Aspettando in silenzio

Il compito assegnato agli studenti di prima era quello di portare in classe qualcosa (una canzone, un film, un libro, un oggetto, una foto, una quadro…) sull’amore e spiegare ai compagni il motivo della scelta. Propongono sempre cose interessanti e mai banali, se non altro per il fatto di metterci qualcosa di loro e presentarlo ai compagni. Ci sono, tuttavia, delle volte in cui mi stupisco della scelta, perché magari anacronistica, o perché si collega a qualche ricordo personale. Mi è successo oggi, quando un’alunna ha presentato un capolavoro di Mina, e ha scelto proprio questo video, non il rifacimento moderno di Irene Grandi. Testo breve, poche parole che però toccano una delle esperienze più comuni da adolescenti, uno dei grandi tormenti di quell’età: “E non sai quanto bene ti ho dato, e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me”.

Sono come tu mi vuoi
ti amo come non ho amato mai
Io sono la sola che possa capire
tutto quello che c’è da capire in te.
Forse se tu baciassi me
forse capiresti meglio
che io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai quanto bene ti ho dato
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me
per capire quello che già sai
che sono, sono come tu mi vuoi, come tu mi vuoi.
Io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai …

Ogni inizio è solo un seguito

porte girevoliIn prima stiamo parlando di amicizia e amore, e sono emersi pareri differenti sul colpo di fulmine. Ecco una bella poesia di Wislawa Szymborska dal titolo “Amore a prima vista” dalla raccolta del 1993 “La fine e l’inizio”.

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Il padre, la madre, i Queen

Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.

Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.

Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.

 

Tvb? Tvtb? Ta? Tat? No, per oggi Ts

La scorsa settimana ho avuto due giorni di febbre e penso di non essere ancora guarito; l’alternativa è che la febbre abbia lasciato in me degli strascichi preoccupanti. Non so spiegarmi altrimenti il fatto di essermi ritrovato a pensare a mia moglie dopo aver ascoltato una dichiarazione di Enrico Letta. Di ritorno dal Kuwait il premier ha affermato di tornare al lavoro in Italia con maggiore motivazione. Non è la prima volta che lo dice, tanto che mi viene da pensare che le sue motivazioni iniziali devono essere state piuttosto bassine. Un po’ come due amogiovanissimi innamorati che si sussurrano “Ti amo un po’ più di ieri e un po’ meno di domani”. Per mettere in atto tale proposito l’unica via è partire da un livello molto basso e soprattutto calibrare con molta cura gli slanci d’amore. E’ lì che ho pensato a mia moglie e mi sono immaginato mentre le dico “Sai amore, anzi no, amorino. Vorrei dirti che ti amo perché è quello che provo, ma allora cosa potrei dirti domani per andare oltre? Già un “ti voglio bene” temo sia eccessivo. Diciamo allora che ti stimo…”. Vi sono cose che non penso possano essere misurate e una di queste è l’amore: o si ama o non si ama. Non credo che si possa amare un po’, o amare molto, o amare poco. Non credo nel sempre meglio, sempre di più. Altro paio di maniche è invece la relazione tra due persone che è sempre un cantiere aperto intento a costruire un edificio sempre migliorabile. Avrete capito che non sto più parlando del capo del governo… Una paura accompagnerà però queste ore prima di addormentarmi stanotte: temo di appoggiarmi sul materasso e trovare mia moglie che, con la voce di Enrico Letta, mi dice “Ti stimo anche io”.

Colpo di fulmine

chagall8-295x300In prima stiamo parlando delle relazioni e tra i vari aspetti talvolta si va a finire a parlare di cotta, innamoramento e colpo di fulmine, e succede di doversi chiarire sul significato che si dà a questi termini. Ieri mi sono imbattuto in questa folgorante ed efficace frase di Michail Bulgakov, presa da “Il Maestro e Margherita”:
“L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce un fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”.

Per sempre?

