Quella consapevolezza del limite

Scrive Salvatore Natoli su Avvenire.

“In un film recente e controverso – Habemus papam – il regista Nanni Moretti ci raccontava di un cardinale restio a diventare Papa perché non si sentiva idoneo a prendere su di sé il grande peso di governare la Chiesa, schivato peraltro anche dagli altri; oggi Papa Benedetto XVI che si dimette dal pontificato perché non si sente più nelle condizioni fisiche o spirituali – o spirituali e fisiche insieme – per potere stare ancora alla guida della Chiesa. Nella storia della Chiesa ci sono state dimissioni celebri – tutti ricordano quella di Celestino V – tanto che il diritto canonico le prevede, anche se non appartiene alla prassi ordinaria. Da laico non voglio entrare nel merito della teologia – e visto che si parla di papato neppure della teologia politica – ma mi limito a notare come in genere e per lo più si tenda a identificare la Chiesa con il Papa, anche se il papato è un servizio alla Chiesa nella Chiesa. Non voglio neppure affrontare la questione circa il rapporto tra persona e funzione in questo caso direi meglio mandato, ma mi pare che nelle dimissioni del papa motivo di riflessione siano le ragioni da lui avanzate.

Nel momento in cui per motivi diversi non ci si sente all’altezza del proprio compito è giusto riconsegnarlo a coloro da cui lo si è ricevuto; e in questo caso alla Chiesa. Una decisione degna di grande apprezzamento perché indica come non bisogna mai confondere il compito con il potere e perciò sulla necessità di intendere il potere come servizio. In una società in cui si tende ad identificare sé con il potere – tanto che nessuno si dimette se non sconfitto – le dimissioni del Papa mostrano un senso alto di responsabilità nei confronti del proprio compito e perciò anche di dedizione alla Chiesa. L’erogazione di un servizio presuppone la consapevolezza del limite e perciò il dovere di ritirarsi quando si ritiene di non essere più in grado di espletarlo al meglio.

Dimettersi in questo caso oltre ad essere indice di una grande qualità morale, è anche un atto razionale, consapevole di quello che si è in grado di fare o meno. D’altra parte Benedetto XVI, nel corso del suo pontificato si è sempre appellato alla ragione fino al punto da impegnarsi, da teologo, a mostrare la ragionevolezza della fede senza nulla togliere al suo mistero. Certo quel che seguirà a queste dimissioni non è facile da prevedere: quanto una presenza così importante come quella dell’ex Papa influirà sul conclave e, ancorché silente, condizionerà l’elezione del nuovo Papa? Come è noto certe conseguenze insorgono anche quando non si vogliono. Ma ciò nulla toglie al valore etico di chi declina un mandato e si mette a disposizione per altro servizio che può meglio sostenere. Certo il peso che il Papa lascia in eredità al suo successore non è lieve: la Chiesa si trova oggi per la prima volta ad operare in un ambiente totalmente secolarizzato; possiamo dire di ‘atei nativi’, come nei processi cognitivi si parla di ‘nativi digitali’. Non più contro Dio, ma senza Dio, almeno secondo il modo tradizionale di concepirlo.

Di questo il Papa stesso se ne era reso perfettamente conto quando ha lanciato l’idea di una nuova evangelizzazione, consapevole che il regime di cristianità sia definitivamente consumato e i cristiani sono divenuti minoranza. Per questo o tornano ad essere lievito o periscono. Per questo quel che Benedetto XVI non farà più da Papa continuerà a farlo nella forma in cui lo ha sempre fatto, educando all’ intelligentia fidei , da teologo. E su questo piano i non credenti restano ancora interlocutori possibili.”

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Nello spogliatoio della propria coscienza

