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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

La luce nello sguardo

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A tredici, a quattordici anni io vivevo prevalentemente per strada. Ogni tanto passavo la notte da qualche amica che abitava in campagna. Invece di dormire, trascorrevamo il tempo sdraiate nei campi, incuranti del freddo, dell’umido, e interrogavamo per ore la volta celeste. Importava qualcosa di noi alle stelle lassù? Il fuoco che ardeva in loro era per noi inimmaginabile: quei piccoli soli dal basso della terra sembravano soltanto dei puntini di ghiaccio. Da qualche parte nello spazio siderale era nascosto il nostro destino? O invece era scritto solo nel nostro cuore? Come sarebbe stata la nostra vita adulta? Avremmo fatto un lavoro che ci piaceva? E avremmo trovato prima o poi il grande amore? E i figli? Quel cielo che, da parte a parte, colmava l’orizzonte era la nostra sfera di cristallo.
Nell’adolescenza la grazia delle domande bussa per l’ultima volta spontaneamente alla porta. In un’epoca di rare distrazioni come quella in cui sono cresciuta, bussava quasi con irruenza. Ora invece deve sgomitare nel frastuono per riuscire a farsi aprire se non una porta, almeno uno spiraglio. Ma sicuramente bussa e continua a bussare e, ai ragazzi che osano porsi in ascolto, offre da subito un dono straordinario – la luce che a un tratto irrompe nello sguardo”.
Susanna Tamaro, Avvenire, 21 novembre 2014

Gemme n° 490

Il video che propongo è sul bullismo, ma chi parla tocca molti temi, e mi ha colpito la sua carica espressiva. Penso che possa insegnare molto anche a chi non è toccato direttamente dal problema. L’ultimo pezzo con la musica è parte di una sua poesia”. Con queste parole E. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Consiglio a chi non conoscesse l’inglese di attivare i sottotitoli: non sono quelli automatici, per cui permettono di capire bene il video. Mi piace riportare una frase della parte iniziale del video in cui si fa riferimento all’identità: “Ci dicevano che in qualche modo dobbiamo diventare quello che non siamo, sacrificando ciò che siamo per ereditare la maschera di ciò che saremo”.

Gemme n° 249

Le parole di Ogni adolescenza le sento molto vicine al periodo che sto vivendo, mi ci ritrovo, e sono cantate da un gruppo a cui sono affezionata. Sono andata ad un concerto dei Tre allegri ragazzi morti ad aprile e ci sono andata da sola. Me lo sono goduto e apprezzato nella sua integrità, senza riferimenti a qualcuno che sarebbe potuto essere con me; mi sono goduta anche il sound-check con loro che suonavano senza maschera ed è stato molto emozionante, mi sentivo un’infiltrata.”
Con queste parole A. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Il ritornello della canzone dice: “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa, che sia vera, ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta, che sia persa”. E poi la seconda strofa: “E non ti vantare se la tua è stata mondiale, la mia sembra solo un fatto personale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, la guerra è guerra e succederà anche a me. E non ti vantare se la tua si chiama Vietnam, la mia è poco più di un argomento da giornale, e non ti vantare se c’hai perso un fratello, l’amico mio c’ha perso il cervello”. Ricordo ancora la rabbia che provavo quando, adolescente, cercavo di manifestare i miei pensieri, di sfogare le mie ribellioni, di esternare le mie sofferenze interiori e mi imbattevo in adulti che sminuivano quello che dicevo e soprattutto sentivo dentro. Ho fatto un tuffo all’indietro di 25 anni, ho indossato i vestiti di A. e mi ci sono ritrovato in pieno anche io in quelle parole dei Tre allegri ragazzi morti. Certo, non c’era solo quello, ma c’era anche quello e lo ricordo bene, benissimo; e alcune ferite di quella guerra sono state lunghe da guarire, lasciando anche delle cicatrici.

Gemme n° 239

Quella che propongo è la mia canzone preferita, rilassante, trasmette pace, serenità e fa riflettere sulla differenza tra piccoli e grandi, e tutte le certezze che avevamo da bambini non sono più certezze”. Questa la gemma di I. (classe quinta).
Il testo, da una traduzione trovata on-line, dice: “Ma quando ero più giovane avevo la risposta, devo ammetterlo, ma tutte le mie risposte, adesso che sono più vecchio, si son trasformate in domande…”. Seguono alcune domande, alcune delle quali molto profonde e che potremmo comprendere all’interno delle cosiddette domande esistenziali, quelle cioè che si pongono alla ricerca di un senso. L’esperienza che ho fatto io non è tanto quella di una trasformazione delle risposte in domande, quanto quella di un mutamento delle risposte, influenzate dagli studi, dalle letture e soprattutto dai vissuti. Non nascondo che mi piace sentirmi provocato, non mi dispiace, talvolta, lasciare la terra ferma per nuotare in un mare incerto e sconosciuto verso nuovi approdi.