Una delle canzoni che ho peggio sopportato nella mia vita, e che puntualmente veniva trasmessa a ogni ora del giorno e della notte da radio e tv, era una canzone di Ambra Angiolini che diceva “ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno … se c’è una crisi la mandiamo via perché i problemi tuoi sono problemi miei”. Mi ha assillato a tal punto da conficcarsi nella memoria delle cose brutte e da riemergere oggi mentre leggevo un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman, presa da Repubblica. Argomento centrale? L’amore, ma si parla anche di società, contemporaneità, antropologia, mercato, consumi…
“Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo baumanera possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.
Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte “. Ci si innamora una sola volta nella vita?

Roma20130428_0179 fb“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Nel ’68 si diceva: “Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.
Il vostro è stato un amore a prima vista?
“Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.”

Perché?

Pubblico un breve racconto (la lunghezza è un’apparenza, le battute sono molto brevi) dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz, nobel per la letteratura nel 1988. Un dialogo tra padre e figlia dal titolo “Il paradiso dei bambini”. La conoscenza e l’amore su ogni cosa.

“- papà…nagib
– dimmi.
– io e Nadia stiamo sempre insieme.
– certo, tesoro: è la tua amica…
– in classe, in cortile, anche alla ricreazione.
– bene! Nadia è una bambina bella e bene educata.
– nell’ora di religione però io vado in un’aula e lei in un’altra.
Lanciai un’occhiata alla mamma e la vidi sorridere mentre era intenta a cucire. Sorrisi anch’io dicendo:
– ma è solo nell’ora di religione…
– e perché?
– perché tu hai una religione e Nadia un’altra.
– come?
– tu sei musulmana e Nadia è cristiana.
– perché, papà?
– sei ancora piccola. Un giorno capirai.
– no. Io sono grande!
– ma no che sei piccola, tesoro!
– e perché sono musulmana?
Dovevo essere disponibile e accorto e soprattutto non tradire i nuovi sistemi educativi alla prima difficoltà.
– il tuo papà è musulmano e la tua mamma è musulmana, per questo anche tu sei musulmana.
– e Nadia?
– i suoi genitori sono cristiani, perciò è cristiana pure lei.
– forse è perché il suo papà porta gli occhiali…?
– non c’entrano gli occhiali. E’ che anche suo nonno era cristiano… dissi, deciso a risalire le generazioni senza smetterla finché non si fosse stancata e avesse finito per cambiare argomento. Ma ella riprese:
– chi è meglio?
Riflettei un poco, poi risposi:
– la musulmana è buona e anche la cristiana è buona.
– una dev’essere migliore per forza.
– son buone tutt’e due.
– e se mi faccio cristiana per stare sempre con Nadia…?
– non si può, amore. Ognuno deve restare come il suo papà e la sua mamma.
– e perché?
Ecco qua la tirannia dei nuovi metodi educativi!
– non vuoi proprio aspettare quando sarai grande?
– no, papà.
– bene. Lo sai cos’è la moda? A uno piace una moda, all’altro un’altra. Essere musulmani è l’ultima moda, per questo devi rimanere musulmana.
– allora quella di Nadia è una moda vecchia!
Benedette tu e la tua Nadia! Nonostante la mia prudenza mi ero sbagliato e avevo finito col mettermi in un bel pasticcio.
– e´ una questione di gusti… però ognuno deve restare come i suoi genitori.
– dirò a Nadia che la sua è una moda vecchia e che la mia è nuova.
– tutte le religioni sono buone – mi affrettai a dire – chi è musulmano adora Dio e chi è cristiano anche.
– ma perché lei lo adora in un posto e io in un altro?
– perché da una parte lo si fa in un modo e dall’altra in un altro modo.
– e perché?
– lo saprai l’anno prossimo, o quello dopo. Per ora basta che tu sappia che sia i musulmani sia i cristiani adorano Dio.
– e chi è Dio, papà?
Restai sorpreso. Riflettevo, mentre prendevo tempo.
– cosa ti ha detto la maestra?
– ci ha letto una sura del Corano e ci ha insegnato le preghiere. Però chi è Dio non lo so.
