciso di parlare di due estati fa, quando io andai in vacanza in Sicilia e io, mio cugino e un altra ragazza di lì, trascorremmo delle giornate indimenticabili, piene di adrenalina e inevitabilmente di errori. In quel periodo ognuno di noi aveva delle fragilità che venivano colmate dalla presenza di un trio molto legato. Mi ricordo ancora quando rimanemmo fuori  tutta la notte, coperti da mia cugina. Il mio ricordo principale di queste serate è una canzone, nata per errore, che invita al divertimento e che ci trasmetteva delle ottime vibes facendoci dimenticare di tutti i problemi e invogliandoci a godere al massimo i momenti che stavamo vivendo. Questa canzone si intitola Bevo tutta la notte, di Alfa, Olly e Drast” (A. classe prima).

Gemma n° 2500

“Ho deciso di portare come gemma le Filippine. Solitamente quando torno nelle Filippine con i miei genitori, ossia ogni 3 anni circa, stiamo a Nasugbu (una città di Batangas) con i parenti e con gli amici.
Quest’anno siamo andati a Palawan, un arcipelago delle Filippine. Siamo stati a Puerto Princesa e a El nido, in particolare a Cadlao Island e Miniloc Island.
Ho portato un video che riassume le mie vacanze di Natale” (J. classe quinta).

Gemma n° 2499

“Ho portato questa foto perché mi ricorda, non solo un momento bello della mia vita, ma è la prima partita ufficiale di calcio che ho giocato da bambino. Da quella partita ho iniziato un percorso che continua tutt’ora” (M. classe quarta).

Gemma n° 2498

Fonte

“Valbruna! Dove il cuore riposa e l’ansia scompare!
Sono particolarmente legata a questo posto perché praticamente tutti i miei ricordi d’infanzia sono concentrati qui.
I miei genitori 14 anni fa hanno preso la seconda casa in questo paesino di montagna.
I primi ricordi che ho legati a questo posto risalgono al 2013 quando ho conosciuto la mia amica O., con cui ho vissuto i momenti più belli e divertenti: siamo andate in viaggio insieme in Germania, abbiamo giocato insieme di notte a nascondino e fatto le camminate più faticose insieme. Abbiamo passato estati intere a raccontarci cosa succedeva nelle nostre due città, e pian piano abbiamo allargato il nostro duo ad altri tre ragazzi con cui abbiamo fatto amicizia negli anni seguenti.
Il primo ricordo è il corso di sci a cui mi avevano iscritto i miei genitori all’età di cinque anni.
Altra cosa significativa sono le giornate passate nei boschi con mio padre e il suo amico alla ricerca di funghi, cosa noiosa all’inizio però quando ne trovavi uno era una soddisfazione indescrivibile.
Ogni sera andavo, assieme a mia mamma, a fare una passeggiata per il paese, in cui a volte capitava di incontrare degli animali, tra cui cervi e volpi.
Questo posto dista molto poco dal confine con l’Austria, infatti, ci vado e ci andavo molto spesso: d’estate al lago, il mio momento preferito, e d’inverno alle terme di Villaco o a fare una giornata di shopping all’Atrio, un centro commerciale di questa città.
Le escursioni effettuate sul monte Osterig, precisamente a Lomsattel, dove la proprietaria del rifugio mi parla solo in tedesco da quando sono piccola; quindi, questo ha aiutato molto a fare pratica della lingua e della pronuncia.
Non ho ricordi brutti legati a questo posto ma ultimamente non ho la possibilità di tornare a casa e questa cosa mi provoca tristezza e nostalgia”.
(V. classe prima).

Gemma n° 2497

“La gemma che ho deciso di portare oggi è una persona a cui tengo molto.
Lei è la zia di mia mamma e si chiama G. Abita in Abruzzo quindi la vedo davvero poco, di solito una volta all’anno d’estate quando vado a trovarla con i nonni.
Quando ci vediamo, anche dopo molto tempo siamo felicissime e già sappiamo che i momenti che passeremo nelle due settimane successive saranno magici. Con lei mi diverto sempre, è come un’altra nonna per me e il nostro rapporto è davvero genuino e speciale, i nostri caratteri sono molto compatibili. La foto che ho portato è del 2019, l’ultima volta in cui ci siamo viste, prima di quest’estate ed è bello sapere che il nostro rapporto sia rimasto sempre invariato. Visitare quella piccola cittadina dell’Abruzzo è per me importante perché rappresenta la vera estate e so che la vedrò e che passeremo dei momenti bellissimi insieme tra fare passeggiate e cucinare dolci.
A novembre in occasione del mio compleanno mi ha fatto la sorpresa di venire a casa dei miei nonni per una settimana, abbiamo creato tanti bei ricordi che mi porterò sempre nel cuore” (G. classe quinta).

Gemma n° 2496

“Questa è la foto di mio nonno, che è l’unico che ho conosciuto, e mi fa ricordare i bei momenti passati con lui” (D. classe prima).

Gemma n° 2495

“Per la mia gemma ho deciso di portare un charm di pandora che rappresenta il globo terrestre. Ogni charm dovrebbe essere legato ad un momento importante o ad una passione e questo qui rappresenta il mio amore per i viaggi, è stato il primo charm che ho comprato perché il viaggio è una passione che c’è sempre stata. Sotto questo aspetto mi ritengo una persona molto fortunata perché nella vita ho avuto molte possibilità, ai miei genitori piace molto viaggiare, e me l’hanno trasmesso. Ho preso il primo aereo a 5 anni non potendo prima perché soffrivo, e soffro tuttora, di problemi alle orecchie legati alla pressione, ma vale la pena sentire il dolore quando l’aereo atterra perché so che l’esperienza sarà indimenticabile.
Vedere le foto di un posto dallo schermo del telefono spesso fa notare solo il bello delle cose ma quando viaggi cogli tutto, cogli com’è veramente il posto in cui vai e capisci che è ben oltre un luogo in cui vai in vacanza. Lì le persone ci vivono ed è orrendo uscire dal resort e vedere che fuori la gente non sta bene.
Ogni volta che sento la canzone della compagnia di viaggi alpitour mi vengono in mente tutte le serate, i balli in piscina, l’acquagym, gli amici conosciuti, il mare e la pizza che non sapeva di pizza.
Concludendo, ho sempre amato viaggiare, lo amo ora e spero di amarlo per sempre” (C. classe prima).