Gemme n° 188

Ho visto questo video qualche settimana fa su “The Post Internazionale”, e mi ha colpito, soprattutto pensando ai giocattoli della mia infanzia: ho visto la differenza. Mi ha fatto pensare alla sessualizzazione dei giocattoli; in effetti molti giocattoli propongono alle bambine dei modi di essere e dei modelli di comportamento che non fanno parte della loro età. Inoltre mi stupisce anche il confronto coi modelli maschili: gli action-man del passato o i gormiti non equivalgono agli standard che invece vengono imposti con le bratz”. Ecco la gemma di A. (classe quinta).
Fino ad adesso non penso di aver mai commentato una gemma attraverso il rimando ad un articolo. Lo faccio ora mettendo l’incipit di questo articolo di Valeria Randone apparso a febbraio su MedicItalia e allegandone poi il pezzo intero: “Bambine vestite da adulte. Bambine truccate. Bambine che adoperano lo stesso lessico dei grandi. Piccole donne che utilizzano cellulari di ultimissima generazione, che navigano in Internet senza censura, senza consapevolezza – e soprattutto – senza controllo. I bambini di oggi non si fanno mancare proprio nulla, se non la cosa più importante: l’infanzia. Forse, adattandoci lentamente ma costantemente, alle modifiche epocali, non ci siamo accorti di aver perso l’infanzia! I nostri piccoli, sono dei piccoli adulti, abbigliati come noi genitori con cui condividono telegiornali, giochi, sport, chat, modo di fare e di parlare. Se ci guardiamo intorno, possiamo notare una destabilizzante “omologazione” tra genitori e figli: non esiste più quell’antica “divergenza generazionale” che tutelava entrambi. I genitori, fino a non molto tempo fa, venivano eletti a tutori, a guide ed a modelli esistenziali. Il loro ruolo però ha cambiato veste nel tempo: un tempo autoritario, poi autorevole, ed oggi, spesso smarrito”. Continua nel pdf che allego.
Adolescenza precoce

Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

Adolescenze altrove

Fusine_0067 fbOggi desidero riportare due storie di adolescenti che vivono realtà diverse da quelle che ho vissuto io alla loro età e da quelle che vivono i miei studenti. Che ne sarebbe della nostra vita se, semplicemente, fossimo nati da un’altra parte?
La prima storia è quella di Atice e la racconta Francesco Martino. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso:
“Atice ha quindici anni. Mentre ci prepara il tè, nella tenda panciuta dove vive con la famiglia, parla senza sosta, ostentando un fare sicuro. Siamo sulle falde del monte Karadağ, antico vulcano spento e oggi terra di pascolo che domina la provincia di Karaman, in Turchia centrale. Poi, però, all’improvviso Atice s’avvampa di rosso per la timidezza, e nasconde il viso tra le mani, con un gesto da bambina. Atice è una Yörük “coloro che camminano”, popolazione turcofona semi nomade, che un tempo guidava le sue greggi non solo in Anatolia, ma anche nella penisola balcanica. In lei convivono e combattono non solo la donna e la bambina, ma anche il passato e il futuro della sua gente. “Non voglio stare dietro alle bestie per tutta la vita”, dice convinta. Durante l’inverno Atice vive con la nonna a Karaman, dove studia. L’estate, però, torna col padre, la madre e i fratelli sui pascoli. “Qui non c’è nulla per me, voglio studiare. Mi piacerebbe diventare poliziotta, per fare una vita attiva, all’aperto”. “Ma in città non troverai mai un lavoro più attivo e all’aria aperta della vita che fai ora”, le fa notare qualcuno degli ospiti, con un mezzo sorriso. Atice tace, poi fa di nuovo sparire il viso tra le mani.
La seconda è quella di Aitazaz, un quattordicenne pachistano che è morto per impedire a un kamikaze di uccidere molte persone. La sua storia la racconta Rainews24:
“Quando Aitazaz, uno studente pachistano di quattordici anni, ha visto un detonatore fare capolino dalla tunica di un kamikaze davanti alla sua scuola, non ha avuto la minima esitazione e si è lanciato su di lui: è stato dilaniato dall’esplosione della bomba umana ma il suo gesto ha sventato una strage tra i suoi compagni. Il Pakistan celebra questo suo coraggioso eroe, Aitazaz Hassan Bangash, con articoli sulla stampa, una valanga di tweet, omaggi su Facebook e appelli al governo perché gli sia conferita una “medaglia al valore”. Tutto è successo lunedì mattina alla scuola statale superiore di Ibrahimzai, un villaggio sciita del distretto di Hangu, che confina con le turbolente regioni tribali della frontiera con l’Afghanistan. Al momento dell’esplosione c’erano circa duemila allievi più gli insegnanti nel complesso. A raccontare la storia, è stato il cugino e uno dei testimoni dell’attacco suicida che è il primo di questo genere a una scuola. Aitazaz, che quella mattina era arrivato in ritardo, si trovava all’ingresso della scuola con altri compagni quando ha visto un ragazzo sui 20-25 anni andare al cancello con la scusa di chiedere informazioni sull’ammissione. Quasi subito, i ragazzi si sono accorti che sotto gli indumenti aveva un giubbotto esplosivo e sono scappati via. Aitazaz, invece, non si è fatto prendere dalla paura, ma ha cercato di fermarlo tenendolo per le braccia. L’attentatore è però riuscito ad azionare il detonatore e a farsi esplodere.”