Ci pensai su ancora, nascondendo un sorriso.
– è il creatore di tutte le cose.
– di tutte?
– di tutte.
– e che vuol dire creatore?
– vuol dire che è lui che ha fatto ogni cosa.
– e come ha fatto?
– con la sua grande potenza…
– e dove vive?
– ovunque nel mondo.
– e prima del mondo?
– lassù.
– in cielo?
– sì.
– lo voglio vedere.
– non si può.
– nemmeno in tv?
– nemmeno.
– nessuno lo può vedere?
– nessuno.
– e tu come lo sai che è lassù?
– lo so.
– chi te l’ha detto?
– i profeti.
– i profeti?
– sì, come Muhammad.
– e lui come ha fatto a saperlo?
– aveva una forza speciale.
– una forza speciale negli occhi?
– sì.
– e perché?
– è Dio che lo ha creato così.
– perché?
Mi dominai e risposi:
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– e quando lo ha visto com’era?
– grande, forte, potente…
– come te, allora.
Trattenni una risata:
– nessuno gli è simile.
– e perché vive lassù?
– la terra non basta a contenerlo, ma egli vede ogni cosa.
Si distrasse per poco, poi riprese:
– ma Nadia dice che ha vissuto sulla terra.
– è perché vede ogni luogo, così è come se vivesse dappertutto.
– Nadia ha detto che lo hanno ucciso.
– no, amore mio, hanno creduto di averlo ucciso, ma egli è vivo e non muore mai.
– e il nonno, è vivo anche lui?
– no, il nonno non c’è più.
– lo hanno ucciso?
– no. E’ morto da solo.
– e come è morto?
– si è ammalato ed è morto.
– allora la mia sorellina che è malata morirà anche lei?
Mi adombrai e prevenni la reazione della mamma affrettandomi a dire:
– ma no, guarirà!
– e allora il nonno perché è morto?
– il nonno si è ammalato da grande.
– anche tu ti sei ammalato da grande. Perché non sei morto?
Questa volta la mamma la rimproverò ed ella restò smarrita a guardare ora l’uno ora l’altra.
– moriamo quando lo vuole Iddio.
– e perché Dio vuole che moriamo?
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– la morte è bella?
– oh no, tesoro.
– e perché dio vuole una cosa brutta?
– e´ bella quando è lui a volerla.
– ma tu hai detto che è brutta.
– mi sono sbagliato, amore.
– perché la mamma si è arrabbiata quando ho detto che tu muori?
– perché ancora Dio non lo ha voluto.
– e perché lo vuole, papà?
– è lui che ci fa nascere e fa che ce ne andiamo.
– e perché?
– vuole che facciamo delle cose belle prima di andarcene.
– e perché non restiamo?
– non ci sarebbe spazio per la gente se tutti restassero.
– così lasciamo tutte le cose belle.
– andiamo dove ci sono cose migliori.
– dove?
– lassù.
– da Dio?
– sì.
– e lo vedremo?
– sì.
– e sarà bello?
– certo.
– allora dobbiamo andare.
– ma non abbiamo ancora fatto tante belle cose…
– il nonno le ha fatte?
– sì.
– che cosa ha fatto?
– ha costruito una casa e ha coltivato un giardino.
– e cosa aveva fatto Totò, il mio cuginetto?
Mi rattristai per un istante, poi volsi uno sguardo commosso alla mamma e risposi:
– anche lui ha costruito una piccola casa prima di andarsene.
– il figlio dei vicini invece mi picchia e non fa niente di bello.
– è proprio un ragazzaccio.
– allora non morirà.
– solo quando Dio lo vorrà.
– anche se non farà nessuna bella cosa?
– tutti si muore. Chi fa cose buone va dal Signore e chi le fa cattive va all’inferno.
Lei sospirò e tacque.
Avvertii quanto la cosa fosse stata impegnativa, ma non sapevo dire se avessi risposto bene o male. La fila dei perché aveva risvegliato domande celate dentro me. La piccola non lasciò passare molto tempo prima di sbottare:
– voglio stare sempre con Nadia.
Guardai verso di lei con aria interrogativa.
– anche nell’ora di religione!
Scoppiai a ridere. Anche la mamma rideva. Soggiunsi sbadigliando:
– non me lo immaginavo che si potesse parlare di cose simili a questo modo.
Intervenne la mamma con aria consolatrice:
– la bimba crescerà e un giorno potrai spiegarle tutte le cose che sai a riguardo.
Mi girai allora alterato verso di lei per capire fino a che punto avesse parlato sul serio o se piuttosto mi prendesse in giro. Ma già aveva ripreso il suo lavoro di cucito.”
(da “Il bambino nell’Islam”, in Aa.Vv. Il bambino nelle religioni, Editrice Ancora, Milano 1992)

