iGen, generazione in rovina?

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Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”

Riorganizzare la speranza

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Ho letto su La Stampa l’articolo di Niccolò Zancan su Ernesto Grasso, ventunenne torinese la cui esperienza viene brevemente raccontata come emblema dei Neet, acronimo inglese inventato nel 1999 che sta per Not in employement, education or training. Fa parte di quei “giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non stanno facendo percorsi di formazione”: in Italia sono il 19%. Alcune delle sue parole mi hanno colpito “I pomeriggi sono la cosa più difficile. Gioco alla PlayStation. Vado a camminare. Ma non passano mai” […] “Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin. L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio”…

Nei mesi di maggio e giugno ho letto vari libri di psicologi, psichiatri, antropologi su adolescenti e giovani e ho partecipato a convegni e incontri. In Abbiamo bisogno di genitori autorevoli lo psicoterapeuta Matteo Lancini scrive: “Sostenere la speranza di un futuro possibile è il compito fondamentale di ogni genitore e di qualsiasi figura adulta significativa, impegnata in un ruolo affettivo o professionale con gli adolescenti. Il futuro rappresenta infatti lo spazio e il tempo della realizzazione di sé dell’adolescente, l’ambito dove potranno affermarsi il suo talento e la sua originalità. Se manca questa prospettiva, se l’adolescente si rappresenta senza futuro, in assenza di avvenire, c’è la crisi adolescenziale. Il disagio dell’adolescente dipende soprattutto da questo.” E ancora “gli adolescenti necessitano di un adulto non troppo angosciato, sufficientemente preoccupato e autorevole da restituire loro uno sguardo di ritorno pieno di fiducia e capace di avvicinare le risorse necessarie alla realizzazione di sé in una società davvero complessa. Tutto ciò richiede agli adulti più creatività di quanto ne fosse necessaria in un passato neanche troppo lontano”.

L’articolo citato in apertura di questo post portava questo sottotitolo: “Un giorno con un Neet: gioco alla playstation perché ho smesso di guardare al futuro”. Penso che per dare concretezza al futuro di Ernesto, o di un qualsiasi adolescente la cui visione sul domani sbatte contro un muro, sia necessario lavorare sul presente, sull’oggi (che poi è la stessa cosa che scrive Lancini). E’ proprio la preoccupazione per un domani impossibile da immaginare che impedisce di vivere, apprezzare e abbracciare il presente che diventa quindi a sua volta tempo di frustrazione.
Mi vengono in mente le preoccupazioni e le angosce dei discepoli di Gesù, sempre in ansia. Vedono Gesù placare la tempesta e camminare sull’acqua, ne fanno diretta esperienza (Pietro), vengono sfamati quando pare loro impossibile… Si stupiscono di tutto questo, eppure le preoccupazioni restano. I discepoli temono, Pietro inizia ad affondare, dopo la moltiplicazione e la mangiata a sazietà sono preoccupati per non aver preso i pani… E l’accusa che muove loro Gesù è sempre la stessa: “uomini di poca fede”. La paura blocca la fede, quella che nasce dall’esperienza di un Dio vicino, buono e amorevole, che sa le necessità dell’uomo prima ancora che queste vengano esplicitate (Mt 6,7-8: Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate). Ancora Lancini: “Se si vuole aiutare l’adolescente in crisi bisogna essere in grado di «raggiungere» il ragazzo o la ragazza là dove sono. La clinica dell’adolescente richiede di arrivare alla mente del paziente là dove è, là dove si trova adesso, con un profondo rispetto per come il soggetto prova a gestire l’insopportabile crisi evolutiva, il fatto di vivere in una quotidianità senza prospettive visibili dal suo punto di vista. Su queste basi è possibile costruire un’alleanza con l’adolescente che consenta a noi, e ai suoi adulti di riferimento, di avvicinargli le risorse utili alla ripresa evolutiva, alla scoperta del proprio vero Sé, del proprio talento, come unica possibilità per riorganizzare la speranza e investire in un futuro possibile”.

