Gemme n° 179

«Outside the street’s on fire in a real death waltz,
Between what’s flesh and what’s fantasy
And the poets down here don’t write nothing at all
They just stand back and let it all be
And in the quick of a knife, they reach for their moment
And try to make an honest stand
But they wind up wounded, not even dead.
Tonight in Jungleland.»
Bruce Springsteen, 1975
La giungla d’asfalto non ha pietà.
Quella di Bruce è una canzone di quasi quarant’anni fa, ma a mio parere il suo significato è oggi valido più che mai.
La vita non è mai facile, per nessuno. Ognuno ha i suoi piccoli grandi drammi e tragedie da affrontare; indubbiamente viviamo in un inferno. Tuttavia, la capacità che ognuno dovrebbe sviluppare è proprio quella di individuare e dare spazio a chi e cosa, in mezzo all’inferno, non sono inferno. Questa bellissima lezione di vita mi è stata data da tre donne fondamentali nella mia vita: mia mamma, mia nonna e Regina.
Donne, persone, molto diverse tra loro, ma accomunate da una forza e da un coraggio non da poco nell’affrontare una vita non sempre così gentile con loro.
Mia mamma ha gli occhi dolci e verdi. Ha lottato tutta la vita e continua tutt’ora a lottare contro una realtà dura. Mi dice sempre di non prendere esempio da lei, perché si definisce spesso debole; continuo a non ascoltarla e a stimarla sconfinatamente.
Gli occhi di mia nonna invece sono come il ghiaccio: sembrano freddi e indomiti. Un marito difficile, una situazione difficile, una malattia difficile non sono riusciti a fermarla: a 77 anni suonati è ancora allegra e cinguettante come una quattordicenne.
Quando Regi viveva a San Cristòbal aveva tutto: una carriera, una famiglia e una casa in montagna. Nel 2003 si ritrovò qui in Italia, un Paese ostile, con una famiglia sulle spalle e spese infinite da pagare. Regina ha dovuto cominciare da zero, lavando pavimenti e facendo ripetizioni di spagnolo a poco prezzo, ma non per questo è una persona meno intelligente. Con la sua forza e il suo coraggio mi ha insegnato che la qualità della persona non dipende dai suoi soldi o dal suo lavoro, ma dal suo cuore.
Queste tre persone sono dei veri riferimenti per me. Spesso mi capita di ritrovarmi rinchiusa in una realtà che non mi appartiene e molti sono i momenti di sconforto. Poi però guardo gli occhi di queste donne, che hanno combattuto, che hanno sofferto, ma che infine hanno vinto; allora decido di andare avanti.”
Sento di aver ben poco da dire dopo queste parole di B. (classe terza). Faccio un’unica cosa: vado tre anni più indietro di lei per dedicare una canzone di Aretha Franklin cantata da Carole King alle sue tre donne.

La speranza di Bruce

Nell’ultimo album di Bruce Springsteen “High Hopes”, uscito a metà gennaio, c’è un brano difficile da comprendere senza un minimo di coordinate bibliche: “Heaven’s wall”. C’è un costante riferimento ad alzare le mani, ma ben diverso dal “discotecaro” o “concertaro” “Su le mani!”. Lo si evince dal senso complessivo del brano: è un alzare le mani al cielo, al trascendente, al Dio della Bibbia. Emergono diversi protagonisti: si inizia dalla donna samaritana che al pozzo di Sicàr accoglie da Gesù la richiesta di essere dissetato e ricorda la promessa di salvezza ricevuta da lui (“C’era una donna che attendeva al pozzo tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu. Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti, curerà le malattie”). Vengono poi nominati in breve successione altri personaggi dell’Antico Testamento: “Venite uomini di Gedeone, venite uomini di Saul, venite figli di Abramo”. Gedeone è un uomo che da contadino diventa uno dei condottieri di Israele e giudice. Saul è il primo grande re di Israele. Abramo è il grande patriarca della famiglia israelitica. L’invito di Bruce Springsteen è rivolto per tanto a tutto Israele, che va inteso, secondo l’esegesi biblica, rivolto a tutta l’umanità: “Attendiamo fuori dal muro del paradiso”. L’ultimo personaggio a comparire è uno dei più famosi e citati della Bibbia: Giona. Egli, chiamato e inviato da Dio a Ninive, si rifiuta e si imbarca su una nave. In mezzo alla tempesta si rende conto di essere il responsabile dell’ira divina e racconta tutto ai compagni di viaggio invitandoli a gettarlo in mare. Qui viene inghiottito da un pesce (Bruce cede al racconto tradizionale in quanto nella Bibbia non si parla di una balena) e si salva. Giunge poi a Ninive ottenendo la conversione degli abitanti ma rammaricandosi per il mancato castigo divino. E’ un racconto sulla fede e sul perdono, sulla misericordia. Ecco i versi di Bruce: “Vide un sorvegliante alle porte della città. Giona nel ventre della balena ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio, la sua misericordia non fallì”.
E nel ritornello, oltre alle mani alzate, c’è un forte versetto di speranza: “E insieme cammineremo nella terra di Canaan”. E’ la promessa di Dio al suo popolo, il luogo dei sogni, delle aspettative, delle speranze (non dimentichiamoci il titolo del cd “High hopes”). E non è la prima volta che Bruce canta di una terra promessa: ne avevo già scritto qui.

http://www.youtube.com/watch?v=liSFFFihbYs

Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

Uno, due, tre, quattro
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

C’era una donna che attendeva al pozzo
Tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu
Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti
Curerà le malattie
Venite uomini di Gedeone
Venite uomini di Saul
Venite figli di Abramo
Attendiamo fuori dal muro del paradiso
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Vide un sorvegliante alle porte della città
Giona nel ventre della balena
Ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio
La sua misericordia non fallì
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Un Boss a fior di pelle