Vivere il presente

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Solo l’amare, solo il conoscere

conta, non l’aver amato,

non l’aver conosciuto.

(Pier Paolo Pasolini, da Il pianto della scavatrice)

Per amore e per forza

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«Si spreme il vino dai grappoli, ma quanto più bello di una vasca piena di vino è il vigneto con la sua terra grezza che non si mangia né si beve, e i pali di legno morto in lunghe file baluginanti! “Insomma, il creato-egli pensò – non è sorto grazie a una teoria, bensì … ” e voleva dire per forza, ma s’intromise un’altra parola che egli non s’aspettava e il suo pensiero si concluse così: ” … per amore e per forza, e la congiunzione disgiuntiva fra queste due parole è sbagliata!”» (R. MUSIL, L’uomo senza qualità, tr. it. di Anita Rho, Einaudi, Torino 1985 (ed. or. 1930-1943), vol. I, p. 574.)

Cercavo semplicemente l’amore

Chi frequenta spesso e assiduamente queste pagine sa che amo leggere più libri in Matrimonio Cate e Vince_0088fb.jpgcontemporanea. Leggo quello che mi va nel momento in cui decido di leggere, ed avendo una psiche instabile devo tenere aperte più porte. A volte capita che la domanda posta in un libro trovi tentativo di risposta nelle pagine di un altro. In “Il principio passione” Vito Mancuso cita Lucio Dalla:

“Vorrei seguire ogni battito del mio cuore

per capire cosa succede dentro

e che cos’è che lo muove

da dove viene ogni tanto questo strano dolore.

Vorrei capire insomma che cos’è l’amore

dov’è che si prende, dov’è che si dà”.

Due giorni dopo aver letto queste parole, mi sono imbattute in quelle di Erri De Luca in “Il contrario di uno” (un libro che, tra l’altro, mi ha deluso parecchio): “Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi”. Vi ho ritrovato il Simone tra i 16 e i 20 anni, alla costante ricerca della persona da amare. Un’immagine era costantemente presente nei miei sogni ad occhi aperti: una ragazza di spalle davanti a me con le mie braccia che la racchiudevano in un abbraccio. Non vedevo un volto preciso, non la identificavo in una persona specifica. Cercavo semplicemente l’amore, molto più di altre cose. Fino a quando, nella vita reale, quella ragazza si è voltata…

Quattro proiettili da una Cadillac bianca

tupac, rap, unconditional love, amore, famiglia, riscatto, dio

Era il 7 settembre 1996; aveva appena assistito all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Si stava recando in un club, quando la sua auto venne avvicinata da una Cadillac bianca: dagli occupanti di quell’auto si prese 4 proiettili che lo portarono, sei giorni dopo, alla morte. Il protagonista di queste righe è Tupac Shakur, della cui morte oggi è, appunto, l’anniversario. Pubblico il video di Unconditional Love, un brano che parla di droga, povertà, famiglia, voglia di riscatto, bisogni amore senza condizioni, Dio, amicizia, fama, amore… La traduzione l’ho presa qui.

(cosa volete tutti?)