13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

La luce nello sguardo

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A tredici, a quattordici anni io vivevo prevalentemente per strada. Ogni tanto passavo la notte da qualche amica che abitava in campagna. Invece di dormire, trascorrevamo il tempo sdraiate nei campi, incuranti del freddo, dell’umido, e interrogavamo per ore la volta celeste. Importava qualcosa di noi alle stelle lassù? Il fuoco che ardeva in loro era per noi inimmaginabile: quei piccoli soli dal basso della terra sembravano soltanto dei puntini di ghiaccio. Da qualche parte nello spazio siderale era nascosto il nostro destino? O invece era scritto solo nel nostro cuore? Come sarebbe stata la nostra vita adulta? Avremmo fatto un lavoro che ci piaceva? E avremmo trovato prima o poi il grande amore? E i figli? Quel cielo che, da parte a parte, colmava l’orizzonte era la nostra sfera di cristallo.
Nell’adolescenza la grazia delle domande bussa per l’ultima volta spontaneamente alla porta. In un’epoca di rare distrazioni come quella in cui sono cresciuta, bussava quasi con irruenza. Ora invece deve sgomitare nel frastuono per riuscire a farsi aprire se non una porta, almeno uno spiraglio. Ma sicuramente bussa e continua a bussare e, ai ragazzi che osano porsi in ascolto, offre da subito un dono straordinario – la luce che a un tratto irrompe nello sguardo”.
Susanna Tamaro, Avvenire, 21 novembre 2014

Gemme n° 490

Il video che propongo è sul bullismo, ma chi parla tocca molti temi, e mi ha colpito la sua carica espressiva. Penso che possa insegnare molto anche a chi non è toccato direttamente dal problema. L’ultimo pezzo con la musica è parte di una sua poesia”. Con queste parole E. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Consiglio a chi non conoscesse l’inglese di attivare i sottotitoli: non sono quelli automatici, per cui permettono di capire bene il video. Mi piace riportare una frase della parte iniziale del video in cui si fa riferimento all’identità: “Ci dicevano che in qualche modo dobbiamo diventare quello che non siamo, sacrificando ciò che siamo per ereditare la maschera di ciò che saremo”.

Gemme n° 249

Le parole di Ogni adolescenza le sento molto vicine al periodo che sto vivendo, mi ci ritrovo, e sono cantate da un gruppo a cui sono affezionata. Sono andata ad un concerto dei Tre allegri ragazzi morti ad aprile e ci sono andata da sola. Me lo sono goduto e apprezzato nella sua integrità, senza riferimenti a qualcuno che sarebbe potuto essere con me; mi sono goduta anche il sound-check con loro che suonavano senza maschera ed è stato molto emozionante, mi sentivo un’infiltrata.”
Con queste parole A. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Il ritornello della canzone dice: “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa, che sia vera, ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta, che sia persa”. E poi la seconda strofa: “E non ti vantare se la tua è stata mondiale, la mia sembra solo un fatto personale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, la guerra è guerra e succederà anche a me. E non ti vantare se la tua si chiama Vietnam, la mia è poco più di un argomento da giornale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, l’amico mio c’ha perso il cervello”. Ricordo ancora la rabbia che provavo quando, adolescente, cercavo di manifestare i miei pensieri, di sfogare le mie ribellioni, di esternare le mie sofferenze interiori e mi imbattevo in adulti che sminuivano quello che dicevo e soprattutto sentivo dentro. Ho fatto un tuffo all’indietro di 25 anni, ho indossato i vestiti di A. e mi ci sono ritrovato in pieno anche io in quelle parole dei Tre allegri ragazzi morti. Certo, non c’era solo quello, ma c’era anche quello e lo ricordo bene, benissimo; e alcune ferite di quella guerra sono state lunghe da guarire, lasciando anche delle cicatrici.

Gemme n° 239

Quella che propongo è la mia canzone preferita, rilassante, trasmette pace, serenità e fa riflettere sulla differenza tra piccoli e grandi, e tutte le certezze che avevamo da bambini non sono più certezze”. Questa la gemma di I. (classe quinta).
Il testo, da una traduzione trovata on-line, dice: “Ma quando ero più giovane avevo la risposta, devo ammetterlo, ma tutte le mie risposte, adesso che sono più vecchio, si son trasformate in domande…”. Seguono alcune domande, alcune delle quali molto profonde e che potremmo comprendere all’interno delle cosiddette domande esistenziali, quelle cioè che si pongono alla ricerca di un senso. L’esperienza che ho fatto io non è tanto quella di una trasformazione delle risposte in domande, quanto quella di un mutamento delle risposte, influenzate dagli studi, dalle letture e soprattutto dai vissuti. Non nascondo che mi piace sentirmi provocato, non mi dispiace, talvolta, lasciare la terra ferma per nuotare in un mare incerto e sconosciuto verso nuovi approdi.