E’ partito dalla Norvegia, da Oslo, il nuovo tour di Bruce Springsteen. Piero Negri ne ha scritto su La Stampa:

Bruce-Springsteen-la-scaletta-del-concerto-di-Oslo-video_h_partb.jpg“Alle sette e 35, con un leggero ritardo sull’orario previsto, Bruce Springsteen è salito sul palco della Telenor Arena, a Oslo, Norvegia, ha ceduto per pochi minuti l’onore della scena al vecchio compare Steven Van Zandt, tornato a suonare con lui dopo una licenza concessagli per girare una serie tv, e ha colpito il suo pubblico con un trittico ripescato dai suoi anni ’70-’80: Two Hearts, No Surrender, Badlands. Il messaggio è chiaro: lo show rock più potente del Pianeta è tornato in Europa per confermarsi, più che per sorprendere. E gli italiani, che già hanno portato vicino all’esaurito due date su quattro, potranno presto rendersene conto: a Napoli, il 23 maggio, a Padova, il 31, a Milano, il 3 giugno, a Roma, l’11 luglio (in occasione di Rock in Roma).

Un paio d’ore prima, concluse le velocissime prove, lo stesso Springsteen aveva spiegato a una rappresentanza della stampa europea che cosa attendersi da questi concerti: «Siamo cresciuti in un’epoca in cui i grandi maestri della costruzione degli show erano ancora attivi – aveva detto – e sto parlando di gente come James Brown, Sam and Dave, i maestri della musica soul che a loro volta avevano imparato l’arte dai pastori, alla Messa della domenica: domanda e risposta, vi dico qualcosa perché voglio da voi una risposta. È un’arte perduta, quella dello show, col tempo, chissà perché, si è cominciato a pensare che lo spettacolo sia artificio. Sbagliato, è una presentazione che se è fatta bene, rende più profondo e più efficace ciò che stai cercando di dire». Della perduta arte dello show, Springsteen si sente insomma l’ultimo sacerdote. Le immagini religiose nascono spontanee ad assistere allo show, che spesso ha accenti gospel, e ancor di più incontrando Springsteen, che questa volta indossa all’orecchio sinistro un minuscolo pendaglio a forma di croce: «È come dice Al Pacino nel Padrino: più cerco di uscirne, più mi spingono dentro. Ho avuta un’educazione cattolica, e dunque cattolico lo sarò sempre, almeno in parte, e si capisce bene dalla mia musica. Ho trascorso otto anni della mia vita in una scuola cattolica, tutte le mattine sono stato indottrinato, e non lo dico solo in senso negativo: per un bambino quello è un mondo molto poetico, e anche molto drammatico».

Il risultato è che oggi Springsteen incarna una figura unica nel panorama mondiale, un po’ leader politico, un po’ guida morale. Lui non sembra dolersene: «Politica e spiritualità, oggi non riesco bene a distinguerle, più cresci probabilmente più è difficile farlo. È chiaro, la mia espressione migliore, sia politica sia spirituale, è la musica, che non intende mai essere polemica, o schierata: semplicemente, vuole raccontare come vive la gente. Penso alle mie canzoni come a quei discorsi che si fanno la sera in cucina, con la famiglia, dopo una giornata di lavoro. Tutto qui, tutto molto semplice. Vita vera. Il mio lavoro consiste prima di tutto nello scrivere, e scrivere è un atto dell’immaginazione. Però ho passato i primi diciotto anni della mia vita in una piccola città, con miei genitori, e come tutti sanno i primi diciott’anni di vita non ti lasciano mai. Quella persona è sempre dentro di te, e il modo di vedere il mondo non cambia più per il resto della tua vita. Quando il mattino leggo il giornale, interpreto gli avvenimenti con quel modo di pensare, è la mia prima natura. Poi, se fai l’artista sviluppi un vocabolario e un’abilità nell’indossare le scarpe altrui, impari anche a camminarci dentro, se sei un grande come Martin Scorsese fai bellissimi film sulla mafia pur non essendo un mafioso. Non sono un politico, ma i problemi della società americana sono evidenti, negli ultimi trent’anni la forbice tra chi ha e chi non ha si è allargata a dismisura, e questo non smette di indignarmi. Ma lo faccio sempre con la mia prima natura».

La musica, allora: se questo sessantaduenne del New Jersey, statura media, forma fisica invidiabile, origini piccolo borghesi (madre segretaria in uno studio legale, padre incapace di tenere a lungo un posto di lavoro) è diventato una star mondiale, è certamente grazie a concerti come questi, interminabili, esaltanti, divertenti, a tratti emozionanti. Glielo diciamo e lui la questione l’analizza così: «Il nostro gruppo è un po’ particolare, siamo 16 sul palco, ma siamo in grado di fare una svolta di 180 gradi sullo spazio di una monetina. Il nostro spettacolo non è pianificato, non abbiamo luci né scenografie che ci vincolano, siamo una band da bar. Il bello di suonare nei bar è che è tutto molto informale, non conta tanto come ti presenti, conta quanto sei flessibile, devi essere capace di suonare per cinque ore in una sola sera. Io posso decidere quale canzone suonare e cambiare idea, in tre, cinque secondi, batterista e bassista leggono il mio labiale e trascinano tutti quanti. E tutto ciò è fondamentale, perché personalizza ogni serata, nessuno deve avere mai l’impressione di assistere a uno show qualunque, lo show in cui ci sei tu deve essere il tuo show, diverso da quello di chiunque altro. Il nostro concerto riconosce la tua individualità».”