Amore incondizionato (senza dubbio)

parlando delle cose che non vengono via quello non scompare

durerà per tutti questi pazzi giorni queste pazze notti

sia che tu abbia torto o ragione

ti amerò ancora proverò ancora qualcosa per te

sarò ancora lì per te non importa cosa,

tu sarai sempre nel mio cuore con amore incondizionato

Vieni a sentire i miei pensieri più veri, i miei sentimenti più veri

tutti i miei soci scontano anni di pena per spaccio di droga

di quante bare possiamo essere testimoni prima di vedere

che è difficile vivere questa vita senza Dio,

quindi dobbiamo chiedere perdono

ho chiesto a mia madre perché Dio meritò di morire

sono stato testimone delle lacrime che scendevano libere dai miei occhi

prima che lei potesse rispondere

anche se non eravamo nati con i cucchiai d’argento

la mia TV scassata faceva vedere i cartoni nel mio salotto (ehi!)

un giorno ho sperato di farcela un giocatore in questo gioco

mamma non piangere, finché proviamo può darsi che le cose cambino

forse è solo una fantasia una vita dove non abbiamo bisogno

di quella merda di stato sociale con tutta la nostra famiglia

forse sono io che l’ho causato

il picchiare e il farmi male nella mia camera piangendo

perché non volevo essere un fardello

ho visto mamma aprire le braccia per abbracciarmi

e non sono più preoccupato di nessuna dannata cosa, con l’amore incondizionato

[Rit.]

In questo gioco la lezione è da vedere nei tuoi occhi

anche se le cose cambiano, il futuro è ancora dentro di me

dobbiamo ricordare che dopo l’oscurità viene il domani

quindi sarai sempre nel mio cuore, con amore incondizionato

Ho appena ricevuto il messaggio che hai chiamato tutta settimana

sono stato fuori a sbattermi su queste strade e non ho avuto occasione di parlarti

ma sai, tra me e te è sempre viva, fratello

non potremmo mai essere nemici, perché sei sempre stato un così buon amico per me

dove sarei senza i miei soci

non chiedermi perché, quando i tempi diventano difficili

perché non è facile essere quelli che siamo

guidati dalle mie ambizioni, desiderando posizioni più alte

quindi procedo a fare milioni, eternamente in missione

è essere più che un musicista rap

l’elevazione della generazione di oggi

se potessi farli ascoltare!

la prigione non è ciò che ci serve, non più bloccati nella miseria

è ora di giocare e programmare, la mia famiglia deve mangiare

quando tiriamo fuori qualcosa dal nulla

non c’è piacere nella sofferenza, il vicinato sarebbe buono

se si potessero tagliar via tutti gli spari

i liquori, il fumo e le volgarità

mando amore per il mio quartiere

la lotta non finisce mai – amore incondizionato

Probabilmente non capirò mai i tuoi modi

ed ogni giorno giuro che ti sento

che cerchi di cambiare i tuoi modi mentre vieni ripagata allo stesso tempo

appena avuto un bambino con gli stessi occhi

qualcosa dentro, per favore lasciatemi morire sono tempi strani

com’è possibile che non ce l’ho mai fatta

forse è il modo in cui ho agito nel mio cuore

sapevo che un giorno sarei dovuto essere una star

le mie speranze e i miei desideri così tante immagini vivide,

e tutto il contante che non riuscirò mai a vedere

questa vita veloce ci schiaccia presto

perché dopo tutte le luci e le urla

nient’altro che i miei sogni importano

sperando in giorni migliori

magari una notte pacifica, baby non piangere

perché tutto andrà bene

semplicemente appoggia la tua testa sulla mia spalla

non preoccuparti di niente bimba io sono un soldato (uh)

non mi hai mai trattato male, non importa chi fossi

sei comunque venuta a me con quell’amore incondizionato

Sicuro, ma freddo

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In prima mi capita di raccontare la storia di Mister Gustavson di Leo Buscaglia, un uomo che passa la vita chiuso in una noce di cocco nella speranza che qualcuno lo trovi; muore lì dentro senza poter raccontare di un cugino che vive in una ghianda. Ne avevo scritto anche il 23 gennaio. L’argomento? Il mettersi in gioco nelle relazioni, il rischiarsi. Oggi aggiungo una paginetta di Alessandro D’avenia presa da “Cose che nessuno sa”:

