Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi. Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine. Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione. Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto. Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.
La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88). Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.
Spesso vivo dopo. Le emozioni, intendo. Non sempre sono caldo, pronto a reagire emotivamente a quel che mi accade, anzi la maggior parte delle volte sono freddo, quasi distaccato. Le emozioni, però, non spariscono, lavorano e scavano e poi escono. Oggi, come ogni 23 giugno dal 2007 in qua, è una bella giornata, perché è l’anniversario del matrimonio con Sara e quindi è il giorno in cui celebriamo e festeggiamo il nostro amore, la nostra storia, il nostro essere insieme, le nostre vite. Ma quella di oggi è anche una giornata triste: ieri se ne è andato Cris, un compagno di squadra dell’ultima stagione pallavolistica. Lo descrivo con questo scambio di battute:
“Mi si è rotto il compressore”
“Ne ho uno nuovissimo, va benone: ti serve?”
“Sto cercando un nuovo processore per il pc”
“Su internet ne ho visto uno che costa poco, vuoi che veda se c’è ancora?”.
Lo sfottevamo in spogliatoio: “Cris, se ti dico che non mi va la centrale termica, mi dici che a casa ne hai una nucleare, e posso stare sicuro che è vero!”. Di lui mi porto nel cuore anche una chattata notturna dell’ultimo Super Bowl giocato a inizio febbraio.
Ecco, ho messo insieme queste due cose e ho salutato Cristiano su fb scrivendo una citazione di Sally: “un brivido che vola via”. Un brivido, un soffio, un attimo e la vita non c’è più, le presenze che diamo per scontate svaniscono e ci restano ricordi e speranze di fede. Mia moglie mi ha detto che se non me la sentivo potevamo fare a meno di andare a cena fuori stasera. Le ho detto di no, che ho bisogno di vita per contrastare la morte, come domani sera ho voglia di andare in palestra ad allenamento. Certo, il pensiero andrà anche a Cristiano e sarà il nostro modo per farlo vivere ancora. Continuare l’amore è l’unica strada che conosco in questi momenti, anche se stanno diventando un po’ troppo frequenti.
Una delle cose che ricordo molto bene della mia adolescenza è la fatica che doveva fare un maschietto di 14-16 anni per farsi notare dalle ragazze. Mi ricordo che era un problema comune, fatti salvi i comunque bellocci a cui bastava la presenza. Tutti gli altri navigavamo in un mare di speranze, paure e maldestri tentativi di colpire nel segno, di lasciare un’immagine impressa che non fosse quella della pena o del biasimo. Simpatia, umorismo, capacità sportive, destrezze sul motorino, sensibilità, capacità d’ascolto, imprese titanico-fisiche, sfrontatezza scolastica, acconciature, intelligenza, moda… erano tutti strumenti utilizzabili a seconda della persona che volevi impressionare. “L’importante è essere te stesso” ti veniva detto. “L’importante è mostrare di essere meglio di quanto sono” ti dicevi. Dovevi ancora crescere, dovevi ancora capire chi eri veramente. Oggi gli strumenti sono cambiati ed è decisamente cambiata la visibilità: ci si conta a forza di “like” o di “mi piace” o di “♥” o di “☺”. Ma il tentativo è sempre quello, fuggire l’indifferenza, soprattutto della persona di cui ci siamo infatuati. In fin dei conti queste parole del 1922 sono sempre attuali: “Tutto era stato vagliato, se posso dir così, in quelle fantasticherie; nei momenti bui, mi figuravo che mi avresti respinta, che mi avresti disprezzata perché troppo insignificante, troppo brutta, troppo invadente. Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza” (Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta).