Scrive Piero Schiavazzi su L’Huffington Post

“Sebbene il nome di Celestino V appaia in queste ore il più evocato nelle cronache e spogliatoio uomini 1.JPGcliccato sulla rete, il paragone storico delinea per contrapposizione non una fuga, bensì un atto di governo. Per la precisione una riforma: forse la più grande nella Chiesa del post-concilio. Il “gran rifiuto” di Benedetto, a differenza di Celestino, modifica la consuetudine, non la consolida. Non si presenta come l’eccezione da non riproporre, o l’incidente da evitare, ma in prospettiva potrebbe configurarsi come l’esempio da seguire, modificando nei fatti la costituzione materiale della Chiesa e introducendo un precedente con cui qualunque successore, da oggi in poi, dovrà confrontarsi, senza il rifugio della tradizione. Dopo questo 11 febbraio sarà difficile per ciascun Papa “anziano”, nell’era della leadership globale, prescindere da una valutazione di congruità fra il suo orizzonte anagrafico e l’esercizio di una responsabilità globalizzata ventiquattro ore su ventiquattro, di fronte all’avanzare degli anni. Una scelta di portata sicuramente riformatrice rivela dunque, in definitiva, un risvolto e un animo conservatore. Proprio perché assoluta, per rimanere tale, la monarchia spirituale di un Papa non può misurarsi con un tempo biologico altrettanto assoluto. Era questa l’unica, autentica e comunque sorprendente riforma del Pontificato che ci si potesse attendere da un Papa sinceramente conservatore. Per lui, del resto, la cornice storica di un Papato che si chiude a sette anni dall’elezione non è mai stata quella del decennio, ma semmai del millennio. Altrimenti non si spiegherebbe che un Papa ottuagenario, sapendo di non avere molto tempo davanti a sé, abbia dedicato la metà delle proprie giornate alla scrittura, dunque al futuro, invece che ai viaggi, alle visite, alla gente, al presente. Come Sant’Agostino, sulla soglia di un nuovo mondo dagli esiti e contorni indecifrabili, più che ai contemporanei ha rivolto lo sguardo ai posteri, convinto che il secolarismo non si affronta nell’arco di una generazione e la riconquista delle terre perdute non esige condottieri, ma nuove semine. La semina però, questa sì, oltre alla scrittura, impone freschezza e vitalità. Benedetto XVI, meditando la sua decisione, deve avere avuto negli occhi l’adunata planetaria di Rio. Non a caso, in questi mesi di ormai immediata vigilia, molti si erano meravigliati che non si parlasse del viaggio del Pontefice in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù, nel continente dove vivono la metà dei cattolici del mondo e per la Chiesa è d’obbligo dimostrare, e ancor più mostrare, la propria vitalità. Il Papa che in estate scenderà in campo al Maracanà sa che dopo la scelta di Benedetto XVI niente è più come prima e che alla fine del tempo regolamentare anche per lui verrà il momento, nello spogliatoio della propria coscienza, di decidere se giocare o meno i supplementari.”

Uno sguardo geopolitico

Scrive Germano Dottori su Limes.

ratzinger_solo_460.jpg“Con un gesto a sorpresa, Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio di fronte ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio Pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, se appare comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della Chiesa Cattolica. Diversi giornalisti ascoltati nei mesi scorsi pronosticavano una fine imminente per il regno di Joseph Ratzinger, perché c’erano dei dubbi circa le sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale in Brasile. Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto, dal momento che valgono anche nei suoi confronti le previsioni del diritto canonico che non consentono la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro papa. Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. Non è anzi da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa proprio essere proprio la volontà di influirvi. Benedetto XVI ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione, e forse desidera sbarrare la strada ai suoi nemici. La circostanza potrebbe pesare. È quindi probabile che gli avversari personali del pontefice abbiano vita difficile il prossimo marzo nella Cappella Sistina e che molte strategie già poste in essere dai cardinali più ambiziosi risultino pregiudicate da questa improvvisa rinuncia, che diventerà esecutiva alle ore 20 del prossimo 28 febbraio.

L’esistenza in vita di Joseph Ratzinger, tuttavia, non necessariamente favorirà coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna. Fare previsioni risulta quindi difficile, come e più che in passato. È spesso ai candidati battuti nel precedente conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinal Martini, che alla prima votazione prese più voti del papa ora dimissionario, è scomparso ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Bergoglio, che giunse vicino all’ottenimento di quella minoranza di blocco che avrebbe costretto i cardinali a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero l’archiviazione.

La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori. È quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico. Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Si allontana dai vertici della Chiesa, infatti, un forte propugnatore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione Obama. Difficile che non ne risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia stata già in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dal progetto euro-russo per allinearsi agli orientamenti degli Stati Uniti.”

Nella società del carrierismo

Riporto la prima parte dell’articolo del giornalista austriaco Gerhard Mumelter per Internazionale. La seconda parte tocca la politica italiana e non mi interessava riportarla qui.

“Trovo tranquillizzante quello che è successo l’11 febbraio a Roma. Che una delle personalità più potenti del mondo possa congedarsi senza emozione visibile con una breve dichiarazione in latino, cogliendo di sorpresa tutta la stampa mondiale, è un fatto singolare e simpatico.

Il fatto che in una società in cui fingere efficienza è un’abitudine diffusa, qualcuno riconosca di non avere più le forze necessarie per guidare un’istituzione affidatagli è un avvenimento raro e di forte valore simbolico. Un gesto innovativo e nobile che cancella molte perplessità dell’opinione pubblica sul pontificato di Benedetto XVI. Immaginarsi un papa in pensione finora era un assoluto tabù. Il brevissimo discorso del papa ci ha fatto tornare in mente la famosissima scena del film Habemus papam di Nanni Moretti. Ma non c’erano espressioni esterrefatte, nessuna ombra di panico o disperazione nelle facce dei cardinali. Si sapeva che Joseph Ratzinger non avrebbe mai voluto fare il papa e sognava ritirarsi per dedicarsi ai suoi libri. Si è piegato alla volontà del conclave per spirito di servizio. E ha chiuso il suo pontificato con uno dei gesti più forti e inattesi nella lunga storia della chiesa. Perché riconoscere la propria debolezza e stanchezza è un fatto proibito e anticonvenzionale nella società del carrierismo, in cui fingersi forti, efficienti e invincibili è una moda dilagante.”