“Qualunque sia la cosa che ti è cara, il tuo cuore prima o poi dovrà soffrire per quella cosa, magari anche spezzarsi. Vuoi startene al sicuro? Vuoi una vita tranquilla come tutti gli altri? Vuoi che il tuo cuore rimanga intatto? Non darlo a nessuno! Nemmeno a un cane, o a un gatto, o a un pesce rosso. Proteggilo, avvolgilo di passatempi e piccoli piaceri… Evita ogni tipo di coinvolgimento, chiudilo con mille lucchetti, riempilo di conservanti e mettilo nel freezer: stai sicuro che non si spazzerà… Diventerà infrangibile e impenetrabile. Sai come si chiama questo, Giulio?” chiese Filippo, che si era infervorato nel parlare. Gli era spuntata una vena nella fronte.

Giulio scosse la testa. Voleva sentire il seguito.

“Inferno. Ed è già qui: un posto dove il cuore è totalmente ghiacciato. Sicuro, ma freddo. Là fuori è pieno di queste persone. Glielo leggi in faccia che hanno il cuore freddo: per paura, per mancanza di fame, per pigrizia. Tu non sei così Giulio. Questo ti salva, anche se fai delle gran cavolate… Perché c’è modo e modo di tirare i rigori!”

Tutto diverso

amore, relazione, de luca, barbery, uno, due, coppiaMassimo è stato un mio studente al liceo Magrini di Gemona. Pochi giorni fa mi ha scritto su fb chiedendomi un consiglio per uno scritto che doveva buttar giù per un matrimonio. Io gli ho inviato poche parole di Erri De Luca e di altri, lui ha pensato a “L’eleganza del riccio”. Ne sono uscite queste parole che mi ha dato il permesso di pubblicare:

“E poi è successa una cosa, verso le 5 io e Kakuro siamo scesi giù alla guardiola, abbiamo preso l’ascensore insieme, senza dirci niente. Aveva un’aria stanchissima, ho pensato: è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una grande stanchezza. Chissà se anch’io ho l’aria stanca.

A ogni modo io e Kakuro siamo scesi in guardiola, ma attraversando il cortile ci siamo fermati di colpo tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo a suonare il piano e sentivamo benissimo quello che stava suonando. Era un pezzo classico, credo fosse Satie, non sono proprio sicuro, ma non importa.

Non ho esattamente un pensiero profondo al riguardo. So solo che ci siamo fermati di colpo tutti e due e abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù.

Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molti momenti duri, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì proprio così, un sempre nel mai.

E allora mi è venuto da dirti di non preoccuparti, che non mi lascerò andare e non brucerò un bel niente.

Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo mondo.

E poi ora saremo in due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due.

Perché quando siamo in due, cambia tutto, cambia nome pure l’universo, diventa tutto diverso”.

Presenze necessarie

Roma20130428_0067 fb.jpgL’altroieri leggevo delle parole del papa (già dette a giugno ma ripetute in questi giorni): “Quando ho deciso di vivere a Santa Marta non è stato tanto per ragioni di semplicità, perché l’appartamento papale è grande ma non lussuoso. Ho scelto di vivere a Santa Marta per il mio modo di essere, io non posso vivere da solo, chiuso, ho bisogno del contatto con la gente. Posso riassumerlo così. Ho scelto di vivere a Santa Marta per ragioni psichiatriche, perché non posso stare da solo. E anche per ragioni economiche, perché altrimenti avrei dovuto pagare molto uno psichiatra! E’ per stare con la gente. Lì vivono una quarantina di vescovi e sacerdoti che lavorano nella Santa Sede, e sacerdoti, vescovi, cardinali, laici che vengono a Roma vivono lì”.