“Ma noi non chiediamo più nulla ai figli, neanche «come stai». Abbiamo paura di disturbare. Di interrompere il loro sonno chiamato giovinezza. Quando gli chiediamo di studiare, siamo patetici. Glielo chiediamo così, perché si fa, perché ci è rimasto dalla tradizione che un figlio deve studiare, ma non lo sappiamo più bene neanche noi perché; e loro lo sentono che glielo chiediamo senza uno scopo, sentono che dietro quella richiesta c’è il vuoto. Perché in fondo non c’è più niente che vogliamo da loro. I miei genitori invece lo sapevano bene, i miei volevano che io andassi avanti, che io li superassi. Continuare la loro corsa, ecco; loro si fermavano a un certo punto perché di più non potevano, e a me chiedevano di oltrepassare quel punto. Era molto chiaro. Ed era anche molto commovente. Si piangeva il giorno della laurea, ad esempio. Si piangeva di una commozione che aveva in sé tutto: mio padre piangeva perché per lui era un sogno che la figlia di un operaio si laureasse in Lettere e Filosofia; mia madre piangeva perché aveva passato la vita a badare a me, in casa tutto il giorno a fare, come si dice, la casalinga e a risparmiare persino sull’aria che si respirava; e io piangevo perché non lo so, mi sembrava di avere il mondo in mano e che sarei diventata non so cosa. C’era l’idea di un compimento, l’idea di un inizio, e anche l’idea di una morte, della loro e poi della mia morte. Insomma l’idea del tempo. Ma noi qui il tempo l’abbiamo abolito. Lo facciamo solo passare. E questo i figli lo sentono.” (Paola Mastrocola, Palline di pane, pp 145-146)
Ho letto due volte il passo perché sentivo che in me c’era qualcosa che suonava rotto… Mi sono immedesimato nell’unica delle due esperienze che fino ad ora ho vissuto sulla mia pelle: quella di figlio. E mi son detto: dipende da che genitori hai… Se tuo papà ha vinto il Nobel per la letteratura e tua mamma quello per la medicina, hai voglia a superarli… Fuor di facile banalizzazione: a che punto i genitori hanno collocato l’asticella del superamento? A che punto si sono fermati per fissare il sorpasso? E’ lì, immagino, che il genitore può dimostrare di essere veramente in gamba: spronarti, stimolarti, pungolarti ma desiderare per te, essenzialmente, il tuo essere felice, reale ed autentico, al di là dell’altezza dell’asticella e del punto di sorpasso.
Nella rubrica Ădāmà su Jesus di maggio 2014, Gabriella Caramore scrive:
“Perché le religioni, mi chiedevo il mese scorso in Ădāmà, se il mondo sembra procedere, per lo più, senza bisogno di riferirsi a un Dio, o a una sapienza codificata, o a grandi figure spirituali, e sembra non avere sete d’altro che di sé stesso, e del proprio inoltrarsi convulso e inconsapevole verso la catastrofe? Una prima risposta la rinvenivo nel fatto che ciò che ha dato vita alle grandi tradizioni religiose è la stessa sete di conoscenza che ha dato origine al sapere filosofico, scientifico, morale, politico di tutta la storia dell’umanità.
Ma vi è un’altra “spinta” che ha contribuito al sorgere delle religioni, alle loro scritture, alle loro storie, alle loro aggregazioni: quella di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, quando non lo si possa estinguere del tutto, quella di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo. In una parola, il tentativo di fare comunità, di creare società, di costruire convivenza.
Quando a Gesù viene chiesto – come si racconta nei Vangeli sinottici – quale sia il comandamento più grande, in una sintesi geniale accosta due versetti della Bibbia ebraica, e risponde che, alla fine, vi è un solo comandamento: quello di amare l’unico Dio e di amare chiunque ci si presenti come prossimo. Se ci si china sul prossimo con amore, si ama anche Dio. E se si ama Dio, questo amore si manifesta nella cura del prossimo. Ma se noi allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’orizzonte giudaico e cristiano, troviamo affermazioni analoghe in tutte – ma davvero tutte – le altre sapienze: nei grandi poemi indiani e nei discorsi del Buddha, nei pensieri di Confucio e nelle massime del Dao, nel jainismo e nello zoroastrismo, nella sapienza latina e nei discorsi del profeta Muhammad. Questo, in definitiva, il “programma” di ogni religione, che sfocia fino al grande mare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto, non farlo a nessun altro”.”
Un’amica ha condiviso su fb questo post che riporto quasi per intero. La fonte è “Organic farm”. Grazie Rita.
“Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi”.
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe. […] La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro.
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.”