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Quando la storia ti passa accanto

602-408-20130211_153107_B1B11D8D.jpgSono seduto davanti al pc e guardo fuori la campagna coperta di bianco; ripenso a ieri, quando la storia ha fatto un’altra delle sue curve. Capita, nella vita, di assistere a queste svolte che poi si ritrovano sui libri di testo: penso al 1989 di piazza Tienanmen e del muro o al 2001 delle torri, ai crolli dei regimi dell’est o al 1990 della liberazione di Mandela. Ieri è stata una di quelle. Molti su fb scrivono che non gliene frega niente: a livello personale sarà sicuramente vero, l’importante è essere consapevoli che questa è storia che ti scorre accanto. E per la storia non è così indifferente quel che è successo e quel che può succedere (il 1989 o la questione dei paesi dell’est europeo con un papa diverso da Wojtyla sarebbero stati così?). Scrivo senza aver letto ancora nulla, nessun articolo, nessun editoriale. Lo farò: la mia professione me lo richiede, e pure il mio interesse. Metterò qui il materiale che giudicherò utile a suscitare riflessioni, materiale non per forza “ortodosso”. Ma questo, per me, è il momento in cui molte sono le domande che mi affollano la mente.

Perché? Nel senso: il vero perché? non sono un complottista, né uno che vuole vedere segreti là dove magari non ci sono, certo mi hanno colpito reazioni opposte: l’Osservatore Romano che parla di decisione presa da molto tempo e cardinali e collaboratori che parlano di sorpresa, di fulmine a ciel sereno, di sconcerto. Quello che dovrebbe essere l’entourage stretto del papa è sembrato cascare dalle nuvole.

Perché tanta urgenza? L’11 ottobre era iniziato l’anno della fede… Si era in attesa di una nuova enciclica… Erano in programma viaggi importanti…

E’ poi così strano che una persona di 86 anni non ce la faccia più a sostenere un tale peso? Dovrebbe essere normale, decisamente prima di quell’età…

Quali difficoltà per un fine teologo e filosofo ad essere pastore di un gregge così vasto, eterogeneo, variegato? Quali i pensieri intimi?

Si può fare un bilancio onesto di questi quasi 8 anni?

E ora? come si sposteranno gli equilibri all’interno della Chiesa? Che rotta prenderà la barca?

E’ il momento degli interrogativi: verrà, poi, anche il momento delle risposte.

In coscienza davanti a Dio

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Non voglio aggiungere parole mie al fiume che si sta versando in queste ore: ci sarà tempo per commentare questo 11 febbraio 2013 che entrerà nei libri di storia. Pubblico qui sotto alcuni siti per chi voglia seguire o approfondire le cose:

http://www.avvenire.it/Pagine/default.aspx

http://www.famigliacristiana.it/

http://www.rainews24.rai.it/it/

http://chiesa.espresso.repubblica.it/?ref=hpsbdx

http://www.internazionale.it/

http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%252FHome

http://www.zenit.org/it/index

http://www.agensir.it/

http://temi.repubblica.it/limes/

http://www.culturacattolica.it/

http://www.cyberteologia.it/

http://www.olir.it/

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it

http://www.luigiaccattoli.it/blog/

Ovviamente a questi si aggiungono tutti i siti dei quotidiani…

Twittermania

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La mia opinione su @pontifex (che in questi attimi sta per sfondare quota 500.000 follower) è molto semplice, elementare. Ho sempre pensato che sui social, su twitter… se ci si sta, ci si sta, altrimenti è meglio non starci. Aprire un account su fb per fare i guardoni o per andarci due volte all’anno non ha molto senso; certo lo puoi fare, ma non dire che sei su fb. Aprire un account su twitter e usarlo solo per fare pubblicità alle tue attività di personaggio famoso dopo un po’ diventa stucchevole: è la differenza tra chi fa stare qualcuno in rete al posto suo e chi,invece, ci sta direttamente; è la differenza tra Ligabue (748.000 follower, 960 tweet) o Vasco (260.000 follower e 163 tweet), e Jovanotti (1.277.000 e oltre 5.000 tweet). Sono mezzi di cui ti devi appropriare se vuoi esserne protagonista, se vuoi utilizzarli per le loro potenzialità, e non semplicemente perché vanno di moda. Se i follower percepiscono che dietro ci sei tu, allora ne scoprono un senso, altrimenti nel giro di poco tempo cliccheranno su “smetti di seguire” le parole di un portavoce… Ovviamente sono pronto a essere smentito dai fatti.