Mi sono tornate alla mente ieri mentre leggevo il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli (100 anni lo scorso novembre). Nel passo che qui riporto si fa riferimento a Francesco, il santo di Assisi, ma…:

“Un amico di Dio, e per un cristiano, un amico di Gesù, che vive con serietà l’esclusività del suo rapporto, è una persona capace di amicizia e di amore al punto che il suo passaggio lascia nostalgia e la sua presenza è desiderata. […] La conversazione di Gesù con i discepoli di Emmaus, durante il cammino, non è precisamente amorosa: comincia col rimproverarli perché hanno una fede abbastanza tiepida, e poi dà loro una lezione di teologia biblica. Eppure, rifacendo un feedback della giornata, i compagni osservano che «il loro cuore ardeva» quando erano con Lui. […] E’ l’amore di Cristo che scende così impetuoso in Francesco e lo rende così fragile che gli amici sono necessari per accoglierlo, ha bisogno non di compagnia, ma di tenerezza, di calore umano. Il «crudo sasso» lo ha lacerato tanto che non potrebbe vivere senza la carezza di mani amiche”.

Dai Pink Floyd ad Allegri

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Facciamo un triplo salto mortale rispetto ai Pink Floyd di stamattina o a Cesare Cremonini dell’altro giorno. Sono musicalmente onnivoro, ma quando ascolto il Miserere di Allegri (sì, va bene, con degli acuti più moderni rispetto all’originale) resto estasiato, a bocca aperta. Da ascoltare con calma, nell’assoluto silenzio. E oggi lo associo a queste parole di Flannery O’ Connor: “Seppe che non esisteva peccato troppo mostruoso che non potesse rivendicare come suo e, poiché Dio ci ama in misura di quanto perdona, si sentì pronto, in quell’istante, a entrare in paradiso”.

 

Dire grazie

Fusine_0102 fb.jpgUna canzone semplice semplice per un concetto semplice semplice. E’ il solito refrain del “ti rendi conto delle cose belle solo quando non le hai più”. In più ci aggiungerei la bellezza del quotidiano, del saper apprezzare quel che c’è, del riuscire a dire grazie ogni giorno, magari anche là dove è più difficile. Anche solo per il morso a una fragolina. Che poi il grazie sia rivolto a un dio, a un destino, o semplicemente ai propri genitori, ognuno lo sa. La canzone? Eccola, esce dal cassetto dei ricordi del 1999 e da un concerto, l’anno dopo, a cui sono stato “costretto” ad andare e in cui mi sono sentito un nonnetto di 25 anni…

“Quello che volevo, come sempre non c’è! Solo un po’ d’amore che diventa polvere che almeno fosse stata magica, la buttavo su di te… e invece in mano ho una lettera, due rose e una canzone ancora da scrivere… E non mi riesce facile parlare di questo soprattutto adesso, soprattutto adesso che non c’è… che non c’è… sarebbe molto più bello, per non dire stupendo tornare a dirti quanto ancora ce n’è di bene per te… di bene per te… ma in fondo fa lo stesso, in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere… e niente di più… E invece tu dici che non hai più voglia di me, e invece tu dici che non hai più tempo per me… più tempo per me…”

E rileggendola c’è anche un altro spunto: il senso di un TVB. “in fondo quello che voglio è che tu sia contenta, vederti sorridere”…

Tra Gerolamo e Faber

Sono arrivato al settimo capitolo dedicato alla canzone Buon sangue di Jovanotti e al settimo avo. E’ la volta di un uomo vissuto ai tempi di Gerolamo Savonarola. Mi vien da sorridere perché ho studiato un libro sul frate domenicano per l’esame finale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. L’antenato di Jovanotti è un ammiratore di Savonarola, ne ammira la tempra morale, la forza, il rigore, la fede, ne è affascinato; poi però, quando torna a contatto con una realtà di “artisti, bordelli, mercati” si sente più a suo agio. Si definisce un condannato. Forse Savonarola non gli bastava… forse un predicatore non gli bastava… forse serviva qualcuno che percorresse le sue stesse strade… forse serviva qualcuno disponibile a condividere la sorte di un condannato… forse serviva qualcuno che si facesse punire come due ladroni senza gridare “ehi, fermatevi, i ladroni sono loro, non io”…

Un mio antenato visse al tempo di Savonarola,savo.jpg

ascoltava i suoi anatemi parola per parola.

Ammirava nei suoi occhi quella luce interiore

che hanno gli uomini di fede, di forza, rigore.

Poi però quando tornava a casa dopo i sermoni,

passava piazza della Signoria, via Tornabuoni,

le botteghe degli artisti, bordelli, mercati:

si sentiva a suo agio tra i condannati.