Gemme n° 188

Ho visto questo video qualche settimana fa su “The Post Internazionale”, e mi ha colpito, soprattutto pensando ai giocattoli della mia infanzia: ho visto la differenza. Mi ha fatto pensare alla sessualizzazione dei giocattoli; in effetti molti giocattoli propongono alle bambine dei modi di essere e dei modelli di comportamento che non fanno parte della loro età. Inoltre mi stupisce anche il confronto coi modelli maschili: gli action-man del passato o i gormiti non equivalgono agli standard che invece vengono imposti con le bratz”. Ecco la gemma di A. (classe quinta).
Fino ad adesso non penso di aver mai commentato una gemma attraverso il rimando ad un articolo. Lo faccio ora mettendo l’incipit di questo articolo di Valeria Randone apparso a febbraio su MedicItalia e allegandone poi il pezzo intero: “Bambine vestite da adulte. Bambine truccate. Bambine che adoperano lo stesso lessico dei grandi. Piccole donne che utilizzano cellulari di ultimissima generazione, che navigano in Internet senza censura, senza consapevolezza – e soprattutto – senza controllo. I bambini di oggi non si fanno mancare proprio nulla, se non la cosa più importante: l’infanzia. Forse, adattandoci lentamente ma costantemente, alle modifiche epocali, non ci siamo accorti di aver perso l’infanzia! I nostri piccoli, sono dei piccoli adulti, abbigliati come noi genitori con cui condividono telegiornali, giochi, sport, chat, modo di fare e di parlare. Se ci guardiamo intorno, possiamo notare una destabilizzante “omologazione” tra genitori e figli: non esiste più quell’antica “divergenza generazionale” che tutelava entrambi. I genitori, fino a non molto tempo fa, venivano eletti a tutori, a guide ed a modelli esistenziali. Il loro ruolo però ha cambiato veste nel tempo: un tempo autoritario, poi autorevole, ed oggi, spesso smarrito”. Continua nel pdf che allego.
Adolescenza precoce

Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

Adolescenze altrove

Fusine_0067 fbOggi desidero riportare due storie di adolescenti che vivono realtà diverse da quelle che ho vissuto io alla loro età e da quelle che vivono i miei studenti. Che ne sarebbe della nostra vita se, semplicemente, fossimo nati da un’altra parte?
La prima storia è quella di Atice e la racconta Francesco Martino. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso:
“Atice ha quindici anni. Mentre ci prepara il tè, nella tenda panciuta dove vive con la famiglia, parla senza sosta, ostentando un fare sicuro. Siamo sulle falde del monte Karadağ, antico vulcano spento e oggi terra di pascolo che domina la provincia di Karaman, in Turchia centrale. Poi, però, all’improvviso Atice s’avvampa di rosso per la timidezza, e nasconde il viso tra le mani, con un gesto da bambina. Atice è una Yörük “coloro che camminano”, popolazione turcofona semi nomade, che un tempo guidava le sue greggi non solo in Anatolia, ma anche nella penisola balcanica. In lei convivono e combattono non solo la donna e la bambina, ma anche il passato e il futuro della sua gente. “Non voglio stare dietro alle bestie per tutta la vita”, dice convinta. Durante l’inverno Atice vive con la nonna a Karaman, dove studia. L’estate, però, torna col padre, la madre e i fratelli sui pascoli. “Qui non c’è nulla per me, voglio studiare. Mi piacerebbe diventare poliziotta, per fare una vita attiva, all’aperto”. “Ma in città non troverai mai un lavoro più attivo e all’aria aperta della vita che fai ora”, le fa notare qualcuno degli ospiti, con un mezzo sorriso. Atice tace, poi fa di nuovo sparire il viso tra le mani.
La seconda è quella di Aitazaz, un quattordicenne pachistano che è morto per impedire a un kamikaze di uccidere molte persone. La sua storia la racconta Rainews24:
“Quando Aitazaz, uno studente pachistano di quattordici anni, ha visto un detonatore fare capolino dalla tunica di un kamikaze davanti alla sua scuola, non ha avuto la minima esitazione e si è lanciato su di lui: è stato dilaniato dall’esplosione della bomba umana ma il suo gesto ha sventato una strage tra i suoi compagni. Il Pakistan celebra questo suo coraggioso eroe, Aitazaz Hassan Bangash, con articoli sulla stampa, una valanga di tweet, omaggi su Facebook e appelli al governo perché gli sia conferita una “medaglia al valore”. Tutto è successo lunedì mattina alla scuola statale superiore di Ibrahimzai, un villaggio sciita del distretto di Hangu, che confina con le turbolente regioni tribali della frontiera con l’Afghanistan. Al momento dell’esplosione c’erano circa duemila allievi più gli insegnanti nel complesso. A raccontare la storia, è stato il cugino e uno dei testimoni dell’attacco suicida che è il primo di questo genere a una scuola. Aitazaz, che quella mattina era arrivato in ritardo, si trovava all’ingresso della scuola con altri compagni quando ha visto un ragazzo sui 20-25 anni andare al cancello con la scusa di chiedere informazioni sull’ammissione. Quasi subito, i ragazzi si sono accorti che sotto gli indumenti aveva un giubbotto esplosivo e sono scappati via. Aitazaz, invece, non si è fatto prendere dalla paura, ma ha cercato di fermarlo tenendolo per le braccia. L’attentatore è però riuscito ad azionare il detonatore e a farsi esplodere.”