Questa mattina in una classe siamo finiti a parlare di droga e del convincimento da parte di qualcuno che la vita sia destinata alla morte e veda in essa il suo unico scopo e fine. Allora mi sono tornate alla mente le parole di un’intervista di Luciano Ligabue che, presentando il brano “Nati per vivere (adesso e qui)”, afferma:
“Questa canzone è nata da un moto di fastidio per tutte le canzoni, e sono tante, che in maniera esplicita o indiretta dicono, in fondo, che «siamo nati per morire». L’ho sempre vista come una posa assunta da chi, grazie a quelle canzoni, vive poi da rockstar. Non so quanto alla fine quell’atteggiamento combini dei guasti – perché dipende in quanti ci si riconoscono –, ma in ogni caso mi son detto: adesso ne faccio una che dica proprio l’opposto.”
E ancora: “La canzone è nata da quel pretesto e musicalmente è viva, allegra. Volevo proprio che ci fosse questa leggerezza: se parliamo sempre di sinonimi larghi (non di sinonimi perfetti e precisi), per me leggerezza a sua volta è un sinonimo di vitalità. Questa canzone doveva avere – da un punto di vista musicale – esattamente queste caratteristiche, pur raccontando anche la fatica del vivere, le garanzie che non ti vengono date, le promesse non mantenute. Nonostante tutto, siamo «nati per vivere, adesso e qui». Questa canzone è una delle poche – in tutta la mia storia – che oltre al titolo principale ha un altro titolo fra parentesi, perché il concetto è completo solo con quella frase: «adesso e qui». Io lo ripeto più che posso, soprattutto per ricordarlo a me stesso. È una cosa che ha una funzione non lontanissima da Leggero: una cosa che ho bisogno di ricordarmi, perché è molto difficile metterla in pratica. Pochi di noi riescono a raggiungere uno zen tale per cui davvero riescono a vivere la vita nella pienezza della presenza, nel momento.”
Ogni giorno è un altro giorno altro che domani
sveglia, paglia, mal di testa, prime imprecazioni
fra gli annunci non c’è niente il futuro è cominciato già
Ogni giorno è un altro giorno non lo puoi saltare
qualcheduno canta che sei nato per morire
fuori si alza ancora il vento chi lo sa se il tempo cambierà
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Ogni giorno è un altro giorno altro che domani
le promesse che ti han fatto sono andate a male
la tua miccia è corta non sai quando la tua rabbia esploderà
Ogni giorno è un altro giorno non si può sapere
ciò che è andato storto adesso non lo puoi cambiare
ma respiri a fondo e senti che ora il tempo non ti scapperà
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Nati per vivere è tutto qui
devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare
Guarda come resti nell’inferno che perlomeno lì fa caldo
guarda come guardi in alto e chiedi come la mettiamo
guarda come è facile scordare la tua porca verità
Nati per vivere adesso e qui
sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare
Nati per vivere è tutto qui
devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare
Il 7 luglio 1973, nel giorno di un suo compleanno, Marc Chagall, all’inaugurazione del Museo con alcune delle suo opere, ha detto queste parole: “Se ogni vita va inevitabilmente verso la fine, dobbiamo, durante la nostra, colorarla, con i nostri colori di amore e di speranza… Forse in questa casa verranno i giovani e i meno giovani a cercare un’ideale di fraternità e d’amore, così come i miei colori e le mie linee l’hanno sognato… Forse non ci saranno più nemici…”.
Mi piacciono perché le posso pensare abbinate a un luogo fisico (una casa, una città, un ufficio, un atelier, uno studio, un luogo di culto, un parco) e a un luogo meno fisico se non addirittura metafisico (la mente, il proprio lavoro, un libro, un quadro, una canzone, un film, una poesia, un sorriso, una relazione, una storia d’amore, una fede, il cuore di ognuno…)
“Come una madre con amore e dolore mette al mondo un bambino, i giovani e i meno giovani costruiranno il mondo dell’amore con un nuovo colore e tutti, qualsiasi religione abbiamo, potranno venirvi e parlare di questo sogno, lontano dalle malvagità e dalla violenza. Vorrei che in questo luogo si esponessero opere d’arte e testimonianze della spiritualità di tutti i popoli; che si facesse udire la musica e la poesia dettate dal cuore di tutto il mondo. E’ possibile questo sogno? Ma nell’arte come nella vita, tutto è possibile se, alla base, c’è l’Amore”
In prima abbiamo parlato di amicizia, di amore e gli studenti hanno declinato questi due tipi di relazione in molti modi, liberamente. Oggi propongo un brano di Oriana Fallaci su cui sarebbe interessante discutere; mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, nelle sue singole parti.