(e non posso nascondere l’ennesimo incrocio: mentre scrivo ascolto su Spotify una playlist di Jovanotti sulla musica italiana. Cosa c’è ora? Fabrizio De Andrè che canta: “questa gente di cui mi vai parlando è gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri non mi sembra che siano eroi, e non mandarmi ancora tue notizie nessuno ti risponderà se insisti a spedirmi le tue lettere da via della Povertà” …)

L’ultimo brindisi

Ed ecco qui, ancora una volta, uno di quegli incroci misteriosi che capita di attraversare. Ieri sfogliavo il libricino che sto scrivendo con le citazioni dei libri letti negli ultimi anni. Mi sono imbattuto in alcune parole del cardinal Martini citate nel libro “Storia di un uomo” di Aldo Maria Valli:

“Vi sono anche fasi della mia vita in cui non ho sentito di essere redento” (pag. 27)

“Le mie difficoltà non hanno riguardato la sfera del quotidiano, quanto piuttosto un grande interrogativo: non riuscivo a capire perché Dio lascia soffrire suo figlio sulla croce. Perfino da vescovo, a volte, non riuscivo ad alzare lo sguardo verso il crocifisso perché questa domanda mi tormentava. Me la prendevo con Dio” (pag. 163)altman1.JPG

Ed ecco che oggi, navigando in rete, incontro la poesia “Ultimo brindisi” di Anna Achmatova, tratta da Il giunco (1934)

Bevo a una casa distrutta,

alla mia vita sciagurata,

a solitudini vissute in due

e bevo anche a te:

all’inganno di labbra che tradirono,

al morto gelo dei tuoi occhi,

ad un mondo crudele e rozzo,

ad un Dio che non ci ha salvato.

Quell’uno sei tu

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Solita passeggiata per i campi in compagnia di Mou. Ascolto un podacast di Uomini e profeti di Radiotre con Moni Ovadia che cita i “Racconti dei chassidim” di Martin Buber.

Rabbi Mosche Löb diceva: «Non esiste qualità o forza nell’uomo che sia stata creata inutilmente. E anche tutte le qualità, anche quelle basse e malvagie, possono essere sollevate al servizio di Dio. Così, per esempio, l’orgoglio: quando viene innalzato, si trasforma in nobile coraggio nelle vie di Dio. Ma a che scopo sarà stato creato l’ateismo? Anch’esso ha il suo innalzamento: nell’atto di pietà. Poiché quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora tu non devi raccomandargli di avere fiducia e rivolgere la sua pena a Dio. Ma devi agire come se Dio non ci fosse, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: e quell’uno sei tu».

Il pensiero dell’uomo

Il modo in cui Alda Merini racconta il suo rapporto con Dio e con Gesù è stupefacente. Mi gesù, dio, alda merini, amore, relazionichiedo come possa essere così sottovalutata nello stesso ambito cristiano. Pubblico qui un breve testo che è una miniera, tratto da “Corpo d’amore”.

“Gesù era stato preannunciato persino dagli elementi, i profeti non erano che forme che custodivano l’ombra di questa grande catastrofe che fu Gesù.

Gesù è stato una grande catastrofe, ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro.

Dopo Gesù qualcuno ha imparato a guardare negli occhi, a porsi delle domande, a vedere che l’altro non era solo una merce.

Fu scoperto il pensiero, l’uomo scoprì che il suo simile aveva un pensiero, che poteva leggere nel suo pensiero.

La grande paura fu questa: che gli altri vedessero negli occhi ciò che tu pensavi di loro, per questo abbattevano gli schiavi.

La grande paura dell’uomo è che il proprio compagno conosca ciò che tu pensi e la gioia che abita nel cuore dell’uomo quando lui ama.

Quando si parla di Dio come di un amore, si pensa proprio a questo fenomeno, e che Dio ci ha dato in mano una creatura palpitante, libera, tenerissima, che è il pensiero dell’uomo, talmente labile, talmente piccola, ma che può diventare gigante.”