E’ il nostro destino

288882.jpgIn alcune seconde abbiamo finito di vederlo, in altre quasi. Ho trovato questo breve commento in rete.

“Mondi separati, non comunicanti, che se per caso si accostano sono incapaci di comprendersi, questo racconta Francesco Munzi nel suo film “Saimir”. Essere immigrati, non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese: questo è ciò che sente Saimir, la cui adolescenza sembra essere stata compromessa per sempre dalla condotta del padre e dallo squallido universo che lo circonda. Non accetta la vita propostagli dal padre con la promessa di un mondo migliore. Questa esistenza gli pesa ogni giorno di più. Sembra aprirsi uno spiraglio quando incontra una ragazza italiana, che accetta senza riserve di uscire con lui. Saimir per un attimo ridiventa ragazzino, ritrova la spensieratezza della sua età, sorride, si sente come gli altri, ma poi il desiderio di trattenere la prima cosa bella che ha incontrato in un paese così estraneo gli fa commettere una serie di sbagli.

Un regalo troppo costoso e precoce, il racconto del suo tipo di vita spaventano la ragazza e la allontanano irrimediabilmente da lui. Non è questione di razzismo, è che la differenza di cultura e di stili di vita crea tra i due giovani una tragica incomunicabilità, rinchiudendo Saimir nel recinto di emarginazione e di solitudine che imprigiona molti come lui. La sequenza della scenata nella classe di Michela ha una grande forza espressiva: con la rabbia il protagonista cerca di abbattere il muro dell’indifferenza sociale, della discriminazione, e la macchina da presa prende le sue difese, si identifica con lui senza provare pietà o compassione. Vede solo attraverso i suoi occhi profondi, avidi di vita e di libertà.

Essere immigrati vuol dire non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese. Nel film c’é un cameo, una specie di ringraziamento a una famiglia rom che lo ha aiutato a conoscere i rapporti generazionali tra padri e figli, il furto nella casa dei ricchi. Nell’appartamento i ragazzi rubano tutti i ritratti incorniciati, come se volessero appropriarsi, più che degli oggetti, della vita delle persone fotografate; indossano pellicce, frugano tra i ricordi personali, ma la soddisfazione più grande se la prende il giovane rom dal corpo scheletrico buttandosi nella piscina, simbolo di un agio che si può solo “rubare”. Al caos rumoroso dell’intrusione segue il tuffo al rallentatore del ragazzino rom nella piscina. La musica di Vivaldi che lo commenta aumenta il gradiente di drammaticità e offre l’appiglio per una lettura simbolica che esce dal feroce realismo, anche sonoro. La regia non sembra mai a corto della giusta luce. Albe che sembrano grigi crepuscoli, giorni che sembrano sempre alla soglia del tramonto raccontano il vuoto interiore, la disperazione dei personaggi, una vita ai margini del benessere, ma non dei sentimenti. Una storia fatta di ordinaria routine di sfruttamento e sopravvivenza, in una città che sembra aver definitivamente annesso periferie, sterrati e spiagge nella sua illimitata area di estensione.”

Queste, invece, sono alcune domande su cui ci soffermeremo…

  1. Che cosa pensi del dialogo tra Saimir e il bimbo sul camion? Cosa rappresenta l’Italia?
  2. Che cosa pensi del lavoro che svolge il padre di Saimir?
  3. Descrivi il rapporto tra Saimir e il padre. Cosa rimprovera Saimir al padre?
  4. Saimir è contento della vita che fa? Che cosa sogna Saimir?
  5. Chi sono gli amici di Saimir?
  6. Perché il rapporto tra Saimir e Michela non può funzionare?
  7. Perché è difficile l’inserimento di Saimir tra i suoi coetanei?
  8. Che cosa pensi della decisione finale di Saimir?
  9. Che cosa pensi del mondo degli adulti incapaci di essere modelli per gli adolescenti?
  10. Che cosa pensi del problema dell’immigrazione? E’ solo quella vista nel film?