“L’amicizia non può rimpiazzare l’amore, dicevo. L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso una menzogna. Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore. Non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però, se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di sé stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno di amore.”
(Oriana Fallaci, Insciallah)
Sul filone del post “Appuntamento con lei” della scorsa settimana, oggi mi soffermo su una vecchia canzone che Enrico Ruggeri ha scritto per Fiorella Mannoia. Parto dalla seconda strofa perché sintetizza quello che molte studentesse e studenti di prima affermano quando parlano di cosa sia importante per loro nell’amore: il saper comunicare, il dirsi le cose, il rimanere innamorati con gli occhi dei primi istanti… “Ma se domani io mi accorgessi che ci stiamo sopportando e capissi che non stiamo più parlando ti guardassi e non ti conoscessi più”. Ruggeri elenca i rischi di una relazione stantia, appiattita sulla routine e sull’abitudine e propone la sua ricetta: “io dipingerei di colori i muri e stelle sul soffitto, ti direi le cose che non ho mai detto, che pericolo la quotidianità e la tranquillità”. Nella prima strofa si era anche ipotizzato che tale amore potesse finire: “Se una mattina io mi accorgessi che con l’alba sei partito con le tue valigie verso un’altra vita”. Cosa succederebbe? Forse in molti se lo chiedono. Ruggeri risponde. “riempirei di meraviglia la città, ma forse dopo un po’ prenderei ad organizzarmi l’esistenza, mi convincerei che posso fare senza, chiamerei gli amici con curiosità e me ne andrei da qua. Cambierei tutte le opinioni e brucerei le foto con nuove convinzioni mi condizionerei, forse ringiovanirei e comunque ne uscirei, non so quando, non so come”. Mi viene in mente la risposta che ho dato l’altro giorno ad una alunna sul “mal d’amore” e in cui avevo tirato dentro il Dottor Tempo che riesce a sanare le ferite; anche nella canzone c’è la fiducia, c’è la speranza, non ben definite, certo, ma ci sono. Eppure non è sempre così facile vederle, soprattutto quando si hanno 15 anni e un rapporto che entra in crisi o una storia che finisce fanno oscurare il cielo con le nubi più cupe e pare che il sole non debba sorgere più.
Le parole finali della canzone mi riportano a una delle cose per me più importanti nella coppia: la fiducia, senza la quale non sarei in grado di amare. “Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore ogni stupido timore è la prova che ti do e rimango e ti cerco”.
L’abbiamo letto stamattina in una prima, un articoletto simpatico e dall’inizio furbo che ho trovato qui. A scriverlo è Jarrid Wilson, “un marito, un pastore, un autore, un blogger. E ha fatto una confessione che sta facendo discutere molto.” «Ho una confessione da fare: Mi sto incontrando con una persona anche se sono sposato.
Lei è una ragazza incredibile. E’ bella, intelligente, astuta, forte e ha un’immensa fede in Dio . Mi piace portarla fuori a cena, andare al cinema, a teatro, e dirle sempre quanto è bella. Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui sono rimasto arrabbiato con lei per più di cinque minuti, e il suo sorriso sembra sempre illuminare la mia giornata indipendentemente dalle circostanze.
A volte mi viene a trovare a lavoro senza preavviso, mi cucina cose deliziose. Non riesco a credere quanto sono fortunato ad essere uscire con qualcuno così, anche se sono sposato. Vi incoraggio a provare e vedere come può diventare la vostra vita .
Oh! Vi ho già detto che la donna con cui sto uscendo è mia moglie? Che cosa vi aspettavate?
Solo perché siete sposati, non significa che i vostri appuntamenti debbano finire.