E’ il nostro destino

288882.jpgIn alcune seconde abbiamo finito di vederlo, in altre quasi. Ho trovato questo breve commento in rete.

“Mondi separati, non comunicanti, che se per caso si accostano sono incapaci di comprendersi, questo racconta Francesco Munzi nel suo film “Saimir”. Essere immigrati, non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese: questo è ciò che sente Saimir, la cui adolescenza sembra essere stata compromessa per sempre dalla condotta del padre e dallo squallido universo che lo circonda. Non accetta la vita propostagli dal padre con la promessa di un mondo migliore. Questa esistenza gli pesa ogni giorno di più. Sembra aprirsi uno spiraglio quando incontra una ragazza italiana, che accetta senza riserve di uscire con lui. Saimir per un attimo ridiventa ragazzino, ritrova la spensieratezza della sua età, sorride, si sente come gli altri, ma poi il desiderio di trattenere la prima cosa bella che ha incontrato in un paese così estraneo gli fa commettere una serie di sbagli.

Un regalo troppo costoso e precoce, il racconto del suo tipo di vita spaventano la ragazza e la allontanano irrimediabilmente da lui. Non è questione di razzismo, è che la differenza di cultura e di stili di vita crea tra i due giovani una tragica incomunicabilità, rinchiudendo Saimir nel recinto di emarginazione e di solitudine che imprigiona molti come lui. La sequenza della scenata nella classe di Michela ha una grande forza espressiva: con la rabbia il protagonista cerca di abbattere il muro dell’indifferenza sociale, della discriminazione, e la macchina da presa prende le sue difese, si identifica con lui senza provare pietà o compassione. Vede solo attraverso i suoi occhi profondi, avidi di vita e di libertà.

Essere immigrati vuol dire non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese. Nel film c’é un cameo, una specie di ringraziamento a una famiglia rom che lo ha aiutato a conoscere i rapporti generazionali tra padri e figli, il furto nella casa dei ricchi. Nell’appartamento i ragazzi rubano tutti i ritratti incorniciati, come se volessero appropriarsi, più che degli oggetti, della vita delle persone fotografate; indossano pellicce, frugano tra i ricordi personali, ma la soddisfazione più grande se la prende il giovane rom dal corpo scheletrico buttandosi nella piscina, simbolo di un agio che si può solo “rubare”. Al caos rumoroso dell’intrusione segue il tuffo al rallentatore del ragazzino rom nella piscina. La musica di Vivaldi che lo commenta aumenta il gradiente di drammaticità e offre l’appiglio per una lettura simbolica che esce dal feroce realismo, anche sonoro. La regia non sembra mai a corto della giusta luce. Albe che sembrano grigi crepuscoli, giorni che sembrano sempre alla soglia del tramonto raccontano il vuoto interiore, la disperazione dei personaggi, una vita ai margini del benessere, ma non dei sentimenti. Una storia fatta di ordinaria routine di sfruttamento e sopravvivenza, in una città che sembra aver definitivamente annesso periferie, sterrati e spiagge nella sua illimitata area di estensione.”

Queste, invece, sono alcune domande su cui ci soffermeremo…

  1. Che cosa pensi del dialogo tra Saimir e il bimbo sul camion? Cosa rappresenta l’Italia?
  2. Che cosa pensi del lavoro che svolge il padre di Saimir?
  3. Descrivi il rapporto tra Saimir e il padre. Cosa rimprovera Saimir al padre?
  4. Saimir è contento della vita che fa? Che cosa sogna Saimir?
  5. Chi sono gli amici di Saimir?
  6. Perché il rapporto tra Saimir e Michela non può funzionare?
  7. Perché è difficile l’inserimento di Saimir tra i suoi coetanei?
  8. Che cosa pensi della decisione finale di Saimir?
  9. Che cosa pensi del mondo degli adulti incapaci di essere modelli per gli adolescenti?
  10. Che cosa pensi del problema dell’immigrazione? E’ solo quella vista nel film?