Ho bisogno di continuare a uscire con mia moglie anche se siamo sposati. Non dovrei smettere di corteggiarla solo perché entrambi abbiamo detto “Lo voglio”. Troppe volte vedo rapporti che smettono di crescere perché la gente smette di prendere l’iniziativa e di riempire di attenzioni il partner.
L’appuntamento è un momento in cui si conosce qualcuno in un modo speciale e unico. Perché smettere? Non si dovrebbe. Quelle farfalle nello stomaco del primo appuntamento non devono svanire solo perché gli anni sono passati. Svegliarsi ogni giorno e corteggiare il coniuge come se foste ancora ai primi appuntamenti. Se lo farete, vedrete un drastico cambiamento in meglio nel vostro rapporto .
La chiave in ogni rapporto è la comunicazione e l’azione di costante ricerca. Nessuno vuole stare con qualcuno che non tiene a queste cose con tutto il cuore .
Vi incoraggio a dare appuntamenti al vostro coniuge, impegnarvi con tutto il cuore, e capire che tutto ciò non dovrebbe finire solo perché avete detto: “Lo voglio”.»
In questi anni mi è capitato di raccogliere i racconti di studentesse e studenti (una grande minoranza, per fortuna) che avevano la necessità di sfogarsi per la mancanza di qualcosa che ritenevano fondamentale, anzi, per la verità di qualcuno per loro essenziale: una figura genitoriale significativa, un adulto di riferimento, una madre, un padre nei quali potersi rispecchiare, dai quali essere riconosciuti, apprezzati, amati, ascoltati, rimproverati, abbracciati. Una delle canzoni più famose di Stromae, Papaoutai, afferma: “Tutti lo sanno come si fanno i bambini, ma nessuno sa come si fanno i papà”. Il video è dolorosamente bello: un ragazzo si confronta con un padre presente solo fisicamente. Il padre non parla, non si muove, non interagisce come fanno invece i genitori degli altri ragazzi e che il figlio invidia: solo nei suoi sogni ballano insieme. La conclusione è angosciante: il figlio si identifica con l’unica cosa che ha imparato dal padre e si mette immobile davanti alla tv con lo stesso sguardo perso ed ebete del genitore.
Dites-moi d’où il vient Enfin je serais où je vais Maman dis que lorsqu’on cherche bien On finit toujours par trouver Elle dit qu’il n’est jamais très loin Qu’il part très souvent travailler Maman dit travailler c’est bien Bien mieux qu’être mal accompagné Pas vrai? Où est ton papa? Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas. Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit… Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé! [REFRAIN] Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? [COUPLET 2] Quoi, qu’on y croit ou pas Y aura bien un jour où on y croira plus Un jour où l’autre on sera tous papa Et d’un jour à l’autre on aura disparu Serons-nous détestable? Serons-nous admirable? Des géniteurs ou des génies? Dites nous qui donnait Sans soucis responsable! Ah dites nous qui diar Tout le monde sait Comment on fait des bébés Mais personne sait Comment on fait des papas Monsieur j’sais tout On aurait hérité, c’est ça. Trop d’sucer d’son pouce ou quoi? Dites nous où s’est caché, Ça doit… Faire au moins mille fois qu’on a bouffé nos doigts Hé! [REFRAIN] Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où est ton papa? Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas. Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit… Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé! Où est ton papa? Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas. Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit… Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
«“Cosa c’è?”. Mi lasci entrare in fretta e sgrani gli occhi. “Da dove arrivi?”.
“Pensi forse che, avendo dei pacchetti, stia tornando dalla stazione? Indovina che giorno è oggi?”.
“Fammi una domanda più facile. Io non so mai che giorno sia oggi”.
“Ebbene, oggi è il giorno del tuo compleanno!”.
Sei rimasto a bocca aperta. Se ti avessi annunciato l’arrivo dello zar nella nostra città non avresti potuto essere più stupefatto.
“Come hai fatto a saperlo?”.
Io estraggo velocemente dai pacchetti i miei scialli multicolori e li appendo al muro. Ne metto uno sul tavolo, stendo il copriletto sulla tua cuccetta. E tu… Tu ti volti, frughi fra le tue tele, ne scegli una, raddrizzi il cavalletto.
“Non ti muovere. Resta ferma dove sei…”.
Ho ancora i fiori tra le mani. Non so dove metterli. Vorrei immergerli nell’acqua. Potrebbero appassire. Ma, ben presto, me ne dimentico.
Ti sei gettato sulla tela, che trema fra le tue mani. Premi i colori dai tubetti e intingi i pennelli: rosso, bianco, nero, blu. E mi trascini nel torrente dei colori. Ad un tratto, mi sollevi da terra, e tu stesso prendi slancio con un piede, come se la stanzetta fosse troppo angusta per te. T’innalzi e ti distendi, fluttuando fino al soffitto. La tua testa gira intorno alla mia. Sfiori le mie orecchie sussurrando qualcosa…
Ascolto la melodia della tua voce dolce e grave. Perfino nei tuoi occhi intendo quel canto e tutti e due insieme, lentamente, ci solleviamo sulla camera adorna e ci involiamo. Arriviamo alla finestra e vogliamo attraversarla.
Fuori ci chiamano le nuvole e il cielo blu. I muri con tutti i miei scialli variopinti girano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Ora voliamo abbracciati nel cielo e i campi di fiori, le case, i tetti, i cortili e la chiese sembrano galleggiare sotto di noi…
“Ti piace il mio quadro?”. Ecco che torni improvvisamente sulla terra.
Guardi la tua tela, mi guardi. Ti allontani dal cavalletto, ti riavvicini.
“C’è ancora molto da fare? Non potresti lasciarlo così? Dove puoi ancora ritoccarlo?”. Parli con te stesso. Aspetti e hai paura di ciò che andrò a dire.
“Oh! E’ bello. E’ bello come ti sei involato… Lo chiameremo ‘Il Compleanno’!”.
Il tuo cuore si placa.
“Tornerai domani? Prenderò un’altra tela e ci involeremo…”.»
(Bella Chagall, nel Diario sentimentale, descive la genesi del dipinto Il Compleanno di Marc Chagall) Questa la fonte.
E’ la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1978. C’è un uomo, un giornalista, che non dorme. Non lo sa che quello sarà il suo penultimo Natale perché il 28 maggio 1980 sarà ucciso dal gruppo terroristico XVIII marzo. Si chiama Walter Tobagi, ha 31 anni e due figli (i “michelangiolini” del testo sotto). Nell’ultimo periodo ha dedicato molto tempo alla sua professione sacrificando la famiglia. Quella notte scrive, pertanto, una lettera alla moglie. Ne riporto una piccola parte da cui emerge l’attaccamento degli affetti, la passione per il lavoro e per la vita, il senso etico, la responsabilità in uno dei periodi più tribolati della storia italiana. “… al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io sento molto forte: la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera ed indipendente, e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani.
Mi sento molto eclettico ideologicamente; ma sento anche che questo eclettismo non è un male, è una ricerca: è la ricerca di un bandolo fra tanti verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco…
Penso all’attaccamento di Luca, alle tenerezze della Babi. E mi sembra di non fare tutto quello che dovrei (e forse potrei) per loro: se un giorno non dovessi più esserci, ti prego di spiegargli, di ricordargli il motivo di tante assenze che oggi li fanno soffrire. Mi sentirei ancora più in colpa se non spendessi quei talenti che, bene o male, mi sono stati affidati… con la speranza che possa essere meno assurda la società in cui, fra un decennio, i nostri michelangiolini si trovassero a vivere la loro adolescenza…
In questa alba del Natale 1978, voglio ripetertelo con le parole più semplici: ti voglio bene, tanto bene.
E non riuscirei a fare nulla di quello che faccio se non ti sapessi così vicina a me in ogni momento.”
Un racconto sull’amicizia preso dalla tradizione islamica e contenuto nel libro “La saggezza del mistico cammello” di Franco Ometto. «Un dervisc racconta che camminando nel deserto, vide un uomo con una veste rappezzata, un bastone in mano e una ciotola.
Gli chiese. “Da dove vieni?”.
Quello rispose: “Dall’Andalusia”.
“Dove vai?”.
“In Cina”.
“A quale scopo?”.
“A visitare un amico”.
“Ma è lontano!”.
“Sì, è lontano per un debole, sfinito, ma per un amante è molto vicino!”.»
Era il luglio 2009, vivevo ancora a Palmanova. Ho buttato giù di getto questo racconto. Non l’ho mai pubblicato sul blog. Oggi penso che ci possa stare.
Fa caldo, fuori. Nella mia casetta a piano terra coi muri esterni di 70 cm almeno, no. E’ fresco: non c’è bisogno dell’aria artificiale del condizionatore né del ronzio fastidioso del ventilatore che ha le pale allentate. Certo è anche umido; una casa rimasta chiusa per dieci anni che confina con un fioraio che prima aveva le aiuole sotto il muro e ora ha il cortile con la pendenza sbagliata ha bisogno di almeno altrettanti anni di tempo secco. Ma il tempo secco, nella mia terra, è una speranza che ha la velocità di un déjà-vu. Ieri sera ho iniziato a leggere un breve libro di Alessando Baricco, comprato un’ora e mezza prima dell’inizio del film che avevo deciso di vedere. Mi piace essere puntuale, anzi, mi piace proprio essere in anticipo: come si dice, sono un anticipatario? Anni fa, quando mia moglie era la mia ragazza e viveva parti di settimana a Trieste, andavo spesso al cinema da solo. Mi piace. Entrare nel multisala, comprare subito il biglietto e controllare la sala dove sarà proiettata la mia scelta; e poi vivere l’attesa. Mi si parano davanti due possibilità: la libreria o il voyeurismo sociale. Se ho tempo, come ieri sera, entrambi. Quando entro in una libreria provo un po’ la stessa sensazione di quando ho incrociato per la prima volta gli occhi di Sara: se non posso avere tutto, almeno qualcosa di quel posto deve essere mio. E inizio la passeggiata, all’inizio casuale, poi, mano a mano che passa il tempo, sempre più mirata. Di solito, all’inizio mettono le ultime novità: sguardo fugace, giusto che non ci sia qualcosa di Follett o Zafòn (gli altri possono attendere l’edizione economica). Poi l’interesse si sposta sulle offerte: la recessione pesa… Mi casca l’occhio su un cartello che mi annuncia il 30% di sconto sull’Economica Universale Feltrinelli (“Bene e anche stasera una cagata me la porto a casa”). La riflessione per arrivare a emettere un verdetto d’acquisto non dura a lungo: c’è Baricco. E non mi occorre neppure annusare il libro: meglio evitare, potrei rendermi conto che c’è un sottofondo di fritto e di pop-corn che arriva dalla hall e rinunciare a tutto. Per evitare discussioni e alterchi interiori ne compro due (“vai mai a sapere, un rimorso…”): Senza sangue e I barbari. Bene, ora che la decisione è presa e i libri sono in mano, mi abbandono a cinque minuti di random per la libreria: arte, fumetti, storia, politica, saggistica, filosofia, romanzi rosa no grazie, cinema… cassa. Lei alza lo sguardo: “Buonasera prof” “Ciao! Lavori qui?” (“No, faccio volontariato, deficit” avrebbe potuto rispondere, ma è gentile) “Eh sì, già da un anno”. “In effetti sono io che è una vita che non vengo al cinema. Come stai?”. Sta bene, ora che manca poco, sta bene; non è stato facile. Ha lo sguardo e il tono di voce di chi sa, di chi ha dentro qualcosa che sta bruciando, ma non riesco a capire se quell’incendio abbia già raggiunto il flashover o sia in fase di estinzione. Mi sale in testa un pensiero che solo un idiota potrebbe dire: te l’avevo detto. E benché nel mondo la percentuale di idioti sia in ascesa, riesco a non dare il mio contributo alla crescita. La incoraggio, invece, e non mi dispiacerebbe rubarla un attimo a quella cassa solo per parlare un po’. Ma sta lavorando: ci sarà un’altra occasione. “In bocca al lupo per il 13” ed esco.
Manca un’ora al film: divanetto-time. Qualche mese fa avrei detto sofà-time, ma da quando c’è un’odiosa pubblicità della Ferrilli che chiosa “sofà sofà sofà e beato chi soo fa il sofà hihihi” ho cancellato il termine dal mio vocabolario. Faccio un giro davanti alle casse per trovare il posto giusto: possibilmente in zona semi-buia, possibilmente senza compagnia, possibilmente con vista sugli schermi di accesso alle sale. Ma i tre possibilmente non si trasformano in realtà: a quale dei tre rinunciare? Purtroppo devo lasciarmi alle spalle due su tre: il semi-buio e la solitarietudine (N. Elia dice che solitudine è l’incapacità di entrare in contatto con gli altri, non riuscire a stabilire un rapporto mentre la solitarietà o “essere solo” è Robinson Crusoe, l’essere costretti a stare soli. Io semplicemente voglio stare solo). Mi siedo e tiro fuori dal sacchetto in nylon Senza sangue e inizio a leggere. Non è una lettura tranquilla e continua: ci sono le voci e le risate di tre coppie accanto a me che giocano ad andare a turno in bagno, ci sono le voci metalliche e amplificate delle cassiere del cinema, di certo più protette di una cassiera di banca, ci sono i tintinnii delle tazzine del bar, ci sono i commenti delle persone che stanno uscendo dalle sale. Ma soprattutto c’è il mio pensiero che vola a Sara che non mi risponde al cell: è ad Atene, a un convegno. Le ho detto un’ora fa che ci saremmo sentiti, ma la batteria del mio telefonino ha avuto un crollo di prestazione simile all’andamento borsistico degli ultimi mesi: velocissimo e inesorabile. Il mio film finisce verso la mezza e ad Atene sono un’ora avanti: meglio avvisarla, ma non risponde. Era preoccupata prima di partire: parlare in inglese davanti a tante persone non la faceva sentire tranquilla. Ma lei è in gamba. Vibra il cell: è lei. E’ un po’ più serena: ha sentito una collega esporre in un inglese decisamente peggiore del suo. Ci diamo appuntamento a domani mattina, sempre al telefono; le sussurro che la amo, sorride; le dico che è importante per me perché è l’unica moglie che ho, ride. “notte”, “notte anche a te”. Penso alla fortuna che ho avuto ad incontrarla quattordici anni fa.
Ricomincio a leggere dopo un po’ di voyeurismo sociale, anche se mi manca lo strumento più adatto: i miei occhiali scuri. Guardare la gente, tutto qui; e immaginare… Entrano in due: sono sui quaranta, forse lei qualcosa di più. Lei la chiamo Silvia, è vestita un po’ démodée, lui lo chiamo Gianluca, è un po’ trasandato e coi capelli raccolti da un elastico che arrivano a metà schiena. Lei si dirige dritta verso la libreria, lui si ferma, lei lo prende per mano e lo trascina; vince Silvia che ottiene da Gianluca un “ok, ma cinque minuti”.
Abbasso gli occhi e leggo.
“… Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per se stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi e pensò Non muoverti, sei felice”.
E mi viene in mente la cassiera della libreria… Mi alzo, è passata mezz’ora, devo entrare in sala. Butto l’occhio verso la libreria: vicino alla cassa ci sono Silvia e Gianluca. Ha vinto Silvia.
Metto insieme quello che hanno portato in classe due alunne di prima. Stamattina è stata proposta la canzone “She will be loved” dei Maroon 5. A circa metà brano si ascolta: “Non sono sempre arcobaleni e farfalle, è l’aver raggiunto un compromesso che ci fa muovere”. Il pensiero è andato subito alla citazione che un’altra studentessa aveva portato sabato, una delle pagine finali di “Bianca come il latte rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia: «Mamma, perché hai sposato papà?» «Secondo te?» «Perché ti ha regalato una stella?» Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni mia tempesta. «Perché volevo amarlo.»
E poco prima c’è un altro passo interessante: «Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».
Commento il tutto con una canzone “complessa”, dal testo molto ricco, di un cantautore italiano che ha annunciato qualche mese fa il suo ritiro dalle scene, Ivano Fossati. Certamente non è un genere di canzone che va per la maggiore tra gli adolescenti, ma, ancora una volta, non è questo il mio intendimento 🙂